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sabato 22 agosto 2026

Siria sballottata tra Putin , Al-Sharaa e Erdogan


TEMPI,  21 agosto 2026

di Rodolfo Casadei

Martedì nelle pagine degli esteri dei principali giornali si leggeva la notizia dell’attacco aereo israeliano contro la base aerea siriana di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, in funzione anti-turca: Tel Aviv vuole impedire che si rafforzi la presenza militare di Ankara in Siria. Un’altra notizia è scivolata via con pochi commenti: domenica scorsa per la prima volta da quando gli islamisti di Ahmed al-Sharaa hanno preso il potere in Siria (8 dicembre 2024) un volo civile proveniente da Mosca è atterrato all’aeroporto internazionale di Damasco. L’aereo appartiene alla compagnia nazionale siriana Syrian Airlines e l’agenzia di stampa statale Sana ha segnalato con un asciutto comunicato che l’evento «segna la ripresa dei servizi aerei della compagnia tra Siria e Russia».

In realtà la notizia è molto curiosa, quasi sensazionale, quando si considera che appena cinque giorni prima, l’11 agosto, la Quarta Corte penale di Damasco aveva pronunciato otto condanne a morte, di cui sette in contumacia, a carico di maggiorenti del deposto regime: di questi almeno due, l’ex presidente Bashar al-Assad e suo fratello Maher al-Assad, già comandante della Quarta divisione corazzata, sono rifugiati politici in Russia…

Le condanne a morte degli esponenti del vecchio regime, legato a filo doppio con Mosca, non disturbano il processo di distensione fra gli ex ribelli siriani e la potenza che a partire dalla fine del 2015 più si batté al fianco degli Assad per arrestare la loro avanzata, perché entrambi i soggetti hanno interesse a non aprire un nuovo fronte di crisi.

Al-Sharaa ha problemi di controllo del territorio: gli israeliani vanno e vengono nel governatorato di Quneitra e bombardano quello dell’Idlib, l’Isis è ancora attiva nel nord-est del paese e ha compiuto attentati a Damasco attraverso la sua consociata Saraya Ansar al-Sunna, milizie druse filo-israeliane controllano aree del governatorato di Sweida; inoltre il nuovo uomo forte siriano deve gestire 5 mila combattenti jihadisti stranieri che gli si potrebbero rivoltare contro e gli ex ribelli siriani integrati alle forze di sicurezza che non appartenevano alla sua formazione, Hayat Tahrir al-Sham (Hts).

Vladimir Putin non può permettersi di distrarre forze dal teatro ucraino per difendere le due basi che conserva in Siria – il porto di Tartus e l’aeroporto militare di Hmeimim nel governatorato di Latakia, dove attualmente sono presenti meno di mille militari russi – nel caso che il governo siriano decidesse di cacciare i vecchi amici di Assad dal paese. Così il 9 agosto scorso Damasco e Mosca hanno raggiunto un accordo sul futuro delle due basi. Secondo il protocollo d’intesa firmato, la Siria assumerà il controllo delle infrastrutture civili dell’aeroporto di Hmeimim mentre le strutture militari verranno trasformate in centri congiunti di addestramento di truppe russe e siriane. Stessa soluzione per il porto di Tartus: la Russia restituisce le infrastrutture civili al governo siriano, mentre quelle militari verranno gestite congiuntamente; la gestione del quarto molo commerciale del porto di Tartus, insieme ai relativi magazzini e impianti, passa sotto il controllo esclusivo dell’Amministrazione generale dei Porti e delle Dogane della Siria.

Come scrive l’agenzia di stampa Sana, «per quanto riguarda le basi e le strutture militari, le parti hanno concordato di rivederne le funzioni in modo che vengano trasformate da basi militari in centri congiunti di addestramento e formazione, nell’ambito di nuovi accordi che garantiscano interessi reciproci».

Damasco ha già provveduto ad annullare la concessione per 49 anni della gestione delle infrastrutture civili del porto di Tartus a Stroytransgaz, un’impresa russa controllata da un oligarca molto vicino a Putin, e a concludere un contratto col colosso emiratino DP World, che garantisce un investimento da 800 milioni di dollari.

Ma in altri settori economici la Siria non sembra volersi affatto emancipare dalla dipendenza dalla Russia, almeno per ora. Le forniture di petrolio russe continuano a essere cruciali per il paese: Mosca ha fornito mediamente 46 mila barili al giorno di petrolio a Damasco per tutto il 2025, e nel primo trimestre del 2026 la quota è salita a 60 mila barili, pari a quasi la metà di tutto il fabbisogno siriano. La rete elettrica nazionale e le tre dighe sul fiume Eufrate che la alimentano sono state costruite con specifiche tecniche prima sovietiche e poi russe, e hanno bisogno dell’expertise russa per essere riabilitate. La Russia resta la principale fornitrice di cereali alla Siria e conserva una concessione per 50 anni per lo sfruttamento delle miniere di fosfati a Palmyra che Damasco non ha nessuna intenzione di annullare, perché rappresenta una fonte sicura di valuta pregiata.

Il ruolo russo è stato ridimensionato nel settore della stampa di carta moneta: la compagnia di stato russa Goznak non sarà più la sola incaricata di stampare le banconote delle lire siriane, ma altre due società straniere riceveranno commesse. Al momento non è dato sapere quali siano queste società, anche se alcuni alludono all’austriaca OeBS come una di esse.

La ragione forse più importante per la quale al-Sharaa ha evitato una politica di rottura con Mosca, responsabile di grandi perdite fra le file dei ribelli negli anni della guerra civile e oggi rifugio dei principali esponenti del decaduto regime, è la dipendenza della Siria dalle forniture militari russe.

Come scriveva nel luglio scorso The Syrian Observer,  «la Russia ha fornito il 70 per cento delle principali armi convenzionali della Siria nel decennio che ha preceduto la guerra civile, lasciando il paese dipendente dai russi per i pezzi di ricambio, l’assistenza tecnica, la formazione e l’addestramento per mantenere operativi carri armati, artiglieria e difese aeree. Passare a nuovi fornitori per la difesa costerebbe miliardi di dollari e anni di nuovo addestramento, costi che la Siria attualmente non è in grado di sostenere. Benché Damasco abbia esplorato una possibile cooperazione col presidente ucraino Volodymyr Zelensky in materia di tecnologie anti-droni, la manutenzione delle armi pesanti resta legata ai sistemi russi».

Per parte sua Putin non ha praticato alcun ostruzionismo nei confronti delle nuove autorità dopo la caduta di Assad e la sua fuga in Russia, dove è stato accolto. Nel novembre dell’anno scorso ha votato in Consiglio di Sicurezza l’abrogazione delle sanzioni che colpivano personalmente al-Sharaa e il suo ministro degli Interni Anas Khattab (risoluzione 2799), e nel febbraio di quest’anno ha votato anche la rimozione di Hts dalla lista delle organizzazioni terroriste, decisa all’unanimità dal Comitato del Consiglio di sicurezza per le sanzioni contro Isis e al-Qaeda.

Putin e al-Sharaa si sono già incontrati di persona due volte, e nella seconda occasione (28 gennaio di quest’anno) il presidente russo ha affermato che «molto è stato fatto per ripristinare le nostre relazioni interstatali» e ha elogiato le nuove autorità di Damasco per i loro sforzi volti a «ripristinare l’integrità territoriale della Siria». Per Mosca conservare la possibilità di appoggiarsi alle basi di Tartus e Hmeimim è fondamentale per la propria proiezione nel Mediterraneo e in Africa e per evitare che la Siria passi interamente sotto l’influenza della Turchia, cioè della Nato.

Un altro motivo, per quanto secondario, dei buoni rapporti che i russi cercano di avere col governo islamista di Damasco è quello di far restare in Siria centinaia di combattenti jihadisti di nazionalità russa (quasi tutti ceceni e daghestani) che là si sono trasferiti negli anni della guerra civile.

https://www.tempi.it/putin-al-sharaa-nemici-amici/ 

S'infiamma lo scontro tra Turchia e Israele


PICCOLE NOTE- 22 agosto 2026

L’attacco israeliano di alcuni giorni fa all’aeroporto militare di Abu al-Duhur, in Siria, inasprisce lo scontro tra Tel Aviv e Ankara che si protrae da tempo a motivo dal sostegno verbale di quest’ultima ad Hamas (e in genere alla causa palestinese) anche perché nata nell’alveo della Fratellanza musulmana, di cui il presidente Recep Erdogan si ritiene nume tutelare.

Non è la prima volta che l’IDF fa incursioni nello Stato confinante dopo la caduta di Assad, che anzi si sono intensificate negli ultimi tempi soprattutto nelle regioni meridionali, occupate da Israele, e nelle zone circostanti. Ma stavolta era diverso, dal momento che il target delle bombe non era Damasco, ma Ankara.

Infatti, secondo la ricostruzione israeliana, la base era stata appena visitata da una delegazione dell’esercito turco in vista di una sua ristrutturazione che permettesse di stanziare in loco le proprie forze armate. Uno sviluppo che Tel Aviv ritiene inaccettabile perché minaccerebbe la propria sicurezza, da cui l’aggressione preventiva per far capire ad Ankara che i suoi niet non sono solo verbali.

Così, infatti, nella rivendicazione pubblica di Netanyahu: Israele aveva inviato un messaggio “in termini generali” contro la presenza militare turca nell’aeroporto vicino ad Aleppo. “A quanto pare l’hanno ignorato, così ci siamo assicurati che lo capissero più chiaramente”. La Turchia ha negato che la visita della delegazione turca fosse parte di un progetto per stanziare le proprie forze armate in Siria, che anzi tale prospettiva non sarebbe neanche all’orizzonte.

Ma a tema non è tanto la veridicità o meno della ricostruzione israeliana, quanto il reale scopo dell’attacco, cioè il messaggio indirizzato a Erdogan, entrato ancor più nel mirino di Netanyahu da quando ha avuto un ruolo chiave nel far fallire l’attacco israelo-americano all’Iran del 28 febbraio, vanificando la pressione volta a ingaggiare i curdi nella jihad anti-Teheran (lo ha riferito, tra gli altri, anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi).

Il sultano turco negli ultimi tempi si sta muovendo con certa sagacia riuscendo a mettere a segno successi politici significativi. In particolare, un vero e proprio capolavoro politico: lui che era stato il peggior nemico dei curdi, con i quali per anni ha ingaggiato uno scontro sanguinoso, è riuscito nell’impossibile riuscendo a rappacificarsi con essi.

Un processo lungo e tormentato che ha visto protagonista il leader del PKK (partito dei lavoratori del Kurdistan) Abdullah Ocalan, da decenni ristretto nelle carceri turche, che a febbraio del 2025 aveva lanciato un appello al suo movimento perché disarmasse.  Non era la prima volta che Ocalan tentava questa mossa, evidentemente concordata con le autorità di Ankara in un’ottica di riconciliazione, dal momento che si era prodotto in un analogo appello già nel lontano 2013 con scarso successo. Troppo presto e troppe ancora le divergenze tra le autorità turche e i curdi.

Stavolta, però, era diverso. Tanta acqua era passata sotto i ponti, ma erano soprattutto le circostanze a essere radicalmente mutate. Erdogan aveva un disperato bisogno di questa riconciliazione per puntellare la sua più fragile posizione politica, mentre per i curdi si aprivano prospettive reali di far valere le proprie istanze, a lungo ignorate.

Inoltre, mutato era il quadro mediorientale a causa dell’imperversare di Israele, del genocidio di Gaza, della stralunata politica estera americana. Da qui la svolta reale: dopo altri appelli di Ocalan e ulteriori trattative più o meno segrete tra le parti, il 10 agosto il Parlamento curdo, su sollecitazione di Erdogan, ha approvato una legge che decreta l’amnistia generale per i militanti del PKK (in realtà, non è una vera e propria amnistia, ma è per intendersi).

Quando, nel marzo del 2025, scrivevamo di questo processo di pace, lo collegavamo a quanto stava accadendo in Siria, dove il governo di Damasco aveva intrapreso un negoziato con le fazioni curde sostenute dagli Stati Uniti perché si integrassero nel corpus statale, mettendo armi e miliziani al servizio dell’esercito e ponendo fine all’indipendenza de facto delle regioni da essi amministrate.  Un processo lento quest’ultimo che si è concluso ufficialmente in questi giorni e che è stato evidentemente una conseguenza diretta del voto del parlamento turco.

La tempistica dell’attacco dell’IDF, avvenuto in costanza di questa svolta, segnala il nervosismo di Tel Aviv per un processo che vanifica, o quantomeno rende meno probabile, il sogno di fare della Siria uno Stato fallito, abitato da una destabilizzazione permanente e facile preda del proprio espansionismo.

Tale sviluppo, peraltro, lega in maniera temporaneamente irrevocabile Damasco alla Turchia, rafforzando ulteriormente Erdogan e il suo progetto neo-ottomano e minando la prospettiva israeliana di ergersi a dominus incontrastato del Medio oriente.

Uno sviluppo, peraltro, che rafforza indirettamente anche la cosiddetta Nato sunnita, la recente alleanza siglata da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che impensierisce non poco Tel Aviv perché alternativa agli Accordi di Abramo.

Non sappiamo se la visita della delegazione turca in Siria servisse anche a sollecitare l’ingresso di Damasco in tale alleanza, ma la prospettiva è a tema, dal momento che il ministro degli Esteri siriano Asaad Hassan Al-Shaibani, in un intervento in cui ha definito Anakara un partner chiave per la ricostruzione del suo Paese, ha dichiarato che Damasco non ha ancora deciso se aderire o meno all’alleanza.

In risposta indiretta all’attacco in Siria, la Turchia ha emesso un nuovo mandato di arresto contro Netanyahu per genocidio e per il sequestro dell’equipaggio della flottilla diretta a Gaza. Nel mandato, anche tal Afek Moskovitch, ignoto anche ai media israeliani. Probabile che si tratti di un messaggio in codice diretto a Netanyahu (io so cose…).  La Turchia si rafforza, Israele si innervosisce. Altra carne al fuoco nel malmostoso Medio oriente, che ieri, tra le altre e più drammatiche vicende, ha visto l’attacco di un drone a un mercantile turco che navigava nel Mar Nero verso Novorossiysk: nessuna vittima, ma l’equipaggio ha dovuto abbandonare la nave al suo destino.

https://www.piccolenote.it/mondo/sinfiamma-lo-scontro-tra-turchia-e-israele

venerdì 23 gennaio 2026

Un libro su Gaza: l’orrore negli occhi

Questo libro è un documento crudo, a tratti tremendo, eppure necessario. Una testimonianza dall’interno del male dilagato a Gaza. L'autrice ha intervistato centinaia di gazesi, incontrati a Doha in un centro per la cura e la riabilitazione. In queste pagine le voci di alcuni di loro.

 di Giulia Ceccutti - Terrasanta.net

«L’ho visto con i miei occhi». «Era una scena da fine del mondo». Ecco le frasi più ricorrenti e che forse meglio caratterizzano questo libro e ne condensano l’essenza. Il titolo, sia detto subito, è preso da uno degli avvisi che l’esercito israeliano diffondeva tra la popolazione della Striscia di Gaza, tramite volantini o messaggi telefonici che preannunciavano imminenti bombardamenti, nell’ottobre 2023: «Abitanti di Gaza, la vostra presenza è un pericolo per le vostre vite».

Il testo è frutto di un lungo e paziente lavoro di ascolto in prima persona, iniziato dall’autrice nel 2024. Samar Yazbek – intellettuale dissidente e giornalista siriana fuggita dal suo Paese nel 2011 – incontra centinaia di gazesi sopravvissuti alla guerra, domanda cosa sia successo a loro e ai famigliari dopo il 7 ottobre 2023 e ne registra le testimonianze. Lo fa a Doha, in Qatar, presso un centro nel quale ricevono cure mediche e assistenza. In queste pagine terribili e dolorose, edite in italiano da Sellerio, seleziona e restituisce ventisette vicende di vita, o meglio di vita intrecciata alla morte. «Ogni volta che mi veniva amputato un pezzo della gamba, l’infezione si diffondeva di più (…). Mi sono visto morire da vivo, ho capito come si decompone il corpo umano quando moriamo», sono le parole di Ahmad Abu Radwan, trent’anni, da Jabalia.

I protagonisti sono uomini, donne e ragazzini. Hanno dai tredici ai sessantacinque anni e, in media, un buon livello di istruzione. Sono tutti civili.

«L’ho visto con i miei occhi». Bambini e adulti scaraventati via, a metri di distanza, da un’esplosione. Due settimane di assedio all’ospedale al-Shifa di Gaza City da parte dei carri armati e dall’artiglieria israeliana, quindi l’irruzione nei reparti. La fame e la sete dei pazienti bloccati all’interno, la penuria di medicine. Poi l’assedio e il bombardamento dell’ospedale Indonesiano di Beit Lahiya, nel nord della Striscia. Intere famiglie spazzate via dalle bombe. Le pile di cadaveri e di resti umani abbandonati lungo le strade.

«L’ho visto con i miei occhi». Una bambina in piedi che tiene in braccio la sorellina più piccola «guardando il suo cranio spaccato».

Un bambino di dieci anni che all’ospedale Nasser, a Khan Yunis, insiste per aiutare il personale a raccogliere brandelli di corpi. «Si è imposto dicendo che non se ne sarebbe andato finché non avessero accettato. Nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere un bambino raccogliere i resti di altri bambini. Ho visto tantissime cose, e quelle scene continuano a perseguitarmi ancora oggi», ricorda Ibrahim Qudaih, ventun anni, studente di Infermieristica.

Un nuovo lessico di guerra accompagna l’intera lettura. Si parla di «cinture di fuoco» e di sofisticati droni «quadricotteri», in grado, tra le altre cose, di entrare nelle case, impartire ordini, acquisire l’impronta dell’iride…

Il linguaggio a volte non basta («Neppure tutte le parole del mondo potranno mai esprimere le sciagure che abbiamo vissuto; la paura ci avvolgeva come una spessa coperta nera», è lo sfogo di Jihan al-Bakri, trent’anni). Viene così talvolta sostituito da una, altrettanto significativa, richiesta di silenzio.

Eppure, nell’orrore che pervade ogni singola testimonianza, si fanno spazio spiragli di luce e umanità. Il clima di solidarietà e sostegno reciproco che ritorna più volte tra le famiglie e le persone colpite. Il valore terapeutico del racconto e della scrittura. L’importanza di nominare, uno per uno, quanti non ci sono più, per dare loro dignità. L’amore per la propria terra e il desiderio di farvi ritorno, nonostante tutto. Il ruolo positivo giocato dalle donne («Non è vero che le donne sono state solo vittime; hanno lavorato fianco a fianco con gli uomini nel prestare soccorso ai feriti, nella cura e nell’assistenza infermieristica», puntualizza l’autrice nell’Introduzione).

In definitiva, questo libro è un documento crudo, a tratti tremendo, eppure necessario. Una testimonianza dall’interno del male dilagato a Gaza, da leggere e da conoscere.

Samar Yazbek
La vostra presenza è un pericolo per le vostre vite
Voci da Gaza
Sellerio, 2025  - pp. 272 – 16,00 euro



Testimonianze simili sono raccontate dal sito PICCOLENOTE in due impressionanti articoli a cui rimandiamo i lettori , perchè , nel clamore di quanto avviene altrove nel mondo, la tragedia di Gaza non sia silenziata :

Gaza. L'inferno visto da vicino


giovedì 11 dicembre 2025

La Siria un anno dopo Assad: il Terroristan della CIA

 di Davide Malacaria

Un anno fa la caduta di Assad e l’ascesa al potere di al-Jolani, attuale presidente della Siria. Così Kevork Almassian sul Ron Paul Institute ricorda quel regime-change iniziato nel 2011. Una nota che spiega perché l’ex terrorista sia stato accolto a braccia aperte da Washington e dall’Occidente. “Cominciamo con la cronologia”, scrive, “perché già solo questa fa pensare che fin dall’inizio si è trattato di un’operazione di intelligence”.

“Abu Mohammed al-Jolani era in una prigione gestita dalla CIA in Iraq – Camp Bucca – insieme a un altro nome familiare: Abu Bakr al-Baghdadi. Entrambi furono rilasciati all’inizio del 2011. ‘Per una singolare coincidenza’ è proprio allora che inizia la guerra per il regime-change in Siria. Nel giro di poche settimane al-Baghdadi diventa il capo di quello che diventerà l’ISIS e al-Jolani attraversa il confine con la Siria per fondare Jabhat al-Nusra – ufficialmente la filiale di al-Qaeda nel mio Paese”.

Al-Jolani e la sua rete sono identificati come terroristi, c’è anche una taglia che pende sulla sua testa, ma “per oltre un decennio, mentre gli Stati Uniti radevano al suolo intere città in Iraq e Siria per combattere il ‘terrorismo’, per qualche oscuro motivo non hanno mai trovato il tempo o le coordinate per colpire seriamente al-Jolani o la sua struttura di comando”. Ciò perché al-Jolani combatteva “contro un governo che Washington aveva deciso che doveva scomparire: lo Stato siriano di Bashar al-Assad”.

Così, mentre al-Jolani e la sua rete iniziano a imperversare in Siria, ha inizio anche “l’Operazione Timber Sycamore: un programma segreto multimiliardario della CIA che ha fornito armi, denaro e addestramento ai cosiddetti ‘ribelli’ siriani. Questi sono stati spacciati all’opinione pubblica occidentale come ‘opposizione moderata’. Sul campo, quei moderati erano una specie in via di estinzione. Ciò che esisteva in realtà erano fazioni salafite-jihadiste fondamentaliste, con al Nusra al vertice della catena”.

“L’Esercito Siriano Libero (ESL) era la maschera, il logo sui documenti, il marchio che si poteva vendere al Congresso e alla CNN. La vera forza sul campo erano gli uomini di al-Jolani e gli altri gruppi takfiri, che combattevano sul serio, conquistavano territorio e imponevano il loro potere. Le armi andavano ‘ai moderati’ e i moderati le consegnavano magicamente ad al-Qaeda. Tutti a Washington fingevano sorpresa, ma nessuno fermò il flusso”.  “Nel corso degli anni, la maschera è caduta. I funzionari statunitensi hanno iniziato a parlare di al-Jolani come di qualcosa di più di un semplice ex nemico. James Jeffrey, ex inviato di Washington in Siria, ha apertamente definito al-Jolani ‘una risorsa’ per la strategia statunitense […]. Robert Ford, ex ambasciatore statunitense in Siria, ha ammesso pubblicamente di aver collaborato personalmente con al-Jolani per ‘toglierlo dal mondo del terrorismo’ e trasformarlo in un politico”.

“Di recente, l’ex direttore della CIA David Petraeus si è persino seduto vicino ad al-Jolani e gli ha detto: ‘Il tuo successo è il nostro successo’. Cosa ha bisogno di vedere la gente? La firma su un contratto di lavoro? Ma supponiamo, per un momento, che pensiate ancora che sia una forzatura. E qui entra in scena John Kiriakou […] un ex agente della CIA finito in prigione per aver denunciato un programma di tortura [della CIA] e aver fatto i nomi dei torturatori. La sua lealtà non è chiaramente rivolta al dipartimento PR dell’Agenzia”.

Di recente, in un programma Tv Kiriakou ha descritto la situazione di al-Jolani senza mezzi termini: “Il ‘nuovo presidente’ della Siria è un ex membro di al-Qaeda e co-fondatore dell’ISIS; lo stesso uomo è accolto alla Casa Bianca; alti funzionari statunitensi lo incontrano […]; il presidente Trump revoca improvvisamente le sanzioni alla Siria mentre al-Jolani consolida il suo potere, spingendo i siriani, disperati ed esausti, a ballare per le strade. L’unica cosa sensata è che al-Jolani sia una risorsa della CIA, conclude Kiriakou”.

“Quando un ex agente della CIA che ha sacrificato la sua carriera e la sua libertà per dire la verità osserva lo schema e dice: ‘Questo è un nostro uomo’, non si tratta più di una teoria del complotto”.   “[…] Credo che al-Jolani sia stato reclutato a Camp Bucca. La cronologia altrimenti non avrebbe senso. Non si esce da una prigione gestita dagli americani e, dopo poche settimane, si hanno magicamente le reti, i soldi, le armi e la capacità logistica per fondare al-Qaeda in Siria, proprio nel momento in cui Washington e i suoi alleati hanno bisogno di un ariete contro Damasco”.

Ma perché gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sostenuto “un uomo simile? La risposta sta in ciò che era la Siria e in ciò che è diventata. Prima di questa guerra, la Siria, nonostante tutti i suoi limiti, era uno Stato integrato. Le persone si identificavano prima come siriane e poi come armene, druse, cristiane, alawite, sunnite, sciite, curde e così via. La sua politica estera era allineata con l’Iran ed Hezbollah, sosteneva i palestinesi e manteneva un atteggiamento di deterrenza nei confronti di Israele. Per Washington e Tel Aviv tutto questo era inaccettabile”.

Da qui il regime-change: “L’obiettivo non era la ‘democrazia’; questa parola era solo la carta del pacco regalo. Il vero obiettivo era rimuovere un governo alleato con l’Iran e sostituirlo con un caos frammentato: un’autorità centrale debole a Damasco, circondata da cantoni settari ed enclavi dominate da signori della guerra, tutti dipendenti da protettori stranieri. Al-Jolani è perfetto per questo ruolo”.   E adesso “un uomo con un lungo passato in al-Qaeda governa la Siria, un incubo per le minoranze: cristiani, drusi, alawiti, sciiti, molti curdi e altre comunità più piccole non accettano il dominio di al-Qaeda. Quindi si ritirano, con le proprie milizie, nei propri cantoni, nei loro mini-stati di fatto, esattamente in linea con le vecchie dottrine strategiche israeliane come il Piano Yinon, che sosteneva apertamente la frammentazione degli stati confinanti a Israele lungo linee settarie”.

Washington ci guadagna il petrolio siriano e il gas dell’area del Mediterraneo adiacente, oltre alla ricostruzione: un affare da “300 miliardi di dollari”. Peraltro, attorno ad al-Jolani si muove “una costellazione di veterani dell’intelligence occidentale e di ONG impegnate nella ‘risoluzione dei conflitti’ che agiscono da intermediari. Gli ambienti dell’MI6 britannico, guidati da figure come Jonathan Powell – ex capo di gabinetto di Tony Blair – svolgono un ruolo centrale nella gestione di questo processo. Powell dirige un’organizzazione chiamata Inter Mediate, specializzata nel ‘dialogo con i gruppi armati’. Dietro il linguaggio umanitario si nasconde un’ingegnosa ingegneria politica”.

“Si dice che una delle agenti di Inter Mediate, una donna di nome Clare Haigh, abbia un ufficio all’interno del palazzo presidenziale siriano e consiglia al-Jolani su come parlare, come vestirsi, come trattare i giornalisti e a presentarsi come un jihadista pentito diventato statista. E poi c’è il Qatar. Ahmed Zaidan, un tempo il giornalista preferito di Osama bin Laden, fotografato mentre sorseggiava il tè con lui e trasmetteva i suoi filmati su Al Jazeera, è ora consigliere personale di al-Jolani”.

Tale la situazione dopo il successo del regime-change, accompagnato da una manipolazione mediatica e da una censura massiva. A subirne le conseguenze, lo stremato popolo siriano.

https://www.piccolenote.it/mondo/la-siria-un-anno-dopo-assad-il-terroristan-della-cia

mercoledì 31 luglio 2024

Si incendia il Medio Oriente

Iran ha innalzato la bandiera rossa della vendetta

 Piccole Note, 31 luglio

Israele bombarda Beirut, 4 finora i morti ma saliranno, per uccidere uno dei capi di Hezbollah, e assassina il leader di Hamas Ismail Haniyeh in Iran, dove si trovava per la cerimonia di insediamento del nuovo presidente. Tale la risposta di Tel Aviv alla strage dei bambini drusi di Majdal Shams, nel Golan occupato (sulle perplessità circa le responsabilità di Hezbollah sull’eccidio, rimandiamo a Mjdal Shams: cronaca di una strage annunciata).

Risposta fuori registro quella di Israele, foriera di una possibile guerra regionale, che poi è l’evidente obiettivo di Netanyahu. L’uccisione di Haniyeh, peraltro, affossa le speranze di un accordo su Gaza, sia perché tale è lo scopo di assassinare il capo politico di Hamas nel corso dei negoziati, sia perché Heniyeh era il leader più pragmatico e moderato di Hamas e quello che più ha spinto per la trattativa. Peraltro, si è deciso non a caso di assassinarlo in Iran, cioè in una nazione sovrana che lo considerava un alleato: una sfida aperta. Infatti, Khamenei ha dichiarato che il suo Paese reagirà all’omicidio, anche se probabilmente si riferisce a una risposta misurata, almeno a stare a quanto dichiarato dal primo vicepresidente iraniano Mohammad Reza Aref, il quale ha affermato che Teheran non vuole un’escalation del conflitto.

 

Hezbollah top commander Fouad Shukr, aka Haj Mohsen، funerals are expected tomorrow afternoon. Beirut.
The assassination of Ismail Haniyeh took place in northern Tehran by a projectile from the air

Unconfirmed reports that Israel assassinated the leader of the Iranian Revolutionary Guards General Amir Ali Hajizadeh, in Damascus, Syria - according to local media (@Megatron)

I drusi del Golan contro la rappresaglia 

A commento di quanto avvenuto, riportiamo ciò che ha scritto ieri Shakib Ali su Yedioth Aeronoth, avvocato druso che vive in Israele e che si occupa di diritti umani, il quale ha descritto l’immenso dolore della sua gente per la morte dei dodici ragazzi di Majdal Shams, dolore che ha accompagnato il commosso rito funebre successivo

“Tuttavia – scriveva Ali – il silenzio del dolore si è trasformato in rabbia immensa all’arrivo dei ministri e dei membri della Knesset della coalizione di governo, che sono stati accolti con rabbia. Il ministro Bezalel Smotrich ha dovuto lasciare la scena, seguito dai ministri Idit Silman e Nir Barkat. I leader dell’opposizione, giunti a loro volta, ​​sono stati accolti con rispetto e Yair Lapid ha tenuto un breve discorso, ma non durante la cerimonia”.

“Molti dei residenti del villaggio sono apparsi su quasi tutti i media. Alcuni hanno chiesto una risposta immediata e dolorosa, mentre altri hanno esortato alla moderazione, al punto di chiedere di evitare del tutto una rappresaglia. La posizione ufficiale degli sceicchi [drusi], partecipata dalle famiglie delle vittime, è stata di lutto, dolore e accettazione del destino, insieme alla condanna dell’atroce crimine che ha portato all’omicidio dei bambini e alla condanna di qualsiasi danno infitto ai civili, ovunque e da qualsiasi parte.

Posizione coniugata con un chiaro e deciso appello a porre fine alla guerra maledetta che ha portato solo distruzione all’intera regioneLa posizione ufficiale è stata quella di una ferma opposizione a qualsiasi sfruttamento del ‘sangue dei nostri figli’ come leva per qualsiasi fine, di qualsiasi fazione“.

“I drusi delle alture del Golan si rifiutano fermamente di vendicare la morte dei loro cari e si oppongono a qualsiasi risposta israeliana che potrebbe incendiare la regione e portare a una guerra su vasta scala con il Libano, una guerra che potrebbe causare centinaia di vittime [stima molto al ribasso ndr.] da entrambe le parti e devastare soprattutto il Libano, dove vivono pacificamente, come parte del complesso mosaico delle comunità libanesi, più di mezzo milione di drusi”.

“Qualsiasi risposta violenta che danneggi il Libano, danneggerà senza dubbio anche la comunità drusa e i drusi delle alture del Golan non accetteranno di essere giudicati dalla storia come coloro che hanno causato una disastrosa guerra regionale. Qualsiasi risposta mortale da parte di Israele potrebbe scatenare una risposta corrispondente e lo spargimento di sangue non si fermerebbe”.  “Sembra che, per ora, i drusi siano disposti a contenere il disastro, soprattutto perché l’accordo sugli ostaggi [con Hamas ndr.] è sul tavolo e questa volta è più vicino che mai. In passato, Hezbollah ha annunciato che cesserà il fuoco allorquando Israele raggiungerà un accordo nel sud [cioè a Gaza ndr], quindi la possibilità di stabilire la pace nel Nord è a portata di mano: tutto ciò che resta da fare al governo è far avanzare l’accordo, fermare la guerra e riportare indietro gli ostaggi. Nel frattempo, Hamas sta già morendo ed è molto dubbio che si riprenderà mai”.

Invece, il sangue dei bambini drusi è stato usato per innescare una potenziale guerra regionale e l’accordo sugli ostaggi, che avrebbe chiuso la guerra a Gaza e quella con Hezbollah, adesso è più lontano che mai. In una mossa, Netanyahu ha centrato due obbiettivi.

Di interesse anche un articolo del New York Times a firma di Steven Simon dal titolo: “Solo un forte ‘no’ degli Stati Uniti a Israele fermerà un’altra guerra”. Purtroppo, finora da Washington sono arrivati solo insulsi balbettii, che hanno permesso a Netanyahu e ai leader più estremi di Israele di fare tutto quel che volevano. 

Stavolta, però, la posta è più alta: non si tratta solo della vita di centinaia di migliaia di palestinesi – tale la cifra reale delle vittime, tra decessi avvenuti e quelli in fieri – di cui importa poco a tanti in Occidente, soprattutto tra i potenti, ma di una guerra ad altissimo rischio globale, dal momento che, tra le altre cose, incombe anche la variabile atomica.

giovedì 20 giugno 2024

Israele e le incognite di una guerra contro Hezbollah

Tel Aviv rischia di credere che sia una guerra "inevitabile", invece è evitabilissima. Ma la follia messianica punta al fiume Litani

da  PICCOLE NOTE, 20 giugno 2024

Mentre Israele continua la sua macelleria di Gaza e la sanguinosa oppressione in Cisgiordania, i tamburi di guerra risuonano più forte sul fronte Nord. L’IDF ha già predisposto un piano di attacco contro Hezbollah per eliminare la minaccia terroristica.

Così nelle dichiarazioni, in realtà da anni Tel Aviv ha messo in agenda il controllo del Sud del Libano fino al fiume Litani. Iniziativa che, oltre a offrirgli un confine più difendibile contro gli avversari, garantirebbe un’altra riserva di acqua dolce al Paese (non ci dilunghiamo sulle guerre per l’acqua, il cosiddetto oro blu, in Medioriente, rimandando ad altre fonti; mentre sui futures sull’acqua si può vedere qui).

La guerra “inevitabile” contro Hezbollah

Inutile dire che la guerra sarebbe scongiurata da un accordo Hamas-Israele su Gaza, perché ad oggi Tel Aviv non ha alcuna intenzione di adire a un’intesa. Peraltro, come recita il titolo di un articolo di Alon Pinkas su Haaretz: “Israele rischia di credere che una guerra contro Hezbollah sia inevitabile”, mentre inevitabile non è affatto. Infatti, scrive Pinkas, se guerra sarà, sarà una decisione di Israele, non un meccanismo automatico.

Anche l’escalation degli ultimi giorni, nei quali Hezbollah ha lanciato più missili del solito in territorio israeliano, suscitando le reazioni infiammate dei politici israeliani, non è parte di una decisione di alzare il livello del conflitto.

Si è trattato della risposta all’uccisione di uno dei suoi più alti comandanti, come dimostra il fatto che sia durata solo due giorni e sia stata seguita da una pausa dei lanci altrettanto lunga.

Ma Tel Aviv sembra irremovibile nella sua decisione suicida, una pulsione masochista fotografata dall’articolo molto dettagliato di Uri Misgav dal titolo “Israele non è pronta per la terza guerra del Libano” (Haaretz). Analisi, peraltro, meno pessimista di quella fornita dall’ex vice consigliere per la Sicurezza nazionale  Eran Etzion, secondo il quale Israele perderebbe la guerra in “nelle prime 24 ore”.

La missione Upupa e le dichiarazioni di Nasrallah 

Da parte sua, Hezbollah, come ha detto più volte il suo leader Hassan Nasrallah, non vuole la guerra, ma nel caso, si è dichiarata pronta a sostenerla. E lo ha dimostrato con la missione Upupa, portata, non a caso, nel giorno in cui Tel Aviv annunciava di aver predisposto il piano di attacco contro il Libano.

Un’azione dimostrativa quella dell’Upupa, ma che ha impressionato i suoi nemici: un drone ha eluso tutte le difese aeree israeliane, sorvolando indisturbato il Paese e tornando alla base con le immagini degli obiettivi che sarebbero presi di mira in caso di attacco contro il Libano.

Alcuni analisti arabi hanno fatto notare che il drone ha riportato immagini di tre tipi di obiettivi: basi “militari (il complesso militare-industriale e la base militare di Haifa), civili (l’area di Krayot) e strategici (il porto di Haifa)”. In tal modo Hezbollah, secondo gli analisti, ha inteso inviare il segnale che colpirà obiettivi israeliani secondo l’equazione: “militari per militari, civili per civili e strategici per strategici”.

Ma ciò se sarà un attacco limitato, dimostrativo, portato per rassicurare i cittadini sulla capacità di deterrenza del Paese nei confronti di Hezbollah, e sedare il malcontento dei tanti che in questi mesi hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni al confine libanese a causa dei razzi, circa 150mila persone, la cui irritazione contro il governo, che li ha abbandonati al loro destino, cresce di giorno in giorno.

Invece, se Tel Aviv porterà un attacco massivo, ha dichiarato ieri Nasrallah, ci sarà una guerra “senza regole né limiti […]  nessuna area… sarà risparmiata dai nostri razzi”. Certo, c’è la variabile americana, con l’inviato Usa  Amos Hochstein che, pur riportando la contrarietà di Washington a un allargamento del fronte, ha comunque minacciato il Libano che il suo Paese è pronto a supportare l’attacco israeliano.

Ciò non toglie che Israele ne uscirebbe devastato come il Paese confinante. Alzerebbe solo l’asticella del rischio, aprendo le porte a un allargamento del conflitto ai partner subordinati agli Usa e all’Iran.

Tutto ciò solo perché non si vuole chiudere la macelleria di Gaza, che avrebbe come conseguenza immediata la fine delle operazioni militari di Hezbollah iniziate proprio per questo.

Il fiume Litani, nuovo obbiettivo messianico

Una follia, supportata, come spesso accade in Israele, da pulsioni messianiche, con gruppi molto attivi di ultra-ortodossi che rivendicano come confine della Grande Israele il fiume Litani, come racconta Anshel Pfeffer nell’articolo “’Libano, parte della terra promessa’: la destra messianica israeliana prende di mira un nuovo territorio per gli insediamenti” (Haaretz).

L’unica speranza per porre un freno a tale follia, rispetto alla quale l’amministrazione Biden non sa o non vuole agire, è che esplodano le contraddizioni interne in Israele.

Di ieri il segnale dell’esercito, o almeno di parte importante dei suoi generali, che fotografa il conflitto che si sta consumando tra loro e Netanyahu, con il portavoce dell’esercito, il contrammiraglio Daniel Hagari che ha dichiarato apertamente  l’impossibilità di eliminare Hamas.

Dichiarazioni seguite dalle smentite del governo e dello stesso IDF, con l’esercito che ha precisato che Hagari si riferiva all’impossibilità di eliminare l’ideologia di Hamas, laddove invece resterebbe a portata di mano l’eliminazione della sua forza militare.

Precisazione d’obbligo, come è d’obbligo far notare che quanto ha affermato Hagari è inequivocabile, dal momento che è da tempo il focus del contenzioso tra governo e opposizioni, interne ed esterne, il punto nodale del contendere, e le sue parole sono ormai diventate una sorta di slogan, più volte reiterato, delle opposizioni. Impossibile un errore sul punto. Suona quasi come una dichiarazione di guerra. Ma a Netanyahu.

Peraltro, Netanyahu sta vivendo un momento critico anche su un altro fronte, stavolta più strettamente politico, con alcuni esponenti del suo partito, il Likud, che non vogliono approvare la legge sullo status degli Haredi, che prolunga i loro privilegi tra i quali l’esenzione della leva, e i partiti ultraortodossi che minacciano di abbandonare il governo se la norma non viene approvata.

Partiti, questi ultimi, che avevano a suo tempo abbracciato la proposta di Benny Gantz, propria di altri oppositori di Netanyahu, sulla necessità di un accordo con Hamas per liberare gli ostaggi.

Messa così, sembra una vera e propria trappola per il premier, con l’opposizione interna del suo partito che spinge per porre criticità tra Netanyahu e i partiti Haredi e questi ultimi che la cavalcano per incrementare tale frattura e far cadere il governo (su un tema che gli evita di essere accusati di tradimento della patria, come accadrebbe se lo facessero cadere per dissidi sulla gestione del conflitto).  ... Momento critico per Netanyahu.

giovedì 18 maggio 2023

Assad va al summit della Lega araba e l'incontro Usa-Siria

 Piccole Note, 18 maggio 2023

Dopo 11 anni Assad torna a partecipare a un vertice annuale della Lega araba,  previsto per domani. Ad annunciarlo è stato il ministro degli Esteri siriano, giunto in Arabia Saudita per preparare l’evento. A nulla sono valse le pressioni americane per impedire la distensione tra i Paesi del Golfo – al tempo ingaggiati nel regime-change siriano architettato dall’Occidente – e Damasco.

Assad a Riad

Anche il Qatar, che ha buoni rapporti con i siriani residenti nella regione attualmente occupata dagli americani, ha ritirato il suo niet: nonostante tenga ferma la sua ostilità nei confronti di Assad, ha deciso di non frapporre ostacoli al reintegro di Damasco nell’ecumene araba.

Nel dare la notizia del clamoroso ritorno di Assad, The Cradle cita un interessante commento del Wall Street Journal: “La decisione di riammettere la Siria nella Lega araba rappresenta un rigetto degli interessi degli Stati Uniti nella regione e dimostra che i paesi [arabi] stanno forgiando politiche indipendenti dalle preoccupazioni occidentali“.

Gli incontri di Muscat

Ma se tale sviluppo era ormai nell’aria, come abbiamo scritto in note precedenti (anche se niente affatto scontato), è più che sorprendente un’altra rivelazione di The Cradle: una delegazione siriana e un’omologa delegazione americana si sono incontrate in segreto in Oman, a Muscat, “la città in cui si svolgono i negoziati segreti’ tra Washington e i Paesi dell’Asia occidentale”.

A rivelare a The Cradle la notizia è stata una fonte informata dei fatti, la quale ha dettagliato come nel corso dei colloqui gli americani abbiano chiesto a Damasco il rimpatrio di Austin Tice, ex marines e cronista freelance catturato in Siria nel 2012 dai terroristi anti-Assad (e filo-Usa). Gli americani sostengono che Tice sarebbe detenuto in una prigione siriana, ma i siriani dicono di non saperne nulla. Il querelle di Tice è storia vecchia, più volte gli americani ne hanno chiesto il rilascio, incontrando sempre la stessa risposta dai loro interlocutori, che si è ripetuta nell’occasione.

L’occupazione americana della Siria

A sua volta, la delegazione siriana ha chiesto il ritiro delle truppe Usa dal loro territorio sovrano, circa 2.000 soldati, posti a presidio dell’area Nord-Est del Paese (si può notare, en passant, l’ipocrisia con la quale Washington chieda ai russi di rispettare l’integrità territoriale ucraina…).

La fonte non ha rivelato altro, se non che non è stata fatta alcuna menzione delle milizie curde che gestiscono la regione siriana sotto la stretta vigilanza dei padroni d’oltreoceano. Ma è chiaro che gli incontri non si sono limitati a un dialogo tra sordi.  Lo dice la composizione delle due delegazioni. Infatti, la fonte ha riferito che “agli incontri hanno partecipato esponenti della Sicurezza di entrambi i paesi e rappresentanti dei rispettivi ministeri degli Esteri”.

Probabile che la distensione regionale abbia posto nuovi problemi alla presenza dell’US Army in Siria. Aggravati, negli ultimi tempi, da alcuni attacchi alle basi statunitensi in loco che, sebbene non abbiano causato vittime, hanno evidentemente infastidito gli occupanti.

Non sarà certo questo incontro a risolvere i drammatici problemi della Siria, devastata da un decennio di guerra, dal recente terremoto e affamata dalle durissime sanzioni internazionali, (rimaste in vigore anche dopo il terremoto!). Ma il fatto che gli Usa si siano decisi a parlare con l’odiato nemico indica che qualcosa in futuro potrebbe cambiare. Non è detto che agli Stati Uniti convenga proseguire l’occupazione a tempo indefinito, in particolare se decade la prospettiva del regime-change.

Concludiamo con l’ironica annotazione di The Cradle: “La rivelazione bomba degli incontri clandestini tra Stati Uniti e Siria giunge pochi giorni dopo le critiche della Casa Bianca alle nazioni arabe per aver ripristinato i legami con la Siria”… 

https://www.piccolenote.it/mondo/assad-va-al-summit-della-lega-araba-e-lincontro-usa-siria