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sabato 25 luglio 2026

Arcivescovo siriano: "Al momento sconsiglierei di tornare in Siria"

L'arcivescovo siro-cattolico di Homs, Jacques Mourad, ha illustrato in una conferenza stampa a Vienna la disastrosa situazione economica e di sicurezza, criticando la comunità internazionale e il governo siriano.

Vienna, 22 luglio 2026 (Kathpress)

L'arcivescovo siriano Jacques Mourad parla di una situazione economica e di sicurezza ancora disastrosa e di una catastrofe sociale e umanitaria nella sua patria. Ritiene responsabili sia il nuovo governo, salito al potere alla fine del 2024, sia la comunità internazionale. Nessuno di loro si preoccupa del benessere del popolo siriano, ha dichiarato l'arcivescovo a Kathpress e ad altri media viennesi. Allo stesso tempo, l'arcivescovo di Homs ha sottolineato, in risposta a una domanda, che non consiglierebbe a coloro che sono fuggiti dalla Siria di tornare in patria, vista la situazione attuale.
Jacques Mourad (58) è l'arcivescovo siro-cattolico di Homs e uno dei rappresentanti più importanti delle chiese in Siria. È diventato noto a livello internazionale dopo essere stato rapito dall'ISIS. Dopo diversi mesi di prigionia, Mourad, membro dell'ordine religioso di Mar Musa, è riuscito a fuggire.

L'arcivescovo ha ricordato vividamente la caduta del dittatore Bashar al-Assad e il conseguente cambio di potere in Siria. Nel caso di Homs, si trattava dell'8 dicembre 2024. "Tutti hanno festeggiato questo incredibile evento. Credevamo di aver finalmente raggiunto la libertà e quella notte ho finalmente dormito di nuovo profondamente e serenamente". Poco più di due mesi dopo, a Homs scoppiarono i primi scontri armati e gli attacchi delle milizie islamiste contro gli alawiti. "In quel momento ho capito che non avevamo ancora la libertà. Quel giorno, la mia lotta per la libertà è ricominciata".

L'arcivescovo ha criticato aspramente la comunità internazionale. Ha menzionato in particolare gli Stati Uniti e Israele, ma anche l'Unione Europea, affermando che tutti sembravano non avere alcun interesse per la stabilità in Medio Oriente. Questo, ha aggiunto, stava avendo conseguenze devastanti per il numero di cristiani rimasti in Siria. Dei due milioni di cristiani che un tempo vivevano lì, l'arcivescovo stima, con stima ottimistica, che oggi ne rimangano solo dai 300.000 ai 350.000. Ha poi aggiunto: "Se questa situazione continua, il cristianesimo si estinguerà in questa regione".

La Siria è un paese estremamente pericoloso. "Solo pochi giorni fa, abbiamo assistito all'ennesimo omicidio di una madre e dei suoi due figli. E ci sono molti altri episodi simili". Il governo è incapace o non disposto a frenare la dilagante violenza nel paese. Armi e gruppi sunniti violenti sono onnipresenti. Gli atti di vendetta sono diretti principalmente contro alawiti e drusi, accusati di collaborare con il regime di Assad. Le milizie, ovviamente, sanno che questa accusa generalizzata è falsa. Tuttavia, serve come comodo pretesto per colpire le minoranze religiose, che gli islamisti accusano di essersi allontanate dalla vera fede musulmana. "Questi estremisti odiano gli alawiti e i drusi ancora più dei cristiani", ha affermato l'arcivescovo Mourad.

Sebbene i cristiani siano attualmente un bersaglio meno frequente per gli islamisti, l'arcivescovo ritiene che la libertà religiosa nel paese sia in una situazione precaria. La Siria, un tempo in gran parte laica, è sempre più dominata dall'Islam. La diversità della società, inclusa quella religiosa, non ha alcun valore per il nuovo governo, anche se a volte presenta un'immagine moderata a livello internazionale. L'arcivescovo ha sottolineato le sue osservazioni facendo riferimento alla composizione del nuovo parlamento siriano. "Perché ci sono solo sei cristiani e solo cinque donne nel nuovo parlamento siriano?", ha chiesto. La maggioranza dei parlamentari è composta da fondamentalisti islamici, molti dei quali provengono dalla roccaforte islamista di Idlib.

Leggi anche: Il co-presidente dell'ESU Fehmi Vergili: Senza garanzie di sicurezza per alawiti, drusi, siriaci e confessioni cristiane, non ci può essere pace né ritorno dei rifugiati

L'economia siriana è in rovina, l'assistenza medica è catastrofica e sempre più persone non possono più permettersi nemmeno i generi alimentari di base o gli affitti esorbitanti, ha riferito l'arcivescovo Mourad. Ha fatto appello alla comunità internazionale affinché prenda finalmente sul serio progetti concreti di pace e ricostruzione. Ha espresso il desiderio di investimenti, in particolare nell'istruzione e nelle scuole, poiché ciò è cruciale per il futuro del Paese. Altrettanto importanti, tuttavia, sono i posti di lavoro per la popolazione.

Leggi anche: L'arcivescovo siro-cattolico Mar Jacques Mourad esorta la comunità internazionale a proteggere i cristiani in Siria, non a reinsediarli all'estero.

"Vi taglieremo la testa".

L'arcivescovo di Homs si trovava a Vienna martedì per una breve visita e ha parlato con i media locali della situazione nella sua patria. Mourad è diventato noto a livello internazionale nel 2015, quando dei terroristi lo hanno rapito dal suo monastero di Mar Elian, in Siria, e lo hanno tenuto in ostaggio per diversi mesi. Anche Papa Francesco è intervenuto per ottenere la sua liberazione.

Ogni giorno pregava per i suoi rapitori, ha ricordato Mourad in un'intervista a Vienna. "Convertiti all'Islam o ti taglieremo la testa", gli avevano detto i rapitori. La sua fede e la Vergine Maria lo hanno sostenuto in quel periodo difficile, ha affermato l'arcivescovo: "Ogni volta che provavo questa paura, recitavo il Rosario, e la paura svaniva trasformandosi in coraggio". Mourad ha raccontato la sua esperienza nel libro "Un monaco in cattività". In esso descrive, tra le altre cose, la visita di un comandante islamista che gli parlò della sua fede. Al quinto mese di prigionia, il monaco riuscì a fuggire con l'aiuto di un musulmano che, insieme ad altri musulmani, organizzò la fuga di decine di ostaggi dell'ISIS. Coloro che lo aiutarono nella fuga furono poi uccisi dai militanti dell'ISIS.

Focus sui giovani:
martedì l'arcivescovo Mourad ha visitato anche la fondazione "Pro Oriente" a Vienna. Nel corso di una conversazione con Clemens Koja, presidente di "Pro Oriente", e Viola Raheb, direttrice del programma, l'Arcivescovo ha sottolineato che i siriani che hanno lasciato il loro Paese negli ultimi anni sono stati costretti a farlo. Nessuno abbandona la propria patria volontariamente; le persone desiderano rimanere in Siria, ma per molti una vita dignitosa e sicura è impossibile. Oltre alla devastante situazione della sicurezza, l'Arcivescovo ha citato la mancanza di prospettive economiche come una delle principali cause dell'esodo. I giovani, in particolare, hanno bisogno di lavorare per costruirsi una vita.

In questo contesto, l'Arcivescovo ha accolto con favore l'iniziativa di "Pro Oriente" di organizzare workshop per giovani in Medio Oriente, che mira a dare ai giovani gli strumenti necessari in diversi modi. Mourad ha osservato che alcuni giovani cristiani della sua arcidiocesi hanno già partecipato a tali workshop. La discussione ha toccato anche la possibilità di organizzare un workshop per giovani a Homs in futuro.
Homs è una città in cui convivono persone di diverse religioni ed etnie. L'Arcivescovo Mourad ha sottolineato l'importanza di agire come costruttore di ponti e di promuovere il rispetto reciproco e la riconciliazione. Non è un caso che sia anche membro della comunità monastica di Mar Musa, che vede proprio questa come la sua missione primaria in Siria.

L'arcivescovo Mourad è convinto che "servano più spazi di incontro al di là dei confini confessionali e religiosi, affinché si possa raggiungere nuovamente la convivenza". Per il vescovo, comprendere le persone sul campo, ascoltarle e lavorare insieme a loro per il futuro è fondamentale per la missione cristiana in Siria oggi. È essenziale sviluppare visioni condivise di un futuro migliore non solo attraverso le parole, ma anche attraverso l'arte, la cultura e la creatività.

Ha sottolineato che la missione della Chiesa oggi va oltre la predicazione, sollecitando invece iniziative concrete che promuovano il dialogo, la cultura, l'istruzione e la creatività come fondamenti per la ricostruzione della società siriana. Per Mourad, il futuro della Siria dipende non solo dalla fine della violenza, ma anche dal ripristino della fiducia tra la sua popolazione. «La missione cristiana oggi», ha affermato, «è ascoltare le persone, camminare al loro fianco e lavorare insieme per costruire un futuro degno di tutti i siriani».

Comunità di Mar Musa 
Jacques Mourad, nato ad Aleppo, ha pronunciato i voti nel 1993 presso la comunità monastica siriana di Deir Mar Musa el-Habashi (Monastero di San Mosè l'Abissino), di cui è stato co-fondatore. Mourad è stato anche ordinato sacerdote nel 1993. Il Monastero di Mar Musa si trova sulle pendici orientali dei Monti Qalamoun, a circa 80 chilometri a nord di Damasco. Fu fondato negli anni '80 da Paolo Dall'Oglio e appartiene alla Chiesa cattolica siriaca dagli anni '90. Il sacerdote italiano Dall'Oglio è scomparso nella Siria orientale nell'estate del 2013 mentre tentava di liberare degli ostaggi tenuti prigionieri dal gruppo terroristico ISIS. Da allora non si hanno più sue notizie.

La comunità di Mar Musa, tra le altre cose, ha riattivato il Monastero di Mar Elian (Sant'Elia) a Qaryatayn, vicino a Homs, con padre Mourad che ha svolto un ruolo particolarmente importante. Dal 2000 al 2015, ha guidato il monastero di Mar Elian. Dopo il suo rapimento, ha soggiornato nei monasteri affiliati di Cori (Italia) e Sulaymanyah (Iraq). Nel 2020 è tornato al suo monastero di Mar Elian in Siria, diventandone Priore. Il monastero, gravemente danneggiato dall'ISIS, è stato ricostruito in collaborazione con i musulmani.

Nel gennaio 2023, Papa Francesco ha confermato l'elezione di Jacques Mourad ad Arcivescovo di Homs da parte del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Cattolica Siriaca. Mourad è stato consacrato vescovo all'inizio di marzo 2023.

La Chiesa Cattolica Siriaca ha avuto origine nel XVII secolo dalla Chiesa Ortodossa Siriaca di Antiochia. Attualmente conta circa 150.000-200.000 fedeli in tutto il mondo, principalmente in Libano, Siria, Iraq e Stati Uniti. Il patriarcato ha sede a Beirut dal 1920. L'attuale capo della Chiesa è il Patriarca Ignazio Giuseppe III Younan.

 https://www.kathpress.at/goto/meldung/2598685/syrischer-erzbischof-wuerde-von-rueckkehr-nach-syrien-derzeit-abraten

mercoledì 22 luglio 2026

Pizzaballa: "Imparare a guardarsi come esseri umani per reimmaginare la pace"

Il patriarca di Gerusalemme dei Latini intervenuto a Firenze per “Re-Imagine peace”, evento che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e dove s'incontra la musica degli artisti israeliani, palestinesi, italiani. Il nucleo centrale dell’intervento del cardinale ha affrontato la necessità di decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto

 da Vatican News

Si è svolto domenica 12 luglio, a Firenze “Re-Imagine peace”, un evento che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e dove la musica degli artisti israeliani, palestinesi, italiani e le loro testimonianze hanno contribuito a far riflettere i presenti sulle ferite della Terra Santa. In particolare le parole del patriarca di Gerusalemme dei latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, hanno indicato una via per superare le divisioni dei nostri giorni.  «Dobbiamo usare anche un po’ di immaginazione e uscire dai nostri confini», ha esordito Pizzaballa durante il concerto conclusivo del festival, ringraziando gli artisti per aver creato un’occasione d’incontro capace di stimolare il superamento dei vecchi schemi geopolitici. Per il patriarca, la fine delle ostilità non coincide automaticamente con una pace autentica: la pace richiede uno sforzo creativo che porti a guardare l’altro al di fuori delle etichette e richiede «la capacità di vedere nell’altro non un nemico, non una minaccia, non una categoria, ma una persona».

La necessità della condivisione del dolore

Il nucleo centrale dell’intervento del cardinale ha affrontato la necessità di decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto. Di fronte alla tendenza a schierarsi in modo acritico, il cardinale ha indicato la sola via necessaria che è quella dell’ascolto profondo e del riconoscimento della sofferenza altrui. «L’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo disposizione... Ascoltare non significa essere d'accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro», ha affermato, sottolineando come accogliere il vissuto e il dolore altrui non significhi rinnegare le proprie radici, ma ammettere la legittimità della sofferenza dell’altro. 

E questa condivisione del dolore è veramente necessaria alla drammatica realtà della Terra Santa. Pizzaballa ha ricordato le sofferenze di entrambe le parti, ricordando che «esiste il dolore delle famiglie israeliane» colpite dal terrore e, allo stesso modo, «esiste il dolore delle famiglie palestinesi» che affrontano distruzione e precarietà e secondo il porporato, non è ammissibile stabilire una gerarchia della sofferenza e «il dolore non dovrebbe mai essere una competizione». Ogni genitore che soffre per un figlio o ogni bimbo spaventato evidenzia che la dignità umana non ha confini e non c'è un dolore minore di un altro, e questo è stato anche il senso del festival “Re-Imagine peace”.


Il cardinale Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ricevuto il 29 giugno, a Bergamo, il premio Limes per il Dialogo e la Pace. Il racconto della sua ultima visita nella Striscia, il 22 e il 23 giugno scorsi: "Si viaggia su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. E qui vive la gente. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Soprattutto i bambini. La descrizione di Gaza ridotta a un cumulo di macerie, dei bambini che giocano tra le fogne e vengono morsi dai topi, così come delle aggressioni dei coloni in Cisgiordania, non impedisce però a Pizzaballa di riflettere sull’importanza del dialogo. Una necessità ancor più forte oggi, perché «il 7 ottobre è molto presente nell'animo ebraico e israeliano. Da quel giorno sono cadute le ultime remore». Il cardinale riconosce che oggi Israele «è un insieme di cose» dove «c’è di tutto ma dove, devo dire con dolore, i più duri sono i militari religiosi. Con loro è molto difficile avere un rapporto chiaro e sereno. Le componenti più estreme della popolazione ebraica non sono ancora una maggioranza, ma hanno una crescita di consenso e stanno diventando sempre più rilevanti sul piano politico, con conseguenze però divisive sulla stessa società israeliana».

Il patriarca ha affermato che per avviare un reale processo di riconciliazione e applicare la morale del perdonare l’altro, occorre una notevole fortezza interiore che permetta di abbandonare le narrazioni di comodo della propria comunità. La vera sfida non consiste nel fare scelte su chi meriti la nostra solidarietà, ma nell’ampliare lo sguardo. «Come posso allargare la mia compassione perché nessuno resti escluso?», ha domandato il cardinale, ribadendo che la convivenza in Terra Santa e nel mondo si fonda sulla valorizzazione di ogni individuo, indipendentemente dalla nazionalità o dal credo, poiché nessuna identità culturale o spirituale deve trasformarsi in una prigione. In quest’ottica, Pizzaballa ha rivolto una critica severa a chi usa la fede come pretesto per la violenza e questo rappresenta il tradimento più profondo del messaggio di Dio, definendolo «il peccato più grave». I leader religiosi hanno invece il compito di «guarire» i cuori delle persone per unire le comunità, perché dietro le statistiche e i simboli nazionali vi sono esseri umani che hanno diritto a un domani.

Una sfida per il domani: la speranza come compito  

Pur ribadendo di non possedere formule politiche o diplomatiche pronte all’uso, il patriarca ha elencato poi alcuni principi fondamentali su cui ricostruire le relazioni comunitarie: la sacralità dell’esistenza — perché la vita è sacra —, il rifiuto della violenza come destino inevitabile per le nazioni e l’idea che la sicurezza di un popolo non possa fondarsi sulla rovina dell’altro. La speranza cessa così di essere un sentimento passivo e diventa un impegno attivo: «La speranza anche quando sembra fragile, resta una responsabilità». Nei momenti bui, è dovere delle comunità promuovere il dialogo e la fiducia reciproca anziché alimentare il sospetto, per realizzare ciò che appare impossibile. 

L’auspicio finale del patriarca è che palestinesi e israeliani imparino a considerarsi anzitutto come persone, capaci di ascoltare prima di emettere giudizi e di «riconoscere il dolore senza trasformarlo in odio...c’è qualcosa di profondamente umano, di continuare a credere che il domani possa essere migliore di oggi. In questo momento storico in cui tante voci alimentano la paura, noi scegliamo di alimentare la fiducia. Dove cresce il sospetto scegliamo il dialogo, dove prevale la disumanizzazione, scegliamo il riconoscimento reciproco. Non sarà semplice, non sarà immediato, ma tutte le grandi trasformazioni della storia sono iniziate quando qualcuno ha osato immaginare ciò che sembrava impossibile. Vorrei  — ha concluso Pizzaballa — lasciarvi un augurio: che impariamo a guardarci non come rappresentanti di una causa ma come esseri umani... se riusciremo a fare questo avremo già reimmaginato la pace, poiché proprio in questo sforzo si pongono le basi per una vera stabilità in Medio Oriente, e in particolare in Terra Santa».


https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2026-07/pizzaballa-medio-oriente-guerra-israele-hamas-gaza-iran-pace-usa.html

venerdì 17 luglio 2026

Siria, il nuovo nunzio in visita nei villaggi cristiani

Nella provincia di Idlib, Yaqubie, Knaye e Ghassanieh hanno accolto a fine giugno monsignor Cona. Nel convento della Custodia di Terra Santa, l'incontro istituzionale e un colloquio con i giovani, desiderosi di opportunità lavorative e riscatto sociale
 

Vatican News, 15 luglio 2026

Una accoglienza più festosa non si poteva. È stata quella che gli abitanti dei villaggi di Yaqubie, Knaye e Ghassanieh, nella Siria nord-occidentale, noti per la storica e attiva comunità cristiana, hanno riservato a monsignor Luigi Roberto Cona, nunzio apostolico nel Paese nominato nel marzo scorso, che si è recato nella regione dal 26 al 28 giugno. Situate in una zona collinare a vocazione agricola, sono comunità che fanno parte della provincia di Idlib, ex roccaforte dello Stato Islamico. Qui i frati francescani, grazie ai quali è stata possibile la visita del rappresentante vaticano, continuano a mantenere una forte presenza nelle chiese locali, custodendone la fede e alimentando la speranza, fiaccola accesa tra le macerie della lunga guerra e del terremoto di tre anni fa.

L'esultanza popolare, di sapore tutto medio-orientale, è esplosa quando il nunzio ha fatto ingresso nei villaggi, a tal punto da indurre alcuni uomini a portarlo sulle braccia tra la folla per un tratto del percorso. Gente umile e provata da tante sofferenze ha abbracciato il rappresentante della Chiesa universale - "è come se ci fosse il Papa qui tra noi" - che si è calato nei loro dolori. Danze, acclamazioni, tamburi, canti: a questa straordinaria ospitalità il presule ha risposto con coinvolgimento e calore assecondando un clima di grande familiarità. "I cristiani che vivono qui trovano in noi la forza per continuare a vivere", ha sottolineato padre Louai Bsharat ofm, parroco di Yaqubie. Il religioso, di origine giordana, ha evidenziato quanto sia antica la storia dei cristiani in queste terre, risalente all'epoca degli apostoli, e quanto i francescani siano sempre stati percepiti come un punto di riferimento, "una roccia" su cui appoggiarsi. 

Cona è stato guidato negli spazi gestiti dalla Custodia dei Frati Minori di Terra Santa: il poliambulatorio intitolato a Santa Elisabetta di Ungheria, la scuola annessa al convento. Campeggiava un cartellone con varie foto della vita di comunità: "Welcome, monsignor Cona!". Un giovane si è mostrato preoccupato della probabile scomparsa imminente di un'intera popolazione "se non si adotteranno delle strategie". "Qui in cinque o sei anni abbiamo celebrato solo due matrimoni. Se andiamo avanti così fra cinquant'anni non ci sarà più nessuno. Vi chiediamo di sostenere i giovani, affinché la vita nei villaggi possa continuare", questo il suo appello a nome di tanti. Il villaggio di Ghassanieh, visitato per ultimo dal nunzio, è stato in effetti completamente svuotato dai suoi abitanti cristiani (latini, ortodossi e protestanti). Ora pian piano si sta ripopolando, rincuorano i frati. Il giovane risiede nel villaggio di Knaye, ed è rimasto compiaciuto del fatto che il nunzio abbia ascoltato in profondità i timori, le esigenze e le incertezze dal basso. Si è trattato di un incontro molto autentico e libero, hanno riferito i presenti: "Noi vorremmo continuare a vivere qui, a Dio piacendo. Siamo contenti perché il nunzio ci ha detto che vorrebbe sostenerci in tutti i modi possibili. Oggi è stato un incontro bellissimo". 

Una donna si è fatta portavoce delle istanze delle nuove generazioni ricordando i patimenti dei figli di questa nazione, i figli dei cristiani in particolare, con i continui trasferimenti tra le scuole, sia statali che religiose. "Molte organizzazioni sono arrivate qui per finanziare progetti piccoli e grandi - ha precisato - ma alcuni giovani non hanno avuto il coraggio di rischiare nell'avvio di una attività in proprio. Perciò speriamo che possiate aiutarci ad inserirli nel mondo del lavoro con corsi di formazione, corsi di aggiornamento, in modo che trovino opportunità nelle grandi imprese". Un desiderio concreto e condiviso apertamente a cui ha fatto seguito uno dei suggerimenti del nunzio: ristrutturare alcuni edifici nello stile tradizionale locale per realizzare una sorta di hotel diffuso capace di accogliere i turisti. È una delle direzioni verso cui poter indirizzare le energie per fare in modo che questo polmone della cristianità torni a respirare appieno.

Tra queste poche centinaia di persone (legato ai due villaggi di Yaqubie e Knaye c'è anche Jdaide, interamente greco ortodosso) non c'è rancore e nemmeno rassegnazione, ma serve un nuovo slancio economico e sociale. "La comunità greco ortodossa e quella armena ortodossa sono state abbandonate dai loro rispettivi pastori, andati via quando i ribelli si impadronirono della zona nel 2012. I nostri frati hanno offerto i servizi spirituali e di assistenza umanitaria a queste comunità senza alcuna distinzione", ha rammentato padre Bahjat Karakash ofm, delegato del Custode di Terra Santa in Siria e parroco di Aleppo. 


Monsignor Cona, in questi due giorni, è venuto a conoscenza di vicende particolarmente drammatiche che hanno segnato la vita di nuclei familiari e singole persone. Bassem Artin ha raccontato, per esempio, delle persecuzioni, cominciate durante la guerra, e dei rapimenti frequenti. Un giorno hanno preso anche lui. È stato egli stesso rapito da alcuni fondamentalisti, è rimasto in prigione per due settimane, subendo torture e insulti di ogni genere: "Ci picchiavano continuamente", testimonia. "Poi sono passati alle minacce di morte, voglio ucciderti, mi ripetevano ossessivamente", finché qualcuno gli ha puntato il coltello alla gola. "Fa' pure, gli dissi. Mi rispose: 'Di' addio alla vita'. ' Solo se Dio lo vuole', gli dissi. Ero steso a terra e lui seduto sul mio collo tenendomi bloccata la testa. Non ne potevo più. È stato un momento terribile. A un certo punto ho come sentito una voce che mi diceva di non avere paura, 'io sono con te', mi diceva. Cominciai così a rispondere a ogni cosa del mio aguzzino. Ribattevo a ogni domanda. Finché lui, infastidito: 'ma tu di chi ti fidi?'. Gli risposi: 'di Dio'. 'Perché tu conosci Dio?'. 'In realtà sei tu che non lo conosci'. Alla fine mi ha lasciato e se n'è andato". Nelle sue parole, anche il ricordo di quanto accaduto all'allora parroco e oggi vescovo Hanna Jallouf, Vicario Apostolico di Aleppo, anch'egli tra gli incarcerati per mano dell'estremismo islamico durante la guerra, proprio lui, tra le figure più attive nell'ambito del dialogo interreligioso e della promozione della pace. 
Monsignor Cona con i frati della Custodia di Terra Santa in Siria

Da padre Khoukaz Mesrob ofm, parroco di Knaye, suo luogo di nascita, arriva lo stesso desiderio di riscatto: darsi da fare per il proprio popolo: "Abbiamo iniziato il restauro della scuola elementare mentre ancora c'era la guerra, quando è terminata eravamo a metà dei lavori. Oggi con il rientro delle famiglie sfollate, stiamo cercando di ricostruire anche le case, case danneggiate dalla guerra, dal terremoto e dagli atti vandalici. Le famiglie che tornano da altre città siriane vivono in condizioni di estrema povertà. Il nostro ruolo come Chiesa - ha ricordato - è di provvedere ai bisogni di queste persone in ogni modo da aiutarle a ricominciare: tetto, lavoro, scuola. Non ci è mancata la Provvidenza e grazie a Dio la situazione sembra gradualmente migliorare. Portiamo nel cuore grandi speranza per il futuro. Preghiamo che le sofferenze dei cristiani qui non siano perdute, ma che servano come testimonianza viva di fede e speranza, per il bene di tutta la Chiesa e dei credenti nel mondo". 

mercoledì 15 luglio 2026

Oggi inizia la novena a San Charbel Makhluf


O meraviglioso San Charbel, dal tuo corpo sale profumo verso il cielo, vieni in mio aiuto e implora da Dio in mio favore la grazia, di (nominare) di cui ho molto bisogno, se questa porta veramente onore a Dio e salvezza alla mia anima. Amen.

O San Charbel prega per me.

O mio Signore che hai dato a San Charbel la grazia della fede, Ti prego di concedere per sua intercessione questa divina grazia, affinché io viva secondo i Tuoi comandamenti e il Tuo Vangelo.

Pater, Ave, Gloria.

Per conoscere la vita e la storia del santo libanese potente taumaturgo

«Cercate ogni giorno il volto dei santi e trovate riposo nei loro discorsi»
24 luglio, San CHARBEL (GIUSEPPE) MAKHLUF   Sacerdote -
Beqaa Kafra, Libano, 1828 - Annaya, Libano, 24 dicembre 1898

di Pina  Baglioni

Maronita, che, alla ricerca di una vita di austera solitudine e di una più alta perfezione, si ritirò dal cenobio di Annaya in Libano in un eremo, dove servì Dio giorno e notte in somma sobrietà di vita con digiuni e preghiere, giungendo il 24 dicembre a riposare nel Signore. (24 dicembre: Ad Annaya in Libano, anniversario della morte di san Charbel (Giuseppe) Makhluf, la cui memoria si celebra il 24 luglio).
Ogni uomo è una fiamma, creata da nostro Signore per illuminare il mondo. Ogni uomo è una lampada, che Dio ha fatto per brillare e dare luce”.
Youssef Antoun è figlio di contadini e vive con i quattro fratelli in un villaggio del Libano. La sua infanzia finisce presto: a tre anni muore il padre, ma la madre si risposa con un uomo pio che alla fine, secondo l’usanza orientale, diventa sacerdote. Per Youssef è una gioia ascoltarlo, come è una gioia parlare dei due zii eremiti nella Valle dei Santi. Per lui sono supereroi e vorrebbe seguirne l’esempio, ma non può: deve aiutare la famiglia, gli dicono, e così a dieci anni inizia a fare il pastore, ma trascorre tutto il suo tempo libero e pregare in una grotta, oggi meta di pellegrinaggi e chiamata “la grotta del Santo”. Fino a quella notte.
“Vieni e seguimi!”
Non è che prima Youssef non avesse sentito il Signore che lo chiamava a sé, solo non voleva disobbedire al volere della famiglia. Quella notte, però, la voce del Signore è particolarmente nitida, insistente… non ce la fa più: si alza, e senza salutare nessuno, prima che faccia giorno è già in viaggio verso il monastero di Nostra Signora di Mayfouq. È il 1851 e lui ha 23 anni. In pochi mesi diventa monaco dell’Ordine libanese maronita e cambia il proprio nome in Charbel, che in siriaco significa “il racconto di Dio”. Viene trasferito un paio di volte, studia assiduamente teologia e si occupa di poveri e ammalati, in obbedienza alle missioni che via via gli vengono affidate, compreso il lavoro nei campi. Ma sono la preghiera e la contemplazione, le attività che preferisce.
Dalla grotta dell’infanzia all’eremo della vecchiaia
Nel 1875 frate Charbel si sente pronto a vivere secondo la Regola degli eremiti dell’Ordine maronita, che prevede i monaci divisi in piccole comunità di massimo tre. Per lui è come una seconda nascita: può lavorare, pregare, osservare la penitenza, il digiuno e il silenzio. Le testimonianze riferiscono di un monaco zelante, spesso sorpreso a pregare con le braccia aperte, in una cella poverissima, che lascia solo per celebrare la Messa o quando gli viene espressamente ordinato. Fino a quel giorno, a Natale. È proprio durante la Messa che Charbel si sente male, al momento dell’elevazione. Dopo un’agonia di otto giorni in cui gli altri monaci lo sentono pregare e in cui continua a osservare la Regola – rifiutando, ad esempio, del cibo più nutriente – si spegne. È il 1898.
La sua morte: un seme che porta molto frutto
Ma la morte, come sappiamo, non è la fine. Dopo qualche mese iniziano a verificarsi prodigi. Molti monaci giurano di vedere la tomba di frate Charbel, di notte, illuminata da luci non naturali, così un giorno viene aperta e il suo corpo viene ritrovato intatto, con la temperatura corporea di un vivente. E questo accadrà altre due volte, quando sarà aperta di nuovo perché il corpo trasuda un misto di sangue e acqua. Durante l’ultima ricognizione, nel 1950, il suo volto rimane impresso su un panno e si verificano molte guarigioni istantanee tra i presenti intervenuti. Si diffonde la fama di santità di questo piccolo monaco silenzioso che inizia a essere invocato e, per sua intercessione, si moltiplicano le guarigioni miracolose. La Chiesa non ha più dubbi: è Paolo VI a beatificarlo e poi a canonizzarlo. Lo ricorda così: “Egli può farci capire, in un mondo affascinato dal comfort e dalla ricchezza, il grande valore della povertà, della penitenza, dell’ascetismo, per liberare l’anima nella sua ascensione a Dio”. Dopo la beatificazione, il corpo di frate Charbel non ha più trasudato. 

lunedì 6 luglio 2026

Dal Monastero di Qara scrive Padre Daniel

 

Qara- Siria- 3 luglio 2026

Oggi desideriamo farvi scoprire più da vicino un villaggio di grande importanza storica, Qara (il nostro villaggio), e condividere con voi un’iniziativa pastorale che avrà inizio proprio oggi nella nostra diocesi.

Unzione degli infermi nel nostro villaggio

Domenica scorsa, fra Jean ed io abbiamo celebrato l’Eucaristia al mattino per i parrocchiani di Qara (e nel pomeriggio con la nostra comunità).

Permettetemi una breve digressione sul nostro villaggio di Qara. In aramaico, Qara significa «il grande freddo». Situato a 1300 metri di altitudine, d’inverno può gelare intensamente. In estate il clima è piacevole e fresco la sera. Qara, situata tra Damasco e Homs, si trovava sulla «strada maestra» tra Gerusalemme e Antiochia – il percorso che gli Apostoli percorrevano durante le loro prime missioni. (Piccola ricerca: chi troverà la bicicletta di san Paolo? 😉)

Fin dall’anno 150 d.C., il nostro villaggio di Qara aveva un proprio vescovo. Il vescovo di Qara partecipò al primo concilio ecumenico di Nicea (325 d.C.). Nel VI secolo, il nostro monastero di Mar Yakub fu costruito sulle rovine di una torre di avvistamento romana. Fino al XII secolo, Qara contava circa 40.000 cristiani. Da allora, l’equilibrio si è gradualmente invertito. Oggi a Qara siamo rimasti solo circa 150 cristiani, su una popolazione di 20.000 abitanti.

Torniamo alla nostra visita pastorale a Qara: dopo la Messa, abbiamo attraversato il villaggio insieme a un parrocchiano per visitare una mezza dozzina di malati, pregare per loro e amministrare loro la Santa Comunione. La prima era una signora di 101 anni, in una casa lussuosa che ricordava la prosperità della Siria prebellica. Per raggiungere gli altri, abbiamo dovuto salire una stretta scalinata di diverse decine di gradini.

Queste visite ci hanno dimostrato ancora una volta quanto le persone, ovunque, aspirino alla felicità con i propri cari e i propri figli. Accanto alle icone di Gesù e Maria, si vedono le foto dei loro figli: quando erano piccoli, il giorno del loro matrimonio, poi con i propri figli. La loro sofferenza è intimamente legata a questi ricordi. Una coppia che ha seppellito uno dei propri figli si reca ancora ogni giorno sulla sua tomba per pregare e piangere.

Lungo il percorso veniamo regolarmente fermati per scambiare qualche parola. Un giovane ha aperto un piccolo negozio e ci ha chiesto di benedirlo. La convivialità di una società armoniosa, che un tempo abbiamo conosciuto qui, si è certamente molto affievolita in apparenza, ma speriamo che continui a vivere nel profondo, sotto la superficie.

Iniziativa pastorale: 10 lezioni per i giovani della nostra diocesi

I cristiani siriani (oggi 800.000, contro i 2 milioni di prima della guerra) hanno in genere un unico sogno: fuggire dalla terra dei loro antenati per cercare fortuna in Europa o in America. Questo esodo è doloroso e sembra irreversibile.

L’Iraq, che da diversi decenni è diviso tra guerra e fasi di post-guerra, conta oggi parrocchie con appena 10-20 cristiani. Questa dolorosa realtà può avere gravi conseguenze. Un giovane del nostro villaggio che lavora in Iraq ci ha recentemente confidato:  «Gli iracheni mi dicono spesso: il nostro errore più grande è lasciare che i cristiani se ne vadano. Sono loro a garantire la coesione, non hanno problemi con nessuno.»

Per cercare di arginare questo esodo, abbiamo lanciato, insieme alle nostre quattro parrocchie limitrofe, un’iniziativa interattiva: dieci lezioni approfondite rivolte ai giovani, intitolate:  «Le mie radici cristiane in Siria»

I giovani riceveranno insegnamenti impartiti dai sacerdoti e da Madre Agnès. Scopriranno le loro radici cristiane attraverso la Bibbia, la storia della Chiesa (la Siria è la culla del cristianesimo) e impareranno anche come costruire un rapporto personale con Cristo.

Attraverso questa iniziativa, speriamo e preghiamo affinché i giovani cristiani (ri)scoprano qui quanto sia bella e importante la loro Chiesa locale nella storia del cristianesimo, e quanto sia fondamentale la loro presenza di fede sulla terra dei loro antenati.

Vi chiediamo quindi di pregare affinché questa iniziativa dia i suoi frutti.

Grazie dal profondo del cuore. 

Padre Daniel Maes

mercoledì 1 luglio 2026

Siriani sfollati: una crisi senza orizzonte

da Libnanews

La questione degli sfollati interni siriani in Libano torna alla ribalta, mentre il Paese si trova ad affrontare una propria crisi di sfollamento interno.

La guerra nel Sud, gli attacchi contro i sobborghi meridionali di Beirut, gli ordini di evacuazione e l'incertezza sul cessate il fuoco hanno causato lo sfollamento di oltre un milione di libanesi. In questo contesto già saturo, la presenza siriana rimane un tema esplosivo. Essa ha ripercussioni su comuni, scuole, cliniche, lavoro informale e affitti. Alimenta inoltre le tensioni politiche, poiché ogni fazione libanese proietta su questo tema le proprie paure, i propri calcoli e le proprie priorità.

Tuttavia, il Libano non può più accontentarsi di un dibattito a colpi di slogan. Ha bisogno di un quadro chiaro, con la Siria, le Nazioni Unite e i donatori, per organizzare i possibili rimpatri senza provocare una nuova crisi umanitaria.

Le cifre stesse riassumono la complessità della situazione. Il governo libanese stima ancora che vi siano tra 1,3 e 1,5 milioni di siriani, mentre i registri dell'UNHCR riportano un numero di rifugiati registrati di gran lunga inferiore. Il portale operativo dell'UNHCR indicava, al 31 marzo 2026, circa 490.000 rifugiati registrati, distribuiti principalmente tra la valle della Bekaa, il nord, Beirut-Mont-Lebanon e il sud. Questa differenza è dovuta alla sospensione delle nuove registrazioni dal 2015, a causa di rimpatri, partenze non dichiarate, persone non registrate e costante mobilità tra Libano e Siria.

Ciò alimenta anche la sfiducia. Le autorità libanesi parlano di un enorme onere demografico ed economico. Le agenzie internazionali rispondono con cifre verificabili ma incomplete.

Sfollati interni siriani coinvolti nell'allargamento della crisi libanese: l'attuale crisi ha cambiato la natura del problema.

Per anni, la questione siriana è stata presentata come una crisi a sé stante: un Paese ospitante stremato di fronte a una popolazione di rifugiati che vive lì dal 2011. Dall'escalation del 2026, gli sfollati interni siriani si sono trovati intrappolati nella più ampia crisi libanese. Le famiglie libanesi nel sud del Paese cercano rifugio nelle stesse scuole, negli stessi edifici pubblici, negli stessi villaggi e talvolta negli stessi mercati degli affitti dei siriani che vivono lì da anni. Le risorse non sono aumentate. I bisogni si sono sovrapposti. Questa sovrapposizione crea una competizione silenziosa.

Un comune che già ospita famiglie siriane deve accogliere anche sfollati libanesi. Una scuola che accoglieva studenti libanesi e siriani può diventare un centro di accoglienza. Un ambulatorio che si prendeva cura di una popolazione povera deve assistere un numero maggiore di feriti, malati cronici e famiglie sfollate. Gli affitti aumentano nelle zone considerate più sicure. I proprietari a volte preferiscono affittare a famiglie in grado di pagare in dollari. I più vulnerabili, siriani o libanesi, si ritrovano costretti a vivere in alloggi ancora più precari. 

Il pericolo politico deriva da questa vicinanza di miseria. Quando le risorse scarseggiano, aumenta la tentazione di trovare un capro espiatorio. I siriani vengono accusati di dover scegliere tra salari, servizi, sicurezza e aiuti. I libanesi sfollati a volte denunciano l'impressione che l'assistenza internazionale per i rifugiati siriani sia più strutturata di quella destinata a loro stessi. I siriani rispondono di aver vissuto per anni in condizioni precarie, con restrizioni, controlli, espulsioni mirate e la costante paura di un rimpatrio forzato. Questi risentimenti possono coesistere, ma non per questo sono meno pericolosi per la coesione sociale.

I comuni in prima linea

I comuni stanno subendo parte dell'impatto. Devono gestire rifiuti, acqua, illuminazione, alloggi, tensioni di vicinato, permessi di lavoro informali, affitti, mercati, strade e reclami. Molti non dispongono di budget, personale o dati aggiornati. I sindaci spesso sanno meglio dei ministeri dove si trovano le famiglie, quali case sono sovraffollate, quali quartieri sono privi di acqua o quali scuole sono sotto pressione. Ma non sempre hanno i mezzi per intervenire. Questa debolezza trasforma la presenza siriana in un problema locale permanente.

Nella valle della Bekaa, nel nord del Libano e in alcune zone di Beirut-Mont-Lebanon, la pressione è di vecchia data. Insediamenti informali, case incompiute, fattorie, quartieri e piccole città ospitano popolazioni siriane da oltre un decennio. La guerra nel sud ha aggiunto un ulteriore livello di vulnerabilità. Le amministrazioni comunali devono mediare tra abitanti poveri, siriani, sfollati libanesi e famiglie ospitanti. Spesso lo fanno senza un chiaro quadro normativo nazionale. Le decisioni diventano quindi locali, a volte arbitrarie: restrizioni alla libertà di movimento, smantellamento dei campi, pressioni amministrative, coprifuoco informali o rifiuto di insediamento.

Queste misure possono rispondere a preoccupazioni reali. Possono anche esacerbare l'insicurezza. Una famiglia siriana sfollata da un campo a un altro comune non scompare. Diventa semplicemente più invisibile. Un lavoratore a cui viene impedito di spostarsi perde il reddito. Un bambino con documenti non in regola rischia di abbandonare la scuola. Una donna che elude i controlli a volte rinuncia alle cure. La gestione a livello comunale non può sostituire una politica nazionale.

foto Antakli

Scuole, assistenza e lavoro sotto stress

La scuola rimane uno dei punti più delicati. Il sistema scolastico libanese ha a lungo operato con un sistema duale per accogliere gli studenti siriani. La crisi finanziaria aveva già indebolito questo modello. La guerra ha poi trasformato le scuole in rifugi, trasferito gli insegnanti, interrotto le strade e sconvolto i calendari scolastici. In questo contesto, i bambini siriani sono particolarmente vulnerabili all'abbandono scolastico. A volte si combinano povertà, lavoro precoce, mancanza di documenti, difficoltà linguistiche, distanza dalle istituzioni e pressioni familiari.

I bambini libanesi sfollati ora subiscono in parte le stesse conseguenze negative.

Un'altra sfida è la sanità. I siriani spesso dipendono da servizi sovvenzionati, ONG, cliniche o reti umanitarie. I tagli al bilancio internazionale hanno ridotto alcuni programmi. Gli ospedali libanesi, già indeboliti, richiedono garanzie di pagamento. Le famiglie povere rimandano le visite mediche. Le malattie croniche, la gravidanza, la salute mentale e l'assistenza pediatrica diventano più difficili da seguire. Quando i libanesi sfollati arrivano nelle stesse strutture, i tempi di attesa aumentano e le tensioni crescono. Al sistema non manca solo il denaro. Manca anche la prevedibilità.

Il tema dell'occupazione, infine, cristallizza le accuse.

I siriani lavorano spesso in agricoltura, edilizia, servizi, consegne, pulizie, ristorazione o in attività quotidiane. Si tratta di settori già caratterizzati da informalità, salari bassi e scarsa protezione sociale. I libanesi più poveri vedono questa forza lavoro come una concorrenza. I datori di lavoro vedono flessibilità. I siriani, a volte, la considerano l'unica via di sopravvivenza.

La soluzione non può essere solo repressiva. Proibire senza alternative spinge il lavoro ulteriormente nell'illegalità. Formalizzare senza regolamentare alimenta la rabbia sociale. È necessario un quadro occupazionale limitato, controllato e trasparente, legato alle reali esigenze dell'economia....

Gli sfollati interni siriani in Libano si trovano ad affrontare una crisi senza futuro, poiché le tre soluzioni convenzionali rimangono incomplete. -L'integrazione sostenibile continua a essere politicamente osteggiata da gran parte dei funzionari libanesi. -Il rimpatrio di massa è limitato dalle condizioni siriane, dalla sicurezza, dalla mancanza di documenti e dalla situazione economica. -Il reinsediamento in paesi terzi coinvolge un numero di persone troppo esiguo per cambiare gli equilibri. Il risultato è una prolungata situazione di stallo: non si intravede né una soluzione agevole, né un rimpatrio organizzato su larga scala, né una protezione internazionale sufficiente.

Questo meccanismo intermedio sfrutta tutti. Sfrutta i siriani, che vivono nell'attesa, nella povertà e nella paura di una decisione amministrativa. Sfrutta i libanesi, che hanno visto i servizi pubblici deteriorarsi e gli aiuti diminuire. Sfrutta i comuni, che gestiscono una crisi nazionale con risorse locali. Sfrutta i donatori, che finanziano programmi senza una chiara prospettiva politica. Sfrutta anche i rapporti tra Beirut e Damasco, perché il dossier di ritorno è ancora pieno di storia contraddittoria, sicurezza, sfiducia e interessi contrastanti.

La guerra del 2026 ha reso questa situazione di stallo ancora più urgente. Il Libano non può ricostruire il Sud, accogliere i propri sfollati interni, rilanciare la propria economia e stabilizzare le proprie istituzioni lasciando irrisolta la questione siriana. La Siria non può chiedere il rimpatrio senza fornire garanzie di alloggio, sicurezza, servizi e documenti. I donatori non possono ridurre gli aiuti sperando che le famiglie trovino una soluzione da sole. Il prossimo accordo utile non sarà solo un meccanismo di rimpatrio. Dovrà essere un contratto di responsabilità condivisa, in cui ogni rimpatrio sarà monitorato, ogni comune sostenuto e ogni famiglia protetta da nuove fughe di massa.

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giovedì 25 giugno 2026

L'esercito regolare libanese riprende il controllo delle zone del sud, trovandovi solo macerie

di Elisa Gestri

“Scrivo da un paese che non esiste più”: così Giampaolo Pansa iniziava nel 1963 una celebre corrispondenza dai luoghi del disastro del Vajont. Fuor di ogni retorica, gli uomini delle Forze Armate libanesi che hanno raggiunto le località distrutte dall'esercito israeliano in Libano non devono essersi trovati davanti uno scenario molto dissimile. Entrato in vigore la settimana scorsa un incerto Cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, i militari libanesi hanno riaperto le vie di comunicazione e fatto sopralluoghi in aree finora off limits a causa della presenza delle truppe israeliane; le immagini di ciò che soldati e soccorritori hanno trovato stanno facendo il giro del mondo.

In meno di quattro mesi di aggressione di IDF intere aree del sud del Paese e della valle della Bekaa sono state rase al suolo e cancellate dalla cartina: città, villaggi, strade, foreste, coltivazioni agricole tra cui oliveti storici, siti archeologici di rilevanza mondiale hanno subito prima l'agonia dei bombardamenti e poi lo sfregio delle escavatrici. Hezbollah, obiettivo dichiarato delle “operazioni militari” di IDF, mentre scriviamo sta ancora impegnando i soldati israeliani nella “zona di difesa avanzata” stabilita unilateralmente dallo Stato ebraico in territorio libanese, nonostante nell'ultimo anno e mezzo i combattenti della milizia sciita siano stati decimati e dispongano di mezzi imparagonabili con quelli dell'esercito israeliano.

La “guerra dei droni” portata avanti da Hezbollah ha guadagnato effimere vittorie al Partito di Dio – secondo gli ultimi dati di IDF soldati sono 36 i militari caduti dal 2 marzo scorso sul “fronte libanese” - ma è costata la morte di migliaia di civili di ogni sesso, età, condizione e appartenenza religiosa: sono quattromiladuecento, rende noto l'ultimo report del Ministero libanese della Salute Pubblica, ma solo ora, con l'accesso alle località distrutte da IDF, si vanno scoprendo ed identificando i corpi rimasti intrappolati da giorni - o settimane - sotto le macerie.

Molte delle vittime nulla avevano a che fare con Hezbollah, se non addirittura appartenevano ad universi ideali lontanissimi dalla milizia sciita. Pensiamo, tra le tante vittime, al sacerdote Pierre Rahi, parroco maronita di Qlaya, ucciso mentre soccorreva un parrocchiano colpito da un precedente attacco di IDF; all'anziana sorella della notissima attrice e cantante May Hariri, sepolta sotto le macerie della sua casa a Nabatyie – “Cosa ha a che fare mia sorella con tutto questo?” ha chiesto Hariri al Presidente della Repubblica Joseph Aoun, supplicandone l'intervento per rimuovere il corpo da sotto l'abitazione crollata; all'ambientalista Mona Khalil, che aveva trasformato la sua casa di famiglia di Mansourie, sulla costa di Tiro, in un'oasi protetta per le tartarughe marine, colpita a 77 anni dal fuoco israeliano assieme alla sua assistente.

Pensiamo anche a chi, estraneo all'appartenenza sciita, si è unito alla lotta  di Hezbollah come Karl Roger Abdel Malek, giovane cristiano caduto per la causa in cui credeva, la liberazione del Libano dagli israeliani, e il cui funerale ha unito cristiani e musulmani. Mentre in Libano migliaia di sfollati tentano la strada del ritorno verso casa confidando nel Cessate il fuoco, ma nel sud si continua a sparare - il futuro del Paese è oggetto di due trattative in contemporanea, quella di Washington tra Libano e Israele e quella in Svizzera tra USA e Iran.

Paradossalmente, ma non troppo, i due tavoli portano avanti due istanze diverse: se il negoziato di Washington, a trazione israeliana (le istituzioni libanesi qui non hanno voce in capitolo né carte da giocare)  punta sull'eliminazione di Hezbollah, quello tra USA e Iran deve includere la difesa del Paese dei Cedri da Israele, imposta dalla Repubblica Islamica nel memorandum di intesa.

Il Premier israeliano Netanyahu e il suo Ministro della Difesa Katz continuano a ribadire ai limiti dell'ossessione che le truppe israeliane non si ritireranno dal Libano “neanche se lo chiede l'America”, e che manterranno “libertà di manovra” nella “zona di difesa avanzata” stabilita a difesa del nord di Israele.

Per ora, il Libano attende il ritiro di IDF da alcune “zone pilota” del suo territorio, che dovrebbero venire occupate dall'esercito libanese. Sempre che il Cessate il fuoco regga.

https://lanuovabq.it/it/un-libano-distrutto-attende-lesito-di-due-trattative-parallele