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giovedì 11 dicembre 2025

La Siria un anno dopo Assad: il Terroristan della CIA

 di Davide Malacaria

Un anno fa la caduta di Assad e l’ascesa al potere di al-Jolani, attuale presidente della Siria. Così Kevork Almassian sul Ron Paul Institute ricorda quel regime-change iniziato nel 2011. Una nota che spiega perché l’ex terrorista sia stato accolto a braccia aperte da Washington e dall’Occidente. “Cominciamo con la cronologia”, scrive, “perché già solo questa fa pensare che fin dall’inizio si è trattato di un’operazione di intelligence”.

“Abu Mohammed al-Jolani era in una prigione gestita dalla CIA in Iraq – Camp Bucca – insieme a un altro nome familiare: Abu Bakr al-Baghdadi. Entrambi furono rilasciati all’inizio del 2011. ‘Per una singolare coincidenza’ è proprio allora che inizia la guerra per il regime-change in Siria. Nel giro di poche settimane al-Baghdadi diventa il capo di quello che diventerà l’ISIS e al-Jolani attraversa il confine con la Siria per fondare Jabhat al-Nusra – ufficialmente la filiale di al-Qaeda nel mio Paese”.

Al-Jolani e la sua rete sono identificati come terroristi, c’è anche una taglia che pende sulla sua testa, ma “per oltre un decennio, mentre gli Stati Uniti radevano al suolo intere città in Iraq e Siria per combattere il ‘terrorismo’, per qualche oscuro motivo non hanno mai trovato il tempo o le coordinate per colpire seriamente al-Jolani o la sua struttura di comando”. Ciò perché al-Jolani combatteva “contro un governo che Washington aveva deciso che doveva scomparire: lo Stato siriano di Bashar al-Assad”.

Così, mentre al-Jolani e la sua rete iniziano a imperversare in Siria, ha inizio anche “l’Operazione Timber Sycamore: un programma segreto multimiliardario della CIA che ha fornito armi, denaro e addestramento ai cosiddetti ‘ribelli’ siriani. Questi sono stati spacciati all’opinione pubblica occidentale come ‘opposizione moderata’. Sul campo, quei moderati erano una specie in via di estinzione. Ciò che esisteva in realtà erano fazioni salafite-jihadiste fondamentaliste, con al Nusra al vertice della catena”.

“L’Esercito Siriano Libero (ESL) era la maschera, il logo sui documenti, il marchio che si poteva vendere al Congresso e alla CNN. La vera forza sul campo erano gli uomini di al-Jolani e gli altri gruppi takfiri, che combattevano sul serio, conquistavano territorio e imponevano il loro potere. Le armi andavano ‘ai moderati’ e i moderati le consegnavano magicamente ad al-Qaeda. Tutti a Washington fingevano sorpresa, ma nessuno fermò il flusso”.  “Nel corso degli anni, la maschera è caduta. I funzionari statunitensi hanno iniziato a parlare di al-Jolani come di qualcosa di più di un semplice ex nemico. James Jeffrey, ex inviato di Washington in Siria, ha apertamente definito al-Jolani ‘una risorsa’ per la strategia statunitense […]. Robert Ford, ex ambasciatore statunitense in Siria, ha ammesso pubblicamente di aver collaborato personalmente con al-Jolani per ‘toglierlo dal mondo del terrorismo’ e trasformarlo in un politico”.

“Di recente, l’ex direttore della CIA David Petraeus si è persino seduto vicino ad al-Jolani e gli ha detto: ‘Il tuo successo è il nostro successo’. Cosa ha bisogno di vedere la gente? La firma su un contratto di lavoro? Ma supponiamo, per un momento, che pensiate ancora che sia una forzatura. E qui entra in scena John Kiriakou […] un ex agente della CIA finito in prigione per aver denunciato un programma di tortura [della CIA] e aver fatto i nomi dei torturatori. La sua lealtà non è chiaramente rivolta al dipartimento PR dell’Agenzia”.

Di recente, in un programma Tv Kiriakou ha descritto la situazione di al-Jolani senza mezzi termini: “Il ‘nuovo presidente’ della Siria è un ex membro di al-Qaeda e co-fondatore dell’ISIS; lo stesso uomo è accolto alla Casa Bianca; alti funzionari statunitensi lo incontrano […]; il presidente Trump revoca improvvisamente le sanzioni alla Siria mentre al-Jolani consolida il suo potere, spingendo i siriani, disperati ed esausti, a ballare per le strade. L’unica cosa sensata è che al-Jolani sia una risorsa della CIA, conclude Kiriakou”.

“Quando un ex agente della CIA che ha sacrificato la sua carriera e la sua libertà per dire la verità osserva lo schema e dice: ‘Questo è un nostro uomo’, non si tratta più di una teoria del complotto”.   “[…] Credo che al-Jolani sia stato reclutato a Camp Bucca. La cronologia altrimenti non avrebbe senso. Non si esce da una prigione gestita dagli americani e, dopo poche settimane, si hanno magicamente le reti, i soldi, le armi e la capacità logistica per fondare al-Qaeda in Siria, proprio nel momento in cui Washington e i suoi alleati hanno bisogno di un ariete contro Damasco”.

Ma perché gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sostenuto “un uomo simile? La risposta sta in ciò che era la Siria e in ciò che è diventata. Prima di questa guerra, la Siria, nonostante tutti i suoi limiti, era uno Stato integrato. Le persone si identificavano prima come siriane e poi come armene, druse, cristiane, alawite, sunnite, sciite, curde e così via. La sua politica estera era allineata con l’Iran ed Hezbollah, sosteneva i palestinesi e manteneva un atteggiamento di deterrenza nei confronti di Israele. Per Washington e Tel Aviv tutto questo era inaccettabile”.

Da qui il regime-change: “L’obiettivo non era la ‘democrazia’; questa parola era solo la carta del pacco regalo. Il vero obiettivo era rimuovere un governo alleato con l’Iran e sostituirlo con un caos frammentato: un’autorità centrale debole a Damasco, circondata da cantoni settari ed enclavi dominate da signori della guerra, tutti dipendenti da protettori stranieri. Al-Jolani è perfetto per questo ruolo”.   E adesso “un uomo con un lungo passato in al-Qaeda governa la Siria, un incubo per le minoranze: cristiani, drusi, alawiti, sciiti, molti curdi e altre comunità più piccole non accettano il dominio di al-Qaeda. Quindi si ritirano, con le proprie milizie, nei propri cantoni, nei loro mini-stati di fatto, esattamente in linea con le vecchie dottrine strategiche israeliane come il Piano Yinon, che sosteneva apertamente la frammentazione degli stati confinanti a Israele lungo linee settarie”.

Washington ci guadagna il petrolio siriano e il gas dell’area del Mediterraneo adiacente, oltre alla ricostruzione: un affare da “300 miliardi di dollari”. Peraltro, attorno ad al-Jolani si muove “una costellazione di veterani dell’intelligence occidentale e di ONG impegnate nella ‘risoluzione dei conflitti’ che agiscono da intermediari. Gli ambienti dell’MI6 britannico, guidati da figure come Jonathan Powell – ex capo di gabinetto di Tony Blair – svolgono un ruolo centrale nella gestione di questo processo. Powell dirige un’organizzazione chiamata Inter Mediate, specializzata nel ‘dialogo con i gruppi armati’. Dietro il linguaggio umanitario si nasconde un’ingegnosa ingegneria politica”.

“Si dice che una delle agenti di Inter Mediate, una donna di nome Clare Haigh, abbia un ufficio all’interno del palazzo presidenziale siriano e consiglia al-Jolani su come parlare, come vestirsi, come trattare i giornalisti e a presentarsi come un jihadista pentito diventato statista. E poi c’è il Qatar. Ahmed Zaidan, un tempo il giornalista preferito di Osama bin Laden, fotografato mentre sorseggiava il tè con lui e trasmetteva i suoi filmati su Al Jazeera, è ora consigliere personale di al-Jolani”.

Tale la situazione dopo il successo del regime-change, accompagnato da una manipolazione mediatica e da una censura massiva. A subirne le conseguenze, lo stremato popolo siriano.

https://www.piccolenote.it/mondo/la-siria-un-anno-dopo-assad-il-terroristan-della-cia

mercoledì 31 luglio 2024

Si incendia il Medio Oriente

Iran ha innalzato la bandiera rossa della vendetta

 Piccole Note, 31 luglio

Israele bombarda Beirut, 4 finora i morti ma saliranno, per uccidere uno dei capi di Hezbollah, e assassina il leader di Hamas Ismail Haniyeh in Iran, dove si trovava per la cerimonia di insediamento del nuovo presidente. Tale la risposta di Tel Aviv alla strage dei bambini drusi di Majdal Shams, nel Golan occupato (sulle perplessità circa le responsabilità di Hezbollah sull’eccidio, rimandiamo a Mjdal Shams: cronaca di una strage annunciata).

Risposta fuori registro quella di Israele, foriera di una possibile guerra regionale, che poi è l’evidente obiettivo di Netanyahu. L’uccisione di Haniyeh, peraltro, affossa le speranze di un accordo su Gaza, sia perché tale è lo scopo di assassinare il capo politico di Hamas nel corso dei negoziati, sia perché Heniyeh era il leader più pragmatico e moderato di Hamas e quello che più ha spinto per la trattativa. Peraltro, si è deciso non a caso di assassinarlo in Iran, cioè in una nazione sovrana che lo considerava un alleato: una sfida aperta. Infatti, Khamenei ha dichiarato che il suo Paese reagirà all’omicidio, anche se probabilmente si riferisce a una risposta misurata, almeno a stare a quanto dichiarato dal primo vicepresidente iraniano Mohammad Reza Aref, il quale ha affermato che Teheran non vuole un’escalation del conflitto.

 

Hezbollah top commander Fouad Shukr, aka Haj Mohsen، funerals are expected tomorrow afternoon. Beirut.
The assassination of Ismail Haniyeh took place in northern Tehran by a projectile from the air

Unconfirmed reports that Israel assassinated the leader of the Iranian Revolutionary Guards General Amir Ali Hajizadeh, in Damascus, Syria - according to local media (@Megatron)

I drusi del Golan contro la rappresaglia 

A commento di quanto avvenuto, riportiamo ciò che ha scritto ieri Shakib Ali su Yedioth Aeronoth, avvocato druso che vive in Israele e che si occupa di diritti umani, il quale ha descritto l’immenso dolore della sua gente per la morte dei dodici ragazzi di Majdal Shams, dolore che ha accompagnato il commosso rito funebre successivo

“Tuttavia – scriveva Ali – il silenzio del dolore si è trasformato in rabbia immensa all’arrivo dei ministri e dei membri della Knesset della coalizione di governo, che sono stati accolti con rabbia. Il ministro Bezalel Smotrich ha dovuto lasciare la scena, seguito dai ministri Idit Silman e Nir Barkat. I leader dell’opposizione, giunti a loro volta, ​​sono stati accolti con rispetto e Yair Lapid ha tenuto un breve discorso, ma non durante la cerimonia”.

“Molti dei residenti del villaggio sono apparsi su quasi tutti i media. Alcuni hanno chiesto una risposta immediata e dolorosa, mentre altri hanno esortato alla moderazione, al punto di chiedere di evitare del tutto una rappresaglia. La posizione ufficiale degli sceicchi [drusi], partecipata dalle famiglie delle vittime, è stata di lutto, dolore e accettazione del destino, insieme alla condanna dell’atroce crimine che ha portato all’omicidio dei bambini e alla condanna di qualsiasi danno infitto ai civili, ovunque e da qualsiasi parte.

Posizione coniugata con un chiaro e deciso appello a porre fine alla guerra maledetta che ha portato solo distruzione all’intera regioneLa posizione ufficiale è stata quella di una ferma opposizione a qualsiasi sfruttamento del ‘sangue dei nostri figli’ come leva per qualsiasi fine, di qualsiasi fazione“.

“I drusi delle alture del Golan si rifiutano fermamente di vendicare la morte dei loro cari e si oppongono a qualsiasi risposta israeliana che potrebbe incendiare la regione e portare a una guerra su vasta scala con il Libano, una guerra che potrebbe causare centinaia di vittime [stima molto al ribasso ndr.] da entrambe le parti e devastare soprattutto il Libano, dove vivono pacificamente, come parte del complesso mosaico delle comunità libanesi, più di mezzo milione di drusi”.

“Qualsiasi risposta violenta che danneggi il Libano, danneggerà senza dubbio anche la comunità drusa e i drusi delle alture del Golan non accetteranno di essere giudicati dalla storia come coloro che hanno causato una disastrosa guerra regionale. Qualsiasi risposta mortale da parte di Israele potrebbe scatenare una risposta corrispondente e lo spargimento di sangue non si fermerebbe”.  “Sembra che, per ora, i drusi siano disposti a contenere il disastro, soprattutto perché l’accordo sugli ostaggi [con Hamas ndr.] è sul tavolo e questa volta è più vicino che mai. In passato, Hezbollah ha annunciato che cesserà il fuoco allorquando Israele raggiungerà un accordo nel sud [cioè a Gaza ndr], quindi la possibilità di stabilire la pace nel Nord è a portata di mano: tutto ciò che resta da fare al governo è far avanzare l’accordo, fermare la guerra e riportare indietro gli ostaggi. Nel frattempo, Hamas sta già morendo ed è molto dubbio che si riprenderà mai”.

Invece, il sangue dei bambini drusi è stato usato per innescare una potenziale guerra regionale e l’accordo sugli ostaggi, che avrebbe chiuso la guerra a Gaza e quella con Hezbollah, adesso è più lontano che mai. In una mossa, Netanyahu ha centrato due obbiettivi.

Di interesse anche un articolo del New York Times a firma di Steven Simon dal titolo: “Solo un forte ‘no’ degli Stati Uniti a Israele fermerà un’altra guerra”. Purtroppo, finora da Washington sono arrivati solo insulsi balbettii, che hanno permesso a Netanyahu e ai leader più estremi di Israele di fare tutto quel che volevano. 

Stavolta, però, la posta è più alta: non si tratta solo della vita di centinaia di migliaia di palestinesi – tale la cifra reale delle vittime, tra decessi avvenuti e quelli in fieri – di cui importa poco a tanti in Occidente, soprattutto tra i potenti, ma di una guerra ad altissimo rischio globale, dal momento che, tra le altre cose, incombe anche la variabile atomica.

giovedì 20 giugno 2024

Israele e le incognite di una guerra contro Hezbollah

Tel Aviv rischia di credere che sia una guerra "inevitabile", invece è evitabilissima. Ma la follia messianica punta al fiume Litani

da  PICCOLE NOTE, 20 giugno 2024

Mentre Israele continua la sua macelleria di Gaza e la sanguinosa oppressione in Cisgiordania, i tamburi di guerra risuonano più forte sul fronte Nord. L’IDF ha già predisposto un piano di attacco contro Hezbollah per eliminare la minaccia terroristica.

Così nelle dichiarazioni, in realtà da anni Tel Aviv ha messo in agenda il controllo del Sud del Libano fino al fiume Litani. Iniziativa che, oltre a offrirgli un confine più difendibile contro gli avversari, garantirebbe un’altra riserva di acqua dolce al Paese (non ci dilunghiamo sulle guerre per l’acqua, il cosiddetto oro blu, in Medioriente, rimandando ad altre fonti; mentre sui futures sull’acqua si può vedere qui).

La guerra “inevitabile” contro Hezbollah

Inutile dire che la guerra sarebbe scongiurata da un accordo Hamas-Israele su Gaza, perché ad oggi Tel Aviv non ha alcuna intenzione di adire a un’intesa. Peraltro, come recita il titolo di un articolo di Alon Pinkas su Haaretz: “Israele rischia di credere che una guerra contro Hezbollah sia inevitabile”, mentre inevitabile non è affatto. Infatti, scrive Pinkas, se guerra sarà, sarà una decisione di Israele, non un meccanismo automatico.

Anche l’escalation degli ultimi giorni, nei quali Hezbollah ha lanciato più missili del solito in territorio israeliano, suscitando le reazioni infiammate dei politici israeliani, non è parte di una decisione di alzare il livello del conflitto.

Si è trattato della risposta all’uccisione di uno dei suoi più alti comandanti, come dimostra il fatto che sia durata solo due giorni e sia stata seguita da una pausa dei lanci altrettanto lunga.

Ma Tel Aviv sembra irremovibile nella sua decisione suicida, una pulsione masochista fotografata dall’articolo molto dettagliato di Uri Misgav dal titolo “Israele non è pronta per la terza guerra del Libano” (Haaretz). Analisi, peraltro, meno pessimista di quella fornita dall’ex vice consigliere per la Sicurezza nazionale  Eran Etzion, secondo il quale Israele perderebbe la guerra in “nelle prime 24 ore”.

La missione Upupa e le dichiarazioni di Nasrallah 

Da parte sua, Hezbollah, come ha detto più volte il suo leader Hassan Nasrallah, non vuole la guerra, ma nel caso, si è dichiarata pronta a sostenerla. E lo ha dimostrato con la missione Upupa, portata, non a caso, nel giorno in cui Tel Aviv annunciava di aver predisposto il piano di attacco contro il Libano.

Un’azione dimostrativa quella dell’Upupa, ma che ha impressionato i suoi nemici: un drone ha eluso tutte le difese aeree israeliane, sorvolando indisturbato il Paese e tornando alla base con le immagini degli obiettivi che sarebbero presi di mira in caso di attacco contro il Libano.

Alcuni analisti arabi hanno fatto notare che il drone ha riportato immagini di tre tipi di obiettivi: basi “militari (il complesso militare-industriale e la base militare di Haifa), civili (l’area di Krayot) e strategici (il porto di Haifa)”. In tal modo Hezbollah, secondo gli analisti, ha inteso inviare il segnale che colpirà obiettivi israeliani secondo l’equazione: “militari per militari, civili per civili e strategici per strategici”.

Ma ciò se sarà un attacco limitato, dimostrativo, portato per rassicurare i cittadini sulla capacità di deterrenza del Paese nei confronti di Hezbollah, e sedare il malcontento dei tanti che in questi mesi hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni al confine libanese a causa dei razzi, circa 150mila persone, la cui irritazione contro il governo, che li ha abbandonati al loro destino, cresce di giorno in giorno.

Invece, se Tel Aviv porterà un attacco massivo, ha dichiarato ieri Nasrallah, ci sarà una guerra “senza regole né limiti […]  nessuna area… sarà risparmiata dai nostri razzi”. Certo, c’è la variabile americana, con l’inviato Usa  Amos Hochstein che, pur riportando la contrarietà di Washington a un allargamento del fronte, ha comunque minacciato il Libano che il suo Paese è pronto a supportare l’attacco israeliano.

Ciò non toglie che Israele ne uscirebbe devastato come il Paese confinante. Alzerebbe solo l’asticella del rischio, aprendo le porte a un allargamento del conflitto ai partner subordinati agli Usa e all’Iran.

Tutto ciò solo perché non si vuole chiudere la macelleria di Gaza, che avrebbe come conseguenza immediata la fine delle operazioni militari di Hezbollah iniziate proprio per questo.

Il fiume Litani, nuovo obbiettivo messianico

Una follia, supportata, come spesso accade in Israele, da pulsioni messianiche, con gruppi molto attivi di ultra-ortodossi che rivendicano come confine della Grande Israele il fiume Litani, come racconta Anshel Pfeffer nell’articolo “’Libano, parte della terra promessa’: la destra messianica israeliana prende di mira un nuovo territorio per gli insediamenti” (Haaretz).

L’unica speranza per porre un freno a tale follia, rispetto alla quale l’amministrazione Biden non sa o non vuole agire, è che esplodano le contraddizioni interne in Israele.

Di ieri il segnale dell’esercito, o almeno di parte importante dei suoi generali, che fotografa il conflitto che si sta consumando tra loro e Netanyahu, con il portavoce dell’esercito, il contrammiraglio Daniel Hagari che ha dichiarato apertamente  l’impossibilità di eliminare Hamas.

Dichiarazioni seguite dalle smentite del governo e dello stesso IDF, con l’esercito che ha precisato che Hagari si riferiva all’impossibilità di eliminare l’ideologia di Hamas, laddove invece resterebbe a portata di mano l’eliminazione della sua forza militare.

Precisazione d’obbligo, come è d’obbligo far notare che quanto ha affermato Hagari è inequivocabile, dal momento che è da tempo il focus del contenzioso tra governo e opposizioni, interne ed esterne, il punto nodale del contendere, e le sue parole sono ormai diventate una sorta di slogan, più volte reiterato, delle opposizioni. Impossibile un errore sul punto. Suona quasi come una dichiarazione di guerra. Ma a Netanyahu.

Peraltro, Netanyahu sta vivendo un momento critico anche su un altro fronte, stavolta più strettamente politico, con alcuni esponenti del suo partito, il Likud, che non vogliono approvare la legge sullo status degli Haredi, che prolunga i loro privilegi tra i quali l’esenzione della leva, e i partiti ultraortodossi che minacciano di abbandonare il governo se la norma non viene approvata.

Partiti, questi ultimi, che avevano a suo tempo abbracciato la proposta di Benny Gantz, propria di altri oppositori di Netanyahu, sulla necessità di un accordo con Hamas per liberare gli ostaggi.

Messa così, sembra una vera e propria trappola per il premier, con l’opposizione interna del suo partito che spinge per porre criticità tra Netanyahu e i partiti Haredi e questi ultimi che la cavalcano per incrementare tale frattura e far cadere il governo (su un tema che gli evita di essere accusati di tradimento della patria, come accadrebbe se lo facessero cadere per dissidi sulla gestione del conflitto).  ... Momento critico per Netanyahu.

giovedì 18 maggio 2023

Assad va al summit della Lega araba e l'incontro Usa-Siria

 Piccole Note, 18 maggio 2023

Dopo 11 anni Assad torna a partecipare a un vertice annuale della Lega araba,  previsto per domani. Ad annunciarlo è stato il ministro degli Esteri siriano, giunto in Arabia Saudita per preparare l’evento. A nulla sono valse le pressioni americane per impedire la distensione tra i Paesi del Golfo – al tempo ingaggiati nel regime-change siriano architettato dall’Occidente – e Damasco.

Assad a Riad

Anche il Qatar, che ha buoni rapporti con i siriani residenti nella regione attualmente occupata dagli americani, ha ritirato il suo niet: nonostante tenga ferma la sua ostilità nei confronti di Assad, ha deciso di non frapporre ostacoli al reintegro di Damasco nell’ecumene araba.

Nel dare la notizia del clamoroso ritorno di Assad, The Cradle cita un interessante commento del Wall Street Journal: “La decisione di riammettere la Siria nella Lega araba rappresenta un rigetto degli interessi degli Stati Uniti nella regione e dimostra che i paesi [arabi] stanno forgiando politiche indipendenti dalle preoccupazioni occidentali“.

Gli incontri di Muscat

Ma se tale sviluppo era ormai nell’aria, come abbiamo scritto in note precedenti (anche se niente affatto scontato), è più che sorprendente un’altra rivelazione di The Cradle: una delegazione siriana e un’omologa delegazione americana si sono incontrate in segreto in Oman, a Muscat, “la città in cui si svolgono i negoziati segreti’ tra Washington e i Paesi dell’Asia occidentale”.

A rivelare a The Cradle la notizia è stata una fonte informata dei fatti, la quale ha dettagliato come nel corso dei colloqui gli americani abbiano chiesto a Damasco il rimpatrio di Austin Tice, ex marines e cronista freelance catturato in Siria nel 2012 dai terroristi anti-Assad (e filo-Usa). Gli americani sostengono che Tice sarebbe detenuto in una prigione siriana, ma i siriani dicono di non saperne nulla. Il querelle di Tice è storia vecchia, più volte gli americani ne hanno chiesto il rilascio, incontrando sempre la stessa risposta dai loro interlocutori, che si è ripetuta nell’occasione.

L’occupazione americana della Siria

A sua volta, la delegazione siriana ha chiesto il ritiro delle truppe Usa dal loro territorio sovrano, circa 2.000 soldati, posti a presidio dell’area Nord-Est del Paese (si può notare, en passant, l’ipocrisia con la quale Washington chieda ai russi di rispettare l’integrità territoriale ucraina…).

La fonte non ha rivelato altro, se non che non è stata fatta alcuna menzione delle milizie curde che gestiscono la regione siriana sotto la stretta vigilanza dei padroni d’oltreoceano. Ma è chiaro che gli incontri non si sono limitati a un dialogo tra sordi.  Lo dice la composizione delle due delegazioni. Infatti, la fonte ha riferito che “agli incontri hanno partecipato esponenti della Sicurezza di entrambi i paesi e rappresentanti dei rispettivi ministeri degli Esteri”.

Probabile che la distensione regionale abbia posto nuovi problemi alla presenza dell’US Army in Siria. Aggravati, negli ultimi tempi, da alcuni attacchi alle basi statunitensi in loco che, sebbene non abbiano causato vittime, hanno evidentemente infastidito gli occupanti.

Non sarà certo questo incontro a risolvere i drammatici problemi della Siria, devastata da un decennio di guerra, dal recente terremoto e affamata dalle durissime sanzioni internazionali, (rimaste in vigore anche dopo il terremoto!). Ma il fatto che gli Usa si siano decisi a parlare con l’odiato nemico indica che qualcosa in futuro potrebbe cambiare. Non è detto che agli Stati Uniti convenga proseguire l’occupazione a tempo indefinito, in particolare se decade la prospettiva del regime-change.

Concludiamo con l’ironica annotazione di The Cradle: “La rivelazione bomba degli incontri clandestini tra Stati Uniti e Siria giunge pochi giorni dopo le critiche della Casa Bianca alle nazioni arabe per aver ripristinato i legami con la Siria”… 

https://www.piccolenote.it/mondo/assad-va-al-summit-della-lega-araba-e-lincontro-usa-siria

lunedì 8 maggio 2023

La Siria è stata ufficialmente riaccolta dopo 12 anni nella Lega Araba

 The Cradle  - 7 maggio 2023

Il portavoce del ministero degli Esteri iracheno, Ahmad al-Sahhaf, ha annunciato che i ministri degli Esteri arabi riunitisi domenica a porte chiuse nella capitale egiziana Il Cairo hanno concordato il ritorno della Siria nella Lega Araba dopo quasi 12 anni di sospensione.

Fonti hanno riferito all'agenzia di stampa russa Sputnik all'inizio del 7 maggio che, dopo le consultazioni tra i ministri degli esteri, la "maggioranza" ha sostenuto il ritorno della Siria nella Lega Araba.

Secondo un anonimo diplomatico egiziano intervistato da The National ( di Abu Dhabi), il ritorno della Siria nell'organizzazione sarà “condizionato” e dovrà dipendere “dal ritorno dei profughi siriani senza ritorsioni, da un processo politico credibile che porti a elezioni e da passi per porre fine al contrabbando di stupefacenti dalla Siria nei paesi vicini".

L'agenzia di stampa libanese LBCI ha riferito che durante l'incontro è stato concordato che il Libano entrerà a far parte di un "comitato di risoluzione della crisi per la Siria", che comprende Arabia Saudita, Iraq, Giordania ed Egitto.

Il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry ha affermato durante la sessione che una soluzione politica è l'unica via percorribile. Una soluzione militare in Siria è "irrealistica", ha detto Shoukry.

Tuttavia, ha anche sottolineato l'estrema importanza di garantire "l'eliminazione del terrorismo" in Siria, che è ancora una questione importante dato il controllo di gruppi armati estremisti su alcune aree del Paese.

Venerdì, il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi ha affermato che la Siria ha ottenuto il numero necessario di voti dall'organismo arabo composto da 22 membri.

"Simbolicamente, sarà importante, ma questo è solo un umile inizio di quello che sarà un processo molto lungo, difficile e impegnativo, data la complessità della crisi", ha detto Safadi alla CNN.

La decisione arriva alcuni giorni dopo una riunione dei diplomatici regionali nella capitale giordana Amman, alla quale ha partecipato anche il ministro degli Esteri siriano Faisal Mekdad. L'incontro si è concentrato sull'importanza di risolvere le crisi umanitarie, politiche e di sicurezza nel Paese.

Ha anche aperto la strada alla decisione ufficiale di domenica di reintegrare Damasco nella Lega Araba.

A seguito dell'incontro a porte chiuse in Egitto – che dovrebbe essere seguito da una seduta pubblica – molti si aspettano che la Siria sarà presente al vertice della Lega Araba di questo mese (il 19 maggio) nella capitale saudita Riyadh.

Questo è l'ultimo passo nel recente abbraccio del mondo arabo alla Siria, che ha visto l'Arabia Saudita – un tempo uno dei principali sostenitori della guerra sponsorizzata dagli Stati Uniti contro il paese – guidare un'iniziativa regionale per porre fine alla crisi.

Tuttavia, Washington e alcuni stati arabi, in particolare il Qatar, continuano a opporsi alla normalizzazione con il governo di Damasco.

https://thecradle.co/article-view/24524/syria-officially-welcomed-back-into-arab-league?s=09

La Siria torna nella Lega araba nonostante la contrarietà degli Usa

Piccole Note, 8 maggio 2023

La Siria è tornata nella Lega Araba dopo esserne stata espulsa 11 anni fa a causa del feroce regime-change avviato dagli Stati Uniti e sostenuto da diversi Paesi arabi ed europei. La Siria ha retto all’aggressione grazie all’aiuto dell’Iran e dalla Russia, ma ne è uscita devastata e ridimensionata – un terzo è ancora sotto l’occupazione americana tramite i curdi –  nonché ridotta allo stremo dalle sanzioni, rimaste in vigore nonostante il recente sisma che ha distrutto il Paese.

Sulla tragica situazione in cui versa la Siria, un report delle Nazioni Unite riportato dalla CNN, ha rilevato come “i livelli di povertà e di insicurezza alimentare affrontati dai siriani non hanno precedenti. Il Programma alimentare mondiale stima che nel 2022 più di 12 milioni di siriani, più della metà della popolazione, si sono trovati in condizioni di insicurezza alimentare”. La causa di tutto ciò sono le sanzioni, ma ovviamente la CNN non può dire che il suo Paese e l’Europa stanno affamando un intero popolo…

La sconfitta degli Stati Uniti

Al di là dei particolari, resta la reintegrazione della Siria nell’ecumene araba, che è stata fortemente ostacolata dagli Stati Uniti (Jerusalem Post), ossessionati dal loro odio irriducibile verso Assad. Tanto che sabato scorso, prima del voto dell’assise araba sul punto, il Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan si è precipitato a Riad per parlare con il principe Mohamed Bin Salman, architetto del ritorno nell’ovile arabo di Damasco.

Secondo Axios i due avrebbero parlato della pace in Yemen e di alcuni progetti infrastrutturali per collegare più strettamente i Paesi del Medio oriente e questi con l’India. Si vorrebbe creare un’alternativa all’integrazione del Medio oriente nella Via della Seta cinese, cooptando l’India – rivale della Cina – in un progetto alternativo a guida Usa, che vedrebbe l’adesione postuma di Israele. Un tentativo che potrebbe non andare in porto, anche perché, come rileva Foreign Affairs, in un articolo dal titolo: “L’errata scommessa Usa sull’India”, “Nuova Delhi non si schiererà con Washington contro Pechino”…

Non sfugge, però, la tempistica della visita di Sullivan, giunto a Riad il giorno prima della votazione fatidica sulla Siria. Evidentemente ha fatto un ultimo tentativo per evitare tale passo, ma non è riuscito. Una sconfitta della diplomazia Usa, come prova il fatto che i primi a rallegrarsi di quanto avvenuto sono state Russia e Cina, suoi antagonisti globali.

Il nuovo attivismo di Riad

Il passo è stato sofferto, come evidenzia il fatto che la riunione decisiva per il reintegro della Siria si è svolta a porte chiuse e che la decisione è stata presa a maggioranza (The Cradle accennava alla contrarietà del Qatar nell’articolo “Nemici fino alla fine”).

Il ritorno di Damasco nella Lega segna un altro punto a favore della diplomazia saudita, che l’ha fortemente voluto, esponendosi alle ritorsioni dei tanti nemici di Assad.  È un momento molto importante per Mohamed Bin Salman, il quale, da motore della destabilizzazione regionale (per conto di altri), ha assunto il ruolo di motore del nuovo ordine mediorientale, come denota anche la distensione con l’Iran. 

In tale prospettiva si colloca anche l’attivismo dispiegato nei confronti del conflitto sudanese, scoppiato alcuni giorni fa a causa della rivalità di due potenti signori della guerra locali e delle manovre neocon, che hanno alimentato le rivalità latenti.

Riad ha ospitato un summit tra le fazioni rivali (Guardian). Non c’è ancora un accordo, ma il solo fatto di aver portato i duellanti al tavolo dei negoziati è un risultato notevole. Vedremo.

venerdì 3 marzo 2023

Il Congresso Usa vota per ripristinare tutte le sanzioni alla Siria

 
foto di Elia Kajmini

Piccole Note, 3 marzo 2023

“La Camera degli Stati Uniti questa settimana ha votato in modo schiacciante a favore di una mozione per mantenere le sanzioni contro la Siria, nonostante il devastante terremoto che ha ucciso almeno 5.900 persone”. Così The Cradle.

Maggioranza “bulgara”

La risoluzione, presentata dal deputato repubblicano Joe Wilson e sottoscritta da altri 51 deputati, è stata approvata con un voto di 414 a 2. Contrari solo Thomas Massie e Marjorie Taylor Greene.

La risoluzione chiede all’amministrazione Biden di continuare ad rimanere fedeli al Caesar Syria Civilian Protection Act del 2019, “che ha imposto sanzioni paralizzanti alla Siria progettate per impedire al Paese di ricostruirsi dopo anni di guerra”, come scrive Dave DeCamp su Antiwar.

“La mozione – continua DeCamp – dichiarava che il governo del presidente siriano Bashar al-Assad ‘affermava in maniera menzognera’ che le sanzioni statunitensi impedivano di dare una risposta alle devastazioni del terremoto”.

E ancora, “la mozione della Camera affermava di ‘piangere’ le vittime del terremoto e descriveva l’applicazione del Caesar Act come un modo per ‘proteggere’ il popolo siriano”.

Approvando tale mozione, la Camera chiede la revoca del gesto conciliante dell’amministrazione Biden che, dopo il sisma, ha sospeso parte delle sanzioni comminate a Damasco. Detto questo, anche la sospensione attuale, anche se non sarà revocata, non ha un grande impatto sugli aiuti.

Così su Msnbc news: “La scorsa settimana, il governo degli Stati Uniti ha annunciato una moratoria di 180 giorni sulle sanzioni per favorire i soccorsi ma, anche se le sanzioni prevedevano precedenti esenzioni per l’assistenza umanitaria, molti analisti temono che la revoca di queste sanzioni non cambierà molto”.

L’inefficace sospensione, parziale e temporanea

“[…] Ad esempio, le banche e le istituzioni finanziarie private non sono disposte a inviare denaro in Siria sotto forma di rimesse, tanto necessarie, e altri aiuti finanziari per paura di ritorsioni. Poi c’è il fatto che la stragrande maggioranza del petrolio del paese è controllata dagli Stati Uniti”.

Peraltro, si può immaginare quanto sia incisiva una sospensione di alcune sanzioni per soli 180 giorni, solo se si pensa alle conseguenze dei terremoti che hanno afflitto l’Italia, dove ancora l’Aquila e Amatrice, solo per fare due esempi, sono alle prese con la ricostruzione (e il nostro Paese è più sviluppato e non ha subito una devastante guerra decennale). Tant’è.

Poco da aggiungere. Questa la politica sanguinaria ormai è diventata approccio ordinario dell’Impero verso il povero Paese mediorientale. La colpa di Assad è quella di aver resistito al tentativo di regime-change, anche se un terzo del Paese, nel quale si trovano i giacimenti di petrolio, resta occupato dagli Stati Uniti, i quali usano allo scopo i curdi siriani, a loro volta succubi e vittime dei loro disegni (tanto è vero che, quando Erdogan li ha attaccati, hanno chiesto aiuto ad Assad, segno che l’America li aveva scaricati).

Tale l’ipocrisia di un Impero che vuole apparire come difensore della libertà e della democrazia e, per inciso, accusa i russi di attentare all’integrità territoriale dell’Ucraina….



Padre Lufti: "C'è bisogno di solidarietà. Il sisma rischia di cancellare ogni speranza"

È passato quasi un mese dal terribile sisma che ha colpito, esattamente la notte del 6 febbraio scorso, la regione tra la Turchia e la Siria, e sui media non si parla più, se non raramente, di questa tragedia che ha provocato ad oggi in totale nei due Paesi 53.565 vittime e innumerevoli feriti. Ma, dopo i primi momenti, terminate le ricerche di eventuali superstiti, restano il dolore e le sofferenze quotidiane di migliaia di persone e famiglie senza casa e senza lavoro e restano la paura di nuove scosse di assestamento e i timori nei riguardi del futuro. 

In Siria, in particolare, tra la gente si vive un clima generale di sfiducia. Per esprimere solidarietà alla popolazione oggi sono giunti ad Aleppo monsignor Giuseppe Andrea Salvatore Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Conferenza episcopale italiana, con il cardinale Mario Zenari, nunzio in Siria. Ad accompagnarli nella visita il padre francescano Firas Lutfi, ministro per la regione francescana di Siria, Libano, Giordania che vive nella città siriana. Infatti, se una certa solidarietà c'è stata all'inizio da parte della comunità internazionale verso i siriani vittime del sisma, c'è bisogno che gli aiuti proseguano per dare la possibilità alle popolazioni di non abbandonare la loro terra e di immaginare per loro un avvenire migliore.  A Vatican News padre Firas Lutfi spiega l'importanza della visita in corso e descrive come si vive oggi sui luoghi del terremoto.


Padre Firas, ci dice qualcosa della visita in corso?

Siamo qui a visitare un po' le zone colpite dal terremoto, stiamo percorrendo appunto tutta quella zona che è stata veramente danneggiata. Ma visitiamo anche le famiglie, le persone povere che hanno sofferto sia il trauma del sisma sia la preoccupazione per il presente e per il futuro. È una visita di solidarietà, una visita di supporto. Il cardinale Zenari ha più volte visitato la Siria, è invece la prima visita della Conferenza episcopale italiana nella persona di monsignor Baturi. Era programmata prima del terremoto, ma dopo questo evento c'erano ragioni in più per venire, per esprimere la solidarietà anche di Papa Francesco e di tutti i pastori della Chiesa italiana. Quindi è una visita molto apprezzata, molto di rinforzo e di incoraggiamento alla popolazione che sta in ginocchio.

Ecco, qual è la situazione oggi nelle località terremotate. Ci sono ancora scosse? C'è paura? Dove hanno trovato rifugio le persone che hanno perso le proprie case?

Sì, ci sono tante persone che hanno perso la loro casa e che hanno trovato riparo nelle chiese e nelle moschee e nei centri creati per l'accoglienza, ma la situazione qui è drammatica perchè centinaia di famiglie sono costrette a stare tutte insieme in una condizione di grande disagio, priva di privacy, e in una grande confusione. Sono piccoli e grandi, adulti, bambini ragazzi e ragazze che vivono così, in grandi aule semplicemente.

Ma si sta pensando a qualche sistemazione un po' meno provvisoria per loro?

Sì, sì certo, adesso grazie anche a questa collaborazione che la comunità internazionale in qualche modo ha voluto offrire, c'è un progetto per la costruzione di case prefabbricate, perchè ora ci sono molte famiglie sotto le tende.

Farà certamente anche molto freddo in questo periodo, ma come viene distribuito il cibo, il vestiario, le cose più necessarie?

Gli aiuti vengono distribuiti secondo le necessità e il numero delle persone che sono nei centri di emergenza che sono stati creati, noi francescani abbiamo parecchi centri qui ad Aleppo, almeno tre, e anche l'episcopato latino sta ospitando centinaia di persone. Insomma si cerca, entro i limiti del possibile, di aiutarli a stare bene. Ma soprattutto la gente ha paura, tanti non hanno problemi con la casa ma la paura della prima scossa ha fatto veramente sentire molta molta preoccupazione. È per questo che tanti bambini non vogliono più ritornare a casa, perché la casa invece di farli stare tranquilli e sicuri, adesso per loro rappresenta una minaccia, un rischio.

Sono presenti ancora organizzazioni e volontari per sostenere le persone in difficoltà?

Fortunatamente il terremoto ha richiamato molti giovani che lavorano qui con le organizzazione locali.

Dall'estero invece non c'è più nessuno?

Qualcuno c'è forse in Turchia, in Siria meno, solo alcuni Paesi arabi hanno mandato aiuti.

Qual è il sentimento più diffuso tra la gente: disperazione, fiducia, speranza, paura?

La paura è prevalente e poi sfiducia e disperazione, purtroppo, un senso di smarrimento e di abbandono. Le persone non hanno più fiducia nemmeno di ritornare nelle loro case. Adesso sono nel convento dei francescani, dove si trovano 3000 persone e nessuno di loro vuole andare a casa perché la casa è vista come un pericolo.

E voi come piccola Chiesa locale come fate ad aiutare tanta gente? Che cosa chiedete alla comunità internazionale?

Chiediamo appunto alla comunità internazionale più attenzione, chiediamo di superare le divisioni, le visioni miopi, chiediamo di levare in modo definitivo quelle sanzioni che pesano soprattutto sui civili e sulle persone innocenti. Abbiamo bisogno di una pace permanente, che metta fine al male che per dodici anni i siriani hanno subito prima con la guerra ora anche con il terremoto, una tragedia dentro la tragedia. Quindi è necessario un impegno veramente di tutti, soprattutto della comunità internazionale.

Localmente in questo momento c'è collaborazione tra cristiani e musulmani nelle zone colpite dal sisma?

Certamente c'è collaborazione tra tutti i siriani, musulmani e cristiani. Nel nostro monastero adesso vedo con i miei occhi moltissime famiglie musulmane che abbiamo accolto perché davanti a tragedie del genere non si fa mai distinzione tra una religione e l'altra, tra una confessione e l'altra. Sono tutti figli di Dio, sono persone ferite, come quella che il buon samaritano ha cercato di curare e di soccorrere, lungo le strade dell'umanità.

Che cosa ha in cuore, padre Firas, che cosa vorrebbe ancora dirci?

Voglio dire che ringrazio sempre la Radio del Papa per l'attenzione e per la possibilità di ascoltare la voce di questi poveri che gridano, che vivono nell'abbandono, nello smarrimento. Noi cerchiamo questa solidarietà internazionale iniziata quasi un mese fa, perché possa davvero dare più speranza e più coraggio alle persone di restare nelle loro terre. Perché dopo questi eventi tragici di solito le persone tendono ad abbandonare il loro Paese, la loro terra, non avendo più nulla su cui appoggiarsi.

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2023-03/terremoto-sisma-siria-chiesa-solidarieta-padre-lutfi-visita-cei.html