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venerdì 1 maggio 2026

Essere Chiesa in Terra Santa oggi, riflessioni pastorali del cardinale Pizzaballa - 2° parte


PARTE SECONDA 

La vocazione – Il sogno di Dio chiamato Gerusalemme 

Dopo aver dato uno sguardo generale – e inevitabilmente approssimativo – sul nostro vissuto, comune ma così diversificato, ritorniamo alla domanda iniziale: come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto, che ora possiamo anche riformulare: qual è la volontà di Dio su Gerusalemme? Proviamo quindi a scrutare insieme l’immagine della Città Santa che Lui stesso ci offre.  

La Scrittura, fin dalle sue prime pagine del libro della Genesi, ci offre il fondamento delle relazioni così come Dio le ha volute: tra Lui e l’umanità, tra gli esseri umani, tra l’uomo e il creato. È da questo fondamento che prende avvio l’intera storia della salvezza. Sarà però soprattutto lo sguardo dell’Apocalisse ad accompagnarci nel corso della nostra riflessione. Un libro spesso frainteso, anche a motivo del suo linguaggio simbolico, che non intende alimentare paure o letture fatalistiche della storia, ma piuttosto aiutare a riconoscerne il senso ultimo, alla luce della fedeltà di Dio e della speranza cristiana. 

Secondo le Scritture, la storia dell’umanità inizia in un giardino, l’Eden. Il giardino è il simbolo di un’umanità che si trova ancora in uno stato di innocenza primordiale e tutto sommato solitaria. Alla fine, però, proprio con il libro dell’Apocalisse, la Storia si conclude in un ambiente completamente diverso e speculare, ossia in una città. Non una città qualunque: la nuova Gerusalemme. Questo passaggio non è affatto un dettaglio narrativo, ma una profonda rivelazione sul destino dell’umanità. L’opera della salvezza non è un ritorno a un passato idilliaco e isolato, ma la costruzione di un futuro comunitario, complesso e riconciliato. Il fine della storia tende a una società matura, una “città”, appunto.  

La prima città menzionata nella Bibbia è costruita da Caino (Gen 4,17). Dopo aver ucciso il fratello, egli costruisce un rifugio: un luogo dove porre un limite alla violenza, dove ricostruire la fratellanza perduta. Nella Scrittura, la città nasce quindi come tentativo umano di ricreare convivenza là dove la relazione è stata spezzata. L’ultima città della Bibbia è invece la Nuova Gerusalemme «che scende dal cielo» (Ap 21–22).  

Tra questi due poli – la città-rifugio costruita dall’uomo per paura, e la città-dono che discende da Dio per amore – si gioca l’intera storia della salvezza. La Bibbia non presenta mai un’immagine ideale e statica di città; la città “perfetta” non esiste. Essa è sempre lo specchio di tutte le contraddizioni umane: dei peccati e della grandezza, della violenza e della fiducia. Ogni contesto umano, ogni città riflette e vive questa tensione. 

È una tensione che attraversa tutta la Scrittura e si concentra in modo unico su Gerusalemme. Nessun’altra città nella Bibbia riceve tanto amore e tanto rimprovero, tante promesse e tanta condanna. E questa stessa tensione, come vedremo, abita anche la Chiesa che a Gerusalemme è nata. 

Quando oggi parliamo di Gerusalemme, ci concentriamo prevalentemente sugli aspetti politici, storici e sociologici. Ma non va mai dimenticato il fatto che ciò che lega il mondo intero a questo luogo va oltre la storia, la geografia e le pietre. Quando parliamo della Città Santa in questo contesto, la intendiamo, oltre che come realtà fisica, anche e soprattutto come simbolo del Popolo di Dio e della Chiesa, nata a Pentecoste nel Cenacolo. In quel momento lo Spirito Santo era disceso su tutti i Dodici, ossia su tutta l’assemblea apostolica riunita nella sala dove Gesù aveva instituito l’Eucarestia. È in quel mattino di Pentecoste che accade il prodigio descritto dagli Atti degli Apostoli. I discepoli, che hanno ricevuto lo Spirito, scendono in piazza ad annunciare quanto accaduto, e «ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno nella nostra lingua nativa?”» (At 2,6-8) 

Tutte le persone presenti in quel momento, appartenenti a nazioni e lingue differenti, per opera dello Spirito hanno potuto capirsi e costruire unità. Fin dall’inizio la Chiesa è stata universale, unita e plurale. Da lì i Dodici sono poi partiti per portare l’annuncio in tutto il mondo. 

Ancora oggi, la comunità cristiana di Gerusalemme conserva questo carattere universale che non va confuso con una semplice dimensione “internazionale”, ma rimanda a una realtà più profonda, che viene descritta in modo esemplare negli Atti degli Apostoli. Ancora oggi la maggior parte delle Chiese ha il proprio centro ecclesiastico altrove nel mondo, ma ciascuna custodisce a Gerusalemme il suo cuore e una presenza viva. In questa città, le diverse confessioni cristiane si trovano a condividere spazio e tempo, dando vita a un cammino imperfetto ma vitale verso l’unità dei credenti. Attraverso riti diversi e lingue differenti, celebrati negli stessi luoghi, vissuti e frequentati dalle nostre famiglie, queste chiese ci offrono un’immagine viva di ciò che avvenne a Gerusalemme il giorno di Pentecoste: popoli diversi riuniti nel medesimo Spirito. Come allora gli Apostoli partirono per annunciare il Vangelo a tutte le genti, così oggi queste comunità, radicate in uno stesso luogo e, spesso, tra gli appartenenti di una stessa famiglia, sono chiamate a riscoprire la comunione piena nella fede e nella carità.  

Per i credenti, il legame con questa Terra implica anche un rapporto costitutivo, per quanto complesso, con l’Ebraismo e l’Islam. Qui il dialogo interreligioso, nei secoli, è divenuto per noi non solo una condizione di sopravvivenza, ma un elemento di fedeltà alla nostra identità universale. Infatti, è qui che la Chiesa Madre è interpellata a generare vita e cura, promuovendo la comprensione dell’altro, l’esigente prassi del perdono, la fatica della comprensione rispettosa.  

L’universalità della Chiesa non si oppone alla concretezza dei luoghi e delle Chiese locali. È anzi proprio nella Chiesa locale che essa si rende visibile e operante. Per questo san Giovanni Paolo II parlava di una “mutua interiorità”[1] tra Chiese particolari e Chiesa universale 

Non solo la Chiesa, ma la stessa Città Santa ha conservato questo carattere universale. Papa Benedetto XVI lo ha descritto con grande chiarezza in una sua omelia pronunciata proprio a Gerusalemme: 

“Gerusalemme in realtà è sempre stata una città nelle cui vie risuonano lingue diverse, le cui pietre sono calpestate da popoli di ogni razza e lingua, le cui mura sono un simbolo della provvida cura di Dio per l’intera famiglia umana. Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato, questa Città, se deve vivere la sua missione universale, deve essere un luogo che insegna l’universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà, dall’integrità e dalla ricerca della convivenza. Non dovrebbe esservi posto tra queste mura per la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia. I credenti in un Dio di misericordia – si qualifichino essi Ebrei, Cristiani o Musulmani –, devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della convivenza, per quanto faticoso e lento possa essere il processo e gravoso il peso dei ricordi passati”[2]. 

La missione della Gerusalemme terrestre, in un certo senso, è diventare immagine e specchio della Gerusalemme celeste, “profezia e promessa di quella universale riconciliazione e convivenza che Dio desidera per tutta l’umana famiglia”[3]. È questa la missione che abbiamo smarrito nel vortice violento degli eventi degli ultimi anni. Ed è a questa missione che dobbiamo tornare. 

In estrema sintesi, possiamo dire che nell’incrocio di civiltà, religioni ed etnie, Gerusalemme rappresenta un microcosmo simbolico. È paradigma del mondo in generale, e quindi racchiude in sé tutte le questioni contemporanee che affrontiamo a livello globale. Si trova al centro della contesa israelo-palestinese, certo, ma rappresenta pure le complesse interazioni tra diverse religioni e nazioni. Già solo quella che lacera questa città è una contesa con significative ripercussioni regionali e globali. Basta una passeggiata per le strade di Gerusalemme per capire quanto la città sia realmente il punto focale di numerosi altri scontri percepiti su scala mondiale: la tensione tra modernità e tradizione, democrazia liberale e conservatorismo, universalismo e particolarismo.  

Gerusalemme raccoglie in sé anche le diverse anime della nostra Chiesa e ne manifesta in modo esemplare la vocazione. In questo luogo, dentro una realtà segnata da forti contrapposizioni, comuni al cammino della Storia umana, essa è chiamata a esprimersi. 

Le immagini più potenti della Scrittura che delineano l’identità profonda di Gerusalemme e di conseguenza dell’identità e della missione della nostra Chiesa sono contenute nella visione di Giovanni della Gerusalemme celeste, descritta negli ultimi due capitoli dell’Apocalisse, ai quali ora ci ispiriamo. 

1. Un Cielo Nuovo per una Città Nuova 

«E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più» (Ap 21,1). 

La prima cosa che Giovanni vede non è la città, ma un “Cielo nuovo”. Gerusalemme ha un cielo. Può sembrare banale o scontato, ma è il suo tratto distintivo più eloquente. Anche la sua antagonista, Babilonia, nell’Apocalisse è descritta in ogni dettaglio. Eppure, di Babilonia non si vede mai il cielo. È una città senza cielo, e quindi senza Dio – chiusa in un orizzonte puramente umano e terreno, pertanto destinata alla rovina. 

Il cielo di Gerusalemme, inoltre, è del tutto speciale: è un Cielo “nuovo”. Non è la prima volta che Giovanni parla del cielo. Al capitolo 4 dell’Apocalisse, le visioni si aprono con un annuncio significativo: il veggente scorge «una porta aperta nel cielo» (Ap 4,1). Il cielo è nuovo, dunque, innanzitutto perché è aperto. Ed è stato aperto perché il Figlio dell’uomo, che è disceso dal Cielo, dopo la Risurrezione è tornato al Cielo, portando con sé l’umanità (cf. Gv 1,51). Il Cielo nuovo è un cielo già abitato dall’uomo. 

In questo passaggio troviamo un’indicazione importante: per costruire la città, per intessere relazioni autentiche tra noi e tra le nostre comunità, si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, dal primato di Dio, dalla fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale – la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa – è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa.  

Ancora oggi questa dimensione si rende tangibile e visibile soprattutto in quello che è considerato il bacino sacro, dove sono concentrati quasi tutti i Luoghi Santi principali: la Città Vecchia e il Monte degli Ulivi. Le celebrazioni pubbliche delle diverse comunità religiose, scandite da tempi differenti e talvolta sovrapposte le une alle altre, trasformano la città, soprattutto in alcuni momenti dell’anno, dando vita a una straordinaria sinfonia di preghiere, canti e liturgie diverse. 

È inoltre frequente, alle prime luci dell’alba o nel silenzio della notte, incontrare uomini e donne di ogni età – ebrei, cristiani e musulmani – camminare per i sentieri della città, avvolti nei loro diversi mantelli e diretti ai loro rispettivi Luoghi Santi, per unirsi ai religiosi che giorno e notte là pregano. La preghiera delle diverse comunità religiose, in definitiva, scandisce il ritmo dell’intera città: ne è il respiro e la luce. È questa l’identità più bella e coinvolgente della città, la sua caratteristica più preziosa, da custodire e preservare. 

Ignorare questa dimensione “verticale” della nostra Terra, questa sensibilità religiosa e spirituale delle comunità che le appartengono – ebraiche, musulmane e cristiane – è la ragione più profonda del fallimento degli accordi di convivenza che si sono susseguiti negli ultimi decenni. E anche i futuri saranno destinati a fallire se non si terrà conto del carattere speciale, in quanto profetico, di Gerusalemme. Essa deve essere, prima di tutto, una casa di preghiera per tutti i popoli (Cf. Is 56,7). Non vogliamo mettere in discussione, e anzi confermiamo la necessità dei diversi Status Quo esistenti, importanti per regolare le relazioni tra le varie comunità della città. Credo tuttavia che vi sia bisogno anche del coraggio di un nuovo respiro, di costruire nuovi modelli di vita e di relazioni dove la comune fede in Dio possa diventare occasione di incontro e non di esclusione. Fede che ci apra al Cielo e al mondo, dove tutti i credenti si sentono sollecitati a portare l’umanità a Dio. Nessun progetto di convivenza, in Terra Santa, può prescindere dalla dimensione verticale, dalla coscienza che questa terra è, prima di tutto, il luogo della Rivelazione. 

2. Una città che scende dal Cielo 

«E vidi anche la Città Santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo... L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio» (Ap 21,2.10). 

La Città Santa non si innalza orgogliosa verso il cielo con le proprie forze. Giovanni la vede «scendere dal cielo, da Dio», e la vede scendere due volte (tre volte se si considera anche il testo di Ap 3,12). Questo movimento discendente non è qualcosa di accaduto una volta per tutte, ma il suo perenne modo di essere. La nuova Gerusalemme è una città che continuamente riceve da Dio se stessa e la propria stessa vita. La sua esistenza non è una conquista, ma un dono. 

Essa discende «preparata come una sposa adorna per il suo sposo». È un’immagine di intimità e relazione. Giovanni usa anche l’immagine biblica della tenda, dove Dio sceglie di abitare in mezzo all’umanità, luogo di incontro tra Dio e gli uomini (Cf. Gv 1,14). È dunque una città la cui natura più originaria è vivere una profonda intimità con il Signore, ma anche essere come la tenda, luogo di accoglienza. Questo duplice movimento – intimità e accoglienza – definisce la vita della Chiesa. Nell’abitare di Dio tra i suoi, accade il compimento, la vittoria sul male e sulla morte: non solo il male è vinto, ma l’uomo viene consolato da Dio stesso, che asciuga le lacrime dai volti (Cf. Ap 21,4). 

Questo passaggio ci offre un’altra significativa indicazione. È un monito cruciale soprattutto per le istituzioni religiose della Città Santa: senza un continuo «discendere dal cielo», senza cioè attingere umilmente e costantemente alla relazione con Dio lasciando che sia Lui a illuminare il proprio modo di pensare, senza nutrirsi continuamente dalla Parola di Dio, le nostre istituzioni rischiano di atrofizzarsi. Rischiano di diventare fortezze inespugnabili e chiuse al mondo, invece di essere città aperte e sorgenti di vita nuova. Non si riceve da Dio la forza e la possibilità di uno sguardo diverso una volta per tutte: questi doni necessitano di una continua tensione dell’anima e del cuore. 

In concreto, porsi in ascolto della Scrittura significa per le Chiese e le comunità religiose ascoltare anzitutto il grido di coloro che non conoscono Cristo, non lo conoscono a sufficienza o se ne sono allontanati, come anche il grido dei poveri, degli emarginati, di coloro che soffrono a causa dei conflitti. È lì, come occasione di accoglienza fattiva nella carne segnata dell’umanità, che possiamo verificare l’autenticità della nostra relazione con Dio. Se il nostro sguardo su Dio non ci apre allo sguardo sull’altro che soffre, allora non abbiamo realmente incontrato il Dio che scende nella città. È un richiamo per le autorità religiose a tenere insieme la vicinanza a Dio e al proprio popolo. 

3. Il Tempio e l’Agnello 

«In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22). 

La Scrittura presenta Dio come Colui che desidera abitare in mezzo agli uomini. Nell’Antico Testamento questa presenza era legata al tempio, luogo dell’incontro tra Dio e il suo popolo. Anche il profeta Ezechiele immagina una città rinnovata attorno al tempio, cuore della presenza divina e segno della sua santità. 

Nella visione della Gerusalemme nuova, l’Apocalisse adotta un linguaggio diverso. Giovanni afferma: «Non vidi alcun tempio». Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato. Dio stesso e l’Agnello abitano in mezzo al loro popolo e ne costituiscono il centro vivo. In questa prospettiva, non c’è più una separazione tra luoghi sacri e luoghi profani: Dio non abita in un edificio, ma nella relazione, non in un luogo da conquistare e possedere, ma nella storia. 

Di conseguenza, non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta. Viene meno anche ogni distinzione tra inclusi ed esclusi fondata su criteri di purezza. Se nella visione di Ezechiele l’accesso al tempio era regolato da distinzioni rigorose, nella Gerusalemme nuova tutti sono accolti: uomini e donne, bambini e anziani, sani e malati, liberi e schiavi. 

Questo brano dell’Apocalisse offre una lezione forte alla Gerusalemme terrena, lacerata da conflitti legati al possesso dei luoghi e alla definizione di confini esclusivi. L’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principali di interpretazione delle relazioni tra le comunità, generando spesso divisione e violenza. Sembra quasi che, per costruire relazioni e per avere diritto di parola, sia necessario possedere, occupare, giustificare la propria presenza attraverso un territorio. 

Non dobbiamo essere ingenui. Esistono spazi che vanno custoditi, luoghi necessari perché ciascuna comunità possa vivere e testimoniare la propria fede. Non dobbiamo dimenticare che la Terra Santa è anche Terra dei Luoghi Santi, che custodiscono la memoria e l’identità storica dei popoli. Ma i confini servono a preservare la libertà, non a soffocarla. Non devono diventare barriere invalicabili né motivo di esclusione. È possibile convivere rispettando gli spazi altrui, nella considerazione della storia di tutti e delle diverse sensibilità. 

Nella Gerusalemme nuova, dunque, non ci sono luoghi da possedere, ma relazioni da costruire. Se il Dio della Città Santa non occupa spazi e non innalza barriere, allora nessuno deve sentirsi escluso. Non si può perciò usare Dio per giustificare scelte di chiusura o di esclusione. 

Questo brano dell’Apocalisse, mentre ci invita ad alzare lo sguardo verso il cielo, ci riporta in realtà con i piedi per terra: una città è viva nella misura in cui riconosce che il vero tempio da custodire – il suo centro vitale – sono le relazioni umane e la relazione con Dio. È invece destinata a inaridirsi e a morire quando si lascia dominare dalla logica del possesso, dalla svalutazione dell’altro e da narrazioni autoreferenziali, invece che dalla luce dell’Agnello, che è la logica del dono. 

4. La lampada dell’Agnello: un nuovo modo di vedere 

«La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello” (Ap 21,23). “Non vi sarà più notte, non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà» (Ap 22,5). 

Abbiamo visto che nella nuova Gerusalemme non c’è un tempio. Ma allora dov’è Dio, come abita in Gerusalemme? Dove lo si incontra? La presenza di Dio nella città non è ingombrante, voluminosa, non si impone. Dio è presente come una lampada che illumina. È presente come Colui che dà la possibilità di avere una prospettiva diversa, e quindi un nuovo modo di vivere; rischiara le relazioni, la vita, tutte le cose. 

Se la lampada è l’Agnello, significa che è una luce “pasquale”: è la luce di Colui che ha donato la vita per amore, gratuitamente e incondizionatamente. La Pasqua inaugura un nuovo modo di vedere la realtà. È l’esperienza pasquale che permette di vedere la vita anche laddove i nostri occhi carnali vedono solo morte, sconfitta o devastazione.  

Questo passaggio dell’Apocalisse ci fa compiere un passo ulteriore, oltre il criterio del possesso, degli spazi asfittici, dei confini chiusi e della proprietà idolatrata che abbiamo visto finora. La luce non si possiede: si accoglie e si diffonde. Essa diventa così il criterio con cui leggere la realtà e orientare le scelte. Con quali occhi, con quale animo guardiamo agli altri, soprattutto quelli che non sono “dei nostri”? Con fiducia o con paura o, peggio, disprezzo? 

Allenare i propri occhi a questa luce – che è la vita – diventa il primo compito di chi desidera appartenere a questa città. Significa riconoscere ogni persona – il povero, lo straniero, e persino il nemico – come creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, guardare a loro come si guarda a Dio. È lo stesso stile dell’Agnello che illumina la città: un’autorità che si esprime nel dono di sé e che trasforma il potere in servizio, non in possesso e dominio.  

5. Lo stile di vita della città: accoglienza e memoria 

«È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele... Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (Ap 21,12–14). 

Colpisce, in questa descrizione, un’apparente incongruenza. I dodici apostoli sono posti come fondamento dell’edificio, mentre le dodici tribù d’Israele compaiono sulle porte. Dal punto di vista cronologico, ci si aspetterebbe il contrario: Israele viene prima degli apostoli. Eppure, nella visione dell’Apocalisse, l’antico e il nuovo non sono contrapposti né sovrapposti, ma ricomposti in un’unità redenta. Dio non cancella la storia, ma la ricrea ponendole fondamenta nuove, nelle quali nulla va perduto e tutto ritrova il proprio posto. Gerusalemme diventa così il compimento sia per le dodici tribù sia per i dodici apostoli. Solo all’interno di questa città ciascuno può ritrovare il senso della propria storia e della propria missione. 

Questo è un punto decisivo anche per noi oggi. La violenza nasce spesso dall’incapacità di rileggere la propria storia in modo redento. Accade quando la memoria diventa una narrazione chiusa, costruita contro l’altro e difesa come un possesso esclusivo. La preoccupazione per il possesso di proprietà assunto come criterio per definire le relazioni, già emersa in precedenza, si riflette anche nel rapporto con la memoria storica. Si tende a voler possedere la narrazione degli eventi, come un territorio da difendere, mettendo continuamente in discussione la narrazione storica dell’altro. Così facendo, non è più una memoria che aiuta a migliorare le relazioni, ma al contrario diventa una “memoria tossica”, che inquina le relazioni. Negare la memoria storica dell’altro è una forma sottile ma potente di esclusione.  

È necessario, invece, un ripensamento dei concetti stessi di “storia” e di “memoria” e – di conseguenza – anche della categoria di “colpa”, “giustizia” e “perdono”. Sono queste ultime che pongono in contatto diretto la sfera religiosa con quella morale, sociale e politica. Non si tratta di negare i fatti del passato, ma di verificarne le interpretazioni, affinché queste non determinino in modo violento le scelte di oggi. Solo attraverso questo onesto riesame si può redimere la propria lettura storica a beneficio di tutta l’umanità. Scuole, università, centri e movimenti culturali e media sono i primi responsabili di questa missione di ripensamento e guarigione della nostra memoria collettiva. Sono coloro che possono contribuire a costruire una differente e positiva narrativa storica non esclusiva. 

Questa purificazione non è un’operazione diplomatica, né un compromesso politico: è un atto profondamente spirituale, perché tocca le radici dell’identità e del dolore. Richiede di lasciarci redimere da Dio per poter diventare, a nostra volta, strumenti e canali di guarigione per gli altri. Solo una memoria redenta può generare un futuro diverso. La missione della Chiesa è allora quella di promuovere una vera “purificazione della memoria storica”. San Giovanni Paolo II lo ricordò con forza durante il Giubileo del 2000, quando parlò della necessità di purificare la memoria come atto profondamente spirituale, capace di toccare le radici dell’identità e del dolore. 

Sono ben cosciente che questo è un argomento per molti inaccettabile. Forse per alcuni è un tema “troppo cristiano”, per altri può sembrare utopico, o anche da rigettare. Ma non importa. Questo è il contributo, la missione, che l’Agnello ci lascia in consegna. La testimonianza alla quale siamo destinati, la “promessa e profezia” che deve sostenere il nostro pellegrinare nella Città Santa, nella nostra Chiesa: osare una visione che non nasce dal possesso, dalla paura o dalla rivendicazione, ma dalla redenzione della storia. Che Chiesa saremmo se non avessimo il coraggio di indicare un mondo che ancora non c’è, ma che Dio ci promette e che già intravediamo all’orizzonte? 

6. Le porte aperte 

«Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte» (Ap 21,25). 

Le mura di una città sono sempre costruite a difesa. Qui invece non sono costruite per difendere la città da un esterno minaccioso, come se ciò che è fuori fosse pericoloso. Servono a definire uno stile di vita, un’appartenenza, ma sono costantemente aperte. Non c’è nulla da difendere, ma solo uno stile da proporre. Aperte in tutte e quattro le direzioni, perché chiunque, in qualsiasi momento, possa entrare e diventare parte di questa nuova umanità. «La mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7). 

Ciò che nell’Antica Alleanza era privilegio di un solo popolo – benché, fin dall’inizio, destinato a tutti i popoli della terra (cf. Gen 12,3), ora è profetizzato per tutti. Tutti possono far parte del popolo santo di Dio. La Chiesa oggi lo vive e lo annuncia portando questo tesoro profetico in vasi di creta. Anche questa è un’altra chiara indicazione che l’Apocalisse ci offre. Nella città che scende dal cielo non vi può essere esercizio di un monopolio da parte di alcuno, perché la Città Santa, per la sua stessa natura, è incompatibile con ogni forma di chiusura, di esclusività o di identità monocolore. Essa non appartiene a qualcuno contro altri, né può essere ridotta a possesso di una parte. Le sue porte sono sempre aperte: non sono un dettaglio architettonico, ma l’espressione di un’identità che si definisce solo nell’accoglienza e nella relazione. La convivenza è frutto di condivisione di un comune progetto, di cui tutti sono parte integrante. 

Si tratta anche di tenere aperte le porte tra le diverse comunità che compongono la nostra società. Non solo “sfiorarsi” l’un l’altro, ma “tenere le porte aperte”, conoscersi e sostenersi. 

7. Il cuore condiviso dell’umanità 

«Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore... E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni» (Ap 21,24.26). 

Le porte della Città non sono solo aperte. Giovanni specifica e aggiunge che i popoli, le nazioni, l’alterità, non solo non sono una minaccia, ma al contrario sono considerati una ricchezza. È l’oro e l’incenso delle genti che abbelliscono la città. Questa è un’altra delle grandi novità descritta dall’Apostolo. Sono completamente invertiti i canoni della bellezza, della santità, della purità: non è ciò che è incontaminato, solitario, isolato ad essere bello, ma ciò che è aperto all’altro. Gerusalemme si arricchisce nella misura in cui accoglie. 

All’inizio abbiamo visto che Gerusalemme si costruisce nella misura in cui riceve se stessa da Dio. Ora la visione si completa, e possiamo constatare anche che Gerusalemme si arricchisce nella misura in cui riceve se stessa dagli altri. Le due cose vanno insieme. Sembra la realizzazione della profezia di Isaia: «Ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”» (Is 2,2-3). 

Il cuore del mondo è a Gerusalemme, come testimoniano i milioni di pellegrini che giungono da ogni dove nella Città Santa. I pellegrini sono parte della vita della città. Senza di loro, senza questo legame con il mondo, la città è incompleta: lo vediamo purtroppo molto bene in questi mesi, segnati dalla loro assenza. Questo significa che i governanti locali dovranno sempre tenere in considerazione che quanto è vissuto a Gerusalemme coinvolge la vita di miliardi di credenti in tutto il mondo. Non è solo affare privato di chi ha la grazia di vivere in quei luoghi. Gerusalemme non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma appartiene a ciascuno perché non è bottino, bensì dono, punto di riferimento comune, un patrimonio dell’umanità.  

Il mondo ha il diritto e la responsabilità di interessarsi a Gerusalemme. Non per imporre soluzioni dall’alto, mancando di rispetto alla sovranità e all’autodeterminazione dei popoli che vi risiedono, ma per esercitare una pressione costante e discreta – diplomatica, culturale e spirituale – affinché nessuna logica di esclusione, di sopraffazione o di possesso esclusivo possa prevalere. La comunità internazionale dovrebbe garantire la missione universale di Gerusalemme, ricordando a tutti che ciò che accade tra le sue mura riguarda il cuore di miliardi di credenti e l’intera famiglia umana. 

8. La vocazione: guarire il mondo 

La città non è fine a se stessa. La sua missione è universale e la sua vocazione è terapeutica. 

«E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (Ap 22,1–2). 

Dal trono di Dio e dell’Agnello scaturisce un fiume d’acqua viva, e sulle sue rive cresce l’albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni». Questo è il compito ultimo e sublime di Gerusalemme. L’albero della vita, che nell’Eden era precluso all’uomo, è ora nel cuore della città, accessibile a tutti. E le sue foglie non sono per pochi eletti, ma per la guarigione delle “nazioni”, termine che nell’Apocalisse indica spesso il mondo non credente, coloro che stanno fuori, che ancora non conoscono Dio. La misericordia divina non è un privilegio per pochi, ma un destino offerto a tutti. 

La missione di Gerusalemme non si esaurisce dentro le sue mura, non è chiusa all’interno delle sue porte. La sorgente di acqua viva che sgorga dal cuore dell’Agnello irriga il mondo intero. Gerusalemme è una città “in uscita”, chiamata a portare frutto per l’umanità. Ciò che ha ricevuto dall’Alto è da condividere con tutti. Ha una missione specifica, che è solo sua, quella di «guarire le nazioni». Guarire da cosa? Il testo non lo dice, perché non indica una ferita soltanto, ma la radice stessa della vita ferita. Dice però che ciò che guarisce è il suo essere viva, il suo partecipare alla vita di Dio. 

Di guarigione avrà bisogno la Terra Santa. Serviranno lunghi percorsi di recupero delle tantissime e dolorosissime lacerazioni che questo conflitto produce nella vita di tutte le comunità, servirà conforto per le tribolazioni, causate dall’odio, dalla “memoria tossica”. La missione della Chiesa non è tracciare confini più stretti, ma mantenere le porte aperte, testimoniando un amore che non si arrende mai e che raggiunge anche chi è lontano, dubbioso o resistente. La responsabilità della libertà umana è affermata, ma lo è anche l’illimitatezza della Grazia divina.   

La Terra Santa, e la piccola e vulnerabile comunità cristiana che vi abita, ha molto da condividere. Non possiede un potere militare o economico, ma attinge dall’Agnello la mitezza di chi, secondo la beatitudine evangelica, erediterà la terra. Ha la forza dell’amore che si dona, l’unica forza che il male non può sconfiggere.  

Redimere le conseguenze del conflitto – l’odio, la paura, la “memoria tossica” – è il compito specifico e sublime della Chiesa di Gerusalemme per il mondo intero. Le sue radici affondano nella geografia della salvezza, ma il suo sguardo è universale: essere per il mondo non un’utopia, ma il seme di una città reale, la città posta sul monte (cf. Mt 5,14), che irradia la luce di Cristo a tutte le nazioni, dove gli uomini imparano l’arte del perdono, la forza dell’uguaglianza e la gioia del servizio. È soprattutto il coraggio del perdono la medicina più potente, capace di portare guarigione, ed è anche la testimonianza più autentica che la nostra comunità può offrire ai popoli di questa Terra. 

Non si tratta di fare da ponte tra due parti in conflitto, come se i cristiani fossero chiamati a mediare dall’esterno. Non è questo il loro ruolo. I cristiani in Terra Santa non sono un terzo incomodo, né un cuscinetto neutrale tra israeliani e palestinesi, o un corpo separato rispetto ai loro fratelli non cristiani. Sono, piuttosto, sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo. In prevalenza cittadini palestinesi o giordani, arabi cristiani, ma anche ciprioti e israeliani, condividono la storia, la lingua, le ferite e le aspirazioni dei loro popoli. Non sono chiamati a chiudersi in un’enclave protetta, né a fuggire, ma a vivere fino in fondo la loro vocazione: stare dentro la società, condividendone le sorti, per fermentarla dall’interno con una visione dell’uomo – e del vivere sociale – radicata nel Vangelo 

Non offrono al mondo un’utopia astratta, ma il seme – fragile, concreto, talvolta quasi invisibile – di una città possibile. Una città che lievita dal basso, nella pasta del quotidiano condiviso con i loro concittadini musulmani ed ebrei, e che mostra come convivenza, perdono e riconciliazione sono possibili. Per tutti. 

9. Il rifiuto 

Questi due capitoli dell’Apocalisse che ci hanno accompagnato non sono avulsi dalla realtà. Giovanni è ben consapevole che oltre al fascino e alla bellezza contenuta nei passaggi che abbiamo presentato, esiste anche la possibilità del rifiuto. Vi sono diversi passaggi in questo senso (21,8.27; 22,11.15). Ne prendiamo solo uno ad esempio: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (22,15). 

È un linguaggio forte, al quale forse non siamo più abituati. Sta ad indicare un elemento importante: vivere nella Città Santa rappresenta una scelta e una responsabilità. Le mura della città – abbiamo detto – non difendono, ma definiscono la postura esistenziale di chi ha deciso di vivere illuminato dall’Agnello. Se si decide di abitare nella città piena di splendore e dalle porte sempre aperte, desiderosa di accogliere e di guarire, ci si assume anche la responsabilità di rifiutare tutto ciò che non appartiene a quello stile. 

Vi è una scelta da fare, uno stile da assumere. Chi lo rifiuta, non può stare dentro le mura, non può fare parte della vita della Città. Si tratta, inoltre, non solo di scegliere di vivere nella luce dell’Agnello, ma anche di adoperarsi perché le tenebre e tutto ciò che appartiene al mondo della morte non dimori nella città. 

È importante comprendere la natura di questo rifiuto. Non si sta giudicando la nostra umanità – che è sempre segnata dall’imperfezione –, né il nostro essere peccatori bisognosi di perdono, anzi: proprio per questo l’Agnello è sorgente inesauribile di misericordia. Il rifiuto di cui parlano le Scritture costituisce qualcosa di più radicale: è l’adesione – deliberata, ostinata e chiusa al pentimento – a uno stile di vita che diventa la negazione stessa della logica dell’Agnello. È la scelta consapevole della menzogna come sistema, della violenza come metodo. Si manifesta nella pretesa di possedere non solo gli spazi, ma la verità. È il costruire la propria vita e la propria città su quel progetto di Babele che pretende di innalzarsi verso il cielo con le sole proprie forze, escludendo Dio e, di conseguenza, mettendo da parte il fratello.  

La città dalle porte aperte non espelle, ma definisce chiaramente ciò che è incompatibile con la sua stessa esistenza. La scelta è nostra: vivere della luce che si riceve, o pretendere di essere noi stessi luce. A chi fa questa scelta, la città dalle porte aperte non può che apparire come un giudizio di condanna. Ma per chi accoglie lo stile dell’Agnello, essa è, e resta per sempre, una casa. 

È importante sottolineare, comunque, come non ci possiamo illudere che questa scelta sia compiuta una volta per tutte, né che la Gerusalemme celeste coincida perfettamente con alcuna comunità terrena – nemmeno con la nostra Chiesa. Finché saremo pellegrini nella storia, la Città Santa rimarrà davanti a noi come dono e come promessa, non come possesso. Anche le nostre comunità, le nostre istituzioni religiose, i nostri cuori portano ancora le cicatrici del peccato e della divisione. La tentazione di chiuderci in una “città ideale” costruita con le nostre mani è sempre in agguato. Per questo la Gerusalemme che scende dal cielo non cessa mai di scendere: abbiamo sempre bisogno di riceverla di nuovo, perché non la possediamo mai. 

10. Una città per tutti: abitare la storia con gli occhi dell’Agnello 

La visione della nuova Gerusalemme, in definitiva, non costituisce un invito ad evadere dalla storia, ma un’indicazione per camminare dentro la storia. È un modello, uno stile, un riferimento reale per la comunità cristiana e per tutti coloro che hanno a cuore la città terrena. 

I principi emersi – il radicamento nella realtà, la custodia del sacro, l’universalità dell’accoglienza, la forza della mitezza, il primato della relazione sul possesso, la necessità di una redenzione della memoria, l’apertura a tutte le nazioni – hanno implicazioni politiche, sociali e interreligiose immediate. Essi ci dicono che: 

Il carattere storico di Gerusalemme ci fa comprendere che la città è la patria sia degli israeliani che dei palestinesi, ed è rivendicata da entrambi come propria capitale. Tuttavia, le rivendicazioni esclusive sono in contrasto con la vocazione di Gerusalemme. Essa è piuttosto una città da condividere, un luogo di incontro. 

Il carattere religioso di Gerusalemme non può essere ignorato in nessun accordo politico. I fallimenti passati lo dimostrano. Bisogna prendere coscienza che la caratteristica principale della Città Santa è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio. 

L’armonia tra le comunità (ebrei, cristiani e musulmani) rimane il riflesso terreno dell’intimità con Dio. Le divisioni ne sono una negazione. 

Le istituzioni religiose sono chiamate a un continuo rinnovamento spirituale per non diventare ostacoli alla conoscenza di Dio e all’incontro con il mondo. 

Il possesso della terra e dei Luoghi Santi non può trasformarsi in assoluto ideologico. Servono nuovi equilibri che tengano conto delle esigenze vitali di tutti, superando la logica dell’esclusione. È possibile trovare forme di convivenza, rispettando ciascuno i luoghi dell’altro. 

La comunità internazionale ha il dovere e il diritto di interessarsi a Gerusalemme, perché essa è di tutti. Il cuore del mondo è a Gerusalemme e ciò che vi accade coinvolge miliardi di credenti. 

La Chiesa di Gerusalemme, piccola e resiliente, si trova a vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme celeste: essere luogo accogliente, luce pasquale che rischiara le tenebre del rancore; essere casa dalle porte aperte, strumento di guarigione nel mondo. Questo è il suo sogno, la sua missione, il suo dono all’umanità. 

https://www.lpj.org/it/news/letter-to-the-diocese

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