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mercoledì 7 ottobre 2026
Siria: attacchi armati contro le cittadine cristiane
martedì 6 ottobre 2026
Gaza, il Papa scrive a padre Romanelli dopo l'attacco: "Fino a quando, Signore?"
di Cecilia Seppia – Città del Vaticano
Il filo che unisce la Santa Sede a Gaza è fatto di solidarietà, preghiera, vicinanza concreta e spesso forte apprensione e dolore. Un legame spirituale e umano che si rafforza nei momenti più bui, come quello seguito al sanguinoso raid aereo israeliano che ha colpito un edificio residenziale nel quartiere di Rimal, nella parte occidentale di Gaza City. L'attacco, avvenuto nelle prime ore di sabato 3 ottobre, ha causato la morte di 5 civili e il ferimento di numerose persone, riaccendendo i riflettori sulla drammatica condizione della popolazione e della piccola e stremata comunità cristiana locale che, nonostante tutto, continua a restare unita e a lavorare per la pace. Tra le vittime dell'ennesimo bombardamento ci sono Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e sua figlia Mary Hafez Michel Najjar. Le due donne, di origine greco-ortodossa, appartenenti alla comunità cristiana di Gaza, avevano da pochissimo trovato un nuovo rifugio e stavano provando a ricominciare in una terra dove si fatica anche solo a pensare la speranza tra cumuli di macerie, rifiuti e bambini che vanno in giro mutilati.
Fino a quando, Signore?
Le parole di Papa Leone XIV inviate direttamente a padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, sono state un balsamo. “Il Santo Padre mi ha scritto un breve messaggio su WhatsApp in cui dice: ‘Buongiorno, padre Gabriel. Da quando ho appreso la dolorosa notizia della morte di Maysa e Mary, prego Dio per loro, per le loro famiglie e per l'intera comunità di Gaza. Fino a quando, Signore? Grazie per l'accompagnamento alla parrocchia e a tante persone che desiderano vivere in pace. Benedizioni, un abbraccio affettuoso’.
"E’ davvero una consolazione che il Papa abbia pensato a noi, che preghi per noi e per tutti quelli che lavorano per la pace”, afferma il missionario argentino ai media vaticani. “Ci ha colpito come sempre la vicinanza del Santo Padre e poi pure la sua sensibilità pastorale di pregare per loro, per le vittime, di nominarle, pregare per le famiglie, per tutta la comunità. Siamo scioccati da quello che è successo con la morte di Maysa, di Mary e poi delle altre persone, erano tutti dei civili che stavano dormendo nella loro casa – prosegue padre Gabriel -. E' stato pure un colpo forte per tutta la comunità cristiana, oltre che per la società civile di Gaza, perché non dimentichiamoci che pure la comunità cristiana ha perso tantissime persone. 62 cristiani sono morti durante la guerra, 25 dei quali sono stati uccisi dai bombardamenti e quindi questo attacco ci ricorda i momenti peggiori della guerra, lacera il cuore, nonostante il cessato il fuoco sia in vigore da un anno. Le persone sono sfinite – e anche il Papa lo dice nel suo messaggio: fino a quando, Signore!”.
Gaza è ‘tritata’, la situazione peggiora
Un grido, un appello universale affinché si fermi la scia di distruzione che da anni devasta la Striscia. Alle parole del Santo Padre si sono unite quelle del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme. A nome del clero e di tutta la diocesi, il porporato ha espresso le più sentite condoglianze, condannando la tragica perdita di vite innocenti. Anche il metropolita Alexios, vicario patriarcale greco-ortodosso, ha voluto ricordare Maysa e Mary durante i funerali solenni celebrati sabato stesso a poche ore dalla strage, nella chiesa di San Porfirio a Gaza City, avamposto di una comunità millenaria ormai ridotta allo stremo. La situazione sul campo resta intanto drammatica. Le ultime notizie di cronaca descrivono una Gaza City stremata, dove i raid aerei continuano a colpire aree densamente popolate. Secondo fonti mediche dell'ospedale Al Shifa, i feriti del bombardamento di sabato versano in gravi condizioni. Mentre la diplomazia internazionale fatica a trovare una quadra la Chiesa locale, guidata sul campo da padre Romanelli e dalle Missionarie della Carità, continua a rappresentare l'ultimo baluardo di speranza e assistenza umanitaria per centinaia di sfollati che non hanno più un luogo sicuro in cui andare: “Noi non ci fermiamo, questa guerra terribile ha portato via tante persone, tante vite, Gaza è a pezzi, ‘tritata’, come se ci fosse stato un grande tsunami che ha spazzato via tutto. Ma, afferma il sacerdote, se noi da parrocchia, da oasi spirituale e umana per chi soffre quale siamo, ci fermiamo, e non contribuiamo alla pace, alla giustizia, è davvero finita! Quindi bisogna andare avanti con la preghiera, con l'attività spirituale, ma pure con l'apostolato, con le altre attività della parrocchia, non solo quelle assistenziali, nonostante giornate piene di dolore come quella di sabato”.
7 ottobre, la preghiera del Rosario
Intanto è alle porte la fatidica e drammatica ricorrenza del 7 ottobre 2023 e padre Gabriel conferma che entrambe le popolazioni, israeliani e palestinesi, sono ancora dentro quel trauma: “Ogni giorno di più di guerra è un giorno buio e peggiora la situazione. È vero che da ottobre 2025 si sono fermati i bombardamenti a tappeto ma non vuol dire che la situazione sia buona. La situazione è gravissima, pure le ong che distribuiscono cibo dicono che devono fermarsi perché non ne hanno abbastanza; l’aiuto umanitario adesso entra ma è assolutamente insufficiente. E poi le persone non soltanto hanno bisogno dell'acqua, del cibo e dei medicinali, quello è il necessario, certo. Hanno bisogno di libertà, di pace, che smettano le bombe, che possano vedere un orizzonte. Ci auguriamo che questo terribile ricordo sia invece un nuovo inizio per noi che celebreremo la festa della Beata Maria Vergine del Rosario, della Signora della Pace. Faremo una giornata di preghiera del Rosario, finendo con la Santa Messa, e una processione simbolica per chiedere la fine di questa guerra, la giustizia, la pace tra Palestina e Israele”.
Preoccupazione per l'inverno
Con l'arrivo imminente della stagione fredda, le preoccupazioni si concentrano sulla sopravvivenza logistica dei civili: “Le piogge per tutti quelli che vivono nelle tende saranno un problema enorme – prosegue il parroco di Gaza - . La maggior parte della popolazione, 2 milioni e 300 mila persone, abita sotto al nulla, anche la parola ‘tenda’ è inappropriata, fa pensare più a un campo scuola, invece qui ci sono teli improvvisati messi sulla terra sabbiosa, mescolata con l’acqua delle fogne. E’ un disastro! E’ necessario il cibo certamente sì ma pure materiale per la ricostruzione, per la riparazione. Questo inverno sarà peggiore degli altri per il fatto che quando c’è un’emergenza, se tu non rispondi subito, ogni giorno sarà peggiore del precedente. Quindi ci auguriamo che la società internazionale e tutti i capi delle nazioni possano convincere i responsabili che si facciano passi concreti per finire questa guerra”.
Le elezioni politiche
Un possibile elemento di svolta o di verifica per il futuro politico dell'intera area geografica potrebbe arrivare a breve, dal momento che sia gli israeliani sia i palestinesi sono chiamati alle urne da qui a fine novembre. Interpellato su questo cruciale snodo politico, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme ha espresso cautela ma ne ha sottolineato il valore simbolico: “Non so se da questi voti potremo davvero capire dove stiamo andando. Ma certo saranno un momento importante di verifica su dove le attuali leadership hanno portato i loro popoli”.
venerdì 25 settembre 2026
Il cinico “Ritorno” dell’Europa in Siria
La caduta del governo siriano nel dicembre 2024 ha innescato un profondo mutamento nelle dinamiche geopolitiche del Levante, costringendo la comunità internazionale a gettare la maschera su decenni di doppiezze diplomatiche e mediatiche. Al centro di questa complessa transizione si pone il governo ad interim guidato da Ahmed al-Sharaa, il quale ha rapidamente consolidato il potere a Damasco promettendo riforme di facciata. Chi è Ahmed al-Sharaa? È l’uomo precedentemente noto come Abu Mohammed al-Jolani, leader storico di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ed ex filiale siriana di Al Qaeda. È con questa fazione — che l’Occidente per anni ha prima finanziato e poi finto di combattere — che l’Unione Europea (UE) si sta preparando a orchestrare quello che fonti diplomatiche definiscono un “grande ritorno” in Siria.
Questo riposizionamento europeo rivela l’ennesima narrazione fuorviante offerta dai grandi media: il ritorno europeo non è un’operazione di pace, ma si configura come un’operazione condotta sotto la più stretta sorveglianza militare, caratterizzata da accordi indicibili in materia di sicurezza sul campo e da opache operazioni di intelligence. L’Alto Rappresentante dell’UE per gli affari esteri, Kaja Kallas, si è assunta l’onere di guidare questa spregiudicata manovra, programmando una visita a Damasco per validare le intenzioni di un esecutivo di matrice jihadista.
Le indiscrezioni più rilevanti indicano che la nuova amministrazione siriana ha istituito un sofisticato sistema per fagocitare i rapporti tra i fornitori di servizi internazionali e le figure apicali del nuovo regime. Tale sistema cela un pervasivo apparato di controllo e di estrazione di rendite, attraverso il quale le ex-fazioni ribelli estremiste — le stesse armate per anni dalle potenze del Golfo e dall’Occidente — stanno trasformando il proprio potere militare in un’egemonia economica totalizzante.
Il presente rapporto analizza le direttrici di questa evoluzione: la paradossale architettura diplomatica dell’UE, il nuovo ecosistema economico-clientelare di Damasco e le complesse reti di intelligence che legano apertamente il governo di transizione alle potenze occidentali.
L’Architettura Diplomatica: la Dottrina Kallas e l’Ipocrisia del “Ritorno Sorvegliato” La strategia dell’Unione Europea si fonda sull’imperativo di evitare un vuoto di potere. Kaja Kallas ha avvertito i ministri degli esteri del rischio che la Siria possa trasformarsi in una “nuova Libia o in un nuovo Afghanistan”. Un’affermazione che suona come una beffa, se si considera che proprio le ingerenze e i finanziamenti occidentali hanno scatenato i disastri in Libia e in Siria. Kallas ha promosso una dottrina di engagement definita “step-for-step”, che subordina la normalizzazione e gli aiuti finanziari a presunte riforme di Damasco.
Il culmine di questa strategia è la riattivazione della Delegazione dell’UE a Damasco, nel quartiere di Abou Roumaneh (delocalizzata a Beirut dal 2012). Il capo della delegazione, l’Ambasciatore Michael Ohnmacht, ha l’incarico di preparare il terreno alla visita della Kallas. Questa mossa fa seguito al viaggio del gennaio 2026 dei Presidenti del Consiglio e della Commissione Europea a Damasco per annunciare un partenariato politico, culminato nel Dialogo Politico ad Alto Livello del maggio 2026 co-presieduto dalla Kallas e dal Ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani. L’UE ha incredibilmente messo sul tavolo 620 milioni di euro per il biennio 2026-2027.
Tuttavia, le cancellerie europee sono divise. Se Italia e Spagna hanno accelerato i contatti bilaterali inviando incaricati d’affari per proteggere i propri interessi, altri Stati mantengono una diffidenza verso le radici islamiste dell’HTS. Eppure, il leader al-Sharaa è stato rimosso dalle liste del terrorismo internazionale solo grazie a un cinico calcolo di pragmatismo politico di Washington e Bruxelles.
Tabella: La Geopolitica del Sostegno Occidentale
Sospensione parziale sanzioni (Feb. 2025): Settori chiave civili ed energetici. Dopo anni in cui le sanzioni europee hanno causato la morte per denutrizione e malattie della popolazione civile, improvvisamente vengono rimosse per non far crollare le fazioni ribelli neo-insediate.
Rimozione sanzioni economiche generali (Mag. 2025): Sblocco della Commercial Bank of Syria per la “ripresa socio-economica”. Le sanzioni inique, definite immorali anche dai vescovi siriani, cadono nel momento in cui al potere salgono gli estremisti graditi.
Dialogo Politico ad Alto Livello (Mag. 2026): Ufficializzazione del partenariato in cambio di “progressi” sui diritti.
Riattivazione Delegazione UE (In corso 2026): Presenza sul campo sotto la garanzia delle forze del Ministero dell’Interno siriano (ex insorti).
Sicurezza e la Complicità Occidentale: pagare i Terroristi per Proteggersi Dietro la facciata, l’UE sta preparando un rafforzamento drastico della propria presenza in materia di sicurezza, certificando che la Siria “liberata” è in realtà un ambiente ad altissimo rischio. Il contratto EEAS/DELSYRD/2025/NP/0099, emesso dalla Commissione Europea per il SEAE (valore 3,56 milioni di dollari per aprile 2025 – aprile 2026), prevede un massiccio dispositivo per la Delegazione UE: Close Protection Teams, veicoli blindati e tracciamento GPS continuo.
Le preoccupazioni dell’INTCEN (Centro di competenza per l’intelligence dell’UE) sul ritorno di foreign fighters e membri ISIS o al-Qaeda fuggiti dalle carceri, confermano i peggiori timori: l’Occidente ha armato e addestrato forze estremiste, e ora ne teme il contraccolpo sui confini di Schengen.
Il paradosso si fa grottesco sul mercato della sicurezza privata. Secondo il Decreto 55 del 2013, le Private Security Companies (PSC) necessitano di licenze governative. Oggi questo apparato è in mano all’HTS. Affinché il SEAE protegga i suoi diplomatici, i contractor internazionali devono operare con le PSC locali e l’intelligence siriana. In pratica, i fondi europei filtrano inevitabilmente verso attori legati a ex milizie jihadiste, aggirando ogni due diligence etica pur di mantenere l’avamposto e assumendo personale locale militarizzato per la guida evasiva.
Il Nuovo Ecosistema Economico: la “State Capture” dell’ex Ribellione Le indiscrezioni confermano che l’HTS ha attuato un metodico processo di State Capture*. Sfruttando l’esperienza del Syrian Salvation Government (SSG) a Idlib, l’HTS non ha distrutto le istituzioni a Damasco, ma le ha decapitate riempiendole con i propri quadri per monopolizzare i capitali esteri. Il sistema si regge su società parastatali, veri e propri gatekeepers obbligatori per chiunque voglia investire (inclusi colossi Usa come Chevron, ConocoPhillips o aziende tech come Google e Meta):
Green Energy: Monopolio sulla fornitura elettrica e infrastrutture energetiche.
E-clean: Intermediario per i fondi UE e ONU per gestione rifiuti e macerie.
Zajel: Controllo della logistica, trasporti e mobilità delle ONG internazionali.
Sotto il Decreto Presidenziale N. 114 del 2025, le società straniere sono di fatto obbligate a formare joint venture con il consorzio HTS/SSG. Questo oligopolio estrae rendite lecitamente, finanziando le basi armate della nuova leadership per prevenire il ritorno della vecchia guardia.
Il Paradosso delle Sanzioni: L’Overcompliance e l’avvicendamento del Golfo La farsa delle sanzioni raggiunge qui il suo apice. Dopo aver affamato il popolo siriano, l’UE e gli Usa (con la General License 25 dell’OFAC) hanno smantellato il regime sanzionatorio per energia, trasporti e banche (Industrial Bank, Popular Credit Bank, Commercial Bank of Syria e la Syrian Arab Airlines). Un documento riservato della Kallas (maggio 2025) proponeva persino di incanalare finanziamenti diretti al Ministero della Difesa e dell’Interno siriani per scopi antiterrorismo. L’Occidente finanzia apertamente quegli stessi apparati coercitivi gestiti dagli islamisti.
Tuttavia, l’economia sconta il rischio di overcompliance. Le banche internazionali europee, temendo le normative antiriciclaggio e sanzioni secondarie verso i beneficiari occulti (le ex-leadership HTS di E-clean e Green Energy), rifiutano le transazioni. Il vuoto lasciato dall’Europa, frenata dai suoi stessi veti passati, viene riempito da consorzi cinesi, russi e dai capitali del Golfo (i veri sponsor originari della guerra siriana). L’Arabia Saudita e il Qatar pagano 29 milioni di dollari al mese per gli stipendi pubblici e hanno saldato il debito siriano di 15,5 milioni verso la Banca Mondiale. DP World (Emirati) investe 800 milioni per il porto di Tartus e il Qatar 14 miliardi per il nuovo aeroporto di Damasco.
Intelligence: Il Velo Strappato sul Triangolo Damasco-Washington-Bruxelles Il vero collante di questa restaurazione è la cooperazione di intelligence tra il governo ex-ribelle e l’Occidente, orchestrata dal Ministro dell’Interno Anas Khattab e dal capo dell’Intelligence Hussein Salamah. Dal 2025, Damasco condivide informazioni con le forze USA e UE per sradicare l’infrastruttura dell’Iran e dell’ISIS, culminate in incursioni a Deir ez-Zor e al-Bukamal.
Questa alleanza conferma ciò che l’informazione alternativa ha sempre denunciato: l’obiettivo occidentale in Siria non era la libertà civile, ma estromettere l’influenza dell’Iran e della Russia dall’area. Salamah ha declassato storici alleati come Hezbollah e l’Iran a minacce dirette per la sovranità siriana, alla stregua di Israele. Kallas ha usato questo cinico disallineamento per giustificare i fondi ad al-Sharaa. Intanto, una lotta intestina a Bruxelles tra Ursula von der Leyen (che vuole una sua cellula) e la Kallas (a difesa dell’INTCEN) indebolisce le difese contro le minacce ibride di una Russia ormai estromessa dalla Siria.
Le Forze Democratiche Siriane (SDF) e la Leva Umanitaria Il nord-est del Paese è oggetto di una finta pacificazione. Le milizie curde SDF sono state incorporate nelle forze regolari, cedendo Aeroporto di Qamishlo, frontiere e campi petroliferi a Damasco. L’UE appoggia la mossa per frenare la Turchia, ma il cessate il fuoco è fragilissimo. La nomina del curdo Nour al-Din Ahmad a governatore di Hasakah è specchietto per le allodole: l’amministrazione è in mano ai militari centrali e le nuove dogane (es. a Semalka) stanno affamando le province curde. Il Rojava resta vitale per l’UE solo perché ospita migliaia di ex-combattenti ISIS in campi come al-Hol.
Sul fronte dei diritti umani, la “giustizia transizionale” avallata dall’UE è l’ennesima narrazione a uso dei donatori occidentali. La Commissione Nazionale (maggio 2025) e processi-vetrina come quello ad Atef Najib (Quarta Corte Criminale di Damasco) convivono con brutali corti militari usate contro i civili ad Aleppo (300 ex-lealisti) e a Sweida nel luglio 2026. L’uso di tribunali militari solleva il grave sospetto di persecuzioni etniche e settarie (in particolare contro alawiti e drusi), che storicamente lo Stato laico precedente aveva sempre tutelato, mentre l’estremismo musulmano reprime le minoranze. Permane la repressiva Legge sui Crimini Informatici N. 20 (2022). L’UE minaccia di ricongelare i fondi se le violenze settarie esplodono, ma le priorità sono chiaramente altre.
Conclusioni: La Siria Trasformata in “Stato Cuscinetto” Il “grande ritorno” dell’UE guidato dalla Kallas opera sul consueto doppio binario: retorica democratica a favor di telecamere, e cinismo operativo sottobanco. La convergenza diplomatica evidenzia tre scenari (2026-2028):
Legittimazione tramite State Capture: Per mantenere stabilità, l’UE finanzia il restauro di un nuovo autoritarismo, dove i fornitori europei ingrassano un cartello di aziende riconducibili agli ex jihadisti.
Lo Stato Cuscinetto: L’alleanza di intelligence (Khattab-Salamah) prova che per l’Occidente la Siria non deve essere democratica, ma solo una barriera securitizzata contro l’Iran e l’ondata jihadista che l’Occidente stesso ha scatenato.
Il declino europeo: Divisa tra la Kallas e la Von der Leyen, e incapace di fare a meno dei capitali arabi, l’Europa si relega all’irrilevanza strategica, finanziando progetti di soft infrastructure mentre il Golfo compra il Paese.
In sintesi, la stabilità auspicata dall’Europa non è altro che l’anticamera di una nuova tirannia radicale, coperta dall’omertà della diplomazia internazionale e dal silenzio accondiscendente dei media mainstream.
legenda: state capture = forma grave di corruzione sistemica in cui interessi privati riescono a influenzare e controllare le decisioni, le leggi e le istituzioni di un governo per trarne vantaggio economico personale o di gruppo
mercoledì 16 settembre 2026
I cristiani palestinesi stanno scomparendo: come resistere all'espulsione?
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| responsabili cristiani riuniti a Taybeh |
I leader religiosi, gli attivisti e i media palestinesi continuano a lanciare l'allarme: i cristiani palestinesi stanno abbandonando la Terra Santa. Ma ciò che serve ora è una strategia istituzionale ed economica che renda la permanenza una scelta praticabile, non solo morale.
di SAMI MSHASHA
Sono nato e cresciuto a Gerusalemme, e vivo ancora qui. Crescendo, non ricordo che la mia generazione o mio padre facessero distinzioni tra amici e vicini in base alla religione. Non ho mai pensato a Issam, il mio amico, come "il cristiano", né a Nizar, il mio vicino di casa, come "il musulmano".
A un certo punto, però, una strana espressione è entrata nel nostro vocabolario: "i nostri fratelli cristiani, i nostri partner nella patria". Non mi è mai piaciuta. Perché "partner"? Non sono mai stati altro che una parte autoctona di questo paese — milh hadha al-ard , ovvero "il sale della terra", come diciamo in arabo.
Provo lo stesso disagio per slogan come "cerchiamo l'unità nazionale tra musulmani e cristiani palestinesi". Tali slogan finiscono spesso per produrre l'effetto contrario a quello che intendono, come se prima dovessimo stabilire che un popolo che ha vissuto insieme per secoli sia, di fatto, un unico popolo.
Questo è importante perché il declino della presenza cristiana palestinese è reale, grave e in accelerazione, e la risposta rimane in gran parte ferma al livello di avvertimento. Ogni pochi mesi, i leader religiosi, gli attivisti e i media palestinesi tornano a ripetere lo stesso messaggio: i cristiani stanno scomparendo. Ma non esiste un piano per contrastare questo declino.
Secondo i dati dell'Ufficio palestinese di statistica del 2017, oggi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est rimangono circa 47.000-50.000 cristiani, probabilmente anche meno. Prima della guerra, a Gaza vivevano circa 1.500 cristiani; si ritiene che oggi ne rimangano meno di 500, sebbene sia impossibile stabilire una cifra precisa a causa degli sfollamenti, delle uccisioni e della distruzione di istituzioni e documenti.
Questo declino non avviene tutto in una volta. Avviene silenziosamente: un giovane palestinese cristiano di Gerusalemme parte per studiare e non fa più ritorno; una coppia si costruisce una vita in Cile anziché a Betlemme; una famiglia di Ramallah si trasferisce a Houston, avendo concluso che costruirsi un futuro in patria è diventato semplicemente troppo difficile. Le ragioni sono chiare a tutti: l'occupazione, il regime dei permessi, l'espansione degli insediamenti, l'escalation della violenza dei coloni, le severe restrizioni alla libertà di movimento, la frammentazione del territorio, la pressione economica e l'assenza di prospettive politiche. Questa è la gabbia – la prigione a cielo aperto – in cui vivono i palestinesi. Ma spiegare l'emigrazione cristiana solo attraverso questa lente non è più sufficiente.
Prima di proseguire, è importante riconoscere quanto è già stato fatto. Più di 15 anni fa, Kairos Palestine ha proposto una visione diversa, a partire dal suo documento del 2009 , sviluppandosi poi in un movimento teologico e politico e in una piattaforma di advocacy internazionale. Il suo messaggio era chiaro: i cristiani palestinesi non sono una minoranza separata in attesa di essere salvata dall'esterno. Sono una parte autoctona e profondamente radicata del popolo palestinese. Rimanere sulla terra e resistere alla sua espropriazione, sosteneva Kairos Palestine, sono responsabilità sia politiche che teologiche. Con questa voce, Kairos ha portato la Palestina nelle chiese e nelle comunità cristiane all'estero, chiedendo azioni di sensibilizzazione, pressioni politiche e boicottaggio, insistendo sul fatto che l'emigrazione non debba diventare un destino inevitabile.
Il problema, quindi, non è la mancanza di visione. Esiste un linguaggio di fermezza e una rete internazionale di sostegno. Ciò che manca è l'infrastruttura istituzionale ed economica che renda possibile la permanenza. È facile dire a un giovane palestinese: "Rimani nella tua terra". La parte più difficile è rispondere alle domande che seguono: Dove lavorerò? Posso permettermi una casa? Come farò a istruire i miei figli, ad avviare un'attività e cosa succederà quando la mia casa verrà demolita o quando non potrò raggiungere l'università o il posto di lavoro?
È qui che le chiese assumono una responsabilità particolare. Possiedono risorse che la maggior parte delle organizzazioni della società civile palestinese non ha: terreni e proprietà di valore, scuole, ospedali, foresterie, risorse finanziarie e reti internazionali. La proprietà ecclesiastica non può essere trattata semplicemente come una questione amministrativa interna. Le battaglie per le proprietà storiche intorno alla Porta di Giaffa a Gerusalemme hanno dimostrato le conseguenze della perdita di terreni palestinesi cristiani strategicamente importanti. La lezione dovrebbe essere chiara: non si può coinvolgere la comunità in generale solo dopo che una proprietà è stata persa. Le vendite importanti e i contratti di locazione a lungo termine di proprietà cristiane palestinesi dovrebbero essere soggetti a una revisione locale indipendente che coinvolga rappresentanti della comunità ed esperti palestinesi in diritto, finanza e settore immobiliare. Gli arabi ortodossi palestinesi chiedono da generazioni un ruolo maggiore negli affari della Chiesa: il fatto che la riforma sia difficile non è un motivo per evitarla.
Lo stesso principio dovrebbe applicarsi alle scuole, agli ospedali e agli istituti professionali gestiti dalla Chiesa. Le borse di studio potrebbero dare priorità ai settori necessari all'economia palestinese e i programmi di formazione professionale potrebbero fornire ai giovani gli strumenti per guadagnarsi da vivere senza dover lasciare il Paese. Le Chiese legate al settore dei pellegrinaggi e del turismo religioso potrebbero impegnarsi attivamente per far sì che una maggiore parte di tali entrate rimanga nell'economia locale, sostenendo guide turistiche palestinesi, pensioni, ristoranti, fornitori di servizi di trasporto e piccole imprese.
Nessuno dovrebbe sopravvalutare ciò che le chiese possono realizzare. Una borsa di studio non crea un lavoro e un attestato di formazione non elimina un posto di blocco. Le chiese non possono porre fine all'occupazione né creare uno Stato palestinese. Ma possono decidere se le risorse che controllano rimarranno servizi isolati o diventeranno parte di una strategia coerente per la sopravvivenza della comunità.
Le tredici confessioni religiose in Palestina non hanno bisogno di fondersi, e questo è chiaramente irrealistico. Devono coordinarsi e suddividere le responsabilità in base ai rispettivi punti di forza. Il Patriarcato ortodosso, in virtù dei suoi possedimenti terrieri, ha una responsabilità particolare nella difesa delle terre di proprietà della Chiesa. Le istituzioni cattoliche possono fare di più nell'ambito dell'istruzione e della formazione professionale. Le chiese anglicana e protestante, grazie alle loro reti internazionali, possono assumere un ruolo più incisivo nella difesa dei diritti civili, nel riconoscimento del diritto di residenza, nel ricongiungimento familiare e nella pressione internazionale.
La diaspora rappresenta un'altra risorsa in gran parte inutilizzata. I cristiani palestinesi nelle Americhe, in Europa e nel mondo arabo possiedono capitali, competenze e reti imprenditoriali. La domanda è: dove sono quando si tratta di fornire prestiti alle piccole imprese, assistenza abitativa, progetti per i giovani e investimenti nelle comunità cristiane palestinesi – a Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour, Gerusalemme, Taybeh, Zababdeh e altrove? Forse, ancor più urgentemente: dove sono quando si tratta della comunità cristiana palestinese di Gaza, che sta scomparendo rapidamente? Ciò che serve sono capitali, una gestione competente, trasparenza e volontà.
Anche la società civile palestinese, le associazioni imprenditoriali, gli ordini professionali, i leader politici e le istituzioni musulmane dovrebbero partecipare a uno sforzo nazionale per proteggere la presenza cristiana. Il declino dei cristiani è parte della più ampia crisi palestinese relativa alla terra, alla libertà di movimento, all'occupazione e alla demografia. Dovrebbero essere istituiti meccanismi concreti di collaborazione tra musulmani e cristiani per difendere le famiglie a rischio di sfollamento, sostenere le imprese locali e tutelare le comunità minacciate.
Anche la solidarietà occidentale deve cambiare. "Salvare i cristiani della Terra Santa" è un messaggio emotivamente potente, ma può oscurare la realtà più ampia: i palestinesi, musulmani e cristiani, sono costretti ad andarsene a causa dell'occupazione e delle condizioni che essa crea. Il messaggio migliore è: aiutare i palestinesi a rimanere nella loro terra e aiutare i cristiani palestinesi a costruirvi un futuro. Ciò significa sostenere alloggi, formazione professionale, piccole imprese, difesa legale, tutela della terra e istituzioni comunitarie, non limitarsi a produrre l'ennesimo rapporto che documenta quanti cristiani se ne sono andati.
È tempo che le chiese palestinesi misurino il loro ruolo e il loro impatto in modo diverso: quante famiglie hanno aiutato a rimanere? Quante case sono state restaurate? Quanti giovani sono stati formati e aiutati a trovare lavoro? Quanta terra è stata protetta? Questi sono i veri indicatori.
Il declino demografico dei cristiani palestinesi è reale e doloroso. La causa è l'occupazione e, sebbene le chiese non possano porvi fine, ciò non le esime dalla responsabilità di ciò che possono fare. Hanno terre, istituzioni, denaro, scuole, reti internazionali e una diaspora. Kairos Palestine ha dato alla fermezza dei cristiani palestinesi un linguaggio e una voce politica. Ciò che serve ora è trasformare questo messaggio in un progetto istituzionale ed economico che renda la permanenza nella terra natale di Gesù una scelta praticabile.
Per anni ci siamo chiesti: quanti cristiani sono rimasti? Quanti se ne sono andati? La domanda giusta è diversa: cosa abbiamo fatto per garantire che la famiglia cristiana palestinese possa rimanere radicata nella sua casa, nella sua terra e nella sua patria?
SAMI MSHASHA 30 AGOSTO 2026
https://mondoweiss.net/2026/08/palestinian-christians-are-disappearing-warnings-are-not-enough/
lunedì 14 settembre 2026
‘Il pane è una preghiera’: Quando Cristo distribuiva il pane alla gente di Gaza
Lo scrittore palestinese Hani al-Salmy riflette sul suo amico cristiano Elias, la cui compassione, nel mezzo del genocidio, rivela i profondi legami di fede e umanità che resistono a Gaza.
Il mio amico cristiano, Elias Abu Alaa. Mentre scrivo il suo nome, sento che non sto scrivendo soltanto di un amico, ma di una parte di Gaza che conosco e che temo di perdere.
La guerra non distrugge soltanto le case. Non si limita a sradicare gli alberi o a ridurre moschee e chiese a mura ferite. Cerca di distruggere qualcosa di più profondo della pietra: cerca di rendere le persone estranee ai luoghi a cui appartengono, costringendole a porsi una domanda dolorosa: abbiamo ancora un posto qui?
La guerra ha distrutto chiese nella Striscia di Gaza e ha gravemente danneggiato molte moschee. Dei luoghi che un tempo riunivano le persone sono rimasti poco più che ricordi e preghiere sospese nell’aria. Eppure, ogni volta che finiva un’altra guerra, cercavo il mio amico Elias e mi ponevo sempre la stessa domanda: Elias se ne andrà quando la guerra sarà finita?
È una domanda semplice, ma porta con sé un peso che faccio fatica a sopportare. Con ogni guerra che si abbatte su Gaza, sento che l’idea di partire diventa un po’ più forte dentro il mio amico. Non posso biasimarlo. So che quando una persona vede la propria casa crollare, la propria strada ridotta in macerie e la propria chiesa, che ha custodito le preghiere di generazioni, minacciata o distrutta, comincia a pensare a un altro luogo dove poter offrire ai propri figli una vita con meno paura.
Ma, allo stesso tempo, temo che andarsene diventi l’unica soluzione che conosciamo. Temo che un giorno ci sveglieremo e scopriremo che a Gaza sono rimasti soltanto coloro che non hanno potuto andarsene.
Il numero dei cristiani a Gaza diminuisce anno dopo anno, e ogni persona che parte porta con sé una storia, un piccolo frammento dell’anima della città. Elias lo sa meglio di chiunque altro. Per questo, a volte, l’ho visto sprofondare nel silenzio, come se dentro di lui ci fosse una valigia che non voleva aprire davanti a me. Io facevo finta di non vederla.
Una volta, durante la guerra, l’ho trovato con un sacco di farina sulle spalle. Non lo stava portando a casa. Lo stava distribuendo agli sfollati. Il suo volto era esausto, i suoi vestiti coperti dalla polvere di lunghe giornate, ma camminava tra la gente come se la farina che portava con sé fosse qualcosa di più del semplice cibo, come se fosse un piccolo messaggio che diceva che la fame non deve vincere.
Gli ho chiesto: “Dove stai portando tutta questa farina?”
Ha sorriso e mi ha detto che Cristo dava il pane agli affamati.
Non sapevo cosa dire.
Sono rimasto semplicemente a guardarlo mentre portava quel sacco, pensando che quando le religioni escono dalle pagine dei libri ed entrano nella vita delle persone diventano pane, acqua e una mano tesa verso un altro essere umano.
Quel giorno non ho visto un uomo cristiano che portava della farina. Ho visto un essere umano che portava tutta Gaza dentro un piccolo sacco.
Avrebbe potuto tenerla per sé, ma ha scelto di portarla a chi ne aveva più bisogno.
Forse è per questo che ho sempre tenuto così tanto alla mia amicizia con Elias. Non ha mai avuto bisogno di lunghe spiegazioni sulla religione. Lui è un cristiano che ama la Moschea al-Omari, mentre io, musulmano, non sono mai entrato nella chiesa battista dove il mio amico è stato battezzato.
Ogni volta che Elias entrava nella Moschea al-Omari, tornava e mi raccontava decine di cose. Mi parlava delle sue pietre, del cortile, della sua immensità e della sensazione che provava standovi dentro. La descriveva come se stesse parlando di una vecchia casa che conosceva fin dall’infanzia.
Lo ascoltavo e mi vergognavo un po’. Il mio amico cristiano conosceva la mia moschea meglio di quanto io conoscessi la sua chiesa. Lui amava la Moschea al-Omari, mentre io non ero mai entrato nella chiesa battista dove Elias è stato battezzato.
Forse abbiamo vissuto fianco a fianco per tutti questi anni senza scoprire tutti i sentieri che avrebbero potuto condurre ciascuno di noi nella casa dell’altro. Solo la guerra ci ha fatto capire che la distanza tra una moschea e una chiesa non si misura sempre in strade. A volte esiste nei nostri cuori.
Dopo tutto quello che è successo, ho cominciato a pensarci in modo diverso.
Che cosa significa avere un amico cristiano a Gaza?
Forse significa capire che questa terra non appartiene a una sola comunità religiosa. Significa sapere che le campane delle chiese e il richiamo alla preghiera delle moschee non sono voci contrapposte, ma due parti della stessa memoria, della stessa città.
Significa avere un amico con cui puoi parlare della paura senza chiederti quale sia la sua religione, della fame senza pensare alle sue preghiere e della morte senza cercare di conoscere i suoi riti.
Significa vederlo portare farina agli sfollati e dire semplicemente: questo è il mio amico.
Forse la cosa più bella di Gaza è che, nonostante tutto, ci ha insegnato che un essere umano può diventare casa per un altro.
Ho paura che Elias se ne vada, non semplicemente perché è cristiano, ma perché è Elias.
Ho paura che la guerra finisca e che il mio amico non torni nel luogo di cui un tempo mi descriveva le pietre, le porte e le finestre.
Ho paura che decida che vivere altrove sia meno doloroso, e avrebbe tutto il diritto di farlo.
Ma ho ancora più paura che un giorno cercheremo i cristiani a Gaza e troveremo soltanto le loro vecchie fotografie, i loro nomi nei registri delle chiese e le storie raccontate dai loro amici.
Voglio che Elias resti, ma non ho il diritto di chiedergli di restare.
Non posso dirgli: “Resta per Gaza”, quando Gaza stessa non è riuscita a proteggerlo.
Tutto ciò che posso dire è che spero che un giorno Elias possa scegliere di restare perché vuole restare, non perché non ha altra scelta.
Spero che ci incontreremo dopo la guerra, non sotto una tenda, non accanto a una casa distrutta e non in fila per l’acqua o per il pane, ma in una strada tranquilla.
Voglio che mi porti nella chiesa battista dove è stato battezzato e che me ne racconti ogni dettaglio, come un tempo mi raccontava della Moschea al-Omari.
Voglio sentirlo parlare di nuovo delle pietre, delle porte e delle preghiere.
Poi, forse, lo porterò alla Moschea al-Omari, se ne sarà rimasto abbastanza da indicarci ancora la strada.
Cammineremo insieme tra questi due luoghi, non per dimostrare che uno assomiglia all’altro, ma per scoprire che entrambi hanno fatto parte delle nostre vite.
E forse, quando finalmente ci siederemo, gli ricorderò il sacco di farina che portava durante la guerra. Gli ricorderò ciò che mi ha detto di Cristo e del pane.
Elias riderà, forse, e mi dirà che sto esagerando, come faccio sempre nelle mie storie.
Ma gli dirò che non ho dimenticato.
Perché quel giorno mi ha insegnato qualcosa di semplice: che il pane può essere una preghiera, che aiutare chi ha fame può essere una preghiera e che l’amicizia stessa, in una città dove la guerra cerca di dividere le persone, può essere una preghiera.
Quindi, Elias, non so se te ne andrai quando la guerra sarà finita.
Non so cosa deciderai e, in verità, non ho il diritto di chiederti nulla.
Ma so che ogni volta che sentirò parlare di una famiglia cristiana che lascia Gaza, penserò a te.
E continuerò a sperare che tu rimanga, non perché sei cristiano e non perché io sono musulmano, ma perché sei mio amico.
Perché la Gaza che sogniamo dopo la guerra ha bisogno di tutti i suoi figli: delle campane delle sue chiese, dei minareti delle sue moschee, del suo pane, delle sue storie e di amici come Elias Abu Alaa, che sanno che, prima di ogni altra cosa, un essere umano è fratello di un altro.





