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domenica 17 maggio 2026

La speranza per la Siria è dentro questi volti: sosteniamoli

 

Azer, maggio 2026 

Carissimi,

mentre il caldo avanza a grandi passi sarebbe ora di raccontarvi qualcosa di questi tempi. Lo farò presto, ma oggi vorrei presentarvi una cosa particolare, una campagna di raccolta fondi che stiamo lanciando. Una campagna importante per noi, come vi spiego più avanti. L’abbiamo intitolata “Adotta un operaio!”.

Sapete che non solo politicamente, ma anche socialmente la situazione in Siria è drammatica. Niente lavoro, ma costi alle stelle. Per dirvi: le bollette della corrente che stanno arrivando alle famiglie sono astronomiche, due milioni di lire siriane (diciamo 150$), bollette per le luci e un frigorifero, diciamo anche una lavatrice... E lo stipendio base di un impiegato statale è di 800.000 lire siriane, circa 60$.

La gente ovviamente non le paga, e lo Stato comincia a bloccare i cavi agli insolventi. Sappiamo che la situazione è difficile ovunque, anche in Italia e nel resto del mondo la vita è diventata difficile, e che già molti di voi ci sostengono generosamente... 

Ma provate per favore a diffondere questa campagna...e chissà che in questo mese di Maggio Maria benedica la nostra ricerca di adozioni... Adottare un operaio è importante, perchè significa adottare una famiglia. Sapete come noi abbiamo cercato di dare sempre lavoro in questi anni..il più possibile, compatibilmente con le nostre possibilità. 

Ma ora le nostre risorse sono poche, e non so fino a quando potremo aiutare. Nel nostro villaggio, formato da 120, 130 famiglie, già più di una quarantina di case hanno chiuso, cioè tutti i membri sono andati all’estero, senza pensare ad un ritorno possibile.

All’interno delle famiglie che ancora restano, molti sono i giovani che sono partiti, resta soprattutto la generazione dai cinquanta in su..C’è ancora qualche famiglia giovane, per questo facciamo di tutto per dare lavoro almeno a qualcuno, perchè possa restare, e restare con un po’ di dignità.

  Ecco i nostri operai:

Charbel, 40 anni, lavora al monastero da 16 anni. Ha 3 figli, scalpellino di base ma ormai esperto un po’ di tutto il cantiere e di tanto altro. Ha cominciato a lavorare da piccolissimo.

Raymond, 47 anni, 4 figli e una bimba in arrivo. Scalpellino da quando aveva dieci anni, e ha cominciato a lavorare col papà.

Hibrahim, 47 anni, un figlio e una figlia...Sempre gentilissimo, segue un po’ tutti e procura tutto quel che serve nei vari lavori, e aiuta dove serve.

Camil, 39 anni e tre bambine. Un po’ elettricista, un po’ muratore, un po’ coltivatore.. Un gran lavoratore.

Hasib: anche lui scalpellino, 39 anni e tre figli. Operaio silenzioso e meticoloso.

Amid: ha 41 anni, sposato, con un bambino, fa parte del gruppo della pietra.

Ossam: ha 37 anni, 2 bambini, ed è il responsabile del lavoro nella campagna, orto e giardini..

Elias: ha 51 anni, ha perso un piede su una mina, lavorando la sua terra, ha tre figli, lavora la campagna ed è instancabile.

Daniel, 24 anni, e Issah, 30 anni, entrambi hanno interrotto gli studi, e infine Youssef, 24 anni, che sta studiando e lavorando per mantenersi. Tutti questi ultimi fanno parte del gruppo che lavora la terra e i campi.

   E poi “le nostre operaie “:

Hilhem, 42 ha cominciato a lavorare con noi durante la guerra, quando hanno ucciso suo marito, e lei si è trovata da sola con due figli piccoli. Ora si è risposata con un vedovo, ed hanno in tutto cinque figli. 

Sihem, ha sessant’anni, è rimasta vedova a 17 anni con un bimbo nato e la seconda figlia in arrivo. Ha sempre lavorato ed ha fatto studiare i suoi figli, ancora lavora per aiutarli. Hilhem e Sihem lavorano un po’ in foresteria, per le pulizie, il bucato, un po’ in casa, per le tisane e le erbe che vendiamo..

Da qualche anno abbiamo cercato di aiutare anche altre tre donne, tutte con situazioni di grande povertà, facendo piccoli artigianati con loro; braccialetti, lavori con la carta, presepini artigianali... 

A questi prodotti lavorano: Mirvet che ha 40 anni, e due figlie, il marito senza lavoro. Manal, anche lei 40 anni e due figli, marito disoccupato. E infine Amal, 45 anni, tre figli. Il marito lavora duramente, ma sono molto poveri.

Anche il guardiano del cantiere, Abu Butros che viene dal pomeriggio fino al mattino seguente, è una persona veramente povera povera. 

Ecco, anche questo è Azer, anche per questo e per queste persone vi chiediamo di pregare...anche questo è costruire la speranza in questo luogo.

Diffondete per favore il nostro appello, e ci sentiamo presto con qualche notizia della comunità e degli ospiti che in questi tempi stanno venendo numerosi al monastero.

M. Marta Fagnani e le sorelle di Azer 

domenica 10 maggio 2026

Lo splendore dell'arte sacra siriana

 

di Claude ZEREZ* 

Il Vicino Oriente ha dato un contributo significativo alla storia dell'arte cristiana.

Gli affreschi di Doura-Europos, in Siria, sulla riva destra dell'Eufrate, svelano magistralmente la storia dell'iconografia cristiana orientale, spesso rimasta in secondo piano tra quella delle due grandi civiltà di Bisanzio e dell'Islam.

Una domus ecclesiae e una sinagoga adiacente ad essa, scoperte da una missione archeologica franco-americana nel 1920, rivelavano al mondo un intero ciclo di immagini risalenti alla metà del III secolo d.C., che rappresentavano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Doura Europos: rappresentazione del racconto evangelico
della guarigione del paralitico

- L'arte nell'antica Siria: mosaici, figure geometriche, piante, mitologia greca e romana.

- I temi del cristianesimo primitivo: Cristo, la Vergine Maria, la Natività, il Battesimo, la Trasfigurazione, la Crocifissione e la Resurrezione del Signore e la Pentecoste

- Secondo un'antica tradizione, addirittura a San Luca evangelista si deve la prima immagine della Madonna. Questa icona, situata nel monastero di Saydnaya, durante il Medioevo attirava enormi masse di fedeli.

Quando i miei pensieri mi tormentano e mi impediscono di godermi la lettura, disse San Giovanni Damasceno; vado in chiesa. La mia vista è rapita e la mia anima loda Dio. Contemplo il valore del martire e il suo ardore mi infiamma. Mi prostro a terra per adorare e pregare Dio per intercessione del martire”. L'icona testimonia la presenza del santo; esprime il suo ministero di intercessione e comunione.

chiesa di Mar Elian a Homs

L'iconoclastia ebbe inizio con il califfo omayyade Yazid nel 723 e con l'imperatore Leone a Costantinopoli tra il 717 e il 740, ma San Giovanni Damasceno difese invano la rappresentazione iconografica contro il califfo.

Nel 753, si tenne un concilio a Calcedonia con 337 partecipanti per difenderla. La difesero i cristiani melchiti e aramaici della Siria.

L' iconostasi e le porte

L'iconostasi è un elemento liturgico che simboleggia l'unione tra il regno divino e il regno terreno. Secondo Gregorio Magno, l'immagine è una Bibbia destinata alle masse non istruite. La chiesa è orientata e divisa in tre parti secondo la pianta del tabernacolo di Mosè e del Tempio di Salomone: il santuario sul lato orientale, il nartece a ovest e la navata, la parte centrale, tra i due. Il santuario corrisponde al Santo dei Santi, la dimora di Dio. Il Santo di Dio riposa e irradia in quel luogo. Simbolo del Regno, il santuario è separato dalla navata, dove si trovano i fedeli, da una parete chiamata iconostasi, che fu adornata con icone al tempo della vittoria sull'iconoclastia. Questa parete ha tre porte. La porta centrale è la Porta Santa o Reale, fiancheggiata da porte inferiori, chiamate Porta Nord e Porta Sud, che consentono il passaggio al clero.

La Porta Reale è affiancata dall'icona di Cristo a destra e dall'icona della Theotokos (Maria Santissima Madre di Dio) a sinistra. Immediatamente sopra di essa, l'icona dell'Eucaristia. La seconda fila è centrata sulla Deesis, la terza riunisce le icone delle feste liturgiche, la quarta è quella dei profeti e infine si trova la fila dei patriarchi. Questo è il mistero liturgico che si dispiega nel santuario.

L'iconostasi è ricoperta di icone vivaci, con al centro una composizione nota come Deesis, che simboleggia la supplica, l'intercessione: raffigura Cristo Vescovo che benedice l'umanità, ma anche giudice e maestro. Reggendo il Vangelo, appare come unico interprete della propria parola ed è la figura della Tradizione. È lui che, attraverso tutti gli elementi della Tradizione, spiega le sue parole terrene. È circondato dalla Vergine Maria e da Giovanni Battista. Le figure successive, che sembrano emergere dai loro archetipi (la Theotokos, archetipo del femminile, San Giovanni, archetipo del maschile), appaiono, introdotte dagli angeli, dagli apostoli e dai santi. È la Chiesa in preghiera, è la “follia della carità” che intercede per coloro che sono giudicati. La parola giudica, ma la suprema sapienza di Cristo Vescovo si confronta con la giustizia e la misericordia e anticipa il secondo significato della stessa icona: le Nozze dell'Agnello. La Theotokos, la sposa, figura della Chiesa, e Giovanni, l' amico dello sposo, ci invitano tutti alla gioia perfetta del Regno.

La deesis dà significato all'intera iconostasi. Splendente di testimoni, l'iconostasi offre le loro mani supplicanti. La chiesa prega per la Chiesa, la Theotokos porta il mondo nella sua preghiera e lo avvolge con la sua protezione materna. Ciò che sembrava un muro di separazione si rivela invece come un legame profondamente unificante: il Cristo totale costituito dai suoi santi. La porta regale si spalanca sulla visione del cielo. 

I commentari liturgici spiegano in modo del tutto naturale il simbolismo immediato della porta, un'immagine di Cristo “attraverso il quale vedrete il cielo aperto” (Gv 1,51). La venerazione che questo simbolismo ispira permette solo ai membri del clero di attraversare questa porta, e solo dopo aver indossato i paramenti liturgici. Cristo porta oltre la sete di infinito nella sua essenza, la Porta Reale si apre sull'altare, luogo elevato dell'Opus Dei e centro attorno al quale si dispiega la sacra azione del culto. Solo Cristo è l'Amante che attrae l'amore ed entra in noi, affinché possiamo vivere di nuovo in Lui. «L'anima umana ha sete dell'infinito. L'occhio è stato creato per la luce, l'orecchio per i suoni, ogni cosa per il suo fine, e il desiderio dell'anima di elevarsi verso Cristo. 

Davanti all'ingresso si erge il battistero; la sorgente catturata diventa una fontana di acqua viva. La Porta Reale si apre direttamente sul centro cosmico, il luogo elevato, il monte santo.

Theotokos

In fondo all'abside si erge la Theotokos in Orante, o muro indistruttibile, Odigitria, colei che indica la via, guida, unisce tutti i fedeli nella sinassi eucaristica e copre il mondo con il suo velo di protezione: Madre della Vita, tu hai generato gioia e letizia che asciugano le lacrime del peccato.

I quattro pilastri cosmici, sostegni terreni della rivelazione, sono i simboli dei quattro Vangeli: l'aquila, il toro, il leone e l'uomo. È questa gioia e pace celeste che le icone narrano. Quelle della Porta Reale – i quattro Evangelisti e l'Annunciazione – rappresentano una vera festa per gli occhi. Qui, il misticismo solare, attraverso l'oro e lo splendore dei colori dell'arcobaleno, colpisce, diventa quasi udibile e inonda ogni cosa di calore e luce.

Così, in ogni chiesa, anche al di fuori delle funzioni, si percepisce fortemente il flusso incessante della vita, poiché tutto è in attesa dei santi misteri. Tendendo verso il Regno, questa attesa risplende di presenze, e questo è il ministero liturgico dell'icona.


Mar Musa, il seno di Abramo

La patria dell'icona è l'Oriente.

Fin dai tempi più antichi, l'iconografia è diventata parte integrante della tradizione e ha costituito una vera e propria teologia visiva.

L'evoluzione si è svolta in tre fasi:

1. L'epoca di Giustiniano, VI secolo, con il miracolo di Santa Sofia e la sua monumentalità.

2. Il primo Rinascimento bizantino sotto la dinastia macedone e quella dei Comeni, X e XI secolo, più adatto alla scala umana.

3. L'inizio dell'iconografia russa a Kiev e Novgorod, poi in Serbia, Bulgaria, e Siria. Infine, la grande arte rumena, la scuola cretese, i tesori del Monte Athos con la toccante arte del periodo turco, con Cristo Elcomenos che sale la scala di sua spontanea volontà, appoggiato alla croce.


La scuola di Aleppo: Con il Patriarca Euftim (1572-1635) e gli artisti monaci Youssef Msawer e Abdahah Zakher (1714), con influenze europee; la scuola di Aleppo utilizzava acido di tuorlo d'uovo e aceto. Volti orientali, grandi occhi femminili, nasi fini, giovani con carnagione scura e capelli ben definiti. I colori: rosso, verde, foglie di melograno e datteri dorati. Analogamente, figure ispirate ai Persiani, che si possono vedere nella moschea omayyade e nelle case di Aleppo. L'icona non è firmata.

L'icona del Giudizio Universale nella Chiesa greco-ortodossa di Aleppo.

Influenze arabe (troni sul pavimento, tavoli e abiti beduini e donne piuttosto attraenti).

Damasco, porta di Bab Touma

Un po' di storia ….

Gesù Cristo nacque in Palestina, ma il Cristianesimo nacque in Siria dopo la conversione di Saulo sulla via di Damasco.

Durante il I secolo, Antiochia, l'antica capitale della Siria, ne divenne il centro. Il Libro degli Atti degli Apostoli offre un'informazione molto importante: "Ad Antiochia i discepoli furono chiamati per la prima volta cristiani", e lì San Paolo affrontò San Pietro per la sua posizione debole nei confronti degli ebrei.

E' certo che Edessa, invece, fu il cuore del Cristianesimo di lingua aramaica (la leggenda del re Agbar e del Mandylion, un telo venerato dalle comunità cristiane orientali, su cui era raffigurato il volto di Gesù. Immagine ritenuta di origine miracolosa, che salvò Edessa e in seguito Costantinopoli).

Le prime tracce del Cristianesimo a Edessa risalgono al 200.

Dall'Oriente, e in particolare dalla Siria, provengono grandi santi, Padri della Chiesa (monaci e pensatori): Santo Stefano, Sant'Efrem, i Santi Sergio e Bacco, San Cosma e Damiano, San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, San Gregorio di Nicea e, ai nostri giorni, i santi del Libano: San Charbel, Santa Rafqa, Sant'Hardini, oltre a cinque papi di origine siriana. 

Il Cristianesimo si diffuse in tutto l'antico Oriente per il racconto orale e con il buon esempio, nonostante le persecuzioni da parte degli ebrei e degli imperatori romani fino a Costantino, che nel 313 lo riconobbe ufficialmente.

Da allora, ebbe inizio la vera tragedia del Cristianesimo orientale, a causa del clero asservito all’impero bizantino. Molti capi ecclesiastici, scampati all'incubo delle persecuzioni, diventarono, volontariamente o meno, uomini di potere soprattutto a Costantinopoli, grazie alle loro fastose residenze, allo status privilegiato e, soprattutto, alle loro vesti e tiare dorate che ancora oggi possiamo ammirare. 

La Chiesa d'Oriente


‘’La Chiesa deve avere un solo cuore ma due polmoni: la Chiesa d'Occidente e la Chiesa d'Oriente’’ (Papa San Giovanni Paolo II).

Ogni polmone ha lasciato un'impronta specifica: semanticamente si potrebbe dire che il genio degli scrittori orientali è intuitivo, speculativo, lirico e mistico, mentre quello degli scrittori occidentali è legalistico, pragmatico, morale e cartesiano. 

L'icona in Oriente e in Occidente.

Barad, basilica maronita

Cosa ha indebolito i cristiani d'Oriente? L'Oriente è uno spazio multiforme in cui si mescolano popoli, etnie e lingue diverse. Da ciò derivarono i numerosi riti che alla fine si sono completati a vicenda. Ogni varietà di rito può essere positiva nel relazionarsi con le culture antiche e ogni Chiesa presenta un volto diverso e complementare di Cristo.

Per i Caldei, Dio è il Grande Architetto; per i Copti, Egli è Parusia ed escatologia; per i Melchiti Cristo è l'Imperatore del Cosmo; per gli Armeni è sofferenza e persecuzione; per i Maroniti, Cristo è il semplice contadino lavoratore; per i Latini è ragione. 

Questa diversità si tradusse in conflitti politici, dogmatici e cristologici.

L'imperatore, rappresentante di Dio sulla terra, ricevette la missione di guidare il popolo verso la salvezza e la fede cristiana. Sia in Oriente che in Occidente, la Chiesa si trovò di fronte a un paradosso: predicava la povertà come ideale, eppure era ricca; il suo clero era spesso composto da aristocratici con denaro, legni pregiati, tessuti scintillanti e profumi.

Di fronte a questa situazione, gli "uomini di Dio" fuggirono dalla vita mondana per incontrare Dio nel deserto. Nacque così il monachesimo, che fiorì con figure come Sant'Antonio il Grande in Egitto, gli eremiti (San Marone), i cenobiti (San Pacomio) e gli stiliti (San Simeone) in Siria e Palestina.

resti del sito di san Simeone stilita - Aleppo

In seguito, questo monachesimo divenne un vero contrappeso all'iconoclastia. 

- Le dispute cristologiche (riguardo alla natura di Cristo) derivano da incomprensioni linguistiche e da una mancanza di conoscenza reciproca (Prosopon in greco, Nefesh e Rawah in aramaico; ci sono oltre 40 parole per tradurre la parola "amore" in arabo e siriaco).

Possono essere sanate le divisioni del passato, fonte di tante ferite?

Crociate e cristiani d'Oriente, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli, il Grande Scisma del 1054, le ferite all'interno della stessa comunità tra cattolici e ortodossi melchiti, siriaci, armeni e, in seguito, protestanti....

Dopo 15 secoli di incomprensioni linguistiche che hanno ferito il corpo di Cristo, si è aperto un cammino di riconciliazione con Paolo VI e Atenagora, poi con Paolo VI e il Patriarca nestoriano. Le chiese eretiche del passato sono ora diventate chiese sorelle, e i conflitti tra le chiese orientali dello stesso rito (ortodossa e cattolica) hanno lasciato il posto al rispetto reciproco, alla comprensione e alla carità. L'incontro tra Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo ne è una testimonianza.

Perché i cristiani rimasero in Oriente mentre il cristianesimo scomparve dall’Africa? Perché l'Islam invase così facilmente l'Oriente a partire dal 633? 

Mancanza di carità tra le comunità cristiane (antagonismo tra Bisanzio e gli Aramei, che cercarono aiuto presso i loro cugini arabi musulmani).

tomba di san Giovanni Battista nella moschea Ommayade di Damasco

Inizialmente, ci fu un'ottima intesa con gli Omayyadi e gli Abbasidi. In seguito, califfi non arabi (Mamelucchi e Selgiuchidi) dichiararono la purificazione della terra dell'Islam da ogni impurità cristiana o ebraica, imponendo la Jizya e la Dzimma (protezione degli inferiori) nonostante il messaggio del Profeta Mohammad di proteggere i credenti dalla Gente del Libro (Vangelo e Torah). 

Nel X secolo, l'80% degli abitanti del Medio Oriente era cristiano; nel XV secolo, il 60%; nel XX secolo, il 30% e infine, dopo i genocidi armeno, siriaco e greco, solo lo 0,01%. Attualmente, i cristiani della Siria, che costituivano il 10% della popolazione prima del 2010, rappresentano solo lo 0,1%. Ad Aleppo c'erano 350.000 cristiani prima del 2010; ora ne rimangono solo 17.000.

Icona di Nostra Signora consolatrice dei Siriani

Ricordatevi nelle vostre preghiere della Chiesa di Siria” : Lettera di Sant'Ignazio di Antiochia ai Romani 9,1

( traduzione di Maria Antonietta Carta)

 *Cristiano siriano di Aleppo rifugiato in Francia con la moglie e i due figli, esperto d'arte siriaca ed ex guida turistica per i pellegrini di lingua francese in Siria

sabato 2 maggio 2026

Essere Chiesa in Terra Santa oggi, riflessioni pastorali del cardinale Pizzaballa . TERZA parte

PARTE TERZA 

Implicazioni pastorali 

Dopo aver riconosciuto la realtà e contemplato il futuro che ci è affidato, ora ci chiediamo: come possiamo, come comunità, vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme che scende dal cielo? Non si tratta di applicare un progetto astratto, ma di lasciarci illuminare nel nostro quotidiano, in parrocchia, in famiglia, nelle istituzioni. È un cammino lungo e faticoso, ma l’unico che può darci fiducia. 

Non pensiamo di non poter fare nulla a causa del conflitto. Le difficoltà non devono essere pretesto per fermare la carità o giustificare omissioni. Anzi, è proprio in questi casi che la nostra azione pastorale deve diventare più incisiva: non per fare gli eroi, ma per lasciare spazio all’opera di Dio. 

Riprendendo i contenuti presentati fino a qui, cercherò ora di delineare alcuni ambiti pastorali, in cui appare chiaro che la missione della nostra Chiesa è essere espressione concreta di questa visione che Dio ci ha rivelato.  

1. Il primato della liturgia e della preghiera 

Abbiamo visto che il primo elemento della Città che discende dal cielo è ricevere continuamente se stessa da Dio, mantenendo viva la coscienza della Sua presenza. Ed è la vita sacramentale della Chiesa – la liturgia e la preghiera – a custodire e ravvivare questa coscienza. Essa è parte essenziale della missione della Chiesa 

C’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro – fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. È un momento di amore e di incontro con Dio, in cui cerchiamo di vedere Lui e di essere visti da Lui, proprio come facciamo quando andiamo a trovare le persone che amiamo. È il cuore, il respiro. È ciò che tiene in vita la nostra comunità quando tutto il resto vacilla. Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose. 

Dobbiamo allora tenere la liturgia e la preghiera al centro della vita delle nostre comunità. Non solo le preghiere per la pace – che pure vanno promosse – ma la preghiera come atmosfera stabile della nostra vita, come ciò che dà forma alle nostre giornate, alle nostre settimane, alle nostre comunità. 

Penso in particolare alla Liturgia delle Ore comunitaria, alla lectio divina, all’adorazione eucaristica: non pratiche per specialisti, ma espressioni semplici e profonde della preghiera della Chiesa, capaci di immergere il nostro quotidiano – con le sue paure e le sue attese – nella relazione viva con Dio. 

È da promuovere anche la dimensione comunitaria e sanante del Sacramento della Riconciliazione. Troppo spesso vissuto in forma privata e isolata, esso è in realtà un sacramento ecclesiale, che guarisce non solo il singolo ma l’intera comunità, ristabilendo la comunione ferita. Celebrazioni penitenziali comunitarie ben preparate possono ridare a questo incontro con la misericordia di Dio tutta la sua forza di rinascita. 

Un’attenzione particolare va riservata anche al Sacramento del Matrimonio e alla cura delle famiglie. In un tempo che fatica a credere nella fedeltà e nella durata, accompagnare gli sposi significa aiutarli a fondare la loro casa non sulla fragilità delle emozioni, ma sulla roccia dell’amore di Cristo. 

In sintesi, il punto è questo: la liturgia non è un insieme di pratiche, ma l’azione stessa di Cristo che continua a plasmare, guarire e sostenere la sua Chiesa. Facciamo della preghiera il cuore pulsante delle nostre parrocchie, delle nostre famiglie, delle nostre scuole. Una comunità che prega non evade dalla realtà, ma impara a viverla con lo sguardo di Dio, nella luce pasquale che risplende anche quando tutto intorno è notte. Le parrocchie sono senza dubbio il cuore pulsante della nostra vita comunitaria; è lì che vengono amministrati i sacramenti e celebrate le liturgie 

2. Le famiglie: chiese domestiche 

Se le parrocchie sono il cuore pulsante della nostra vita comunitaria, le famiglie sono il respiro quotidiano. È lì che la fede si impara, si trasmette, si incarna. È lì che i bambini fanno le prime esperienze di amore, di perdono, di fiducia. In esse ciascuno si forma lo sguardo con cui si guarderà il mondo per tutta la vita. 

In questo tempo di scetticismo e di paura, le nostre famiglie hanno una missione in più: diventare laboratori di riconciliazione, scuole di umanità, chiese domestiche. 

Pensiamo alla “purificazione della memoria” di cui abbiamo parlato. Dove può iniziare se non in famiglia? I genitori sono i primi narratori della storia. Il modo in cui raccontano il passato – con veleno o con onestà, con rancore o con fiducia – segna i figli per sempre. Educare alla convivenza significa anche questo: raccontare la verità, anche dolorosa, senza trasmettere odio. Significa insegnare che si può ricordare una storia di sofferenza senza volersi vendicare, che si può piangere i propri morti senza desiderare la morte altrui. 

Le nostre famiglie sono il primo luogo dove si impara concretamente l’incontro con l’altro: il vicino di casa, il compagno di scuola di un’altra fede, il collega di lavoro. Se i genitori vivono relazioni di rispetto e apertura, i figli imparano che tali relazioni sono possibili. Se i genitori parlano con disprezzo di chi è diverso, i figli assorbono quel veleno e lo iniettano nel loro sguardo sul mondo. 

E poi la preghiera. La famiglia che prega insieme, dice un antico adagio, rimane unita. Non servono formule complicate. Il segno della croce e la preghiera prima del pasto, una breve preghiera la sera, il Vangelo aperto e letto insieme la domenica. Piccoli gesti che creano un’atmosfera, che ricordano a tutti – bambini e adulti – che Dio è di casa tra quelle mura. 

Penso in particolare alle famiglie miste intracristiane, quelle dove convivono tradizioni diverse. In un contesto che spinge alla separazione, esse spiccano come un segno profetico: testimoniano che l’amore è più forte delle barriere, che l’incontro è possibile, che si può costruire unità nella diversità. A loro va il nostro sostegno e la nostra ammirazione. 

So bene che le famiglie oggi sono sotto pressione: la crisi economica, la paura del futuro, la tentazione di emigrare, le difficoltà quotidiane. Tante famiglie risultano provate, affaticate, stanche. A loro va la nostra vicinanza più grande. La Chiesa desidera star loro accanto, sostenerle e aiutarle a riscoprire la bellezza del loro cammino. 

A voi famiglie dico: non sentitevi sole. La Chiesa è con voi. La parrocchia è casa vostra. Non possiamo certo arrivare a tutto e a tutti, ma non abbiate paura di condividere le fatiche, di cercare un’indicazione quando tutto sembra buio. E non dimenticate mai la vostra missione: siete voi i primi testimoni della fede per i vostri figli. Più delle parole, contano i gesti. Più dei discorsi, vale l’amore vissuto. 

Maria, Madre di Nazareth, che in una piccola casa ha custodito e meditato nel cuore le meraviglie di Dio, accompagni ogni famiglia della nostra Diocesi. Insegni a tutti noi l’arte di custodire e mettere insieme, di attendere con pazienza, fiduciosi nell’attesa. 

3. Le scuole: laboratori del futuro 

Le nostre scuole sono forse tra i doni più grandi che la Chiesa fa a questa Terra. Generazioni di uomini e di donne – cristiani, musulmani ed ebrei – sono passati tra i banchi delle nostre istituzioni. Questo non è un dettaglio: è una vera missione. 

Oggi le nostre scuole sono chiamate a fare qualcosa di più. Non sono solo luoghi di istruzione, ma vere e proprie officine di umanità nuova. Sono spazi in cui si impara a vivere insieme, dove la differenza non spaventa ma arricchisce, e dove l’incontro con l’altro diventa occasione di crescita e non di scontro. Papa Leone XIV, recentemente, ricordando il 60º anniversario del documento conciliare Gravissimum Educationis, ha affermato: “Educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità”[4]. 

Allo stesso tempo, esse restano luoghi essenziali di trasmissione della coscienza cristiana. I nostri ragazzi devono sapere chi sono, a quale storia appartengono, quale tesoro portano nel cuore. Una fede che non si conosce non si può testimoniare. Una coscienza fragile si chiude per paura, mentre una coscienza solida e matura si apre all’incontro. 

Immaginiamo scuole dove non si trasmettono solo nozioni, ma si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore; dove il conflitto non viene rimosso, ma affrontato con gli strumenti della conoscenza dell’altro, del dialogo e del rispetto; dove la qualità dell’insegnamento va di pari passo con la qualità delle relazioni. Scuole in cui la preghiera, il silenzio e l’ascolto aiutano i giovani a leggere la realtà senza paura, e dove insegnanti ed educatori non sono solo trasmettitori di contenuti, ma testimoni di uno stile di vita. 

Le nostre scuole devono diventare il luogo in cui la visione che abbiamo delineato in questa Lettera – la Gerusalemme dalle porte aperte, la redenzione della memoria, il rifiuto della violenza – prende forma concreta nel metodo educativo e nello stile quotidiano. È qui che si gioca una parte decisiva del futuro di questa Terra. 

Ho chiara consapevolezza dei problemi cronici – non solo finanziari – che affliggono la maggior parte delle nostre istituzioni scolastiche e accademiche. Ultimamente, a Gerusalemme emerge il problema dei permessi per gli insegnanti provenienti da Betlemme, cosa che mette a serio rischio la possibilità di mantenere salda l’identità cristiana delle nostre scuole. Anche in questo ambito, il conflitto politico riversa conseguenze dirette sulla vita della Chiesa, e dovremo fare tutto il possibile per aiutare e sostenere i nostri insegnanti, senza però farci illusioni. Ci attendono tempi duri nei prossimi anni. Ciò nonostante, una cosa è certa: con mitezza e determinazione continueremo a difendere il carattere cristiano delle nostre istituzioni. 

Ai dirigenti, agli insegnanti e a tutto il personale delle nostre scuole va il mio grazie più sincero. Il vostro lavoro, spesso faticoso e poco visibile, è un investimento sul futuro. Giorno dopo giorno, state costruendo quella città possibile che sogniamo: una città in cui la convivenza non è un’utopia, ma un’esperienza che si impara fin da giovani. 

4. Gli ospedali e le opere sociali: le foglie che guariscono 

C’è un luogo in cui l’accoglienza, il dialogo e la guarigione sono già realtà vissute: le nostre opere sociali. I nostri ospedali, gli ambulatori, i centri Caritas, le mense per i poveri, le case di accoglienza. L’Apocalisse parla di un albero della vita le cui foglie «servono a guarire le nazioni»: le nostre opere sono come quelle foglie, silenziose e discrete, ma capaci di portare sollievo a chiunque ne abbia bisogno, senza chiedere la carta d’identità o il credo religioso. 

Nei nostri ospedali, ebrei, cristiani e musulmani nascono, vengono curati, soffrono e talvolta muoiono insieme. Medici e infermieri delle diverse fedi lavorano fianco a fianco. In questi gesti quotidiani, l’amore di Dio si fa presente e redime divisioni che le parole spesso non riescono a curare. 

È qui che il dialogo diventa carne. Non servono grandi discorsi. Basta il gesto di chi si fa carico di una tribolazione, di chi porge un bicchiere d’acqua, di chi sta accanto a un morente. In quei gesti, l’amore di Dio si fa presente e risana. 

Il nostro compito pastorale è duplice. Bisogna innanzitutto sostenere queste opere con generosità, perché possano continuare la loro missione. È sempre più difficile garantirne il mantenimento, lo sviluppo e allo stesso tempo custodirne lo spirito di apertura e di accoglienza, insieme alla professionalità dell’impegno. Questa sarà un’altra prova che ci attende nei prossimi anni. 

In secondo luogo, bisogna far conoscere queste realtà per mostrare che un’altra via è possibile. Troppo spesso ascoltiamo solo le voci dell’odio. Troppo poco conosciamo di questi gesti silenziosi che tengono vivo il tessuto della nostra convivenza. 

A tutti coloro che operano nelle nostre strutture sanitarie e sociali – medici, infermieri, volontari, operatori – va il mio grazie più profondo. Siete quelle foglie dell’Apocalisse che già oggi, silenziosamente, redimono le conseguenze del nostro tempo. In una terra dove tutto divide, voi costruite unità. In un tempo in cui l’odio urla, voi amate in silenzio. Il vostro lavoro è prezioso agli occhi di Dio e della comunità. 

5. I nostri anziani: memoria viva 

Esiste poi un tesoro nelle nostre comunità che rischiamo di non vedere mai abbastanza: i nostri anziani. In una terra che invecchia, come la nostra, anche loro sono una presenza preziosa che merita attenzione e gratitudine. 

I nostri nonni, le nostre persone anziane, sono la memoria vivente della Chiesa. Hanno attraversato guerre, vissuto attese deluse, subito esodi, operato ricostruzione. Hanno visto cambiare i confini, le bandiere, i poteri. Eppure, sono rimasti, hanno custodito la fede e l’hanno trasmessa. Spesso in silenzio, con quella discrezione che appartiene a chi ha imparato davvero che le parole pesano e vanno usate con cura. Oggi molti di loro vivono soli. I figli sono partiti da qui, cercando un futuro altrove. Le famiglie risultano più sparpagliate. La solitudine degli anziani è una preoccupazione che dobbiamo guardare con occhi nuovi. 

Nella nuova Gerusalemme, come abbiamo visto, tutti hanno un posto. Anche chi non produce più, anche chi non è più veloce, anche chi ha bisogno di aiuto per le cose semplici di ogni giorno. In una società che misura il valore sulla produttività e sull’efficienza, essi ci ricordano che la dignità non si perde con l’età e che la vita vale non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. La sapienza nasce dal tempo e dalle prove attraversate. Anche quando la solitudine si fa sentire – perché i figli sono lontani o le famiglie si sono frammentate – gli anziani restano un tesoro prezioso da custodire. “Gli anziani aiutano a percepire la continuità delle generazioni, con il carisma di ricucire gli strappi”[5]. 

Le nostre parrocchie si distinguano come luoghi dove gli anziani si sentono a casa. Dove non siano solo assistiti, ma ascoltati; non solo curati, ma amati. Creiamo occasioni per stare con loro, per raccogliere le loro storie, per imparare dalla loro esperienza. I giovani, le famiglie, la Chiesa hanno bisogno di loro. 

A tutti gli anziani della nostra Diocesi dico: grazie. Grazie per la vostra fedeltà silenziosa. Grazie per le preghiere che offrite giorno e notte. Grazie per la pazienza con cui portate il peso degli anni e della solitudine. Voi siete come radici profonde, che non si vedono, ma tengono in piedi l’albero. Senza di voi, la nostra Chiesa sarebbe più fragile. 

Maria, nell’età avanzata, ha custodito nel cuore le meraviglie di Dio. Impariamo da lei, e dai nostri anziani, l’arte di custodire e attendere fiduciosi un futuro migliore. 

6. I giovani: coraggio e profezia 

Se gli anziani sono la memoria, i giovani sono la profezia. In loro si concentrano le attese, le paure, ma anche le energie più vive delle nostre comunità. Essi dimostrano che questa comunità ha ancora un avvenire. 

I giovani oggi sono i primi a soffrire il lavoro che non c’è, la casa che non si può comprare, il futuro che appare come un muro. Si infittiscono le loro domande sulla loro appartenenza a questa terra e sul suo futuro. Ma i giovani sono anche quelli che sanno osare, che non rinunciano a porsi interrogativi, senza dare nulla per scontato. 

Ai giovani, dunque, dico: non credete a chi vi dice che qui non c’è futuro. Il futuro lo costruirete con le vostre mani, con la vostra intelligenza, con la vostra fede. La Chiesa vuole esservi accanto. Non abbiamo ricette pronte, ma una certezza: senza di voi, la nostra casa diventa più povera. Vi chiedo di essere audaci. Di non rinchiudervi nella paura, ma di impegnarvi con fiducia nella costruzione della nostra città. 

Le nostre parrocchie siano luoghi dove i giovani si sentono a casa. Non solo come destinatari di attività, ma come protagonisti. Dove possono esprimere i loro talenti, dove le loro domande non vengono giudicate ma accolte, dove possono innamorarsi di Cristo e della sua Chiesa. 

La Vergine Santissima, che era poco più di una ragazza quando ha detto il suo “sì”, cammini con voi e vi insegni il coraggio di rispondere “eccomi”. 

7. I nostri sacerdoti: punto di riferimento per la comunità 

Penso, ora, con gratitudine, ai nostri sacerdoti. Sono coloro che, giorno dopo giorno, stanno in mezzo alla gente, per condividere le fatiche e le speranze delle nostre comunità, spezzare la Parola e il Pane della vita. 

I nostri parroci sono in prima linea. In questo tempo complesso, segnato da smarrimento e sfiducia, il loro compito è più che mai delicato e prezioso. Portano sulle spalle il peso della cura pastorale, cercando di tenere insieme sensibilità diverse, di ascoltare il dolore di ciascuno senza alimentare divisioni, di diventare segno di unità in contesti spesso frammentati. 

Ai nostri sacerdoti chiedo di essere, per le comunità, un punto di riferimento saldo e positivo. Non semplicemente coloro che amministrano i sacramenti – che pure è compito essenziale – ma uomini capaci di ascoltare, di incoraggiare, di ricucire. La vostra parola, in un tempo di parole consumate e spesso velenose, assuma il tono di una parola di fiducia e di speranza. La vostra presenza sia presenza che unisce e che accoglie. 

So bene che la solitudine, la stanchezza e talvolta l’incomprensione sono pesi reali. Eppure tanti di voi continuano a spendersi senza risparmio, con pazienza e generosità. A tutti va il mio grazie più sincero e quello di tutta la Diocesi: per la fedeltà con cui accompagnate le comunità, per il coraggio con cui, anche nelle situazioni più difficili, continuate a essere presenza di Chiesa. 

8. La vita religiosa: sentinelle dell’alba 

Esiste un’altra presenza silenziosa che attraversa tutta la nostra Diocesi, spesso nascosta ma essenziale: quella dei religiosi e delle religiose. Essi sono le sentinelle dell’alba e della notte (cf. Is 21,11–12). 

Con la loro vita di preghiera e di consacrazione ci ricordano ogni giorno che esiste un «cielo nuovo». In un tempo in cui tutto sembra ridursi all’orizzonte chiuso della politica, della sopravvivenza e della paura, essi alzano lo sguardo e ci ricordano che senza Dio ogni costruzione umana prima o poi crolla. Come ricordava san Giovanni Paolo II, la loro è una testimonianza profetica del primato di Dio e dei beni futuri, che nasce dalla sequela di Cristo e dall’amore per i fratelli e le sorelle6.  

Penso in modo particolare ai nostri monasteri e alle comunità di clausura, a quanti vivono e operano nelle periferie delle città, e a coloro che servono nelle scuole, negli ospedali, nelle parrocchie e nelle case di accoglienza. Spesso la loro presenza è discreta e poco visibile, ma è essenziale. Nel silenzio della preghiera e nella fedeltà del servizio quotidiano, essi testimoniano che la vita cristiana non si misura sull’efficienza o sulla visibilità, ma sulla fedeltà e sull’amore. In una terra segnata dalle divisioni, con la loro presenza costruiscono modelli di convivenza possibile, al di là delle appartenenze. 

Penso con particolare gratitudine a chi, in questi mesi di guerra, ha condiviso fino in fondo la sorte della gente. Religiosi e religiose che hanno vissuto con la popolazione la fame, la paura, i bombardamenti. Quando tutto sembrava crollare, la loro presenza è diventata un segno potente: Dio non abbandona il suo popolo. Quando la morte sembrava prevalere, essi hanno continuato a pregare, a servire, a restare accanto a tutti. 

Una parola di ringraziamento va anche ai volontari cristiani che, nonostante la guerra, continuano a venire in Terra Santa per servire nelle scuole, nelle parrocchie e nelle situazioni di povertà. A tutti i religiosi e le religiose della nostra Diocesi va il mio grazie più sincero: con la vostra fedeltà silenziosa siete esperti di comunione e costruttori di unità. Non fate rumore, ma costruite; non cercate visibilità, ma seminate il bene. La vostra presenza è una profezia viva in Terra Santa. 

9. Dialogo ecumenico 

Nella nostra Diocesi le famiglie cristiane sono ormai quasi tutte miste. I nostri figli vanno a scuola insieme, studiano sugli stessi libri, condividono lo stesso futuro. La vita quotidiana supera in maniera molto naturale le distinzioni confessionali rigide, mostrando una capacità di fraternità interconfessionale che siamo chiamati a custodire. In Terra Santa il dialogo ecumenico – o meglio, la relazione concreta tra le diverse Chiese cristiane – non è un’opzione né un esercizio riservato agli specialisti: è una realtà pastorale quotidiana e una dimensione costitutiva della vita della nostra Chiesa. 

Nessun parroco può accompagnare la propria comunità senza tenere conto delle altre comunità cristiane che vivono nello stesso territorio. La nostra missione si svolge inevitabilmente dentro una trama di relazioni, che richiede rispetto, coordinamento e un sincero desiderio di comunione. 

Una delle difficoltà più sentite riguarda la differenza dei calendari liturgici, in particolare per la Pasqua. In alcune zone della Diocesi può accadere che, nello stesso periodo, una comunità celebri la Risurrezione mentre un’altra inizi la Quaresima. È una situazione dolorosa, soprattutto per le famiglie, che da tempo interroga la coscienza della Chiesa. Si è discusso parecchio su come risolvere questa situazione, e a volte si oscilla o nell’assumere tutti il calendario gregoriano oppure quello giuliano, a seconda dei periodi. La verità è che una soluzione ancora non esiste. Qualunque scelta si faccia, non potrà rispondere a tutte le diverse e variegate esigenze della nostra Chiesa. Per questo siamo chiamati a vivere questa fatica con spirito di pazienza, favorendo la partecipazione reciproca e la condivisione fraterna, continuando a pregare e a sperare in un cammino che non potrà nascere da decisioni astratte, ma da una maturazione condivisa. 

A Gerusalemme il peso delle divisioni tra le Chiese nel mondo si manifesta in modo particolarmente concreto, nella carne stessa delle nostre comunità. La nostra vocazione non è solo quella di essere strumento di guarigione per la città e per i popoli, ma anche di portare nella vita quotidiana questa croce della Chiesa universale, che qui ha il suo cuore. Non è escluso che, se un giorno riuscissimo a compiere passi significativi in questo ambito, anche l’intera Chiesa universale ne potrebbe trarre beneficio. 

Le relazioni tra le Chiese si vivono ordinariamente all’insegna della correttezza e del rispetto reciproco, sia a livello di autorità sia nella vita parrocchiale. È un segno di maturità che va custodito. Dobbiamo tuttavia riconoscere che, negli ultimi tempi, alcune posizioni si sono irrigidite e che in alcune aree emergono incomprensioni e tensioni, talvolta dolorose. In queste situazioni la tentazione è rispondere innalzando nuove barriere e adottando lo stesso linguaggio dell’altro. Senza ingenuità, siamo chiamati a rimanere fedeli allo stile dell’accoglienza e della mitezza, custodendo uno sguardo aperto e disponibile, senza per questo smarrire la nostra identità, la nostra storia e rimanendo fedeli alla nostra vocazione. 

Per questo è importante favorire occasioni concrete di conoscenza reciproca: scambi tra parrocchie di diverse confessioni, incontri tra sacerdoti e tra responsabili della pastorale giovanile. Solo conoscendosi davvero si superano i pregiudizi e l’ignoranza. 

In secondo luogo, la realtà ci chiede di parlare con una voce sola. Non solo sui temi sociali e politici, cosa che già facciamo. Ma anche sui temi etici fondamentali, come la difesa della vita, l’uguaglianza fra i popoli, il rispetto della dignità umana, le disuguaglianze sociali e i diritti dei poveri, e i vari altri temi che concernono la vita di ogni uomo e di ogni donna. 

Nel nostro cuore, il nostro intento deve rimanere aperto all’universalità, accogliente e tendente all’unità. Senza ingenuità, ma anche senza essere rinunciatari. Perché la prima fatica del nostro ministero, e la prima testimonianza, è l’unità tra noi. 

10. Il dialogo interreligioso: non un’isola ma una città 

Lo abbiamo riconosciuto: il dialogo interreligioso oggi è in difficoltà. Cristiani, ebrei e musulmani faticano a incontrarsi. La diffidenza ha scavato solchi profondi e molti si chiedono se abbia ancora senso insistere su questa strada. 

Eppure, proprio in questo tempo così difficile, il dialogo non è un capriccio di pochi, né un’opzione tra le altre: è una necessità vitale. I nostri destini sono intrecciati. Non possiamo costruire il futuro da soli, né immaginare una convivenza che prescinda dall’altro. Per noi cristiani, come abbiamo visto, il dialogo non è una semplice strategia pastorale, ma parte integrante della nostra vocazione e del nostro destino, la forma stessa del nostro essere Chiesa. 

È necessario però compiere un passaggio: dal dialogo delle élite al dialogo della vita. Gli incontri tra specialisti e le dichiarazioni ufficiali sono importanti, ma non sufficienti. Il dialogo deve scendere nelle nostre parrocchie, nei quartieri, nelle relazioni quotidiane. Occorre imparare a parlare con l’altro, non solo dell’altro; ad ascoltare davvero la sua storia, la sua sofferenza, le sue paure. Solo così si esce dalla logica che riconosce valore esclusivamente alla propria tribolazione. 

Le scuole rappresentano un luogo privilegiato di questo dialogo vissuto. Le nostre aule sono già, di fatto, laboratori di convivenza. Qui è possibile educare i giovani non solo alla conoscenza delle religioni, ma all’arte dell’incontro, aiutandoli a sviluppare uno sguardo critico capace di resistere alla narrazione unica dell’odio. 

Anche le opere sociali – ospedali, Caritas, centri di ascolto – sono luoghi in cui il dialogo avviene quotidianamente, spesso in silenzio, attraverso il servizio comune ai poveri e ai malati. È qui che la “guarigione delle nazioni”, di cui parla l’Apocalisse, è già in atto, senza clamore e senza condizioni. 

E poi il perdono. Lo so, è una parola difficile in questo momento. Ma siamo cristiani, e Gesù è l’indiscusso maestro del perdono. Perdono non significa dimenticare, né giustificare il male. Significa rompere la catena dell’odio, e testimoniare questa possibilità, anche quando sembra impossibile. So che tutto questo può sembrare ingenuo. Ma è la nostra missione. Il cammino è in salita, ne sono consapevole. Ma non chiudiamoci. Il nostro compito rimane essere sale e luce, costruire occasioni di fiducia, anche quando le parole sembrano non bastare. 

11. Contro la cultura di violenza 

Abbiamo visto che nella nuova Gerusalemme non entra chi ama e pratica la menzogna e la violenza. Il nostro rifiuto della violenza deve diventare totale e visibile. Lo abbiamo detto tante volte, ma non basta: dobbiamo viverlo, non solo nei fatti, ma anche nelle parole. Viviamo come immersi in un mare di parole violente, che si sono trasformate in linguaggio comune. E anche noi cristiani rischiamo di cadere in questa trappola. 

Che fare? Innanzitutto, operiamo un esame di coscienza sul nostro linguaggio. Nelle omelie, nella catechesi, in famiglia: impariamo a chiamare le cose con il loro nome senza mai ridurre l’altro a nemico. In qualsiasi circostanza, l’altro resta sempre una persona da rispettare. 

Nelle famiglie, educhiamo i figli a non usare parole di odio, a non condividere notizie false, a distinguere tra critica legittima e insulto. Nei nostri media, siamo esemplari: offriamo noi informazione che cerca verità e favorisce comprensione, non scontro. 

Ci sentiamo impotenti di fronte alla legge del più forte. Ma l’Apocalisse ci ricorda che la forza di Dio è quella dell’Agnello: mitezza che non si arrende, amore che non si piega all’odio, perdono che disarma il nemico. Sia questa la nostra “politica”. Ce lo ricorda molto bene Papa Leone XIV, nel suo primo messaggio di pace: “Il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura” [7]. 

Rifiutiamo ogni complicità con la cultura della violenza. La nostra fedeltà è all’Agnello, non a logiche di potere. Da qualsiasi parte provenga, qualunque volto assuma: mai la violenza è via evangelica. 

12. La fiducia: controcorrente ma necessaria 

Nella prima parte di questa Lettera abbiamo parlato di scetticismo. È un sentimento diffuso nelle nostre comunità: scetticismo verso le istituzioni, la politica, le parole, e talvolta persino verso il futuro. Dobbiamo però riconoscere che lo scetticismo, quando diventa atteggiamento permanente, finisce per paralizzare. A questo scetticismo siamo chiamati a rispondere con la fiducia. 

Non si tratta di un ottimismo ingenuo o di un atteggiamento che ignora la durezza della realtà. La fiducia cristiana nasce dalla fede ed è una scelta controcorrente. È la certezza che Dio non ha abbandonato la storia al caos e rimane vicino a chi soffre, a chi è perseguitato, a chi è scartato. È la convinzione che una vita spesa e donata per amore non è mai perduta. 

Pensiamo ad Abramo e Sara. Umanamente non esisteva più prospettiva per loro. Eppure Dio li visitò e affidò loro una promessa. La fiducia nasce sempre da una visita di Dio. Per questo dobbiamo pregare perché il Signore visiti ancora le nostre comunità, le nostre famiglie, i nostri cuori. Solo così può nascere una speranza che non delude.  

Nel concreto, questa fiducia ci spinge a sostenere e rendere visibili tutte le iniziative, le persone e le realtà che, sul nostro territorio, continuano a credere nell’altro e a promuovere l’arte dell’incontro. Ma non basta aderire a ciò che altri fanno: siamo chiamati a diventare noi stessi promotori di questo stile di presenza, assumendo in prima persona il coraggio dell’unità. 

Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di gesti insignificanti, perché “qui non cambierà mai nulla”. Ma anche se così fosse, noi non possiamo rinunciare a fare la differenza. Vogliamo essere quella piccola, talvolta scomoda, presenza che non si lascia guidare dalle narrative dell’odio, ma che con mitezza e determinazione afferma la propria: i cristiani non odiano. Questa è la nostra testimonianza, ed è già una profezia. 

13. L’accoglienza: il respiro dell’amore 

Bisogna fare i conti con il pericolo latente che attraversa ogni comunità, specialmente quando è piccola come la nostra: quella di chiudersi, di diventare una roccaforte. La tentazione è quella di proteggere ciò che resta, difendere i confini, preservare l’identità – atteggiamento comprensibile, certo, ma che non è cristiano. L’amore che Gesù ci insegna non conosce confini. Quando gli chiesero quale fosse il comandamento più grande, Egli unì indissolubilmente amore per Dio e amore per il prossimo. E il prossimo, nella sua parabola, è un samaritano – uno straniero, uno diverso, uno con cui non si parlava. Gerusalemme – lo abbiamo visto – ha sempre le porte aperte e sussiste nella misura in cui sa accogliere. 

Accoglienza non significa solo aprire le porte a chi viene da fuori – i migranti, i profughi, i pellegrini, i poveri di altre fedi – ma anche accogliersi tra di noi, al di là delle appartenenze che ci dividono. Nella nostra stessa diocesi abbiamo cattolici di rito latino e orientale, di espressione araba ed ebraica, provenienti da culture e nazioni diverse: filippini, indiani, asiatici di varie altre nazioni, latinoamericani, africani, europei. Tutti noi siamo una sola famiglia, non un arcipelago di isole. 

Accoglienza significa guardare all’altro – qualsiasi altro – non come a un estraneo da tollerare, ma come un dono. Significa lasciarsi interrogare dalla sua diversità, lasciarsi arricchire. Significa uscire dalla logica del “noi” e “loro” per entrare in quella dell’unico “noi” che include. 

So bene che tutto questo, nella situazione in cui siamo immersi, non è facile. La paura è tanta. L’identità sembra fragile. Ma la coscienza cristiana non è una fortezza da difendere, è una sorgente che scorre. Una sorgente chiusa si impantana. Solo l’acqua che scorre rimane viva e porta vita, come il fiume che sgorga dal cuore dell’Agnello. 

Le nostre comunità siano luoghi dove chiunque – di qualsiasi provenienza, lingua, cultura, fede – possa sentirsi accolto, ascoltato, amato. Non per perdere la nostra identità, ma per viverla nella sua forma più vera: quella dell’amore che non esclude. 

Conclusione: Tornare a Gerusalemme 

Siamo arrivati alla fine di questa lunga Lettera. Forse qualcuno di voi, giunto a questo punto, si sentirà stanco o perplesso: tanti temi, tante prove, tante indicazioni. Il rischio è sentirsi sopraffatti, pensare: “come possiamo fare tutto questo?” 

La risposta è semplice: non possiamo. Da soli non possiamo. Ma non siamo soli. 

Infatti, Gesù Cristo ha detto: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). È vero, ne siamo testimoni: anche in questo tempo lo abbiamo sperimentato. Per questo vi invitiamo a «non disertare le vostre riunioni» (cf. Eb 10,25). Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali. L’ispirazione dello Spirito Santo è accessibile nella nostra vita quotidiana, attraverso le Scritture, la preghiera personale, l’incontro con gli altri, il servizio ai poveri. Anche se abbiamo la tentazione di tirarci indietro dinanzi alle sofferenze e alla malvagità che ci attornia, è andando verso l’altro che troviamo Cristo e la sua consolazione. 

Abbiamo parlato di dialogo ecumenico e interreligioso, di rifiuto della violenza, di preghiera, di scuole, di famiglie, di opere sociali, di vita religiosa, di anziani, di fiducia, di accoglienza. Abbiamo delineato una visione: quella della Gerusalemme celeste, città dalle porte sempre aperte, illuminata dallo splendore dell’Agnello, le cui foglie redimono le nazioni. 

Ora tutto questo deve continuare a prendere forma. Non tutto in una volta, né con eroismi impossibili, ma un passo alla volta: nelle nostre parrocchie, nelle nostre famiglie, nei nostri luoghi di lavoro e di incontro, e con i nostri amici. Rileggendo queste pagine con calma, condividendole e discutendole nei diversi contesti ecclesiali e pastorali, senza fretta e poco alla volta, esse possono diventare un aiuto concreto per comprendere meglio la nostra missione in Terra Santa. 

Perché alla fine, ciò che ci sostiene non è la nostra forza, ma la gioia del Vangelo. Una gioia che non dipende dalle circostanze, che non viene meno anche quando tutto sembra avvolto dall’oscurità. Una gioia che nasce dalla certezza che il Signore è con noi, che non ci abbandona, che cammina accanto a noi anche nelle notti più buie, perché è Risorto. Ed è vivo in mezzo a noi. 

Il Vangelo di Luca si chiude con un’immagine bellissima: dopo l’ascensione di Gesù, i discepoli «tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Lc 24,52). Erano stati sconvolti, avevano avuto paura, avevano dubitato. Eppure, alla fine, tornano pieni di gioia. 

Anche noi desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana – le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano – con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio. 

Torniamo a Gerusalemme con gioia. Torniamo alla nostra vita con passione. Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città, e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita. 

Che Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Regina di Palestina e di tutta la Terra Santa, Patrona della nostra diocesi, ci accompagni in questo cammino.  

Che la benedizione di Dio Onnipotente e Padre di misericordia scenda su ciascuno di voi. 

 

Gerusalemme, 25 aprile 2026 
S. Marco Evangelista 

+ Pierbattista Card. Pizzaballa
Patriarca di Gerusalemme dei Latini


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