PARTE TERZA
Implicazioni pastorali
Dopo aver riconosciuto la realtà e contemplato il futuro che ci è affidato, ora ci chiediamo: come possiamo, come comunità, vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme che scende dal cielo? Non si tratta di applicare un progetto astratto, ma di lasciarci illuminare nel nostro quotidiano, in parrocchia, in famiglia, nelle istituzioni. È un cammino lungo e faticoso, ma l’unico che può darci fiducia.
Non pensiamo di non poter fare nulla a causa del conflitto. Le difficoltà non devono essere pretesto per fermare la carità o giustificare omissioni. Anzi, è proprio in questi casi che la nostra azione pastorale deve diventare più incisiva: non per fare gli eroi, ma per lasciare spazio all’opera di Dio.
Riprendendo i contenuti presentati fino a qui, cercherò ora di delineare alcuni ambiti pastorali, in cui appare chiaro che la missione della nostra Chiesa è essere espressione concreta di questa visione che Dio ci ha rivelato.
1. Il primato della liturgia e della preghiera
Abbiamo visto che il primo elemento della Città che discende dal cielo è ricevere continuamente se stessa da Dio, mantenendo viva la coscienza della Sua presenza. Ed è la vita sacramentale della Chiesa – la liturgia e la preghiera – a custodire e ravvivare questa coscienza. Essa è parte essenziale della missione della Chiesa
C’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro – fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. È un momento di amore e di incontro con Dio, in cui cerchiamo di vedere Lui e di essere visti da Lui, proprio come facciamo quando andiamo a trovare le persone che amiamo. È il cuore, il respiro. È ciò che tiene in vita la nostra comunità quando tutto il resto vacilla. Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose.
Dobbiamo allora tenere la liturgia e la preghiera al centro della vita delle nostre comunità. Non solo le preghiere per la pace – che pure vanno promosse – ma la preghiera come atmosfera stabile della nostra vita, come ciò che dà forma alle nostre giornate, alle nostre settimane, alle nostre comunità.
Penso in particolare alla Liturgia delle Ore comunitaria, alla lectio divina, all’adorazione eucaristica: non pratiche per specialisti, ma espressioni semplici e profonde della preghiera della Chiesa, capaci di immergere il nostro quotidiano – con le sue paure e le sue attese – nella relazione viva con Dio.
È da promuovere anche la dimensione comunitaria e sanante del Sacramento della Riconciliazione. Troppo spesso vissuto in forma privata e isolata, esso è in realtà un sacramento ecclesiale, che guarisce non solo il singolo ma l’intera comunità, ristabilendo la comunione ferita. Celebrazioni penitenziali comunitarie ben preparate possono ridare a questo incontro con la misericordia di Dio tutta la sua forza di rinascita.
Un’attenzione particolare va riservata anche al Sacramento del Matrimonio e alla cura delle famiglie. In un tempo che fatica a credere nella fedeltà e nella durata, accompagnare gli sposi significa aiutarli a fondare la loro casa non sulla fragilità delle emozioni, ma sulla roccia dell’amore di Cristo.
In sintesi, il punto è questo: la liturgia non è un insieme di pratiche, ma l’azione stessa di Cristo che continua a plasmare, guarire e sostenere la sua Chiesa. Facciamo della preghiera il cuore pulsante delle nostre parrocchie, delle nostre famiglie, delle nostre scuole. Una comunità che prega non evade dalla realtà, ma impara a viverla con lo sguardo di Dio, nella luce pasquale che risplende anche quando tutto intorno è notte. Le parrocchie sono senza dubbio il cuore pulsante della nostra vita comunitaria; è lì che vengono amministrati i sacramenti e celebrate le liturgie
2. Le famiglie: chiese domestiche
Se le parrocchie sono il cuore pulsante della nostra vita comunitaria, le famiglie sono il respiro quotidiano. È lì che la fede si impara, si trasmette, si incarna. È lì che i bambini fanno le prime esperienze di amore, di perdono, di fiducia. In esse ciascuno si forma lo sguardo con cui si guarderà il mondo per tutta la vita.
In questo tempo di scetticismo e di paura, le nostre famiglie hanno una missione in più: diventare laboratori di riconciliazione, scuole di umanità, chiese domestiche.
Pensiamo alla “purificazione della memoria” di cui abbiamo parlato. Dove può iniziare se non in famiglia? I genitori sono i primi narratori della storia. Il modo in cui raccontano il passato – con veleno o con onestà, con rancore o con fiducia – segna i figli per sempre. Educare alla convivenza significa anche questo: raccontare la verità, anche dolorosa, senza trasmettere odio. Significa insegnare che si può ricordare una storia di sofferenza senza volersi vendicare, che si può piangere i propri morti senza desiderare la morte altrui.
Le nostre famiglie sono il primo luogo dove si impara concretamente l’incontro con l’altro: il vicino di casa, il compagno di scuola di un’altra fede, il collega di lavoro. Se i genitori vivono relazioni di rispetto e apertura, i figli imparano che tali relazioni sono possibili. Se i genitori parlano con disprezzo di chi è diverso, i figli assorbono quel veleno e lo iniettano nel loro sguardo sul mondo.
E poi la preghiera. La famiglia che prega insieme, dice un antico adagio, rimane unita. Non servono formule complicate. Il segno della croce e la preghiera prima del pasto, una breve preghiera la sera, il Vangelo aperto e letto insieme la domenica. Piccoli gesti che creano un’atmosfera, che ricordano a tutti – bambini e adulti – che Dio è di casa tra quelle mura.
Penso in particolare alle famiglie miste intracristiane, quelle dove convivono tradizioni diverse. In un contesto che spinge alla separazione, esse spiccano come un segno profetico: testimoniano che l’amore è più forte delle barriere, che l’incontro è possibile, che si può costruire unità nella diversità. A loro va il nostro sostegno e la nostra ammirazione.
So bene che le famiglie oggi sono sotto pressione: la crisi economica, la paura del futuro, la tentazione di emigrare, le difficoltà quotidiane. Tante famiglie risultano provate, affaticate, stanche. A loro va la nostra vicinanza più grande. La Chiesa desidera star loro accanto, sostenerle e aiutarle a riscoprire la bellezza del loro cammino.
A voi famiglie dico: non sentitevi sole. La Chiesa è con voi. La parrocchia è casa vostra. Non possiamo certo arrivare a tutto e a tutti, ma non abbiate paura di condividere le fatiche, di cercare un’indicazione quando tutto sembra buio. E non dimenticate mai la vostra missione: siete voi i primi testimoni della fede per i vostri figli. Più delle parole, contano i gesti. Più dei discorsi, vale l’amore vissuto.
Maria, Madre di Nazareth, che in una piccola casa ha custodito e meditato nel cuore le meraviglie di Dio, accompagni ogni famiglia della nostra Diocesi. Insegni a tutti noi l’arte di custodire e mettere insieme, di attendere con pazienza, fiduciosi nell’attesa.
3. Le scuole: laboratori del futuro
Le nostre scuole sono forse tra i doni più grandi che la Chiesa fa a questa Terra. Generazioni di uomini e di donne – cristiani, musulmani ed ebrei – sono passati tra i banchi delle nostre istituzioni. Questo non è un dettaglio: è una vera missione.
Oggi le nostre scuole sono chiamate a fare qualcosa di più. Non sono solo luoghi di istruzione, ma vere e proprie officine di umanità nuova. Sono spazi in cui si impara a vivere insieme, dove la differenza non spaventa ma arricchisce, e dove l’incontro con l’altro diventa occasione di crescita e non di scontro. Papa Leone XIV, recentemente, ricordando il 60º anniversario del documento conciliare Gravissimum Educationis, ha affermato: “Educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità”[4].
Allo stesso tempo, esse restano luoghi essenziali di trasmissione della coscienza cristiana. I nostri ragazzi devono sapere chi sono, a quale storia appartengono, quale tesoro portano nel cuore. Una fede che non si conosce non si può testimoniare. Una coscienza fragile si chiude per paura, mentre una coscienza solida e matura si apre all’incontro.
Immaginiamo scuole dove non si trasmettono solo nozioni, ma si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore; dove il conflitto non viene rimosso, ma affrontato con gli strumenti della conoscenza dell’altro, del dialogo e del rispetto; dove la qualità dell’insegnamento va di pari passo con la qualità delle relazioni. Scuole in cui la preghiera, il silenzio e l’ascolto aiutano i giovani a leggere la realtà senza paura, e dove insegnanti ed educatori non sono solo trasmettitori di contenuti, ma testimoni di uno stile di vita.
Le nostre scuole devono diventare il luogo in cui la visione che abbiamo delineato in questa Lettera – la Gerusalemme dalle porte aperte, la redenzione della memoria, il rifiuto della violenza – prende forma concreta nel metodo educativo e nello stile quotidiano. È qui che si gioca una parte decisiva del futuro di questa Terra.
Ho chiara consapevolezza dei problemi cronici – non solo finanziari – che affliggono la maggior parte delle nostre istituzioni scolastiche e accademiche. Ultimamente, a Gerusalemme emerge il problema dei permessi per gli insegnanti provenienti da Betlemme, cosa che mette a serio rischio la possibilità di mantenere salda l’identità cristiana delle nostre scuole. Anche in questo ambito, il conflitto politico riversa conseguenze dirette sulla vita della Chiesa, e dovremo fare tutto il possibile per aiutare e sostenere i nostri insegnanti, senza però farci illusioni. Ci attendono tempi duri nei prossimi anni. Ciò nonostante, una cosa è certa: con mitezza e determinazione continueremo a difendere il carattere cristiano delle nostre istituzioni.
Ai dirigenti, agli insegnanti e a tutto il personale delle nostre scuole va il mio grazie più sincero. Il vostro lavoro, spesso faticoso e poco visibile, è un investimento sul futuro. Giorno dopo giorno, state costruendo quella città possibile che sogniamo: una città in cui la convivenza non è un’utopia, ma un’esperienza che si impara fin da giovani.
4. Gli ospedali e le opere sociali: le foglie che guariscono
C’è un luogo in cui l’accoglienza, il dialogo e la guarigione sono già realtà vissute: le nostre opere sociali. I nostri ospedali, gli ambulatori, i centri Caritas, le mense per i poveri, le case di accoglienza. L’Apocalisse parla di un albero della vita le cui foglie «servono a guarire le nazioni»: le nostre opere sono come quelle foglie, silenziose e discrete, ma capaci di portare sollievo a chiunque ne abbia bisogno, senza chiedere la carta d’identità o il credo religioso.
Nei nostri ospedali, ebrei, cristiani e musulmani nascono, vengono curati, soffrono e talvolta muoiono insieme. Medici e infermieri delle diverse fedi lavorano fianco a fianco. In questi gesti quotidiani, l’amore di Dio si fa presente e redime divisioni che le parole spesso non riescono a curare.
È qui che il dialogo diventa carne. Non servono grandi discorsi. Basta il gesto di chi si fa carico di una tribolazione, di chi porge un bicchiere d’acqua, di chi sta accanto a un morente. In quei gesti, l’amore di Dio si fa presente e risana.
Il nostro compito pastorale è duplice. Bisogna innanzitutto sostenere queste opere con generosità, perché possano continuare la loro missione. È sempre più difficile garantirne il mantenimento, lo sviluppo e allo stesso tempo custodirne lo spirito di apertura e di accoglienza, insieme alla professionalità dell’impegno. Questa sarà un’altra prova che ci attende nei prossimi anni.
In secondo luogo, bisogna far conoscere queste realtà per mostrare che un’altra via è possibile. Troppo spesso ascoltiamo solo le voci dell’odio. Troppo poco conosciamo di questi gesti silenziosi che tengono vivo il tessuto della nostra convivenza.
A tutti coloro che operano nelle nostre strutture sanitarie e sociali – medici, infermieri, volontari, operatori – va il mio grazie più profondo. Siete quelle foglie dell’Apocalisse che già oggi, silenziosamente, redimono le conseguenze del nostro tempo. In una terra dove tutto divide, voi costruite unità. In un tempo in cui l’odio urla, voi amate in silenzio. Il vostro lavoro è prezioso agli occhi di Dio e della comunità.
5. I nostri anziani: memoria viva
Esiste poi un tesoro nelle nostre comunità che rischiamo di non vedere mai abbastanza: i nostri anziani. In una terra che invecchia, come la nostra, anche loro sono una presenza preziosa che merita attenzione e gratitudine.
I nostri nonni, le nostre persone anziane, sono la memoria vivente della Chiesa. Hanno attraversato guerre, vissuto attese deluse, subito esodi, operato ricostruzione. Hanno visto cambiare i confini, le bandiere, i poteri. Eppure, sono rimasti, hanno custodito la fede e l’hanno trasmessa. Spesso in silenzio, con quella discrezione che appartiene a chi ha imparato davvero che le parole pesano e vanno usate con cura. Oggi molti di loro vivono soli. I figli sono partiti da qui, cercando un futuro altrove. Le famiglie risultano più sparpagliate. La solitudine degli anziani è una preoccupazione che dobbiamo guardare con occhi nuovi.
Nella nuova Gerusalemme, come abbiamo visto, tutti hanno un posto. Anche chi non produce più, anche chi non è più veloce, anche chi ha bisogno di aiuto per le cose semplici di ogni giorno. In una società che misura il valore sulla produttività e sull’efficienza, essi ci ricordano che la dignità non si perde con l’età e che la vita vale non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. La sapienza nasce dal tempo e dalle prove attraversate. Anche quando la solitudine si fa sentire – perché i figli sono lontani o le famiglie si sono frammentate – gli anziani restano un tesoro prezioso da custodire. “Gli anziani aiutano a percepire la continuità delle generazioni, con il carisma di ricucire gli strappi”[5].
Le nostre parrocchie si distinguano come luoghi dove gli anziani si sentono a casa. Dove non siano solo assistiti, ma ascoltati; non solo curati, ma amati. Creiamo occasioni per stare con loro, per raccogliere le loro storie, per imparare dalla loro esperienza. I giovani, le famiglie, la Chiesa hanno bisogno di loro.
A tutti gli anziani della nostra Diocesi dico: grazie. Grazie per la vostra fedeltà silenziosa. Grazie per le preghiere che offrite giorno e notte. Grazie per la pazienza con cui portate il peso degli anni e della solitudine. Voi siete come radici profonde, che non si vedono, ma tengono in piedi l’albero. Senza di voi, la nostra Chiesa sarebbe più fragile.
Maria, nell’età avanzata, ha custodito nel cuore le meraviglie di Dio. Impariamo da lei, e dai nostri anziani, l’arte di custodire e attendere fiduciosi un futuro migliore.
6. I giovani: coraggio e profezia
Se gli anziani sono la memoria, i giovani sono la profezia. In loro si concentrano le attese, le paure, ma anche le energie più vive delle nostre comunità. Essi dimostrano che questa comunità ha ancora un avvenire.
I giovani oggi sono i primi a soffrire il lavoro che non c’è, la casa che non si può comprare, il futuro che appare come un muro. Si infittiscono le loro domande sulla loro appartenenza a questa terra e sul suo futuro. Ma i giovani sono anche quelli che sanno osare, che non rinunciano a porsi interrogativi, senza dare nulla per scontato.
Ai giovani, dunque, dico: non credete a chi vi dice che qui non c’è futuro. Il futuro lo costruirete con le vostre mani, con la vostra intelligenza, con la vostra fede. La Chiesa vuole esservi accanto. Non abbiamo ricette pronte, ma una certezza: senza di voi, la nostra casa diventa più povera. Vi chiedo di essere audaci. Di non rinchiudervi nella paura, ma di impegnarvi con fiducia nella costruzione della nostra città.
Le nostre parrocchie siano luoghi dove i giovani si sentono a casa. Non solo come destinatari di attività, ma come protagonisti. Dove possono esprimere i loro talenti, dove le loro domande non vengono giudicate ma accolte, dove possono innamorarsi di Cristo e della sua Chiesa.
La Vergine Santissima, che era poco più di una ragazza quando ha detto il suo “sì”, cammini con voi e vi insegni il coraggio di rispondere “eccomi”.
7. I nostri sacerdoti: punto di riferimento per la comunità
Penso, ora, con gratitudine, ai nostri sacerdoti. Sono coloro che, giorno dopo giorno, stanno in mezzo alla gente, per condividere le fatiche e le speranze delle nostre comunità, spezzare la Parola e il Pane della vita.
I nostri parroci sono in prima linea. In questo tempo complesso, segnato da smarrimento e sfiducia, il loro compito è più che mai delicato e prezioso. Portano sulle spalle il peso della cura pastorale, cercando di tenere insieme sensibilità diverse, di ascoltare il dolore di ciascuno senza alimentare divisioni, di diventare segno di unità in contesti spesso frammentati.
Ai nostri sacerdoti chiedo di essere, per le comunità, un punto di riferimento saldo e positivo. Non semplicemente coloro che amministrano i sacramenti – che pure è compito essenziale – ma uomini capaci di ascoltare, di incoraggiare, di ricucire. La vostra parola, in un tempo di parole consumate e spesso velenose, assuma il tono di una parola di fiducia e di speranza. La vostra presenza sia presenza che unisce e che accoglie.
So bene che la solitudine, la stanchezza e talvolta l’incomprensione sono pesi reali. Eppure tanti di voi continuano a spendersi senza risparmio, con pazienza e generosità. A tutti va il mio grazie più sincero e quello di tutta la Diocesi: per la fedeltà con cui accompagnate le comunità, per il coraggio con cui, anche nelle situazioni più difficili, continuate a essere presenza di Chiesa.
8. La vita religiosa: sentinelle dell’alba
Esiste un’altra presenza silenziosa che attraversa tutta la nostra Diocesi, spesso nascosta ma essenziale: quella dei religiosi e delle religiose. Essi sono le sentinelle dell’alba e della notte (cf. Is 21,11–12).
Con la loro vita di preghiera e di consacrazione ci ricordano ogni giorno che esiste un «cielo nuovo». In un tempo in cui tutto sembra ridursi all’orizzonte chiuso della politica, della sopravvivenza e della paura, essi alzano lo sguardo e ci ricordano che senza Dio ogni costruzione umana prima o poi crolla. Come ricordava san Giovanni Paolo II, la loro è una testimonianza profetica del primato di Dio e dei beni futuri, che nasce dalla sequela di Cristo e dall’amore per i fratelli e le sorelle6.
Penso in modo particolare ai nostri monasteri e alle comunità di clausura, a quanti vivono e operano nelle periferie delle città, e a coloro che servono nelle scuole, negli ospedali, nelle parrocchie e nelle case di accoglienza. Spesso la loro presenza è discreta e poco visibile, ma è essenziale. Nel silenzio della preghiera e nella fedeltà del servizio quotidiano, essi testimoniano che la vita cristiana non si misura sull’efficienza o sulla visibilità, ma sulla fedeltà e sull’amore. In una terra segnata dalle divisioni, con la loro presenza costruiscono modelli di convivenza possibile, al di là delle appartenenze.
Penso con particolare gratitudine a chi, in questi mesi di guerra, ha condiviso fino in fondo la sorte della gente. Religiosi e religiose che hanno vissuto con la popolazione la fame, la paura, i bombardamenti. Quando tutto sembrava crollare, la loro presenza è diventata un segno potente: Dio non abbandona il suo popolo. Quando la morte sembrava prevalere, essi hanno continuato a pregare, a servire, a restare accanto a tutti.
Una parola di ringraziamento va anche ai volontari cristiani che, nonostante la guerra, continuano a venire in Terra Santa per servire nelle scuole, nelle parrocchie e nelle situazioni di povertà. A tutti i religiosi e le religiose della nostra Diocesi va il mio grazie più sincero: con la vostra fedeltà silenziosa siete esperti di comunione e costruttori di unità. Non fate rumore, ma costruite; non cercate visibilità, ma seminate il bene. La vostra presenza è una profezia viva in Terra Santa.
9. Dialogo ecumenico
Nella nostra Diocesi le famiglie cristiane sono ormai quasi tutte miste. I nostri figli vanno a scuola insieme, studiano sugli stessi libri, condividono lo stesso futuro. La vita quotidiana supera in maniera molto naturale le distinzioni confessionali rigide, mostrando una capacità di fraternità interconfessionale che siamo chiamati a custodire. In Terra Santa il dialogo ecumenico – o meglio, la relazione concreta tra le diverse Chiese cristiane – non è un’opzione né un esercizio riservato agli specialisti: è una realtà pastorale quotidiana e una dimensione costitutiva della vita della nostra Chiesa.
Nessun parroco può accompagnare la propria comunità senza tenere conto delle altre comunità cristiane che vivono nello stesso territorio. La nostra missione si svolge inevitabilmente dentro una trama di relazioni, che richiede rispetto, coordinamento e un sincero desiderio di comunione.
Una delle difficoltà più sentite riguarda la differenza dei calendari liturgici, in particolare per la Pasqua. In alcune zone della Diocesi può accadere che, nello stesso periodo, una comunità celebri la Risurrezione mentre un’altra inizi la Quaresima. È una situazione dolorosa, soprattutto per le famiglie, che da tempo interroga la coscienza della Chiesa. Si è discusso parecchio su come risolvere questa situazione, e a volte si oscilla o nell’assumere tutti il calendario gregoriano oppure quello giuliano, a seconda dei periodi. La verità è che una soluzione ancora non esiste. Qualunque scelta si faccia, non potrà rispondere a tutte le diverse e variegate esigenze della nostra Chiesa. Per questo siamo chiamati a vivere questa fatica con spirito di pazienza, favorendo la partecipazione reciproca e la condivisione fraterna, continuando a pregare e a sperare in un cammino che non potrà nascere da decisioni astratte, ma da una maturazione condivisa.
A Gerusalemme il peso delle divisioni tra le Chiese nel mondo si manifesta in modo particolarmente concreto, nella carne stessa delle nostre comunità. La nostra vocazione non è solo quella di essere strumento di guarigione per la città e per i popoli, ma anche di portare nella vita quotidiana questa croce della Chiesa universale, che qui ha il suo cuore. Non è escluso che, se un giorno riuscissimo a compiere passi significativi in questo ambito, anche l’intera Chiesa universale ne potrebbe trarre beneficio.
Le relazioni tra le Chiese si vivono ordinariamente all’insegna della correttezza e del rispetto reciproco, sia a livello di autorità sia nella vita parrocchiale. È un segno di maturità che va custodito. Dobbiamo tuttavia riconoscere che, negli ultimi tempi, alcune posizioni si sono irrigidite e che in alcune aree emergono incomprensioni e tensioni, talvolta dolorose. In queste situazioni la tentazione è rispondere innalzando nuove barriere e adottando lo stesso linguaggio dell’altro. Senza ingenuità, siamo chiamati a rimanere fedeli allo stile dell’accoglienza e della mitezza, custodendo uno sguardo aperto e disponibile, senza per questo smarrire la nostra identità, la nostra storia e rimanendo fedeli alla nostra vocazione.
Per questo è importante favorire occasioni concrete di conoscenza reciproca: scambi tra parrocchie di diverse confessioni, incontri tra sacerdoti e tra responsabili della pastorale giovanile. Solo conoscendosi davvero si superano i pregiudizi e l’ignoranza.
In secondo luogo, la realtà ci chiede di parlare con una voce sola. Non solo sui temi sociali e politici, cosa che già facciamo. Ma anche sui temi etici fondamentali, come la difesa della vita, l’uguaglianza fra i popoli, il rispetto della dignità umana, le disuguaglianze sociali e i diritti dei poveri, e i vari altri temi che concernono la vita di ogni uomo e di ogni donna.
Nel nostro cuore, il nostro intento deve rimanere aperto all’universalità, accogliente e tendente all’unità. Senza ingenuità, ma anche senza essere rinunciatari. Perché la prima fatica del nostro ministero, e la prima testimonianza, è l’unità tra noi.
10. Il dialogo interreligioso: non un’isola ma una città
Lo abbiamo riconosciuto: il dialogo interreligioso oggi è in difficoltà. Cristiani, ebrei e musulmani faticano a incontrarsi. La diffidenza ha scavato solchi profondi e molti si chiedono se abbia ancora senso insistere su questa strada.
Eppure, proprio in questo tempo così difficile, il dialogo non è un capriccio di pochi, né un’opzione tra le altre: è una necessità vitale. I nostri destini sono intrecciati. Non possiamo costruire il futuro da soli, né immaginare una convivenza che prescinda dall’altro. Per noi cristiani, come abbiamo visto, il dialogo non è una semplice strategia pastorale, ma parte integrante della nostra vocazione e del nostro destino, la forma stessa del nostro essere Chiesa.
È necessario però compiere un passaggio: dal dialogo delle élite al dialogo della vita. Gli incontri tra specialisti e le dichiarazioni ufficiali sono importanti, ma non sufficienti. Il dialogo deve scendere nelle nostre parrocchie, nei quartieri, nelle relazioni quotidiane. Occorre imparare a parlare con l’altro, non solo dell’altro; ad ascoltare davvero la sua storia, la sua sofferenza, le sue paure. Solo così si esce dalla logica che riconosce valore esclusivamente alla propria tribolazione.
Le scuole rappresentano un luogo privilegiato di questo dialogo vissuto. Le nostre aule sono già, di fatto, laboratori di convivenza. Qui è possibile educare i giovani non solo alla conoscenza delle religioni, ma all’arte dell’incontro, aiutandoli a sviluppare uno sguardo critico capace di resistere alla narrazione unica dell’odio.
Anche le opere sociali – ospedali, Caritas, centri di ascolto – sono luoghi in cui il dialogo avviene quotidianamente, spesso in silenzio, attraverso il servizio comune ai poveri e ai malati. È qui che la “guarigione delle nazioni”, di cui parla l’Apocalisse, è già in atto, senza clamore e senza condizioni.
E poi il perdono. Lo so, è una parola difficile in questo momento. Ma siamo cristiani, e Gesù è l’indiscusso maestro del perdono. Perdono non significa dimenticare, né giustificare il male. Significa rompere la catena dell’odio, e testimoniare questa possibilità, anche quando sembra impossibile. So che tutto questo può sembrare ingenuo. Ma è la nostra missione. Il cammino è in salita, ne sono consapevole. Ma non chiudiamoci. Il nostro compito rimane essere sale e luce, costruire occasioni di fiducia, anche quando le parole sembrano non bastare.
11. Contro la cultura di violenza
Abbiamo visto che nella nuova Gerusalemme non entra chi ama e pratica la menzogna e la violenza. Il nostro rifiuto della violenza deve diventare totale e visibile. Lo abbiamo detto tante volte, ma non basta: dobbiamo viverlo, non solo nei fatti, ma anche nelle parole. Viviamo come immersi in un mare di parole violente, che si sono trasformate in linguaggio comune. E anche noi cristiani rischiamo di cadere in questa trappola.
Che fare? Innanzitutto, operiamo un esame di coscienza sul nostro linguaggio. Nelle omelie, nella catechesi, in famiglia: impariamo a chiamare le cose con il loro nome senza mai ridurre l’altro a nemico. In qualsiasi circostanza, l’altro resta sempre una persona da rispettare.
Nelle famiglie, educhiamo i figli a non usare parole di odio, a non condividere notizie false, a distinguere tra critica legittima e insulto. Nei nostri media, siamo esemplari: offriamo noi informazione che cerca verità e favorisce comprensione, non scontro.
Ci sentiamo impotenti di fronte alla legge del più forte. Ma l’Apocalisse ci ricorda che la forza di Dio è quella dell’Agnello: mitezza che non si arrende, amore che non si piega all’odio, perdono che disarma il nemico. Sia questa la nostra “politica”. Ce lo ricorda molto bene Papa Leone XIV, nel suo primo messaggio di pace: “Il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura” [7].
Rifiutiamo ogni complicità con la cultura della violenza. La nostra fedeltà è all’Agnello, non a logiche di potere. Da qualsiasi parte provenga, qualunque volto assuma: mai la violenza è via evangelica.
12. La fiducia: controcorrente ma necessaria
Nella prima parte di questa Lettera abbiamo parlato di scetticismo. È un sentimento diffuso nelle nostre comunità: scetticismo verso le istituzioni, la politica, le parole, e talvolta persino verso il futuro. Dobbiamo però riconoscere che lo scetticismo, quando diventa atteggiamento permanente, finisce per paralizzare. A questo scetticismo siamo chiamati a rispondere con la fiducia.
Non si tratta di un ottimismo ingenuo o di un atteggiamento che ignora la durezza della realtà. La fiducia cristiana nasce dalla fede ed è una scelta controcorrente. È la certezza che Dio non ha abbandonato la storia al caos e rimane vicino a chi soffre, a chi è perseguitato, a chi è scartato. È la convinzione che una vita spesa e donata per amore non è mai perduta.
Pensiamo ad Abramo e Sara. Umanamente non esisteva più prospettiva per loro. Eppure Dio li visitò e affidò loro una promessa. La fiducia nasce sempre da una visita di Dio. Per questo dobbiamo pregare perché il Signore visiti ancora le nostre comunità, le nostre famiglie, i nostri cuori. Solo così può nascere una speranza che non delude.
Nel concreto, questa fiducia ci spinge a sostenere e rendere visibili tutte le iniziative, le persone e le realtà che, sul nostro territorio, continuano a credere nell’altro e a promuovere l’arte dell’incontro. Ma non basta aderire a ciò che altri fanno: siamo chiamati a diventare noi stessi promotori di questo stile di presenza, assumendo in prima persona il coraggio dell’unità.
Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di gesti insignificanti, perché “qui non cambierà mai nulla”. Ma anche se così fosse, noi non possiamo rinunciare a fare la differenza. Vogliamo essere quella piccola, talvolta scomoda, presenza che non si lascia guidare dalle narrative dell’odio, ma che con mitezza e determinazione afferma la propria: i cristiani non odiano. Questa è la nostra testimonianza, ed è già una profezia.
13. L’accoglienza: il respiro dell’amore
Bisogna fare i conti con il pericolo latente che attraversa ogni comunità, specialmente quando è piccola come la nostra: quella di chiudersi, di diventare una roccaforte. La tentazione è quella di proteggere ciò che resta, difendere i confini, preservare l’identità – atteggiamento comprensibile, certo, ma che non è cristiano. L’amore che Gesù ci insegna non conosce confini. Quando gli chiesero quale fosse il comandamento più grande, Egli unì indissolubilmente amore per Dio e amore per il prossimo. E il prossimo, nella sua parabola, è un samaritano – uno straniero, uno diverso, uno con cui non si parlava. Gerusalemme – lo abbiamo visto – ha sempre le porte aperte e sussiste nella misura in cui sa accogliere.
Accoglienza non significa solo aprire le porte a chi viene da fuori – i migranti, i profughi, i pellegrini, i poveri di altre fedi – ma anche accogliersi tra di noi, al di là delle appartenenze che ci dividono. Nella nostra stessa diocesi abbiamo cattolici di rito latino e orientale, di espressione araba ed ebraica, provenienti da culture e nazioni diverse: filippini, indiani, asiatici di varie altre nazioni, latinoamericani, africani, europei. Tutti noi siamo una sola famiglia, non un arcipelago di isole.
Accoglienza significa guardare all’altro – qualsiasi altro – non come a un estraneo da tollerare, ma come un dono. Significa lasciarsi interrogare dalla sua diversità, lasciarsi arricchire. Significa uscire dalla logica del “noi” e “loro” per entrare in quella dell’unico “noi” che include.
So bene che tutto questo, nella situazione in cui siamo immersi, non è facile. La paura è tanta. L’identità sembra fragile. Ma la coscienza cristiana non è una fortezza da difendere, è una sorgente che scorre. Una sorgente chiusa si impantana. Solo l’acqua che scorre rimane viva e porta vita, come il fiume che sgorga dal cuore dell’Agnello.
Le nostre comunità siano luoghi dove chiunque – di qualsiasi provenienza, lingua, cultura, fede – possa sentirsi accolto, ascoltato, amato. Non per perdere la nostra identità, ma per viverla nella sua forma più vera: quella dell’amore che non esclude.
Conclusione: Tornare a Gerusalemme
Siamo arrivati alla fine di questa lunga Lettera. Forse qualcuno di voi, giunto a questo punto, si sentirà stanco o perplesso: tanti temi, tante prove, tante indicazioni. Il rischio è sentirsi sopraffatti, pensare: “come possiamo fare tutto questo?”
La risposta è semplice: non possiamo. Da soli non possiamo. Ma non siamo soli.
Infatti, Gesù Cristo ha detto: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). È vero, ne siamo testimoni: anche in questo tempo lo abbiamo sperimentato. Per questo vi invitiamo a «non disertare le vostre riunioni» (cf. Eb 10,25). Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali. L’ispirazione dello Spirito Santo è accessibile nella nostra vita quotidiana, attraverso le Scritture, la preghiera personale, l’incontro con gli altri, il servizio ai poveri. Anche se abbiamo la tentazione di tirarci indietro dinanzi alle sofferenze e alla malvagità che ci attornia, è andando verso l’altro che troviamo Cristo e la sua consolazione.
Abbiamo parlato di dialogo ecumenico e interreligioso, di rifiuto della violenza, di preghiera, di scuole, di famiglie, di opere sociali, di vita religiosa, di anziani, di fiducia, di accoglienza. Abbiamo delineato una visione: quella della Gerusalemme celeste, città dalle porte sempre aperte, illuminata dallo splendore dell’Agnello, le cui foglie redimono le nazioni.
Ora tutto questo deve continuare a prendere forma. Non tutto in una volta, né con eroismi impossibili, ma un passo alla volta: nelle nostre parrocchie, nelle nostre famiglie, nei nostri luoghi di lavoro e di incontro, e con i nostri amici. Rileggendo queste pagine con calma, condividendole e discutendole nei diversi contesti ecclesiali e pastorali, senza fretta e poco alla volta, esse possono diventare un aiuto concreto per comprendere meglio la nostra missione in Terra Santa.
Perché alla fine, ciò che ci sostiene non è la nostra forza, ma la gioia del Vangelo. Una gioia che non dipende dalle circostanze, che non viene meno anche quando tutto sembra avvolto dall’oscurità. Una gioia che nasce dalla certezza che il Signore è con noi, che non ci abbandona, che cammina accanto a noi anche nelle notti più buie, perché è Risorto. Ed è vivo in mezzo a noi.
Il Vangelo di Luca si chiude con un’immagine bellissima: dopo l’ascensione di Gesù, i discepoli «tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Lc 24,52). Erano stati sconvolti, avevano avuto paura, avevano dubitato. Eppure, alla fine, tornano pieni di gioia.
Anche noi desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana – le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano – con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio.
Torniamo a Gerusalemme con gioia. Torniamo alla nostra vita con passione. Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città, e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita.
Che Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Regina di Palestina e di tutta la Terra Santa, Patrona della nostra diocesi, ci accompagni in questo cammino.
Che la benedizione di Dio Onnipotente e Padre di misericordia scenda su ciascuno di voi.

