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lunedì 30 gennaio 2023

Dichiarazioni sul crescente ciclo di violenza in Terra Santa

Riprendiamo dal sito del Patriarcato Latino di Gerusalemme le dichiarazioni dell'Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa che si susseguono da dicembre a questi ultimi giorni. E' molto grande la preoccupazione che unisce i responsabili delle comunità religiose, i fedeli che vivono in Terra Santa e noi tutti che amiamo la terra di Gesù. Preghiamo insieme a loro perchè la violenza, l'odio e la sopraffazione non prevalgano sulla giustizia, sul diritto  e sul dialogo possibile.  OpS


29 gennaio 2023

Noi, Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme, invitiamo tutti alla moderazione. Abbiamo costantemente messo in guardia da un ciclo di violenza sempre più crescente e insensato che causerà per tutti solo dolore e sofferenza. Un tale stato di cose porterà quasi certamente ulteriore atti efferati, allontanandoci dalla tanto ricercata pace e stabilità che tutti noi cerchiamo.

Monitorando da vicino questa deplorevole situazione, abbiamo concluso che questa proliferazione di violenza, che ha portato alla morte ingiustificata di 32 palestinesi e 7 israeliani dall'inizio del nuovo anno, sembra auto-perpetuarsi. Sicuramente continuerà e si intensificherà, a meno che non venga intrapreso un intervento deciso da parte dei leader comunitari e politici di tutte le parti.

Tutti dobbiamo lavorare insieme per disinnescare le attuali tensioni e avviare un processo politico basato su principi di giustizia consolidati, che porti a una pace duratura e alla prosperità per tutti. In linea con ciò, in questi tempi così difficili, chiediamo a tutte le parti di rispettare la fede religiosa dell'altro e di mostrare rispetto per tutti i siti sacri e i luoghi di culto.

All'indomani di quest'ultima tragica ondata di violenza, preghiamo per le persone uccise e ferite e chiediamo che Dio resti vicino alle loro famiglie e ai loro cari. Preghiamo anche per la guarigione dei feriti e perché l'Onnipotente dia forza e perseveranza a coloro che si prendono cura di loro.

Infine, chiediamo che Dio conceda saggezza e prudenza ai leader politici e alle persone influenti di tutte le parti, guidandoli a individuare modi per aiutarci a superare la violenza, a mantenere sicure le nostre comunità e a lavorare instancabilmente per raggiungere una soluzione giusta e pacifica per la nostra amata Terra Santa.

https://www.lpj.org/it/posts/statement-on-the-increasing-cycle-of-violence-in-the-holy-land.html


Comunicato dell'Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa - 27 gennaio 2023

“Per amore di Gerusalemme non tacerò...” (Isaia 62, 1-2)

La scorsa notte, un folto gruppo di coloni israeliani, portando bandiere, canti e grida, è entrato dalla Porta Nuova. Alcuni turisti erano seduti in un ristorante, godendosi l'atmosfera tranquilla del quartiere, quando improvvisamente questo gruppo ha iniziato a molestarli ea distruggere sedie e tavoli dei negozi e dei ristoranti che vi si trovavano. Questa violenza non provocata ha instillato paura nei negozianti e nei residenti del quartiere cristiano, nonché nei visitatori. Non è finita fino a quando la polizia è arrivata, un'ora dopo, e ha portato via gli aggressori.

È solo l'ultimo di una serie di episodi di violenza religiosa che sta colpendo i simboli della comunità cristiana e non solo.

A nome dell'Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, condanniamo tali attacchi ed esprimiamo la nostra preoccupazione per l'escalation della violenza nella Città Santa. Questo è avvenuto nella via che conduce al Santo Sepolcro, il luogo cristiano più sacro al mondo, e nel Quartiere Cristiano che ospita numerosi monasteri e chiese.

È prioritario che le autorità politiche e religiose operino secondo la propria responsabilità per riportare a maggiore serenità la vita civile e religiosa della città. Gerusalemme deve rimanere la patria dei credenti di tutte le fedi e non ostaggio di gruppi radicali.

https://www.lpj.org/archives/statement-of-the-assembly-of-the-catholic-ordinaries-of-the-holy-land.html

Considerazioni dell'ACOHL sui recenti sviluppi politici e sociali in Terra Santa - 12 dicembre 2022

In questo tempo di Avvento, che ci prepara al Natale, noi, come Pastori delle nostre comunità, sentiamo il bisogno di esprimere alcune preoccupazioni, sulla vita politica e sociale delle nostre comunità, che in questo momento occupano il nostro cuore.

In Israele si formerà un nuovo governo, che speriamo possa portare stabilità politica. Tuttavia, vogliamo esprimere la nostra preoccupazione per il contesto politico in cui si sta formando questo governo e per il progressivo deterioramento della situazione sociale e politica generale in Terra Santa.

Alcune dichiarazioni fatte da membri che fanno parte della coalizione governativa sono molto controverse nei confronti della comunità araba o comunque non ebraica. Sono contrari allo spirito di convivenza pacifica e costruttiva tra le varie comunità che compongono la nostra società. Tali dichiarazioni favoriscono coloro che in questo paese vogliono la divisione. Crea sfiducia e risentimento. Hanno gettato le basi per ulteriori violenze. La violenza nel linguaggio inevitabilmente, prima o poi, si trasforma anche in violenza fisica.

Auspichiamo che, sotto questo governo, l'attenzione delle autorità civili del Paese venga ricondotta con equità alle diverse comunità che compongono la società israeliana, evitando discriminazioni o preferenze.
Siamo preoccupati per la violenza e la mancanza di sicurezza all'interno della comunità araba in Israele, ferita da continui incidenti e criminalità diffusa. Questi rendono la vita delle famiglie sempre più fragile. È necessario prestare maggiore attenzione alle comunità arabe in Israele e prendersi più cura dello sviluppo delle città arabe.

L'istruzione, sia negli ambienti ebraici che in quelli arabi, richiede maggiore attenzione da parte delle autorità. Il futuro delle nostre comunità dipende da come investiamo ora nella formazione e nell'istruzione. Alla luce delle attuali tendenze di divisione e violenza, educare i nostri figli è il più urgente di tutti gli sforzi.

Le scuole cristiane in Israele sono, ancora una volta, sull'orlo di una crisi. I recenti tagli ai finanziamenti governativi mettono a repentaglio il futuro di parecchie delle nostre istituzioni educative, che svolgono ancora un ruolo importante nel campo dell'istruzione all'interno della nostra società.

I lavoratori stranieri, i richiedenti asilo ei loro figli fanno parte della vita della Chiesa. Siamo nuovamente chiamati a dare voce a tanti che vivono in una sorta di limbo giuridico, senza adeguate garanzie e senza chiare prospettive per il loro futuro.

Dobbiamo inoltre esprimere la nostra grande preoccupazione per quanto sta accadendo in Palestina e nei territori occupati.

Che la situazione si stia progressivamente e rapidamente deteriorando è evidente anche dai numeri: quest'anno abbiamo assistito a un'impennata della violenza, con il più alto numero di vittime palestinesi da oltre vent'anni. La violenza dei coloni negli insediamenti è sempre più in aumento. La superficie abitabile a disposizione della popolazione palestinese continua a ridursi, a causa della crescita sostenuta degli insediamenti. Stiamo anche assistendo ad attacchi alla popolazione ebraica.

La violenza non è mai giustificata e va sempre condannata, da qualunque parte provenga. Nessuno dovrebbe morire perché è ebreo o perché è arabo.

Dobbiamo anche criticare l'arresto e la detenzione di diversi minori palestinesi, soprattutto a Gerusalemme est. L'arresto e la detenzione di minori politicamente faziosi non dovrebbero mai essere una norma in un paese democratico. Tutti, specialmente i giovani, hanno il diritto di vivere in pace e sicurezza, di costruire un futuro migliore e di essere trattati con giustizia e dignità. La vita umana ei diritti umani dovrebbero essere rispettati.

L'assenza di un vero processo di pace, basato sul diritto internazionale, porterà a maggiori sofferenze.

La violenza è la conseguenza di una profonda sfiducia e forse anche odio, che si sta radicando nel cuore delle due popolazioni, israeliana e palestinese. È responsabilità comune di tutti, in particolare dei leader religiosi e politici di tutte le confessioni, promuovere il rispetto reciproco e non la divisione o sentimenti di odio.

Alziamo la nostra voce per i bisogni dei più poveri e dei più deboli: garantire che al popolo palestinese siano concesse dignità e libertà nella propria terra, che sia data una soluzione stabile e giustizia ai cinque milioni di palestinesi che vivono nei Territori Occupati, e che in Terra Santa tutte le comunità nazionali hanno pari diritti.

Di positivo c'è il ritorno dei pellegrini in Terra Santa. Riportano vita e movimento nelle strade e nei vicoli della Città Santa, di Betlemme, di Nazaret e degli altri luoghi di pellegrinaggio, e riportano così il sorriso a tante famiglie, non solo cristiane, che hanno potuto tornare al lavoro. Questo afflusso di pellegrini porta non solo prosperità materiale, ma anche maggiore consapevolezza e attenzione alla Terra Santa e ci fa sentire che non siamo dimenticati.

Dobbiamo anche sottolineare che non tutto in Terra Santa va male, e che ci sono anche segni di consolazione: molte persone, associazioni e movimenti locali, di diversa estrazione nazionale e religiosa, desiderano costruire l'amicizia e la solidarietà in questa divisione sociale e contesto politico del nostro. Il loro amore ci fa sperare e credere che ci siano ancora forti “anticorpi” nella nostra società, cioè coloro che vogliono ancora reagire alle sempre più forti tentazioni di chiusura e di rifiuto del dialogo e dell'incontro, con iniziative di incontro e di solidarietà aperte a tutti.

Facciamo nostre le parole di Papa Francesco, che di recente ha affermato:
Seguo con preoccupazione l'aumento delle violenze e degli scontri che si registrano da mesi nello Stato di Palestina e in Israele... La violenza uccide il futuro, sconvolgendo la vita di i giovani e le speranze di pace che si affievoliscono… Auspico che le autorità israeliane e palestinesi prendano più volentieri a cuore la ricerca del dialogo, costruendo la fiducia reciproca, senza la quale non ci sarà mai una soluzione pacifica in Terra Santa”.  (Angelus, 27 novembre 2022)

Invitiamo tutte le nostre comunità a pregare per la pace a Gerusalemme, in Terra Santa e in ogni luogo del mondo dove la violenza, l'odio e la divisione sono fonte di sofferenza.

mercoledì 25 gennaio 2023

Damasco, l’inverno peggiore

Le distruzioni della guerra, la perdita dei giacimenti petroliferi e le sanzioni occidentali influenzano tutti gli aspetti della vita di milioni di siriani. Reportage da una capitale fantasma.


PAUL KHALIFEH, DI RITORNO DA DAMASCO

traduzione di MARINELLA CORREGGIA


«Ali, domani andrai con tuo zio ad Harasta a raccogliere legna da ardere!». Rannicchiata sotto due spesse coperte in un angolo del soggiorno, Soumaya rimprovera il figlio con uno sguardo severo. «Non avresti dovuto aspettare che gli ultimi rami fossero consumati prima di andare», lo rimprovera Al centro della stanza coperta di tappeti, le ultime manciate di ghiande di quercia e gusci di pistacchio bruciano in una stufa a legna color ruggine. Il poco calore che emette non è sufficiente a migliorare davvero la temperatura. Dall’altra parte della stanza, un uomo anziano si strofina energicamente le mani. Al centro della stanza, quasi incollati alla stufa, due bambini condividono una pelle di montone. 

A Damasco, dove la temperatura è vicina allo zero, la lotta contro il freddo è la sfida principale per gli abitanti. «La mia unica preoccupazione è riscaldare la mia famiglia durante questo rigido inverno, dice Soumaya, vedova, che a 50 anni ne dimostra dieci di più. Tutto ciò che può essere bruciato va sul fuoco». «Il freddo è il peggior nemico», afferma il vecchio con voce roca.

Combustibili introvabili

Per la maggior parte dei siriani, il sistema di riscaldamento centrale a gasolio è un vecchio ricordo, un grande lusso che solo pochi fortunati possono ancora permettersi, vista la cronica carenza di carburante. La maggior parte delle famiglie è passata alle stufe a legna, che per essere installate richiedono di perforare le pareti o i soffitti per far passare i tubi..

Ma anche questo metodo di riscaldamento all’antica non è una passeggiata. Una tonnellata di legno viene venduta a oltre 2 milioni di lire siriane, l’equivalente di 320 dollari al tasso del mercato nero. Un prezzo inaccessibile in un paese in cui lo stipendio di un dipendente pubblico arriva al massimo a 100.000 lire siriane, ovvero meno di 17 dollari al mese.

Foreste spazzate via

«Il legno scarseggia, dice Khaled, un ex meccanico che si è dedicato al commercio della legna. Prima della guerra, la Ghouta orientale di Damasco era ricoperta di frutteti e boschi. I combattimenti e i tagli incontrollati incoraggiati dalla mancanza di sorveglianza non hanno lasciato nulla. In alcuni luoghi, come a Maliha, un tempo verdi e boscosi, non è rimasto in piedi nemmeno un albero».

li andrà quindi ad Harasta, una località situata a circa dieci chilometri a nord-est di Damasco, distrutta per il 60% dai combattimenti tra l’esercito siriano e i ribelli. «Lì i raccoglitori di macerie hanno smontato persiane, porte e tetti in legno per venderli. Dicono che sia molto più economico che abbattere alberi», spiega con calma.

Ma i problemi del giovane non sono finiti. La carenza di carburante ha colpito duramente il settore dei trasporti. Il gasolio e la benzina sono fortemente razionati e spesso non disponibili.

La maggior parte dei giacimenti petroliferi siriani si trova a Hassakeh, nel nord-est, e nella provincia orientale di Deir Ezzor, entrambe controllate dalle forze curde, sostenute dagli Stati uniti. L’esercito statunitense ha trasformato i campi petroliferi in basi militari. Il governo siriano non è quindi in grado di sfruttare le risorse energetiche del paese, che ora vengono utilizzate per finanziare l’amministrazione autonoma curda.

Le quantità di carburante disponibili sul mercato provengono dall’Iran e, più raramente, dalla Russia, i due alleati della Siria. La priorità nella distribuzione va alle forze armate. Ciò che rimane, cioè poco, è riservato alla popolazione.

Nelle ultime settimane, la penuria si è aggravata. «Con la mia tessera annonaria (rilasciata due anni fa dal governo a milioni di persone), normalmente ho diritto a 50 litri di gasolio due volte nell'inverno. Ho fatto la mia richiesta a metà settembre sulla piattaforma, ma non ho ancora ricevuto risposta», si lamenta Mustafa, insegnante cinquantenne di una scuola pubblica.

Il combustibile contrabbandato dalle aree controllate dai curdi viene venduto a 250.000 lire siriane per un bidone da da 20 litri, ovvero quasi 40 dollari. La benzina, che arriva di contrabbando dal vicino Libano, viene venduta quasi allo stesso prezzo. Solo una piccola minoranza può permettersi di acquistarla.

Damasco, una città fantasma

Gli effetti della carenza di carburante sono impressionanti. Damasco, solitamente molto trafficata e congestionata, sembra una città fantasma. Di giorno il traffico è scorrevole, di notte le strade sono quasi deserte di notte e i taxi sono rari. Al calar della notte, gli abitanti si rintanano nelle loro case fredde e buie, a causa del draconiano razionamento dell’elettricità. Ventuno ore di interruzione di corrente al giorno a Damasco, ventitré nelle zone rurali. «Da due mesi non vado all’università a causa dell’alto costo dei trasporti, si lamenta Salim, studente di medicina al secondo anno. Ho pensato di andare in bicicletta da Douma (10 km a est della capitale) a Damasco. Ma il viaggio di ritorno di notte attraverso queste strade buie e deserte mi ha dissuaso». Il giovane sostiene che un terzo degli studenti dell’Università di Damasco, la più grande del paese, non frequenta più regolarmente le lezioni.

Nessun settore è risparmiato dalla crisi. Alla fine della scorsa settimana, un gran numero di panifici statali non era più in grado di rifornire il mercato di pane a causa della mancanza di olio combustibile.

Le amministrazioni pubbliche, le scuole e le banche vanno al rallentatore. A differenza del Libano, dove i generatori privati di quartiere forniscono a caro prezzo l'elettricità alle abitazioni e alle imprese commerciali, in Siria non funziona nulla quando manca la corrente. «Per diversi giorni, ho aspettato ore per diversi giorni davanti al bancomat per prelevare il mio stipendio, ma la macchina non ha mai funzionato a causa della mancanza di elettricità, lamenta Ayman, un pensionato del Damascus Water Board. Ho chiesto che il mio reddito non venga più trasferito alla banca. Voglio essere pagato in contanti».

Anche il razionamento è in crisi

La tessera di razionamento, che per un certo periodo ha contribuito a organizzare la fornitura di generi alimentari di base e di carburante alla popolazione, non è più efficace. «In teoria, il riso, lo zucchero e l’olio sovvenzionati dallo Stato sono da tre a quattro volte più economici dei prezzi di mercato, dice Mustafa. Ma la distribuzione è irregolare da tre mesi. Facciamo le richieste ma non riceviamo più il messaggio che fissa la data di consegna».

Coloro che possono permetterselo sono costretti ad acquistare cibo a prezzi di mercato e, nei periodi di carenza, al mercato nero. «Il mio stipendio di 100.000 lire siriane mi permette di comprare 5 kg di zucchero e 3 litri di olio vegetale. Per tutto il resto devo arrangiarmi», dice l’insegnante.

Il peso delle sanzioni statunitensi

La situazione è più gestibile nel settore privato, dove gli stipendi sono da quattro a cinque volte superiori a quelli del settore pubblico. «Con il mio stipendio di 400.000 lire, sono una privilegiata, dice Ghada, segretaria in uno studio legale. Ma in realtà, per vivere decentemente servirebbe dieci volte tanto».

L’assistenza sanitaria è ancora teoricamente gratuita per tutti. Ma i tempi di attesa sono molto lunghi. «Un’operazione a cuore aperto costa 1,3 milioni di lire in un ospedale pubblico, con un tempo di attesa tipico di tre o quattro mesi. In un ospedale privato, l’operazione è immediata ma costa 55 milioni di lire. Quanti siriani possono permettersi di pagare questa cifra?», si chiede Atef, cardiologo dell’ospedale al-Bassel.

Le persone interpellate sono unanimi. Questo è il peggior inverno che la popolazione siriana abbia affrontato dall’inizio della guerra nel 2011. La distruzione di gran parte delle infrastrutture e l’impossibilità dello Stato di sfruttare le risorse energetiche e agricole del paese, situate in regioni fuori dal suo controllo, sono responsabili di questa situazione. Ma le sanzioni occidentali, in particolare il Caesar Act approvato dal Congresso degli Stati uniti nel 2020, hanno esacerbato la crisi. «Le sanzioni hanno reso molto difficili le importazioni, afferma un alto funzionario che ha chiesto l’anonimato. Nessuno osa effettuare transazioni finanziarie con i siriani per paura di essere bersagliato dalle sanzioni. Questa situazione ha spezzato le catene di approvvigionamento e ha sviluppato un enorme mercato nero nel quale i prezzi stanno esplodendo».

Riportati al Medioevo

Di fronte alla crisi, si sono sviluppate iniziative private di solidarietà. «Commercianti molto ricchi e uomini d'affari hanno contribuito a dotare una scuola di un generatore, un ospedale di letti o una strada di un sistema di illuminazione a energia solare. Ma tutto questo è limitato e insufficiente per far funzionare un paese», dice l’alto funzionario. 

«Non sono riusciti a rovesciare il governo, ma ce l’hanno fatta a riportare la Siria al Medioevo», osserva Soumaya, guardando un tavolino con i ritratti di due uomini. Suo marito e il loro figlio maggiore, uccisi durante la guerra.

https://lecourrier.ch/2023/01/19/damas-le-pire-des-hivers/

domenica 22 gennaio 2023

«Imparate a fare il bene, cercate la giustizia»

 

Di fra John Luke Gregory ofm, da Rodi, in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 


«Apri la bocca in favore del muto, in difesa di tutti gli sventurati. Apri la bocca e giudica con equità, rendi giustizia all’infelice e al povero» (Pr 31,8-9). È così chiara e incisiva questa indicazione del Libro dei Proverbi, che, dopo averla ascoltata, non si può restare indifferenti e inermi.

In obbedienza alla Parola di Dio e secondo lo stile francescano, abbiamo cercato di metterci in ascolto dei tanti poveri che hanno lambito le coste della nostra isola e bussato alle porte del convento francescano. Il grido che sgorgava dalle loro labbra e ancor più dalla loro condizione miserevole chiedeva giustizia e anelava alla pace. Pace e Giustizia non sono concetti astratti, ma condizioni concrete di vita. Giustizia e Pace non sono lontani miraggi ma valori imprescindibili per una condizione di vita dignitosa e veramente umana. Pace e Giustizia sono due beni inseparabili: l’uno non può esistere senza l’altro.

E così, per non accontentarci di fare buone e lodevoli riflessioni, abbiamo cercato di rendere concreti l’esercizio della giustizia e la costruzione della pace, mettendoci al servizio dei fratelli e sorelle dai bisogni più essenziali. Ci siamo sforzati di servire le tante persone distrutte e sfollate che arrivano da noi ogni giorno, in cerca di una vita migliore o semplicemente desiderose di trovare un po’ di pace e di giustizia per se stesse, ma soprattutto per i loro figli. Mettendo il poco che abbiamo e le piccole energie della nostra parrocchia di Rodi a disposizione di coloro che non hanno nulla e che le sofferenze della vita ha sfiancato, siamo stati costretti a maturare atteggiamenti fondamentali: l’ascolto, l’accoglienza e il servizio, nella gratuità, senza pregiudizi o giudizi, lasciandoci sorprendere dal colorito splendore della diversità.

La guerra in Siria ha posto le questioni di giustizia sociale alla ribalta della coscienza globale e la pandemia di coronavirus ha evidenziato (e aggravato) le disuguaglianze. Sembra che in questi ultimi tempi, sollecitati anche dall’insistente magistero papale, il mondo si stia accorgendo di alcuni drammi e di alcune questioni sociali (l’abuso delle donne, i diritti degli immigrati, dei rifugiati e delle popolazioni indigene, la discriminazione razziale) ma c’è bisogno di un cambiamento sostanziale.

Non basta, però, fare una dettagliata analisi sociologica dei mali che affliggono il mondo: è urgente agire in modo concreto ed efficace, ascoltando e abbracciando i fratelli e le sorelle bisognosi. La rotta di tale cambiamento è segnalata molto chiaramente da papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti: tutti figli e figlie dello stesso Padre celeste, siamo fratelli e sorelle! Lo stesso Padre si prende cura di tutti noi ed è attento al grido dei poveri, degli emarginati, di coloro che sono esclusi economicamente, socialmente e politicamente. Le sfide che sono davanti all’umanità sono enormi, come enorme era la quantità di miserie che si sono presentate al nostro sguardo in forma sempre crescente. Davvero sproporzionate, rispetto alle nostre povere possibilità. Da dove iniziare? Per noi è stato spontaneo iniziare il nostro servizio di carità e giustizia, piegando le ginocchia davanti al Santissimo Sacramento. Solo guardando Gesù, possiamo comprendere come servire veramente il fratello. Solo ascoltando Lui, possiamo conoscere la Verità e la Giustizia. Solo ricevendo da Lui la Grazia, abbiamo sorprendenti energie per affrontare sfide ardue e umanamente impossibili.

La nostra fraternità francescana è piccola e nascosta, la nostra parrocchia cattolica conta pochissimi fedeli, e le nostre bellissime isole sono per definizione “isolate” dai grandi circuiti. Eppure, la Provvidenza ci ha sorpresi. Grazie alla preziosa opera dei media della Custodia di Terra Santa e all’attenzione riservataci dagli amici dell’Osservatore Romano, in molti sono venuti a conoscenza delle nostre attività semplici, silenziose e nascoste. E così siamo stati beneficati da generose donazioni dalla Custodia stessa attraverso la nostra ong Pro Terra Sancta e dalla collaborazione di volontari che ci permettono di servire i fratelli che il Signore ci manda. Una notorietà che non abbiamo cercato, ma che ci consente di portare all’attenzione del mondo le sofferenze che incontriamo e, al tempo stesso, ci aiuta a mostrare ai poveri che, attraverso di noi, è la Chiesa stessa che si china su di loro nel nome di Gesù.

Seguendo l’insegnamento del nostro Santo Padre Francesco d’Assisi, questo desideriamo: quanti trovano conforto nella nostra carità e nelle nostre parole possano «vedere» Gesù stesso che si prende cura di loro. Nel nome di Gesù e con la Sua Grazia, sostenuti dal Magistero e dalla fraternità della Chiesa, cerchiamo di dare forma concreta alla giustizia e alla pace. Giustizia che si declina nella promozione della dignità di ogni persona che arriva sull’isola, ma anche dei poveri che vivono accanto a noi. Giustizia che scaturisce da un ascolto vero e non semplicemente emotivo: non ci accontentiamo di riempire delle pance vuote o di vestire dei corpi nudi e infreddoliti. Cerchiamo, invece, di incontrare persone, che sono affamate anche di uno sguardo fraterno e benevolo, che attendono il calore anche di un abbraccio e di una carezza. La fatica più grande è dare continuità quotidiana a questo servizio, ma anche questo è giustizia! Non ci si può limitare a offrire una coperta e un pezzo di pane: il fratello va accolto, ascoltato, accompagnato perché ritrovi fiducia nella vita, si adoperi per costruire un futuro e rialzi lo sguardo alla speranza.

https://www.terrasanta.net/2023/01/in-aiuto-di-tutti-i-poveri-figli-dello-stesso-padre/

giovedì 19 gennaio 2023

Decreto legislativo del presidente Assad per regolare le vicende dei figli di ignoti

 

Esce finalmente, come secondo Decreto Presidenziale di questo 2023, la Legge che ammette all'anagrafe e quindi alla frequenza scolastica, i bambini nati da genitori sconosciuti. 

“Si tratta di bambini e ragazzi guardati con diffidenza, tacciati di essere figli dell’Isis o figli del peccato, e per questo abbandonati dalle proprie famiglie. Così anche le loro madri. Discriminati ed emarginati hanno bisogno di tutto, acqua, medicine, istruzione, supporto psicologico e soprattutto di un nome e di un futuro. Avere un nome significa esistere, se non lo hai non esisti, sei invisibile, esposto a violenze e abusi quotidiani. Se non esisti non hai un futuro”. Così spiegava la psicologa  Binan Kayyali, Direttrice del Franciscan Care Center di Aleppo nell' intervento al Meeting di Rimini 2019 , dove  parlò del progetto “Un nome e un futuro”, fortemente voluto dal vicario apostolico latino emerito di Aleppo, mons. George Abou Khazen, dal padre francescano Firas Lutfi  e dal Muftì di Aleppo, Mahmoud Akam.

La ONG ATS pro Terra Sancta ha fornito i finanziamenti necessari per creare nel Centro Francescano di Aleppo gli spazi necessari per accogliere più di 2000 bambini.  "Lavoriamo insieme perché questi piccoli possano avere – un giorno – le stesse possibilità di chiunque altro.  E il progetto si chiama – appunto – “Un nome e un futuro”, raccontava mons George: 

ecco oggi farsi realtà anche a livello legale l'intuizione di carità dell'ex Vicario Apostolico di Aleppo! 

OraproSiria

da Syriana Analysis, di Kevork Almassian

Il Presidente al-Assad ha emesso il decreto n. 2 -2023 per la protezione e la cura dei bambini sconosciuti.

Per la prima volta, viene emanato un decreto che regolamenta la cura dei bambini di genitorialità sconosciuta, in quanto non hanno una famiglia o dei parenti che li accudiscano o li proteggano. 

I figli di genitori ignoti sono figli di madre e padre ignoti, oppure di padre ignoto e madre nota, ma la madre li ha abbandonati e non c'è nessuno che si prenda cura di loro.

Questo decreto garantisce ai bambini di genitorialità sconosciuta un'equa assistenza sociale e umana e garantisce loro una vita sicura che li protegga dallo sfruttamento, dall'abbandono e dalla perdita. 

Questo decreto garantisce l'educazione dei bambini di origine sconosciuta in case di accoglienza specializzate, chiamate "Case Lahn Al Hayat", situate nella campagna di Damasco, in modo che crescano in modo sano e siano di beneficio per la città e i suoi bambini. 

Il decreto definisce le procedure da seguire nel caso in cui uno di noi trovi un bambino di genitorialità sconosciuta, consegnandolo alla stazione di polizia più vicina, e la polizia lo informa dei compiti procedurali richiesti. 

Il bambino viene poi trasferito in un ospedale governativo dove vengono effettuati gli esami medici. Poi il bambino viene trasferito alle Case Lahn Al Hayat che si prenderanno cura di lui, lo alleveranno, gli insegneranno e lo proteggeranno. 

Nel 1969, i bambini di origine sconosciuta sono stati riconosciuti come cittadini siriani e in quell'anno è stato emanato il Decreto n. (276) che stabilisce che: È considerato arabo siriano colui che è nato da genitori conosciuti, o da una madre conosciuta e un padre sconosciuto... quindi questa nuova legge viene a organizzare il processo di cura di cui hanno bisogno i bambini di genitori sconosciuti. 

Il fenomeno dei bambini di genitori sconosciuti è un fenomeno antico che esiste in tutte le società, compresa quella siriana.

Le statistiche ufficiali confermano che il 2002 è stato l'anno con il maggior numero di casi registrati di figli di genitori sconosciuti, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2021.

sabato 7 gennaio 2023

Natale ed Epifania tra Oriente ed Occidente

 di Edoardo Arborio Mella

Il ciclo liturgico di Natale ed Epifania muove essenzialmente da due tradizioni: quella occidentale che ha dato vita alla festa del Natale e quella orientale che si è sviluppata nella festa dell’Epifania. Le nostre informazioni al riguardo sono ovviamente frammentarie, spesso congetturali, basate su accenni negli scritti degli autori antichi e raramente su rubriche liturgiche non sempre facili da interpretare. Ma a partire da questi dati è possibile ricostruire una storia con molti «forse».

Occorre ricordare innanzitutto che l’epoca del grande sviluppo della liturgia cristiana inizia nel IV secolo, a seguito della cosiddetta pace costantiniana. È sostanzialmente in quel secolo, contraddistinto da una creatività liturgica definita da qualcuno «forsennata», che si forma il ciclo di Natale ed Epifania: fino ad allora tutto il culto era concentrato sul mistero pasquale.

In occidente i primi cenni della presenza di una festa del Natale del Signore celebrata il 25 dicembre risalgono alla prima metà del IV secolo. La festa veniva celebrata a Roma e passò subito nel resto d’Italia, forse in Spagna e nella provincia d’Africa (che non comprendeva l’Egitto), ove si ricordava pure, lo stesso giorno, l’adorazione dei magi con la strage degli innocenti. Forse una chiesa appena emersa da un’età di persecuzioni sentiva il bisogno di ricordare assieme la nascita di Gesù per il mondo e il suo immediato rifiuto. La data del 25 dicembre dipende probabilmente dalla festa pagana del solstizio d’inverno, che cominciava appunto nella notte fra il 24 e il 25 dicembre. Da circa un secolo quest’ultima aveva acquistato risalto a Roma, a causa del diffondersi e talvolta dell’ufficializzarsi del culto persiano di Mitra, identificato con il sole, e del nascente culto della persona dell’imperatore: era la festa del Natale invitto, del sole che rinasceva ricominciando a crescere dopo la diminuzione invernale delle giornate. Cristo fu quindi annunciato come il vero sole di giustizia che nasceva nel mondo, in un simbolismo ben comprensibile a chi era plasmato da quella cultura.

Abbiamo notizia di un’altra data: il teologo e filosofo cristiano Clemente Alessandrino riferisce di una tradizione presente in Palestina e in Egitto durante la sua vita, all’inizio del III secolo, dunque circa un secolo prima delle prime attestazioni del 25 dicembre in Occidente. Essa datava la nascita di Gesù al 20 maggio; altre notizie di area palestinese o egiziana pongono attorno a questa data la memoria della fuga in Egitto e della strage degli innocenti. Ricordo biografico? Come che sia, due secoli dopo l’attestazione di Clemente Alessandrino ogni traccia della memoria del 20 maggio sembra sparita, benché rimangano talvolta in quel periodo le memorie connesse dette sopra. Il giorno della nascita di Gesù era ormai divenuto in tutto l’Oriente il 6 gennaio, la festa dell’Epifania.

Eccoci dunque alla seconda data-chiave di questo tempo liturgico, il 6 gennaio. Incerta è l’origine della data. Quanto al nome «epifania», esso indica un’origine orientale: è termine greco che significa «manifestazione». Manifestazione di che cosa? La festa è già nota in area siriaca nella seconda metà del III secolo, poi verso la fine del IV secolo in Palestina e in Egitto come celebrazione della manifestazione di Gesù nella carne, cioè della sua nascita e dell’adorazione dei magi. In Egitto e forse in Siria si ricordava anche, forse per trasposizione di un precedente rito pagano sulle acque, il battesimo di Gesù, e talvolta il miracolo di Cana.

Avvenne poi che in Siria e in area costantinopolitana verso la fine del IV secolo si introducesse il Natale occidentale del 25 dicembre. Ciò provocò un mutamento di significato nella festa del 6 gennaio, che divenne memoria del solo battesimo. Il termine venne così a significare la manifestazione alle folle del Giordano da parte della voce celeste della filiazione divina di Cristo. Lo stesso avvenne in Egitto nella prima metà del V secolo, e alla stessa epoca in Palestina, salvo che qui la festa occidentale durò poco (il che avrà una conseguenza, come si dirà più avanti) e vi rientrò più tardi, forse in conseguenza di un decreto imperiale della seconda metà del VI secolo. A questo punto dappertutto in oriente il 6 gennaio era divenuto la festa del battesimo di Gesù. Tale è a tutt’oggi il significato unico di questo giorno nel mondo ortodosso.

Curiosamente sembra che il 6 gennaio come memoria della Natività fosse presente nella seconda metà del IV secolo anche in Gallia (attuale Francia), unica regione occidentale. Ma già prima della metà del V secolo la nascita era celebrata in un giorno precedente (forse il 25 dicembre del resto dell’Occidente), il che mutò anche qui il carattere del 6 gennaio: ma non, come in Oriente, conferendogli il carattere di memoria del battesimo, bensì facendogli ricordare la visita dei magi, il battesimo e il miracolo di Cana: i «tre segni» che ancora oggi vengono cantati nelle antifone del Benedictus e del Magnificat durante la celebrazione dell’Epifania in Occidente.

Sì, perché come il Natale del 25 dicembre entrò in Oriente, così l’Epifania del 6 gennaio entrò in Occidente. Con questa particolarità: che l’evento centrale con essa celebrato in Occidente non divenne il battesimo, bensì la visita dei magi, talvolta con una menzione degli altri due eventi citati. In Italia alla metà del V secolo sono conosciuti i tre eventi; in Spagna alla fine del IV secolo si ricordano i magi e la strage degli innocenti; a Roma e in Africa nel V secolo solo i magi, ma più tardi anche gli altri due eventi.

Troppi dati ci sfuggono perché si possa dire qualcosa di preciso sui passaggi e sui mutamenti intervenuti. Forse quando l’Occidente, che già aveva il 25 dicembre, cominciò ad adottare l’altra festa, isolò quella parte, o quelle parti, presenti nelle primitive Epifanie orientali per la propria Epifania. O al contrario, una Chiesa occidentale che celebrava la Natività il 6 gennaio (come abbiamo visto accadere in Gallia) può aver adottato l’uso romano del 25 dicembre e lasciato la parte relativa ai magi all’antica festa; l’uso si sarebbe poi esteso al resto del mondo occidentale.

Il visitatore della Terra Santa può rendersi conto facilmente dell’importanza che queste ricorrenze hanno per le Chiese locali. Le liturgie cattoliche non riservano sorprese ai cattolici. Particolarmente nota è l’Eucaristia notturna del patriarca latino presso la chiesa dei francescani a Betlemme, che riveste un carattere di ufficialità. 

Quanto agli eventi delle Chiese orientali, per capirli occorre tener presenti due fatti. Il primo è che, in seguito alla mancata riforma del calendario giuliano da parte di quelle Chiese, il loro calendario liturgico è in ritardo di tredici giorni rispetto al nostro. Così il loro 25 dicembre corrisponde al nostro 7 gennaio. Essi dunque, solo per motivi calendaristici, celebrano il loro Natale quasi in concomitanza con la nostra Epifania. Il 6 gennaio (per loro il 24 dicembre) vi è a Betlemme la grande festa popolare dell’ingresso dei capi delle Chiese orientali nell’antica basilica della Natività. La massima solennità è riservata all’ingresso del patriarca e dei vescovi ortodossi, che avviene nella tarda mattinata con festoso accompagnamento di tamburi e cornamuse. Seguono, nella notte, le liturgie, celebrate da ogni chiesa al proprio altare. Il giorno dopo (il nostro 7 gennaio) ha luogo il ritorno a Gerusalemme. Poi, il 6 gennaio del calendario giuliano, corrispondente al 18 del nostro, vi è la celebrazione dell’Epifania, cioè del battesimo di Gesù: il giorno prima o il giorno stesso, ogni Chiesa si reca al Giordano, ciascuna al proprio luogo, passando attraverso i campi minati con il permesso, la sorveglianza e la protezione dei militari. Alla celebrazione ortodossa, in particolare, convergono diverse decine di pullman da ogni parte di Israele e della Cisgiordania. Si benedice l’acqua e se ne porta nelle proprie chiese e case.

l secondo fatto da tener presente è che nel quadro sopra accennato vi è un’eccezione: la Chiesa armena. Essa infatti, viva nella chiesa di Gerusalemme fin dall’inizio della propria esistenza e in essa radicata per la propria tradizione liturgica più antica, al pari di essa non accolse l’inserzione del 25 dicembre nel calendario; e quando poi le due Chiese si separarono definitivamente, mantenne, tranne che per un breve periodo nel VI secolo, il calendario di un tempo: conservò quindi all’Epifania l’antico significato di memoria della Natività, e in un desiderio di fedeltà alla propria tradizione monofisita valorizzò in essa la memoria del battesimo, già anticamente presente, lo si è accennato, in diverse Chiese orientali. Ribadì così liturgicamente, racchiudendola in un’unica festa, l’unica natura (perché questo significa il termine monofisismo) di Gesù uomo manifestato nella nascita a Betlemme e di Gesù Dio manifestato nella voce celeste durante il battesimo. A ulteriore legittimazione dell’usanza si aggiunse con il tempo una precisazione storica: il battesimo di Gesù avvenne il giorno stesso della sua nascita, esattamente trent’anni dopo. Ciò a partire da un’esegesi, ai nostri occhi certo un po’ forzata, di Luca 3,21-23. Conseguenza visibile di tutto ciò è che la Chiesa armena è del tutto assente dalla festa orientale del Natale a Betlemme, e che in occasione della festa dell’Epifania essa non si reca al Giordano bensì a Betlemme, ove fra la sera e la notte celebra nella basilica i due misteri sopra enunciati.

https://www.terrasanta.net/2011/11/natale-ed-epifania-tra-oriente-ed-occidente/