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venerdì 25 settembre 2026

Il cinico “Ritorno” dell’Europa in Siria


di Patrizio Ricci - Vietato Parlare

La caduta del governo siriano nel dicembre 2024 ha innescato un profondo mutamento nelle dinamiche geopolitiche del Levante, costringendo la comunità internazionale a gettare la maschera su decenni di doppiezze diplomatiche e mediatiche. Al centro di questa complessa transizione si pone il governo ad interim guidato da Ahmed al-Sharaa, il quale ha rapidamente consolidato il potere a Damasco promettendo riforme di facciata. Chi è Ahmed al-Sharaa? È l’uomo precedentemente noto come Abu Mohammed al-Jolani, leader storico di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ed ex filiale siriana di Al Qaeda. È con questa fazione — che l’Occidente per anni ha prima finanziato e poi finto di combattere — che l’Unione Europea (UE) si sta preparando a orchestrare quello che fonti diplomatiche definiscono un “grande ritorno” in Siria.

Questo riposizionamento europeo rivela l’ennesima narrazione fuorviante offerta dai grandi media: il ritorno europeo non è un’operazione di pace, ma si configura come un’operazione condotta sotto la più stretta sorveglianza militare, caratterizzata da accordi indicibili in materia di sicurezza sul campo e da opache operazioni di intelligence. L’Alto Rappresentante dell’UE per gli affari esteri, Kaja Kallas, si è assunta l’onere di guidare questa spregiudicata manovra, programmando una visita a Damasco per validare le intenzioni di un esecutivo di matrice jihadista.

Le indiscrezioni più rilevanti indicano che la nuova amministrazione siriana ha istituito un sofisticato sistema per fagocitare i rapporti tra i fornitori di servizi internazionali e le figure apicali del nuovo regime. Tale sistema cela un pervasivo apparato di controllo e di estrazione di rendite, attraverso il quale le ex-fazioni ribelli estremiste — le stesse armate per anni dalle potenze del Golfo e dall’Occidente — stanno trasformando il proprio potere militare in un’egemonia economica totalizzante.

Il presente rapporto analizza le direttrici di questa evoluzione: la paradossale architettura diplomatica dell’UE, il nuovo ecosistema economico-clientelare di Damasco e le complesse reti di intelligence che legano apertamente il governo di transizione alle potenze occidentali.

L’Architettura Diplomatica: la Dottrina Kallas e l’Ipocrisia del “Ritorno Sorvegliato” La strategia dell’Unione Europea si fonda sull’imperativo di evitare un vuoto di potere. Kaja Kallas ha avvertito i ministri degli esteri del rischio che la Siria possa trasformarsi in una “nuova Libia o in un nuovo Afghanistan”. Un’affermazione che suona come una beffa, se si considera che proprio le ingerenze e i finanziamenti occidentali hanno scatenato i disastri in Libia e in Siria. Kallas ha promosso una dottrina di engagement definita “step-for-step”, che subordina la normalizzazione e gli aiuti finanziari a presunte riforme di Damasco.

Il culmine di questa strategia è la riattivazione della Delegazione dell’UE a Damasco, nel quartiere di Abou Roumaneh (delocalizzata a Beirut dal 2012). Il capo della delegazione, l’Ambasciatore Michael Ohnmacht, ha l’incarico di preparare il terreno alla visita della Kallas. Questa mossa fa seguito al viaggio del gennaio 2026 dei Presidenti del Consiglio e della Commissione Europea a Damasco per annunciare un partenariato politico, culminato nel Dialogo Politico ad Alto Livello del maggio 2026 co-presieduto dalla Kallas e dal Ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani. L’UE ha incredibilmente messo sul tavolo 620 milioni di euro per il biennio 2026-2027.

Tuttavia, le cancellerie europee sono divise. Se Italia e Spagna hanno accelerato i contatti bilaterali inviando incaricati d’affari per proteggere i propri interessi, altri Stati mantengono una diffidenza verso le radici islamiste dell’HTS. Eppure, il leader al-Sharaa è stato rimosso dalle liste del terrorismo internazionale solo grazie a un cinico calcolo di pragmatismo politico di Washington e Bruxelles.

Tabella: La Geopolitica del Sostegno Occidentale

  • Sospensione parziale sanzioni (Feb. 2025): Settori chiave civili ed energetici. Dopo anni in cui le sanzioni europee hanno causato la morte per denutrizione e malattie della popolazione civile, improvvisamente vengono rimosse per non far crollare le fazioni ribelli neo-insediate.

  • Rimozione sanzioni economiche generali (Mag. 2025): Sblocco della Commercial Bank of Syria per la “ripresa socio-economica”. Le sanzioni inique, definite immorali anche dai vescovi siriani, cadono nel momento in cui al potere salgono gli estremisti graditi.

  • Dialogo Politico ad Alto Livello (Mag. 2026): Ufficializzazione del partenariato in cambio di “progressi” sui diritti.

  • Riattivazione Delegazione UE (In corso 2026): Presenza sul campo sotto la garanzia delle forze del Ministero dell’Interno siriano (ex insorti).

Sicurezza e la Complicità Occidentale: pagare i Terroristi per Proteggersi  Dietro la facciata, l’UE sta preparando un rafforzamento drastico della propria presenza in materia di sicurezza, certificando che la Siria “liberata” è in realtà un ambiente ad altissimo rischio. Il contratto EEAS/DELSYRD/2025/NP/0099, emesso dalla Commissione Europea per il SEAE (valore 3,56 milioni di dollari per aprile 2025 – aprile 2026), prevede un massiccio dispositivo per la Delegazione UE: Close Protection Teams, veicoli blindati e tracciamento GPS continuo.

Le preoccupazioni dell’INTCEN (Centro di competenza per l’intelligence dell’UE) sul ritorno di foreign fighters e membri ISIS o al-Qaeda fuggiti dalle carceri, confermano i peggiori timori: l’Occidente ha armato e addestrato forze estremiste, e ora ne teme il contraccolpo sui confini di Schengen.

Il paradosso si fa grottesco sul mercato della sicurezza privata. Secondo il Decreto 55 del 2013, le Private Security Companies (PSC) necessitano di licenze governative. Oggi questo apparato è in mano all’HTS. Affinché il SEAE protegga i suoi diplomatici, i contractor internazionali devono operare con le PSC locali e l’intelligence siriana. In pratica, i fondi europei filtrano inevitabilmente verso attori legati a ex milizie jihadiste, aggirando ogni due diligence etica pur di mantenere l’avamposto e assumendo personale locale militarizzato per la guida evasiva.

Il Nuovo Ecosistema Economico: la “State Capture” dell’ex Ribellione   Le indiscrezioni confermano che l’HTS ha attuato un metodico processo di State Capture*. Sfruttando l’esperienza del Syrian Salvation Government (SSG) a Idlib, l’HTS non ha distrutto le istituzioni a Damasco, ma le ha decapitate riempiendole con i propri quadri per monopolizzare i capitali esteri.  Il sistema si regge su società parastatali, veri e propri gatekeepers obbligatori per chiunque voglia investire (inclusi colossi Usa come Chevron, ConocoPhillips o aziende tech come Google e Meta):

  • Green Energy: Monopolio sulla fornitura elettrica e infrastrutture energetiche.

  • E-clean: Intermediario per i fondi UE e ONU per gestione rifiuti e macerie.

  • Zajel: Controllo della logistica, trasporti e mobilità delle ONG internazionali.

Sotto il Decreto Presidenziale N. 114 del 2025, le società straniere sono di fatto obbligate a formare joint venture con il consorzio HTS/SSG. Questo oligopolio estrae rendite lecitamente, finanziando le basi armate della nuova leadership per prevenire il ritorno della vecchia guardia.

Il Paradosso delle Sanzioni: L’Overcompliance e l’avvicendamento del Golfo  La farsa delle sanzioni raggiunge qui il suo apice. Dopo aver affamato il popolo siriano, l’UE e gli Usa (con la General License 25 dell’OFAC) hanno smantellato il regime sanzionatorio per energia, trasporti e banche (Industrial Bank, Popular Credit Bank, Commercial Bank of Syria e la Syrian Arab Airlines). Un documento riservato della Kallas (maggio 2025) proponeva persino di incanalare finanziamenti diretti al Ministero della Difesa e dell’Interno siriani per scopi antiterrorismo. L’Occidente finanzia apertamente quegli stessi apparati coercitivi gestiti dagli islamisti.

Tuttavia, l’economia sconta il rischio di overcompliance. Le banche internazionali europee, temendo le normative antiriciclaggio e sanzioni secondarie verso i beneficiari occulti (le ex-leadership HTS di E-clean e Green Energy), rifiutano le transazioni. Il vuoto lasciato dall’Europa, frenata dai suoi stessi veti passati, viene riempito da consorzi cinesi, russi e dai capitali del Golfo (i veri sponsor originari della guerra siriana). L’Arabia Saudita e il Qatar pagano 29 milioni di dollari al mese per gli stipendi pubblici e hanno saldato il debito siriano di 15,5 milioni verso la Banca Mondiale. DP World (Emirati) investe 800 milioni per il porto di Tartus e il Qatar 14 miliardi per il nuovo aeroporto di Damasco.

Intelligence: Il Velo Strappato sul Triangolo Damasco-Washington-Bruxelles  Il vero collante di questa restaurazione è la cooperazione di intelligence tra il governo ex-ribelle e l’Occidente, orchestrata dal Ministro dell’Interno Anas Khattab e dal capo dell’Intelligence Hussein Salamah. Dal 2025, Damasco condivide informazioni con le forze USA e UE per sradicare l’infrastruttura dell’Iran e dell’ISIS, culminate in incursioni a Deir ez-Zor e al-Bukamal.

Questa alleanza conferma ciò che l’informazione alternativa ha sempre denunciato: l’obiettivo occidentale in Siria non era la libertà civile, ma estromettere l’influenza dell’Iran e della Russia dall’area. Salamah ha declassato storici alleati come Hezbollah e l’Iran a minacce dirette per la sovranità siriana, alla stregua di Israele. Kallas ha usato questo cinico disallineamento per giustificare i fondi ad al-Sharaa. Intanto, una lotta intestina a Bruxelles tra Ursula von der Leyen (che vuole una sua cellula) e la Kallas (a difesa dell’INTCEN) indebolisce le difese contro le minacce ibride di una Russia ormai estromessa dalla Siria.

Le Forze Democratiche Siriane (SDF) e la Leva Umanitaria    Il nord-est del Paese è oggetto di una finta pacificazione. Le milizie curde SDF sono state incorporate nelle forze regolari, cedendo Aeroporto di Qamishlo, frontiere e campi petroliferi a Damasco. L’UE appoggia la mossa per frenare la Turchia, ma il cessate il fuoco è fragilissimo. La nomina del curdo Nour al-Din Ahmad a governatore di Hasakah è specchietto per le allodole: l’amministrazione è in mano ai militari centrali e le nuove dogane (es. a Semalka) stanno affamando le province curde. Il Rojava resta vitale per l’UE solo perché ospita migliaia di ex-combattenti ISIS in campi come al-Hol.

Sul fronte dei diritti umani, la “giustizia transizionale” avallata dall’UE è l’ennesima narrazione a uso dei donatori occidentali. La Commissione Nazionale (maggio 2025) e processi-vetrina come quello ad Atef Najib (Quarta Corte Criminale di Damasco) convivono con brutali corti militari usate contro i civili ad Aleppo (300 ex-lealisti) e a Sweida nel luglio 2026. L’uso di tribunali militari solleva il grave sospetto di persecuzioni etniche e settarie (in particolare contro alawiti e drusi), che storicamente lo Stato laico precedente aveva sempre tutelato, mentre l’estremismo musulmano reprime le minoranze. Permane la repressiva Legge sui Crimini Informatici N. 20 (2022). L’UE minaccia di ricongelare i fondi se le violenze settarie esplodono, ma le priorità sono chiaramente altre.

Conclusioni: La Siria Trasformata in “Stato Cuscinetto”  Il “grande ritorno” dell’UE guidato dalla Kallas opera sul consueto doppio binario: retorica democratica a favor di telecamere, e cinismo operativo sottobanco. La convergenza diplomatica evidenzia tre scenari (2026-2028):

  1. Legittimazione tramite State Capture: Per mantenere stabilità, l’UE finanzia il restauro di un nuovo autoritarismo, dove i fornitori europei ingrassano un cartello di aziende riconducibili agli ex jihadisti.

  2. Lo Stato Cuscinetto: L’alleanza di intelligence (Khattab-Salamah) prova che per l’Occidente la Siria non deve essere democratica, ma solo una barriera securitizzata contro l’Iran e l’ondata jihadista che l’Occidente stesso ha scatenato.

  3. Il declino europeo: Divisa tra la Kallas e la Von der Leyen, e incapace di fare a meno dei capitali arabi, l’Europa si relega all’irrilevanza strategica, finanziando progetti di soft infrastructure mentre il Golfo compra il Paese.

In sintesi, la stabilità auspicata dall’Europa non è altro che l’anticamera di una nuova tirannia radicale, coperta dall’omertà della diplomazia internazionale e dal silenzio accondiscendente dei media mainstream.

 legenda: state capture = forma grave di corruzione sistemica in cui interessi privati riescono a influenzare e controllare le decisioni, le leggi e le istituzioni di un governo per trarne vantaggio economico personale o di gruppo

 https://www.vietatoparlare.it/il-cinico-ritorno-delleuropa-in-siria-come-loccidente-finanzia-il-regime-e-consolida-il-disastro-siriano/

venerdì 6 febbraio 2026

Al-Hol: il campo di prigionia di 40.000 persone che nessuno vuole vedere.

 

di Patrizio Ricci

C’è un luogo nel nord-est della Siria, al di sopra dell’Eufrate, che da anni rappresenta una delle più clamorose anomalie morali e politiche del Medio Oriente contemporaneo. È il campo di al-Hol, una distesa di tende piantate nella provincia di Hassaké, a pochi chilometri dal confine iracheno. Qui, nel 2026, sono ammassate circa 40.000 persone: donne, bambini, anziani e una quota non marginale di ex combattenti e sostenitori dell’ISIS. Un numero inferiore rispetto ai picchi del 2019-2021, ma una situazione che, nella sostanza, è rimasta immutata. Ed è proprio questa immobilità a porre le domande più inquietanti.

Il Fatto Quotidiano ha avuto il merito, oggi, di riportare l’attenzione su al-Hol, descrivendo il recente passaggio di consegne nella gestione della sicurezza: il ritiro delle Forze Democratiche Siriane a guida curda e l’ingresso delle forze riconducibili al governo transitorio di Ahmed al-Sharaa. Una cronaca necessaria. Ma ciò che emerge, leggendo quelle righe, è una sensazione straniante: il tempo sembra essersi fermato. Le scene descritte – amputati che avanzano nel fango, tende con i loghi ONU, bambini apatici, un “comparto separato” per gli stranieri e una prigione dentro la prigione per i più pericolosi – potrebbero appartenere senza sforzo al 2021. O al 2020. O al 2019. 

Un campo di detenzione, non un rifugio

Chi conosce la storia recente di al-Hol sa che non si tratta solo di un’emergenza umanitaria. È stato, e in larga parte è ancora, un luogo di potere jihadista informale. Nel 2021, quando nel campo vivevano oltre 60.000 persone, vigeva di fatto una legge parallela: divieti assoluti, tribunali clandestini, esecuzioni sommarie. Ballare in una tenda poteva costare la vita. Le decapitazioni e gli omicidi di presunti “collaborazionisti” non erano eccezioni, ma strumenti di controllo sociale. Lo documentavano allora centri di ricerca indipendenti e grandi testate internazionali, dal The Wall Street Journal in poi.

Le donne e le vedove dei miliziani non erano semplici comparse: molte erano diventate attori attivi nella trasmissione dell’ideologia radicale, nel mantenere contatti con cellule esterne, nell’educare i bambini secondo la dottrina dello Stato Islamico. Le stesse autorità curde, sostenute dagli Stati Uniti, ammettevano di non avere mezzi sufficienti per spezzare questo circuito. Oggi, a distanza di anni, nulla indica che quel problema sia stato realmente risolto. È cambiato il numero degli internati, non la natura del luogo.

Bambini nati in un limbo

Due terzi degli abitanti di al-Hol sono minori. Molti non hanno mai visto altro che questo campo. Crescono tra violenza latente, indottrinamento, miseria materiale e assenza quasi totale di prospettive. La Mezzaluna Rossa curda denunciava già nel 2019 la morte di centinaia di bambini per malnutrizione, ipotermia, mancanza di cure. Le Nazioni Unite hanno parlato ripetutamente di “condizioni tragiche” e di un ambiente talmente insicuro da mettere a rischio persino gli operatori umanitari. Qui la domanda non è retorica, è brutale: che cosa diventeranno questi bambini? Quale futuro può nascere da un luogo che, di fatto, funziona come un incubatore di risentimento e radicalizzazione? Se l’Occidente si interroga – giustamente – sulle conseguenze a lungo termine di altri disastri umanitari, perché su al-Hol cala da anni un silenzio quasi totale?

Il paradosso della “zona sicura”

Per molto tempo, il nord-est della Siria sotto controllo statunitense e curdo è stato raccontato come una sorta di isola di stabilità contrapposta al “regime di Assad”. Eppure, a poche centinaia di metri da un contingente militare americano, è prosperato uno dei più pericolosi focolai jihadisti del dopoguerra siriano. Da qui sono evasi militanti, qui si sono riorganizzate reti clandestine, qui l’ISIS ha continuato a esercitare un’influenza reale.  È legittimo chiedersi come sia stato possibile. E soprattutto perché, mentre si invocano sanzioni, interventi e pressioni diplomatiche in nome dei diritti umani altrove, questo campo sia rimasto per anni una sorta di zona grigia, tollerata, rimossa dal dibattito pubblico. Un umanitarismo selettivo, che sembra attivarsi solo quando può essere usato come clava politica contro governi “indigesti”.

Il cambio di potere e le stesse domande

Oggi al-Hol è formalmente sotto il controllo del nuovo apparato statale siriano guidato da al-Sharaa. I media occidentali lo definiscono “esercito siriano”, sorvolando con sorprendente disinvoltura sul fatto che molte delle milizie confluite in questa struttura provengano da un passato jihadista, incluse componenti uigure ed ex affiliati ad al-Qaeda “riconvertiti”. È difficile sostenere che, sul piano ideologico, la distanza tra una parte di queste forze e l’ISIS sia così netta come si vorrebbe far credere.  Il Fatto Quotidiano racconta il ritiro improvviso delle SDF, i cancelli aperti, l’arrivo dell’esercito due ore dopo. Un passaggio quasi surreale, che solleva un’altra domanda: perché un campo di questa importanza strategica e simbolica viene gestito con tale leggerezza? E perché, ancora una volta, non si parla di smantellamento, ma solo di amministrazione dell’esistente?

Chi non vuole chiudere al-Hol?

Il nodo dei rimpatri resta irrisolto. Migliaia di stranieri – europei, asiatici, centroasiatici – restano nel campo perché i loro Paesi d’origine li considerano una minaccia. È una posizione comprensibile sul piano securitario, ma devastante sul piano politico e morale. Si scarica il problema su una terra già martoriata, trasformando la Siria in un deposito permanente delle conseguenze di una guerra che altri hanno contribuito ad accendere.

E qui il discorso si allarga. I documenti della Defense Intelligence Agency del 2012, le email di Hillary Clinton, le ammissioni indirette sul ruolo di alcuni alleati occidentali e del Golfo nella genesi del jihadismo siriano non sono fantasie complottiste, ma atti ufficiali. Mostrano come l’ascesa di un “principato salafita” nell’est della Siria fosse considerata, almeno in una fase, funzionale all’isolamento di Damasco e al contenimento dell’asse Iran-Russia. Se questo è vero – e i documenti lo indicano chiaramente – allora al-Hol non è solo un fallimento umanitario. È anche il residuo ingombrante di una strategia cinica, di cui oggi nessuno vuole assumersi la responsabilità.


La Defense Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti, in un rapporto del 2012, rivelava i piani in corso di un’asse guidata dagli Stati Uniti per creare quello che all’epoca definiva un “principato” (Stato) “salafita” (islamico). Qui  rapporto trapelato della DIA del 2012 (.pdf).

Una domanda che resta aperta

Perché al-Hol esiste ancora? Perché decine di migliaia di persone, in larga parte bambini, vivono da anni in un limbo che non è né giustizia né accoglienza? Perché questo scandalo permanente non occupa le prime pagine, non mobilita campagne, non produce sanzioni o conferenze internazionali?

Forse perché al-Hol è lo specchio di ciò che non si vuole ammettere: che la guerra siriana non è stata solo una tragedia “naturale”, ma anche il prodotto di calcoli geopolitici precisi. E che, finché quel campo resterà in piedi, continuerà a ricordarlo.

https://www.vietatoparlare.it/al-hol-il-campo-di-prigionia-di-40-000-persone-che-nessuno-vuole-vedere-perche-al-hol-esiste-ancora/

Una possibile risposta alla domanda posta da Ricci viene dalle considerazioni di Scaglione sui calcoli politici del presidente della Siria Al Sharaa......
Il governo di Damasco sta avendo la meglio, politicamente e militarmente, sull'autonomismo curdo nel nord della Siria, forte anche dei via libera accordati dall'estero. Cosa significa questo per il Paese? Tre considerazioni.

La recente sconfitta subita nel Nord-Est della Siria da parte delle Unità di autodifesa del popolo curdo, nerbo delle Forze democratiche siriane, e il declino di quell’esperimento di autogoverno curdo chiamato Rojava è stato letto soprattutto come l’ennesimo capitolo nella storia di quello che è conosciuto come il più grande popolo al mondo privo di uno Stato (i curdi sono più di 30 milioni). Un dramma che non può essere sottostimato, anche se gli errori della dirigenza curda, dalla sovrastima delle proprie forze all’eccesso di fiducia negli appoggi dall’estero, dalla mutevolezza nelle alleanze (via via Iran, Russia, Stati Uniti, Unione europea e infine Israele) a una gestione miope del dialogo/confronto con le autorità della Siria post-Assad, non sono stati pochi.

Dobbiamo però anche chiederci che cosa questa svolta politico-militare significhi per la Siria del presidente Ahmed al-Sharaa, fino a un anno fa più noto come Al-Jolani, leader delle milizie islamiste Hayat Tahrir al-Sham.

La prima considerazione è questa: Al-Sharaa incassa un evidente via libera dalla comunità internazionale. Significativi i due endorsement ricevuti nelle ultime settimane. Da un lato, quello degli Usa: il rappresentante speciale di Trump per la Siria, Tom Barrack, ha detto che il patto con i curdi era esaurito dal momento della sconfitta dell’Isis. Dall’altro quello della Russia: ricevuto al Cremlino (per la seconda volta nel giro di pochi mesi – ndr) il 28 gennaio 2026, Al-Sharaa ha ricevuto le congratulazioni di Vladimir Putin, il quale ha detto che «la Russia sarà sempre dalla parte dell’integrità territoriale della Siria». Insomma, via libera all’esercito siriano.

Seconda considerazione: prendendo il controllo dei territori fino a pochi giorni fa governati dai curdi, il governo siriano recupera una parte del Paese molto importante dal punto di vista economico, per l’agricoltura e per i giacimenti del petrolio. Proprio quella parte che per anni è stata controllata dagli Stati Uniti anche allo scopo di incrementare le sanzioni che avrebbero dovuto indebolire il regime di Bashar al-Assad. Questo non potrà che agevolare la ripresa della Siria, altro segnale che Usa, Europa e Paesi Arabi hanno deciso di puntare su Al-Sharaa e i suoi.

Terza considerazione, quella inquietante. Ora che l’autonomia curda sta venendo meno, al controllo del governo centrale siriano sfuggono ancora due porzioni di territorio. A Nord quello che la Turchia ha occupato negli anni sostenendo di volersi ritagliare una “zona cuscinetto” per proteggersi proprio dai curdi. È impossibile che Al-Sharaa, che così tanto deve alla Turchia, possa avventurarsi in un confronto con Erdogan. A Sud, invece, c’è la rivolta autonomista dei drusi, che a sua volta è la propaggine locale dell’occupazione israeliana. E qui per Al-Sharaa e la sua Siria le cose si fanno complicate. Rinunciare al Sud (le truppe israeliane sono a poche decine di chilometri dalla capitale Damasco) vorrebbe dire mutilare il Paese di un’area fondamentale, anche dal punto di vista delle relazioni internazionali. Ma cercare di recuperarlo vorrebbe dire aprire un confronto con Israele (che peraltro già sosteneva i curdi), questione pericolosa dal punto di vista militare ma anche dal punto di vista politico, perché la causa di Israele è assai cara sia agli Stati Uniti sia all’Europa.

È quindi ipotizzabile che dopo le recenti turbolenze Al-Sharaa cerchi di calmare le acque. Intanto per “assorbire” la minoranza curda, tradizionalmente inquieta. E poi per vedere se la diplomazia internazionale, alle prese ogni giorno con un colpo di scena, gli offrirà qualche inatteso spiraglio.

  Fulvio Scaglione

https://www.terrasanta.net/2026/01/la-siria-di-al-sharaa-doma-i-curdi/

martedì 17 novembre 2015

Isis ha vinto? dove ci porta la Francia?



Piccole Note, 17 novembre

Nel primo articolo sui tragici eventi parigini avevamo accennato alle similitudini tra l’esfiltrazione dallo Stade de France di Franςois Hollande e quella di George W. Bush nel post 11 settembre, paventando un sequel di quel che accadde allora. ovvero la caduta del Paese nelle mani dei neocon.
 
E così sembra essere accaduto in Francia. Il discorso alla nazione pronunciato ieri da Hollande riecheggiava quello di George W. Bush: chiamata alla guerra dell’Europa in base all’articolo 42 del Trattato dell’Unione, Patriot Act in salsa francese, stato di emergenza prolungato per altri tre mesi, riforma costituzionale volta a delimitare le libertà democratiche e via dicendo.
 
Come allora Bush era stato aggiogato dai suoi falchi, così Hollande sembra si sia consegnato nelle mani dei dioscuri neocon transalpini: Manuel Valls (Primo ministro) e Laurent Fabius (ministro degli Esteri).
Proprio quel che l’Isis voleva: trascinare la Francia in una guerra dai contorni indefiniti e generalizzati. Costringerla a baciare il diavolo, come recita il titolo della canzone sulle cui note è avvenuta la strage al Bataclan.
 
Allora le cose non andarono granché bene: le guerre neocon, con le loro ambiguità e la loro sconsideratezza, hanno provocato i disastri che sono sotto gli occhi di tutti, alimentando ancora di più il terrorismo.
E oggi come allora i proclami di guerra transalpini non sono immuni da ben note ambiguità. Le ha sottolineate Alain Touraine sul Corriere della Sera di oggi: «È strano come un uomo di esperienza come Fabius abbia indugiato nell’equivoco “né con l’Isis né con Assad”. Assad non ci ha attaccati: lo Stato islamico sì».
 
Se l’Isis non è stato ancora battuto, ha chiosato Sergio Romano in una lettera pubblicata sul Corriere di oggi, «la responsabilità è di coloro che si oppongono alla nascita di un fronte comune in cui tutti i nemici dell’Isis, dal presidente siriano al presidente russo, possano fare la loro parte».
Insomma, lo strano errore di Fabius non fa ben sperare.
 
Già, perché il problema non è il contrasto militare all’Agenzia del terrore, che pure è indispensabile, ma come si andrà a sviluppare. L’unica strada è quella suggerita da Romano, richiesta più volte da Mosca e più volte rifiutata dall’Occidente: ricercare un consenso allargato alla Russia e a tutte le forze che lo stanno combattendo e innestare un processo politico per stabilizzare la Siria coinvolgendo Assad.
 
L’altra strada, egualmente importante, è quella di contrastare i flussi finanziari che alimentano la macchina del terrore : ieri Putin ha illustrato al G20 i tanti finanziatori della nota Agenzia, tra i quali diversi membri dello stesso G20 ( sarebbe utile se queste carte girassero, ma nessuno le ha pubblicate se non in minima parte…).
Ma quanto sta accadendo in Francia non fa ben sperare.
 
Chiudiamo ricordando la guerra in Libia: allora fu proprio la Francia del bellicoso Sarkozy (e la Clinton) a costringere il riluttante Obama a un’avventura della quale ancora paghiamo le conseguenze.
Ad oggi il presidente degli Stati Uniti resiste alle pressioni dei falchi Usa (come accenna Vittorio Zucconi sulla Repubblica) che chiedono un surge militare in Iraq e Siria: un vasto fronte che va dai repubblicani fino, ancora una volta, alla Clinton.
 
Ma in caso di nuove operazioni “Made in Isis” Obama potrebbe essere costretto a cedere, trascinando Stati Uniti ed Europa, come avvenne allora, in un’avventura bellica dai contorni indefiniti quanto disastrosi. Che potrebbe comportare, dati gli interessi specifici e le diverse strategie riguardo il contrasto del terrorismo, anche un confronto più vasto tra Occidente e Russia.
 
Lo sa l’Isis, Lo sanno, anche se fanno finta di non saperlo, i falchi americani e francesi.



Cantando la Marsigliese ...



di Patrizio Ricci, 16 novembre
In Siria la Francia, insieme ai propri alleati, ha aiutato il terrorismo islamico a rovesciare uno stato sovrano.  La  messinscena che era già avvenuta in Libia, in cui la Francia ha avuto un ruolo di primo piano nel 2011 è stata messa in atto anche in Siria.
Il gruppo ‘amici della Siria’ di cui la Francia ha fatto parte, ha fornito ai jihadisti armi sofisticate, sostegno finanziario, addestramento, e basi sicure in Turchia e Giordania. Tuttavia, nei dibattiti ‘h24’ di questi giorni nessun giornalista ha posto pubblicamente con chiarezza la questione cruciale. La Francia è vittima ma ha usato essa stessa il terrorismo per rovesciare il governo di un paese sovrano: nella finta primavera siriana si sono usati prima i Fratelli Mussulmani, poi visto che questi non sono riusciti arrivare a Damasco, si è ripiegato per i salafiti.
FireShot Pro Screen Capture #139 - 'Syria_ Britain, US and France in urgent talks on arming rebels - Telegraph' - www_telegraph_co_uk_news_worldnews_m
In tempi non sospetti, il vescovo di Aleppo Abou Kazen lo aveva detto: ‘’chi ha fatto salire l’asino sul minareto sa come farlo scendere’ – lo disse in almeno in due distinte interviste. 
E lo detto più recentemente Assad: “il terrorismo non è una carta che puoi giocare e poi rimettere in tasca. Il terrorismo è uno scorpione che può pungerti in qualsiasi momento”.
E chiaro quindi che la risposta del governo francese al Califfato, è una risposta consapevolmente ipocrita.
Gli aleppini quotidianamente vengono presi di mira dai razzi e dai colpi di mortaio dei ‘ribelli’ direttamente nelle loro case,  i bambini vengono colpiti a scuola, i fedeli in Chiesa. I parigini sono  stati colpiti  mentre si trovavano in un bar a sorseggiare un drink o all’interno di auditorium a sentire musica oppure allo stadio a tifare la propria squadra.  E’ evidente in entrambi i casi chi uccide proditoriamente è un terrorista.
Eppure c’è un dibattito ‘serissimo’ per stabilire se i vari criminali siano terroristi o meno… sono mesi che ne discutono tanto che i russi dicono ‘terroristi moderati’ e ‘ISIS’. Nell’attesa che si riesca a reperire un po' di logica (a quanto pare di questi tempi  merce rara) e che così tale dilemma si dissolva,  l’esercito siriano o ‘esercito di Assad’ (come piace dire ai giornali), naturalmente continua a combattere per liberare il paese contro tutti.  Non è facile:  il governo siriano (e la popolazione tutta) già alle prese con i terroristi, è sotto embargo. Sì, sembra strano ma mentre tutti sono solidali con la Francia per i recentissimi attentati,  la Siria è stata sanzionata con un embargo durissimo perché si difende dai terroristi.
Ma non è solo questo il problema (altrimenti la guerra sarebbe finita da un pezzo): alla jihad continuano ad affluire rifornimenti. Anzi sono aumentati.
Putin al G20 ha sollevato e denunciato il supporto che alcuni paesi membri stanno dando al terrorismo:
“Durante il vertice del G20 di Antalya, la Russia ha dato esempi di come persone fisiche di 40 Paesi, compresi membri del G20, riescano a finanziare ISIS”.
Questo è il succo della questione. La risposta degli altri intervenuti? Non pervenuta.
Conclusione: … Ali Baba e i 40 ladroni chiamano alla guerra  ma come abbiamo visto, non è una guerra come sembra . Stona vedere Hollande cantare la ‘Marsigliese’, dovrebbe essere un inno di protesta, di rivendicazione… perciò oggi stride. Il popolo francese che farà… vedremo.
Ma noi che possiamo fare di fronte a tutto questo? Consideriamo che in fondo la vita è appesa ad un filo, siamo fragili, diciamo ‘sono cose più grandi di noi’ e lasciamo stare? Oppure ci stringiamo e riscaldati dall’orgoglio nazionale cantiamo come hanno fatto i francesi senza chiedere conto al proprio governo?
Non sta a me dare ‘istruzioni per l’uso’ ma so che, vista la malafede manifesta dei leader, l' unica cosa intelligente da fare è attaccarci alla Verità e confidare in essa: giudichiamo la realtà per quella che è, vediamo cosa ci aiuta in questo, guardiamo gli uomini secondo le proprie esigenze originarie, ricordiamo così che ogni giorno della vita non appartiene a nessun potere.
E preghiamo molto che Dio ci accompagni e la Madonna ci protegga, perchè ce n’è bisogno…

domenica 2 dicembre 2012

"Perché i civili? Abbiamo sempre accusato il regime di questi disastri. Ora parliamo dei crimini che abbiamo visto con i nostri occhi, perpetrati dall’Esercito libero siriano”

Un giovane cristiano dell’opposizione: “Le minoranze schiacciate nel conflitto”


Agenzia Fides 30/11/2012
 Le minoranze della società siriana, vulnerabili e indifese, vengono schiacciate in un conflitto che cresce di intensità, si caratterizza sempre più come lotta fra fazioni diverse, si colora di settarismo e confessionalismo: è quanto dice, in una nota inviata all’Agenzia Fides, un giovane cristiano, sfollato con la sua famiglia ad Hassake, raccontando l’esperienza della cittadina di Ras al-Ain, cittadina al confine con la Turchia, nell’alta Mesopotamia.




Hassakè –La popolazione civile nella zona al di là dell’Eufrate (Siria Orientale), è stata sconvolta dal conflitto che ha provocato un esodo di civili, rifugiatisi soprattutto nelle città di Hassakè e Kamishly. Da lì i Vescovi locali hanno inviato un accorato appello alla comunità internazionale e al Papa, per “evitare la catastrofe umanitaria” (vedi Fides 22 e 23/11/2012).
A Ras al-Ain, presa dalle truppe dell’Esercito Libero l’8 novembre scorso, oggi sono in corso scontri tra fazioni militari curde e arabe, in precedenza alleate contro l’esercito regolare siriano, segno del tasso di conflittualità generale che aumenta. Il giovane cristiano, che si professa vicino all’opposizione siriana e chiede l’anonimato per ragioni di sicurezza, spiega in un racconto inviato a Fides la drammatica condizione delle minoranze (arabi, curdi, siriaci, assiri, cristiani) in Mesopotamia.
“Nel cuore della a notte, alle due dell’8 novembre, i residenti di Ras al-Ain sono stati svegliati dal rumore di esplosioni, di elicotteri e mitragliatrici. Erano i combattenti dell’Esercito Libero e gli elicotteri turchi scesi in territorio siriano, che hanno facilmente conquistato il valico di frontiera e la città.
I militari hanno iniziato a sequestrare le case dei civili per usarle come postazioni da combattimento. Tra le case sequestrate, quella di mio nonno, dove c’erano donne, bambini e mia nonna paralizzata.
Tutti i civili sono stati espulsi dalle loro case in pigiama, senza poter prendere documenti, soldi o qualsiasi altra cosa. Militari e combattenti sono andati oltre: con una ‘lista nera’, sono andati casa per casa a cercare i loro nemici. Fra questi c’erano i nomi dei capi di famiglie cristiane. Perché?”.
“Da quanto detto – spiega il giovane – non si deve concludere che il nostro popolo è diviso da odio settario. Senza l'intervento di un vicino di casa della mia famiglia, un musulmano sunnita che ha pregato gli uomini armati di non farci del male, saremmo morti. Siamo salvi e siamo fuggiti. La popolazione di Ras al-Ain, musulmani e cristiani, curdi e arabi, siriaci e assiri, ha vissuto per decenni in pace e fratellanza. Ma ora ci vogliono mettere gli uni contro gli altri. Perché?”.
 “A Ras al-Ain, le vittime non erano solo cristiane, ma i cristiani sono stati gli unici ad essere stati immediatamente espulsi dalle loro case, portando i bambini in braccio, messi in fuga per le strade disseminate di cadaveri. Un simile intervento è quello di un esercito di invasori e non di un esercito di liberatori, come si definisce l’Esercito dell’opposizione”.

i miliziani dell'ESL entrano attraverso il confine della Turchia

  “Curdi, arabi e cristiani, più di 70.000 persone sono fuggite, per la maggior parte verso Hassakè. In poche ore la città si è trasformata in una città fantasma. Gli alawiti hanno avuto la sorte peggiore: uccisi perché alawiti. Una delle vittime era un maestro di scuola, che ha tanto amato la città e ha istruito per molti anni i ragazzi di tutte le famiglie. Alcuni miliziani lo hanno cercato, preso e ucciso davanti alla moglie e ai figli, che sono stati sequestrati”.
Il drammatico racconto conclude: “Oggi le strade sono bloccate. Un bus di linea fra Hassaké e Aleppo è stato fermato e tutti i passeggeri identificati, per eliminare quelli che non sono sunniti. Ma chi ha dato alle milizie l’ordine di uccidere sulla base di criteri religiosi? E anche se il criterio non fosse confessionale, che diritto hanno di uccidere civili innocenti ? Il diritto internazionale stabilisce che, anche in guerra, è dovere dei conquistatori garantire la sopravvivenza e i diritti dei civili. Ma questo principio non sembra essere incluso fra quelli che regolano le fazioni militari dei ribelli. Perché? Abbiamo sempre accusato il regime di questi disastri. Ora parliamo dei crimini che abbiamo visto con i nostri occhi, perpetrati dall’Esercito libero siriano”.
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=40460&lan=ita


Falsificare la realtà per preservare i ‘principi’, non fa nascere nè la libertà nè la democrazia, ma sancisce la morte dei principi stessi.

 
di Patrizio Ricci
Provocherei un vostro giudizio sull’intervista pubblicata su ‘il Sussidiario’ all’ex-ministro Frattini intitolata “: Frattini: Assad tortura i cristiani siriani per ricattare la Chiesa” . L’articolo viene pubblicato lo stesso giorno in cui a Damasco gli amici degli attivisti ricevuti dall’ex-ministro fanno saltare due autobombe, in un quartiere a maggioranza cristiana, provocando una carneficina. Prima viene fatta saltare un’ auto, poi quando arriva la gente ed i soccorritori si avvicinano per prestare aiuto, viene fatta esplodere la seconda, per raddoppiare le vittime.
Nell’articolo il nostro ex-ministro si affanna per spiegarci le magnifiche sorti progressive che attendono la Siria ormai ridotta ad un cumulo di macerie. Ci racconta che un gruppo di attivisti, accompagnati da lui stesso, è andato in Vaticano. L’incontro è descritto, senza fornire particolari, come ‘ un incontro senza precedenti ‘; nell’occasione gli attivisti hanno rassicurato la diplomazia vaticana: i cristiani avranno un ruolo molto importante nel dopo Assad.
Se però è questo l’esito di così tanta attenzione per i cristiani, se ne può fare a meno: tutti i 50.000 cristiani di Homs sono fuggiti scacciati dalle loro case e le chiese vengono fatte saltare, le vendette settarie verso le minoranze si moltiplicano in tutto il Paese. Come in altri numerosi episodi simili, l’attentato di ieri nella città a maggioranza cristiana di Jaramana nei pressi di Damasco che ha provocato 58 morti e 120 feriti non è assolutamente assimilabile ad un atto di guerra né ad un ‘danno collaterale’. E’ un atto criminale contro chiunque la pensi diversamente. Anche questa volta non è possibile addebitare le efferatezze alla parte antagonista, e la comunità internazionale, tace... Il vile attacco è stato condotto solo contro alcune etnie: è bastata la neutralità dei cristiani per scatenare la feroce rappresaglia, per trasformarli in un vuoto a perdere. Dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’ , come sempre, non giunge alcuna condanna; nè ci si affretta ad indicare il numero dei bambini uccisi.
Tuttavia, questi fatti non si dimostrano sufficienti ad indurre i Governi occidentali a discostarsi dalla politica aggressiva sin qui intrapresa... Incuranti degli eventi e delle continue esortazioni dei Patriarchi e del Papa, gli Stati che hanno intrapreso o appoggiano ‘la rivoluzione’ fremono dalla voglia di destinare ulteriori armi e finanziamenti ai ribelli. Si esclude a priori ogni soluzione negoziale , ogni possibilità di riconciliazione. Nonostante ci sia un’ iniziativa in tal senso che si chiama ‘mussalaha’, essa è del tutto ignorata nei posti che ‘contano’. Gli effetti di questo atteggiamento sono sotto gli occhi di tutti : porta la guerra ad un livello sempre più disumano....
 http://www.vietatoparlare.it/2012/11/29/siria-il-vero-pericolo-e-nella-maniera-subdola-del-potere-di-procedere/

venerdì 3 agosto 2012

Nessuno può reggere a un assedio mediatico

Assad prima o poi finirà come Gheddafi, e un proconsole del Qatar o degli Emirati si installerà al suo posto. Come in Libia, dove adesso comanda Al-Kib “l’americano”, l’uomo del Petroleum Institute degli Emirati Arabi Uniti.
Noi occidentali siamo fatti così. I dittatori laici che tengono a bada il fondamentalismo non ci piacciono. Ci piace la finta democrazia esportata dalle monarchie assolute islamiche della penisola arabica.
“Ma perché gli occidentali devono credere a ogni balla che gli viene raccontata?”
Speriamo che i giornalisti onesti si sveglino.
Se tutto ciò che filtra dalla Siria sono le chiacchiere dei ribelli e le foto della Reuters, un giornalista onesto dovrebbe limitarsi a dire “Siria: disponiamo solo di voci non controllabili”. E meglio dire così, visto che un “ribelle siriano” e un “contractor” assoldato dall’occidente non sono facilmente distinguibili.
Giovanni Lazzaretti


SUAD  SBAI- STRAGE DI CIVILI SIRIANI AD ALEPPO:
Se nessuno ha il coraggio di dire che cosa ha infettato la Siria da mesi lo facciamo noi.
(AGENPARL) – Roma, 01 ago – “Amnesty fa bene a denunciare a gran voce i massacri ad Aleppo e in tutta la Siria, ma dovrebbe anche chiamare i soggetti autori con il loro nome e cognome. Sul sito almaghrebiya.it circolano le immagini relative alla mattanza di civili ad Aleppo, fatti a pezzi dai mitra e dai kalashnikov dei mercenari assoldati dal terrorismo estremista e radicalista che impazza in Siria. Ancora bugie senza pudore, sulla pelle del popolo siriano: l’Onu perché non vede e non denuncia anche questo massacro? Questa è disinformazione pura”. Così l’On. Souad Sbai commenta “le immagini di un video sul web che mostra civili siriani ammassati dopo un pestaggio in un angolo di strada e crivellati di colpi dai mercenari in Siria”. “ Se nessuno ha il coraggio di dire che cosa ha infettato la Siria da mesi lo facciamo noi. Bande di assassini che trucidano la popolazione e si macchiano di tanti crimini quanti i miliziani, solo che vengono omessi nella loro responsabilità, perché qualcuno ha interesse a mistificare un massacro che ha autori ben noti. Gli opinionisti della geopolitica corrotta dal denaro di qualche sceicco anch’esso ben noto – dice Sbai – dovrebbero vergognarsi delle bugie con le quali hanno falsificato la vicenda siriana e prima quella libica. Sulla Siria va fatta informazione, sui diritti umani: e non rispolverare ad ogni ora filmati triti e ritriti, che altro non fanno se non continuare una certa propaganda. Vedendo queste immagini qualcuno dovrebbe farsi un grosso esame di coscienza e poi spiegare all’opinione pubblica mondiale perché vuole consegnare la Siria e con essa tutto il quadrante mediorientale e caucasico all’integralismo, infiltratosi nelle fila della protesta da alcuni paesi arabi. Siamo di fronte al più grande inganno internazionale di sempre – conclude – in cui hanno parte attiva l’Occidente intero e gli Stati Uniti, corresponsabili del massacro del popolo siriano innocente e ormai allo stremo delle forze”.


I LETTORI DELLA STAMPA CATTOLICA SI ASPETTANO DI PIU' DI UN "SI DICE"
I media italiani avevano già dall’inizio la certezza da che parte stare: subito hanno dato per buono tutto ciò che veniva messo a disposizione dall’opposizione siriana su you tube e dal famigerato ‘osservatorio siriano per i diritti umani’ con sede a Londra.
Sin da subito avevano adottato il solito gergo con cui ci siamo abituati con la guerra di Libia, “il rais”, il regime, i lealisti, gli ‘assadiani’, i ‘pro Assad’ e dall’altra parte l’esercito libero siriano, i partigiani, i ribelli, gli amici della Siria.. termini certo più “tonici”… cosicché qualsiasi cosa dicesse l’opposizione è stata sempre considerata vera mentre quando i fatti maldestramente lasciati non manipolati hanno scagionato Assad, gli è però stato fatto ugualmente dono del tono sprezzante, degli appellativi più infamanti e l’onta del governo siriano però rimane.
Quando ha tentato di fare qualcosa di buono subito è arrivata la replica del Segretario di Stato USA: “non credibile”. E’ accaduto tutto in un dato momento, l’ambasciatore americano sceso tra la folla a protestare. Cosa fosse cambiato da ieri, quando Assad veniva ricevuto e riverito ovunque non ci è dato di sapere, eppure le riforme che aspettava la popolazione aveva cominciato a farle, ma tutto era già deciso prima ancora che iniziasse.
Tuttavia ciò che più mi sgomenta è l’allineamento delle maggiori testate cattoliche con i criteri adottati dai media mainstream.
Sulla maggior parte delle testate cattoliche si sono susseguiti, alternandosi, articoli che riportano il giudizio sugli avvenimenti dati dalle autorità della Chiesa siriana ( in conformità a quello espresso dal documento CCEE il Consiglio della Conferenza Episcopale Europea) e nello stesso tempo articoli che vanno in tutt’altra direzione. parafrasando esse dicono: “Quella in corso in Siria è una guerra dolorosa ma necessaria per il cambiamento, la democrazia l’emancipazione degli oppressi”.
Leggi tutto l'articolo su:
http://www.vietatoparlare.it/2012/08/02/i-lettori-dalla-stampa-cattolica-si-aspettano-di-piu-di-un-si-dice/

giovedì 19 luglio 2012

ATTENTATO TERRORISTICO A DAMASCO: rivendicazioni e considerazioni

Attentato a Damasco, uccisi i vertici della Difesa
L’attentato è stato rivendicato su Facebook da un gruppo islamico ribelle, Liwa al-Islam (La brigata dell’Islam). Un portavoce ha confermato la rivendicazione anche per telefono. Ma contemporaneamente anche il Libero esercito siriano si è assunto la responsabilità dell’azione, attraverso un portavoce. Secondo una fonte della sicurezza siriana, l’attentatore era una guardia del corpo del gruppo dirigente vicino ad Assad.

In Siria sta vincendo il più spregiudicato
da "Vietato Parlare"
E’ digustoso sentire ancora dire che in Siria c’è la guerra civile! Non c’è un popolo che è insorto, ci sono uomini sanguinari che altrove sono chiamati terroristi ma in quella terra no, sono combattenti della libertà. Altrove rapiscono persone come la Urru e giustamente oggi esultiamo che sia stata liberata. Tuttavia il rapimento ed il terrore è stato per mesi il metodo dell’esercito libero siriano che oggi ha rivendicato l’attentato, e nessuno ha parlato, no, si è sanzionato un intero popolo, si è affamato un intero popolo, centinaia di persone innocenti sono state uccise e terrorizzate, ciononostante la comunità internazionale appoggia e legittima chi ha fatto tutto questo, chi ha sprofondato un paese nell’anarchia e nel contrario della democrazia. I metodi e le azioni sono le stesse di chi ha fatto crollare le torri gemelle l’11 settembre. Come si può dire che dopo tutto questo le mani saranno pulite per realizzare la democrazia? Come si può dire che il cuore pieno di odio potrà essere guidato da pensieri nobili per il bene comune?
http://www.vietatoparlare.it/2012/07/18/in-siria-sta-vincendo-il-piu-spregiudicato/

da Avvenire 19 luglio
La minoranza alawita e i cristiani a rischio.  La svolta violenta a Damasco Scenari inquietanti per il dopo Assad di Riccardo Redaelli
Le volute di fumo nero che si sono alzate ieri dal centro di Damasco raccontano meglio di tante parole la trasformazione dello scenario siriano e l’inizio di una nuova fase della guerra civile nel Paese. Colpito al cuore il regime con l’uccisione di ministri e parenti dello stesso presidente Assad, portata la rivolta nelle strade della capitale, indebolita la rete di sostegno del sistema di potere alawita con la fuga di altri generali, da ieri Assad è più fragile. Aumenta concretamente il rischio di una implosione totale del suo sistema di potere. La natura del sanguinoso attentato dimostra come i sedici mesi di rivolte abbiano fiaccato il regime, assottigliando le forze di cui può effettivamente disporre, creato varchi negli asfissianti sistemi di controllo e repressione, generato dubbi e distinguo fra le fazioni al potere. I margini di manovra per il presidente si riducono, tanto più se si considera la natura particolare del suo regime, che non è tanto legato al partito ba’th, quanto alla piccola minoranza alawita, che in questi decenni ha occupato tutti i gangli e gli interstizi del potere. In molti, all’interno del regime, stanno probabilmente rimpiangendo di non aver mai aperto dei canali con l’opposizione, quando ciò ancora era possibile. Ma l’aumento delle violenze, il degenerare degli scontri in vera guerra civile, il tipo di attacchi che ricorda sempre più le violenze jihadiste che per anni hanno insanguinato l’Iraq, testimoniano anche la trasformazione del fronte di opposizione ad Assad, la sua militarizzazione e radicalizzazione. In uno scenario di questo tipo, appare pericolosamente illusorio pensare che la caduta dell’attuale crudele regime possa portare a una transizione tutto sommato indolore, in cui i partiti liberali siano in grado di traghettare il Paese verso un modello democratico. A giocare un ruolo sempre maggiore sembrano i movimenti sunniti radicali sostenuti – e armati – dai Paesi arabi del Golfo, attivissimi in tutto il Medio Oriente post primavera araba nel dare appoggio ai salafiti, cioè ai peggiori rappresentanti dell’islam. Molte delle forze che combattono Assad dimostrano una violenza e una ferocia che spinge i gruppi lealisti a resistere a ogni costo, dato che l’alternativa sembra quella di rassegnarsi a subire una ritorsione brutale. E non si tratta solo degli alawiti. La Siria è una nazione plurale e composita, in cui le diverse confessioni cristiane hanno giocato un ruolo importante a ogni livello: basti pensare a Michel Aflaq, il fondatore del nazionalismo pan-arabo. Ebbene, le incertezze e i timori per il futuro stanno spingendo molti cristiani a cercare di lasciare il Paese. Ancora una volta, come già in Iraq e come forse in Egitto, essi rischiano di vestire gli scomodi panni dei vasi di coccio stritolati fra opposti estremismi. Il rinvio della votazione all’Onu sul caso siriano, richiesta dallo stesso inviato Kofi Annan, è stata una conseguenza ovvia, dato che la Russia, tanto più dopo questo attentato, avrebbe osteggiato ogni risoluzione. Ma posporre semplicemente la discussione non cambierebbe granché. E tempo invece di guardare a quanto avviene in Siria con prospettiva meno dicotomica (buoni da una parte, cattivi dall’altra) di quanto fatto finora, in particolar modo a Washington. Non si tratta certo di difendere un governo criminale o immaginare un futuro politico per un dittatore come Assad, ma tentare di rileggere la realtà siriana alla luce dei mille disastri che abbiamo dovuto affrontare in Medio Oriente, dalla tragedia irachena, al fallimento afghano, al pasticcio libico, all’anarchia perdurante da vent’anni in Somalia. Abbattere con la violenza un dittatore, sostenere una parte contro l’altra in una guerra civile, tanto più in società plurali o frammentate, espone al rischio concreto di una violenza settaria che trascina quel paese – e la sua regione – nel caos. Una Siria in cui gli alawiti, i cristiani e le altre forze minoritarie siano ridotti al silenzio sarebbe una Siria più debole, certo non più giusta o meno insanguinata.
 
 
da Il Sussidiario:  Wazne (Al Jazeera): Al Qaeda pronta a impadronirsi delle armi chimiche di Assad intervista di Pietro Vernizzi
I ribelli sono arrivati a Damasco. Quanto è vicina la capitolazione di Assad?
 L’escalation in Siria ha raggiunto un punto molto critico. Quella che sta avendo luogo è una vera guerra, ed è evidente che ci aspettano giorni estremamente duri. Prima che cambi realmente qualcosa, in Siria scorrerà ancora del sangue copioso. Il presidente Assad, nonostante le pesanti perdite riportate ieri, continua ad avere un esercito numeroso in grado di combattere per lui. Può fare affidamento su un numero di soldati tra le 100mila e le 200mila unità, il cui nocciolo duro è composto da alawiti che combatteranno fino all’ultimo.
 Che cosa si aspetta dal voto alle Nazioni Unite di questa settimana?
 L’Onu, l’Occidente e i Paesi del Golfo non sono stati in grado di gestire la situazione come avrebbero dovuto. Ciò di cui c’era bisogno era una piattaforma politica in grado di far sì che il governo e l’opposizione di riunissero attorno a un tavolo per discutere una soluzione che fosse accettabile per tutti. Purtroppo ormai è troppo tardi per un compromesso, e l’escalation di violenza è destinata a raggiungere il suo apice. Alla fine avremo un vincitore, ma nel frattempo quante altre migliaia di morti dovremo contare?
 Quali saranno le conseguenze per i Paesi confinanti?
Quanto sta avvenendo in Siria è estremamente pericoloso per tutto il Medio Oriente e può portare a una guerra regionale. Sono diverse le nazioni che possono essere colpite, incluse Libano, Iraq, Israele e ovviamente l’Iran, per non parlare dei Paesi del Golfo. In una parola, l’intera regione sarebbe coinvolta se le cose dovessero sfuggire di mano, specialmente per il fatto che sappiamo che in Siria ci sono delle armi chimiche e batteriologiche.
 E’ soltanto di propaganda, come nel caso dell’arsenale segreto di Saddam Hussein?
 Sul fatto che Assad disponga di armi chimiche e biologiche non ci sono dubbi. Ritengo che il presidente non abbia intenzione di usarle, ma nessuno può dire in quali mani potranno finire nei prossimi giorni. Finché sono sotto il controllo dell’esercito siriano non rappresentano una minaccia, ma se dovessero impadronirsene alcune componenti dell’opposizione ci troveremmo di fronte a gravi rischi. Sappiamo che in Siria Al Qaeda non solo è presente, ma è coinvolta massicciamente nella lotta contro Assad.
 Ieri è stato ucciso il ministro Rajha. Ritiene un caso che si sia trattato di una vittima cristiana?
 Nelle ultime ore i ribelli hanno ucciso numerose persone, musulmane e cristiane. L’assassinio del ministro della Difesa, Dawood Rajha, non mirava quindi a colpire nello specifico una personalità cristiana, ma tutti coloro che sono sinceramente leali al presidente. L’operazione militare è stata condotta senza badare alle appartenenze religiose. La situazione delle minoranze, e in particolare dei cristiani, diventerà problematica in seguito, soprattutto nell’ipotesi di un collasso del regime.
 In che senso?
 In questa fase l’uccisione di Rajha rientra nel tentativo di scalzare Assad. Ma se il presidente dovesse perdere il potere, i cristiani si troverebbero in una posizione molto difficile. Il loro futuro sarebbe simile alla situazione della Chiesa in Iraq, e anche restare in Siria diventerebbe molto pericoloso per i non musulmani. Ciò che si verificherebbe sarebbe quindi un enorme esodo verso il Libano e probabilmente verso i Paesi occidentali. Le minoranze sarebbero marginalizzate e discriminate dall’attuale opposizione, se quest’ultima dovesse arrivare a controllare il Paese. Un’ipotesi però ancora lontana dal realizzarsi.


DICHIARAZIONE DELLA PRESIDENZA CCEE
SULLA SITUAZIONE IN SIRIA
Speriamo che le autorità del Paese, la popolazione e tutti i credenti, di qualunque religione essi siano, guardino a Dio e trovino il cammino che faccia cessare tutte le ostilità, deporre le armi e intraprendere la via del dialogo, della riconciliazione e della pace. Questo conflitto non può che portare con sé inevitabilmente lutti, distruzioni e gravi conseguenze per il nobile popolo siriano. La guerra è una via senza uscita. La felicità non può che essere raggiunta insieme, mai nella prevaricazione degli uni contro gli altri.