Traduci

mercoledì 10 giugno 2026

L’IMPORTANZA DELLA SIRIA NELLA STORIA DELLA CIVILIZZAZIONE

Durante gli oltre trenta anni trascorsi in Siria ho avuto la fortuna di conoscere tante persone speciali che hanno frequentato la nostra casa e arricchito la mia vita. Uno di quegli incontri felici è stato con il Padre francescano I. M. Ceccherelli, un appassionato studioso del Vicino Oriente.

Era il lontano 1989 quando di passaggio nella città di Latakia fu invitato a tenere una conferenza presso l’Università locale. Da allora restammo in contatto epistolare.  Poco tempo fa ho trovato per caso tra le pagine di un libro i fogli ingialliti di quella conferenza e, rileggendoli, ho provato una profonda emozione al pensiero di quei giorni lontani. La Siria era allora un luogo felice, in confronto alla tragica devastazione che ha subito negli ultimi quindici anni.

Nel 1995 lo incontrai nuovamente a Figline Valdarno dove risiedeva. Trascorsi un’intera giornata insieme a lui in belle chiacchierate e mi donò il suo ultimo libro con una dedica che recitava ‘’ A Maria Antonietta, le vie sono tante e diverse, ma ci troveranno sempre uniti’’.

Il Padre Ceccherelli non c’è più, ma nel ritrovare i vecchi fogli della sua conferenza, che non so capire come siano rimasti con me quando ho lasciato la Siria dopo l’inizio della guerra, mi è sembrato che le nostre vie si incrociassero di nuovo. Forse un messaggio, per me e per chiunque ami quello straordinario Paese ora dilacerato, che la speranza di una sua rinascita, malgrado lo scoramento che oggi ci pervade, non può e non deve morire? 

Maria Antonietta Carta

Ugarit. Primo alfabeto


Conferenza del P. M. Ceccherelli all’Università di Latakia. 

Anno 1989

In questo mio discorso cerco di presentare storicamente e con l’ausilio delle ultime acquisizioni linguistiche un evento che dà la spiegazione del sorgere della civiltà occidentale: evento che noi poniamo nella decisiva influenza della vicina cultura dell’Oriente in cui parte importante ha il mondo siriano, che ci risulta come centro e ponte di comunicazione delle espressioni più valide e più antiche di civiltà. Quando queste forme qui nell’Oriente vivevano e fiorivano, l’Europa e le regioni del Mediterraneo occidentale non potevano offrire proposte di una cultura che superasse il periodo neolitico. D’altra parte, le notizie e le informazioni che le scoperte archeologiche e linguistiche danno ci presentano una decisiva superiorità del mondo orientale, dove si è formata la civiltà metallurgica e dove è avvenuta l’invenzione della scrittura, mezzo assolutamente necessario per la trascrizione della storia del passato.

Con tutta la buona volontà e il desiderio di evidenziare un apporto europeo e nazionalistico alla civilizzazione, che si è tentato di dare, si offre però un insieme insufficiente e inadeguato di proposte che nella realtà sono poco più che nulla in una prospettiva storica. Quello che possiamo affermare è che l’ambiente occidentale aveva una grande potenzialità di recezione, che del resto è avvenuta in un tempo relativamente breve e, sotto la spinta greca, etrusca e latina, assai efficace; ma solo questo. Anche le varie civiltà dell’ultimo millennio a.C. sono localizzate in dati punti e ricche localmente di residui archeologici che provengono da Oriente; ma qualcosa di vasto, duraturo ed efficace non appare.

La storia culturale dell’Europa si inizia in modo visibile dopo il 2000 a.C., ma sempre in modo locale e non assolutamente chiaro e incisivo: che sia sua invenzione o sviluppo o complemento di altre culture.

Nella trattazione presente cerco di seguire le tappe della civilizzazione orientale e i mezzi di trasmissione di questa cultura, toccando i momenti principali e il lavorio interno di popoli che consideriamo i protagonisti di una civiltà che per ragioni storiche particolari si sono trovate in circostanze e condizioni favorevoli, comunicate prima all’ambiente vicino, cioè al Mediterraneo orientale, e poi a quello più lontano, che potrebbe essere anche oltre il Mediterraneo, in tutte le direzioni delle ‘’quattro regioni’’, come accennano le tavolette di Ebla e i titoli onorifici dei suoi re. Infatti, questo che può sembrare un vanto retorico di grandezza politica, trova giustificazione nella posizione geografica della Siria, che appare realmente centro geografico volto verso tutte le direzioni dei punti cardinali.

Il mio discorso non è fatto semplicemente per compiacere il vostro orgoglio di essere Siriani, ma per affermare soprattutto quale è la verità e la realtà delle cose.

Non nego certo l’importanza della Mesopotamia propriamente detta e dell’Egitto, che hanno lasciato segni indelebili di opere grandiose dal IV millenni a. C. e da tanti altri documenti e monumenti certamente anteriori. Queste opere, scoperte nel secolo passato e conservate dal velo inesorabile del deserto, che dopo l’ultimo re babilonese e dopo le ricostruzioni effimere greche e romane, ha coperto tutto e chiuso implacabilmente ogni notizia, salvando però allo stesso tempo sia la testimonianza della loro esistenza sia la ricchezza dei documenti della prima scrittura.

La Siria invece da sempre è stata percorsa da popolazioni ed eserciti che ne hanno trasformato la faccia in ogni secolo, rovinando, deturpando e distruggendo tante testimonianze antiche che sono andate perdute, anche se attualmente possiamo nutrire la speranza che, come è accaduto per Ebla, Mari, Ugarit, ritornino alla luce.

Comunque vi sono alcune realtà e fatti che ora appaiono più evidenti e provativi, per il fatto che spostano l’esistenza della civiltà siriana in termini contemporanei alle prime e più antiche manifestazioni civili della Mesopotamia e dell’Egitto. Infatti, oltre alle testimonianze acquisite dalle scoperte recenti di Ugarit, Mari ed Ebla, ritornano all’attenzione degli studiosi le date della fondazione delle città più antiche della storia in cui emergono Damasco, Aleppo e Gerico, che risalgono addirittura al IX millennio a.C., date conosciute, ma a cui forse non si dava grande rilievo.

Attualmente invece, di fronte a certe scoperte archeologiche, che riportano con certezza l’esistenza di località abitate in lontani millenni, è confermata la reale esistenza di queste città più antiche che noi possiamo conoscere sempre nell’ambiente siriano.

Il mio viaggio lungo l’Eufrate e un incontro fortunato mi ha confermato in questa opinione. Seguendo le antiche strade carovaniere della Siria nel tratto dell’Eufrate da Mari fino alla confluenza con il fiume Balikh verso la via di Harran ho costeggiato il lago artificiale Assad, che ha nascosto per sempre luoghi di interesse archeologico, studiati però prima della costruzione della diga come mi ha informato l’ingegnere Abdallah Hggiar di Aleppo. Ho avuto la sorpresa, parlando col predetto studioso, di conoscere l’età di luoghi venerandi per antichità lungo le rive dell’Eufrate detto a ragione ‘’fiume via della civiltà’’, che risalgono, come Mureibat, a 8500 anni a.C., Habuba, al 4.000 a.C., Mumbaqat, Tell Halawa, Tell Kannas al 6000-4000 a. C., Tell Aruda con due templi del 3800 a,C. e potrei continuare…

A Raqqa, il Balikh, che confluisce nell’Eufrate, ha le sue rive verso Harran e Urfa disseminate di tell di età antichissima. Come pure le rive del fiume Jabur, che parte da Tell Half sede dell’antica civiltà Halafiana. Avevano ragione quindi i re di Ebla a chiamarsi ‘’i re delle quattro grandi regioni’’, ponendosi al centro di una grande regione che aveva come suoi confini il misterioso Nord dell’Asia Minore, il grande ‘’fiume’’ cioè il mare con le isole delle genti, il territorio dei fiumi inondanti (il Sud), in cui confondevano Arabia e India.


C’è un nome nell’antica lingua accadica, che mi ha sempre fatto impressione: assaru, che i maggiori studiosi hanno tradotto con ‘’ordinare, sorvegliare, provvedere’’ e nella sua forma derivata assuru, ‘’colui che bene ordina’’. Assur, dio principale assiro, può così agevolmente legarsi al senso di ‘’capo, dio toponimo, principe’’. Questa parola, legata al termine ‘’Assiria’’ e ‘’Siria’’, si riferisce al territorio dell’alto Eufrate e Tigri, e realmente potrebbe significare ‘’ il centro da cui si ordina e si dirige’’. Per i Semiti, poteva essere la loro terra, centro delle reali direzioni geografiche, commerciali e militari. È una ipotesi suggestiva, con tutti i limiti che proposte di questo genere consigliano, ma che nella realtà fu usata per primi dagli Assiri e dopo dai Babilonesi. Comunque il termine si riferisce ai territori siriani e poi della Valle dei Fiumi, che per la terminologia occidentale divengono Oriente, mentre il termine vero e proprio dovrebbe essere ‘’il centro’’; tanto più che il vocabolo Canaan significherebbe ‘’gli Occidentali’’.

Si sa che per gli antichi la direzione dei Fiumi Eufrate e Tigri significava il Nord. Questo uso delle direzioni divenne generale. Anche per i Greci vi era un centro: la loro terra, mentre Oriente era accad. ‘’asu’’ Asia il sorgere del sole o anatolé –Anatolia- ‘’dove il sole si alza’’, mentre Occidente era ‘’erepu’’ – Europa - il tramonto, e atalu Aithalia – Italia- ‘’la terra della sera’’, detta da loro anche Esperia, la terra della sera.

Si comprendono così i vanti di Ebla, che saranno poi i vanti di Sargon il grande, perché sanno di essere’’il centro del loro mondo’’, quello cioè da loro conosciuto.

Da qui parte la storia, quella che per ora noi conosciamo, e la conosciamo per merito degli inventori della scrittura, i Sumeri e i Semiti.

E in questi momenti decisivi per la civiltà, la Siria ha avuto una parte importante: quella di mediatrice di una cultura e civiltà in espansione, secondo gli studiosi testimoniata nella proiezione indiana, e forse anche cinese, e in quella europea fino alle isole britanniche, a proposito di culture megalitiche di probabile origine orientale. Evidentemente dobbiamo avanzare con cautela nelle nostre affermazioni, perché la mancanza di documenti chiari prima del V millennio, cioè prima della manifestazione della prima scrittura, ci deve far prudenti. Però se noi dobbiamo giudicare le cose da quello che ora conosciamo, dall’archeologia e dalla linguistica, dalla posizione geografica immutabile della Siria quale ora è, e da una certezza di vita civile nota e reale quale si manifesta nei periodi storici, è inevitabile e logico pensare a una preparazione di millenni antecedenti alle date testimoniate del IV millennio, che ci suggeriscono di presupporre una vita culturale viva, che prepara e spiega il fiorire di una civiltà grandiosa e quasi perfetta quale risulta dai templi, palazzi, realizzazioni civiche, agricole, idrauliche, industriali e artigianali mesopotamiche, egizie ed eblaite. La realtà quindi dell’antichità di Damasco, Aleppo e delle località siriane dell’altro Eufrate sono argomenti certi di una seppur lenta maturazione che trova il suo compimento nel millennio della primitiva scrittura. Infatti, qui l’ambiente che noi chiamiamo il momento natufiano e halafiano ha trovato un reale sviluppo che ha favorito un modello di vita civile che piano piano maturandosi con l’esperienza e i rapporti reciproci ha creato il primo progresso razionale agricolo e il celebre ‘’metodo di conduzione asiatico’’ fonte di ricchezza e di miglioramento di prodotti insieme all’addomesticamento degli animali utili all’agricoltura e ai trasporti commerciali.

In questo pulsare di novità e di attività umane, appare la civiltà del rame a cui segue quella del bronzo, una vera rivoluzione culturale che cambia il vivere e l’attività degli uomini del tempo. Questo spiega a sufficienza le novità militari e le fortunate imprese dei Sumeri e dei Semiti, detentori di mezzi e di segreti, che la ricchezza acquisita aveva loro procurato. Circa la civiltà del ferro, personalmente sono poco convinto della precisione delle ‘’categorie’’ degli studiosi sul sorgere di questo particolare momento. Io penso che tante cose siano maturate precedentemente ai dati comunemente trasmessi e accettati. Chi vivrà vedrà apparire notizie che riguardano la presenza del ferro molti secoli avanti le date ufficiali. Il mondo antico come appare dalle proiezioni orientali ed egizie è un mondo misterioso e pieno di impensati segreti, che via via scopriamo.

Le nostre categorie si sono formate seguendo una razionalità di tipo scientifico occidentale che pretende di giudicare fatti di millenni fa con una visione slegata da espressioni e criteri tipici orientali, portandoci a una scolasticità che via via crolla di fronte alle luminose scoperte archeologiche e linguistiche. Presenta inoltre una mentalità che vorrebbe far credere che noi moderni siamo i più bravi, i più dotti, i più equilibrati giudici , come possessori di una vita civile e culturale perfetta nelle sue conquiste, mentre in realtà non sappiamo moderare i nostri progressi con la saggezza di vita e di misura degli antichi, dando valore alle conquiste materiali e non tenendo conto dei valori dello spirito. Ne consegue che potremmo risultare i distruttori delle nostre vittorie scientifiche, che appaiono già effimere e soggette a minacce incombenti. Infatti, mentre le acquisizioni degli antichi sono armoniche e legate a leggi universali rispettose dell’uomo e del futuro, i moderni nella visione egoistica del profitto e del risultato immediato creano traumi ecologici, sociali ed economici, che preoccupano, in una visione responsabile sistemica della vita, legata intimamente tra sé nei rapporti reciproci delle componenti umane. La mia è una parola di riflessione e di invito alla responsabilità, non volontà di denigrare la civiltà occidentale e moderna che, per quello che interessa noi, con i ricercatori e gli studiosi dei due ultimi secoli, ha saputo riscoprire e valorizzare in modo veramente esemplare i segni del passato civile vanto della vostra terra. Il patrimonio siriano è frutto anche di questi studiosi umili, intelligenti e disinteressati, che hanno preparato alla Siria un avvenire pieno di interesse per gli ammiratori e ricercatori del bello e del grande del passato. Vi presento prima di tutto quello che mi ha colpito esaminando e ripercorrendo le vie dell’antica civiltà siriana, per poi passare all’accenno linguistico che è la conferma splendida dell’influsso che la prima scrittura e il primo alfabeto hanno operato da qui nel mondo. Per essere semplice, ho preso un’antica carta geografica del vostro paese, ricavandone l’impressione netta che questa terra era la crocevia dei movimenti marinari e terrestri e della comunicazioni internazionali commerciali e culturali del tempo.

Sigillo cilindrico del secondo regno di Mari (XXV secolo a.C.)

 

Vi è un luogo importante e fondamentale, passaggio e scambio di idee, di prodotti, di commerci e di ricchezze; è la città di Mari da cui si dilungavano le vie principali verso il corso dell’Eufrate, lungo la via detta ‘’dei patriarchi’’, che si volge poi per due direzioni: quella del fiume Balikh, che porta nell’interno dell’Asia Minore, regione che sarà poi la terra degli Ittiti, e la Cappadocia dove si trovava anche una importante colonia assira. L’altra, per Aleppo, continua il suo percorso fino al Bosforo, per unirsi alle vie che penetrano nel continente europeo in tutte le direzioni, la via del Danubio e quella verso il Baltico. Da Mari si ha la comunicazione con il continente asiatico e con le vie terrestri che portano verso l’India e la lontana Cina. Ancora da Mari, una via ardita ma importante unisce a Palmira che a sua volta era l’emporio dei commerci con il Sud arabico e unisce il mare Mediterraneo attraverso Damasco che, a sua volta, collega la Siria alla Palestina e all’Egitto. A Petra avveniva la congiunzione con la via’’degli aromi e dell’incenso’’ dove facevano capo le vie del deserto arabico occidentale. Era tutto un pulsare di vita, che attraverso il punto centrale della Siria collegava tutto il mondo conosciuto. 

A questo punto resta da dire quella che è la sintesi storica del nostro discorso. I nomi di Tiro, Sidone, Biblo, Ugarit, Alalak, Al Mina. Questi centri, oltre a recepire il commercio euro-afro-asiatico portano il nome di Oriente e delle sue realizzazioni e capacità nei luoghi più lontani e impensati di cui non sappiamo ancora con precisione l’arditezza e l’avventurismo. Certe tra le altre, le isole Canarie e le Azzorre frequentate dalla marina fenicia per il prezioso murice che dava il colore più vero alla porpora. Ultimamente, si è scoperto che Londra vive e prospera già nel II millennio a. C. con oggetti e ceramiche di chiara origine orientale. Sono questi accenni di ciò che doveva essere l’attività dei vostri antichi padri, che sapevano portare il loro nobile e prezioso lavoro fino agli estremi confini della terra contribuendo alle scoperte più impensate, che possono essere paragonate alle nostre conquiste spaziali.

La visita che l’anno scorso ho fatto alla mostra dei Fenici in Venezia mi ha fatto ammirare con magnifica violenza l’ardimento e l’apporto di quei navigatori che hanno reso le coste siriane e fenicie la ‘’porta dell’Oriente’’ nelle sue comunicazioni di affari e di idee con le terre occidentali. Sono gli eredi di Ebla, di Mari e delle antichissime vostre città di Damasco e di Aleppo. Credo infatti che le esperienze culturali, artigianali, politiche, finanziarie, tessili di Ebla siano state ereditate dagli abitanti della costa. A questo punto vorrei esprimere una opinione personale. Gli abitanti della costa, come li chiamavano gli Egizi, cioè le popolazioni che dalle Porte della Cilicia comprendevano i vari stati siriani e fenici avevano un senso politico altissimo di misura e di saggio equilibrio che ha loro permesso di essere forti, in tante tempeste e secolari vicissitudini, e sopravvivere con uno spirito di indipendenza e di adattamento che guardava nello stesso tempo alla realtà di uomini liberi e alla necessità di salvaguardare il loro commercio fonte di ricchezza e pungolo fortissimo di ricerca culturale. E questa saggezza millenaria, bene immenso e necessità di vita l’hanno difesa con acuta lungimiranza e con accanimento, quando a Tiro resisterono ad Alessandro Macedone che, - lo sentivano – avrebbe spostato lontano da essi l’equilibrio politico e commerciale. In certo senso però gli eredi di Alessandro gli dettero ragione poiché la capitale del loro regno fu riportata sulla costa siriana con la capitale Antiochia. Questi mercanti avevano anche un’altra qualità: sono stati sempre un popolo giovane attivo e intraprendente non legato a schemi ideologici e a tradizioni che il tempo antico aveva reso sacre, venerande e intoccabili. Erano volti alla praticità e alla concretezza e al senso del risultato utile e immediato come sono i mercanti e i commercianti. Le posizioni ieratiche e sacre dei popoli mesopotamici e degli egizi erano per loro impedimenti a un agire opportuno ai tempi e alle loro necessità, frenando e costringendo. L’hanno dimostrato con la semplificazione della scrittura precedente, complessa e insopportabile per un uomo che non ha tempo da dare alle troppo lente meditazioni e non sente il patrimonio di altri come proprio. Ne è derivata la nascita dell’alfabeto, semplice e funzionale. Ciò è stato compiuto a Ugarit da cui è partito e attraverso i Greci, gli Etruschi e i Latini è divenuto la voce espressiva del mondo civile. Ma la mia riflessione non guarda tanto questo fatto conosciutissimo, quanto una conseguenza importantissima che ne è derivata. Gli scribi ugaritici con la loro sapienza marinara e geografica per il possesso della scrittura e dell’alfabeto si sono imposti alla poca cultura dei popoli mediterranei e dell’Europa nei luoghi frequentati, favorendo comunicazioni ed espressioni che solo essi potevano fissare in modo preciso e ufficiale ciò che sapevano e che gli altri non sapevano. Le loro carte nautiche, la loro qualificata presenza e il loro interesse sono stati determinanti. Termini e voci orientali si vedono chiaramente nelle parole più antiche dei luoghi, città, monti e fiumi, che solo chi aveva la scrittura ed era interessato poteva scrivere e conservare. Se poi si riflette che l’accadico prima e l’aramaico dopo sono state la lingua ufficiale delle comunicazioni internazionali e commerciali, la cosa può sembrare più persuasiva.

A quarto punto si inserisce il discorso linguistico.

Le nostre esperienze filologiche-glottologiche e lo studio comparativo delle lingue semitiche e indoeuropee ci portano ad affermare o una antica unità linguistica del mondo euroasiatico o un’influenza delle voci orientali ricche di valori civili e culturali, di fronte a un mondo considerato sprovvisto allora di questi beni anche nel modo più elementare, immerso come era nel momento paleolitico e neolitico durante il fiorire delle civiltà sumere, semitiche ed egizie. Hanno quindi subìto l’influenza di popoli più aperti e più progrediti nel medesimo modo che in seguito il latino dominerà l’Europa, l’arabo il mondo islamico e ora l’inglese con la sua influenza nel terzo mondo di cultura esile e diviso in numerose e insufficienti espressioni linguistiche. Sono convinto, pur nel rispetto della storia e delle ricerche e delle scoperte archeologiche odierne, che l’elemento più puro e più certo è la parola, chiave sicura che riflette più di ogni altra cosa le caratteristiche storiche, ambientali di popoli e paesi.

Attraverso l’esame di termini di corsi d’acqua, di monti, di località abitate, di certi vocaboli pieni di fascino segreto e delle direttrici antichissime di strade e di rotte marine si perviene a penetrare valori nascosti e luminosi che ci possono aiutare a scoprire impensate verità. Per cui, superando e ampliando l’impostazione finora ufficiale degli indoeuropeisti, l’esame della parola, dei suoi significati e dei valori locali e ambientali trasmessi e che essa contiene, ci fa scoprire un influsso, se non una radice comune, in centinaia e addirittura in migliaia di parole semitiche ed europee sia nei nomi dei luoghi, dei fiumi, dei rilievi, delle manifestazioni del divino, sia nelle forme più usuali e comuni del nostro parlare antico e moderno. A ragione quindi lo storico americano Childe Gordon scriveva: "L’errore di separare la Grecia dalla sua matrice orientale e di attribuire una importanza straordinaria e sproporzionata alla sue caratteristiche, che si sono fatte uniche, e alle sue innovazioni invece che sviluppi, ci ha resi ciechi all’evidenza.’’

Io vedo la Siria così: la vostra nazione è stata nel passato mediatrice di civiltà che ha avuto nel suo seno e che ha recepito da ogni parte, contemperandola con gli antichi valori e comunicandola a ogni parte del mondo conosciuto, divenendo un centro di vita in cultura semplice e funzionale, come ha fatto con l’alfabeto. Ha quindi assommato esperienze immense per il valore e la genialità e la praticità dei suoi abitanti. Il mio voto è che la Siria risponda sempre anche nel futuro a questa vocazione e mediazione laboriosa ed efficace dei suoi abitanti, di voi cioè che di questo riflesso e di questo respiro aperto e universale, siete gli eredi e, penso, gli eredi fedeli.

Padre Ignazio Marino Ceccherelli

Ignazio Marino Ceccherelli dopo gli studi classici si dedicò alla storia e alla linguistica del Vicino Oriente e scrisse diversi libri di grande interesse.

Bibligrafia

Alle Fonti della Civiltà, il Fauno ed.1986

Il Vento d’Oriente, Ed. I.E.I Firenze 1989

Fermati o Sole, Se Galileo l’avesse saputo, Ed. Centro studi Sardini, Bornato, 1992

Dizionario di nomi orientali, biblici, classici, Ed. Centro studi Sardini, Bornato.

Le Antiche Strade, dai Sumeri (3500 a. C.)alle strade romane, Ed. Maria Pacini Fazzi, 1995


giovedì 4 giugno 2026

Erdogan inonda la Siria orientale


 A cura della redazione del Syrian-Lebanese Daily

La Siria orientale è stata colpita da gravi e diffuse inondazioni, causate dal drastico aumento della portata e del livello del fiume Eufrate, dovuto all'apertura completa delle paratoie a monte della diga di Atatürk in Turchia. Le province orientali di Hasakah, Raqqa e soprattutto Deir Ezzor sono state gravemente colpite, con ingenti danni a terreni agricoli, infrastrutture e aree residenziali, sia rurali che urbane.

Le diffuse inondazioni nella Siria orientale hanno spinto le autorità ad aprire le paratoie della diga dell'Eufrate per la prima volta dal 1988, in seguito agli avvertimenti di un innalzamento senza precedenti del livello del fiume dovuto alle forti piogge e all'aumento del flusso d'acqua proveniente dalla Turchia a monte.

Secondo i dati ufficiali, il governo turco di Erdogan ha aperto le paratoie della diga di Atatürk, rilasciando una portata stimata di 2.000 metri cubi al secondo, una cifra significativamente superiore alla media degli anni precedenti. Ciò ha causato un rapido innalzamento del livello del fiume, che è poi defluito da nord, raggiungendo il territorio siriano. Nel giro di pochi minuti, in Siria il risultato è stato: inondazioni, città e villaggi in stato catastrofico senza il minimo supporto, perdita totale dei settori agricoli, campi di grano completamente allagati, persino vittime, isolati settori, ponti crollati, reti idriche interrotte, tra le altre disastrose conseguenze.

Per 10 anni, durante la guerra per il cambio di regime imposta alla Siria, la Turchia, sfruttando la sua posizione dominante sulle vitali risorse idriche come arma strategica, non ha permesso il passaggio delle acque dei fiumi Eufrate e Tigri verso la Siria (o l'Iraq), nonostante i lunghi periodi di siccità e le conseguenti necessità dei paesi confinanti a sud.

Questa settimana, alla vigilia della celebrazione dell'Eid al-Adha, una data cara al mondo islamico (di cui Erdogan intende presentarsi come un alto leader e rappresentante), senza alcun coordinamento o misura preventiva, l'amministrazione del neo-sultano di Ankara ha deciso di aprire tutte le paratoie della mega-diga di Atatürk.

Il Ministero dell'Energia siriano ha segnalato il continuo innalzamento del livello del fiume Eufrate e ha sottolineato che l'Autorità Generale della Diga dell'Eufrate sta monitorando la situazione idrica 24 ore su 24, alla luce del notevole aumento della quantità d'acqua proveniente dal lato turco. Il ministero ha dichiarato che l'attuale aumento è dovuto all'intensa stagione delle piogge e all'apertura, da parte delle autorità turche, delle paratoie delle dighe situate lungo il fiume, che ha provocato flussi d'acqua definiti "senza precedenti". Gli uffici provinciali dell'Autorità Generale per le Risorse Idriche nei governatorati di Aleppo, Raqqa e Deir ez-Zor hanno annunciato di aver adottato misure preventive per far fronte alle conseguenze dell'innalzamento del livello dell'acqua, dopo che le inondazioni hanno sommerso ponti, strade, terreni agricoli e abitazioni in diverse zone.

L'agenzia di stampa statale siriana SANA ha segnalato allagamenti nelle aree urbane e rurali della provincia di Deir ez-Zor, dove l'acqua ha sommerso un ponte di terra e reso inutilizzabili molti altri, danneggiando anche terreni agricoli e abitazioni. Allagamenti simili sono stati segnalati nella vicina provincia di Raqqa. Il Ministero dell'Energia ha spiegato che i bacini idrici delle dighe siriane hanno raggiunto oltre il 98,5% della loro capacità di stoccaggio, il che non consente più di assorbire ulteriori quantità d'acqua senza compromettere gli standard di sicurezza operativa, rendendo necessario deviare grandi quantità d'acqua nel fiume.

Ai residenti è stato raccomandato di prestare la massima attenzione e di tenersi lontani dalle rive dei fiumi e dai corsi d'acqua, mentre prosegue il monitoraggio della situazione idrica e vengono adottate le poche misure possibili, nell'ambito di quanto necessario, per proteggere i residenti e le infrastrutture.  Per gli abitanti di Deir ez-Zor, capoluogo dell'omonima provincia, l'innalzamento del livello del fiume non è più un fenomeno stagionale, ma si è trasformato in pochi giorni in una crisi umanitaria e di sussistenza, evidenziando la fragilità delle infrastrutture del governatorato dopo il crollo dei ponti provvisori e l'interruzione del traffico tra le due sponde della città. L'acqua ha allagato diverse strade del centro città e delle zone circostanti, mentre le autorità locali hanno evacuato diverse aree e messo fuori servizio circa 50 stazioni di pompaggio dell'acqua e centrali elettriche.

Con l'esondazione del fiume, sono crollati un ponte di barche in terra e un ponte militare, entrambi costruiti negli ultimi anni come soluzioni di emergenza per sostituire i ponti originali distrutti dagli anni di guerra imposta in Siria. Il crollo di queste due vie di comunicazione essenziali ha isolato i distretti di Shamiyah e Jazeera. Di conseguenza, il traffico di traghetti e imbarcazioni è stato interrotto a causa delle forti mareggiate e delle condizioni pericolose per la navigazione fluviale.

Nonostante le rassicurazioni delle autorità sul fatto che le dighe di Tishrin, Tabqa e Mansoura rimangano entro i limiti tecnici di sicurezza, la crisi ha riacceso il problema dei ponti distrutti nella Siria orientale, che non sono ancora stati completamente restaurati nonostante la loro vitale importanza per la popolazione. Nel frattempo, la crisi umanitaria si sta aggravando.

https://www.diariosiriolibanes.com.ar/Actualidad/Siria/Erdogan-inunda-el-este-de-Siria

lunedì 1 giugno 2026

Il futuro del Libano non può essere scritto senza i cristiani


Intervista di Aleteia a Benoît de Blanpré, di ritorno dal Libano


Sei appena rientrato dal Libano. Come descriveresti la situazione reale che hai osservato lì, al di là delle cifre e delle informazioni riportate dai media?
Benoît de Blanpré: La prima immagine che mi viene in mente è quella dell'aeroporto di Beirut, quasi deserto. Ormai non c'è quasi più nessuno, la situazione è diventata talmente incerta. Fin dal momento dell'arrivo, si percepisce questo clima di ansia che aleggia su tutto il Paese. Uno studente mi ha detto: "Viviamo alla giornata". Una casa può essere bombardata, un villaggio evacuato da un giorno all'altro. Questa costante instabilità crea un immenso esaurimento morale, una sorta di scoraggiamento collettivo. Il Paese sembra privo di futuro. Nonostante tutto, la gente continua a vivere, a lavorare, a crescere i propri figli. Studenti, genitori, bambini: tutti cercano semplicemente di resistere, di compiere il proprio dovere civico, in un contesto profondamente violento. 

Monsignor Jules Boutros le disse: "Siamo esausti". Che effetto le suscitarono queste parole?
Questa frase mi ha profondamente colpito. L'arcivescovo Boutros è un uomo giovane e dinamico, un faro di speranza. Eppure, la prima parola che pronuncia è: "esausto". Esausto per dover costantemente scegliere tra due fazioni, quando tutto ciò che desiderano è essere libanesi, senza essere intrappolati nel mezzo. Esausto per anni di conflitto, tensione e incertezza. Lì, tutto richiede uno sforzo immenso: vivere, lavorare, spostarsi, pianificare il futuro. Alla fine, tutto diventa troppo difficile.

Dopo l'esplosione nel porto di Beirut, molti hanno pensato di andarsene. Ma oggi si sentono attaccati nella loro stessa identità. Rimanere è diventato per loro una forma di resistenza. 


Oltre un milione di sfollati interni, un'economia in ginocchio, droni sopra Beirut… In questo contesto, perché è così importante che i cristiani restino in Libano?
Ufficialmente, ci sono un milione di sfollati, probabilmente di più, su una popolazione di cinque o sei milioni. Questo crea un enorme squilibrio nel Paese. Anche i cristiani sono costretti ad abbandonare le proprie case. E la difficile situazione dei rifugiati mi tocca profondamente: sono famiglie strappate alla loro terra, alla loro storia, alle loro radici. È una violenza terribile. Se i cristiani dovessero lasciare il Libano in massa, si verificherebbe un grave sconvolgimento demografico. Ma soprattutto, non c'è motivo per cui debbano essere costretti ad andarsene: rimanere sulla propria terra è un diritto fondamentale. I cristiani svolgono anche un ruolo essenziale nella ricerca della pace. Sono spesso agenti di dialogo e riconciliazione. Papa Francesco ha detto che la Chiesa dovrebbe essere "un ospedale da campo". Quando è assente, ne soffre tutta la società. Il futuro del Libano non può essere scritto senza i cristiani. 

Hai incontrato giovani cristiani che dicono di voler restare nonostante tutto. Cosa li frena? Cosa li motiva?
Questa risposta mi ha colto di sorpresa, ma è stata anche fonte di gioia. Quando ho chiesto loro: "Cosa volete fare?", la maggior parte ha risposto di voler restare. Dopo l'esplosione al porto di Beirut, molti avevano preso in considerazione l'idea di andarsene. Ma ora si sentono attaccati nella loro stessa identità. Rimanere è diventato per loro una forma di resistenza. Si rifiutano di lasciare che siano altri a decidere per loro se devono lasciare il loro Paese. Un vescovo, tuttavia, mi ha fatto notare con perspicacia che spesso chi resta è anche chi non ha i mezzi per andarsene. Pertanto, è necessaria una prospettiva più articolata: esiste sia un profondo desiderio di restare, sia circostanze che li costringono a farlo.

In tempo di guerra, naturalmente, c'è l'urgente necessità di prendersi cura del corpo. Ma c'è anche il rischio di disperazione. La Chiesa è lì per ricordare alle persone che non sono abbandonate. 

Di fronte a questa emergenza, come interviene concretamente sul campo l'AED?
Il Libano è un Paese che ci sta particolarmente a cuore e Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) gli dedica un'attenzione costante. Il nostro lavoro si articola in tre aree principali. In primo luogo, l'emergenza umanitaria: consentire alla Chiesa locale di accogliere gli sfollati, distribuire kit di sopravvivenza e aiutare le famiglie a vivere in condizioni dignitose nonostante lo sfollamento. In secondo luogo, il sostegno pastorale: aiutare la Chiesa locale a proseguire la sua missione, amministrare i sacramenti e annunciare il Vangelo in mezzo alla guerra. Infine, forniamo assistenza a lungo termine, in particolare attraverso il sostegno alle scuole cristiane. L'istruzione rimane una priorità assoluta per il futuro del Paese. 

Al di là degli aiuti umanitari, perché il sostegno alla missione pastorale della Chiesa è indispensabile, anche in tempo di guerra?
In tempo di guerra, naturalmente, c'è l'urgente necessità di prendersi cura dei corpi. Ma c'è anche il rischio della disperazione. La Chiesa è lì per ricordare alle persone che non sono abbandonate. Religiosi e religiose, così come i laici, sono in prima linea, trasmettendo questo messaggio di speranza e sostenendo le anime sofferenti. Attraverso le offerte alle Messe, l'aiuto alle comunità religiose e il sostegno ai sacerdoti, consentiamo concretamente a coloro che portano questo messaggio di rimanere e di svolgere la loro missione tra i fedeli. Sostenere i cuori è essenziale quanto sostenere i corpi.  

Cosa diresti a qualcuno in Francia che si chiede se il suo sostegno possa davvero cambiare qualcosa in Libano?
Madre Teresa diceva che ogni goccia d'acqua è necessaria per l'oceano. Di fronte a una situazione simile, potremmo essere tentati di disperare, sentendoci sopraffatti. Ma il sostegno offerto ai cristiani del Libano è soprattutto un segno cruciale: che non sono stati dimenticati. Ed è proprio questa la loro prima supplica: "Non dimenticateci".

Aide à l’Église en Détresse - (AED) 

sabato 30 maggio 2026

per riflettere....

resti romani bombardati a Tiro

S.Agostino,  De civitate Dei, IV

Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l'aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell'ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell'impunità.

Con finezza e verità a un tempo rispose in questo senso ad Alessandro il Grande un pirata catturato. Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: "La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta."

domenica 17 maggio 2026

La speranza per la Siria è dentro questi volti: sosteniamoli

 

Azer, maggio 2026 

Carissimi,

mentre il caldo avanza a grandi passi sarebbe ora di raccontarvi qualcosa di questi tempi. Lo farò presto, ma oggi vorrei presentarvi una cosa particolare, una campagna di raccolta fondi che stiamo lanciando. Una campagna importante per noi, come vi spiego più avanti. L’abbiamo intitolata “Adotta un operaio!”.

Sapete che non solo politicamente, ma anche socialmente la situazione in Siria è drammatica. Niente lavoro, ma costi alle stelle. Per dirvi: le bollette della corrente che stanno arrivando alle famiglie sono astronomiche, due milioni di lire siriane (diciamo 150$), bollette per le luci e un frigorifero, diciamo anche una lavatrice... E lo stipendio base di un impiegato statale è di 800.000 lire siriane, circa 60$.

La gente ovviamente non le paga, e lo Stato comincia a bloccare i cavi agli insolventi. Sappiamo che la situazione è difficile ovunque, anche in Italia e nel resto del mondo la vita è diventata difficile, e che già molti di voi ci sostengono generosamente... 

Ma provate per favore a diffondere questa campagna...e chissà che in questo mese di Maggio Maria benedica la nostra ricerca di adozioni... Adottare un operaio è importante, perchè significa adottare una famiglia. Sapete come noi abbiamo cercato di dare sempre lavoro in questi anni..il più possibile, compatibilmente con le nostre possibilità. 

Ma ora le nostre risorse sono poche, e non so fino a quando potremo aiutare. Nel nostro villaggio, formato da 120, 130 famiglie, già più di una quarantina di case hanno chiuso, cioè tutti i membri sono andati all’estero, senza pensare ad un ritorno possibile.

All’interno delle famiglie che ancora restano, molti sono i giovani che sono partiti, resta soprattutto la generazione dai cinquanta in su..C’è ancora qualche famiglia giovane, per questo facciamo di tutto per dare lavoro almeno a qualcuno, perchè possa restare, e restare con un po’ di dignità.

  Ecco i nostri operai:

Charbel, 40 anni, lavora al monastero da 16 anni. Ha 3 figli, scalpellino di base ma ormai esperto un po’ di tutto il cantiere e di tanto altro. Ha cominciato a lavorare da piccolissimo.

Raymond, 47 anni, 4 figli e una bimba in arrivo. Scalpellino da quando aveva dieci anni, e ha cominciato a lavorare col papà.

Hibrahim, 47 anni, un figlio e una figlia...Sempre gentilissimo, segue un po’ tutti e procura tutto quel che serve nei vari lavori, e aiuta dove serve.

Camil, 39 anni e tre bambine. Un po’ elettricista, un po’ muratore, un po’ coltivatore.. Un gran lavoratore.

Hasib: anche lui scalpellino, 39 anni e tre figli. Operaio silenzioso e meticoloso.

Amid: ha 41 anni, sposato, con un bambino, fa parte del gruppo della pietra.

Ossam: ha 37 anni, 2 bambini, ed è il responsabile del lavoro nella campagna, orto e giardini..

Elias: ha 51 anni, ha perso un piede su una mina, lavorando la sua terra, ha tre figli, lavora la campagna ed è instancabile.

Daniel, 24 anni, e Issah, 30 anni, entrambi hanno interrotto gli studi, e infine Youssef, 24 anni, che sta studiando e lavorando per mantenersi. Tutti questi ultimi fanno parte del gruppo che lavora la terra e i campi.

   E poi “le nostre operaie “:

Hilhem, 42 ha cominciato a lavorare con noi durante la guerra, quando hanno ucciso suo marito, e lei si è trovata da sola con due figli piccoli. Ora si è risposata con un vedovo, ed hanno in tutto cinque figli. 

Sihem, ha sessant’anni, è rimasta vedova a 17 anni con un bimbo nato e la seconda figlia in arrivo. Ha sempre lavorato ed ha fatto studiare i suoi figli, ancora lavora per aiutarli. Hilhem e Sihem lavorano un po’ in foresteria, per le pulizie, il bucato, un po’ in casa, per le tisane e le erbe che vendiamo..

Da qualche anno abbiamo cercato di aiutare anche altre tre donne, tutte con situazioni di grande povertà, facendo piccoli artigianati con loro; braccialetti, lavori con la carta, presepini artigianali... 

A questi prodotti lavorano: Mirvet che ha 40 anni, e due figlie, il marito senza lavoro. Manal, anche lei 40 anni e due figli, marito disoccupato. E infine Amal, 45 anni, tre figli. Il marito lavora duramente, ma sono molto poveri.

Anche il guardiano del cantiere, Abu Butros che viene dal pomeriggio fino al mattino seguente, è una persona veramente povera povera. 

Ecco, anche questo è Azer, anche per questo e per queste persone vi chiediamo di pregare...anche questo è costruire la speranza in questo luogo.

Diffondete per favore il nostro appello, e ci sentiamo presto con qualche notizia della comunità e degli ospiti che in questi tempi stanno venendo numerosi al monastero.

M. Marta Fagnani e le sorelle di Azer

 

domenica 10 maggio 2026

Lo splendore dell'arte sacra siriana

 

di Claude ZEREZ* 

Il Vicino Oriente ha dato un contributo significativo alla storia dell'arte cristiana.

Gli affreschi di Doura-Europos, in Siria, sulla riva destra dell'Eufrate, svelano magistralmente la storia dell'iconografia cristiana orientale, spesso rimasta in secondo piano tra quella delle due grandi civiltà di Bisanzio e dell'Islam.

Una domus ecclesiae e una sinagoga adiacente ad essa, scoperte da una missione archeologica franco-americana nel 1920, rivelavano al mondo un intero ciclo di immagini risalenti alla metà del III secolo d.C., che rappresentavano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Doura Europos: rappresentazione del racconto evangelico
della guarigione del paralitico

- L'arte nell'antica Siria: mosaici, figure geometriche, piante, mitologia greca e romana.

- I temi del cristianesimo primitivo: Cristo, la Vergine Maria, la Natività, il Battesimo, la Trasfigurazione, la Crocifissione e la Resurrezione del Signore e la Pentecoste

- Secondo un'antica tradizione, addirittura a San Luca evangelista si deve la prima immagine della Madonna. Questa icona, situata nel monastero di Saydnaya, durante il Medioevo attirava enormi masse di fedeli.

Quando i miei pensieri mi tormentano e mi impediscono di godermi la lettura, disse San Giovanni Damasceno; vado in chiesa. La mia vista è rapita e la mia anima loda Dio. Contemplo il valore del martire e il suo ardore mi infiamma. Mi prostro a terra per adorare e pregare Dio per intercessione del martire”. L'icona testimonia la presenza del santo; esprime il suo ministero di intercessione e comunione.

chiesa di Mar Elian a Homs

L'iconoclastia ebbe inizio con il califfo omayyade Yazid nel 723 e con l'imperatore Leone a Costantinopoli tra il 717 e il 740, ma San Giovanni Damasceno difese invano la rappresentazione iconografica contro il califfo.

Nel 753, si tenne un concilio a Calcedonia con 337 partecipanti per difenderla. La difesero i cristiani melchiti e aramaici della Siria.

L' iconostasi e le porte

L'iconostasi è un elemento liturgico che simboleggia l'unione tra il regno divino e il regno terreno. Secondo Gregorio Magno, l'immagine è una Bibbia destinata alle masse non istruite. La chiesa è orientata e divisa in tre parti secondo la pianta del tabernacolo di Mosè e del Tempio di Salomone: il santuario sul lato orientale, il nartece a ovest e la navata, la parte centrale, tra i due. Il santuario corrisponde al Santo dei Santi, la dimora di Dio. Il Santo di Dio riposa e irradia in quel luogo. Simbolo del Regno, il santuario è separato dalla navata, dove si trovano i fedeli, da una parete chiamata iconostasi, che fu adornata con icone al tempo della vittoria sull'iconoclastia. Questa parete ha tre porte. La porta centrale è la Porta Santa o Reale, fiancheggiata da porte inferiori, chiamate Porta Nord e Porta Sud, che consentono il passaggio al clero.

La Porta Reale è affiancata dall'icona di Cristo a destra e dall'icona della Theotokos (Maria Santissima Madre di Dio) a sinistra. Immediatamente sopra di essa, l'icona dell'Eucaristia. La seconda fila è centrata sulla Deesis, la terza riunisce le icone delle feste liturgiche, la quarta è quella dei profeti e infine si trova la fila dei patriarchi. Questo è il mistero liturgico che si dispiega nel santuario.

L'iconostasi è ricoperta di icone vivaci, con al centro una composizione nota come Deesis, che simboleggia la supplica, l'intercessione: raffigura Cristo Vescovo che benedice l'umanità, ma anche giudice e maestro. Reggendo il Vangelo, appare come unico interprete della propria parola ed è la figura della Tradizione. È lui che, attraverso tutti gli elementi della Tradizione, spiega le sue parole terrene. È circondato dalla Vergine Maria e da Giovanni Battista. Le figure successive, che sembrano emergere dai loro archetipi (la Theotokos, archetipo del femminile, San Giovanni, archetipo del maschile), appaiono, introdotte dagli angeli, dagli apostoli e dai santi. È la Chiesa in preghiera, è la “follia della carità” che intercede per coloro che sono giudicati. La parola giudica, ma la suprema sapienza di Cristo Vescovo si confronta con la giustizia e la misericordia e anticipa il secondo significato della stessa icona: le Nozze dell'Agnello. La Theotokos, la sposa, figura della Chiesa, e Giovanni, l' amico dello sposo, ci invitano tutti alla gioia perfetta del Regno.

La deesis dà significato all'intera iconostasi. Splendente di testimoni, l'iconostasi offre le loro mani supplicanti. La chiesa prega per la Chiesa, la Theotokos porta il mondo nella sua preghiera e lo avvolge con la sua protezione materna. Ciò che sembrava un muro di separazione si rivela invece come un legame profondamente unificante: il Cristo totale costituito dai suoi santi. La porta regale si spalanca sulla visione del cielo. 

I commentari liturgici spiegano in modo del tutto naturale il simbolismo immediato della porta, un'immagine di Cristo “attraverso il quale vedrete il cielo aperto” (Gv 1,51). La venerazione che questo simbolismo ispira permette solo ai membri del clero di attraversare questa porta, e solo dopo aver indossato i paramenti liturgici. Cristo porta oltre la sete di infinito nella sua essenza, la Porta Reale si apre sull'altare, luogo elevato dell'Opus Dei e centro attorno al quale si dispiega la sacra azione del culto. Solo Cristo è l'Amante che attrae l'amore ed entra in noi, affinché possiamo vivere di nuovo in Lui. «L'anima umana ha sete dell'infinito. L'occhio è stato creato per la luce, l'orecchio per i suoni, ogni cosa per il suo fine, e il desiderio dell'anima di elevarsi verso Cristo. 

Davanti all'ingresso si erge il battistero; la sorgente catturata diventa una fontana di acqua viva. La Porta Reale si apre direttamente sul centro cosmico, il luogo elevato, il monte santo.

Theotokos

In fondo all'abside si erge la Theotokos in Orante, o muro indistruttibile, Odigitria, colei che indica la via, guida, unisce tutti i fedeli nella sinassi eucaristica e copre il mondo con il suo velo di protezione: Madre della Vita, tu hai generato gioia e letizia che asciugano le lacrime del peccato.

I quattro pilastri cosmici, sostegni terreni della rivelazione, sono i simboli dei quattro Vangeli: l'aquila, il toro, il leone e l'uomo. È questa gioia e pace celeste che le icone narrano. Quelle della Porta Reale – i quattro Evangelisti e l'Annunciazione – rappresentano una vera festa per gli occhi. Qui, il misticismo solare, attraverso l'oro e lo splendore dei colori dell'arcobaleno, colpisce, diventa quasi udibile e inonda ogni cosa di calore e luce.

Così, in ogni chiesa, anche al di fuori delle funzioni, si percepisce fortemente il flusso incessante della vita, poiché tutto è in attesa dei santi misteri. Tendendo verso il Regno, questa attesa risplende di presenze, e questo è il ministero liturgico dell'icona.


Mar Musa, il seno di Abramo

La patria dell'icona è l'Oriente.

Fin dai tempi più antichi, l'iconografia è diventata parte integrante della tradizione e ha costituito una vera e propria teologia visiva.

L'evoluzione si è svolta in tre fasi:

1. L'epoca di Giustiniano, VI secolo, con il miracolo di Santa Sofia e la sua monumentalità.

2. Il primo Rinascimento bizantino sotto la dinastia macedone e quella dei Comeni, X e XI secolo, più adatto alla scala umana.

3. L'inizio dell'iconografia russa a Kiev e Novgorod, poi in Serbia, Bulgaria, e Siria. Infine, la grande arte rumena, la scuola cretese, i tesori del Monte Athos con la toccante arte del periodo turco, con Cristo Elcomenos che sale la scala di sua spontanea volontà, appoggiato alla croce.


La scuola di Aleppo: Con il Patriarca Euftim (1572-1635) e gli artisti monaci Youssef Msawer e Abdahah Zakher (1714), con influenze europee; la scuola di Aleppo utilizzava acido di tuorlo d'uovo e aceto. Volti orientali, grandi occhi femminili, nasi fini, giovani con carnagione scura e capelli ben definiti. I colori: rosso, verde, foglie di melograno e datteri dorati. Analogamente, figure ispirate ai Persiani, che si possono vedere nella moschea omayyade e nelle case di Aleppo. L'icona non è firmata.

L'icona del Giudizio Universale nella Chiesa greco-ortodossa di Aleppo.

Influenze arabe (troni sul pavimento, tavoli e abiti beduini e donne piuttosto attraenti).

Damasco, porta di Bab Touma

Un po' di storia ….

Gesù Cristo nacque in Palestina, ma il Cristianesimo nacque in Siria dopo la conversione di Saulo sulla via di Damasco.

Durante il I secolo, Antiochia, l'antica capitale della Siria, ne divenne il centro. Il Libro degli Atti degli Apostoli offre un'informazione molto importante: "Ad Antiochia i discepoli furono chiamati per la prima volta cristiani", e lì San Paolo affrontò San Pietro per la sua posizione debole nei confronti degli ebrei.

E' certo che Edessa, invece, fu il cuore del Cristianesimo di lingua aramaica (la leggenda del re Agbar e del Mandylion, un telo venerato dalle comunità cristiane orientali, su cui era raffigurato il volto di Gesù. Immagine ritenuta di origine miracolosa, che salvò Edessa e in seguito Costantinopoli).

Le prime tracce del Cristianesimo a Edessa risalgono al 200.

Dall'Oriente, e in particolare dalla Siria, provengono grandi santi, Padri della Chiesa (monaci e pensatori): Santo Stefano, Sant'Efrem, i Santi Sergio e Bacco, San Cosma e Damiano, San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, San Gregorio di Nicea e, ai nostri giorni, i santi del Libano: San Charbel, Santa Rafqa, Sant'Hardini, oltre a cinque papi di origine siriana. 

Il Cristianesimo si diffuse in tutto l'antico Oriente per il racconto orale e con il buon esempio, nonostante le persecuzioni da parte degli ebrei e degli imperatori romani fino a Costantino, che nel 313 lo riconobbe ufficialmente.

Da allora, ebbe inizio la vera tragedia del Cristianesimo orientale, a causa del clero asservito all’impero bizantino. Molti capi ecclesiastici, scampati all'incubo delle persecuzioni, diventarono, volontariamente o meno, uomini di potere soprattutto a Costantinopoli, grazie alle loro fastose residenze, allo status privilegiato e, soprattutto, alle loro vesti e tiare dorate che ancora oggi possiamo ammirare. 

La Chiesa d'Oriente


‘’La Chiesa deve avere un solo cuore ma due polmoni: la Chiesa d'Occidente e la Chiesa d'Oriente’’ (Papa San Giovanni Paolo II).

Ogni polmone ha lasciato un'impronta specifica: semanticamente si potrebbe dire che il genio degli scrittori orientali è intuitivo, speculativo, lirico e mistico, mentre quello degli scrittori occidentali è legalistico, pragmatico, morale e cartesiano. 

L'icona in Oriente e in Occidente.

Barad, basilica maronita

Cosa ha indebolito i cristiani d'Oriente? L'Oriente è uno spazio multiforme in cui si mescolano popoli, etnie e lingue diverse. Da ciò derivarono i numerosi riti che alla fine si sono completati a vicenda. Ogni varietà di rito può essere positiva nel relazionarsi con le culture antiche e ogni Chiesa presenta un volto diverso e complementare di Cristo.

Per i Caldei, Dio è il Grande Architetto; per i Copti, Egli è Parusia ed escatologia; per i Melchiti Cristo è l'Imperatore del Cosmo; per gli Armeni è sofferenza e persecuzione; per i Maroniti, Cristo è il semplice contadino lavoratore; per i Latini è ragione. 

Questa diversità si tradusse in conflitti politici, dogmatici e cristologici.

L'imperatore, rappresentante di Dio sulla terra, ricevette la missione di guidare il popolo verso la salvezza e la fede cristiana. Sia in Oriente che in Occidente, la Chiesa si trovò di fronte a un paradosso: predicava la povertà come ideale, eppure era ricca; il suo clero era spesso composto da aristocratici con denaro, legni pregiati, tessuti scintillanti e profumi.

Di fronte a questa situazione, gli "uomini di Dio" fuggirono dalla vita mondana per incontrare Dio nel deserto. Nacque così il monachesimo, che fiorì con figure come Sant'Antonio il Grande in Egitto, gli eremiti (San Marone), i cenobiti (San Pacomio) e gli stiliti (San Simeone) in Siria e Palestina.

resti del sito di san Simeone stilita - Aleppo

In seguito, questo monachesimo divenne un vero contrappeso all'iconoclastia. 

- Le dispute cristologiche (riguardo alla natura di Cristo) derivano da incomprensioni linguistiche e da una mancanza di conoscenza reciproca (Prosopon in greco, Nefesh e Rawah in aramaico; ci sono oltre 40 parole per tradurre la parola "amore" in arabo e siriaco).

Possono essere sanate le divisioni del passato, fonte di tante ferite?

Crociate e cristiani d'Oriente, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli, il Grande Scisma del 1054, le ferite all'interno della stessa comunità tra cattolici e ortodossi melchiti, siriaci, armeni e, in seguito, protestanti....

Dopo 15 secoli di incomprensioni linguistiche che hanno ferito il corpo di Cristo, si è aperto un cammino di riconciliazione con Paolo VI e Atenagora, poi con Paolo VI e il Patriarca nestoriano. Le chiese eretiche del passato sono ora diventate chiese sorelle, e i conflitti tra le chiese orientali dello stesso rito (ortodossa e cattolica) hanno lasciato il posto al rispetto reciproco, alla comprensione e alla carità. L'incontro tra Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo ne è una testimonianza.

Perché i cristiani rimasero in Oriente mentre il cristianesimo scomparve dall’Africa? Perché l'Islam invase così facilmente l'Oriente a partire dal 633? 

Mancanza di carità tra le comunità cristiane (antagonismo tra Bisanzio e gli Aramei, che cercarono aiuto presso i loro cugini arabi musulmani).

tomba di san Giovanni Battista nella moschea Ommayade di Damasco

Inizialmente, ci fu un'ottima intesa con gli Omayyadi e gli Abbasidi. In seguito, califfi non arabi (Mamelucchi e Selgiuchidi) dichiararono la purificazione della terra dell'Islam da ogni impurità cristiana o ebraica, imponendo la Jizya e la Dzimma (protezione degli inferiori) nonostante il messaggio del Profeta Mohammad di proteggere i credenti dalla Gente del Libro (Vangelo e Torah). 

Nel X secolo, l'80% degli abitanti del Medio Oriente era cristiano; nel XV secolo, il 60%; nel XX secolo, il 30% e infine, dopo i genocidi armeno, siriaco e greco, solo lo 0,01%. Attualmente, i cristiani della Siria, che costituivano il 10% della popolazione prima del 2010, rappresentano solo lo 0,1%. Ad Aleppo c'erano 350.000 cristiani prima del 2010; ora ne rimangono solo 17.000.

Icona di Nostra Signora consolatrice dei Siriani

Ricordatevi nelle vostre preghiere della Chiesa di Siria” : Lettera di Sant'Ignazio di Antiochia ai Romani 9,1

( traduzione di Maria Antonietta Carta)

 *Cristiano siriano di Aleppo rifugiato in Francia con la moglie e i due figli, esperto d'arte siriaca ed ex guida turistica per i pellegrini di lingua francese in Siria