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venerdì 6 febbraio 2026

Al-Hol: il campo di prigionia di 40.000 persone che nessuno vuole vedere.

 

di Patrizio Ricci

C’è un luogo nel nord-est della Siria, al di sopra dell’Eufrate, che da anni rappresenta una delle più clamorose anomalie morali e politiche del Medio Oriente contemporaneo. È il campo di al-Hol, una distesa di tende piantate nella provincia di Hassaké, a pochi chilometri dal confine iracheno. Qui, nel 2026, sono ammassate circa 40.000 persone: donne, bambini, anziani e una quota non marginale di ex combattenti e sostenitori dell’ISIS. Un numero inferiore rispetto ai picchi del 2019-2021, ma una situazione che, nella sostanza, è rimasta immutata. Ed è proprio questa immobilità a porre le domande più inquietanti.

Il Fatto Quotidiano ha avuto il merito, oggi, di riportare l’attenzione su al-Hol, descrivendo il recente passaggio di consegne nella gestione della sicurezza: il ritiro delle Forze Democratiche Siriane a guida curda e l’ingresso delle forze riconducibili al governo transitorio di Ahmed al-Sharaa. Una cronaca necessaria. Ma ciò che emerge, leggendo quelle righe, è una sensazione straniante: il tempo sembra essersi fermato. Le scene descritte – amputati che avanzano nel fango, tende con i loghi ONU, bambini apatici, un “comparto separato” per gli stranieri e una prigione dentro la prigione per i più pericolosi – potrebbero appartenere senza sforzo al 2021. O al 2020. O al 2019. 

Un campo di detenzione, non un rifugio

Chi conosce la storia recente di al-Hol sa che non si tratta solo di un’emergenza umanitaria. È stato, e in larga parte è ancora, un luogo di potere jihadista informale. Nel 2021, quando nel campo vivevano oltre 60.000 persone, vigeva di fatto una legge parallela: divieti assoluti, tribunali clandestini, esecuzioni sommarie. Ballare in una tenda poteva costare la vita. Le decapitazioni e gli omicidi di presunti “collaborazionisti” non erano eccezioni, ma strumenti di controllo sociale. Lo documentavano allora centri di ricerca indipendenti e grandi testate internazionali, dal The Wall Street Journal in poi.

Le donne e le vedove dei miliziani non erano semplici comparse: molte erano diventate attori attivi nella trasmissione dell’ideologia radicale, nel mantenere contatti con cellule esterne, nell’educare i bambini secondo la dottrina dello Stato Islamico. Le stesse autorità curde, sostenute dagli Stati Uniti, ammettevano di non avere mezzi sufficienti per spezzare questo circuito. Oggi, a distanza di anni, nulla indica che quel problema sia stato realmente risolto. È cambiato il numero degli internati, non la natura del luogo.

Bambini nati in un limbo

Due terzi degli abitanti di al-Hol sono minori. Molti non hanno mai visto altro che questo campo. Crescono tra violenza latente, indottrinamento, miseria materiale e assenza quasi totale di prospettive. La Mezzaluna Rossa curda denunciava già nel 2019 la morte di centinaia di bambini per malnutrizione, ipotermia, mancanza di cure. Le Nazioni Unite hanno parlato ripetutamente di “condizioni tragiche” e di un ambiente talmente insicuro da mettere a rischio persino gli operatori umanitari. Qui la domanda non è retorica, è brutale: che cosa diventeranno questi bambini? Quale futuro può nascere da un luogo che, di fatto, funziona come un incubatore di risentimento e radicalizzazione? Se l’Occidente si interroga – giustamente – sulle conseguenze a lungo termine di altri disastri umanitari, perché su al-Hol cala da anni un silenzio quasi totale?

Il paradosso della “zona sicura”

Per molto tempo, il nord-est della Siria sotto controllo statunitense e curdo è stato raccontato come una sorta di isola di stabilità contrapposta al “regime di Assad”. Eppure, a poche centinaia di metri da un contingente militare americano, è prosperato uno dei più pericolosi focolai jihadisti del dopoguerra siriano. Da qui sono evasi militanti, qui si sono riorganizzate reti clandestine, qui l’ISIS ha continuato a esercitare un’influenza reale.  È legittimo chiedersi come sia stato possibile. E soprattutto perché, mentre si invocano sanzioni, interventi e pressioni diplomatiche in nome dei diritti umani altrove, questo campo sia rimasto per anni una sorta di zona grigia, tollerata, rimossa dal dibattito pubblico. Un umanitarismo selettivo, che sembra attivarsi solo quando può essere usato come clava politica contro governi “indigesti”.

Il cambio di potere e le stesse domande

Oggi al-Hol è formalmente sotto il controllo del nuovo apparato statale siriano guidato da al-Sharaa. I media occidentali lo definiscono “esercito siriano”, sorvolando con sorprendente disinvoltura sul fatto che molte delle milizie confluite in questa struttura provengano da un passato jihadista, incluse componenti uigure ed ex affiliati ad al-Qaeda “riconvertiti”. È difficile sostenere che, sul piano ideologico, la distanza tra una parte di queste forze e l’ISIS sia così netta come si vorrebbe far credere.  Il Fatto Quotidiano racconta il ritiro improvviso delle SDF, i cancelli aperti, l’arrivo dell’esercito due ore dopo. Un passaggio quasi surreale, che solleva un’altra domanda: perché un campo di questa importanza strategica e simbolica viene gestito con tale leggerezza? E perché, ancora una volta, non si parla di smantellamento, ma solo di amministrazione dell’esistente?

Chi non vuole chiudere al-Hol?

Il nodo dei rimpatri resta irrisolto. Migliaia di stranieri – europei, asiatici, centroasiatici – restano nel campo perché i loro Paesi d’origine li considerano una minaccia. È una posizione comprensibile sul piano securitario, ma devastante sul piano politico e morale. Si scarica il problema su una terra già martoriata, trasformando la Siria in un deposito permanente delle conseguenze di una guerra che altri hanno contribuito ad accendere.

E qui il discorso si allarga. I documenti della Defense Intelligence Agency del 2012, le email di Hillary Clinton, le ammissioni indirette sul ruolo di alcuni alleati occidentali e del Golfo nella genesi del jihadismo siriano non sono fantasie complottiste, ma atti ufficiali. Mostrano come l’ascesa di un “principato salafita” nell’est della Siria fosse considerata, almeno in una fase, funzionale all’isolamento di Damasco e al contenimento dell’asse Iran-Russia. Se questo è vero – e i documenti lo indicano chiaramente – allora al-Hol non è solo un fallimento umanitario. È anche il residuo ingombrante di una strategia cinica, di cui oggi nessuno vuole assumersi la responsabilità.


La Defense Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti, in un rapporto del 2012, rivelava i piani in corso di un’asse guidata dagli Stati Uniti per creare quello che all’epoca definiva un “principato” (Stato) “salafita” (islamico). Qui  rapporto trapelato della DIA del 2012 (.pdf).

Una domanda che resta aperta

Perché al-Hol esiste ancora? Perché decine di migliaia di persone, in larga parte bambini, vivono da anni in un limbo che non è né giustizia né accoglienza? Perché questo scandalo permanente non occupa le prime pagine, non mobilita campagne, non produce sanzioni o conferenze internazionali?

Forse perché al-Hol è lo specchio di ciò che non si vuole ammettere: che la guerra siriana non è stata solo una tragedia “naturale”, ma anche il prodotto di calcoli geopolitici precisi. E che, finché quel campo resterà in piedi, continuerà a ricordarlo.

https://www.vietatoparlare.it/al-hol-il-campo-di-prigionia-di-40-000-persone-che-nessuno-vuole-vedere-perche-al-hol-esiste-ancora/

Una possibile risposta alla domanda posta da Ricci viene dalle considerazioni di Scaglione sui calcoli politici del presidente della Siria Al Sharaa......
Il governo di Damasco sta avendo la meglio, politicamente e militarmente, sull'autonomismo curdo nel nord della Siria, forte anche dei via libera accordati dall'estero. Cosa significa questo per il Paese? Tre considerazioni.

La recente sconfitta subita nel Nord-Est della Siria da parte delle Unità di autodifesa del popolo curdo, nerbo delle Forze democratiche siriane, e il declino di quell’esperimento di autogoverno curdo chiamato Rojava è stato letto soprattutto come l’ennesimo capitolo nella storia di quello che è conosciuto come il più grande popolo al mondo privo di uno Stato (i curdi sono più di 30 milioni). Un dramma che non può essere sottostimato, anche se gli errori della dirigenza curda, dalla sovrastima delle proprie forze all’eccesso di fiducia negli appoggi dall’estero, dalla mutevolezza nelle alleanze (via via Iran, Russia, Stati Uniti, Unione europea e infine Israele) a una gestione miope del dialogo/confronto con le autorità della Siria post-Assad, non sono stati pochi.

Dobbiamo però anche chiederci che cosa questa svolta politico-militare significhi per la Siria del presidente Ahmed al-Sharaa, fino a un anno fa più noto come Al-Jolani, leader delle milizie islamiste Hayat Tahrir al-Sham.

La prima considerazione è questa: Al-Sharaa incassa un evidente via libera dalla comunità internazionale. Significativi i due endorsement ricevuti nelle ultime settimane. Da un lato, quello degli Usa: il rappresentante speciale di Trump per la Siria, Tom Barrack, ha detto che il patto con i curdi era esaurito dal momento della sconfitta dell’Isis. Dall’altro quello della Russia: ricevuto al Cremlino (per la seconda volta nel giro di pochi mesi – ndr) il 28 gennaio 2026, Al-Sharaa ha ricevuto le congratulazioni di Vladimir Putin, il quale ha detto che «la Russia sarà sempre dalla parte dell’integrità territoriale della Siria». Insomma, via libera all’esercito siriano.

Seconda considerazione: prendendo il controllo dei territori fino a pochi giorni fa governati dai curdi, il governo siriano recupera una parte del Paese molto importante dal punto di vista economico, per l’agricoltura e per i giacimenti del petrolio. Proprio quella parte che per anni è stata controllata dagli Stati Uniti anche allo scopo di incrementare le sanzioni che avrebbero dovuto indebolire il regime di Bashar al-Assad. Questo non potrà che agevolare la ripresa della Siria, altro segnale che Usa, Europa e Paesi Arabi hanno deciso di puntare su Al-Sharaa e i suoi.

Terza considerazione, quella inquietante. Ora che l’autonomia curda sta venendo meno, al controllo del governo centrale siriano sfuggono ancora due porzioni di territorio. A Nord quello che la Turchia ha occupato negli anni sostenendo di volersi ritagliare una “zona cuscinetto” per proteggersi proprio dai curdi. È impossibile che Al-Sharaa, che così tanto deve alla Turchia, possa avventurarsi in un confronto con Erdogan. A Sud, invece, c’è la rivolta autonomista dei drusi, che a sua volta è la propaggine locale dell’occupazione israeliana. E qui per Al-Sharaa e la sua Siria le cose si fanno complicate. Rinunciare al Sud (le truppe israeliane sono a poche decine di chilometri dalla capitale Damasco) vorrebbe dire mutilare il Paese di un’area fondamentale, anche dal punto di vista delle relazioni internazionali. Ma cercare di recuperarlo vorrebbe dire aprire un confronto con Israele (che peraltro già sosteneva i curdi), questione pericolosa dal punto di vista militare ma anche dal punto di vista politico, perché la causa di Israele è assai cara sia agli Stati Uniti sia all’Europa.

È quindi ipotizzabile che dopo le recenti turbolenze Al-Sharaa cerchi di calmare le acque. Intanto per “assorbire” la minoranza curda, tradizionalmente inquieta. E poi per vedere se la diplomazia internazionale, alle prese ogni giorno con un colpo di scena, gli offrirà qualche inatteso spiraglio.

  Fulvio Scaglione

https://www.terrasanta.net/2026/01/la-siria-di-al-sharaa-doma-i-curdi/

lunedì 13 ottobre 2025

Per Ahmed al-Sharaa tappeti rossi a New York

Il nuovo presidente siriano (considerato un terrorista ricercato fino a pochi mesi fa) è con molti altri capi di Stato e di governo a New York per l'assemblea generale dell'Onu. Lo accolgono abbracci e strette di mano, quasi che fosse il leader di un Paese prospero e democratico, cosa che ancora non è.
 

di Fulvio Scaglione

L’operazione adesso è completata. Gli esperti di marketing lo chiamerebbero rebranding, come quando la vecchia gazzosa fu ribattezzata con un bel nome in inglese e venduta come una bibita nuova. Il terrorista Abu Mohammed Al Jolani, che fino a un anno fa era il leader militare di Hayat Tahrir al-Sham (erede di Al Qaeda) ed era ricercato con una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa, è stato definitivamente trasformato nel signor Ahmed al-Sharaa, presidente provvisorio (sì, come no!) della nuova Siria, quella finalmente liberata da Bashar al-Assad e quindi abbracciata dal mondo libero, dall’Occidente che con tanta intensità desiderava vederla affrancata dalla dittatura. Il presidente Al-Sharaa è volato negli Usa ed è stato accolto da David Petraeus, ex generale che comandava le truppe americane in Iraq (quelle contro cui Al Jolani sparava) e poi direttore della Cia, che premurosamente gli ha chiesto (non è uno scherzo, ci sono mille video a testimoniarlo) se riesce a riposare bene la notte. Poi Al-Sharaa ha parlato all’Onu ed è stato ricevuto dal segretario di Stato americano Marco Rubio. Molte foto testimoniano di cordiali saluti e abbracci da parte di molti altri capi di Stato e di governo europei, a cominciare da Emmanuel Macron.

Uno potrebbe pensare che in Siria sia tornata, di colpo, la democrazia. E invece… in ottobre è eletta la nuova Assemblea legislativa, con questo sistema: dei 210 parlamentari totali, un terzo (e cioè 70) sarà scelto dal presidente; gli altri saranno eletti su liste bloccate in collegi elettorali ristretti. Un’elezione simile in un altro Paese del Medio Oriente sarebbe definita «elezione farsa». Ma noi siamo talmente innamorati della nuova Siria che ci sta tutto bene. 

Anche, per esempio, che le milizie di Hayat Tahrir al-Sham abbiano trucidato centinaia e centinaia di alawiti, vecchi donne e bambini compresi, nella regione di Latakia. Che i cristiani, come testimoniato anche da Terrasanta.netvivano nella preoccupazione. Che i drusi abbiano ingaggiato una vera guerra pur di non sottostare al nuovo regime. E naturalmente che la Turchia, vecchio sponsor di Al Jolani, continui a occupare una fetta consistente della Siria a Nord, mentre a Sud un altro grosso pezzo se l’è preso Israele.

Ma conviene così, a quanto pare. Il bene trionfa e gli affari prosperano.

https://www.terrasanta.net/2025/09/siria-per-ahmed-al-sharaa-tappeti-rossi-a-new-york/


Quand rien n'a été élu... Les élections les plus rapides de l'histoire !

Sulle "elezioni" riprendiamo il post pubblicato su Facebook da InfoSyrie.fr

Par : Dr Bassam Abu Abdullah
5 octobre 2025

« Dans un pays gouverné par l'étonnement plutôt que par la logique, les élections à l'Assemblée du peuple se sont déroulées comme une brise par un après-midi de juillet : rapides, invisibles, et personne ne savait d'où elles venaient ni où elles allaient.
Des élections sans compétition, sans foule, sans voix à entendre... seulement l'écho de phrases toutes faites : « mariage démocratique », « participation massive » et « urnes équitables », comme s'il s'agissait de poèmes d'une époque d'hypocrisie nationale.
Mais cette fois, les chiffres ne mentent pas ; ils sont hilarants :
À Zabadani, Ammar Ashrafani a gagné avec seulement 15 voix.
Quinze ! Un chiffre qui pourrait être obtenu dans un seul café si ses clients décidaient d'accomplir leur « devoir national » entre une tasse de café et une cigarette.
À Qatif, Khaled Arafat Orabi a gagné avec 18 voix, soit l'équivalent d'un demi-bus aux heures de pointe.
À À al-Tall, Ayman Abdo Shamo a réalisé son exploit historique avec 24 voix, un nombre suffisant pour établir une « société coopérative », et non un « conseil populaire ».
À Darayya, où les cendres ont une histoire, Mu'ayyad Habib n'a recueilli que 30 voix, comme si la ville n'avait même pas organisé d'élections, mais simplement envoyé une convocation symbolique pour des funérailles politiques.
Al-Nabk a élu Muhammad Sharif Talib avec 18 voix, un nombre suffisant pour former une équipe de réserve de football avec un staff technique.
À Qatana, Ali Masoud Masoud a obtenu 12 voix… seulement 12 !
Un nombre digne d'une élection à qui remportera le siège, et non d'une élection nationale censée représenter des centaines de milliers de personnes.
Dans la campagne de Damas et à Yabroud, le décompte des voix semblait plus généreux :
Muhammad Suleiman al-Dahla (75 voix),
Muhammad Azzam Haidar (68 voix),
Hassan Ahmad Saif al-Din Ataya (65 voix) votes).
On peut dire ici que la participation était « acceptable » au regard des « grandes élections familiales ».
Mais le couronnement est venu de Douma, où les chiffres semblaient astronomiques en comparaison :
Hussam Hamdan (105 voix),
Nizar al-Shayeb (103 voix),
Mustafa Saqr (91 voix).
Oh, la cohue démocratique ! Cent électeurs d’un coup ! Les comités de dépouillement ont dû avoir besoin d’eau froide pour résister à ce déluge populaire.
De quel genre d’élections s’agit-il ?
Qui représente qui ?
La nation est-elle devenue un petit quartier et le peuple un groupe de parents ?
Suffit-il qu’une famille compte ses votes pour que les lois d’un État soient rédigées en son nom ?
Tout au long de l’histoire, nous avons assisté à des élections passionnantes, frauduleuses, houleuses et tendues, mais jamais auparavant nous n’avons vu d’élections aussi silencieuses, aussi rapides que les résultats étaient annoncés avant même que l’encre ne soit froide.
Peut-être que cet exploit sera bientôt étudié sous le titre : Élections quantiques : où le candidat vote avant même d'être vu.

À une époque où le peuple est devenu un accessoire rhétorique, l'« Assemblée du peuple » est devenue un tableau symbolique, où des acteurs assis sans public débattent de questions que personne ne peut entendre, tout comme un acteur dans un théâtre abandonné s'adresse à des chaises vides avec une assurance surprenante.

Nizar Qabbani a dit un jour :

« Je t'aime profondément, et je sais que le chemin vers l'impossible est long. »

Aujourd'hui, nous lui disons du fond de cette impossibilité :

Nous aimons profondément notre pays, mais le chemin vers de véritables élections est bien plus long que toute impossibilité poétique.

En conclusion, le peuple syrien adresse ses félicitations officielles :

« Nous félicitons les vainqueurs de ce mariage secret, qui s'est déroulé sans bruit, sans foule et avec le moins de participants possible. » Vous avez prouvé que la démocratie peut être menée avec humour, et avec un nombre de voix insuffisant pour constituer une troupe de dabke.
Félicitations à vous, députés.
Vous avez bien représenté les absents,
et avec votre modeste nombre, vous avez enregistré les élections les plus rapides de l'histoire… et le sentiment de dignité nationale le plus lent. 

venerdì 18 luglio 2025

La Siria è spacciata

I raid aerei con cui Tel Aviv ha imposto alle truppe di Damasco il ritiro dalla città drusa di Sweida e bombardato il ministero della Difesa fanno da cupo presagio al futuro della Siria (Scaglione)


 Avvenire  17 luglio 2025 - di Fulvio Scaglione

I raid aerei con cui l’aviazione di Israele prima ha imposto alle truppe siriane il ritiro dalla città a maggioranza drusa di Sweida e poi ha bombardato il ministero siriano della Difesa nel cuore della capitale Damasco, dimostrando di poter colpire liberamente in qualunque punto del Paese, non parlano tanto di Israele ma fanno da cupo presagio al futuro della Siria. Per almeno due ragioni.

La prima ha a che fare con la sua storia contemporanea. Nei lunghi e drammatici anni della guerra civile, si era diffusa l’illusione che la rimozione del dittatore Bashar al-Assad avrebbe portato, quasi di per sé, a una specie di riconciliazione nazionale in nome della riconquistata libertà. Assad è scappato a Mosca ma è successo il contrario: sparatorie tra milizie curde e sunnite, bombe islamiste nelle chiese cristiane, stragi di alawiti da parte dei sunniti, una vera guerra tra i reparti sunniti fedeli al presidente al-Jolani/al-Sharaa e i gruppi di autodifesa della comunità drusa, a loro volta aiutati dagli alawiti. Tutte le vecchie faglie etnico-religiose si sono spalancate e rischiano di inghiottire il Paese, eccitate anche da un progetto di nuova Costituzione che, a credere alle voci che arrivano da Damasco, mostra più di un tratto islamista. Che corrisponde alla natura e all’origine dei nuovi governanti, ex dirigenti o capi militari del gruppo qaedista Hayat Tahrir al-Sham (Hts), ma ovviamente inquieta le numerose, corpose e influenti minoranze siriane.

E poi c’è la situazione internazionale. Nel 2011 Recep Tayyip Erdogan diceva di voler cacciare Assad per andare a pregare nella moschea degli Omayyadi di Aleppo. Nel dicembre scorso, lanciando all’offensiva gli uomini di HTS che aveva a lungo finanziato e armato, il presidente ha mostrato di non aver rinunciato al vecchio sogno. Anche lui, però, ha sbagliato molti conti. Fino a quel punto, infatti, aveva più o meno retto un equilibrio perverso ma utile per cui la Russia teneva a bada Assad, permetteva a Israele di attaccare le basi iraniane in Siria, trattava con la Turchia e faceva, più o meno, da elemento d’equilibrio. Non è un caso se a parlare con i capi delle comunità druse ora ribelli fossero, negli anni scorsi, più i militari russi che i funzionari assadiani.

Erdogan ha creduto che al-Jolani e i suoi potessero prendere in fretta il controllo del Paese, sottovalutando le difficoltà interne di cui sopra. In più, ha male interpretato le mosse di Israele, che del ribaltone siriano ha approfittato per allargare il cerchio delle proprie operazioni e rendere ancora più ambiziosa la propria strategia. Ora Erdogan è paralizzato: non vuole e non può fare la guerra a Israele ma non sa come difendere il “suo” al-Jolani, di bomba in bomba sempre più avviato al ruolo di sindaco di Damasco più che di presidente della Siria. Con il Nord controllato dal padre-padrone Turchia, il Golan a Sud dominato da Israele attraverso i drusi, l’Est ricco di petrolio sotto la tutela degli americani e dei loro protetti curdi.

Ed è proprio questo che giustifica i pronostici pessimistici sul futuro del Paese. Oggi tutti i Paesi occidentali corrono a stringere la mano ad al-Jolani e si affrettano a eliminare le sanzioni con cui è stato affamato per anni il popolo siriano, senza però muovere un dito per difendere la stabilità e l’integrità territoriale della Siria. È un paradosso solo in apparenza. Alle potenze regionali va benissimo poter rosicchiare parte del territorio siriano per soddisfare le loro più o meno credibili esigenze di sicurezza. Alle altre, quelle più lontane, non va male che in Medio Oriente venga realizzata l’ennesima ristrutturazione delle aree di influenza, se non anche dei confini, che in questo caso prevede la cacciata della Russia, la mortificazione delle ambizioni dell’Iran e la riduzione della stessa Siria a un piccolo Paese disarmato e fragile, avviato al ruolo di semplice piattaforma di interessi altrui. Una specie di secondo Libano, insomma, costretto a sperare nella benevolenza dei più forti. Con una certa libertà di azione, però, per Al Jolani o chi per esso. A difendere i Drusi è intervenuto Israele in base a precisi interessi strategici. A difendere gli Alawiti non è arrivato nessuno, e anche i venti cristiani uccisi in chiesa hanno destato un’attenzione insufficiente.

«Il mondo non distolga lo sguardo dalla Siria», ha detto papa Leone XIV pochi giorni fa. Ma la sensazione è che dei siriani e del loro destino importi poco. E che lo sguardo della comunità internazionale sia distolto, ma non per caso.

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FIDES, 14 luglio 2025

Arcivescovo Jacques Mourad: "Gesù vuole che la Sua Chiesa rimanga in Siria. E questa idea di svuotare la Siria dei cristiani, non è certo la volontà di Dio».

È tornato da pochi giorni l’Arcivescovo Jacques Mourad, dopo aver partecipato a Roma al Sinodo dei Vescovi della Chiesa siro cattolica. E subito è stato preso dalle tante cose che a Homs lo stavano aspettando. «In questi giorni celebro le prime comunioni dei bambini e delle bambine nelle parrocchie dei villaggi. È una gioia che tocca il cuore. Ringraziamo il Signore per tutti questi segni di speranza che Lui offre a noi, nella nostra povertà».

Calibra ogni parola, Jacques Mourad, quando parla del tempo che sta vivendo la sua Patria e il suo popolo.
Il monaco della comunità di Deir Mar Musa, divenuto Arcivescovo siro cattolico di Homs Hama e Nabek, ha anche lui nel cuore il tumulto per la strage dei cristiani massacrati a Damasco il 22 giugno, mentre erano riuniti con i fratelli e le sorelle per partecipare alla messa domenicale nella chiesa di Sant’Elia.

Le parole del Vescovo Jacques, nato a Aleppo e unitosi alla comunità monastica fondata dal gesuita romano Paolo Dall’Oglio, sono a tratti taglienti, mentre racconta il presente siriano.
Ripete che «Oggi la Siria è finita come Paese». Ma vede anche che, in tale naufragio, la Chiesa in Siria continua il suo cammino e la sua opera, per il bene di tutti. E ciò accade solo «perché questa è la volontà di Gesù. Gesù vuole che la Sua Chiesa rimanga in Siria. E questa idea di svuotare la Siria dei cristiani, non è certo la volontà di Dio».

La strage dei cristiani
  Il nuovo potere che domina a Damasco cerca parole rassicuranti. Anche dopo la strage nella chiesa di Sant’Elia, rappresentanti governativi ripetono che i cristiani sono una componente ineliminabile del popolo siriano. «E io voglio dire» scandisce l’Arcivescovo Mourad «che il governo porta direttamente la responsabilità di tutto quello che è successo. Perché ogni governo è responsabile della sicurezza del popolo. E non parlo solo dei cristiani. Anche tanti sunniti, tanti alawiti sono stati uccisi, tanti sono spariti. Se una squadra mandata da qualche organismo internazionale venisse a ispezionare le carceri, adesso ci troverebbe tanta gente che non ha nulla a che fare con i crimini del regime passato. Credo si possa dire che questo governo sta perseguitando il popolo. Tutto il popolo».

L’Arcivescovo siro cattolico di Homs percepisce ostilità anche nelle formule rassicuranti utilizzate dal nuovo regime siriano verso i battezzati: «Ogni volta che sento parlare della “protezione” dei cristiani, sento che siamo messi sotto accusa. E sotto minaccia. Sono formule usate non per manifestare benevolenza, ma per incriminare. Quello che devo dire è che questo governo fa le stesse cose fatte dal regime di Assad contro il popolo. Ambedue i regimi, quello di Assad e quello di adesso, non hanno alcun rispetto per il popolo siriano e la sua storia».
 
Siria finita 

La Siria - riconosce l’Arcivescovo Jacques - ha una grande eredità, e ha il presente del suo popolo giovane. «Ma gli ultimi governi «sembrano voler annichilire, distruggere, questa civilizzazione, la civiltà di questo popolo. È un crimine mondiale, non riguarda solo noi».
 «L’Unesco proclama patrimonio dell'umanità tanti luoghi della Siria. Poi nessuno li protegge. E ora abbiamo bisogno di proteggere il nostro patrimonio vivente, non solo i monumenti».
 
Prima i megafoni, poi il terrore
   Le sigle del terrore cambiano spesso la loro “griffe”. Fonti governative siriane, per l'attentato alla chiesa di Damasco, hanno chiamato in causa non meglio specificati militanti di Daesh, lo "Stato Islamico". Ma a rivendicare la strage dei cristiani è stata una sigla jihadista appena inaugurata, Saraya Ansar al-Sunna, creata forse da fuoriusciti da Tahrir al-Sham. Strategie di mercato, gestione "professionale" della comunicazione e della propaganda.
 
I cristiani ortodossi della chiesa di Sant'Elia a Damasco - questo ripetono più fonti e testimoni sul campo -  sono stati massacrati "per punizione", dopo che alcuni di loro avevano avuto un alterco coi militanti islamisti che andavano di continuo davanti alla chiesa con gli altoparlanti montati sulle automobili per sparare a alto volume nelle orecchie dei battezzati i versetti del Corano e i richiami a convertirsi e a aderire all'Islam. La stessa cosa - conferma l'Arcivescovo Jacques - succede anche a Homs e in tutta la Siria: «Passano con le macchine di sicurezza del governo, e dagli altoparlanti chiedono ai cristiani la conversione. Se poi noi chiediamo ragione di questi comportamenti a quelli della sicurezza, ci rispondono che si tratta di iniziative individuali. Ma intanto continuano a usare le auto della sicurezza…il popolo non crede più a questo governo».

Sponsor d'Occidente
  Intanto chi comanda oggi in Siria continua a cercare accreditamenti da parte di circoli e poteri esterni. Rappresentanti del governo si sono detti pronti a rifare l'armistizio con Israele del 1974.
 «Io» riconosce l’Arcivescovo Mourad «non sono un politico. E vedo che quasi tutto il popolo siriano desidera la pace. Desidera anche arrivare a un accordo di pace con Israele, per tutti i Paesi del Medio Oriente. Dopo tutti questi anni sono tutti veramente stanchi di questa guerra, e di considerare gli ebrei come nemici. Ma se arrivassimo adesso a un accordo con Israele, ciò avverrebbe solo perché adesso la Siria è debole. E un simile accordo, in un momento come questo, sarebbe solo un altro atto di umiliazione del popolo.  Quindi, prima che il Presidente arrivi a siglare tale accordo, bisognerebbe almeno parlare chiaro al popolo, spiegare cosa significa questo accordo, e cosa c'è dentro. Quali sono le condizioni per Israele e per i siriani».
 
L’esercito israeliano - prosegue l’Arcivescovo siro cattolico di Homs «ha occupato tanti territori siriani dopo la fine del regime di Assad. Questo vuol dire che forse dobbiamo dimenticarci per sempre delle alture del Golan. E questo vuol dire che il popolo siriano, soprattutto a Damasco, potrà sempre essere sotto minaccia con lo strumento della sete, perché l'acqua a Damasco arriva dal Golan. E se rimaniamo sotto il potere di Israele per l'acqua, immaginiamoci per le altre cose…».
 
Oggi - aggiunge padre Jacques, entrando dentro i drammi del presente siriano «la Siria è finita come Paese. Continuiamo a ripetere che è il primo Paese del mondo, che Damasco e Aleppo sono le città più antiche del mondo, ma questo nel presente non vuol dire più niente. È finita, gran parte del popolo vive sotto il livello di povertà, siamo massacrati, umiliati, stanchi. Non abbiamo la forza di riprenderci da soli la nostra dignità. Se non c'è un sostegno politico sincero a favore del popolo, e non del governo, siamo finiti.  Nessuno può condannare il popolo siriano perché emigra, e cerca salvezza fuori dalla Siria. Nessuno ha il diritto di giudicare».  In una situazione dove tutta l'economia, e il sistema educativo, e anche quello sanitario sono al collasso.

Da dove ricominciare 
  È possibile trovare delle strade per andare avanti, quando l’orizzonte è così buio e sembra mancare il respiro?
L'Arcivescovo sceglie parole forti e impegnative per tratteggiare oggi la condizione e la missione delle Chiese e dei cristiani siriani.
«Secondo me la Chiesa è l'unico riferimento di speranza per tutto il popolo siriano. Per tutto, non solo per i cristiani. Perché noi facciamo tutto per sostenere il nostro popolo, nel modo che possiamo».
 
«Dopo la caduta di Assad, tanti nelle nostre comunità e parrocchie sono entrati in una crisi di paura. Una disperazione terribile. Anche io ho fatto visite a tutte le parrocchie, in ogni villaggio, per incoraggiare i cristiani, parlare del futuro. Grazie a Dio, ogni volta io mi sento accompagnato dal Signore, nelle parole, nel discorso che faccio per il popolo. E così, in questa situazione, siamo presi a organizzare regolarmente gli incontri per i giovani, per i bambini, per i gruppi impegnati nella Chiesa in diversi modi».
 
Anche in una situazione per molti versi tragica, la vita ordinaria delle comunità ecclesiali prosegue il cammino.
E proprio le comunità ecclesiali provano a promuovere il dialogo per la convivenza tra tutti i gruppi e le componenti, in un contesto lacerato, impregnato di dolore e risentimenti.
 «A Aleppo e anche a Damasco sono veramente bravi. I Vescovi hanno dato spazio anche ai laici per riflettere e prendere l'iniziativa.
A Homs proviamo di fare incontri con tutte le altre comunità. Alawiti, ismailiti, sunniti, cristiani. Le persone che incontriamo sono tutte preoccupate per la politica del governo, anche i musulmani. Siamo uniti, perché siamo tutti sulla stessa barca, come ripeteva Papa Francesco».
 
L’incontro con Papa Leone 
  È stato Papa Leone a chiedere ai Vescovi siro cattolici di venire a Roma per tenere nella città eterna il loro Sinodo ordinario, svoltosi dal 3 al 6 luglio. «È stata un'occasione bellissima poterlo incontrare, conoscerlo e avere la sua benedizione.  Ho seguito con attenzione i discorsi che lui ha fatto parlando delle Chiese orientali e dell’Oriente cristiano. Ho approfittato di questo incontro per ringraziarlo e chiedere di incoraggiare tutta la Chiesa cattolica a prendere l'iniziativa soprattutto per sostenere il popolo siriano nelle sue urgenze primarie».

La speranza traspare nelle opere concrete 
  «Per me» sottolinea Jacques Mourad «è importante che la Chiesa si coinvolga intensamente nella ricostruzione delle scuole e di tutto il tessuto educativo in Siria. E anche che nella costruzione di ospedali decenti per il nostro popolo. Già abbiamo in funzione delle scuole, a Aleppo, a Damasco, ma non bastano. A Homs non c’è niente. Dobbiamo lavorare su questo, perché questo può aiutare anche a arginare l’emigrazione dei cristiani. Tutti i genitori pensano al futuro dei loro figli. E se non possono garantire loro scuole dove studiare e ospedali che funzionino, rimane solo la scelta di andar via. Abbiamo bisogno di tutto. Abbiamo bisogno anche di far rinascere centri pastorali e culturali che possano accompagnare la crescita anche umana e culturale dei nostri giovani. E anche di case per i giovani che vogliono sposarsi. Così si possono incoraggiare tutti i giovani a rimanere nel Paese, a non andar via».

Così il presente e il futuro dell'Arcivescovo Jacques si riempie di cose buone da fare. Mancano le risorse, ma l'orizzonte è chiaro:  «Così possiamo andare avanti, nel cammino della nostra Chiesa in Siria. Perché questa è certo la volontà di Gesù. Gesù vuole che la Sua Chiesa rimanga in Siria. Questa idea di svuotare la Siria dei cristiani, non è certo la volontà di Dio».
«E noi per primi, i discepoli di Cristo, e chi esercita delle responsabilità a nome suo, abbiamo il dovere di proteggere i nostri fedeli e fare tutto il possibile garantire il futuro della Chiesa in Siria». 

martedì 18 febbraio 2025

Per il bene della Siria servirebbe un’Europa coesa e con le idee chiare

I Paesi dell'Unione europea mostrano una volontà evidente di non perdere il treno della nuova Siria. Il problema vero, per l’Unione europea un po’ debole e sbandata di questi tempi, è che non basta avere a che fare con il presidente Al-Sharaa per risolvere le questioni.

di Fulvio Scaglione 

Quasi emarginata nell’avvio del negoziato tra Usa e Russia sull’Ucraina, l’Unione europea si è presa una certa rivincita su Donald Trump per quanto riguarda la Siria del post-Assad e del presidente ad interim Ahmad al-Sharaa (l’al-Jolani di quando lo consideravano un terrorista, nome di battaglia che ha definitivamente abbandonato forse anche per ragioni scaramantiche, visto che significa «quello del Golan», territorio sempre più occupato dalle truppe di Israele).

Nella gran corsa a trovare udienza presso il nuovo signore della Siria, i diplomatici europei si sono segnalati per tempestività. I ministri degli Esteri francese e tedesco sono arrivati a Damasco il 3 gennaio, il vicepremier e ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani il 10 gennaio, la commissaria Ue per la Gestione delle crisi Hadja Lahbib il 17 gennaio. In quest’ultima occasione è stato anche annunciato il varo di un pacchetto di aiuti umanitari Ue del valore di 235 milioni di euro. Ancor più importante, è stato avviato un processo di revoca delle sanzioni europee contro la Siria, a patto naturalmente di «vedere rispettato lo stato di diritto, i diritti umani, i diritti delle donne». Delle sanzioni si è discusso al consiglio dei ministri degli Esteri Ue del 27 gennaio, con l’idea di approvare un piano d’azione nella successiva riunione del 24 febbraio, avendo in mente soprattutto l’allentamento delle restrizioni su petrolio, gas e trasporti (ma non ancora sulle operazioni finanziarie).

Insomma, una volontà molto evidente di non perdere il treno della nuova Siria, soprattutto in un momento in cui i precedenti patron di Assad, ovvero la Russia e l’Iran, sembrano in palese difficoltà. Il problema vero, per l’Unione europea un po’ debole e sbandata di questi tempi, è che non basta avere a che fare con il presidente Al-Sharaa per risolvere le questioni. 

C’è la partita dello Stato islamico, che dipende dalle proclamate intenzioni di Donald Trump di ritirare le truppe Usa dal territorio siriano. 

C’è la partita dei curdi, che dipende dalle strategie del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che è stato il “padre” dell’azione anti-Assad. 

C’è la partita della ricostruzione in cui il Qatar – grande finanziatore del movimento Hayat Tahrir al-Sham di cui Al-Sharaa/Al-Jolani è stato il capo – giocherà argomenti importanti. 

E c’è la grande questione del Libano e del Golan, dove bisognerebbe poter esercitare una qualche influenza sul premier israeliano Benjamin Netanyahu, al quale finora la Ue ha fatto da sponda passiva. 

Insomma, anche per il bene della Siria servirebbe un’Europa coesa e con le idee chiare. Per ora, purtroppo, non se ne vede gran traccia.

https://www.terrasanta.net/2025/02/lue-cerca-una-rotta-nel-medio-oriente-che-muta/

venerdì 31 gennaio 2025

Siria, tutti alla corte di al-Jolani presidente


 di Fulvio Scaglione

Tra lo scetticismo diffuso dei rifugiati siriani all’estero prosegue il difficile "dopoguerra" in Siria. L'uomo forte Ahmed al-Sharaa (detto al-Jolani) il 29 gennaio è stato ufficialmente proclamato presidente ad interim. E i governi stranieri sembrano dar credito all'ex terrorista.

Facciamo un’ipotesi di pura fantasia. Yahya Sinwar, il capo dei terroristi di Hamas che organizzò le stragi di cittadini israeliani (e non solo) del 7 ottobre 2023 non è morto il 16 ottobre 2024 per mano dei soldati di Israele. Anzi: è sopravvissuto e ha guidato i palestinesi all’attacco dello Stato ebraico, dove è riuscito a prendere il potere. Adesso i rappresentanti di tutti i Paesi che, quando era solo il capo di Hamas, lo consideravano un terrorista e rifiutavano qualunque rapporto con lui e con la sua organizzazione, accorrono a Gerusalemme (ovviamente capitale del nuovo Stato da lui guidato) per incontrarlo. Sono arrivati rappresentanti degli Usa e della Ue, della Russia e dell’Italia. Gli Usa hanno ritirato la taglia che gli avevano messo sul capo e l’Unione europea è sul punto di ammorbidire le sanzioni che aveva deciso contro Gaza e Hamas. 

Pura fantasia, si diceva. Ma qualcosa del genere è successo veramente in Siria, dove nessuno prevedeva il crollo repentino del regime di Bashar al-Assad  e men che meno immaginava che un terrorista di lungo corso come Ahmed al-Sharaa, detto al-Jolani («quello del Golan»), l’uomo che nel 2011 Abu Bakr al-Baghdadi, il capo dello Stato islamico (Isis), aveva mandato in Siria per combattere Assad e che poi era passato ad al Qaeda, potesse diventare il padrone del Paese. Che cosa siano stati l’Isis e al Qaeda lo ricordiamo tutti benissimo. Eppure, ora che al posto di Assad c’è al-Jolani, ogni scrupolo è caduto. Gli Usa, la Russia e tutti i Paesi arabi sono corsi a rendergli omaggio e a promettere buone relazioni, e l’Unione europea, come detto prima per scherzo, sta lavorando a un piano per eliminare parte delle sanzioni (nel settore energia e trasporti, soprattutto) rimaste in vigore per oltre dieci anni e in parte responsabili della miseria in cui si trova il popolo siriano. Il tutto mentre il mondo intero sa che dietro al Jolani c’è il presidente turco Erdogan, non uso a fare beneficenza, che già occupa una fascia di territorio siriano nel Nord e che ha approfittato anche di quest’ultimo colpo di scena per bombardare i curdi. 

Al-Jolani, che ha abbandonato la mimetica per un più sobrio completo, ovviamente promette moderazione, rispetto per tutte le etnie e le minoranze, apertura al resto del mondo e buone relazioni con tutti. Qualche fatto a supporto delle parole si è pur visto: il Natale dei cristiani, per esempio, è stato rispettato e le festività sono trascorse in un discreto clima. Da altri luoghi della Siria, per esempio dalla fascia costiera dove sono concentrati gli alawiti (la minoranza cui appartenevano gli Assad) giungono invece voci e immagini di rastrellamenti e violenze. 

Vedremo. Un dopoguerra come questo non è facile per nessuno, nemmeno per uno come al-Jolani (ufficialmente proclamato capo dello Stato ad interim il 29 gennaio 2025 – ndr). E la speranza in questi casi è un dovere. Anche se il primo scetticismo di cui tener conto è quello dei rifugiati siriani all’estero, che proprio non sembrano affollarsi alle frontiere per tornare in patria il più in fretta possibile. 

Certi voltafaccia, però, non possono passare così lisci, quasi inosservati, come se la Siria fosse passata dalle mani di un delinquente a quelle di un benefattore. Sa troppo di speculazione. Ai bambini siriani che in questi anni sono morti per la carenza di medicine e strutture ospedaliere generata dalle sanzioni chi glielo spiega che sono stati sacrificati perché un giorno la Siria potesse essere governata da al-Jolani?

https://www.terrasanta.net/2025/01/siria-tutti-alla-corte-di-al-jolani-presidente/