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mercoledì 1 luglio 2026

Siriani sfollati: una crisi senza orizzonte

da Libnanews

La questione degli sfollati interni siriani in Libano torna alla ribalta, mentre il Paese si trova ad affrontare una propria crisi di sfollamento interno.

La guerra nel Sud, gli attacchi contro i sobborghi meridionali di Beirut, gli ordini di evacuazione e l'incertezza sul cessate il fuoco hanno causato lo sfollamento di oltre un milione di libanesi. In questo contesto già saturo, la presenza siriana rimane un tema esplosivo. Essa ha ripercussioni su comuni, scuole, cliniche, lavoro informale e affitti. Alimenta inoltre le tensioni politiche, poiché ogni fazione libanese proietta su questo tema le proprie paure, i propri calcoli e le proprie priorità.

Tuttavia, il Libano non può più accontentarsi di un dibattito a colpi di slogan. Ha bisogno di un quadro chiaro, con la Siria, le Nazioni Unite e i donatori, per organizzare i possibili rimpatri senza provocare una nuova crisi umanitaria.

Le cifre stesse riassumono la complessità della situazione. Il governo libanese stima ancora che vi siano tra 1,3 e 1,5 milioni di siriani, mentre i registri dell'UNHCR riportano un numero di rifugiati registrati di gran lunga inferiore. Il portale operativo dell'UNHCR indicava, al 31 marzo 2026, circa 490.000 rifugiati registrati, distribuiti principalmente tra la valle della Bekaa, il nord, Beirut-Mont-Lebanon e il sud. Questa differenza è dovuta alla sospensione delle nuove registrazioni dal 2015, a causa di rimpatri, partenze non dichiarate, persone non registrate e costante mobilità tra Libano e Siria.

Ciò alimenta anche la sfiducia. Le autorità libanesi parlano di un enorme onere demografico ed economico. Le agenzie internazionali rispondono con cifre verificabili ma incomplete.

Sfollati interni siriani coinvolti nell'allargamento della crisi libanese: l'attuale crisi ha cambiato la natura del problema.

Per anni, la questione siriana è stata presentata come una crisi a sé stante: un Paese ospitante stremato di fronte a una popolazione di rifugiati che vive lì dal 2011. Dall'escalation del 2026, gli sfollati interni siriani si sono trovati intrappolati nella più ampia crisi libanese. Le famiglie libanesi nel sud del Paese cercano rifugio nelle stesse scuole, negli stessi edifici pubblici, negli stessi villaggi e talvolta negli stessi mercati degli affitti dei siriani che vivono lì da anni. Le risorse non sono aumentate. I bisogni si sono sovrapposti. Questa sovrapposizione crea una competizione silenziosa.

Un comune che già ospita famiglie siriane deve accogliere anche sfollati libanesi. Una scuola che accoglieva studenti libanesi e siriani può diventare un centro di accoglienza. Un ambulatorio che si prendeva cura di una popolazione povera deve assistere un numero maggiore di feriti, malati cronici e famiglie sfollate. Gli affitti aumentano nelle zone considerate più sicure. I proprietari a volte preferiscono affittare a famiglie in grado di pagare in dollari. I più vulnerabili, siriani o libanesi, si ritrovano costretti a vivere in alloggi ancora più precari. 

Il pericolo politico deriva da questa vicinanza di miseria. Quando le risorse scarseggiano, aumenta la tentazione di trovare un capro espiatorio. I siriani vengono accusati di dover scegliere tra salari, servizi, sicurezza e aiuti. I libanesi sfollati a volte denunciano l'impressione che l'assistenza internazionale per i rifugiati siriani sia più strutturata di quella destinata a loro stessi. I siriani rispondono di aver vissuto per anni in condizioni precarie, con restrizioni, controlli, espulsioni mirate e la costante paura di un rimpatrio forzato. Questi risentimenti possono coesistere, ma non per questo sono meno pericolosi per la coesione sociale.

I comuni in prima linea

I comuni stanno subendo parte dell'impatto. Devono gestire rifiuti, acqua, illuminazione, alloggi, tensioni di vicinato, permessi di lavoro informali, affitti, mercati, strade e reclami. Molti non dispongono di budget, personale o dati aggiornati. I sindaci spesso sanno meglio dei ministeri dove si trovano le famiglie, quali case sono sovraffollate, quali quartieri sono privi di acqua o quali scuole sono sotto pressione. Ma non sempre hanno i mezzi per intervenire. Questa debolezza trasforma la presenza siriana in un problema locale permanente.

Nella valle della Bekaa, nel nord del Libano e in alcune zone di Beirut-Mont-Lebanon, la pressione è di vecchia data. Insediamenti informali, case incompiute, fattorie, quartieri e piccole città ospitano popolazioni siriane da oltre un decennio. La guerra nel sud ha aggiunto un ulteriore livello di vulnerabilità. Le amministrazioni comunali devono mediare tra abitanti poveri, siriani, sfollati libanesi e famiglie ospitanti. Spesso lo fanno senza un chiaro quadro normativo nazionale. Le decisioni diventano quindi locali, a volte arbitrarie: restrizioni alla libertà di movimento, smantellamento dei campi, pressioni amministrative, coprifuoco informali o rifiuto di insediamento.

Queste misure possono rispondere a preoccupazioni reali. Possono anche esacerbare l'insicurezza. Una famiglia siriana sfollata da un campo a un altro comune non scompare. Diventa semplicemente più invisibile. Un lavoratore a cui viene impedito di spostarsi perde il reddito. Un bambino con documenti non in regola rischia di abbandonare la scuola. Una donna che elude i controlli a volte rinuncia alle cure. La gestione a livello comunale non può sostituire una politica nazionale.

foto Antakli

Scuole, assistenza e lavoro sotto stress

La scuola rimane uno dei punti più delicati. Il sistema scolastico libanese ha a lungo operato con un sistema duale per accogliere gli studenti siriani. La crisi finanziaria aveva già indebolito questo modello. La guerra ha poi trasformato le scuole in rifugi, trasferito gli insegnanti, interrotto le strade e sconvolto i calendari scolastici. In questo contesto, i bambini siriani sono particolarmente vulnerabili all'abbandono scolastico. A volte si combinano povertà, lavoro precoce, mancanza di documenti, difficoltà linguistiche, distanza dalle istituzioni e pressioni familiari.

I bambini libanesi sfollati ora subiscono in parte le stesse conseguenze negative.

Un'altra sfida è la sanità. I siriani spesso dipendono da servizi sovvenzionati, ONG, cliniche o reti umanitarie. I tagli al bilancio internazionale hanno ridotto alcuni programmi. Gli ospedali libanesi, già indeboliti, richiedono garanzie di pagamento. Le famiglie povere rimandano le visite mediche. Le malattie croniche, la gravidanza, la salute mentale e l'assistenza pediatrica diventano più difficili da seguire. Quando i libanesi sfollati arrivano nelle stesse strutture, i tempi di attesa aumentano e le tensioni crescono. Al sistema non manca solo il denaro. Manca anche la prevedibilità.

Il tema dell'occupazione, infine, cristallizza le accuse.

I siriani lavorano spesso in agricoltura, edilizia, servizi, consegne, pulizie, ristorazione o in attività quotidiane. Si tratta di settori già caratterizzati da informalità, salari bassi e scarsa protezione sociale. I libanesi più poveri vedono questa forza lavoro come una concorrenza. I datori di lavoro vedono flessibilità. I siriani, a volte, la considerano l'unica via di sopravvivenza.

La soluzione non può essere solo repressiva. Proibire senza alternative spinge il lavoro ulteriormente nell'illegalità. Formalizzare senza regolamentare alimenta la rabbia sociale. È necessario un quadro occupazionale limitato, controllato e trasparente, legato alle reali esigenze dell'economia....

Gli sfollati interni siriani in Libano si trovano ad affrontare una crisi senza futuro, poiché le tre soluzioni convenzionali rimangono incomplete. -L'integrazione sostenibile continua a essere politicamente osteggiata da gran parte dei funzionari libanesi. -Il rimpatrio di massa è limitato dalle condizioni siriane, dalla sicurezza, dalla mancanza di documenti e dalla situazione economica. -Il reinsediamento in paesi terzi coinvolge un numero di persone troppo esiguo per cambiare gli equilibri. Il risultato è una prolungata situazione di stallo: non si intravede né una soluzione agevole, né un rimpatrio organizzato su larga scala, né una protezione internazionale sufficiente.

Questo meccanismo intermedio sfrutta tutti. Sfrutta i siriani, che vivono nell'attesa, nella povertà e nella paura di una decisione amministrativa. Sfrutta i libanesi, che hanno visto i servizi pubblici deteriorarsi e gli aiuti diminuire. Sfrutta i comuni, che gestiscono una crisi nazionale con risorse locali. Sfrutta i donatori, che finanziano programmi senza una chiara prospettiva politica. Sfrutta anche i rapporti tra Beirut e Damasco, perché il dossier di ritorno è ancora pieno di storia contraddittoria, sicurezza, sfiducia e interessi contrastanti.

La guerra del 2026 ha reso questa situazione di stallo ancora più urgente. Il Libano non può ricostruire il Sud, accogliere i propri sfollati interni, rilanciare la propria economia e stabilizzare le proprie istituzioni lasciando irrisolta la questione siriana. La Siria non può chiedere il rimpatrio senza fornire garanzie di alloggio, sicurezza, servizi e documenti. I donatori non possono ridurre gli aiuti sperando che le famiglie trovino una soluzione da sole. Il prossimo accordo utile non sarà solo un meccanismo di rimpatrio. Dovrà essere un contratto di responsabilità condivisa, in cui ogni rimpatrio sarà monitorato, ogni comune sostenuto e ogni famiglia protetta da nuove fughe di massa.

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giovedì 25 giugno 2026

L'esercito regolare libanese riprende il controllo delle zone del sud, trovandovi solo macerie

di Elisa Gestri

“Scrivo da un paese che non esiste più”: così Giampaolo Pansa iniziava nel 1963 una celebre corrispondenza dai luoghi del disastro del Vajont. Fuor di ogni retorica, gli uomini delle Forze Armate libanesi che hanno raggiunto le località distrutte dall'esercito israeliano in Libano non devono essersi trovati davanti uno scenario molto dissimile. Entrato in vigore la settimana scorsa un incerto Cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, i militari libanesi hanno riaperto le vie di comunicazione e fatto sopralluoghi in aree finora off limits a causa della presenza delle truppe israeliane; le immagini di ciò che soldati e soccorritori hanno trovato stanno facendo il giro del mondo.

In meno di quattro mesi di aggressione di IDF intere aree del sud del Paese e della valle della Bekaa sono state rase al suolo e cancellate dalla cartina: città, villaggi, strade, foreste, coltivazioni agricole tra cui oliveti storici, siti archeologici di rilevanza mondiale hanno subito prima l'agonia dei bombardamenti e poi lo sfregio delle escavatrici. Hezbollah, obiettivo dichiarato delle “operazioni militari” di IDF, mentre scriviamo sta ancora impegnando i soldati israeliani nella “zona di difesa avanzata” stabilita unilateralmente dallo Stato ebraico in territorio libanese, nonostante nell'ultimo anno e mezzo i combattenti della milizia sciita siano stati decimati e dispongano di mezzi imparagonabili con quelli dell'esercito israeliano.

La “guerra dei droni” portata avanti da Hezbollah ha guadagnato effimere vittorie al Partito di Dio – secondo gli ultimi dati di IDF soldati sono 36 i militari caduti dal 2 marzo scorso sul “fronte libanese” - ma è costata la morte di migliaia di civili di ogni sesso, età, condizione e appartenenza religiosa: sono quattromiladuecento, rende noto l'ultimo report del Ministero libanese della Salute Pubblica, ma solo ora, con l'accesso alle località distrutte da IDF, si vanno scoprendo ed identificando i corpi rimasti intrappolati da giorni - o settimane - sotto le macerie.

Molte delle vittime nulla avevano a che fare con Hezbollah, se non addirittura appartenevano ad universi ideali lontanissimi dalla milizia sciita. Pensiamo, tra le tante vittime, al sacerdote Pierre Rahi, parroco maronita di Qlaya, ucciso mentre soccorreva un parrocchiano colpito da un precedente attacco di IDF; all'anziana sorella della notissima attrice e cantante May Hariri, sepolta sotto le macerie della sua casa a Nabatyie – “Cosa ha a che fare mia sorella con tutto questo?” ha chiesto Hariri al Presidente della Repubblica Joseph Aoun, supplicandone l'intervento per rimuovere il corpo da sotto l'abitazione crollata; all'ambientalista Mona Khalil, che aveva trasformato la sua casa di famiglia di Mansourie, sulla costa di Tiro, in un'oasi protetta per le tartarughe marine, colpita a 77 anni dal fuoco israeliano assieme alla sua assistente.

Pensiamo anche a chi, estraneo all'appartenenza sciita, si è unito alla lotta  di Hezbollah come Karl Roger Abdel Malek, giovane cristiano caduto per la causa in cui credeva, la liberazione del Libano dagli israeliani, e il cui funerale ha unito cristiani e musulmani. Mentre in Libano migliaia di sfollati tentano la strada del ritorno verso casa confidando nel Cessate il fuoco, ma nel sud si continua a sparare - il futuro del Paese è oggetto di due trattative in contemporanea, quella di Washington tra Libano e Israele e quella in Svizzera tra USA e Iran.

Paradossalmente, ma non troppo, i due tavoli portano avanti due istanze diverse: se il negoziato di Washington, a trazione israeliana (le istituzioni libanesi qui non hanno voce in capitolo né carte da giocare)  punta sull'eliminazione di Hezbollah, quello tra USA e Iran deve includere la difesa del Paese dei Cedri da Israele, imposta dalla Repubblica Islamica nel memorandum di intesa.

Il Premier israeliano Netanyahu e il suo Ministro della Difesa Katz continuano a ribadire ai limiti dell'ossessione che le truppe israeliane non si ritireranno dal Libano “neanche se lo chiede l'America”, e che manterranno “libertà di manovra” nella “zona di difesa avanzata” stabilita a difesa del nord di Israele.

Per ora, il Libano attende il ritiro di IDF da alcune “zone pilota” del suo territorio, che dovrebbero venire occupate dall'esercito libanese. Sempre che il Cessate il fuoco regga.

https://lanuovabq.it/it/un-libano-distrutto-attende-lesito-di-due-trattative-parallele

lunedì 22 giugno 2026

Trump affida alla Siria la lotta contro Hezbollah

  

da FRONT SUD - 18 giugno 2026

AL-SHARAA È CONTRARIO ALLA GUERRA CONTRO HEZBOLLAH - ALMENO PER ORA

Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa non è attualmente disposto a lanciare una campagna militare contro Hezbollah in Libano, nonostante le recenti dichiarazioni del presidente americano Trump che suggeriscono che Damasco potrebbe intervenire contro il gruppo, secondo quanto riportato dall’emittente televisiva pubblica israeliana Kan 11 il 16 giugno.

Una fonte siriana ha dichiarato all’emittente che al-Sharaa teme che un’azione militare diretta contro Hezbollah possa essere percepita nel mondo arabo come un’azione a favore degli interessi israeliani, il che potrebbe potenzialmente minare la legittimità regionale della Siria.  La fonte ha aggiunto che Damasco non interverrà contro Hezbollah fintanto che le forze israeliane rimarranno schierate nelle zone del sud della Siria conquistate dopo il crollo del regime di Bashar al-Assad.  La Siria considererebbe un ritiro israeliano da queste zone come una condizione essenziale prima di riconsiderare la propria posizione, il che significa che non è del tutto contraria a questa idea.

In precedenza, Trump aveva dichiarato che il presidente siriano sarebbe stato più efficace di Israele nel condurre la lotta contro Hezbollah in Libano.  Durante il vertice del G7 in Francia, Trump ha dichiarato riguardo ad al-Sharaa: «È molto competente. E mi è stato di grande aiuto. Ha fatto tutto ciò che gli ho chiesto… E se Israele non riesce a portare a termine la sua missione senza causare vittime tra gli altri, se ne occuperà lui».

Non è la prima volta che il presidente americano lascia intendere che la Siria potrebbe intervenire contro Hezbollah. In una precedente intervista concessa alla NBC, Trump ha elogiato al-Sharaa e ha dichiarato che questi era disposto e in grado di contribuire a gestire la situazione nei confronti di quel gruppo.

In risposta alle precedenti dichiarazioni di Trump, al-Sharaa ha categoricamente negato che la Siria intenda intervenire contro Hezbollah in Libano. Hezbollah era uno stretto alleato di al-Assad, rovesciato più di un anno fa da una coalizione di ribelli guidata nientemeno che dallo stesso al-Sharaa.

L’approccio cauto della Siria sarebbe stato rafforzato dalla Turchia, secondo Kan 11, che riferisce che Ankara ha trasmesso messaggi ai funzionari siriani esortandoli a evitare uno scontro diretto con Hezbollah, temendo che una simile iniziativa potesse rafforzare ulteriormente la posizione strategica di Israele nella regione.  L’emittente ha inoltre rivelato che Trump ha già proposto un quadro in cui l’esercito siriano svolgerebbe un ruolo centrale in un futuro sforzo di disarmo di Hezbollah. Tale proposta avrebbe tuttavia suscitato scetticismo da parte di diversi attori. I funzionari israeliani hanno messo in dubbio la capacità della Siria di affrontare efficacemente Hezbollah, mentre le autorità libanesi si oppongono alla presenza di truppe straniere sul proprio territorio.

L’Iran, principale sostenitore di Hezbollah, ha mantenuto finora il silenzio sulla questione, ma è certo che la Repubblica islamica non tollererà alcuna iniziativa di questo tipo da parte della Siria.

Sebbene al-Sharaa sia chiaramente contrario a qualsiasi coinvolgimento in Libano, non è certamente in grado di rifiutare una richiesta diretta di Trump.

Hezbollah resisterà a qualsiasi offensiva siriana, e lo scontro rischia di degenerare rapidamente in una guerra regionale con forti connotazioni settarie, con possibili attacchi iraniani su Damasco e una controffensiva irachena guidata dagli alleati della Repubblica islamica. Un simile scenario potrebbe benissimo essere proprio quello che gli Stati Uniti e Israele stanno cercando per compensare il loro recente fallimento militare di fronte a Teheran.

 IL SEGUITO .... da FRONT SUD - 22 giugno 2026

La Siria concentra jihadisti e mercenari lungo il confine con il Libano

Il Ministero della Difesa siriano ha ordinato alle nuove reclute di presentarsi immediatamente ai corsi di addestramento, mentre invia unità più esperte, comprese quelle composte da jihadisti stranieri, al confine con il Libano, secondo quanto riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH) il 18 giugno.

Questo dispiegamento, segnalato per la prima volta la scorsa settimana da un gruppo di monitoraggio con sede nel Regno Unito, si concentra nella campagna occidentale di Homs, in particolare nella città di Qusayr e nelle zone a sud di essa, che confinano con i governatorati libanesi di Baalbek-Hermel e della Bekaa. Secondo il gruppo di monitoraggio, le unità sono state dispiegate completamente equipaggiate e da allora sono state poste in «allerta senza precedenti». «La natura delle missioni e degli obiettivi associati a questi movimenti rimane ufficialmente segreta», ha indicato l’OSDH in un rapporto del 10 giugno.

Il 16 giugno, il presidente americano Donald Trump ha suggerito a Israele di lasciare che il presidente siriano Ahmad al-Sharaa «si occupi di Hezbollah» in Libano. «Ho suggerito a Israele di lasciare che sia la Siria a occuparsi di Hezbollah perché, ad essere sincero, penso che se ne occuperebbero meglio», ha dichiarato Trump ai giornalisti in Francia.

«Se Israele non riesce a portare a termine la sua missione [contro Hezbollah] senza uccidere tutti, allora [al-Charaa] se ne occuperà. Se ne occuperà la Siria», ha aggiunto. Non era nemmeno la prima volta che Trump lasciava intendere che gli Stati Uniti fossero aperti all’idea di un intervento siriano contro Hezbollah in Libano.

In un’intervista concessa alla NBC all’inizio del mese, Trump ha elogiato al-Charaa e ha dichiarato che questi era disposto e in grado di aiutare a gestire la situazione con quel gruppo. Tuttavia, il presidente siriano ha successivamente negato categoricamente che la Siria stia prendendo in considerazione un’azione militare contro quel gruppo.

Hezbollah era uno stretto alleato di al-Assad, rovesciato più di un anno fa da una coalizione di ribelli guidata nientemeno che dallo stesso al-Charaa.

Nonostante le smentite di al-Charaa, si moltiplicano le notizie che segnalano un rafforzamento militare siriano lungo il confine libanese, e non solo da parte dell’OSDH. Alcune voci che circolavano sui social network affermavano addirittura che ai mercenari disposti a combattere contro Hezbollah venissero offerti stipendi fino a 1.500 dollari, e che tale denaro provenisse dagli Stati Uniti.

Hezbollah e il suo principale alleato, l’Iran, hanno finora taciuto di fronte alle ultime dichiarazioni di Trump e alle recenti notizie che segnalano un rafforzamento militare siriano lungo il confine con il Libano. Sebbene gli alleati cercheranno probabilmente di evitare a tutti i costi uno scontro con la Siria, qualsiasi azione militare da parte di questo Paese susciterà sicuramente una forte reazione.

I combattimenti potrebbero facilmente estendersi dal confine siriano-libanese a quello iracheno, dove gli alleati dell’Iran non resteranno inerti. Non sono da escludere attacchi diretti della Repubblica islamica contro la Siria. Al-Charaa è certamente consapevole del rischio, ma è altamente improbabile che possa rifiutare una richiesta di Trump, che ha contribuito a legittimare il suo potere. 

venerdì 19 giugno 2026

Invochiamo la Speranza dallo Spirito che abita in tutti noi...

 

Newsletter di giugno dal Monastero Trappista 
Beata Maria Fons Pacis




Carissimi,

vi scrivo in questa solennità della Santissima Trinità, che è anche il 31 maggio, e per noi anche primo anniversario della pasqua di Sr Adriana. Sembra impossibile che sia passato già un anno ! Noi stiamo bene, anche se un po’ “in corsa” perchè l’estate è sempre impegnativa, non abbiamo ancora recuperato sr Adelaide (e si sente!) e gli ospiti sono abbastanza numerosi. Prima di tutto volevo spiegarvi meglio il perchè dell’inizativa dell’adozione degli operai. Qualcuno si è stupito- diciamo anche spaventato- delle cifre, ma evidentemente l’idea non era che una persona o una famiglia sola si addossasse una spesa simile, ed il nostro giro di newsletter è ancora troppo piccolo. Potrebbe essere un gruppo di amici, una parrocchia che decide di sostenere un operaio per un anno. Perchè proviamo a farlo?

Perchè, mentre in tutti questi anni nei quali siamo state ad Azer siamo riuscite a dare lavoro a diverse persone, molti ragazzi hanno potuto con questo pagarsi gli studi in università, ecc, ora non possiamo più farlo. Abbiamo sempre preferito dar lavoro e prodotti in natura piuttosto che aiuti diretti in denaro. Ma era prevedibile che questo non sarebbe potuto durare sempre, e a poco a poco stiamo preparando il terreno per diminuire i nostri operai, dando loro tempo per trovare un’alternativa

Non smettiamo di cercare idee per qualcosa che possa autofinanziarsi, abbiamo aiutato a comprare qualche mucca, una macchinetta per fare spugnette da cucina, e cosi’ via. Ma la situazione è tale che poche cose danno realmente un guadagno.

L’agricoltura non riesce ad essere competitiva con i prodotti che ormai entrano dalla Giordania e da altre parti (un esempio: sul mercato, abbiamo trovato mele dall’Ucraina !??!).

Quest’anno abbiamo venduto un po’ delle nostre fragole, e altre verdure, oltre all’olio e alle tisane di sempre. Ma certo non si pareggiano i conti del lavoro, dei maggio - giugno 2026 concimi, delle attrezzature... Lo stesso per altri tipi di manufatti. Abbiamo pensato a cose diverse..ma nessuna sembra avere prospettive finchè la situazione del paese  non cambia. Falegnameria? La Turchia ha invaso con prodotti a buon mercato.. .Lavorazione del ferro? Panetteria? Formaggio? Tutti i prodotti sarebbero comunque troppo cari per assorbire il prezzo del lavoro e competere sul mercato. E pochi sono quelli che possono permettersi di cercare la qualità. Insomma, è differente pensare a qualcosa come lavoro per noi, come monache, perchè il nostro lavoro è “gratis”. Non facile comunque, ma ci proviamo. Diverso è pensare a qualcosa per la quale dobbiamo pagare degli stipendi. Per questo vi abbiano condiviso la nostra preoccupazione.

Per chi lavora al cantiere, ovviamente, il lavoro rientra nelle spese di costruzione, ed è un’altra contabilità, fa parte delle risorse per la costruzione. 

In questa lettera però vorrei raccontarvi anche della grande attesa che finalmente si è realizzata: abbiamo un cappellano!! Gaudete et exultate....Don Dario è un sacerdote diocesano polacco (quindi, Dariusz), classe 1977, che da diversi anni era sacerdote Fidei Donum in Piemonte, mentre terminava la sua tesi di dottorato con un tema mariano. Qualche anno fa è arrivato tra le sue mani un articolo di un giornalista polacco che parlava di noi, e dove si diceva tra e altre cose che eravamo senza un sacerdote. E così Don Dario aveva promesso a Dio che, se il dottorato fosse arrivato a buon termine, lui si sarebbe reso disponibile. Così è stato, e dopo essere stati in contatto in questi anni, finalmente è venuto il momento di realizzare la promessa..Così il 6 maggio Don Dario è arrivato tra noi, giusto in tempo per celebrare, l’8 maggio, il 30° anniversario dei nostri fratelli di Tibhirine. È qui per ..un tempo lungo, rinnovabile. Quindi speriamo... e cerchiamo di trattarlo bene! Lui sembra contento, e noi felici di recuperare la celebrazione quotidiana della Messa. Che Grazia !

Come diciamo scherzando, è proprio il cappellano che va bene per noi; tanto saldo sulle cose essenziali, quanto “elastico” e adattabile su altre. Per esempio, ahem, sui nostri orari che sono sempre un po’ flessibili, e pieni di imprevisti...Serio, simpatico, semplice... benediciamo il Signore! Una cosa incredibile è che la sua voce, parlando italiano, assomiglia tantissimo, come timbro e come inflessione, a quella di papa Giovanni Paolo II. Soprattutto durante la Messa, nell’uso delle formule liturgiche, se chiudiamo gli occhi...sembra proprio di avere il Papa in mezzo a noi..!

Due parole sui gruppi che quest’anno riprendono un po’ a tornare, nonostante la difficoltà del costo dei mezzi di trasporto. 

Abbiamo ospitato un gruppo di ragazze scout da Aleppo, con il padre gesuita austriaco che era stato da noi a Pasqua. Sono venuti i padri francescani per il loro ritiro annuale, una settimana molto bella di comunione e anche di conoscenza reciproca, perchè alcuni di loro non erano mai stati ad Azer. Poi un gruppo di giovani di rito Siro Ortodosso, di Homs, alla loro prima esperienza di un vero ritiro spirituale, che hanno partecipato quasi interamente al nostro ufficio delle Ore. In questi giorni c’è con noi un gruppo formato da cristiani e musulmani, che opera nell’educazione, nel sostegno delle donne e delle famiglie..

Sono venuti i gruppi dei nostri amici maroniti di Aleppo e di altre parti. Verranno i sacerdoti Armeni per il loro ritiro annuale, con il loro vescovo...

Insomma una esperienza bella che ci lega di più alle varie comunità siriane. E che ci fa sentire in modo più ampio il vissuto del paese. 

Fra gli “ospiti” nuovi non si possono dimenticare alcuni conigli – forse lepri- che cominciano a fare qualche visita ai nostri campi..Sono carini, e speriamo che non proliferino come le talpe che abbiamo dappertutto..Altrimenti sono guai seri... 

I lavori continuano per quanto riguarda la pietra, e l’abside è davvero bella, non ci si stanca mai di guardare la luce sulla pietra e le linee armoniose.

Ultima settimana di revisione degli impianti, con Charbel e degli ingegneri di Homs, e poi dovrebbero cominciare “gli appalti” e il lavoro sugli impianti. 


Abbiamo avuto anche due occasioni in questi ultimi due mesi che ci hanno permesso di sentire un po’ direttamente il clima che si respira in Siria. Per tre giorni, sr Carinia, sr Liliana ed io siamo state ospiti dei Francescani ad Aleppo, occasione per visitare le varie comunità cristiane e per le sorelle nuove di vedere per la prima volta Aleppo e la realtà di una grande città siriana.

Poi, per poter fare alcuni documenti per la residenza del cappellano, con lui e sr Mikaela siamo andate un giorno a Hama, con l’occasione di girare abbastanza a piedi nell’attesa del documento.

Ad Aleppo, l’impressione è di comunità che stanno trovando un loro equilibrio, non si sente il conflitto Sunniti-Sciti che vi è in altre parti, ma comunque si percepisce una certa preoccupazione e stanchezza, anche perchè la città che era il polo industriale della Siria ora si ritrova senza lavoro in molti settori, anche a causa della concorrenza invadente della Turchia.

L’islamizzazione è evidente, palpabile per me che da più di tre anni non avevo visitato la città: a partire dai negozi, dalle vetrine di abbigliamento del centro, che hanno cambiato completamente stile... Ad Hama, ancora di più. La gente in realtà con noi è estremamente gentile, tranne pochi casi. Davanti all’ingresso delle Norie romane, le antiche ruote di legno che trasportavano l’acqua attraverso la canalizzazione muraria in parte ancora presente oggi, un cartello che rappresenta una donna divisa a metà: sulla sinistra, un abbigliamento musulmano, ma “moderno”. Pantaloni, un velo ma semplice, cioè che lasciava vedere il viso, una maglia a maniche lunghe ma di un colore chiaro. A destra, il “vero“ modello da seguire: una donna tutta coperta di nero, compresi i guanti sulle mani, e una piccola fessura per gli occhi. In realtà, per strada c’era di tutto, donne completamente velate in nero ma anche tante musulmane con veli semplici e colorati..

Ma questo dice di un clima, che si respira, e dove molti degli stessi musulmani si sentono a disagio... In fondo tutti sentono che cosi’ non può andare avanti a lungo, l’acqua non bolle ancora ma si sta riscaldando ogni giorno di più.

Cosa dirvi della situazione dal punto di vista cristiano? Quando ascolto alcune testimonianze sulla Siria, oggi- e in genere sono testimonianze di occidentali, come siamo anche noi, che vivono qui in Siria-resto molto perplessa. I nostri criteri di analisi storica e di prospettiva, che io apprezzo, ovviamente, che fanno parte del modo in cui sono stata educata, e che fondano il mio modo di vedere le cose...mi sembrano mancare di un dato di realtà; e la cosa mi interroga, ovviamente.

Il dato di realtà a mio parere è questo: mentre noi riflettiamo su come dovrebbero porsi i Cristiani, sulle minoranze che devono conquistare la loro indipendenza sociale, sulla necessità di dialogo e impegno nella società civile così come è data ora, sul senso e il compito della presenza Cristiana... Mentre proponiamo tutto questo, i Cristiani, se appena possono, se ne vanno. Uno dopo l’altro. Per tanti motivi.

Stanchezza, paura, incertezza, mancanza di lavoro.. Ma uno dei principali fattori di emigrazione, almeno nei villaggi, è la preoccupazione dell’educazione dei figli, di fronte ad un sistema scolastico diventato povero di insegnanti e molto ideologico. Sarebbe fondamentale che ci fossero scuole, scuole vere che formino le persone. A volte mi da’ tristezza, anche un po’ delusione forse, che sembrino non comprendere l’importanza di restare, e di restare “in un certo modo”. Che a volte le chiese sembrino cosi’ “lente”, lontane da una visione in prospettiva..

Ma è importante scegliere di amarle, e di camminare insieme...Trovo un po’ ingiusto dire che i Cristiani solo rimpiangono i loro privilegi: di fatto, c’è più paura; adesso in molti c’è la sensazione di essere tollerati quasi come ospiti. Certo è importante non cedere a questi sentimenti, ma io posso scegliere di resistere a partire da un’educazione che ho ricevuto, che ha formato la mia identità, grazie a tante esperienze e possibilità che mi rendono libera nelle mie scelte, aldilà del contesto che mi circonda. 

Probabilmente è inevitabile che una generazione o due partano...Ma occorre lavorare qui sulla formazione, formazione umana e spirituale. Con la generazione un po’ più adulta, e certo con i giovani che restano. Formare i formatori, che preparino il terreno, perchè un domani i Siriani emigrati che si volgeranno indietro- e ce ne saranno- trovino qualcosa a cui guardare.

Non so, sono pensieri che vi condivido così, senza pretesa, e senza un discorso strutturato, solo con la sensazione che per pensare il futuro bisogna guardare a..un po’ più in là. Mah, ci vorrà tempo, e pazienza. E speranza.

Il tempo lo amministra il Padre, la pazienza ce la insegna Cristo; la speranza la invochiamo dallo Spirito che abita in tutti noi...

Suor Marta Fagnani e le sorelle di Fons Pacis

mercoledì 10 giugno 2026

L’IMPORTANZA DELLA SIRIA NELLA STORIA DELLA CIVILIZZAZIONE

Durante gli oltre trenta anni trascorsi in Siria ho avuto la fortuna di conoscere tante persone speciali che hanno frequentato la nostra casa e arricchito la mia vita. Uno di quegli incontri felici è stato con il Padre francescano I. M. Ceccherelli, un appassionato studioso del Vicino Oriente.

Era il lontano 1989 quando di passaggio nella città di Latakia fu invitato a tenere una conferenza presso l’Università locale. Da allora restammo in contatto epistolare.  Poco tempo fa ho trovato per caso tra le pagine di un libro i fogli ingialliti di quella conferenza e, rileggendoli, ho provato una profonda emozione al pensiero di quei giorni lontani. La Siria era allora un luogo felice, in confronto alla tragica devastazione che ha subito negli ultimi quindici anni.

Nel 1995 lo incontrai nuovamente a Figline Valdarno dove risiedeva. Trascorsi un’intera giornata insieme a lui in belle chiacchierate e mi donò il suo ultimo libro con una dedica che recitava ‘’ A Maria Antonietta, le vie sono tante e diverse, ma ci troveranno sempre uniti’’.

Il Padre Ceccherelli non c’è più, ma nel ritrovare i vecchi fogli della sua conferenza, che non so capire come siano rimasti con me quando ho lasciato la Siria dopo l’inizio della guerra, mi è sembrato che le nostre vie si incrociassero di nuovo. Forse un messaggio, per me e per chiunque ami quello straordinario Paese ora dilacerato, che la speranza di una sua rinascita, malgrado lo scoramento che oggi ci pervade, non può e non deve morire? 

Maria Antonietta Carta

Ugarit. Primo alfabeto


Conferenza del P. M. Ceccherelli all’Università di Latakia. 

Anno 1989

In questo mio discorso cerco di presentare storicamente e con l’ausilio delle ultime acquisizioni linguistiche un evento che dà la spiegazione del sorgere della civiltà occidentale: evento che noi poniamo nella decisiva influenza della vicina cultura dell’Oriente in cui parte importante ha il mondo siriano, che ci risulta come centro e ponte di comunicazione delle espressioni più valide e più antiche di civiltà. Quando queste forme qui nell’Oriente vivevano e fiorivano, l’Europa e le regioni del Mediterraneo occidentale non potevano offrire proposte di una cultura che superasse il periodo neolitico. D’altra parte, le notizie e le informazioni che le scoperte archeologiche e linguistiche danno ci presentano una decisiva superiorità del mondo orientale, dove si è formata la civiltà metallurgica e dove è avvenuta l’invenzione della scrittura, mezzo assolutamente necessario per la trascrizione della storia del passato.

Con tutta la buona volontà e il desiderio di evidenziare un apporto europeo e nazionalistico alla civilizzazione, che si è tentato di dare, si offre però un insieme insufficiente e inadeguato di proposte che nella realtà sono poco più che nulla in una prospettiva storica. Quello che possiamo affermare è che l’ambiente occidentale aveva una grande potenzialità di recezione, che del resto è avvenuta in un tempo relativamente breve e, sotto la spinta greca, etrusca e latina, assai efficace; ma solo questo. Anche le varie civiltà dell’ultimo millennio a.C. sono localizzate in dati punti e ricche localmente di residui archeologici che provengono da Oriente; ma qualcosa di vasto, duraturo ed efficace non appare.

La storia culturale dell’Europa si inizia in modo visibile dopo il 2000 a.C., ma sempre in modo locale e non assolutamente chiaro e incisivo: che sia sua invenzione o sviluppo o complemento di altre culture.

Nella trattazione presente cerco di seguire le tappe della civilizzazione orientale e i mezzi di trasmissione di questa cultura, toccando i momenti principali e il lavorio interno di popoli che consideriamo i protagonisti di una civiltà che per ragioni storiche particolari si sono trovate in circostanze e condizioni favorevoli, comunicate prima all’ambiente vicino, cioè al Mediterraneo orientale, e poi a quello più lontano, che potrebbe essere anche oltre il Mediterraneo, in tutte le direzioni delle ‘’quattro regioni’’, come accennano le tavolette di Ebla e i titoli onorifici dei suoi re. Infatti, questo che può sembrare un vanto retorico di grandezza politica, trova giustificazione nella posizione geografica della Siria, che appare realmente centro geografico volto verso tutte le direzioni dei punti cardinali.

Il mio discorso non è fatto semplicemente per compiacere il vostro orgoglio di essere Siriani, ma per affermare soprattutto quale è la verità e la realtà delle cose.

Non nego certo l’importanza della Mesopotamia propriamente detta e dell’Egitto, che hanno lasciato segni indelebili di opere grandiose dal IV millenni a. C. e da tanti altri documenti e monumenti certamente anteriori. Queste opere, scoperte nel secolo passato e conservate dal velo inesorabile del deserto, che dopo l’ultimo re babilonese e dopo le ricostruzioni effimere greche e romane, ha coperto tutto e chiuso implacabilmente ogni notizia, salvando però allo stesso tempo sia la testimonianza della loro esistenza sia la ricchezza dei documenti della prima scrittura.

La Siria invece da sempre è stata percorsa da popolazioni ed eserciti che ne hanno trasformato la faccia in ogni secolo, rovinando, deturpando e distruggendo tante testimonianze antiche che sono andate perdute, anche se attualmente possiamo nutrire la speranza che, come è accaduto per Ebla, Mari, Ugarit, ritornino alla luce.

Comunque vi sono alcune realtà e fatti che ora appaiono più evidenti e provativi, per il fatto che spostano l’esistenza della civiltà siriana in termini contemporanei alle prime e più antiche manifestazioni civili della Mesopotamia e dell’Egitto. Infatti, oltre alle testimonianze acquisite dalle scoperte recenti di Ugarit, Mari ed Ebla, ritornano all’attenzione degli studiosi le date della fondazione delle città più antiche della storia in cui emergono Damasco, Aleppo e Gerico, che risalgono addirittura al IX millennio a.C., date conosciute, ma a cui forse non si dava grande rilievo.

Attualmente invece, di fronte a certe scoperte archeologiche, che riportano con certezza l’esistenza di località abitate in lontani millenni, è confermata la reale esistenza di queste città più antiche che noi possiamo conoscere sempre nell’ambiente siriano.

Il mio viaggio lungo l’Eufrate e un incontro fortunato mi ha confermato in questa opinione. Seguendo le antiche strade carovaniere della Siria nel tratto dell’Eufrate da Mari fino alla confluenza con il fiume Balikh verso la via di Harran ho costeggiato il lago artificiale Assad, che ha nascosto per sempre luoghi di interesse archeologico, studiati però prima della costruzione della diga come mi ha informato l’ingegnere Abdallah Hggiar di Aleppo. Ho avuto la sorpresa, parlando col predetto studioso, di conoscere l’età di luoghi venerandi per antichità lungo le rive dell’Eufrate detto a ragione ‘’fiume via della civiltà’’, che risalgono, come Mureibat, a 8500 anni a.C., Habuba, al 4.000 a.C., Mumbaqat, Tell Halawa, Tell Kannas al 6000-4000 a. C., Tell Aruda con due templi del 3800 a,C. e potrei continuare…

A Raqqa, il Balikh, che confluisce nell’Eufrate, ha le sue rive verso Harran e Urfa disseminate di tell di età antichissima. Come pure le rive del fiume Jabur, che parte da Tell Half sede dell’antica civiltà Halafiana. Avevano ragione quindi i re di Ebla a chiamarsi ‘’i re delle quattro grandi regioni’’, ponendosi al centro di una grande regione che aveva come suoi confini il misterioso Nord dell’Asia Minore, il grande ‘’fiume’’ cioè il mare con le isole delle genti, il territorio dei fiumi inondanti (il Sud), in cui confondevano Arabia e India.

Siria, III millennio a.C.

C’è un nome nell’antica lingua accadica, che mi ha sempre fatto impressione: assaru, che i maggiori studiosi hanno tradotto con ‘’ordinare, sorvegliare, provvedere’’ e nella sua forma derivata assuru, ‘’colui che bene ordina’’. Assur, dio principale assiro, può così agevolmente legarsi al senso di ‘’capo, dio toponimo, principe’’. Questa parola, legata al termine ‘’Assiria’’ e ‘’Siria’’, si riferisce al territorio dell’alto Eufrate e Tigri, e realmente potrebbe significare ‘’ il centro da cui si ordina e si dirige’’. Per i Semiti, poteva essere la loro terra, centro delle reali direzioni geografiche, commerciali e militari. È una ipotesi suggestiva, con tutti i limiti che proposte di questo genere consigliano, ma che nella realtà fu usata per primi dagli Assiri e dopo dai Babilonesi. Comunque il termine si riferisce ai territori siriani e poi della Valle dei Fiumi, che per la terminologia occidentale divengono Oriente, mentre il termine vero e proprio dovrebbe essere ‘’il centro’’; tanto più che il vocabolo Canaan significherebbe ‘’gli Occidentali’’.

Si sa che per gli antichi la direzione dei Fiumi Eufrate e Tigri significava il Nord. Questo uso delle direzioni divenne generale. Anche per i Greci vi era un centro: la loro terra, mentre Oriente era accad. ‘’asu’’ Asia il sorgere del sole o anatolé –Anatolia- ‘’dove il sole si alza’’, mentre Occidente era ‘’erepu’’ – Europa - il tramonto, e atalu Aithalia – Italia- ‘’la terra della sera’’, detta da loro anche Esperia, la terra della sera.

Si comprendono così i vanti di Ebla, che saranno poi i vanti di Sargon il grande, perché sanno di essere’’il centro del loro mondo’’, quello cioè da loro conosciuto.

Da qui parte la storia, quella che per ora noi conosciamo, e la conosciamo per merito degli inventori della scrittura, i Sumeri e i Semiti.

E in questi momenti decisivi per la civiltà, la Siria ha avuto una parte importante: quella di mediatrice di una cultura e civiltà in espansione, secondo gli studiosi testimoniata nella proiezione indiana, e forse anche cinese, e in quella europea fino alle isole britanniche, a proposito di culture megalitiche di probabile origine orientale. Evidentemente dobbiamo avanzare con cautela nelle nostre affermazioni, perché la mancanza di documenti chiari prima del V millennio, cioè prima della manifestazione della prima scrittura, ci deve far prudenti. Però se noi dobbiamo giudicare le cose da quello che ora conosciamo, dall’archeologia e dalla linguistica, dalla posizione geografica immutabile della Siria quale ora è, e da una certezza di vita civile nota e reale quale si manifesta nei periodi storici, è inevitabile e logico pensare a una preparazione di millenni antecedenti alle date testimoniate del IV millennio, che ci suggeriscono di presupporre una vita culturale viva, che prepara e spiega il fiorire di una civiltà grandiosa e quasi perfetta quale risulta dai templi, palazzi, realizzazioni civiche, agricole, idrauliche, industriali e artigianali mesopotamiche, egizie ed eblaite. La realtà quindi dell’antichità di Damasco, Aleppo e delle località siriane dell’altro Eufrate sono argomenti certi di una seppur lenta maturazione che trova il suo compimento nel millennio della primitiva scrittura. Infatti, qui l’ambiente che noi chiamiamo il momento natufiano e halafiano ha trovato un reale sviluppo che ha favorito un modello di vita civile che piano piano maturandosi con l’esperienza e i rapporti reciproci ha creato il primo progresso razionale agricolo e il celebre ‘’metodo di conduzione asiatico’’ fonte di ricchezza e di miglioramento di prodotti insieme all’addomesticamento degli animali utili all’agricoltura e ai trasporti commerciali.

In questo pulsare di novità e di attività umane, appare la civiltà del rame a cui segue quella del bronzo, una vera rivoluzione culturale che cambia il vivere e l’attività degli uomini del tempo. Questo spiega a sufficienza le novità militari e le fortunate imprese dei Sumeri e dei Semiti, detentori di mezzi e di segreti, che la ricchezza acquisita aveva loro procurato. Circa la civiltà del ferro, personalmente sono poco convinto della precisione delle ‘’categorie’’ degli studiosi sul sorgere di questo particolare momento. Io penso che tante cose siano maturate precedentemente ai dati comunemente trasmessi e accettati. Chi vivrà vedrà apparire notizie che riguardano la presenza del ferro molti secoli avanti le date ufficiali. Il mondo antico come appare dalle proiezioni orientali ed egizie è un mondo misterioso e pieno di impensati segreti, che via via scopriamo.

Le nostre categorie si sono formate seguendo una razionalità di tipo scientifico occidentale che pretende di giudicare fatti di millenni fa con una visione slegata da espressioni e criteri tipici orientali, portandoci a una scolasticità che via via crolla di fronte alle luminose scoperte archeologiche e linguistiche. Presenta inoltre una mentalità che vorrebbe far credere che noi moderni siamo i più bravi, i più dotti, i più equilibrati giudici , come possessori di una vita civile e culturale perfetta nelle sue conquiste, mentre in realtà non sappiamo moderare i nostri progressi con la saggezza di vita e di misura degli antichi, dando valore alle conquiste materiali e non tenendo conto dei valori dello spirito. Ne consegue che potremmo risultare i distruttori delle nostre vittorie scientifiche, che appaiono già effimere e soggette a minacce incombenti. Infatti, mentre le acquisizioni degli antichi sono armoniche e legate a leggi universali rispettose dell’uomo e del futuro, i moderni nella visione egoistica del profitto e del risultato immediato creano traumi ecologici, sociali ed economici, che preoccupano, in una visione responsabile sistemica della vita, legata intimamente tra sé nei rapporti reciproci delle componenti umane. La mia è una parola di riflessione e di invito alla responsabilità, non volontà di denigrare la civiltà occidentale e moderna che, per quello che interessa noi, con i ricercatori e gli studiosi dei due ultimi secoli, ha saputo riscoprire e valorizzare in modo veramente esemplare i segni del passato civile vanto della vostra terra. Il patrimonio siriano è frutto anche di questi studiosi umili, intelligenti e disinteressati, che hanno preparato alla Siria un avvenire pieno di interesse per gli ammiratori e ricercatori del bello e del grande del passato. Vi presento prima di tutto quello che mi ha colpito esaminando e ripercorrendo le vie dell’antica civiltà siriana, per poi passare all’accenno linguistico che è la conferma splendida dell’influsso che la prima scrittura e il primo alfabeto hanno operato da qui nel mondo. Per essere semplice, ho preso un’antica carta geografica del vostro paese, ricavandone l’impressione netta che questa terra era la crocevia dei movimenti marinari e terrestri e della comunicazioni internazionali commerciali e culturali del tempo.

Sigillo cilindrico del secondo regno di Mari (XXV secolo a.C.)

 

Vi è un luogo importante e fondamentale, passaggio e scambio di idee, di prodotti, di commerci e di ricchezze; è la città di Mari da cui si dilungavano le vie principali verso il corso dell’Eufrate, lungo la via detta ‘’dei patriarchi’’, che si volge poi per due direzioni: quella del fiume Balikh, che porta nell’interno dell’Asia Minore, regione che sarà poi la terra degli Ittiti, e la Cappadocia dove si trovava anche una importante colonia assira. L’altra, per Aleppo, continua il suo percorso fino al Bosforo, per unirsi alle vie che penetrano nel continente europeo in tutte le direzioni, la via del Danubio e quella verso il Baltico. Da Mari si ha la comunicazione con il continente asiatico e con le vie terrestri che portano verso l’India e la lontana Cina. Ancora da Mari, una via ardita ma importante unisce a Palmira che a sua volta era l’emporio dei commerci con il Sud arabico e unisce il mare Mediterraneo attraverso Damasco che, a sua volta, collega la Siria alla Palestina e all’Egitto. A Petra avveniva la congiunzione con la via’’degli aromi e dell’incenso’’ dove facevano capo le vie del deserto arabico occidentale. Era tutto un pulsare di vita, che attraverso il punto centrale della Siria collegava tutto il mondo conosciuto. 

Principali città della Siria nel II millennio a. C.

A questo punto resta da dire quella che è la sintesi storica del nostro discorso. I nomi di Tiro, Sidone, Biblo, Ugarit, Alalak, Al Mina. Questi centri, oltre a recepire il commercio euro-afro-asiatico portano il nome di Oriente e delle sue realizzazioni e capacità nei luoghi più lontani e impensati di cui non sappiamo ancora con precisione l’arditezza e l’avventurismo. Certe tra le altre, le isole Canarie e le Azzorre frequentate dalla marina fenicia per il prezioso murice che dava il colore più vero alla porpora. Ultimamente, si è scoperto che Londra vive e prospera già nel II millennio a. C. con oggetti e ceramiche di chiara origine orientale. Sono questi accenni di ciò che doveva essere l’attività dei vostri antichi padri, che sapevano portare il loro nobile e prezioso lavoro fino agli estremi confini della terra contribuendo alle scoperte più impensate, che possono essere paragonate alle nostre conquiste spaziali.

La visita che l’anno scorso ho fatto alla mostra dei Fenici in Venezia mi ha fatto ammirare con magnifica violenza l’ardimento e l’apporto di quei navigatori che hanno reso le coste siriane e fenicie la ‘’porta dell’Oriente’’ nelle sue comunicazioni di affari e di idee con le terre occidentali. Sono gli eredi di Ebla, di Mari e delle antichissime vostre città di Damasco e di Aleppo. Credo infatti che le esperienze culturali, artigianali, politiche, finanziarie, tessili di Ebla siano state ereditate dagli abitanti della costa. A questo punto vorrei esprimere una opinione personale. Gli abitanti della costa, come li chiamavano gli Egizi, cioè le popolazioni che dalle Porte della Cilicia comprendevano i vari stati siriani e fenici avevano un senso politico altissimo di misura e di saggio equilibrio che ha loro permesso di essere forti, in tante tempeste e secolari vicissitudini, e sopravvivere con uno spirito di indipendenza e di adattamento che guardava nello stesso tempo alla realtà di uomini liberi e alla necessità di salvaguardare il loro commercio fonte di ricchezza e pungolo fortissimo di ricerca culturale. E questa saggezza millenaria, bene immenso e necessità di vita l’hanno difesa con acuta lungimiranza e con accanimento, quando a Tiro resisterono ad Alessandro Macedone che, - lo sentivano – avrebbe spostato lontano da essi l’equilibrio politico e commerciale. In certo senso però gli eredi di Alessandro gli dettero ragione poiché la capitale del loro regno fu riportata sulla costa siriana con la capitale Antiochia. Questi mercanti avevano anche un’altra qualità: sono stati sempre un popolo giovane attivo e intraprendente non legato a schemi ideologici e a tradizioni che il tempo antico aveva reso sacre, venerande e intoccabili. Erano volti alla praticità e alla concretezza e al senso del risultato utile e immediato come sono i mercanti e i commercianti. Le posizioni ieratiche e sacre dei popoli mesopotamici e degli egizi erano per loro impedimenti a un agire opportuno ai tempi e alle loro necessità, frenando e costringendo. L’hanno dimostrato con la semplificazione della scrittura precedente, complessa e insopportabile per un uomo che non ha tempo da dare alle troppo lente meditazioni e non sente il patrimonio di altri come proprio. Ne è derivata la nascita dell’alfabeto, semplice e funzionale. Ciò è stato compiuto a Ugarit da cui è partito e attraverso i Greci, gli Etruschi e i Latini è divenuto la voce espressiva del mondo civile. Ma la mia riflessione non guarda tanto questo fatto conosciutissimo, quanto una conseguenza importantissima che ne è derivata. Gli scribi ugaritici con la loro sapienza marinara e geografica per il possesso della scrittura e dell’alfabeto si sono imposti alla poca cultura dei popoli mediterranei e dell’Europa nei luoghi frequentati, favorendo comunicazioni ed espressioni che solo essi potevano fissare in modo preciso e ufficiale ciò che sapevano e che gli altri non sapevano. Le loro carte nautiche, la loro qualificata presenza e il loro interesse sono stati determinanti. Termini e voci orientali si vedono chiaramente nelle parole più antiche dei luoghi, città, monti e fiumi, che solo chi aveva la scrittura ed era interessato poteva scrivere e conservare. Se poi si riflette che l’accadico prima e l’aramaico dopo sono state la lingua ufficiale delle comunicazioni internazionali e commerciali, la cosa può sembrare più persuasiva.

A questo punto si inserisce il discorso linguistico.

Le nostre esperienze filologiche-glottologiche e lo studio comparativo delle lingue semitiche e indoeuropee ci portano ad affermare o una antica unità linguistica del mondo euroasiatico o un’influenza delle voci orientali ricche di valori civili e culturali, di fronte a un mondo considerato sprovvisto allora di questi beni anche nel modo più elementare, immerso come era nel momento paleolitico e neolitico durante il fiorire delle civiltà sumere, semitiche ed egizie. Hanno quindi subìto l’influenza di popoli più aperti e più progrediti nel medesimo modo che in seguito il latino dominerà l’Europa, l’arabo il mondo islamico e ora l’inglese con la sua influenza nel terzo mondo di cultura esile e diviso in numerose e insufficienti espressioni linguistiche. Sono convinto, pur nel rispetto della storia e delle ricerche e delle scoperte archeologiche odierne, che l’elemento più puro e più certo è la parola, chiave sicura che riflette più di ogni altra cosa le caratteristiche storiche, ambientali di popoli e paesi.

Attraverso l’esame di termini di corsi d’acqua, di monti, di località abitate, di certi vocaboli pieni di fascino segreto e delle direttrici antichissime di strade e di rotte marine si perviene a penetrare valori nascosti e luminosi che ci possono aiutare a scoprire impensate verità. Per cui, superando e ampliando l’impostazione finora ufficiale degli indoeuropeisti, l’esame della parola, dei suoi significati e dei valori locali e ambientali trasmessi e che essa contiene, ci fa scoprire un influsso, se non una radice comune, in centinaia e addirittura in migliaia di parole semitiche ed europee sia nei nomi dei luoghi, dei fiumi, dei rilievi, delle manifestazioni del divino, sia nelle forme più usuali e comuni del nostro parlare antico e moderno. A ragione quindi lo storico americano Childe Gordon scriveva: "L’errore di separare la Grecia dalla sua matrice orientale e di attribuire una importanza straordinaria e sproporzionata alla sue caratteristiche, che si sono fatte uniche, e alle sue innovazioni invece che sviluppi, ci ha resi ciechi all’evidenza.’’

Io vedo la Siria così: la vostra nazione è stata nel passato mediatrice di civiltà che ha avuto nel suo seno e che ha recepito da ogni parte, contemperandola con gli antichi valori e comunicandola a ogni parte del mondo conosciuto, divenendo un centro di vita in cultura semplice e funzionale, come ha fatto con l’alfabeto. Ha quindi assommato esperienze immense per il valore e la genialità e la praticità dei suoi abitanti. Il mio voto è che la Siria risponda sempre anche nel futuro a questa vocazione e mediazione laboriosa ed efficace dei suoi abitanti, di voi cioè che di questo riflesso e di questo respiro aperto e universale, siete gli eredi e, penso, gli eredi fedeli.

Padre Ignazio Marino Ceccherelli

Ignazio Marino Ceccherelli dopo gli studi classici si dedicò alla storia e alla linguistica del Vicino Oriente e scrisse diversi libri di grande interesse.

Bibligrafia

Alle Fonti della Civiltà, il Fauno ed.1986

Il Vento d’Oriente, Ed. I.E.I Firenze 1989

Fermati o Sole, Se Galileo l’avesse saputo, Ed. Centro studi Sardini, Bornato, 1992

Dizionario di nomi orientali, biblici, classici, Ed. Centro studi Sardini, Bornato.

Le Antiche Strade, dai Sumeri (3500 a. C.)alle strade romane, Ed. Maria Pacini Fazzi, 1995


giovedì 4 giugno 2026

Erdogan inonda la Siria orientale


 A cura della redazione del Syrian-Lebanese Daily

La Siria orientale è stata colpita da gravi e diffuse inondazioni, causate dal drastico aumento della portata e del livello del fiume Eufrate, dovuto all'apertura completa delle paratoie a monte della diga di Atatürk in Turchia. Le province orientali di Hasakah, Raqqa e soprattutto Deir Ezzor sono state gravemente colpite, con ingenti danni a terreni agricoli, infrastrutture e aree residenziali, sia rurali che urbane.

Le diffuse inondazioni nella Siria orientale hanno spinto le autorità ad aprire le paratoie della diga dell'Eufrate per la prima volta dal 1988, in seguito agli avvertimenti di un innalzamento senza precedenti del livello del fiume dovuto alle forti piogge e all'aumento del flusso d'acqua proveniente dalla Turchia a monte.

Secondo i dati ufficiali, il governo turco di Erdogan ha aperto le paratoie della diga di Atatürk, rilasciando una portata stimata di 2.000 metri cubi al secondo, una cifra significativamente superiore alla media degli anni precedenti. Ciò ha causato un rapido innalzamento del livello del fiume, che è poi defluito da nord, raggiungendo il territorio siriano. Nel giro di pochi minuti, in Siria il risultato è stato: inondazioni, città e villaggi in stato catastrofico senza il minimo supporto, perdita totale dei settori agricoli, campi di grano completamente allagati, persino vittime, isolati settori, ponti crollati, reti idriche interrotte, tra le altre disastrose conseguenze.

Per 10 anni, durante la guerra per il cambio di regime imposta alla Siria, la Turchia, sfruttando la sua posizione dominante sulle vitali risorse idriche come arma strategica, non ha permesso il passaggio delle acque dei fiumi Eufrate e Tigri verso la Siria (o l'Iraq), nonostante i lunghi periodi di siccità e le conseguenti necessità dei paesi confinanti a sud.

Questa settimana, alla vigilia della celebrazione dell'Eid al-Adha, una data cara al mondo islamico (di cui Erdogan intende presentarsi come un alto leader e rappresentante), senza alcun coordinamento o misura preventiva, l'amministrazione del neo-sultano di Ankara ha deciso di aprire tutte le paratoie della mega-diga di Atatürk.

Il Ministero dell'Energia siriano ha segnalato il continuo innalzamento del livello del fiume Eufrate e ha sottolineato che l'Autorità Generale della Diga dell'Eufrate sta monitorando la situazione idrica 24 ore su 24, alla luce del notevole aumento della quantità d'acqua proveniente dal lato turco. Il ministero ha dichiarato che l'attuale aumento è dovuto all'intensa stagione delle piogge e all'apertura, da parte delle autorità turche, delle paratoie delle dighe situate lungo il fiume, che ha provocato flussi d'acqua definiti "senza precedenti". Gli uffici provinciali dell'Autorità Generale per le Risorse Idriche nei governatorati di Aleppo, Raqqa e Deir ez-Zor hanno annunciato di aver adottato misure preventive per far fronte alle conseguenze dell'innalzamento del livello dell'acqua, dopo che le inondazioni hanno sommerso ponti, strade, terreni agricoli e abitazioni in diverse zone.

L'agenzia di stampa statale siriana SANA ha segnalato allagamenti nelle aree urbane e rurali della provincia di Deir ez-Zor, dove l'acqua ha sommerso un ponte di terra e reso inutilizzabili molti altri, danneggiando anche terreni agricoli e abitazioni. Allagamenti simili sono stati segnalati nella vicina provincia di Raqqa. Il Ministero dell'Energia ha spiegato che i bacini idrici delle dighe siriane hanno raggiunto oltre il 98,5% della loro capacità di stoccaggio, il che non consente più di assorbire ulteriori quantità d'acqua senza compromettere gli standard di sicurezza operativa, rendendo necessario deviare grandi quantità d'acqua nel fiume.

Ai residenti è stato raccomandato di prestare la massima attenzione e di tenersi lontani dalle rive dei fiumi e dai corsi d'acqua, mentre prosegue il monitoraggio della situazione idrica e vengono adottate le poche misure possibili, nell'ambito di quanto necessario, per proteggere i residenti e le infrastrutture.  Per gli abitanti di Deir ez-Zor, capoluogo dell'omonima provincia, l'innalzamento del livello del fiume non è più un fenomeno stagionale, ma si è trasformato in pochi giorni in una crisi umanitaria e di sussistenza, evidenziando la fragilità delle infrastrutture del governatorato dopo il crollo dei ponti provvisori e l'interruzione del traffico tra le due sponde della città. L'acqua ha allagato diverse strade del centro città e delle zone circostanti, mentre le autorità locali hanno evacuato diverse aree e messo fuori servizio circa 50 stazioni di pompaggio dell'acqua e centrali elettriche.

Con l'esondazione del fiume, sono crollati un ponte di barche in terra e un ponte militare, entrambi costruiti negli ultimi anni come soluzioni di emergenza per sostituire i ponti originali distrutti dagli anni di guerra imposta in Siria. Il crollo di queste due vie di comunicazione essenziali ha isolato i distretti di Shamiyah e Jazeera. Di conseguenza, il traffico di traghetti e imbarcazioni è stato interrotto a causa delle forti mareggiate e delle condizioni pericolose per la navigazione fluviale.

Nonostante le rassicurazioni delle autorità sul fatto che le dighe di Tishrin, Tabqa e Mansoura rimangano entro i limiti tecnici di sicurezza, la crisi ha riacceso il problema dei ponti distrutti nella Siria orientale, che non sono ancora stati completamente restaurati nonostante la loro vitale importanza per la popolazione. Nel frattempo, la crisi umanitaria si sta aggravando.

https://www.diariosiriolibanes.com.ar/Actualidad/Siria/Erdogan-inunda-el-este-de-Siria