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sabato 28 marzo 2026

Attacco a Suqaylabiyah: gli alawiti, i drusi, i curdi e ora i cristiani.


da Insideover - Fulvio Scaglione

La sera di venerdì 27 marzo, Suqaylabiyah, città a maggioranza greco-ortodossa nella valle dell’Oronte, è stata presa d’assalto da uomini armati arrivati in moto.

I residenti sono stati minacciati di morte, negozi, chiese, macchine sono stati danneggiati, e molti commercianti hanno dovuto chiudere le loro attività.

Alcuni aggressori hanno tentato di irrompere nelle abitazioni, il tutto sotto gli occhi delle forze di sicurezza, che secondo i testimoni non sono intervenute per fermare o arrestare i responsabili.

Gli alawiti. I drusi. I curdi. Adesso i cristiani. Quello che americani ed europei considerano un tentativo di restaurare l’unità territoriale della Siria sotto il potere del nuovo Governo somiglia sempre più, nella Siria dove i musulmani sunniti sono il 75% della popolazione, a un progetto di repressione delle minoranze nel segno dell’islamismo.

Il caso degli alawiti è stato il più drammatico. Nel marzo dell’anno scorso, dopo un agguato a una pattuglia governativa, le milizie di Hayat Tahrir al-Sham (Comitato per la liberazione del Levante, HTS), il gruppo islamista comandato da Abu Muhammad al-Joulani, ovvero da Ahmed al-Sharaa prima che diventasse presidente della Siria, erano calate sulla provincia di Latakia e avevano fatto strage di almeno 1.500 persone, quasi tutte civili, molte donne e bambini. Un pogrom etnico-religioso in piena regola, a cui Al-Sharaa reagì da un lato dicendo che le passate crudeltà del regime di Bashar al-Assad (alawita) rendevano comprensibile la voglie di vendetta e annunciando una commissione d’inchiesta sulle stragi di cui, peraltro, nessuno ha più sentito parlare. Ma quello attuale dei cristiani, se possibile, è ancor più emblematico.

I fatti. Siamo a Suqaylabiyah uno dei grossi centri nella valle dell’Oronte, nel governatorato di Hama che conta circa 250 mila abitanti. Un’area a prevalenza musulmana sunnita con un’eccezione, appunto Suqaylabiyah, che ha una popolazione a maggioranza cristiana, in particolare greco-ortodossa. In un negozio di vini e liquori, come quasi sempre accade in Medio Oriente gestito da cristiani, si accende una disputa. Difficile non pensare a una provocazione: perché dei musulmani avrebbero dovuto entrare nel negozio, visto che tutte le bevande inebrianti sono esplicitamente vietate dalla loro religione?

Comunque sia, il tam tam si mette immediatamente in azione e dai villaggi del circondario arrivano molti altri musulmani che attaccano i negozi dei cristiani, distruggono ciò che possono e, di passaggio, abbattono una statua della Madonna che si trovava in una piazza. A notte fonda gli assalitori si ritirano. Il mattino dopo, a Damasco e altrove, puntualmente spuntano manifestazioni e piccoli cortei per chiedere la messa al bando della vendita di alcolici. Un provvedimento che, se fosse deciso, colpirebbe i cristiani in due modi: da un lato, togliendo a molti di loro un lavoro e una fonte di sopravvivenza; dall’altro cancellando uno dei più evidenti (anche se, ovviamente, non il più importante) segni della “diversità” della comunità cristiana.

I segnali da non sottovalutare
È ovvio che i cristiani di Siria vivano ore di apprensione. Prima dei fatti di Suqaylaibiyah non c’era stata alcuna discriminazione “ufficiale” nei loro confronti. Ma nel giugno del 2025 ci sono stati i 30 morti nella chiesa di Sant’Elia a Damasco, dove un terrorista ha aperto il fuoco sui fedeli che assistevano alla messa e poi si è fatto esplodere. Alla vigilia di Natale, proprio a Suqaylabiyah, alcuni uomini armati hanno dato fuoco all’albero di Natale alzato nella piazza centrale. E adesso l’assalto alle botteghe dei cristiani. I segnali sono comunque inquietanti.

Sull’analisi della situazione le opinioni divergono. Molti tendono a pensare che il presidente Al-Sharaa, molto semplicemente, non abbia il pieno controllo delle milizie che pure ha guidato alla conquista del potere in Siria. Dopo anni di lotta armata dal nido d’aquila della provincia di Idlib, i diversi comandanti si sono ritagliati porzioni di potere personale a cui non vogliono rinunciare e che vogliono continuare a esercitare senza troppo badare alle direttive, peraltro assai blande, del Governo centrale. Da cui le spedizioni punitive contro l’etnia cui appartenevano gli Assad, gli assalti alla comunità drusa del Sud, i tentativi di espansione nelle aree cristiane (Suqaylabiyah non è l’unico caso, anche la famosa Maaloula, per fare un altro esempio, è sotto pressione dei musulmani che cercano di trasferirvisi in massa) e così in via.

È una tesi non assurda, che però si scontra con una serie di fatti concreti. Intanto Al-Sharaa, quand’era “solo” il capo delle formazioni islamiste che, appoggiate dalla Turchia, combattevano le truppe siriane, ha mostrato una grande capacità nella tattica e nel marketing politico, cambiando di volta in volta (almeno quattro) la denominazione e l’atteggiamento del suo gruppo in relazione al mutamento della situazione sul campo. Cosa che non gli ha impedito di reprimere con violenza le proteste che anche nel feudo di Idlib si erano più volte sollevate. E ha confermato questa capacità di agire su un doppio binario anche una volta diventato presidente, fintamente a interim, della Siria.

Al Sharaa-Al Joulani, il doppio volto del potere
Preso il potere, e dovendo accreditare soprattutto all’estero un’immagine di moderato, Al-Sharaa ha avuto una grande intuizione. Ha riservato agli uomini usciti da HTS le funzioni relative alla Difesa, alla Sicurezza e alla politica estera ha affidato al Governo di salvezza nazionale (GSN) l’amministrazione delle questioni tecniche e non politiche, a loro volta gestite da tecnocrati e burocrati locali, con il duplice effetto di indebolire il dissenso interno e di offrire una chance al ritorno di quella classe di professionisti di alto livello che negli anni sono fuggiti in massa (si calcola almeno un terzo di ingegneri, professori, tecnici di ogni sorta, artigiani specializzati, imprenditori) dalla Siria devastata. Una struttura decentralizzata ma largamente burocratica che somiglia, peraltro, a quella dei tempi di Assad o a quella attuale di Egitto e Iraq. 

lunedì 2 giugno 2025

La Siria e la caduta di Assad: il ruolo cruciale e nascosto della guerra cyber

 

Riprendiamo dal sito INSIDEOVER un fondamentale articolo di Roberto Vivaldelli  di chiarimento delle dinamiche della caduta del governo siriano a dicembre 2024 

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La repentina caduta del regime di Bashar al-Assad, culminata con la perdita di Damasco l’8 dicembre 2024 e l’ascesa Ahmed Husayn al-Sharaa, meglio noto come Abu Muhammad Al Jolanileader del gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham (Hts), rappresenta uno degli eventi più significativi della storia recente della Siria. Un’inchiesta condotta da Newlines Magazine getta luce su un aspetto meno visibile e conosciuto della fine di Assad: una sofisticata operazione di guerra cibernetica che ha sfruttato la vulnerabilità di un esercito già indebolito da anni di conflitto, crisi economica e morale. La narrazione tradizionale di una sconfitta militare dovuta a un attacco dell’opposizione a Aleppo non basta a spiegare l’improvvisa dissoluzione dell’esercito siriano. Dietro le quinte, infatti, un’applicazione mobile, apparentemente innocua, ha svolto un ruolo cruciale, trasformando gli smartphone degli ufficiali in strumenti di spionaggio.

La guerra cyber ha giocato un ruolo fondamentale

Secondo Newlines Magazine, un’applicazione chiamata STFD-686, distribuita tramite un canale Telegram sotto il nome di Syria Trust for Development (un’organizzazione umanitaria legata ad Asma al-Assad), si è rivelata una trappola. Promettendo aiuti economici, l’app chiedeva agli ufficiali di inserire dati personali e militari sensibili, come nome, grado, posizione e dettagli sulle unità di appartenenza. Questi dati, raccolti tramite un’interfaccia web che reindirizzava a siti fasulli come syr1.store e syr1.online, hanno permesso agli operatori dell’attacco di mappare in tempo reale le posizioni dell’esercito siriano, individuando punti deboli e depositi di armi. L’app installava inoltre SpyMax, un software di sorveglianza che consentiva di accedere a chiamate, messaggi, foto e persino alla videocamera dei dispositivi, trasformando i telefoni in strumenti di spionaggio remoto.

L’inchiesta evidenzia come questa operazione abbia sfruttato non solo la tecnologia, ma anche la disperazione degli ufficiali siriani. Con salari ridotti a circa 20 dollari al mese a causa del crollo della lira siriana (da 50 a 15.000 contro il dollaro tra il 2011 e il 2023), molti militari erano demoralizzati e inclini ad accettare qualsiasi promessa di aiuto finanziario. La mancata applicazione di protocolli di sicurezza, come dimostrato dall’episodio del 2020 in cui un telefono lasciato acceso in un veicolo Pantsir-S1 portò a un attacco aereo israeliano, ha amplificato le vulnerabilità. L’esercito siriano, già logorato da anni di guerra, corruzione e stagnazione politica, non ha mai intrapreso contromisure efficaci contro queste minacce cibernetiche.

L’impatto dell’attacco è stato devastante. La raccolta di dati sensibili ha permesso agli oppositori del regime di pianificare l’Operazione Deterrenza dell’Aggressione, iniziata a novembre 2024, che ha portato alla rapida conquista di Aleppo e, successivamente, di Damasco. L’inchiesta suggerisce che i dati raccolti abbiano facilitato attacchi mirati, come quello alla sala operativa militare di Aleppo, e creato confusione tra i comandi, come nel caso dello scontro tra le forze dei generali Saleh al-Abdullah e Suhail al-Hassan il 6 dicembre 2024. Non è chiaro chi abbia orchestrato l’attacco: potrebbe trattarsi di fazioni dell’opposizione, servizi segreti regionali o internazionali, o persino attori non ancora identificati. Tuttavia, l’efficacia dell’operazione evidenzia una nuova era di guerra ibrida, in cui la tecnologia si intreccia con le debolezze umane e istituzionali.

La fine delle sanzioni europee sulla Siria

In risposta alla caduta del regime di Assad, l’Unione Europea ha deciso di appoggiare politicamente la transizione del Paese e il governo di al-Sharaa. Il 20 maggio scorso, il Consiglio dell’Ue ha infatti avviato l’iter per la rimozione di tutte le sanzioni economiche contro la Siria, ad eccezione di quelle motivate da ragioni di sicurezza. Questa decisione, come dichiarato da Kaja Kallas, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, mira a “sostenere il popolo siriano nel riunirsi e ricostruire una Siria nuova, inclusiva, pluralistica e pacifica”.

Sono state rimosse dalle liste delle sanzioni 24 entità, tra cui la Banca Centrale di Siria e aziende operanti nei settori del petrolio, del cotone e delle telecomunicazioni. Tuttavia, l’Ue ha esteso fino al 1° giugno 2026 le sanzioni contro individui ed entità legate al regime di Assad e ha introdotto nuove misure restrittive contro due individui e tre entità responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nella regione costiera siriana di marzo 2025: violenze che, come abbiamo raccontato su InsideOver, sono state commesse con il tacito assenso degli uomini di al-Jolani.

Il primo attacco dell’Isis al nuovo governo siriano

Parallelamente alla transizione politica, la Siria deve affrontare la minaccia dell’ISis, che ha rivendicato il suo primo attacco contro le forze del nuovo governo siriano dopo la caduta di Assad. Secondo Site Intelligence Group e l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, l’attacco, avvenuto mercoledì 29 maggio nella provincia meridionale di Sweida, ha coinvolto un ordigno esplosivo telecomandato che ha colpito un veicolo della 70ª Divisione dell’esercito siriano, uccidendo una persona e ferendo tre soldati. Sebbene l’Isis sia stato territorialmente sconfitto in Siria nel 2019, il gruppo mantiene una presenza nel deserto e continua a colpire, soprattutto le forze curde nel nord-est.

Recentemente, le autorità siriane hanno arrestato membri di una cellula Isis vicino a Damasco, accusati di pianificare attacchi, mentre un’operazione ad Aleppo ha portato alla morte di un ufficiale e tre membri dello Stato Islamico. Durante un incontro a Riyadh, il presidente statunitense Donald Trump ha esortato il leader siriano ad interim, Ahmad al-Sharaa, a collaborare per prevenire la rinascita dell’Isis, sottolineando l’importanza di una vigilanza costante.

https://it.insideover.com/politica/la-siria-e-la-caduta-di-assad-il-ruolo-cruciale-e-nascosto-della-guerra-cyber.html

sabato 13 luglio 2024

'Ribellione dei ribelli' sponsorizzati da Turchia nel Nord della Siria

 

di Mauro Indelicato da INSIDEOVER

Bandiere turche date alle fiamme, blindati dell’esercito di Ankara assaltati e oggetto del lancio di pietre e ordigni rudimentali: lo scenario descritto non appartiene a quello delle fasi più calde dello scontro tra turchi e curdi. Al contrario, il contesto in questione riguarda il Nord della Siria. Proprio le regioni cioè che diversi anni sono controllate quasi direttamente da Ankara.

Centinaia di siriani hanno assaltato postazioni turche, con il governo di Erdogan costretto a emanare una nota urgente in cui si ordina l’evacuazione dei funzionari turchi presenti nel cantone di Afrin, a Nord di Aleppo, e in alcune aree della provincia di Idlib.

La Turchia e il Nord della Siria

Per comprendere al meglio cosa sta accadendo, occorre fare un passo indietro e ricordare il motivo per cui dei blindati e dei mezzi di Ankara sono presenti all’interno di questa parte del territorio siriano. La Siria, come ben noto, sta affrontando una dura 'guerra civile' dal 2011 e il presidente turco Erdogan, già dai primi mesi di conflitto, ha sostenuto attivamente i gruppi definiti ribelli che hanno imbracciato le armi contro il governo del presidente Assad.

Una mossa che però si è rivelata un boomerang: lo sfaldamento dello Stato siriano nel Nord del Paese, nelle zone cioè confinanti con la Turchia, ha portato al rafforzamento dei curdi siriani i quali hanno iniziato a controllare vaste porzioni di territorio lungo le frontiere turche. Non solo, ma la guerra ha anche comportato per Ankara l’afflusso massiccio e incontrollabile di milioni di profughi

Nel 2016, a seguito del riavvicinamento tra Erdogan e Putin, con quest’ultimo primo sponsor di Assad, si è giunti a un compromesso: la Turchia non avrebbe più lavorato per abbattere il potere del presidente siriano, in cambio Mosca ha concesso l’opportunità a Erdogan di entrare in territorio siriano in funzione anti curda. Ankara ha così sostenuto e armato interi gruppi di ribelli, spesso riconducibili alla galassia islamista, i quali hanno solidificato il proprio potere nelle aree settentrionali della Siria. Si tratta di formazioni che non hanno la forza di creare veri e propri apparati amministrativi, Erdogan ha così inviato soldati, poliziotti e funzionari per controllare il territorio in possesso dei suoi alleati.

Gli scontri tra siriani e turchi

A partire da sabato però, sia da Afrin che da alcune aree della provincia di Idlib, sono arrivate immagini di battaglie urbane ingaggiate dai combattenti siriani proprio contro i turchi. I soldati di Ankara sono stati colti di sorpresa e hanno dovuto improvvisamente organizzarsi per difendere le postazioni e, in certi casi, anche abbandonare alcune aree sotto il loro controllo. Particolarmente significativo che gli scontri più importanti siano avvenuti ad Afrin: cantone in maggioranza curda prima della guerra, qui gran parte dei miliziani presenti sono stati direttamente armati e addestrati dai turchi e vengono ancora oggi finanziati per fronteggiare la mai domata guerriglia curda.

Al momento è difficile capire quali sono le sigle ribelli che hanno ingaggiato gli scontri contro i turchi. Nei video, alcuni combattenti indossano le divise del Free Syrian Army (Fsa) sostenuto dalla Turchia, altri invece non hanno uniformi addosso ma appaiono ben addestrati nell’uso di armi e ordigni. Non si tratterebbe quindi di civili, bensì di quegli stessi miliziani appoggiati da Erdogan.

Un delicato equilibrio

Ma qual è l’origine degli scontri? Inizialmente tutto era stato ricollegato alle frasi di Erdogan che, nei giorni precedenti all’inizio dei disordini, aveva annunciato l’avvio di una fase di normalizzazione dei rapporti con il governo di Assad. In realtà, come fatto notare dalla stampa turca, tutto è partito dalla stessa Turchia. Qui la scorsa settimana sono scoppiate rivolte contro i rifugiati siriani. In alcuni casi, come ad esempio a Kayseri, è partita una vera “caccia” alle famiglie siriane. Con tanto di auto, case e negozi appartenenti ai siriani dati alle fiamme. Il motivo di questa ondata di scontri anti-migranti, secondo la ricostruzione fatta dalle agenzie turche, è da ricercare nella notizia dell’arresto di un rifugiato siriano per molestie sessuali contro una bimba sua connazionale di sette anni. Il fatto è avvenuto sempre a Kayseri e, subito dopo la scoperta dell’abuso, sui social e per strada la situazione è sfuggita di mano. 

Dall’altra parte del confine, dunque, i siriani hanno reagito scagliandosi contro soldati ma anche civili e funzionari turchi. Erdogan teme adesso l’implosione dei delicati equilibri interni e di quelli legati al Nord della Siria. Sul fronte interno infatti, in tanti stanno accusando il presidente di essere responsabile di un’immigrazione siriana giudicata fuori controllo. In Siria invece, il leader turco teme ora di perdere il controllo delle regioni in cui ha sostenuto l’opposizione.

Non è un caso se le autorità di Ankara hanno reagito arrestando più di 400 persone accusate dei saccheggi e delle violenze contro i rifugiati siriani. Lo stesso Erdogan ha parlato di “odio e xenofobia inaccettabili”: segno della volontà di mostrare, al di là del confine, di aver già punito chi ha commesso violenze contro i migranti.

https://it.insideover.com/guerra/guai-pesanti-per-erdogan-nel-pentolone-siriano.html