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mercoledì 24 dicembre 2025

Messaggio natalizio del Card Pizzaballa: questo Bambino appena nato, tanto debole dal punto di vista umano, ha cambiato il mondo

Il cardinale Pizzaballa incensa la Natività di Gesù durante la celebrazione della Messa di Natale nella parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza
 

Cari fratelli e sorelle,

il Signore vi dia la pace! E soprattutto, buon Natale!

Quest'anno, come sappiamo, festeggiamo il Natale nel modo più normale possibile, soprattutto a Betlemme, ma non solo! È bello vedere in tutte le nostre parrocchie e comunità l'albero di Natale e il presepe, e tutto ciò che tipicamente abbiamo per le celebrazioni natalizie, e ne siamo felici! Sappiamo che tutti i problemi, siano essi politici, sociali, economici, spirituali, ecc... sono ancora lì, ma è importante anche prendersi questa pausa da tutto il dolore e godersi il Natale, soprattutto per i nostri figli, per le nostre famiglie, per i nostri poveri, e condividerlo tra tutti noi. 

In effetti, abbiamo avuto un anno molto difficile e anche il prossimo anno sarà molto impegnativo. Ma come abbiamo fatto in passato, anche per il futuro, possiamo assicurarvi che saremo presenti, continueremo a servire la nostra comunità e continueremo ad essere come un'unica comunità la luce di Gesù Cristo nella comunità, per portare consolazione, conforto, sostegno e solidarietà ovunque sia necessario. E poi, naturalmente, vogliamo anche essere una voce di verità, per invocare la giustizia e il rispetto dei diritti umani e della dignità di tutti. Perché questo è ciò che celebriamo a Natale, celebriamo il Verbo che si fa carne, celebriamo l'Incarnazione che è qualcosa di reale e concreto:La nostra fede dovrebbe sempre incontrare e toccare la realtà delle nostre vite, sia a livello personale che comunitario.

Ma il Natale ricorda anche a tutti noi una cosa importante. Soprattutto in questo periodo in cui la violenza e l'odio sono il linguaggio comune. In un contesto in cui è comune pensare che se non si usa la forza non si viene presi in considerazione, quindi la violenza, la forza e l'odio sembrano essere il ritornello comune, purtroppo; se non sei forte, se non alzi la voce è come se non esistessi. Il messaggio del Natale è diverso, ci ricorda la via cristiana, Dio entra nella nostra storia e nelle nostre notti, come un bambino appena nato, che è l'elemento più fragile che conosciamo, ma il Natale ci ricorda anche come è il modo di vivere cristiano, specialmente in questo contesto come ho detto. Dio, attraverso Gesù Cristo, entra nella nostra storia, entra nelle nostre notti nella realtà dell'elemento più fragile che conosciamo, un bambino appena nato, che è molto fragile, bisognoso di tutto, dipendente e molto debole. Eppure, questo è il modo in cui entra nel mondo. 

Ma questo Bambino appena nato, che è molto debole dal punto di vista umano, ha cambiato il mondo, e tutte le nazioni e l'umanità sono attratte da lui. Un neonato risveglia in tutti tenerezza e amore, ed è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno soprattutto nel nostro tempo, e noi continueremo ad essere come cristiani un luogo di cura, tenerezza e amore, senza limiti e senza confini; amore senza confini; questo è ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento. 

E c'è speranza, perché ho visto in tutte le nostre comunità e anche al di fuori di esse molte persone capaci di essere questa luce di cui abbiamo bisogno, quindi in tutte queste luci fisiche che vediamo a Natale, dobbiamo vedere anche le luci di molte persone e comunità che stanno rendendo visibile con la loro vita e la loro testimonianza, quindi dobbiamo continuare ad essere questa presenza luminosa ovunque ci troviamo.

Buon Natale! Dio vi benedica! Aspettiamo di vedervi tutti a Betlemme per le celebrazioni. E se non potete venire, restiamo uniti nella preghiera e preghiamo per tutti i nostri fratelli e sorelle di tutto il mondo, non abbiate paura e venite a trovarci qui, vi aspettiamo, senza di voi il Natale qui non è completo!

https://www.lpj.org/index.php/it/news/christmas-message-2025

              leggi anche :


Il Natale del patriarca Pizzaballa a Gaza

...... Il patriarca ha iniziato l’omelia con una nota ironica: «Ci sono tanti giornalisti qui oggi. Il Natale di Gaza sembra più importante di quello di Betlemme». Poi ha commentato il brano evangelico che narra la nascita di Gesù in concomitanza con il censimento indetto dall’imperatore Tiberio: «La scena che vediamo a Natale, con la Sacra Famiglia che non trova accoglienza né un tetto, richiama molto quella che è oggi l’esperienza di chi vive a Gaza. Dio entra nel mondo così. Non è l’imperatore Tiberio, con il suo censimento, a decidere le sorti del mondo, ma Colui che non trova un posto che lo accolga. Questo mi ricorda la nostra situazione: siamo portati a pensare che i potenti del mondo decidano per la nostra situazione. In tanti hanno in mente qualcosa per il futuro di questa terra, ma in definitiva saremo noi, il popolo che vive qui a decidere come ricostruire. Vi incoraggio a non perdervi d’animo. Siamo in una fase nuova. Non è più il tempo per sopravvivere, è il tempo di ricostruire. Noi dovremo farlo ispirandoci ai valori cristiani, nello spirito del Natale e di Gesù Cristo. Uno spirito di vita, di tenerezza e d’amore. Qui va tutto ricostruito, le case, le scuole, gli ospedali e così via. Non si tratta di ricostruire solo gli edifici, ma la vita stessa. (…) E si impone con sempre maggiore forza l’interrogativo: cosa facciamo ora? Noi qui vogliamo continuare ad essere comunque un luogo di amore, di fiducia e desiderio di bene. Sono questi i valori che ci sospingono».

«Noi ricostruiremo – ha soggiunto Pizzaballa –. Il mondo a un certo punto guarderà altrove, i giornalisti spariranno, ma voi non resterete soli. Ricostruiremo insieme. Avremo scuole migliori, case migliori. E ci sarà una vita migliore per tutti, anche se ora sembra impossibile. Durante la guerra, qualcuno ha presentato dei piani per costruire a Gaza dei resort. Ma noi viviamo qui e non costruiremo resort. Vogliamo ricostruire la nostra vita come vogliamo noi, mattone su mattone».

giovedì 9 ottobre 2025

Firmato accordo che prevede la cessazione degli attacchi nella Striscia di Gaza


Condividiamo la gioia dei bambini di Gaza all'annuncio del possibile accordo per la cessazione del genocidio 



Comunicato Stampa Patriarcato Latino di Gerusalemme sull’annuncio di un accordo a Gaza

Gerusalemme, 9 ottobre 2025

Il Patriarcato Latino di Gerusalemme accoglie con gioia l’annuncio di un accordo che prevede la cessazione degli attacchi nella Striscia di Gaza e la liberazione immediata degli ostaggi, così come quella dei prigionieri palestinesi. Il Patriarcato auspica ardentemente che tale intesa venga pienamente e fedelmente attuata, affinché possa segnare l’inizio della fine di questa terribile guerra. Il Patriarcato ribadisce l’assoluta urgenza di un immediato soccorso umanitario e dell’ingresso incondizionato di aiuti sufficienti per la popolazione sofferente di Gaza. Soprattutto, il Patriarcato prega affinché questo passo apra un cammino di guarigione e di riconciliazione tanto per i Palestinesi quanto per gli Israeliani.

Sua Beatitudine il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, ha dichiarato:

“È una buona notizia e siamo molto felici. È un primo passo, una prima fase. Naturalmente ve ne saranno altri, e certamente sorgeranno altri ostacoli. Ma ora dobbiamo gioire di questo passo importante che porterà un po’ più di fiducia per il futuro e anche nuova speranza, specialmente per i popoli, sia israeliano che palestinese.”
“Ora finalmente vediamo qualcosa di nuovo e di diverso. Certamente vi sarà anche una nuova atmosfera per la continuazione dei negoziati, anche se la vita dentro Gaza resterà terribile ancora per molto tempo. Ma ora siamo felici e speriamo che questo sia solo l’inizio di una nuova fase in cui possiamo, poco a poco, iniziare a pensare non più alla guerra, ma a come ricostruire dopo la guerra.”

Il Patriarcato loda il lavoro di tutti coloro che hanno preso parte ai negoziati ed esprime apprezzamento per i loro instancabili sforzi che hanno reso possibile questo passo.

In questo tempo così delicato, il Patriarcato invita tutti a unirsi alla Giornata di Preghiera per la Pace indetta da Papa Leone XIV l’11 ottobre. Il Signore abbia misericordia della Terra Santa e le conceda la pace.

https://www.lpj.org/index.php/it/news/press-release-on-the-announcement-of-an-agreement-in-gaza

domenica 5 ottobre 2025

Rinnoviamo alla Regina di Palestina la preghiera di intercessione per la pace

  dal Card. Pizzaballa , Patriarca di Gerusalemme dei Latini

5 ottobre 2025

A tutta la diocesi del Patriarcato Latino di Gerusalemme 

Carissimi fratelli e sorelle,
il Signore vi dia pace!

Sono due anni che la guerra ha assorbito gran parte delle nostre attenzioni ed energie. È ormai a tutti tristemente noto quanto è accaduto a Gaza. Continui massacri di civili, fame, sfollamenti ripetuti, difficoltà di accesso agli ospedali e alle cure mediche, mancanza di igiene, senza dimenticare coloro che sono detenuti contro la loro volontà.

Per la prima volta, comunque, le notizie parlano finalmente di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei bombardamenti e dell’offensiva militare. È un primo passo importante e lungamente atteso. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte.

Attendiamo il momento per gioire per le famiglie degli ostaggi, che potranno finalmente abbracciare i loro cari. Ci auguriamo lo stesso anche per le famiglie palestinesi che potranno abbracciare quanti ritornano dalla prigione. Gioiamo soprattutto per la fine delle ostilità, che ci auguriamo non sia temporanea, che porterà sollievo agli abitanti di Gaza. Gioiamo anche per tutti noi, perché la possibile fine di questa guerra orribile, che davvero sembra ormai vicina, potrà finalmente segnare un nuovo inizio per tutti, non solo israeliani e palestinesi, ma anche per tutto il mondo. Dobbiamo comunque restare con i piedi per terra. Molto resta ancora da definire per dare a Gaza un futuro sereno. La cessazione delle ostilità è solo il primo passo –necessario e indispensabile – di un percorso insidioso, in un contesto che resta comunque problematico.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la situazione continua a deteriorarsi anche in Cisgiordania. Sono ormai quotidiani i problemi di ogni genere che le nostre comunità sono costrette ad affrontare, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più accerchiati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente difesa delle autorità di sicurezza.

I problemi, insomma, sono ancora tanti. Il conflitto continuerà ancora per lungo tempo ad essere parte integrale della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa. Nelle decisioni da prendere riguardo alla nostra vita, anche le più banali, dobbiamo sempre prendere in considerazione le dinamiche contorte e dolorose da esso causate: se i confini sono aperti, se abbiamo i permessi, se le strade saranno aperte, se saremo al sicuro.

La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, che sono ancora tutte da definire, inoltre, contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo.

Non siamo qui per dire una parola politica, né per offrire una lettura strategica degli eventi. Il mondo è già pieno di parole simili, che raramente cambiano la realtà. Ci interessa, invece, una visione spirituale che ci aiuti a restare saldi nel Vangelo. Questa guerra, infatti, interroga le nostre coscienze ed è all’origine di riflessioni, non solo politiche ma anche spirituali. La violenza spropositata a cui abbiamo assistito fino ad ora ha devastato non solo il nostro territorio, ma anche l’animo umano di molti, in Terra Santa e nel resto del mondo. Rabbia, rancore, sfiducia, ma anche odio e disprezzo dominano troppo spesso i nostri discorsi e inquinano i nostri cuori. Le immagini sono devastanti, ci sconvolgono e ci pongono davanti a ciò che san Paolo ha chiamato “il mistero dell’iniquità” (2Tes 2,7), che supera la comprensione della mente umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio.

Potenza, forza, violenza sono diventati il criterio principale sul quale si fondano i modelli politici, culturali, economici e forse anche religiosi del nostro tempo. Abbiamo sentito molte volte ripetere in questi ultimi mesi che bisogna usare la forza e solo la forza può imporre le scelte giuste da fare. Solo con la forza si può imporre la pace. Non sembra che la storia abbia insegnato molto, purtroppo. Abbiamo visto nel passato, infatti, cosa producono violenza e forza. Dall’altro lato, però, in Terra Santa e nel mondo, abbiamo assistito e vediamo sempre più spesso la reazione indignata della società civile a questa arrogante logica di potere e di forza. Le immagini di Gaza hanno ferito nel profondo la comune coscienza di diritti e di dignità che abitano il nostro cuore.

Questo tempo ha messo alla prova anche la nostra fede. Anche per un credente non è scontato vivere nella fede tempi duri come questo. A volte percepiamo forte dentro di noi la distanza tra la durezza degli eventi drammatici da un lato, e la vita di fede e di preghiera dall’altro. Come se fossero lontane l’una dall’altra. L’uso della religione, inoltre, spesso manipolata per giustificare queste tragedie, non ci aiuta ad accostarci con animo riconciliato al dolore e alla sofferenza delle persone. L’odio profondo che ci invade, con le sue conseguenze di morte e dolore, costituisce una sfida non indifferente per chi vede nella vita del mondo e delle persone un riflesso della presenza di Dio.

Da soli non riusciremo a comprendere questo mistero. Con le nostre sole forze non riusciremo a stare di fronte al mistero del male e a resistergli. Per questo sento sempre più impellente il richiamo a tenere fisso lo sguardo su Gesù (cf. Eb 12,2). Solo così riusciremo a mettere ordine dentro di noi e a guardare alla realtà con occhi diversi.

E insieme a Gesù, come comunità cristiana vorremmo raccogliere le tante lacrime di questi due anni: le lacrime di chi ha perso parenti, amici, uccisi o rapiti, di chi ha perso casa, lavoro, paese, vita, vittime innocenti di una resa dei conti di cui ancora non si vede la fine.

Lo scontro e la resa dei conti sono stati la narrativa dominante di questi anni, con la inevitabile e dolorosissima conseguenza delle prese di posizione. Come Chiesa la resa dei conti non ci appartiene, né come logica né come linguaggio. Gesù, nostro maestro e Signore, ha fatto dell’amore che si fa dono e perdono, la sua scelta di vita. Le sue ferite non sono un incitamento alla vendetta, ma la capacità di soffrire per amore.

In questo tempo drammatico la nostra Chiesa è chiamata con maggiore energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di restare, quando tutto ci chiede di partire, non è una sfida ma un rimanere nell’amore. Il nostro denunciare non è un’offesa alle parti, ma la richiesta di osare una via diversa dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non su un campo di battaglia.

Non sappiamo se questa guerra davvero finirà, ma sappiamo che il conflitto continuerà ancora, perché le cause profonde che lo alimentano sono ancora tutte da affrontare. Se anche la guerra dovesse finire ora, tutto questo e molto altro costituirà ancora una tragedia umana che avrà bisogno di molto tempo e tante energie per ristabilirsi. La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace. Ma è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla. Ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso.

La tomba vuota di Cristo, presso cui mai come in questi due anni il nostro cuore ha sostato in attesa di una risurrezione, ci assicura che il dolore non sarà per sempre, che l’attesa non sarà delusa, che le lacrime che stanno innaffiando il deserto faranno fiorire il giardino di Pasqua.

Come Maria di Magdala presso quello stesso sepolcro, noi vogliamo continuare a cercare, anche se a tentoni. Vogliamo insistere a cercare vie di giustizia, di verità, di riconciliazione, di perdono: prima o poi, in fondo ad esse, incontreremo la pace del risorto. E come lei, su queste vie vogliamo spingere altri a correre, ad aiutarci nel nostro cercare. Quando tutto sembra volerci dividere, noi diciamo la nostra fiducia nella comunità, nel dialogo, nell’ incontro, nella solidarietà che matura in carità. Noi vogliamo continuare ad annunciare la Vita eterna più forte della morte con gesti nuovi di apertura, di fiducia, di speranza. Sappiamo che il male e la morte, pur così potenti e presenti in noi e attorno a noi, non possono eliminare quel sentimento di umanità che sopravvive nel cuore di ognuno. Sono tante le persone che in Terra Santa e nel mondo si stanno mettendo in gioco per tenere vivo questo desiderio di bene e si impegnano a sostenere la Chiesa di Terra Santa. E li ringraziamo, portando ciascuno di loro nella nostra preghiera. “Circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù” (Eb. 12,1-2).

In questo mese, dedicato alla Vergine Santissima, vogliamo pregare per questo. Per custodire e preservare da ogni male il nostro cuore e quello di coloro che desiderano il bene, la giustizia e la verità. Per avere il coraggio di seminare germi di vita nonostante il dolore, per non arrendersi mai alla logica dell’esclusione e del rifiuto dell’altro. Preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, perché restino unite e salde, per i nostri giovani, le nostre famiglie, i nostri sacerdoti, religiosi e religiose, per tutti coloro che si impegnano per portare ristoro e conforto a chi è nel bisogno. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle di Gaza, che nonostante l’infuriare della guerra su di loro, continuano a testimoniare con coraggio la gioia della vita.

Ci uniamo, infine, all’invito di Papa Leone XIV che ha indetto per sabato 11 ottobre una giornata di digiuno e di preghiera per la pace. Invito tutte le comunità parrocchiali e religiose ad organizzare liberamente, per quella giornata, momenti di preghiera, come il rosario, l’adorazione eucaristica, liturgie della Parola e altri momenti simili di condivisione.

Ci avviciniamo alla festa della Patrona della nostra diocesi, la Regina di Palestina e di tutta la Terra Santa. Nella speranza che in quella giornata ci si possa finalmente incontrare, rinnoviamo alla nostra Patrona la preghiera di intercessione per la pace.

Un fraterno augurio di bene a tutti!

   †Pierbattista Card. Pizzaballa

https://www.lpj.org/index.php/it/news/to-the-diocese-of-the-latin-patriarchate-of-jerusalem

giovedì 31 luglio 2025

Dichiarazione di Sua Beatitudine Cardinale Pierbattista Pizzaballa al rientro da Gaza

«Siamo afflitti, ma sempre gioiosi; poveri, ma arricchiamo molti; non possediamo nulla, ma possediamo tutto». - (2 Corinzi 6,10)

 Patriarcato Latino di Gerusalemme - 22 luglio 2025

Cari fratelli e sorelle,

il Patriarca Teofilo III ed io siamo tornati da Gaza con il cuore spezzato. Ma anche incoraggiati dalla testimonianza di molte persone che abbiamo incontrato.

Siamo entrati in un luogo devastato, ma anche pieno di meravigliosa umanità. Abbiamo camminato tra le polveri delle rovine, tra edifici crollati e tende ovunque: nei cortili, nei vicoli, per le strade e sulla spiaggia – tende che sono diventate la casa di chi ha perso tutto. Ci siamo trovati tra famiglie che hanno perso il conto dei giorni di esilio perché non vedono alcuna prospettiva di ritorno. I bambini parlavano e giocavano senza battere ciglio: erano già abituati al rumore dei bombardamenti.

Eppure, in mezzo a tutto questo, abbiamo incontrato qualcosa di più profondo della distruzione: la dignità dello spirito umano che rifiuta di spegnersi. Abbiamo incontrato madri che preparavano da mangiare per gli altri, infermiere che curavano le ferite con gentilezza e persone di tutte le fedi che continuavano a pregare il Dio che vede e non dimentica mai.

Cristo non è assente da Gaza. È lì, crocifisso nei feriti, sepolto sotto le macerie eppure presente in ogni atto di misericordia, in ogni candela nell'oscurità, in ogni mano tesa verso chi soffre.

Non siamo venuti come politici o diplomatici, ma come pastori. La Chiesa, l'intera comunità cristiana, non li abbandonerà mai.

È importante sottolineare e ripetere che la nostra missione non è rivolta a un gruppo specifico, ma a tutti. I nostri ospedali, rifugi, scuole, parrocchie – San Porfirio, la Sacra Famiglia, l'ospedale arabo Al-Ahli, la Caritas – sono luoghi di incontro e condivisione per tutti: cristiani, musulmani, credenti, scettici, rifugiati, bambini.

Gli aiuti umanitari non sono solo necessari, sono una questione di vita o di morte. Rifiutarli non è un ritardo, ma una condanna. Ogni ora senza cibo, acqua, medicine e riparo provoca un danno profondo.

L'abbiamo visto: uomini che resistono al sole per ore nella speranza di un semplice pasto. È un'umiliazione difficile da sopportare quando la si vede con i propri occhi. È moralmente inaccettabile e ingiustificabile.

Sosteniamo quindi l'opera di tutti gli attori umanitari – locali e internazionali, cristiani e musulmani, religiosi e laici – che stanno rischiando tutto per portare la vita in questo mare di devastazione umana.

E oggi leviamo la nostra voce in un appello ai leader di questa regione e del mondo: non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o sulla vendetta. Deve esserci un modo per restituire la vita, la dignità e tutta l'umanità perduta. Facciamo nostre le parole di Papa Leone XIV pronunciate domenica scorsa durante l'Angelus:

«Rinnovo il mio appello alla comunità internazionale affinché osservi il diritto umanitario e rispetti l'obbligo di proteggere i civili, nonché il divieto di punizioni collettive, l'uso indiscriminato della forza e lo sfollamento forzato della popolazione».

È ora di porre fine a questa assurdità, di porre fine alla guerra e di mettere al primo posto il bene comune delle persone.

Preghiamo e chiediamo il rilascio di tutti coloro che sono stati privati della libertà, il ritorno dei dispersi e degli ostaggi e la guarigione delle famiglie che da tempo soffrono da tutte le parti.

Quando questa guerra sarà finita, avremo un lungo viaggio davanti a noi per iniziare il processo di guarigione e riconciliazione tra il popolo palestinese e il popolo israeliano, dalle troppe ferite che questa guerra ha causato nella vita di troppi: una riconciliazione autentica, dolorosa e coraggiosa. Non dimenticare, ma perdonare. Non cancellare le ferite, ma trasformarle in saggezza. Solo un percorso di questo tipo può rendere possibile la pace, non solo politicamente, ma anche umanamente.

Come pastori della Chiesa in Terra Santa, rinnoviamo il nostro impegno per una pace giusta, per la dignità incondizionata e per un amore che trascende tutti i confini.

Non trasformiamo la pace in uno slogan, mentre la guerra rimane il pane quotidiano dei poveri.

*Traduzione a cura dell'Ufficio Stampa del Patriarcato Latino

mercoledì 30 luglio 2025

Coloni ebrei attaccano di nuovo il villaggio cristiano di Taybeh in Cisgiordania

Dichiarazione sull'attacco perpetrato nella città cristiana di Taybeh

Gerusalemme, 29 luglio 2025

 Noi, Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione e incrollabile condanna a seguito dell'ennesimo violento assalto che ha preso di mira la città cristiana cisgiordana di Taybeh. Diversi veicoli sono stati incendiati e sono stati spruzzati graffiti pieni di odio: un inequivocabile atto di intimidazione diretto a una comunità pacifica e fedele, radicata nella terra di Cristo.

Questo grave incidente non è un fatto isolato. Fa parte di un allarmante schema di violenza dei coloni contro le comunità della Cisgiordania, comprese le loro case, gli spazi sacri e i modi di vita. Solo pochi giorni fa, i coloni sono entrati con la forza a Taybeh, radunando il bestiame nel cuore della città. Individui mascherati - alcuni armati, altri a cavallo - si sono aggirati per le strade, seminando il terrore e minacciando la sacralità della vita quotidiana. Il fuoco ha raggiunto le mura dell'antica chiesa, testimonianza vivente della presenza duratura della fede cristiana in Terra Santa.

Ci rammarichiamo che le dichiarazioni ufficiali della polizia israeliana abbiano ridotto la questione ai soli danni alla proprietà, omettendo il contesto più ampio di intimidazioni e abusi sistematici. Queste omissioni distorcono la verità e non affrontano le violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, compresi il diritto alla libertà religiosa e la protezione del patrimonio culturale.

Un'ulteriore preoccupazione è la campagna di disinformazione reazionaria da parte di gruppi affiliati ai coloni israeliani, lanciata in risposta alle recenti visite diplomatiche a Taybeh. Anziché affrontare le gravi violazioni in atto, queste narrazioni cercano di screditare le vittime e di sminuire il significato della solidarietà internazionale. Tali distorsioni mirano a deviare il controllo e a sminuire la condotta criminale in violazione delle norme internazionali.

Siamo gravemente turbati dal clima di impunità prevalente, che mina lo Stato di diritto e mette a rischio la coesistenza pacifica nella terra della Risurrezione. La mancanza di responsabilità non solo minaccia le comunità cristiane, ma indebolisce anche le basi morali e legali che sostengono la pace e la giustizia per tutti.

Chiediamo al governo israeliano di agire con chiarezza morale e impegno:

- di consegnare alla giustizia senza indugio i responsabili di questi crimini;

- di assicurare una protezione efficace e coerente alla popolazione di Taybeh e a tutte le comunità vulnerabili;

- di rispettare i suoi obblighi davanti al diritto internazionale e di garantire l'uguaglianza di fronte alla legge.

Ringraziamo di cuore le missioni diplomatiche e i partner internazionali che hanno visitato Taybeh e sono stati solidali con la sua popolazione. La vostra presenza offre speranza e forza morale. Vi esortiamo a continuare il vostro sostegno. L'aggressione persiste - e anche la nostra vigilanza e la nostra preghiera unite per una pace radicata nella giustizia.

  • I Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme

*Tradotto dall'Ufficio Stampa del Patriarcato Latino

https://lpj.org/it/news/statement-on-the-attack-perpetrated-in-the-christian-town-of-taybeh

martedì 15 luglio 2025

Dichiarazione dei Capi delle Chiese di Gerusalemme durante la Visita di Solidarietà a Taybeh

Patriarcato Latino di Gerusalemme, 14 luglio 2025

Noi, il Consiglio dei Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme, siamo oggi a Taybeh in solidarietà con la comunità locale a seguito di una tendenza crescente di attacchi sistematici e mirati contro di loro e la loro presenza. Chiediamo le preghiere, l’attenzione e l’azione del mondo, in particolare quella dei cristiani a livello globale.

Lunedì 7 luglio 2025, radicali israeliani provenienti dagli insediamenti vicini hanno appiccato intenzionalmente il fuoco vicino al cimitero della città e alla Chiesa di San Giorgio, risalente al V secolo. Taybeh è l’ultima città completamente cristiana rimasta in Cisgiordania. Queste azioni sono una minaccia diretta e intenzionale, innanzitutto per la nostra comunità locale, ma anche per l’eredità storica e religiosa dei nostri antenati e dei luoghi santi. Di fronte a tali minacce, il più grande atto di coraggio è continuare a chiamare questo posto la propria casa. Siamo al vostro fianco, sosteniamo la vostra resilienza e vi assicuriamo le nostre preghiere.

Ringraziamo i residenti locali e i vigili del fuoco per aver spento l’incendio prima che i nostri luoghi santi venissero distrutti, ma uniamo le nostre voci a quelle dei sacerdoti locali – greco-ortodossi, latini e melchiti greco-cattolici – per lanciare un chiaro appello di sostegno di fronte ai ripetuti attacchi sistematici di questi radicali, che stanno diventando sempre più frequenti.

Negli ultimi mesi, i radicali hanno portato il loro bestiame a pascolare nelle fattorie dei cristiani sul lato est di Taybeh – l’area agricola – rendendole come minimo inaccessibili, ma nel peggiore dei casi danneggiando gli uliveti da cui le famiglie dipendono. Lo scorso mese, diverse case sono state attaccate da questi radicali, che hanno appiccato incendi ed eretto un cartello con la scritta, tradotta in inglese: “non c’è futuro per voi qui”.

La Chiesa è presente fedelmente in questa regione da quasi 2.000 anni. Rifiutiamo con fermezza questo messaggio di esclusione e ribadiamo il nostro impegno per una Terra Santa che sia un mosaico di fedi diverse, che vivono insieme pacificamente con dignità e sicurezza.

Il Consiglio dei Patriarchi e Capi delle Chiese chiede che questi radicali siano chiamati a rispondere delle loro azioni dalle autorità israeliane, che ne facilitano e consentono la presenza attorno a Taybeh. Anche in tempo di guerra, i luoghi sacri devono essere protetti. Chiediamo un’indagine immediata e trasparente sul motivo per cui la polizia israeliana non ha risposto alle chiamate di emergenza della comunità locale e perché queste azioni abominevoli continuino a rimanere impunite.

Gli attacchi perpetrati dai coloni contro la nostra comunità, che vive in pace, devono cessare, sia qui a Taybeh che altrove in Cisgiordania. Questo è chiaramente parte degli attacchi sistematici contro i cristiani che vediamo dispiegarsi in tutta la regione.

Inoltre, chiediamo a diplomatici, politici e funzionari ecclesiastici di tutto il mondo di alzare una voce coraggiosa e pregante per la nostra comunità ecumenica a Taybeh, affinché la loro presenza sia sicura e possano vivere in pace, pregare liberamente, coltivare senza pericolo e vivere in una pace che sembra essere fin troppo scarsa.

Ci uniamo ai nostri confratelli del clero a Taybeh nel reiterare questa speranza di fronte a una minaccia persistente: “la verità e la giustizia prevarranno alla fine”. E ricordiamo le parole del Profeta Amos, che diventano la nostra preghiera in questo periodo difficile: “scorra invece il diritto come acqua e la giustizia come un torrente perenne”.

+ I Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme.

martedì 8 ottobre 2024

Veglia Di Preghiera 7 Ottobre 2024: riflessione di S.B. il Cardinal Pizzaballa

 

Efesini 2:14-17 

Cari fratelli e sorelle, 

il Signore vi dia pace! 

Siamo qui riuniti al termine di una giornata di preghiera, digiuno e penitenza, al termine di uno degli anni più difficili e dolorosi degli ultimi tempi. 

Quest'anno abbiamo gridato il nostro orrore per i crimini commessi, a partire dagli eventi del 7 ottobre di un anno fa, nel sud di Israele, che hanno lasciato una profonda ferita negli israeliani fino ad oggi. Abbiamo inoltre alzato la voce contro la reazione di aggressione, distruzione, fame, sofferenza e morte. 

Stiamo assistendo a un livello di violenza senza precedenti nelle parole e nelle azioni. L’odio, il dolore e la rabbia sembrano essersi impadroniti dei nostri cuori, non lasciando spazio ad altri sentimenti se non al rifiuto dell'altro e della sua sofferenza. 

Nel corso di quest'anno, abbiamo espresso in ogni forma possibile la nostra solidarietà e il nostro sostegno alla comunità di Gaza e a tutti i suoi abitanti.  

Abbiamo cercato di essere una voce che condanna con forza e chiarezza tutta questa violenza che non farà altro che provocare un circolo vizioso di vendetta che genererà altra violenza. 

Abbiamo ribadito la nostra convinzione che la violenza, l’aggressione e le guerre non creeranno mai pace e sicurezza. Abbiamo ripetuto incessantemente che ciò di cui abbiamo bisogno è invece il coraggio di pronunciare parole che aprano orizzonti e non il contrario, di costruire il futuro invece di negarlo. Abbiamo bisogno del coraggio di scendere a compromessi, di rinunciare a qualcosa, se necessario, per un bene più grande, che è la pace. Non dobbiamo mai confondere la pace con la vittoria! 

Abbiamo sottolineato la necessità di costruire un futuro comune per questa terra, basato sulla giustizia e sulla dignità di tutti i suoi abitanti, a partire dal popolo palestinese, che non può più attendere il suo diritto all’indipendenza, troppo a lungo rimandato. 

Abbiamo affermato la necessità di fare e dire la verità nelle nostre relazioni, di avere il coraggio di pronunciare parole di giustizia e di aprire prospettive di pace. 

Ciò che è accaduto e sta accadendo a Gaza ci lascia attoniti e al di là di ogni comprensione. 

Da un lato la diplomazia, la politica, le istituzioni multilaterali e la comunità internazionale hanno mostrato tutta la loro debolezza, dall'altro ci siamo sentiti sostenuti: 

Il Santo Padre ha ripetutamente invitato tutte le parti coinvolte a fermare questa deriva, ma ha anche espresso solidarietà umana alla nostra comunità di Gaza in modi concreti e ha anche dato loro un sostegno concreto.   Proprio oggi ha inviato una lettera a tutti i cattolici di questa regione, esprimendo la sua vicinanza a tutti coloro che in vari modi soffrono le conseguenze di questa guerra, in modo particolare ai nostri fratelli e sorelle di Gaza, e incoraggiandoci a diventare “testimoni della forza di una pace non armata”, ad essere “germogli di speranza”, e “a testimoniare l’amore mentre si parla d’odio, l’incontro mentre dilaga lo scontro, l’unità mentre tutto volge alla contrapposizione”. Grazie, Santo Padre! 

Abbiamo ricevuto tante forme di solidarietà anche da parte dell'intera comunità cristiana nei confronti della nostra Chiesa. La solidarietà umana e cristiana ha trovato forme di espressione di vicinanza che sono state una consolazione importante per noi. Non siamo mai stati lasciati soli con preghiere, espressioni di solidarietà e anche aiuti concreti. 

Tuttavia, in un contesto così drammatico, ammettiamolo: quest'anno ha messo a dura prova la nostra fede. Non è facile vivere nella fede in questi tempi duri. 

Le parole ‘speranza’, ‘pace’, ‘convivenza’ ci sembrano teoriche e lontane dalla realtà. Forse anche la preghiera ci è sembrata a volte un obbligo morale da assolvere, ma non il luogo da cui attingere forza nella sofferenza, uno sguardo diverso sul mondo, non uno spazio di incontro privilegiato con Dio, per trovare conforto e consolazione. Credo che questi siano pensieri umani inevitabili. 

Ma è proprio qui che la nostra fede cristiana deve trovare un’espressione visibile. 

Siamo chiamati a pensare oltre i calcoli di breve respiro, non possiamo fermarci solo alle riflessioni umane, che ci intrappolano nel nostro dolore, senza aprire prospettive. Siamo chiamati a leggere queste sfide alla luce della Parola di Dio, una Parola che accompagna e allarga il nostro cuore. 

E dobbiamo continuare a farlo. 

Non è forse questa la nostra principale missione come Chiesa? Non solo saper dire una parola di verità sul tempo presente, ma anche vedere e mostrare un mondo che va oltre il presente e le sue dinamiche; fornire un linguaggio che possa creare un mondo nuovo che non è ancora visibile, ma che si sta manifestando all'orizzonte? Proporre uno stile di vita in questo conflitto che renda già possibile tra noi ciò che speriamo nel futuro? 

La speranza cristiana non è l'attesa di un mondo che verrà, ma la realizzazione, nella pazienza e nella misericordia, di ciò che crediamo nella fede e su cui basiamo il nostro cammino umano - nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità, nella nostra vita personale. 

“Così egli... (venne) a creare in sé, dei due, un uomo nuovo, facendo la pace” (Ef 2,15). 

Questo nostro tempo è in attesa di vedere l’uomo nuovo che in Cristo ognuno di noi è diventato.  In questo tempo pieno di odio, l'uomo nuovo in Cristo è un esempio vivente di compassione, umiltà, mitezza, magnanimità e perdono (cfr. Col 3,12-13). 

Se non siamo così, se non crediamo nella potenza della risurrezione di Cristo con cui siamo salvati, come ci distingueremo da tutti gli altri? Quale può essere il nostro contributo di credenti in Cristo se non siamo capaci di credere che il male non ha l’ultima parola in questo mondo e che la pace è possibile?   Se le nostre azioni nel mondo non sono visibilmente caratterizzate dalla certezza che nulla potrà mai separarci dall'amore di Dio in Cristo? (cfr. Rm 8,39). 

In questo tempo in cui la violenza sembra essere l’unico linguaggio, continueremo a parlare e a credere nel perdono e nella riconciliazione. In questo tempo pieno di dolore, vogliamo e continueremo a usare parole di consolazione e a dare conforto concreto e incessante laddove il dolore cresce. 

Anche se dobbiamo ricominciare ogni giorno, anche se possiamo essere visti come irrilevanti e inutili, continueremo a essere fedeli all'amore che ci ha conquistati e a essere persone nuove in Cristo, qui a Gerusalemme, in Terra Santa e ovunque ci troviamo. 

Per questo siamo qui oggi. Per questo digiuniamo e preghiamo. Per purificare i nostri cuori, per rinnovare in noi il desiderio di prosperità e di pace con la forza della preghiera e dell'incontro con Cristo, e per credere che queste non sono solo parole, ma vita vissuta. Anche qui, in Terra Santa. 

La Beata Vergine del Rosario interceda per noi e ci aiuti a rendere il nostro cuore docile all'ascolto della Parola di Dio e ad aprirci per essere sempre e ovunque persone nuove in Cristo e coraggiosi testimoni di pace. Perché “ogni dono perfetto viene dall'alto, dal Padre della luce” (Gc 1, 17). Amen. 

+Pierbattista

https://www.lpj.org/it/news/prayer-vigil-october-7-2024-brief-reflection-by-hb-cardinal

domenica 29 settembre 2024

Una giornata di Preghiera, di Digiuno e di Penitenza: 7 ottobre 2024

 

Gerusalemme, 26 settembre 2024

Alla Diocesi del Patriarcato Latino di Gerusalemme

   (raccogliamo per tutti i credenti in questo momento tragico per il MedioOriente)

Carissimi,
il Signore vi dia pace!

Il mese di ottobre si avvicina, e con esso la consapevolezza che da un anno la Terra Santa, e non solo, è stata precipitata in un vortice di violenza e di odio mai visto e mai sperimentato prima. In questi dodici mesi abbiamo assistito a tragedie che per la loro intensità e per il loro impatto hanno lacerato in maniera profonda la nostra coscienza e il nostro senso di umanità.

La violenza, che ha causato e sta causando migliaia di vittime innocenti, ha trovato spazio anche nel linguaggio e nelle azioni politiche e sociali. Ha profondamente colpito il senso di comune appartenenza alla Terra Santa, alla coscienza di essere parte di un disegno della Provvidenza che ci ha voluti qui per costruire insieme il Suo Regno di pace e di giustizia, e non per farne un bacino di odio e di disprezzo, di rifiuto e annientamento reciproco.

In questi mesi ci siamo già espressi chiaramente su quanto sta avvenendo e abbiamo ribadito più volte la nostra condanna di questa guerra insensata e di ciò che l’ha generata, richiamando tutti a fermare questa deriva di violenza, e ad avere il coraggio di individuare altre vie di risoluzione del conflitto in corso, che tengano conto delle esigenze di giustizia, di dignità e di sicurezza per tutti.

Non possiamo che richiamare ancora una volta i governanti e quanti hanno la grave responsabilità delle decisioni in questo contesto, ad un impegno per la giustizia e per il rispetto del diritto di ciascuno alla libertà, alla dignità e alla pace.

Anche noi abbiamo però il dovere di impegnarci per la pace, innanzitutto preservando il nostro cuore da ogni sentimento di odio, e custodendo invece il desiderio di bene per ciascuno. E poi impegnandoci, ognuno nei propri contesti comunitari e nelle forme possibili, a sostenere chi è nel bisogno, aiutare chi si sta spendendo per alleviare le sofferenze di quanti sono colpiti da questa guerra, e promuovere ogni azione di pace, di riconciliazione e di incontro.

Ma abbiamo anche bisogno di pregare, di portare a Dio il nostro dolore e il nostro desiderio di pace. Abbiamo bisogno di convertirci, di fare penitenza, di implorare perdono.

Vi invito, perciò, ad una giornata di preghiera, digiuno e penitenza, per il giorno 7 ottobre prossimo, data diventata simbolica del dramma che stiamo vivendo. Il mese di ottobre è anche il mese mariano e il 7 ottobre celebriamo la memoria di Maria Regina del Rosario.

Ciascuno, con il rosario o nelle forme che riterrà opportune, personalmente ma meglio ancora in comunità, trovi un momento per fermarsi e pregare, e portare al “Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (2 Cor 1,3), il nostro desiderio di pace e riconciliazione.

In allegato alla presente troverete una proposta di preghiera, da usare liberamente. Invochiamo l’intercessione di Maria Regina del Rosario per questa Terra amata e i suoi abitanti.

Con l’augurio di ogni bene,

†Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


Preghiera per la pace

Signore Dio nostro,
Padre del Signore Gesù Cristo
e Padre dell’umanità intera,
che nella croce del Tuo Figlio
e mediante il dono della sua stessa vita
a caro prezzo hai voluto distruggere
il muro dell’inimicizia e dell’ostilità
che separa i popoli e ci rende nemici:
manda nei nostri cuori
il dono dello Spirito Santo,
affinché ci purifichi da ogni sentimento
di violenza, di odio e di vendetta,
ci illumini per comprendere
la dignità insopprimibile
di ogni persona umana,
e ci infiammi fino a consumarci
per un mondo pacificato e riconciliato
nella verità e nella giustizia,
nell’amore e nella libertà.

Dio onnipotente ed eterno,
nelle Tue mani sono le speranze degli uomini
e i diritti di ogni popolo:
assisti con la Tua sapienza coloro che ci governano,
perché, con il Tuo aiuto,
diventino sensibili alle sofferenze dei poveri
e di quanti subiscono le conseguenze
della violenza e della guerra;
fa’ che promuovano nella nostra regione
e su tutta la terra
il bene comune e una pace duratura.

Vergine Maria, Madre della speranza,
ottieni il dono della pace
per la Santa Terra che ti ha generato

e per il mondo intero. Amen


https://www.lpj.org/it/news/a-day-of-prayer-fasting-and-penance

Prot. N. (1) 1519/2024