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sabato 17 gennaio 2026

PAPA LEONE XIV: DAL DISCORSO AL CORPO DIPLOMATICO CONTENUTI DI GRANDE RILEVANZA

Il tradizionale discorso papale in apertura d’anno al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede si è rivelato una vera miniera di riflessioni sugli aspetti più problematici dell’odierna società, dal tristo fervore bellico alla perversione del linguaggio, dall’obiezione di coscienza minacciata al corto circuito dei diritti umani.

   di Giuseppe Rusconi- Rossoporpora

Come ogni anno il Papa ha riflettuto ampiamente davanti al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede sulla situazione con cui ci confrontiamo nella società (riproduciamo più sotto alcuni tra i molti passaggi significativi), richiamando poi una geografia capillare del dolore che caratterizza la quotidianità in tanti Paesi (in gran parte trascurati o ignorati dai media internazionali).

 Leone XIV già aveva incontrato per la prima volta gli ambasciatori poco dopo la sua elezione, il 16 maggio 2025 (sala Clementina), richiamando le tre parole-chiave dell’azione diplomatica della Santa Sede: pace, giustizia, verità. Questa volta ha incentrato la sua riflessione partendo dal De Civitate Dei di Sant’Agostino, opera ispirata “dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C.” per mano dei Visigoti di Alarico: tre giorni di saccheggi che demolirono il mito dell’invincibilità del ‘caput mundi’ e indebolirono gravemente l’Impero Romano d’Occidente.

Alcune analogie con l’oggi: 

La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista. Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca.

La debolezza del multilateralismo, la guerra è tornata di moda:

 Nel nostro tempo preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé “nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”, ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile.

Il diritto umanitario internazionale gravemente violato: 

Vorrei richiamare particolarmente l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. Il diritto umanitario, oltre a garantire, nelle piaghe della guerra, un minimo di umanità, è un impegno che gli Stati hanno preso. Esso deve sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti, al fine di mitigare gli effetti devastanti della guerra, anche in un’ottica di ricostruzione. Non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale. La Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale.

L’ONU sia più efficiente e meno ideologica: 

In questa prospettiva, le Nazioni Unite hanno mediato conflitti, promosso lo sviluppo ed aiutato gli Stati nella protezione di diritti umani e libertà fondamentali. In un mondo attraversato da sfide complesse come le tensioni geopolitiche, le disuguaglianze e le crisi climatiche l’organizzazione dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale per favorire il dialogo e il sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto. Si rendono pertanto necessari sforzi affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli.

Dialogo e parole utilizzate: 

Lo scopo del multilateralismo è, dunque, offrire un luogo perché le persone possano incontrarsi e parlare, sul modello dell’antico foro romano o della piazza medievale. Tuttavia, per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile (…) Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare.

Libertà d’espressione declinante in un Occidente sempre più orwelliano nel linguaggio, con l’esclusione di chi non si adegua: 

Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano.

L’obiezione di coscienza, atto di fedeltà a sé stessi, viene sempre più messa in discussione anche in Stati che si dichiarano democratici: 

Da questa deriva ne conseguono, purtroppo, altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari. L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale.

Libertà religiosa sempre minacciata: 

Non si può (…)  tralasciare che la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale e nel 2025 si è aggravato a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso. Tutti questi dati mostrano, purtroppo, come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un “privilegio” o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale.

Discriminazione dei cristiani anche in Europa o nelle Americhe: 

Non va (…) trascurata una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia.

Aborto, utero in affitto, eutanasia: 

La vita (…) è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio.  È alla luce di questa visione profonda della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile che si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita. In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita.

Allo stesso modo, vi è la maternità surrogata, che, trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia.

Simili considerazioni possono essere estese ai malati e alle persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere. È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia.

La piaga della droga: 

Analoga riflessione può essere riferita ai molti giovani costretti ad affrontare numerose difficoltà, tra le quali vi sono le tossicodipendenze. Occorre uno sforzo congiunto di tutti per debellare questa piaga dell’umanità e il narcotraffico che la alimenta, al fine di evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga. Insieme a tale sforzo non dovranno mancare adeguate politiche di recupero dalle dipendenze e maggiori investimenti nella promozione umana, nell’istruzione e nella creazione di opportunità di lavoro.

Oggi nel mondo un corto circuito dei diritti umani: 

Alla luce di tali sfide, occorre ribadire con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla.

Le considerazioni che ho presentato inducono a pensare che nell’attuale contesto si stia verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità.

mercoledì 31 dicembre 2025

LEONE XIV: NON CREDERE A CHI DICE CHE IL RIARMO E’ NECESSARIO


Nel Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace (primo gennaio 2026), Leone XIV lancia un messaggio inequivocabile: i cristiani resistano alla psicosi della guerra inevitabile, creata da chi la alimenta anche per motivi di interessi economici. Tra i politici europei (pure italiani) ‘cristiani’ l’appello papale viene ignorato e de facto contrastato (vedi ad esempio l’affossamento dell’art. 11 della Costituzione italiana e le ambiguità e le bugie sulle armi all’Ucraina)

di GIUSEPPE RUSCONI-  www.rossoporpora.org DAL MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ LEONE XIV PER LA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE - 1 Gennaio 2026La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante

 (Tenebre e luce). Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. (…). La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

. (Riarmo definito necessario, la ‘colpa’ di dissentire): Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza.

. (Spese militari in aumento continuo) Nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale.

. (La perversione del bellicismo educativo): Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

. (Uso disumano dell’IA, spirale distruttiva senza precedenti): Constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico.

 qui il testo completo del Messaggio di Papa Leone: 

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/peace/documents/20251208-messaggio-pace.html

mercoledì 5 novembre 2025

Osare le pace, anche in Terra Santa

 


 di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org

La messa inaugurale dell’Incontro internazionale ‘Osare la pace’ è stata presieduta domenica 26 ottobre 2025 in San Giovanni in Laterano dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. La sua omelia ha preso spunto dal Vangelo del giorno, quello della parabola del fariseo e del pubblicano, saliti al tempio per pregare (Lc 18, 9-14)…

Il fariseo, il pubblicano: 

Siamo dunque nel tempio, dove due uomini salgono per pregare. Due uomini, due preghiere, due cuori. Uno si presenta con l’orgoglio di chi si ritiene giusto; l’altro con l’umiltà di chi si riconosce peccatore. Il fariseo, pur osservando la Legge, non entra in relazione con Dio. Alza lo sguardo, ma non guarda a Dio: vede solo se stesso. Parla di sé, si confronta con gli altri, giudica. Non è descritto come ipocrita: è sinceramente religioso, e compie persino più di quanto la Legge richieda. Proprio per questo si sente a posto, con la coscienza tranquilla, e si ritiene migliore degli altri. Il pubblicano, invece, si affida. Tiene lo sguardo abbassato, ma è guardato da Dio, a differenza del fariseo. Riconosce il proprio peccato senza giustificarsi, senza difendere la propria condotta. Non minimizza i propri errori, ma si presenta davanti a Dio così com’è, senza maschere. Non cerca scuse, non si paragona, non si assolve da solo. Si limita a dire: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”, e così si pone davanti a Dio nella verità. La verità di chi riconosce che solo Dio è giusto, e che nella Sua giustizia accoglie ogni uomo, anche il peccatore. In Dio, misericordia e giustizia sono inseparabili: fare giustizia significa perdonare.

Quanti farisei nel mondo!

 L’atteggiamento del fariseo è più diffuso di quanto sembri. È l’atteggiamento di chi confida nella forza, nella superiorità morale, nella presunzione di essere nel giusto. Di chi, di conseguenza, si arroga il diritto di giudicare gli altri e di interpretarli a proprio piacimento: “Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano” (Lc 18,11). Un atteggiamento che può annidarsi non solo nel cuore delle persone, ma anche in molte istituzioni, noi compresi. Un atteggiamento che, anziché costruire relazioni con Dio e tessere legami giusti con l’uomo, innalza barriere, genera incomprensione, fomenta violenza. Quanta sofferenza si può causare in nome della propria idea di giustizia, imposta e fuori da un contesto di rispetto e di ascolto!

Terra Santa e idea della forza risolutiva: 

Penso, in questo momento, alla nostra Terra Santa. Un odio profondo e lacerante ci ha invaso, creando divisioni tra i popoli e all’interno degli stessi popoli. Opinioni legittimamente diverse si trasformano in giudizi taglienti, che feriscono profondamente le relazioni. Come il fariseo, anche oggi molti si ergono a giudici, convinti di essere nel giusto. Ma il Vangelo ci ricorda che non è la forza del nostro giudizio a giustificarci, bensì la verità del nostro cuore davanti a Dio. Domina l’idea che la forza sia condizione necessaria per costruire la pace, che solo con le armi si possa imporre una soluzione giusta ai conflitti, che per fare giustizia sia necessario annientare l’avversario. Eppure, abbiamo visto quali macerie materiali, umane e spirituali tutto questo ha prodotto. Il nostro tempo sembra segnato da conflitti, da ferite aperte, da popoli che si guardano con sospetto o con paura. Ognuno è convinto di essere nel giusto, che ciò che ha fatto e continua a fare sia legittimo, persino necessario. È un circolo vizioso difficile da spezzare. Certo, c’è anche tanto dolore. Una sofferenza autentica, che merita rispetto e ascolto, e che nessuno ha il diritto di minimizzare.

Costruire la pace: 

La pace si fonda sulla fede e sulla conversione a Dio. Sullo stare nel modo giusto davanti a Lui, come il pubblicano, non come il fariseo. Quando riconosciamo che senza Dio non possiamo nulla. Se invece costruiamo la convivenza umana solo su modelli esclusivamente umani, sull’idea di potenza e di superiorità, allora costruiamo sulla sabbia. Un edificio che, alla fine, crollerà. Quando l’uomo si fa padrone di se stesso, finisce per rovinarsi. Quando le istituzioni, anziché servire le proprie comunità, si sentono superiori e autosufficienti, generano rovina. La pace non si costruisce con le dichiarazioni, ma con cuori che si lasciano toccare da Dio e dall’altro. (…) La pace non è soltanto una convenzione sociale, un armistizio, una tregua o l’assenza di guerra, frutto di sforzi diplomatici o di equilibri geopolitici, pur necessari. La pace è riconoscere la verità e la dignità di ogni uomo, è saper vedere nell’altro il volto di Dio. Quando il volto dell’altro si dissolve, svanisce anche il volto di Dio, e con esso la possibilità di una pace autentica. Nessuno è un’isola: distruggere il volto dell’altro significa dissolvere anche il proprio.

Parole esigenti e i pubblicani di oggi: 

La pace è frutto di giustizia, di verità, di misericordia. È il volto di Dio che si riflette nei nostri volti, quando ci lasciamo riconciliare con Lui e tra di noi. Misericordia, giustizia, verità, pace: parole centrali nella vita del mondo, ma che possono sembrare lontane dall’esperienza concreta di tanti popoli. Parole esigenti, che in Terra Santa – da dove provengo – suscitano talvolta persino fastidio. Perché appaiono come slogan, parole vuote, distanti dalla realtà di chi è schiacciato da conflitti atavici. Eppure, la testimonianza di persone coraggiose – i pubblicani di oggi – anche nel dramma del nostro tempo, ha restituito concretezza e verità a queste parole. È la testimonianza di chi sa battersi il petto (Lc 18,13), riconoscersi bisognoso di misericordia, e perciò capace di offrirla; di chinarsi sulle ferite altrui; di scorgere negli altri il volto di Dio. Giovani che il 7 ottobre hanno perso gran parte della loro famiglia e oggi dedicano il loro tempo ad aiutare altre famiglie devastate da quel giorno. Altri che, sotto le bombe, offrono protezione. Famiglie affamate che condividono il poco che hanno a chi ha perduto proprio tutto. Giovani che rischiano la vita per soccorrere feriti e malati. Madri che si uniscono per prendersi cura dei bambini rimasti soli. Insegnanti senza scuola che non rinunciano a cercare i loro alunni per continuare a istruirli. E tanti altri ancora. Abbiamo bisogno di questi testimoni. (…)  Saranno loro a ricostruire nuovi modelli di convivenza dalle macerie di questo tempo.

giovedì 17 ottobre 2024

"Israele vuole spargere la paura tra i libanesi per minarne l’unità"

Sono 24 le vittime del raid israeliano del 14 ottobre scorso su una palazzina nel villaggio di Aitou, vicino a Zgharta, nel nord del Libano, un’area a maggioranza cristiana fino all’altro giorno risparmiata dalla furia dei combattimenti tra Israele ed Hezbollah

 SIR 17 ottobre

Le vittime sono salite a 24: l’ultima è una bambina ritrovata dentro un’auto. Era talmente piccola che all’inizio si pensava fosse una bambola e invece, ad una verifica, ci si è accorti che era un’altra vittima innocente”. Padre William Makari aggiorna al Sir il tragico bilancio dei morti del raid israeliano del 14 ottobre scorso su una palazzina nel villaggio di Aitou, vicino a Zgharta, nel nord del Libano, un’area a maggioranza cristiana fino all’altro giorno risparmiata dalla furia dei combattimenti tra Israele ed Hezbollah. 

Il nostro è un villaggio a larga maggioranza cristiana, che è stato tra i primi ad accogliere i rifugiati provenienti da sud, dal confine con Israele, dove si combatte con più violenza – racconta il sacerdote maronita, sposato e con due figli, che fa parte del Vicariato di Ehden-Zgharta .Tutti qui hanno aperto le porte delle proprie abitazioni, hanno dato in affitto le case, sono state messe a disposizione anche le scuole per dare rifugio a quante più persone possibile. La Chiesa locale ha fatto la sua parte mettendo a disposizione locali e ambienti necessari a immagazzinare aiuti e a preparare la consegna”.  

Padre Makari prova a ricostruire l’attacco israeliano del 14 ottobre: “la persona che aveva affittato la palazzina di tre piani, distrutta nel raid, poco prima era stato a visitare i rifugiati alloggiati, in larga parte tutti donne e bambini rimasti poi uccisi dalle bombe. Nei paraggi c’era anche una persona legata ad Hezbollah, non armata, che stava consegnando degli aiuti in denaro alle persone che erano all’interno. Quando questa persona è entrata nel palazzo è avvenuto l’attacco”. Secondo notizie raccolte dall’Agenzia Fides da fonti locali, l’edificio colpito era probabilmente già noto agli israeliani perché era stato affittato fin dal 2006, al tempo della precedente guerra tra Israele ed Hezbollah, alla televisione Al-Manar, legata al movimento sciita filo iraniano. Una conferma in tal senso arriva anche dal sacerdote maronita: “quella del 14 ottobre non è stata la prima volta che Israele attaccava il villaggio di Aitou. Era già accaduto nel 2006 ma quella volta l’obiettivo era una sede di comunicazione dove c’era una radio e altri media e non un palazzo abitato da rifugiati. Oggi bombardano le case e i palazzi”.

Paura per il futuro del Libano. Poi una riflessione che rivela anche una paura per il futuro: “seguendo i notiziari abbiamo modo di ascoltare quanto dicono tanti politici e ministri di Israele e le loro intenzioni di conquistare il territorio libanese per costruire altre colonie. Sentiamo dire che attaccano il Libano per la presenza di attivisti e leader di Hezbollah e che vogliono fare esplodere una guerra civile nel nostro Paese.
Israele crede che il terreno sia già pronto per le divisioni politiche interne al Libano. Il premier israeliano Bibi Netanyahu dice che vuole liberare il popolo libanese dai terroristi. Ma con un atto terroristico non si elimina il terrorismo”. 

La risposta a Israele. “La nostra risposta, come popolo, come Chiesa, a questi tentativi di sovvertire il Libano è la solidarietà e l’unità – ribadisce padre Makari – Le porte delle chiese sono aperte a tutti, non solo ai cristiani. 
Ci sono cristiani anche nel sud del Paese. La nostra è una popolazione abituata a convivere, nel rispetto delle convinzioni politiche e religiose di ciascuno. Siamo tutti libanesi e ci teniamo alla nostra sovranità”. Un modo chiaro per dire che il Libano non può essere solo cristiano o solo musulmano, perché non sarebbe il Libano. 

L’appello e il monito. Da qui l’appello alla comunità internazionale e un monito al mondo della politica libanese: “Chiediamo aiuto per tutto il Libano, e non solo per i cristiani. Siamo critici verso chiunque tenti di insidiare l’unità del Libano per interessi di parte” sottolinea il sacerdote, facendo sue posizioni analoghe espresse più volte in passato dal patriarca maronita, card. Boutros Bechara Rai. Nell’ultima loro assemblea, presieduta dallo stesso patriarca, i vescovi maroniti hanno insistito sull’urgente necessità che il Parlamento libanese “faccia il proprio dovere affinché, dopo una lunga attesa e tanta sofferenza, venga eletto un nuovo Presidente della Repubblica che completi il quadro delle istituzioni costituzionali”. Presidente la cui priorità sarà quella di mantenere unito il popolo libanese. 

https://www.agensir.it/mondo/2024/10/17/libano-testimonianza-dal-villaggio-cristiano-di-aitou-colpito-da-israele-p-makari-maronita-vogliono-far-esplodere-una-nuova-guerra-civile/ 

Le stesse considerazioni sono espresse da Mons. Alwan. Il vicario patriarcale maronita sull’attacco israeliano a un villaggio cristiano del nord libanese: “Un vero e proprio crimine di guerra” 
di Giuseppe Rusconi- Rossoporpora.org

Mons. Alwan, che cosa ha provato quando ha saputo della strage di Aitou?

Aitou è il mio villaggio natale e si trova in una zona del nord del Libano abitata solo da cristiani maroniti. Il palazzo abbattuto è vicino a casa mia. Quando è giunta la notizia mi sono spaventato, perché non immaginavo chi potesse essere ricercato da Israele in questo piccolo villaggio di montagna. Poi ho saputo che il villaggio ospitava persone musulmane sciite sfollate dal sud del Libano. Ho capito allora che tra loro ci doveva essere qualcuno nel mirino dell’esercito israeliano. L’intero palazzo è crollato sui suoi abitanti: bambini, donne, anziani… 24 i morti, 5 i feriti. Non erano tutti ricercati, solo uno o due di loro: gli altri abitanti sono stati sacrificati. E’ un comportamento ingiusto, illegale, vietato anche in guerra, perché non si può uccidere civili inermi. E’ un vero e proprio crimine di guerra. 

Perché Israele continua a colpire de facto tanti civili per distruggere Hezbollah?

I responsabili militari in Israele avevano dichiarato all’inizio che le loro operazioni militari erano limitate e miravano solo a combattere i miliziani di Hezbollah e a distruggere i loro depositi di armi. Però de facto accade che ogni volta che colpiscono un miliziano uccidono decine e centinaia di civili inermi nello stesso palazzo, spesso tra gli sfollati. Questi attacchi cosiddetti limitati in effetti si sono trasformati in una vera e propria guerra in territorio libanese. 

Come vede il futuro prossimo del Libano? Continuerà ad esistere come Stato indipendente?

Il Libano è una Repubblica indipendente, membro fondatore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Deve rimanere tale anche se è un piccolo Paese indifeso. Questo deve essere il compito delle grandi potenze e dell’ONU. E’ la nostra speranza e noi lottiamo per concretizzarla. Oggi insistiamo sul cessate il fuoco, sull’elezione di un presidente della Repubblica (NdR: vacante dall’ottobre del 2022) e sull’applicazione della risoluzione n. 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. I punti citati sono contenuti nel comunicato ufficiale dell’incontro di oggi, mercoledì 16 ottobre, tra capi religiosi diversi convenuti nel nostro Patriarcato maronita di Bkerké su invito del patriarca cardinale Béchara Boutros Raï.


Appello dei Capi religiosi: Dio doni ai libanesi la speranza di resistere alla catastrofe

FIDES, 16 ottobre 2024

La Patria libanese è ferita, “e la ferita sta infettando ognuno di noi”. Ha iniziato così il suo discorso il Patriarca maronita Béchara Boutros Raï, aprendo il Summit straordinario di capi religiosi convocato presso la Sede patriarcale di Bkerké per farsi carico insieme della “responsabilità spirituale, morale e nazionale”, davanti al perpetuarsi delle offensive militari messe in atto dalle forze armate israeliane in territorio libanese. 

Davanti al nuovo tempo di tribolazione attraversato dal Paese dei Cedri, le tessere del composito mosaico confessionale libanese hanno messo da parte diffidenze e controversie, ricompattandosi. Al molto partecipato summit di Bkerké (vedi foto) c’erano i rappresentanti di tutte le comunità di credenti presenti in Libano. Tra gli altri, hanno partecipato al Vertice spirituale il Patriarca greco ortodosso di Antiochia Yohanna X Yazigi, lo sheikh druso Akl Sami Abi el-Mona, il Mufti della Repubblica, il sunnita Abdul Latif Daryan, il vicepresidente del Consiglio superiore islamico sciita Ali el-Khatib, il Presidente del Consiglio Islamico Alawita Ali Qaddour, il Presidente del Sinodo Supremo della comunità evangelica in Libano e Siria, Joseph Kassab. L’incontro ha registrato anche la presenza dell’Arcivescovo Paolo Borgia, Nunzio apostolico in Libano.
I partecipanti al summit – riferisce il comunicato finale dell’incontro – hanno discusso a lungo “della barbara e brutale aggressione che Israele ha compiuto e sta compiendo contro il Libano, ignorando i trattati e le leggi internazionali, in particolare la Carta dei Diritti Umani, le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza dell'ONU e le loro risoluzioni, persistendo nell'uso della violenza, della distruzione, dell'uccisione, del genocidio e della demolizione di strutture, istituzioni e case sopra i loro abitanti, tutto questo dopo aver completamente distrutto Gaza, uccidendo bambini, donne e disabili, e distruggendo ospedali, moschee e chiese”. 

Capi e rappresentanti cristiani e musulmani hanno espresso insieme il loro cordoglio per “i martiri della Patria che hanno sacrificato la loro vita in difesa del Libano, e per le vittime innocenti tra i civili, le donne, i bambini, i disabili e gli anziani”, chiedendo “a Dio Onnipotente di guarire i feriti e di concedere loro una rapida guarigione”.
La “barbara aggressione israeliana contro il Libano” sottolinea il comunicato finale del summit “colpisce tutto il Libano e mina la dignità e l'orgoglio di tutti i libanesi, e che i libanesi”, che “grazie alla loro unità” sono in grado di “resistere e respingere il nemico”: le soluzioni per il Libano insistono i capi delle comunità di credenti libanesi “non possono e non devono essere altro che soluzioni nazionali inclusive fondate sull'adesione alla Costituzione libanese, all'Accordo di Taif, all'autorità unica dello Stato libanese, alla sua libera decisione e al suo ruolo responsabile nella protezione del Paese, alla sovranità nazionale”. 

La seconda parte del comunicato raccoglie in 9 punti richieste, esortazioni e auspici condivisi dai Capi religiosi libanesi, che per prima cosa invitano il “Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a riunirsi immediatamente e senza indugio per prendere la decisione di imporre il cessate il fuoco e fermare questo massacro umanitario perpetrato contro il Libano”.
I cittadini libanesi vengono invitati a mettere da parte scontri e controversie, perché questo “non è tempo di sterili discussioni” ma è il momento di accettare sacrifici e unirsi “per salvare il Libano”. Viene rinnovato l’appello a uscire dalla paralisi politico istituzionale favorendo “l'elezione immediata da parte della Camera dei Rappresentanti di un Presidente della Repubblica che goda della fiducia di tutti i libanesi”, nello “spirito del Patto nazionale”. Si richiama l’urgenza di rafforzare le capacità di difesa dell’esercito libanese.

Si rende grazie al popolo per la generosa accoglienza offerta agli sfollati, mentre si ringraziano “i Paesi arabi fratelli e i Paesi amici per le loro gentili iniziative nei confronti del Libano e per il loro sostegno politico e gli aiuti materiali, medici e alimentari”.

Si rende grazie anche ai contingenti militari delle Nazioni Unite (Unifil) che operano nel Libano meridionale “per gli sforzi e i sacrifici che stanno compiendo per salvaguardare i confini meridionali del Libano e la popolazione di quella regione”, apprezzando “il loro impegno a rimanere nelle loro posizioni nonostante le ingiustificate vessazioni e gli avvertimenti israeliani volti a cancellare tutti i testimoni dei brutali massacri che stanno commettendo contro la nostra Patria”. Infine, si ribadisce che “la questione centrale attorno alla quale ruotano la maggior parte delle questioni nella regione araba è la giusta causa palestinese”. 

Nella conclusione del loro messaggio condiviso, i Capi religiosi libanesi (cristiani, musulmani, drusi) chiedono insieme “a Dio, il Dio della pace, di benedirci con una pace giusta, duratura e globale e di renderci costruttori di pace”. Pregano l’Onnipotente “di proteggere il Libano e i libanesi da ogni male e di concedere al nostro popolo la capacità e la speranza di resistere a questa catastrofe”.

venerdì 17 marzo 2017

A colloquio con Benjamin Blanchard, direttore dell’associazione francese ‘SOS Chrétiens d’Orient’

Rossoporpora.org, 3 marzo 2017
di Giuseppe Rusconi

Nel corso del 2013 ci eravamo incontrati in occasione delle grandi Manif pour tous che allora scuotevano la Francia per protestare contro l’imposizione del matrimonio ‘egualitario’, una vera rivoluzione antropologica che noi non abbiamo mai accettato. A ottobre dello stesso anno ci siamo chiesti se non sarebbe stato utile, da giovani cattolici parigini, impegnarsi anche su un terreno di quotidianità concreta. Erano giorni quelli in cui la Francia minacciava di bombardare la Siria di Assad, mentre nel contempo erano centinaia i giovani che dalla Francia si arruolavano tra le file dell’Isis. Abbiamo riflettuto e ci siamo detti che l’immagine della Francia non poteva essere solo quella connotata da bombe e terrorismo. Erano anche i giorni in cui cadeva in mano terrorista il villaggio di Maalula, gioiello aramaico con due monasteri molto cari ai siriani. Allora ci siamo detti: forse siamo un po’ pazzi… ma perché non andare a festeggiare Natale a Damasco con i profughi che hanno perso tutto e sono stati cacciati dalle loro case? Così io, Charles de Meyer (presidente della nostra associazione) e altri 17 giovani  ci siamo ritrovati a Natale  nella capitale siriana. E’ lì che ‘SOS Chrétiens d’Orient’ è nata de facto, con un’esperienza concreta e toccante nel contempo.... 

IN SIRIA …
In Siria SOS Chrétiens d’Orient ha oggi un ufficio centrale a Damasco e una presenza permanente tra l’altro a Aleppo, Homs, Maalula, Sadad, Tartus (secondo porto della Siria). Quattro gli elementi caratterizzanti di ogni presenza: le donazioni alimentari e di igiene (distribuzione di cibo, acqua, prodotti per l’igiene intima, ecc…), l’aiuto sanitario (distribuzione di medicamenti, finanziamenti di presidi sanitari, costruzione o ristrutturazione di ospedali), l’educazione (sostegno scolastico, aiuto all’infanzia, finanziamenti per corsi professionali, attività educative e ludiche, colonie estive, ecc…), la cura del patrimonio e della cultura ( ricostruzione di case e chiese, attività culturali come ad esempio pellegrinaggi). Qui sono concentrati i grandi progetti. In Siria si è sul cantiere della cattedrale greco-cattolica di Homs e di quella di Aleppo. Si partecipa alla ricostruzione di case, in particolare a Homs, Aleppo, Maalula, Sadat. Ad Aleppo l’associazione dona quotidianamente acqua agli abitanti e fornisce casse di medicamenti agli ospedali, a Damasco sta ricostruendo una scuola di formazione professionale. Molto particolare è il sostegno dato alla squadra nazionale siriana dei disabili che partecipa alle olimpiadi invernali in Austria. SOS Chrétiens d’Orient non discrimina tra le diverse chiese cristiane (ottimi tra l’altro i rapporti con il nunzio apostolico, l’odierno cardinale Mario Zenari e il presidente di ‘Caritas Siria’, il vescovo caldeo di Aleppo Antoine Audo) e trova una collaborazione intensa anche da parte musulmana, secondo una buona tradizione consolidata nei secoli.
… E IN LIBANO
In Libano tale collaborazione è un po’ diversa, nel senso che non c’è quella ‘trasversalità’ tipica siriana. Lì l’associazione lavora in primo luogo a beneficio dei libanesi di alcuni villaggi cristiani alla frontiera con Siria e Israele, immersi in un contesto musulmano generalmente diffidente, se non ostile. In secondo luogo per i tanti profughi siriani, iracheni, palestinesi rifugiati nel Paese dei Cedri. SOS Chrétiens d’Orient lavora in particolare con l’associazione Al Nawrai, presieduta dal medico Fouad Abou Nader, nipote di Pierre Gemayel (fondatore della ‘Falange’) e famoso comandante delle ‘Forze libanesi’ nella guerra che il Paese ha sofferto negli Anni Settanta e Ottanta. L’obiettivo da perseguire è da una parte di contribuire alla sicurezza dei villaggi in partenariato con l’esercito libanese, dall’altra di riuscire a stimolare la permanenza dei cristiani in loco promuovendo soprattutto lo sviluppo di agricoltura e artigianato. Ottima la collaborazione pure in Libano con tutte le Chiese cristiane e con i loro patriarchi, tra i quali il cardinale Béchara Raï, a capo della Chiesa più importante, quella maronita, incontrato anche recentemente (il 10 gennaio) da Benjamin Blanchard.
I VOLONTARI
Il nostro interlocutore ci parla poi dei volontari (sono solo due i salariati, i capi-missione che fanno la spola tra Parigi e l’area interessata), che fin qui hanno raggiunto quota ottocento, partiti dalla Francia e dal resto d’Europa per vivere l’esperienza mediorientale di aiuto per un periodo minimo di un mese. La maggioranza di loro è francese, ma hanno aderito ad esempio anche alcuni italiani, belgi, olandesi, svizzeri, polacchi, canadesi, venezuelani. Oggi sul terreno i volontari sono una sessantina, di cui venti in Libano. Ogni giorno incomincia con una preghiera in comune e ogni domenica e festa comandata si partecipa a una messa in una delle diverse chiese in cui si articola il cattolicesimo orientale. Un’occasione per tutti, anche per i ‘tiepidi’, di scoprire la bellezza e la profondità delle liturgie che vengono dalle terre dei primi cristiani.
I RAPPORTI CON I MUSULMANI
Per quanto riguarda i rapporti in genere con i musulmani, il direttore generale di SOS Chrétiens d’Orient evidenzia che l’associazione vuole vivere in mezzo alla popolazione e quindi non intende creare problemi ai cristiani che condividono la loro quotidianità con loro. Anzi, siccome uno egli obiettivi principali è di fare in modo che i cristiani restino là dove risiedono, la collaborazione con i musulmani è benvenuta: Alcuni dei nostri impiegati sono musulmani – rileva Blanchard – come pure qualche volontario”.
DIFFICOLTA’ E SODDISFAZIONI
Tra le maggiori difficoltà incontrate, Benjamin Blanchard cita il problema della sicurezza in Paesi in guerra come Siria e Iraq. Anche l’incertezza delle vie di comunicazione. E la necessità, a volte dolorosa, di scegliere chi aiutare: I bisogni sono tali che non riusciamo a dare a tutti un sostegno. E’ comunque molto difficile scegliere”. 
E le soddisfazioni più grandi? Soprattutto quelle di essere invitati a pranzo da persone aiutate nella ricostruzione della casa e di vedere la popolazione che torna nelle chiese per festeggiare il Natale.

VERGOGNA OCCIDENTALE: LA GRANDE MENZOGNA SU ALEPPO
Chiediamo a Benjamin Blanchard di darci una valutazione di quello che è successo ad Aleppo: Aleppo è una città che è stata martirizzata per quattro anni da gruppi terroristi guidati da Al Qaeda-Al NusraGli aleppini hanno dovuto subire quotidianamente per anni i bombardamenti dei terroristi, che hanno colpito scuole, ospedali, mercati, oltre a tagliare l’acqua, l’elettricità, lo stesso vettovagliamento di Aleppo come per cinque mesi nel 2013-14”. 
Gravi le responsabilità dell’Occidente, Stati Uniti di Obama-Hillary Clinton, Gran Bretagna,  Francia, oltre a quelle di Paesi arabi come l’Arabia Saudita…: “Per tutti questi anni in Occidente non si è quasi mai parlato di quello che accadeva ad Aleppo, salvo per quanto succedeva nei quartieri est, in mano ai terroristi, peraltro definiti con mistificazione colossale dei ‘ribelli’. Un atteggiamento, quello di gran parte dei media occidentali, che gli aleppini non hanno mai né capito né digerito. Ancora oggi mi si fa notare che, secondo gli occidentali, se Al Qaeda compie un attentato in Francia viene giustamente condannata, ma se bombarda i civili ad Aleppo fa un buon lavoro. Non si riesce a capire questo comportamento, specialmente da parte dei cristiani della città. 
Ora Aleppo è stata liberata…: Nell’autunno del 2016 l’esercito siriano, aiutato da truppe russe, ha sferrato un’offensiva finale per liberare Aleppo est dai terroristi. L’attacco ha provocato anche vittime civili - come purtroppo è normale in guerra - e questo dispiace molto. Però la vittoria ha permesso il ritorno della pace ad Aleppo e la felicità della popolazione di essere stata liberata si è manifestata intensamente nelle feste di Natale, quando tutte le sere c’erano centinaia di aleppini attorno al grande albero di Natale che abbiamo innalzato in una delle piazze simbolo, tutti insieme: cristiani e musulmani. Nei media occidentali la liberazione di Aleppo è stata chiamata ‘caduta’ di Aleppo, si è parlato anche di ‘genocidio’: choccante leggere ed ascoltare simili giudizi, che capovolgevano la realtà. In effetti i 30mila simpatizzanti dei terroristi hanno potuto andarsene indisturbati su appositi bus da Aleppo est! Si sono poi ascoltate e lette tante menzogne colossali, ad esempio che il Governo continuava a tagliare l’elettricità nei quartieri est: la verità invece è che fino a questo momento di elettricità non ce n’è ad Aleppo est come ad Aleppo ovest, così come l’acqua, poiché i terroristi hanno ancora (forse per qualche giorno) il controllo della stazione di pompaggio a circa 80 chilometri a est della città. 

SOSTEGNO IN FRANCIA E NON SOLO…
Veniamo al sostegno che SOS Chrétiens d’Orient trova in Francia e in Europa. Blanchard ha tenuto, invitato dalla parrocchia locale che sostiene finanziariamente e con la preghiera l’associazione, una serie di conferenze a Rocky Mount nella Carolina del Nord. E’ andato a Budapest per incontri con le autorità ungheresi, il cui Governo – primo e unico fin qui – ha istituito un Segretariato per l’aiuto ai Cristiani perseguitati nel mondo: si spera in una possibilità di collaborazione. In Francia l’associazione gode di non pochi aiuti, ad esempio di alcuni vescovi come quelli di Vannes, Fréjus-Toulon (diocesi che si è anche gemellata con l’arci-eparchia greco-cattolica di Homs e organizza pellegrinaggi in terra siriana di sacerdoti diocesani, guidati dal vescovo), di Bayonne. E di diversi sindaci e parlamentari: “Il 6 gennaio eravamo ad Aleppo con gli armeni e con una delegazione parlamentare francese”.

UN CD COINVOLGENTE DELLA GRANDE CORALE DI DAMASCO “CHOEUR-JOIE”
Benjamin Blanchard ci mostra poi altri prodotti dell’attività di SOS Chrétien d’Orient. Per esempio un cd (l’abbiamo ascoltato, è veramente bello e coinvolgente!) del coro Coeur-Joie” di Damasco, fondato negli Anni Novanta e diretto da una grande figura della Chiesa siriana, padre Elias Zahlaoui: 130 cantori e musicisti che nel marzo 2016 (dopo 14 mesi di preparativi) sono riusciti a venire in Francia per una tournée di concerti in sette città da Parigi a Lourdes, passando da Lione, Bollène e Orange, Tolone, Béziers, Tolosa. Ottomila gli spettatori che hanno vissuto un’esperienza gioiosa proveniente dalla Siria, posta sotto il titolo ‘Chants d’espérance’. Quando i 130 sono partiti da Damasco qualcuno pensava che non sarebbero tornati. Invece sono tornati tutti e il loro concerto successivo, all’Opera della capitale, è stato un trionfo (Il nostro Paese, per ferito che sia, noi lo ricostruiremo, anche se siamo pochi! Pochi ma non rassegnati a piangere e a lamentarci sulle rovine!”, così dicono le parole della terz’ultima canzone del cd).

L’ATTIVITA’ EDITORIALE 
Interessante anche l’attività editoriale: fin qui l’associazione ha sostenuto quattro pubblicazioni: un’agenda 2016, l’interessantissimo libro-intervista di Charlotte d’Ornellas  a colloquio con il patriarca Gregorio III Laham (ed. Artège) , il suggestivo e commovente volume fotografico (testi di Pierre-Alexandre Bouclay, foto di Katharine Cooper, ed. Rocher di Monaco) “Peuples persécutés d’Orient” (Siria, Iraq, Kossovo), una raccolta di poesie di Anne-Lise Blanchard (madre del nostro interlocutore).

C’E’ QUALCHE GIOVANE CHE VUOLE DIVENTARE VOLONTARIO?
In conclusione Benjamin Blanchard definisce i due grandi obiettivi dell’associazione per il 2017: la ricostruzione e il ritorno a casa, in particolare per gli sfollati della Piana di Ninive e il reinsediamento nei villaggi oggetto dell’attività di SOS Chrétiens d’Orient. Senza mai dimenticare il grande obiettivo di rafforzare i legami tra cristiani d’Oriente e d’Occidente. Un desiderio forte? Che l’intervista possa in qualche modo servire come stimolo per i giovani intenzionati a ‘fare qualcosa’ di utile sul terreno per i nostri fratelli del Medio Oriente In Iraq, Siria, Libano, Giordania ed Egitto (qui per il momento solo d'estate). Contatti? roma@soschretiensdorient.fr , www.soschretiendorient.fr , 0039 / 339 73 50 686 .   

lunedì 20 ottobre 2014

Concistoro Medio Oriente, compito delle NU e situazione del Libano

Nel Concistoro i membri del Collegio Cardinalizio si confronteranno circa l’attuale situazione dei cristiani in Medio Oriente e l’impegno della Chiesa per la pace in quella regione con la presenza dei Patriarchi mediorientali.


Intervista al cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei maroniti:

Radio Vaticana , 19 Ottobre 2014

 R. – Siamo molto grati al Santo Padre per questa seconda iniziativa, dopo quella dell’incontro con i nunzi, per conoscere la realtà del Medio Oriente e, adesso, per il Concistoro. Vuol dire che il Papa ha una grande preoccupazione, e a giusto titolo, sia per il Medio Oriente come tale, e la pace, sia anche per la presenza cristiana, la quale vive momenti molto cruciali. E poi siamo anche grati che lui abbia invitato i Patriarchi a partecipare. Noi stiamo preparando un foglio, a nome dei Patriarchi, partendo da dove sono arrivati con l’incontro dei nunzi. Quindi faremo la nostra lettura sulle attese della Chiesa e della comunità internazionale. Io penso che rappresenti un grande conforto morale per i cristiani del Medio Oriente, ma anche per il Paese del Medio Oriente, che il Papa abbia questo interesse e questa preoccupazione, perché tutti hanno bisogno di un sostegno morale. E’ un vero sostegno morale, ma è anche un vero sostegno diplomatico, perché la Santa Sede ha anche un suo ruolo, una sua influenza importante a livello internazionale. Noi faremo quindi sentire la nostra voce e poi mostreremo che tutte queste Chiese del Medio Oriente, sia cattoliche sia ortodosse, formano una sola unità, una sola voce. Abbiamo anche sempre dei vertici con i capi musulmani, per parlare tutti insieme la stessa lingua. Questo lo diremo domani.

D. – Preoccupa sempre più l’avanzata del sedicente Stato islamico. Questo sicuramente sarà un tema cui sarà dedicata particolare attenzione...

R. – Quello che noi diciamo, abbiamo detto e diremo ai governi locali e alle comunità internazionali è di fermare l’azione dell’aggressore. Non è possibile che nel XXI secolo si torni alla legge preistorica, dove un’organizzazione arriva, ti sradica dalla tua casa e dalla tua terra, dice “tu sei fuori”, e la comunità internazionale guarda inerte e neutrale. Non è possibile. Noi denunciamo tutto questo e sollecitiamo il contributo, più che il contributo l’azione, della comunità internazionale. Bisogna fermare l’aggressore. Quello che ci duole, che ci dispiace, che notiamo, in questo periodo di guerra in Medio Oriente, è che molti Paesi di Oriente ed Occidente sostengono le organizzazioni fondamentaliste, terroriste per interessi propri - politici, economici - e sostengono queste organizzazioni terroriste con denaro, con armi e politicamente. Questo ci duole veramente molto. E noi lo denunciamo e lo abbiamo denunciato. Chiediamo quindi alla comunità internazionale di assumersi le sue responsabilità. E quando parliamo di comunità internazionale, non intendiamo qualcosa di anonimo, ma le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza, il Tribunale internazionale penale. Questi devono agire, altrimenti dove andiamo? Le Nazioni Unite perdono la loro ragione di essere. Questa assemblea delle nazioni è stata creata per proteggere la pace nel mondo e la giustizia, no? Adesso, però, diventa uno strumento in mano alle grandi potenze. Non è possibile accettarlo.

D. – In Libano, com’è vissuta l’avanzata dello Stato islamico?

R. – C’è ora una parte, dove si sono infiltrati, nella Beka'a, e quindi l’esercito è in agguato. Ci dispiace, però, di alcune voci a favore. In questo periodo di guerra in Siria, infatti, i confini tra Siria e Libano sono aperti e tutte queste organizzazioni si trovano sui confini. Quindi, né il Libano né la Siria possono proteggersi. Riusciamo comunque ancora a resistere.

© www.radiovaticana.org


IL  PATRIARCA BECHARA RAI SU SINODO, MEDIO ORIENTE E LIBANO  – di GIUSEPPE RUSCONI –
www.rossoporpora.org – 20 ottobre 2014



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   E’ legittimo pensare che gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano commesso ripetuti e gravi errori di strategia sia nei confronti dell’Iraq che della Siria? Se sì, gli Stati Uniti secondo Lei stanno cercando di porre riparo per quanto possibile a tali errori?
Penso di sì. Spero che vogliano rivedere la loro strategia, rendendola una strategia per la pace in tutto il Medio Oriente. Ciò significa tentare di risolvere in primo luogo il conflitto israelo-palestinese, impegnarsi in uno sforzo serio per porre fine alla guerra in Siria e in Iraq e bloccare le aggressioni delle organizzazioni terroristiche. Dovrebbero in ogni caso utilizzare la loro influenza per spingere i Paesi sunniti e sciiti a un dialogo costruttivo, così da eliminare i conflitti nella regione evitando altri disastri umanitari.
  Non sarebbe più efficace se alcuni Stati cessassero di fornire armi e acquistare petrolio dall’ Isis e bloccassero i passaggi degli estremisti islamici attraverso le proprie frontiere ?
 Certo: è questa la richiesta essenziale. Tutto il problema nasce dal fatto  che ci sono Stati d’Oriente e d’Occidente che purtroppo - per interessi politici ed economici propri -sostengono le diverse organizzazioni fondamentaliste. Alcuni con armi e denaro, altri con l’acquisto illegittimo del petrolio, altri ancora offrendo ai terroristi e ai mercenari il libero passaggio delle frontiere. Non solo: c’è anche chi sostiene i terroristi politicamente. Bisogna assolutamente che le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza facciano cessare questo tipo di “delitto”.
  Come definirebbe il conflitto in Siria?
 E' una guerra civile, ma anche una guerra tra Stati sunniti e Stati sciiti per interessi propri. Perciò è ormai una guerra senza senso. Si tratta solo di distruggere di più, di assassinare di più, di accrescere gli odi e l’esodo di popolazioni intere. Dieci milioni di siriani sono ormai rifugiati in altri Paesi e regioni, sradicati dalle loro case distrutte o gravemente danneggiate.
 Emergono in Libano divisioni tra i musulmani nel valutare quanto accade in Siria?
 I musulmani libanesi sono adesso piuttosto divisi: i sunniti sostengono l’opposizione sunnita siriana e gli sciiti sostengono il regime alleato dell’Iran e dell’ Hezbollah libanese. E’ noto però che prima dell’assassinio nel 2005 del primo ministro sunnita Hariri, sunniti e sciiti sostenevano ambedue Assad.
  Secondo Lei, dopo il prolungato attacco islamista di qualche settimana fa ad Arsal (quasi al confine con la Siria) e dopo gli scontri tra islamisti e Hezbollah, è concreto il pericolo che anche il Libano divenga terra di combattimento, con i cristiani a farne le spese maggiori? Peggio ancora: c’è il rischio che il Libano si dissolva?
Il pericolo per il Libano è reale, ma l’esercito libanese è ben preparato. Speriamo di non dover tornare a qualche anno fa, al conflitto interno: nessuna fazione vuole la guerra, pur essendo precaria, critica, la situazione della sicurezza. Tutti i libanesi aspirano e vogliono la stabilità. Il pericolo di dissoluzione è apparente: le buone volontà sono ancora più forti.

leggi tutta l'intervista qui:  http://www.rossoporpora.org/rubriche/interviste-a-cardinali/428-il-patriarca-bechara-rai-su-sinodo-medio-oriente-e-libano.html



Caritas Libano: L'ondata di profughi mette a dura prova il nostro popolo

di Carlo Giorgi
Terrasanta.net  4 ottobre 2014

«Noi libanesi non siamo un gregge che vaga in una terra di nessuno: siamo i proprietari della nostra terra, siamo arrivati qui prima di tutti gli altri, anche prima dei musulmani…; siamo esseri umani che hanno il diritto di vivere dignitosamente e la comunità internazionale deve assumersi le sue responsabilità nel garantire la nostra dignità. Un fatto è certo: non possiamo essere noi a venire cacciati via e a pagare così il prezzo di altri!». Padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano, tuona durante l’incontro che ha riservato a Terrasanta.net. Le sue parole sono lo specchio dell’esasperazione di tutti i libanesi, costretti a fronteggiare praticamente da soli, una crisi senza precedenti.
A causa della guerra in Siria, infatti, negli ultimi quattro anni la pressione demografica esercitata in Libano dai profughi è cresciuta progressivamente: i profughi siriani registrati dall’Onu in Libano oggi sono un milione e 130 mila (cifra esplosiva se si pensa che è raddoppiata nel giro di un solo anno), riversandosi su uno Stato, il Libano, privo di spazio e risorse. I siriani che oggi affollano l’area metropolitana di Beirut sono oltre 310 mila. Mentre nella regione di confine della Bekaa – dove vivono 750 mila abitanti autoctoni – si sono affollati in campi profughi e rifugi di fortuna altri 420 mila siriani. Per provvedere ad una tale massa sconfinata di persone, secondo le Nazioni Unite sarebbero necessari almeno un miliardo e mezzo di dollari mentre oggi gli organismi internazionali possono contare solo su 600 mila dollari: meno della metà dei fondi necessari.
«Il Libano, che è un piccolo Paese, ha accolto molti più rifugiati di Paesi più grandi, come Giordania e Turchia – spiega padre Karam –. Sistemare queste persone, aiutarle per il cibo e i vestiti è un’impresa al di sopra delle nostre possibilità. Basti pensare al problema delle scuole: ci sono circa 600 mila studenti siriani che dovrebbero iniziare l’anno scolastico. Le nostre scuole non ne possono accogliere più di 350 mila, non c’è posto per tutti… E degli altri che cosa facciamo? Saranno educati ad essere jihadisti ? Moltissimi ragazzi rimangono fuori, ci sarebbe bisogno di insegnanti, educatori…».
Le risorse del Paese non bastano per tutti …E questo provoca tensione sociale; quando, ad esempio, la Caritas aiuta i profughi a livello sanitario, con le medicine e le cure psicologiche; e poi dice al libanese in difficoltà: con te non posso fare la stessa cosa che sto facendo gratuitamente con il siriano… la gente si arrabbia e l’odio cresce. A causa dell’aumento enorme di stranieri sul nostro territorio sono aumentati i furti, le occupazioni di appartamenti… Per non parlare di quello che è successo negli ultimi mesi ad Arsal, nella valle della Bekaa…
Si riferisce agli scontri tra l’esercito libanese e le milizie fondamentaliste?Due soldati dell’esercito libanese, uno sunnita ed uno sciita, sono stati decapitati dalle milizie dello Stato islamico; altri sono stati presi in ostaggio. Mi ha colpito il fatto che i media internazionali abbiano parlato dei tre giornalisti, due americani e uno inglese, che sono stati decapitati… mentre dei due soldati dell’esercito libanese nessuno ne ha parlato. Ho ancora negli occhi l’immagine dei loro corpi decapitati… Questo fatto ha toccato molto la popolazione libanese.
Che appello lancia alla comunità internazionale?
Il nostro popolo è stanco: ci sentiamo come il formaggio dentro un panino, morsicato da una parte e dall’altra. Abbiamo diritto di vivere in pace, vogliamo la pace. Ma che sia una pace con dignità e giustizia. Per questo dalla comunità internazionale attendiamo una pace giusta, non una pace tagliata a pezzi… Oggi siamo minacciati nella libertà e la tentazione, per molte famiglie cristiane, è quella di scappare. Ma d’altra parte, quando uno è minacciato nella sua libertà, soprattutto quella religiosa, che cosa dovrebbe fare?

http://www.terrasanta.net/tsx/articolo.jsp?wi_number=6905&wi_codseq= &language=it