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venerdì 25 settembre 2026

Il cinico “Ritorno” dell’Europa in Siria


di Patrizio Ricci - Vietato Parlare

La caduta del governo siriano nel dicembre 2024 ha innescato un profondo mutamento nelle dinamiche geopolitiche del Levante, costringendo la comunità internazionale a gettare la maschera su decenni di doppiezze diplomatiche e mediatiche. Al centro di questa complessa transizione si pone il governo ad interim guidato da Ahmed al-Sharaa, il quale ha rapidamente consolidato il potere a Damasco promettendo riforme di facciata. Chi è Ahmed al-Sharaa? È l’uomo precedentemente noto come Abu Mohammed al-Jolani, leader storico di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ed ex filiale siriana di Al Qaeda. È con questa fazione — che l’Occidente per anni ha prima finanziato e poi finto di combattere — che l’Unione Europea (UE) si sta preparando a orchestrare quello che fonti diplomatiche definiscono un “grande ritorno” in Siria.

Questo riposizionamento europeo rivela l’ennesima narrazione fuorviante offerta dai grandi media: il ritorno europeo non è un’operazione di pace, ma si configura come un’operazione condotta sotto la più stretta sorveglianza militare, caratterizzata da accordi indicibili in materia di sicurezza sul campo e da opache operazioni di intelligence. L’Alto Rappresentante dell’UE per gli affari esteri, Kaja Kallas, si è assunta l’onere di guidare questa spregiudicata manovra, programmando una visita a Damasco per validare le intenzioni di un esecutivo di matrice jihadista.

Le indiscrezioni più rilevanti indicano che la nuova amministrazione siriana ha istituito un sofisticato sistema per fagocitare i rapporti tra i fornitori di servizi internazionali e le figure apicali del nuovo regime. Tale sistema cela un pervasivo apparato di controllo e di estrazione di rendite, attraverso il quale le ex-fazioni ribelli estremiste — le stesse armate per anni dalle potenze del Golfo e dall’Occidente — stanno trasformando il proprio potere militare in un’egemonia economica totalizzante.

Il presente rapporto analizza le direttrici di questa evoluzione: la paradossale architettura diplomatica dell’UE, il nuovo ecosistema economico-clientelare di Damasco e le complesse reti di intelligence che legano apertamente il governo di transizione alle potenze occidentali.

L’Architettura Diplomatica: la Dottrina Kallas e l’Ipocrisia del “Ritorno Sorvegliato” La strategia dell’Unione Europea si fonda sull’imperativo di evitare un vuoto di potere. Kaja Kallas ha avvertito i ministri degli esteri del rischio che la Siria possa trasformarsi in una “nuova Libia o in un nuovo Afghanistan”. Un’affermazione che suona come una beffa, se si considera che proprio le ingerenze e i finanziamenti occidentali hanno scatenato i disastri in Libia e in Siria. Kallas ha promosso una dottrina di engagement definita “step-for-step”, che subordina la normalizzazione e gli aiuti finanziari a presunte riforme di Damasco.

Il culmine di questa strategia è la riattivazione della Delegazione dell’UE a Damasco, nel quartiere di Abou Roumaneh (delocalizzata a Beirut dal 2012). Il capo della delegazione, l’Ambasciatore Michael Ohnmacht, ha l’incarico di preparare il terreno alla visita della Kallas. Questa mossa fa seguito al viaggio del gennaio 2026 dei Presidenti del Consiglio e della Commissione Europea a Damasco per annunciare un partenariato politico, culminato nel Dialogo Politico ad Alto Livello del maggio 2026 co-presieduto dalla Kallas e dal Ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani. L’UE ha incredibilmente messo sul tavolo 620 milioni di euro per il biennio 2026-2027.

Tuttavia, le cancellerie europee sono divise. Se Italia e Spagna hanno accelerato i contatti bilaterali inviando incaricati d’affari per proteggere i propri interessi, altri Stati mantengono una diffidenza verso le radici islamiste dell’HTS. Eppure, il leader al-Sharaa è stato rimosso dalle liste del terrorismo internazionale solo grazie a un cinico calcolo di pragmatismo politico di Washington e Bruxelles.

Tabella: La Geopolitica del Sostegno Occidentale

  • Sospensione parziale sanzioni (Feb. 2025): Settori chiave civili ed energetici. Dopo anni in cui le sanzioni europee hanno causato la morte per denutrizione e malattie della popolazione civile, improvvisamente vengono rimosse per non far crollare le fazioni ribelli neo-insediate.

  • Rimozione sanzioni economiche generali (Mag. 2025): Sblocco della Commercial Bank of Syria per la “ripresa socio-economica”. Le sanzioni inique, definite immorali anche dai vescovi siriani, cadono nel momento in cui al potere salgono gli estremisti graditi.

  • Dialogo Politico ad Alto Livello (Mag. 2026): Ufficializzazione del partenariato in cambio di “progressi” sui diritti.

  • Riattivazione Delegazione UE (In corso 2026): Presenza sul campo sotto la garanzia delle forze del Ministero dell’Interno siriano (ex insorti).

Sicurezza e la Complicità Occidentale: pagare i Terroristi per Proteggersi  Dietro la facciata, l’UE sta preparando un rafforzamento drastico della propria presenza in materia di sicurezza, certificando che la Siria “liberata” è in realtà un ambiente ad altissimo rischio. Il contratto EEAS/DELSYRD/2025/NP/0099, emesso dalla Commissione Europea per il SEAE (valore 3,56 milioni di dollari per aprile 2025 – aprile 2026), prevede un massiccio dispositivo per la Delegazione UE: Close Protection Teams, veicoli blindati e tracciamento GPS continuo.

Le preoccupazioni dell’INTCEN (Centro di competenza per l’intelligence dell’UE) sul ritorno di foreign fighters e membri ISIS o al-Qaeda fuggiti dalle carceri, confermano i peggiori timori: l’Occidente ha armato e addestrato forze estremiste, e ora ne teme il contraccolpo sui confini di Schengen.

Il paradosso si fa grottesco sul mercato della sicurezza privata. Secondo il Decreto 55 del 2013, le Private Security Companies (PSC) necessitano di licenze governative. Oggi questo apparato è in mano all’HTS. Affinché il SEAE protegga i suoi diplomatici, i contractor internazionali devono operare con le PSC locali e l’intelligence siriana. In pratica, i fondi europei filtrano inevitabilmente verso attori legati a ex milizie jihadiste, aggirando ogni due diligence etica pur di mantenere l’avamposto e assumendo personale locale militarizzato per la guida evasiva.

Il Nuovo Ecosistema Economico: la “State Capture” dell’ex Ribellione   Le indiscrezioni confermano che l’HTS ha attuato un metodico processo di State Capture*. Sfruttando l’esperienza del Syrian Salvation Government (SSG) a Idlib, l’HTS non ha distrutto le istituzioni a Damasco, ma le ha decapitate riempiendole con i propri quadri per monopolizzare i capitali esteri.  Il sistema si regge su società parastatali, veri e propri gatekeepers obbligatori per chiunque voglia investire (inclusi colossi Usa come Chevron, ConocoPhillips o aziende tech come Google e Meta):

  • Green Energy: Monopolio sulla fornitura elettrica e infrastrutture energetiche.

  • E-clean: Intermediario per i fondi UE e ONU per gestione rifiuti e macerie.

  • Zajel: Controllo della logistica, trasporti e mobilità delle ONG internazionali.

Sotto il Decreto Presidenziale N. 114 del 2025, le società straniere sono di fatto obbligate a formare joint venture con il consorzio HTS/SSG. Questo oligopolio estrae rendite lecitamente, finanziando le basi armate della nuova leadership per prevenire il ritorno della vecchia guardia.

Il Paradosso delle Sanzioni: L’Overcompliance e l’avvicendamento del Golfo  La farsa delle sanzioni raggiunge qui il suo apice. Dopo aver affamato il popolo siriano, l’UE e gli Usa (con la General License 25 dell’OFAC) hanno smantellato il regime sanzionatorio per energia, trasporti e banche (Industrial Bank, Popular Credit Bank, Commercial Bank of Syria e la Syrian Arab Airlines). Un documento riservato della Kallas (maggio 2025) proponeva persino di incanalare finanziamenti diretti al Ministero della Difesa e dell’Interno siriani per scopi antiterrorismo. L’Occidente finanzia apertamente quegli stessi apparati coercitivi gestiti dagli islamisti.

Tuttavia, l’economia sconta il rischio di overcompliance. Le banche internazionali europee, temendo le normative antiriciclaggio e sanzioni secondarie verso i beneficiari occulti (le ex-leadership HTS di E-clean e Green Energy), rifiutano le transazioni. Il vuoto lasciato dall’Europa, frenata dai suoi stessi veti passati, viene riempito da consorzi cinesi, russi e dai capitali del Golfo (i veri sponsor originari della guerra siriana). L’Arabia Saudita e il Qatar pagano 29 milioni di dollari al mese per gli stipendi pubblici e hanno saldato il debito siriano di 15,5 milioni verso la Banca Mondiale. DP World (Emirati) investe 800 milioni per il porto di Tartus e il Qatar 14 miliardi per il nuovo aeroporto di Damasco.

Intelligence: Il Velo Strappato sul Triangolo Damasco-Washington-Bruxelles  Il vero collante di questa restaurazione è la cooperazione di intelligence tra il governo ex-ribelle e l’Occidente, orchestrata dal Ministro dell’Interno Anas Khattab e dal capo dell’Intelligence Hussein Salamah. Dal 2025, Damasco condivide informazioni con le forze USA e UE per sradicare l’infrastruttura dell’Iran e dell’ISIS, culminate in incursioni a Deir ez-Zor e al-Bukamal.

Questa alleanza conferma ciò che l’informazione alternativa ha sempre denunciato: l’obiettivo occidentale in Siria non era la libertà civile, ma estromettere l’influenza dell’Iran e della Russia dall’area. Salamah ha declassato storici alleati come Hezbollah e l’Iran a minacce dirette per la sovranità siriana, alla stregua di Israele. Kallas ha usato questo cinico disallineamento per giustificare i fondi ad al-Sharaa. Intanto, una lotta intestina a Bruxelles tra Ursula von der Leyen (che vuole una sua cellula) e la Kallas (a difesa dell’INTCEN) indebolisce le difese contro le minacce ibride di una Russia ormai estromessa dalla Siria.

Le Forze Democratiche Siriane (SDF) e la Leva Umanitaria    Il nord-est del Paese è oggetto di una finta pacificazione. Le milizie curde SDF sono state incorporate nelle forze regolari, cedendo Aeroporto di Qamishlo, frontiere e campi petroliferi a Damasco. L’UE appoggia la mossa per frenare la Turchia, ma il cessate il fuoco è fragilissimo. La nomina del curdo Nour al-Din Ahmad a governatore di Hasakah è specchietto per le allodole: l’amministrazione è in mano ai militari centrali e le nuove dogane (es. a Semalka) stanno affamando le province curde. Il Rojava resta vitale per l’UE solo perché ospita migliaia di ex-combattenti ISIS in campi come al-Hol.

Sul fronte dei diritti umani, la “giustizia transizionale” avallata dall’UE è l’ennesima narrazione a uso dei donatori occidentali. La Commissione Nazionale (maggio 2025) e processi-vetrina come quello ad Atef Najib (Quarta Corte Criminale di Damasco) convivono con brutali corti militari usate contro i civili ad Aleppo (300 ex-lealisti) e a Sweida nel luglio 2026. L’uso di tribunali militari solleva il grave sospetto di persecuzioni etniche e settarie (in particolare contro alawiti e drusi), che storicamente lo Stato laico precedente aveva sempre tutelato, mentre l’estremismo musulmano reprime le minoranze. Permane la repressiva Legge sui Crimini Informatici N. 20 (2022). L’UE minaccia di ricongelare i fondi se le violenze settarie esplodono, ma le priorità sono chiaramente altre.

Conclusioni: La Siria Trasformata in “Stato Cuscinetto”  Il “grande ritorno” dell’UE guidato dalla Kallas opera sul consueto doppio binario: retorica democratica a favor di telecamere, e cinismo operativo sottobanco. La convergenza diplomatica evidenzia tre scenari (2026-2028):

  1. Legittimazione tramite State Capture: Per mantenere stabilità, l’UE finanzia il restauro di un nuovo autoritarismo, dove i fornitori europei ingrassano un cartello di aziende riconducibili agli ex jihadisti.

  2. Lo Stato Cuscinetto: L’alleanza di intelligence (Khattab-Salamah) prova che per l’Occidente la Siria non deve essere democratica, ma solo una barriera securitizzata contro l’Iran e l’ondata jihadista che l’Occidente stesso ha scatenato.

  3. Il declino europeo: Divisa tra la Kallas e la Von der Leyen, e incapace di fare a meno dei capitali arabi, l’Europa si relega all’irrilevanza strategica, finanziando progetti di soft infrastructure mentre il Golfo compra il Paese.

In sintesi, la stabilità auspicata dall’Europa non è altro che l’anticamera di una nuova tirannia radicale, coperta dall’omertà della diplomazia internazionale e dal silenzio accondiscendente dei media mainstream.

 legenda: state capture = forma grave di corruzione sistemica in cui interessi privati riescono a influenzare e controllare le decisioni, le leggi e le istituzioni di un governo per trarne vantaggio economico personale o di gruppo

 https://www.vietatoparlare.it/il-cinico-ritorno-delleuropa-in-siria-come-loccidente-finanzia-il-regime-e-consolida-il-disastro-siriano/

venerdì 6 febbraio 2026

Al-Hol: il campo di prigionia di 40.000 persone che nessuno vuole vedere.

 

di Patrizio Ricci

C’è un luogo nel nord-est della Siria, al di sopra dell’Eufrate, che da anni rappresenta una delle più clamorose anomalie morali e politiche del Medio Oriente contemporaneo. È il campo di al-Hol, una distesa di tende piantate nella provincia di Hassaké, a pochi chilometri dal confine iracheno. Qui, nel 2026, sono ammassate circa 40.000 persone: donne, bambini, anziani e una quota non marginale di ex combattenti e sostenitori dell’ISIS. Un numero inferiore rispetto ai picchi del 2019-2021, ma una situazione che, nella sostanza, è rimasta immutata. Ed è proprio questa immobilità a porre le domande più inquietanti.

Il Fatto Quotidiano ha avuto il merito, oggi, di riportare l’attenzione su al-Hol, descrivendo il recente passaggio di consegne nella gestione della sicurezza: il ritiro delle Forze Democratiche Siriane a guida curda e l’ingresso delle forze riconducibili al governo transitorio di Ahmed al-Sharaa. Una cronaca necessaria. Ma ciò che emerge, leggendo quelle righe, è una sensazione straniante: il tempo sembra essersi fermato. Le scene descritte – amputati che avanzano nel fango, tende con i loghi ONU, bambini apatici, un “comparto separato” per gli stranieri e una prigione dentro la prigione per i più pericolosi – potrebbero appartenere senza sforzo al 2021. O al 2020. O al 2019. 

Un campo di detenzione, non un rifugio

Chi conosce la storia recente di al-Hol sa che non si tratta solo di un’emergenza umanitaria. È stato, e in larga parte è ancora, un luogo di potere jihadista informale. Nel 2021, quando nel campo vivevano oltre 60.000 persone, vigeva di fatto una legge parallela: divieti assoluti, tribunali clandestini, esecuzioni sommarie. Ballare in una tenda poteva costare la vita. Le decapitazioni e gli omicidi di presunti “collaborazionisti” non erano eccezioni, ma strumenti di controllo sociale. Lo documentavano allora centri di ricerca indipendenti e grandi testate internazionali, dal The Wall Street Journal in poi.

Le donne e le vedove dei miliziani non erano semplici comparse: molte erano diventate attori attivi nella trasmissione dell’ideologia radicale, nel mantenere contatti con cellule esterne, nell’educare i bambini secondo la dottrina dello Stato Islamico. Le stesse autorità curde, sostenute dagli Stati Uniti, ammettevano di non avere mezzi sufficienti per spezzare questo circuito. Oggi, a distanza di anni, nulla indica che quel problema sia stato realmente risolto. È cambiato il numero degli internati, non la natura del luogo.

Bambini nati in un limbo

Due terzi degli abitanti di al-Hol sono minori. Molti non hanno mai visto altro che questo campo. Crescono tra violenza latente, indottrinamento, miseria materiale e assenza quasi totale di prospettive. La Mezzaluna Rossa curda denunciava già nel 2019 la morte di centinaia di bambini per malnutrizione, ipotermia, mancanza di cure. Le Nazioni Unite hanno parlato ripetutamente di “condizioni tragiche” e di un ambiente talmente insicuro da mettere a rischio persino gli operatori umanitari. Qui la domanda non è retorica, è brutale: che cosa diventeranno questi bambini? Quale futuro può nascere da un luogo che, di fatto, funziona come un incubatore di risentimento e radicalizzazione? Se l’Occidente si interroga – giustamente – sulle conseguenze a lungo termine di altri disastri umanitari, perché su al-Hol cala da anni un silenzio quasi totale?

Il paradosso della “zona sicura”

Per molto tempo, il nord-est della Siria sotto controllo statunitense e curdo è stato raccontato come una sorta di isola di stabilità contrapposta al “regime di Assad”. Eppure, a poche centinaia di metri da un contingente militare americano, è prosperato uno dei più pericolosi focolai jihadisti del dopoguerra siriano. Da qui sono evasi militanti, qui si sono riorganizzate reti clandestine, qui l’ISIS ha continuato a esercitare un’influenza reale.  È legittimo chiedersi come sia stato possibile. E soprattutto perché, mentre si invocano sanzioni, interventi e pressioni diplomatiche in nome dei diritti umani altrove, questo campo sia rimasto per anni una sorta di zona grigia, tollerata, rimossa dal dibattito pubblico. Un umanitarismo selettivo, che sembra attivarsi solo quando può essere usato come clava politica contro governi “indigesti”.

Il cambio di potere e le stesse domande

Oggi al-Hol è formalmente sotto il controllo del nuovo apparato statale siriano guidato da al-Sharaa. I media occidentali lo definiscono “esercito siriano”, sorvolando con sorprendente disinvoltura sul fatto che molte delle milizie confluite in questa struttura provengano da un passato jihadista, incluse componenti uigure ed ex affiliati ad al-Qaeda “riconvertiti”. È difficile sostenere che, sul piano ideologico, la distanza tra una parte di queste forze e l’ISIS sia così netta come si vorrebbe far credere.  Il Fatto Quotidiano racconta il ritiro improvviso delle SDF, i cancelli aperti, l’arrivo dell’esercito due ore dopo. Un passaggio quasi surreale, che solleva un’altra domanda: perché un campo di questa importanza strategica e simbolica viene gestito con tale leggerezza? E perché, ancora una volta, non si parla di smantellamento, ma solo di amministrazione dell’esistente?

Chi non vuole chiudere al-Hol?

Il nodo dei rimpatri resta irrisolto. Migliaia di stranieri – europei, asiatici, centroasiatici – restano nel campo perché i loro Paesi d’origine li considerano una minaccia. È una posizione comprensibile sul piano securitario, ma devastante sul piano politico e morale. Si scarica il problema su una terra già martoriata, trasformando la Siria in un deposito permanente delle conseguenze di una guerra che altri hanno contribuito ad accendere.

E qui il discorso si allarga. I documenti della Defense Intelligence Agency del 2012, le email di Hillary Clinton, le ammissioni indirette sul ruolo di alcuni alleati occidentali e del Golfo nella genesi del jihadismo siriano non sono fantasie complottiste, ma atti ufficiali. Mostrano come l’ascesa di un “principato salafita” nell’est della Siria fosse considerata, almeno in una fase, funzionale all’isolamento di Damasco e al contenimento dell’asse Iran-Russia. Se questo è vero – e i documenti lo indicano chiaramente – allora al-Hol non è solo un fallimento umanitario. È anche il residuo ingombrante di una strategia cinica, di cui oggi nessuno vuole assumersi la responsabilità.


La Defense Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti, in un rapporto del 2012, rivelava i piani in corso di un’asse guidata dagli Stati Uniti per creare quello che all’epoca definiva un “principato” (Stato) “salafita” (islamico). Qui  rapporto trapelato della DIA del 2012 (.pdf).

Una domanda che resta aperta

Perché al-Hol esiste ancora? Perché decine di migliaia di persone, in larga parte bambini, vivono da anni in un limbo che non è né giustizia né accoglienza? Perché questo scandalo permanente non occupa le prime pagine, non mobilita campagne, non produce sanzioni o conferenze internazionali?

Forse perché al-Hol è lo specchio di ciò che non si vuole ammettere: che la guerra siriana non è stata solo una tragedia “naturale”, ma anche il prodotto di calcoli geopolitici precisi. E che, finché quel campo resterà in piedi, continuerà a ricordarlo.

https://www.vietatoparlare.it/al-hol-il-campo-di-prigionia-di-40-000-persone-che-nessuno-vuole-vedere-perche-al-hol-esiste-ancora/

Una possibile risposta alla domanda posta da Ricci viene dalle considerazioni di Scaglione sui calcoli politici del presidente della Siria Al Sharaa......
Il governo di Damasco sta avendo la meglio, politicamente e militarmente, sull'autonomismo curdo nel nord della Siria, forte anche dei via libera accordati dall'estero. Cosa significa questo per il Paese? Tre considerazioni.

La recente sconfitta subita nel Nord-Est della Siria da parte delle Unità di autodifesa del popolo curdo, nerbo delle Forze democratiche siriane, e il declino di quell’esperimento di autogoverno curdo chiamato Rojava è stato letto soprattutto come l’ennesimo capitolo nella storia di quello che è conosciuto come il più grande popolo al mondo privo di uno Stato (i curdi sono più di 30 milioni). Un dramma che non può essere sottostimato, anche se gli errori della dirigenza curda, dalla sovrastima delle proprie forze all’eccesso di fiducia negli appoggi dall’estero, dalla mutevolezza nelle alleanze (via via Iran, Russia, Stati Uniti, Unione europea e infine Israele) a una gestione miope del dialogo/confronto con le autorità della Siria post-Assad, non sono stati pochi.

Dobbiamo però anche chiederci che cosa questa svolta politico-militare significhi per la Siria del presidente Ahmed al-Sharaa, fino a un anno fa più noto come Al-Jolani, leader delle milizie islamiste Hayat Tahrir al-Sham.

La prima considerazione è questa: Al-Sharaa incassa un evidente via libera dalla comunità internazionale. Significativi i due endorsement ricevuti nelle ultime settimane. Da un lato, quello degli Usa: il rappresentante speciale di Trump per la Siria, Tom Barrack, ha detto che il patto con i curdi era esaurito dal momento della sconfitta dell’Isis. Dall’altro quello della Russia: ricevuto al Cremlino (per la seconda volta nel giro di pochi mesi – ndr) il 28 gennaio 2026, Al-Sharaa ha ricevuto le congratulazioni di Vladimir Putin, il quale ha detto che «la Russia sarà sempre dalla parte dell’integrità territoriale della Siria». Insomma, via libera all’esercito siriano.

Seconda considerazione: prendendo il controllo dei territori fino a pochi giorni fa governati dai curdi, il governo siriano recupera una parte del Paese molto importante dal punto di vista economico, per l’agricoltura e per i giacimenti del petrolio. Proprio quella parte che per anni è stata controllata dagli Stati Uniti anche allo scopo di incrementare le sanzioni che avrebbero dovuto indebolire il regime di Bashar al-Assad. Questo non potrà che agevolare la ripresa della Siria, altro segnale che Usa, Europa e Paesi Arabi hanno deciso di puntare su Al-Sharaa e i suoi.

Terza considerazione, quella inquietante. Ora che l’autonomia curda sta venendo meno, al controllo del governo centrale siriano sfuggono ancora due porzioni di territorio. A Nord quello che la Turchia ha occupato negli anni sostenendo di volersi ritagliare una “zona cuscinetto” per proteggersi proprio dai curdi. È impossibile che Al-Sharaa, che così tanto deve alla Turchia, possa avventurarsi in un confronto con Erdogan. A Sud, invece, c’è la rivolta autonomista dei drusi, che a sua volta è la propaggine locale dell’occupazione israeliana. E qui per Al-Sharaa e la sua Siria le cose si fanno complicate. Rinunciare al Sud (le truppe israeliane sono a poche decine di chilometri dalla capitale Damasco) vorrebbe dire mutilare il Paese di un’area fondamentale, anche dal punto di vista delle relazioni internazionali. Ma cercare di recuperarlo vorrebbe dire aprire un confronto con Israele (che peraltro già sosteneva i curdi), questione pericolosa dal punto di vista militare ma anche dal punto di vista politico, perché la causa di Israele è assai cara sia agli Stati Uniti sia all’Europa.

È quindi ipotizzabile che dopo le recenti turbolenze Al-Sharaa cerchi di calmare le acque. Intanto per “assorbire” la minoranza curda, tradizionalmente inquieta. E poi per vedere se la diplomazia internazionale, alle prese ogni giorno con un colpo di scena, gli offrirà qualche inatteso spiraglio.

  Fulvio Scaglione

https://www.terrasanta.net/2026/01/la-siria-di-al-sharaa-doma-i-curdi/

lunedì 10 febbraio 2020

Cosa succede a Idlib?


di Gianandrea Gaiani 

Scontri annunciati e poi smentiti o ridimensionati tra truppe regolari siriane ed esercito turco, tensione alle stelle negli avamposti turchi nel nord ovest della Siria ormai circondati dalle truppe di Bashar Assad e russe; ed infine l’Iran, che a conferma della gravità della situazione, si offre di mediare tra Ankara e Damasco.
L’ennesima fase di tensione tra turchi e siriani, dopo l’attacco di Ankara nel nord della Siria dell’ottobre scorso, si è aperta nella provincia nord-occidentale di Idlib, ultima roccaforte dei ribelli jihadisti sostenuti con armi e truppe dalla Turchia.

L’Esercito Arabo Siriano ha lanciato da un paio di settimane un’offensiva che potrebbe rivelarsi risolutiva spazzando via le milizie qaediste e di altri gruppi estremisti islamici e riconquistando la regione di confine con la Turchia nel nord ovest.
L'8 febbraio l’esercito siriano, sostenuto da aerei e truppe russi, ha conquistato dopo due giorni di duri combattimenti Saraqeb, crocevia strategico nella regione all'incrocio delle autostrade Latakia-Aleppo e Hama-Aleppo.
Mercoledì scorso i media governativi avevano annunciato la presa di Saraqeb, ma fonti sul terreno e miliziani anti-regime avevano smentito la circostanza.
L' Onu ha documentato lo sfollamento di più di 200mila persone nelle ultime due settimane dalla zona di Saraqeb e dei distretti circostanti investiti dall' offensiva governativa e russa. In tutto, sempre secondo l'Onu, sono quasi 600mila i civili sfollati a Idlib da inizio dicembre scorso, quando prese il via l’operazione siriana che potrebbe concludere la guerra civile in atto dal 2012.

Nei giorni precedenti, l’offensiva siriana aveva determinato numerosi contatti con le forze turche. L’uccisione di 5 soldati e 3 contractors di Ankara (già quasi 150 i caduti turchi in Siria), dopo che i siriani avevano lamentato l’arrivo di un convoglio di 240 camion turchi carichi di rifornimenti per i ribelli, aveva determinato un bombardamento di rappresaglia che avrebbe ucciso 13 soldati siriani e ferendone una ventina, anche se il ministro della Difesa di Ankara, Hulusi Akar, ha rivendicato l'uccisione di 76 militari di Damasco.
Le forze governative siriane avevano poi circondato la postazione di osservazione militare turca di Tell Tuqan, nei pressi di Saraqeb, a est del capoluogo di Idlib e teatro degli scontri tra turchi e siriani.

Consapevole delle ripercussioni interne di un inasprimento del conflitto siriano, il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha annunciato prossime consultazioni con Mosca, un asse strategico che finora ha garantito un equilibrio lungo tutto il confine siro-turco. Un accordo che prevedeva anche la tregua a Idlib anche se il legittimo desiderio di Assad di chiudere la guerra con la vittoria nell’ultima roccaforte dei ribelli jihadisti non può essere messo in discussione, soprattutto sul piano giuridico.

È evidente che la presenza di milizie jihadiste così come di militari turchi nel nord e statunitensi (questi ultimi intorno a un paio di pozzi petroliferi nella Siria orientale) è del tutto illegittima e autorizza Assad a compiere ogni azione per liberare il territorio nazionale.
La posizione russa mostra ambiguità poiché da un lato tende a rassicurare i turchi circa gli accordi raggiunti nelle zone di "de-escalation" ma poi appoggia con truppe e raid aerei ed elicotteri le offensive di Assad a Idlib.

Il 5 febbraio Erdogan è tornato a minacciare i siriani promettendo che Ankara "interverrà" se gli uomini di Damasco non si ritireranno entro febbraio dalle aree di Idlib dove sono presenti i turchi. "Ne ho parlato con il presidente russo Vladimir Putin e ho detto che il regime deve ritirarsi dalle aree dei nostri check point entro febbraio, come stabilito dagli accordi di Sochi, se il ritiro non avverrà saremo costretti a intervenire", ha detto Erdogan. "A Idlib abbiamo dei check-point costituiti d'accordo con la Russia e non vogliamo avere problemi con i nostri alleati con cui gli accordi e i patti saranno mantenuti. Con la Russia abbiamo relazioni ottime e ci aspettiamo sensibilità da parte di Mosca nel capire la nostra posizione in Siria”.
Damasco ha risposto con un portavoce del ministero della Difesa che ha reso noto che "i militari risponderanno a ogni attacco proveniente dalle forze turche nella regione di Idlib”.
L’obiettivo di Assad (e di Mosca) sembra quindi essere quello di ottenere rapidi successi sul fronte nord occidentale ma senza attaccare direttamente gli avamposti turchi per mettere Ankara di fronte alla rapida riconquista della provincia e indurre le truppe turche al ritiro.

Non è certo la prima volta che Siria e Turchia si trovano ai ferri corti dall’inizio del conflitto civile (largamente ispirato da Ankara) e certo Erdogan può mettere in campo un discreto dispositivo militare, ma sul fronte interno non può permettersi ulteriori gravi perdite tra i suoi soldati che avrebbero un forte peso sociale. Anche per questo i turchi impiegano preferibilmente, in Siria come in Libia, volontari e mercenari siriani arruolati tra i disertori sunniti dell’esercito di Assad, le milizie jihadiste sunnite e la minoranza turcomanna.

Fonte: https://lanuovabq.it/it/scontri-a-idlib-siria-e-turchia-non-si-tengono

I media non vi dicono perché la Turchia ha invaso la Siria. Facciamo chiarezza

Da parte dell’informazione su Idlib sembra in atto una congiura del silenzio. Anzi peggio: è in atto una distorsione delle notizie, una selezione e sostituzione delle parole (“ribelli” invece di pericolosi takfiri), la censura di altre. Finché a capovolgere in maniera diametralmente opposta i fatti, ci sono le campagne mediatiche dei soliti media center (in passato abbondantemente smascherati ma tornati magicamente alla ribalta).
Mentre questo fuoco di sbarramento informativo è per noi, la parte più dura la devono sopportare i siriani: le sanzioni internazionali rimangono, le centrali elettriche, i depositi di energia e impianti petroliferi siriani vengono attaccati frequentemente da droni di ”paesi” la cui tecnologia non è alla portata dei militanti jihadisti. Infine il simbolo ecco più efficace: Europa che si dice che lotta contro il terrorismo, ha minacciosamente mandato sulle coste della Siria la portaerei francese Charles de Gaulle. Non male per far sentire tutta la nostra amicizia, in un momento per la Siria di estrema difficoltà.
......
Poi c’ è un altro punto mai toccato riguardo alle tensioni tra Turchia e Siria di questi giorni. Nessuna testata giornalistica dice chiaramente cosa sta effettivamente facendo Erdogan,
 ovvero chi sono i soggetti che si combattono nella provincia di Idlib, chi la detiene, che tipo di vita conduce la popolazione e chi è l’aggressore. Non fornire mai questi elementi al giudizio pubblico, è molto scorretto da parte dell’informazione.

Il vero motivo per cui la Turchia non vuol mollare la Siria

Eppure è molto semplice : Erdogan”, fa ogni cosa, fa tutto ciò che sta facendo, ha preoccupazioni umanistiche perché semplicemente non vuol lasciare la Siria. Ed in questi giorni ha ammassato intorno ad Idlib una mole gigantesca di mezzi e truppe che vanno in crescendo. In questo contesto, gli Stati Uniti, già fanno per riavvicinarsi ad Erdogan mostrando il proprio sostegno. Nulla importa se in quell’area all’ufficio comunale siede il capo locale di al Qaeda, che ad amministrare la legge ci sia il tribunale della Sharia e che alle scuole i minorenni imparino solo la dottrina whabita. Non ci troviamo in Venezuela e non occorre un Guaido da contrapporre al cattivissimo Maduro, in Siria vanno bene i tagliagole di al Qaeda.
Ma lasciamo stare le ambiguità occidentali, alla sua lotta al terrorismo che serve solo a sfornare una nuova scusa utile all’occorrenza per intervenire dove si vuole o giustificare una sottrazione di libertà ai propri cittadini all’insegna della sicurezza. Torniamo a noi dicevo, torniamo ad Erdogan: a cosa mira Erdogan? Cosa si aspetta da tutto questo ”il Sultano”, a cosa mira? La risposta è semplice, anche se nessuno la proferisce: Erdogan semplicemente cerca di cambiare il quadro etnico nelle regioni del paese occupato dalla Turchia – per cacciare i curdi e gli arabi, per formare enclavi compatte per i turchi – Turkmeni siriani vicino ai turchi in lingua e cultura.
Nelle aree sotto il controllo dell’esercito turco, la lira turca è in circolazione e le scuole sono introdotte secondo gli standard turchi. Cosa c’è da capire? Viene a pensare che la stampa occidentale mentre si strappa le vesti per i civili che muoiono sotto i bombardamenti, sia in linea con Erdogan. Altrimenti caccerebbe le bande di Tharir al Sham da Idlib e restituirebbe la sovranità al paese. La stessa cosa farebbero gli USA la nord della Siria dove continuano ad uno stato sovrano (riconosciuto dalle Nazioni Unite), a distogliere risorse e a costruire basi.
L’Europa ed il mondo occidentale in genere, non parla chiaro, e questo non parlar mai chiaro non può uscire mai niente di buono anche se molti sono convinti del contrario. L’ambito che oggi detiene i principali diritti dell’uomo dell’uomo non si rende conto che agire in modo disonesto ed essere bravi solo con gli alleati ed agire in modo disonesto con tutti gli altri, alla lunga non paga. Agire in questo modo equivale a barare. Non si può intrattenere buoni rapporti solo con partner strategici: anche un piccolo paese deve poter essere sovrano, indipendente, rispettato  e vivere dignitosamente.

lunedì 3 settembre 2018

"Parametri e principi di assistenza" delle Nazioni Unite in Siria ....

Onu: alla Siria nessun aiuto per la ricostruzione se Assad non verrà rimosso
di Patrizio Ricci

Recentemente sono stati diffusi alcuni documenti interni delle Nazioni Unite riguardanti la Siria. Questa informazione non era destinata alla pubblicazione, dal momento che le istruzioni contenute nelle linee guida interne stilate sotto forma di direttiva interna, contraddicevano direttamente l’etica dell’organizzazione.

La suddetta direttiva prevede che la ricostruzione del paese dovrà iniziare solo quando in Siria sarà sostituito il governo attuale con uno gradito alle potenze occidentali. In altre parole, la ricostruzione potrà avvenire solo in caso di un colpo di stato, ovvero su precise indicazioni degli aggressori. Ancor più chiaramente: non è prevista la possibilità che un voto democratico possa far risultare ancora Assad come la scelta preferita dei siriani.
La notizia dell’esistenza di questo ‘memorandum’ è  stata resa nota dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Il responsabile del dicastero degli esteri di Mosca ha definito questo documento un esempio di come i paesi occidentali  manipolano le organizzazioni internazionali. Il testo del documento è stato pubblicato sulla rivista russa Kommersant.

Un passaggio della direttiva dice chiaramente che “Le Nazioni Unite, con l’attiva partecipazione del Segretario Generale, cercheranno di garantire il maggior flusso possibile di aiuti umanitari in Siria, anche direttamente, per garantire la non interferenza nelle sue operazioni, secondo le operazioni di supporto previste nel Piano della risposta umanitaria (UNCHR)” ma gli aiuti saranno limitati agli aiuti umanitari, “solo dopo l’effettiva e completa transizione politica del potere, le Nazioni Unite saranno pronte a promuovere la ricostruzione”.

Secondo il quotidiano “Kommersant”, l’autore della direttiva – è l’ex sottosegretario permanente delle Nazioni Unite per gli affari politici Jeffrey Feltman , che ha cessato di ricoprire il suo incarico la scorsa primavera. Gli Stati Uniti hanno ripetutamente sottolineato che la ricostruzione della Siria sarà impossibile senza una soluzione politica gradita all’occidente.
Ciò vuol dire che è irrilevante che si addivenga  semplicemente ad una soluzione democratica , condivisa e gradita al popolo siriano ma che tale scelta dovrà essere conforme agli interessi degli USA e a quelli dei principali alleati.

Se da un lato queste evidenze rivelano l’estrema  dipendenza dell’Onu dall’occidente, certe dinamiche – secondo un punto di vista estremamente disincantato – non sorprendono: sono i paesi occidentali che pagano l’Onu per la maggior parte del bilancio e tra una soluzione legittima e l’aiuto alla Siria amica della Russia e dell’Iran, preferiscono una soluzione illegittima, laddove il prolungare la sofferenza del popolo siriano è solo un tragico effetto collaterale , addirittura auspicabile se serve ad accelerare il raggiungimento degli obiettivi prefissati (leggesi ‘sanzioni’ e ‘terrorismo’).

venerdì 9 giugno 2017

La strategia di Ue e Usa? Sanzioni, soldi ai terroristi e bombe sui siriani


di Patrizio Ricci
IL SUSSIDIARIO, 9 giugno 2017 
Al recente G7 di Taormina, la decisione di Trump di tirare fuori il suo paese dagli accordi di Parigi sul clima è stata fortemente criticata dai leader europei. Ma — come ha detto l'ambientalista Rebecca Tarbotton (presidente di Rainforest Action Network) — se è vero che gli effetti dei cambiamenti climatici riguardano tutti, è altrettanto vero che "il compito della nostra epoca non si esaurisce solo nel far fronte al cambiamento climatico" e che "occorre guardare più in alto e più in profondità perché l'umanità ha bisogno di un salto di civiltà". E' proprio questo che i leader europei non vogliono capire: tutte le crisi ed i problemi globali in atto nascono da un sistema basato su valori sbagliati e non a causa dei nanogrammi delle particelle delle polveri sottili (queste sono solo uno degli effetti).  L'Unione Europea sembra affetta da una sindrome dissociativa: un giorno i suoi leader si preoccupano per le piogge acide nel mondo; poi a seguito di un attentato, promettono lotta al terrorismo,  ma a fronte di questa narrativa, i fatti dicono tutt'altro: l'Europa supporta e continua a finanziare il terrorismo. 
La settimana scorsa ha rinnovato le sanzioni contro la Siria che impediscono l'importazione di materiali e generi di ogni sorta: anziché i terroristi, la Ue colpisce il latte in polvere, le sementi, i pezzi di ricambio di macchinari, i lacci per le scarpe (il regime potrebbe usarli per legare i prigionieri), i medicinali (per effetto delle sanzioni in Siria non è più possibile trattare le malattie oncologiche e quelle croniche). L'enormità di queste sanzioni è tale che il tomo che le ospita supera le 2300 pagine (se si considerano tutti i link che ne fanno parte integrante). Infine, le sanzioni hanno avuto come effetto quello di produrre più morti di quelle dovute ai combattimenti stessi. 
Sorda alle evidenze, l'Unione Europea è stata sorda anche ad ogni voce che si è levata per l'interruzione delle sanzioni, compresa nel 2016 quella dei vescovi siriani.
Se poi esaminiamo la principale motivazione che il provvedimento porta con sé per giustificarle, ci accorgiamo che è addirittura farneticante. La principale giustificazione su cui si reggono le sanzioni è infatti che "Assad reprime il suo popolo". Ebbene, questa è una spiegazione scritta in perfetta malafede perché è un dato che in realtà la gente lo sostiene. Il supporto da parte del popolo siriano al presidente Bashar al Assad non è venuto mai a mancare, neanche all'inizio dell'insurrezione. Lo rilevava già nel 2012 il  "YouGov Siraj" commissionato dal Qatar, cioè uno dei più acerrimi nemici di Assad. La prospezione rilevava che il 55 per cento dei siriani già all'indomani della rivolta, continuava a sostenere Assad. Inoltre, a sconfessare quanto sostenuto dall'Unione Europea, c'è addirittura un report della Nato del 2013, secondo il quale il 70 per cento della popolazione sosteneva Assad mentre per il 20 per cento si diceva neutro e solo il 10 per cento era dalla parte dei ribelli (World Tribune). Infine, anche due distinti sondaggi dell'Orb International, hanno rilevato (nel 2014 e poi nel 2015) che la maggioranza dei siriani che credono che il governo di Assad meglio rappresenti i loro interessi e aspirazioni, sono in numero superiore a quelli che preferiscono uno qualsiasi dei gruppi di opposizione.  
In base a questi risultati oggettivi, è evidente che le decisioni prese dall'Unione Europea vanno contro la volontà del popolo siriano. 
Ma allora quali interessi va difendendo l'Unione Europea? E' chiaro che Bruxelles tiene fede a ragioni di profitto e non alla verità: per questo ha scelto la dissimulazione. Di conseguenza, i media hanno diffuso un'informazione totalmente falsa e funzionale alle agende governative. I mezzi di comunicazione si sono rivelati sempre ostili al governo siriano colpevole di "bombardare il suo stesso popolo" e di "assediare" Aleppo (occupata da al Qaeda); quando però le forze irachene e la coalizione a guida Usa hanno liberato la città irachena di Mosul (occupata dall'Isis), hanno minimizzato sulle perdite civili ed hanno decretato la sua liberazione. Eppure le perdite civili per la liberazione di Mosul sono state ingenti almeno quanto quelle causate per la liberazione di Aleppo. 
E'evidente che noi siamo fruitori non di informazione ma di propaganda: secondo Airwars (organizzazione britannica che tiene il conto dei non-combattenti uccisi negli attacchi aerei), a causa dei bombardamenti della coalizione guidata dagli Stati Uniti su Mosul, solo nel mese di marzo sono morte 1.257 persone. Successivamente i morti ad opera della coalizione anti-Isis anziché diminuire sono aumentati: è successo in queste ultime settimane, quando dopo la liberazione di Mosul, gli Usa e gli alleati curdi del Syrian Democratic Force (Sdf) hanno lanciato l'operazione per liberare Raqqa dal califfato. Anche in questo caso, non si è risparmiato l'uso della forza: la città è stata bombardata anche con i B52.  
Aerei Coalizione colpiscono Raqqa con fosforo bianco 
In breve Raqqa si è trasformata in un inferno: la situazione è diventata così drammatica per la popolazione che martedì scorso anche l'Onu ha fortemente criticato i bombardamenti della coalizione. Stessa cosa ha fatto l'Osservatorio Siriano per i diritti Umani — che notoriamente è a favore degli Usa e sostiene i ribelli — ha denunciato centinaia di vittime civili nella "capitale del califfato".
I bombardamenti aerei, accompagnati dall'artiglieria americana e britannica, di stanza in una fabbrica di zucchero a nord della città, hanno messo i civili in uno stato di panico, paura e confusione. La situazione è resa ancora più pesante per il fatto che l'Isis impedisce ai residenti rimasti di lasciare la città. La situazione umanitaria è notevolmente peggiorata a causa della mancanza di personale medico e medicine, inoltre da quattro giorni c'è la completa cessazione dell'elettricità, e l'assenza completa riguarda anche il carburante e la farina. Inoltre, tenendo fede sull'utilizzo dell'Isis anche in chiave anti-Assad, le Syrian Democratic Force (Sdf) e le truppe speciali occidentali hanno concesso una via di fuga a migliaia di militanti dell'Isis verso Deir Ezzor e Palmyra. L'intenzione è chiaramente quella di danneggiare l'esercito siriano che presidia quelle zone e che avanza verso Deir Ezzor. L'aviazione russa per contenere il pericolo, deve effettuare ogni giorno voli ininterrotti per attaccare e neutralizzare le autocolonne dell'Isis. 
Questo è uno spaccato del clima, del "modus operandi" e del non senso introdotto in Siria. Dov'è la repressione di Assad in atto contro il suo popolo? I fronti attualmente aperti in territorio siriano hanno il solo scopo di far cessare una guerra che continua ad esistere solo per volere della Comunità internazionale e non per volontà dei siriani. La comunità internazionale, per scarsità di combattenti disposti a contrapporsi alle forze governative, ha addirittura dovuto far ricorso a forze proprie. In questo momento, forze speciali norvegesi, americane e britanniche sono in territorio siriano per proteggere i propri mercenari raccolti in Giordania e nelle zone rurali siriane, tra le tribù notoriamente disposte a dare il proprio contributo al miglior offerente.
Mentre continua a consumarsi questa tragedia, l'Europa senza cercare le radici del male là dove si vede con tutta evidenza, continua la sua guerra contro se stessa. Intanto, illumina di verde i suoi municipi e organizza manifestazioni a difesa del clima. Naturalmente la decisione come sempre è "double face": un occhio al clima ed un occhio a Trump, per vedere se stavolta cade.

mercoledì 22 febbraio 2017

Dopoguerra e petrolio, chi ricostruirà la Siria


Il Sussidiario, lunedì 20/02/2017
di Patrizio Ricci

Il 16 di febbraio si è tenuto ad Astana, in Kazakistan, il secondo round di trattative dirette tra governo siriano e opposizione armata. L'incontro non è cominciato con i migliori auspici: per minare le trattative, la delegazione dei ribelli è arrivata con un giorno di ritardo. Tale atteggiamento ha generato non poca confusione e disappunto tra le parti. Tuttavia, cercando di salvare il salvabile, i funzionari russi hanno insistito per spostare l'apertura dei colloqui a mezzogiorno del giorno successivo. Così l'incontro si è tenuto senza ulteriori interruzioni. Nella conferenza stampa finale il rappresentante siriano Bashar Jaafari si è però dimostrato molto contrariato per l'atteggiamento dei rappresentanti delle milizie armate. Nello stesso tempo, ha denunciato la mancanza di serietà della Turchia perché ancora "continua a facilitare l'ingresso di decine di migliaia di mercenari stranieri provenienti da tutto il mondo" in Siria. Jaafari ha anche detto che Ankara, come garante del cessate il fuoco, non può continuare a svolgere il ruolo di "pompiere" e nello stesso tempo di "piromane".

Ciononostante, si può dire che la riunione sia stata coronata dal successo, tenendo anche conto che si tratta di una riunione preparatoria a quella successiva che si terrà tra breve a Ginevra. In questo senso, è positivo che comunque si sia riuscito a prolungare ulteriormente il cessate il fuoco ed a sottolineare la necessità di distinguere in maniera sempre più precisa i gruppi che sono disposti ad una soluzione politica da quelli che la rifiutano. Questi ultimi (che continuano ad essere nel libro paga dei sauditi e dei qatarioti), per ottimizzare le risorse disponibili, coordinarsi e penetrare più profondamente sul territorio siriano, hanno dato vita il 28 gennaio ad un nuovo raggruppamento chiamato Tharir al Sham. E' proprio questa nuova formazione che sta dando filo da torcere all'esercito siriano a Daraa, a sud della Siria.

Tuttavia, mentre i combattimenti continuano specialmente contro l'Isis, l'esigenza più urgente per la popolazione siriana non è di ordine politico ma di aiuto immediato e di ricostruzione.
Venendo incontro a questi bisogni, il centro russo per la riconciliazione nazionale continua a mediare con i gruppi ribelli promettendo un ruolo nella ricostruzione del paese: finora sono più di 900 gruppi armati che si sono riconciliati con il governo. L'intensa attività diplomatica di Mosca è riuscita ad attenuare l'atteggiamento ostile di Turchia e Giordania nei confronti della Siria: Erdogan, con l'operazione "scudo dell'Eufrate" a nord della Siria, ha reindirizzato le bande armate filo-­turche in funzione anti-­Isis e anti curda. La diminuzione delle pretese turche ha convinto Re Abdullah di Giordania a ritirare le sue milizie dalla Siria. Il sovrano hascemita sta attuando un più stretto controllo dei confini ostacolando i rifornimenti forniti da sauditi e qatarioti attraverso le frontiere giordane.

Parlavamo della necessità di ricostruzione: la Siria è completamente distrutta, ma visto che è ricca di fonti energetiche queste potranno essere utilizzate come mezzo per finanziare la ricostruzione del paese. Le risorse interessano tutti, tant'è che sono anche la chiave di lettura della dislocazione di Isis in Siria. Non so se ci avete fatto caso, l'Isis si è dislocato solamente in zone ricche di petrolio: i pozzi petroliferi di Al­Tanak, Al­Omar, AlTabka, Al­Harati, Al­Shula, Deira, Al­Time e Al­Rashid, sono situati tutti in zone conquistate dal califfato lungo il corso del fiume Eufrate.
Il basso costo del greggio e la presenza a Raqqa di raffinerie spiega anche perché lo stato islamico l'abbia scelta come capitale. Pure l'insistenza del califfato nel conquistare Deir el Zor e Palmyra non è casuale: la sola regione di Deir el Zor produceva a metà 2015 (prima dell'intervento dei russi) 34­40 milioni di barili di greggio al giorno.
La conservazione di risorse vitali gioca un ruolo di primo piano nelle strenua resistenza del governo per non cedere queste aree. Il fattore petrolio spiega anche perché l'obiettivo principale dei turchi continui ad essere la città di Al Bab (a nord di Aleppo): secondo i dati del Financial Times, Al Bab insieme ad Aleppo è stata uno dei principali mercati per la vendita illegale di prodotti petroliferi in Siria con la Turchia. Allo stesso modo, la presenza di due raffinerie ha indirizzato la scelta dei ribelli di conquistare la città di Idlib: anche in questo caso, le fonti energetiche e la vicinanza al confine turco sono due ottime ragioni. Il desiderio di accaparrasi il petrolio è anche una delle chiavi di lettura del vecchio piano "B" americano (o "Safe zones" di Trump) che prevede la divisione della Siria in zone etniche (sunniti, sciiti ecc.) ma mira soprattutto alla sottrazione delle fonti energetiche al governo centrale.

In questo contesto, l'Europa non è rimasta a guardare: ci sono segnali che la "vecchia Europa" stia valutando i benefici economici derivanti dalla partecipazione alla ricostruzione della disastrata economia del paese.
In questo senso, nelle ultime settimane sono avvenute frequenti visite a Damasco di delegazioni parlamentari europee: l'ultima è stata una nutrita delegazione francese (ed è la prima volta dall'inizio del conflitto). Anche le interviste ad Assad da parte dei media occidentali si sono moltiplicate: le ultime sono state quelle di Yahoo News e della francese Europe 1, TF1 e LCI.
E' ingenuo pensare che queste delegazioni abbiano agito senza il placet della leadership europea e dei rispettivi governi: è chiaro che i paesi europei stiano cercando di riposizionarsi per trarne vantaggio. Tuttavia, per ora non si dovranno fare grandi illusioni: nel corso di un incontro con parlamentari belgi, Assad ha detto chiaramente che dall'inizio della guerra, la maggior parte dei paesi europei hanno adottato una politica non realistica verso la Siria e ha aggiunto che questa politica "ha isolato ed eliminato qualsiasi ruolo che l'Europa ora potrebbe svolgere a causa del proprio sostegno alle organizzazioni che hanno praticato ogni forma di terrorismo contro il popolo siriano".
Ed ancor più esplicito è stato il ministro dell'Economia siriano Adib Mayala, che su Ria Novosti ha detto: "alcuni paesi stanno cercando di penetrare con imprese e fondi non governativi di loro proprietà, che vengono creati nei paesi vicini della Siria come il Libano, così come nei paesi che sono rimasti neutrali durante la crisi". Il ministro ha precisato che contro tale prospettiva, il governo siriano ha promesso "uno stretto monitoraggio di coloro che vogliono partecipare al restauro dell'economia siriana, vanificando i tentativi di intervento di coloro che di recente hanno partecipato alla distruzione dello Stato".

In sostanza, chi beneficerà dei vantaggi derivanti della ristrutturazione dell'economia siriana saranno i più stretti alleati di Damasco: Mosca, Pechino e Teheran. La cooperazione con questi tre paesi, inserita in un piano per rilanciare l'economia, si svolgerà in molti settori come l'industria petrolifera, l'agricoltura, le comunicazioni. 
Invece, per quei paesi che hanno sostenuto l'attività delle bande armate in Siria (ed ora si dicono interessati al recupero dell'economia siriana) il ministro Mayala pone come condizione preliminare che "riconoscano il proprio errore e si scusino con il popolo siriano": sarebbe la cosa da fare più semplice e giusta, ma scusarsi ed imparare dai propri errori sembra non essere nello stile dei paesi europei.