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mercoledì 22 luglio 2026

Pizzaballa: "Imparare a guardarsi come esseri umani per reimmaginare la pace"

Il patriarca di Gerusalemme dei Latini intervenuto a Firenze per “Re-Imagine peace”, evento che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e dove s'incontra la musica degli artisti israeliani, palestinesi, italiani. Il nucleo centrale dell’intervento del cardinale ha affrontato la necessità di decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto

 da Vatican News

Si è svolto domenica 12 luglio, a Firenze “Re-Imagine peace”, un evento che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e dove la musica degli artisti israeliani, palestinesi, italiani e le loro testimonianze hanno contribuito a far riflettere i presenti sulle ferite della Terra Santa. In particolare le parole del patriarca di Gerusalemme dei latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, hanno indicato una via per superare le divisioni dei nostri giorni.  «Dobbiamo usare anche un po’ di immaginazione e uscire dai nostri confini», ha esordito Pizzaballa durante il concerto conclusivo del festival, ringraziando gli artisti per aver creato un’occasione d’incontro capace di stimolare il superamento dei vecchi schemi geopolitici. Per il patriarca, la fine delle ostilità non coincide automaticamente con una pace autentica: la pace richiede uno sforzo creativo che porti a guardare l’altro al di fuori delle etichette e richiede «la capacità di vedere nell’altro non un nemico, non una minaccia, non una categoria, ma una persona».

La necessità della condivisione del dolore

Il nucleo centrale dell’intervento del cardinale ha affrontato la necessità di decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto. Di fronte alla tendenza a schierarsi in modo acritico, il cardinale ha indicato la sola via necessaria che è quella dell’ascolto profondo e del riconoscimento della sofferenza altrui. «L’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo disposizione... Ascoltare non significa essere d'accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro», ha affermato, sottolineando come accogliere il vissuto e il dolore altrui non significhi rinnegare le proprie radici, ma ammettere la legittimità della sofferenza dell’altro. 

E questa condivisione del dolore è veramente necessaria alla drammatica realtà della Terra Santa. Pizzaballa ha ricordato le sofferenze di entrambe le parti, ricordando che «esiste il dolore delle famiglie israeliane» colpite dal terrore e, allo stesso modo, «esiste il dolore delle famiglie palestinesi» che affrontano distruzione e precarietà e secondo il porporato, non è ammissibile stabilire una gerarchia della sofferenza e «il dolore non dovrebbe mai essere una competizione». Ogni genitore che soffre per un figlio o ogni bimbo spaventato evidenzia che la dignità umana non ha confini e non c'è un dolore minore di un altro, e questo è stato anche il senso del festival “Re-Imagine peace”.


Il cardinale Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ricevuto il 29 giugno, a Bergamo, il premio Limes per il Dialogo e la Pace. Il racconto della sua ultima visita nella Striscia, il 22 e il 23 giugno scorsi: "Si viaggia su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. E qui vive la gente. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Soprattutto i bambini. La descrizione di Gaza ridotta a un cumulo di macerie, dei bambini che giocano tra le fogne e vengono morsi dai topi, così come delle aggressioni dei coloni in Cisgiordania, non impedisce però a Pizzaballa di riflettere sull’importanza del dialogo. Una necessità ancor più forte oggi, perché «il 7 ottobre è molto presente nell'animo ebraico e israeliano. Da quel giorno sono cadute le ultime remore». Il cardinale riconosce che oggi Israele «è un insieme di cose» dove «c’è di tutto ma dove, devo dire con dolore, i più duri sono i militari religiosi. Con loro è molto difficile avere un rapporto chiaro e sereno. Le componenti più estreme della popolazione ebraica non sono ancora una maggioranza, ma hanno una crescita di consenso e stanno diventando sempre più rilevanti sul piano politico, con conseguenze però divisive sulla stessa società israeliana».

Il patriarca ha affermato che per avviare un reale processo di riconciliazione e applicare la morale del perdonare l’altro, occorre una notevole fortezza interiore che permetta di abbandonare le narrazioni di comodo della propria comunità. La vera sfida non consiste nel fare scelte su chi meriti la nostra solidarietà, ma nell’ampliare lo sguardo. «Come posso allargare la mia compassione perché nessuno resti escluso?», ha domandato il cardinale, ribadendo che la convivenza in Terra Santa e nel mondo si fonda sulla valorizzazione di ogni individuo, indipendentemente dalla nazionalità o dal credo, poiché nessuna identità culturale o spirituale deve trasformarsi in una prigione. In quest’ottica, Pizzaballa ha rivolto una critica severa a chi usa la fede come pretesto per la violenza e questo rappresenta il tradimento più profondo del messaggio di Dio, definendolo «il peccato più grave». I leader religiosi hanno invece il compito di «guarire» i cuori delle persone per unire le comunità, perché dietro le statistiche e i simboli nazionali vi sono esseri umani che hanno diritto a un domani.

Una sfida per il domani: la speranza come compito  

Pur ribadendo di non possedere formule politiche o diplomatiche pronte all’uso, il patriarca ha elencato poi alcuni principi fondamentali su cui ricostruire le relazioni comunitarie: la sacralità dell’esistenza — perché la vita è sacra —, il rifiuto della violenza come destino inevitabile per le nazioni e l’idea che la sicurezza di un popolo non possa fondarsi sulla rovina dell’altro. La speranza cessa così di essere un sentimento passivo e diventa un impegno attivo: «La speranza anche quando sembra fragile, resta una responsabilità». Nei momenti bui, è dovere delle comunità promuovere il dialogo e la fiducia reciproca anziché alimentare il sospetto, per realizzare ciò che appare impossibile. 

L’auspicio finale del patriarca è che palestinesi e israeliani imparino a considerarsi anzitutto come persone, capaci di ascoltare prima di emettere giudizi e di «riconoscere il dolore senza trasformarlo in odio...c’è qualcosa di profondamente umano, di continuare a credere che il domani possa essere migliore di oggi. In questo momento storico in cui tante voci alimentano la paura, noi scegliamo di alimentare la fiducia. Dove cresce il sospetto scegliamo il dialogo, dove prevale la disumanizzazione, scegliamo il riconoscimento reciproco. Non sarà semplice, non sarà immediato, ma tutte le grandi trasformazioni della storia sono iniziate quando qualcuno ha osato immaginare ciò che sembrava impossibile. Vorrei  — ha concluso Pizzaballa — lasciarvi un augurio: che impariamo a guardarci non come rappresentanti di una causa ma come esseri umani... se riusciremo a fare questo avremo già reimmaginato la pace, poiché proprio in questo sforzo si pongono le basi per una vera stabilità in Medio Oriente, e in particolare in Terra Santa».


https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2026-07/pizzaballa-medio-oriente-guerra-israele-hamas-gaza-iran-pace-usa.html

venerdì 17 luglio 2026

Siria, il nuovo nunzio in visita nei villaggi cristiani

Nella provincia di Idlib, Yaqubie, Knaye e Ghassanieh hanno accolto a fine giugno monsignor Cona. Nel convento della Custodia di Terra Santa, l'incontro istituzionale e un colloquio con i giovani, desiderosi di opportunità lavorative e riscatto sociale
 

Vatican News, 15 luglio 2026

Una accoglienza più festosa non si poteva. È stata quella che gli abitanti dei villaggi di Yaqubie, Knaye e Ghassanieh, nella Siria nord-occidentale, noti per la storica e attiva comunità cristiana, hanno riservato a monsignor Luigi Roberto Cona, nunzio apostolico nel Paese nominato nel marzo scorso, che si è recato nella regione dal 26 al 28 giugno. Situate in una zona collinare a vocazione agricola, sono comunità che fanno parte della provincia di Idlib, ex roccaforte dello Stato Islamico. Qui i frati francescani, grazie ai quali è stata possibile la visita del rappresentante vaticano, continuano a mantenere una forte presenza nelle chiese locali, custodendone la fede e alimentando la speranza, fiaccola accesa tra le macerie della lunga guerra e del terremoto di tre anni fa.

L'esultanza popolare, di sapore tutto medio-orientale, è esplosa quando il nunzio ha fatto ingresso nei villaggi, a tal punto da indurre alcuni uomini a portarlo sulle braccia tra la folla per un tratto del percorso. Gente umile e provata da tante sofferenze ha abbracciato il rappresentante della Chiesa universale - "è come se ci fosse il Papa qui tra noi" - che si è calato nei loro dolori. Danze, acclamazioni, tamburi, canti: a questa straordinaria ospitalità il presule ha risposto con coinvolgimento e calore assecondando un clima di grande familiarità. "I cristiani che vivono qui trovano in noi la forza per continuare a vivere", ha sottolineato padre Louai Bsharat ofm, parroco di Yaqubie. Il religioso, di origine giordana, ha evidenziato quanto sia antica la storia dei cristiani in queste terre, risalente all'epoca degli apostoli, e quanto i francescani siano sempre stati percepiti come un punto di riferimento, "una roccia" su cui appoggiarsi. 

Cona è stato guidato negli spazi gestiti dalla Custodia dei Frati Minori di Terra Santa: il poliambulatorio intitolato a Santa Elisabetta di Ungheria, la scuola annessa al convento. Campeggiava un cartellone con varie foto della vita di comunità: "Welcome, monsignor Cona!". Un giovane si è mostrato preoccupato della probabile scomparsa imminente di un'intera popolazione "se non si adotteranno delle strategie". "Qui in cinque o sei anni abbiamo celebrato solo due matrimoni. Se andiamo avanti così fra cinquant'anni non ci sarà più nessuno. Vi chiediamo di sostenere i giovani, affinché la vita nei villaggi possa continuare", questo il suo appello a nome di tanti. Il villaggio di Ghassanieh, visitato per ultimo dal nunzio, è stato in effetti completamente svuotato dai suoi abitanti cristiani (latini, ortodossi e protestanti). Ora pian piano si sta ripopolando, rincuorano i frati. Il giovane risiede nel villaggio di Knaye, ed è rimasto compiaciuto del fatto che il nunzio abbia ascoltato in profondità i timori, le esigenze e le incertezze dal basso. Si è trattato di un incontro molto autentico e libero, hanno riferito i presenti: "Noi vorremmo continuare a vivere qui, a Dio piacendo. Siamo contenti perché il nunzio ci ha detto che vorrebbe sostenerci in tutti i modi possibili. Oggi è stato un incontro bellissimo". 

Una donna si è fatta portavoce delle istanze delle nuove generazioni ricordando i patimenti dei figli di questa nazione, i figli dei cristiani in particolare, con i continui trasferimenti tra le scuole, sia statali che religiose. "Molte organizzazioni sono arrivate qui per finanziare progetti piccoli e grandi - ha precisato - ma alcuni giovani non hanno avuto il coraggio di rischiare nell'avvio di una attività in proprio. Perciò speriamo che possiate aiutarci ad inserirli nel mondo del lavoro con corsi di formazione, corsi di aggiornamento, in modo che trovino opportunità nelle grandi imprese". Un desiderio concreto e condiviso apertamente a cui ha fatto seguito uno dei suggerimenti del nunzio: ristrutturare alcuni edifici nello stile tradizionale locale per realizzare una sorta di hotel diffuso capace di accogliere i turisti. È una delle direzioni verso cui poter indirizzare le energie per fare in modo che questo polmone della cristianità torni a respirare appieno.

Tra queste poche centinaia di persone (legato ai due villaggi di Yaqubie e Knaye c'è anche Jdaide, interamente greco ortodosso) non c'è rancore e nemmeno rassegnazione, ma serve un nuovo slancio economico e sociale. "La comunità greco ortodossa e quella armena ortodossa sono state abbandonate dai loro rispettivi pastori, andati via quando i ribelli si impadronirono della zona nel 2012. I nostri frati hanno offerto i servizi spirituali e di assistenza umanitaria a queste comunità senza alcuna distinzione", ha rammentato padre Bahjat Karakash ofm, delegato del Custode di Terra Santa in Siria e parroco di Aleppo. 


Monsignor Cona, in questi due giorni, è venuto a conoscenza di vicende particolarmente drammatiche che hanno segnato la vita di nuclei familiari e singole persone. Bassem Artin ha raccontato, per esempio, delle persecuzioni, cominciate durante la guerra, e dei rapimenti frequenti. Un giorno hanno preso anche lui. È stato egli stesso rapito da alcuni fondamentalisti, è rimasto in prigione per due settimane, subendo torture e insulti di ogni genere: "Ci picchiavano continuamente", testimonia. "Poi sono passati alle minacce di morte, voglio ucciderti, mi ripetevano ossessivamente", finché qualcuno gli ha puntato il coltello alla gola. "Fa' pure, gli dissi. Mi rispose: 'Di' addio alla vita'. ' Solo se Dio lo vuole', gli dissi. Ero steso a terra e lui seduto sul mio collo tenendomi bloccata la testa. Non ne potevo più. È stato un momento terribile. A un certo punto ho come sentito una voce che mi diceva di non avere paura, 'io sono con te', mi diceva. Cominciai così a rispondere a ogni cosa del mio aguzzino. Ribattevo a ogni domanda. Finché lui, infastidito: 'ma tu di chi ti fidi?'. Gli risposi: 'di Dio'. 'Perché tu conosci Dio?'. 'In realtà sei tu che non lo conosci'. Alla fine mi ha lasciato e se n'è andato". Nelle sue parole, anche il ricordo di quanto accaduto all'allora parroco e oggi vescovo Hanna Jallouf, Vicario Apostolico di Aleppo, anch'egli tra gli incarcerati per mano dell'estremismo islamico durante la guerra, proprio lui, tra le figure più attive nell'ambito del dialogo interreligioso e della promozione della pace. 
Monsignor Cona con i frati della Custodia di Terra Santa in Siria

Da padre Khoukaz Mesrob ofm, parroco di Knaye, suo luogo di nascita, arriva lo stesso desiderio di riscatto: darsi da fare per il proprio popolo: "Abbiamo iniziato il restauro della scuola elementare mentre ancora c'era la guerra, quando è terminata eravamo a metà dei lavori. Oggi con il rientro delle famiglie sfollate, stiamo cercando di ricostruire anche le case, case danneggiate dalla guerra, dal terremoto e dagli atti vandalici. Le famiglie che tornano da altre città siriane vivono in condizioni di estrema povertà. Il nostro ruolo come Chiesa - ha ricordato - è di provvedere ai bisogni di queste persone in ogni modo da aiutarle a ricominciare: tetto, lavoro, scuola. Non ci è mancata la Provvidenza e grazie a Dio la situazione sembra gradualmente migliorare. Portiamo nel cuore grandi speranza per il futuro. Preghiamo che le sofferenze dei cristiani qui non siano perdute, ma che servano come testimonianza viva di fede e speranza, per il bene di tutta la Chiesa e dei credenti nel mondo". 

mercoledì 15 luglio 2026

Oggi inizia la novena a San Charbel Makhluf


O meraviglioso San Charbel, dal tuo corpo sale profumo verso il cielo, vieni in mio aiuto e implora da Dio in mio favore la grazia, di (nominare) di cui ho molto bisogno, se questa porta veramente onore a Dio e salvezza alla mia anima. Amen.

O San Charbel prega per me.

O mio Signore che hai dato a San Charbel la grazia della fede, Ti prego di concedere per sua intercessione questa divina grazia, affinché io viva secondo i Tuoi comandamenti e il Tuo Vangelo.

Pater, Ave, Gloria.

Per conoscere la vita e la storia del santo libanese potente taumaturgo

«Cercate ogni giorno il volto dei santi e trovate riposo nei loro discorsi»
24 luglio, San CHARBEL (GIUSEPPE) MAKHLUF   Sacerdote -
Beqaa Kafra, Libano, 1828 - Annaya, Libano, 24 dicembre 1898

di Pina  Baglioni

Maronita, che, alla ricerca di una vita di austera solitudine e di una più alta perfezione, si ritirò dal cenobio di Annaya in Libano in un eremo, dove servì Dio giorno e notte in somma sobrietà di vita con digiuni e preghiere, giungendo il 24 dicembre a riposare nel Signore. (24 dicembre: Ad Annaya in Libano, anniversario della morte di san Charbel (Giuseppe) Makhluf, la cui memoria si celebra il 24 luglio).
Ogni uomo è una fiamma, creata da nostro Signore per illuminare il mondo. Ogni uomo è una lampada, che Dio ha fatto per brillare e dare luce”.
Youssef Antoun è figlio di contadini e vive con i quattro fratelli in un villaggio del Libano. La sua infanzia finisce presto: a tre anni muore il padre, ma la madre si risposa con un uomo pio che alla fine, secondo l’usanza orientale, diventa sacerdote. Per Youssef è una gioia ascoltarlo, come è una gioia parlare dei due zii eremiti nella Valle dei Santi. Per lui sono supereroi e vorrebbe seguirne l’esempio, ma non può: deve aiutare la famiglia, gli dicono, e così a dieci anni inizia a fare il pastore, ma trascorre tutto il suo tempo libero e pregare in una grotta, oggi meta di pellegrinaggi e chiamata “la grotta del Santo”. Fino a quella notte.
“Vieni e seguimi!”
Non è che prima Youssef non avesse sentito il Signore che lo chiamava a sé, solo non voleva disobbedire al volere della famiglia. Quella notte, però, la voce del Signore è particolarmente nitida, insistente… non ce la fa più: si alza, e senza salutare nessuno, prima che faccia giorno è già in viaggio verso il monastero di Nostra Signora di Mayfouq. È il 1851 e lui ha 23 anni. In pochi mesi diventa monaco dell’Ordine libanese maronita e cambia il proprio nome in Charbel, che in siriaco significa “il racconto di Dio”. Viene trasferito un paio di volte, studia assiduamente teologia e si occupa di poveri e ammalati, in obbedienza alle missioni che via via gli vengono affidate, compreso il lavoro nei campi. Ma sono la preghiera e la contemplazione, le attività che preferisce.
Dalla grotta dell’infanzia all’eremo della vecchiaia
Nel 1875 frate Charbel si sente pronto a vivere secondo la Regola degli eremiti dell’Ordine maronita, che prevede i monaci divisi in piccole comunità di massimo tre. Per lui è come una seconda nascita: può lavorare, pregare, osservare la penitenza, il digiuno e il silenzio. Le testimonianze riferiscono di un monaco zelante, spesso sorpreso a pregare con le braccia aperte, in una cella poverissima, che lascia solo per celebrare la Messa o quando gli viene espressamente ordinato. Fino a quel giorno, a Natale. È proprio durante la Messa che Charbel si sente male, al momento dell’elevazione. Dopo un’agonia di otto giorni in cui gli altri monaci lo sentono pregare e in cui continua a osservare la Regola – rifiutando, ad esempio, del cibo più nutriente – si spegne. È il 1898.
La sua morte: un seme che porta molto frutto
Ma la morte, come sappiamo, non è la fine. Dopo qualche mese iniziano a verificarsi prodigi. Molti monaci giurano di vedere la tomba di frate Charbel, di notte, illuminata da luci non naturali, così un giorno viene aperta e il suo corpo viene ritrovato intatto, con la temperatura corporea di un vivente. E questo accadrà altre due volte, quando sarà aperta di nuovo perché il corpo trasuda un misto di sangue e acqua. Durante l’ultima ricognizione, nel 1950, il suo volto rimane impresso su un panno e si verificano molte guarigioni istantanee tra i presenti intervenuti. Si diffonde la fama di santità di questo piccolo monaco silenzioso che inizia a essere invocato e, per sua intercessione, si moltiplicano le guarigioni miracolose. La Chiesa non ha più dubbi: è Paolo VI a beatificarlo e poi a canonizzarlo. Lo ricorda così: “Egli può farci capire, in un mondo affascinato dal comfort e dalla ricchezza, il grande valore della povertà, della penitenza, dell’ascetismo, per liberare l’anima nella sua ascensione a Dio”. Dopo la beatificazione, il corpo di frate Charbel non ha più trasudato. 

lunedì 6 luglio 2026

Dal Monastero di Qara scrive Padre Daniel

 

Qara- Siria- 3 luglio 2026

Oggi desideriamo farvi scoprire più da vicino un villaggio di grande importanza storica, Qara (il nostro villaggio), e condividere con voi un’iniziativa pastorale che avrà inizio proprio oggi nella nostra diocesi.

Unzione degli infermi nel nostro villaggio

Domenica scorsa, fra Jean ed io abbiamo celebrato l’Eucaristia al mattino per i parrocchiani di Qara (e nel pomeriggio con la nostra comunità).

Permettetemi una breve digressione sul nostro villaggio di Qara. In aramaico, Qara significa «il grande freddo». Situato a 1300 metri di altitudine, d’inverno può gelare intensamente. In estate il clima è piacevole e fresco la sera. Qara, situata tra Damasco e Homs, si trovava sulla «strada maestra» tra Gerusalemme e Antiochia – il percorso che gli Apostoli percorrevano durante le loro prime missioni. (Piccola ricerca: chi troverà la bicicletta di san Paolo? 😉)

Fin dall’anno 150 d.C., il nostro villaggio di Qara aveva un proprio vescovo. Il vescovo di Qara partecipò al primo concilio ecumenico di Nicea (325 d.C.). Nel VI secolo, il nostro monastero di Mar Yakub fu costruito sulle rovine di una torre di avvistamento romana. Fino al XII secolo, Qara contava circa 40.000 cristiani. Da allora, l’equilibrio si è gradualmente invertito. Oggi a Qara siamo rimasti solo circa 150 cristiani, su una popolazione di 20.000 abitanti.

Torniamo alla nostra visita pastorale a Qara: dopo la Messa, abbiamo attraversato il villaggio insieme a un parrocchiano per visitare una mezza dozzina di malati, pregare per loro e amministrare loro la Santa Comunione. La prima era una signora di 101 anni, in una casa lussuosa che ricordava la prosperità della Siria prebellica. Per raggiungere gli altri, abbiamo dovuto salire una stretta scalinata di diverse decine di gradini.

Queste visite ci hanno dimostrato ancora una volta quanto le persone, ovunque, aspirino alla felicità con i propri cari e i propri figli. Accanto alle icone di Gesù e Maria, si vedono le foto dei loro figli: quando erano piccoli, il giorno del loro matrimonio, poi con i propri figli. La loro sofferenza è intimamente legata a questi ricordi. Una coppia che ha seppellito uno dei propri figli si reca ancora ogni giorno sulla sua tomba per pregare e piangere.

Lungo il percorso veniamo regolarmente fermati per scambiare qualche parola. Un giovane ha aperto un piccolo negozio e ci ha chiesto di benedirlo. La convivialità di una società armoniosa, che un tempo abbiamo conosciuto qui, si è certamente molto affievolita in apparenza, ma speriamo che continui a vivere nel profondo, sotto la superficie.

Iniziativa pastorale: 10 lezioni per i giovani della nostra diocesi

I cristiani siriani (oggi 800.000, contro i 2 milioni di prima della guerra) hanno in genere un unico sogno: fuggire dalla terra dei loro antenati per cercare fortuna in Europa o in America. Questo esodo è doloroso e sembra irreversibile.

L’Iraq, che da diversi decenni è diviso tra guerra e fasi di post-guerra, conta oggi parrocchie con appena 10-20 cristiani. Questa dolorosa realtà può avere gravi conseguenze. Un giovane del nostro villaggio che lavora in Iraq ci ha recentemente confidato:  «Gli iracheni mi dicono spesso: il nostro errore più grande è lasciare che i cristiani se ne vadano. Sono loro a garantire la coesione, non hanno problemi con nessuno.»

Per cercare di arginare questo esodo, abbiamo lanciato, insieme alle nostre quattro parrocchie limitrofe, un’iniziativa interattiva: dieci lezioni approfondite rivolte ai giovani, intitolate:  «Le mie radici cristiane in Siria»

I giovani riceveranno insegnamenti impartiti dai sacerdoti e da Madre Agnès. Scopriranno le loro radici cristiane attraverso la Bibbia, la storia della Chiesa (la Siria è la culla del cristianesimo) e impareranno anche come costruire un rapporto personale con Cristo.

Attraverso questa iniziativa, speriamo e preghiamo affinché i giovani cristiani (ri)scoprano qui quanto sia bella e importante la loro Chiesa locale nella storia del cristianesimo, e quanto sia fondamentale la loro presenza di fede sulla terra dei loro antenati.

Vi chiediamo quindi di pregare affinché questa iniziativa dia i suoi frutti.

Grazie dal profondo del cuore. 

Padre Daniel Maes

mercoledì 1 luglio 2026

Siriani sfollati: una crisi senza orizzonte

da Libnanews

La questione degli sfollati interni siriani in Libano torna alla ribalta, mentre il Paese si trova ad affrontare una propria crisi di sfollamento interno.

La guerra nel Sud, gli attacchi contro i sobborghi meridionali di Beirut, gli ordini di evacuazione e l'incertezza sul cessate il fuoco hanno causato lo sfollamento di oltre un milione di libanesi. In questo contesto già saturo, la presenza siriana rimane un tema esplosivo. Essa ha ripercussioni su comuni, scuole, cliniche, lavoro informale e affitti. Alimenta inoltre le tensioni politiche, poiché ogni fazione libanese proietta su questo tema le proprie paure, i propri calcoli e le proprie priorità.

Tuttavia, il Libano non può più accontentarsi di un dibattito a colpi di slogan. Ha bisogno di un quadro chiaro, con la Siria, le Nazioni Unite e i donatori, per organizzare i possibili rimpatri senza provocare una nuova crisi umanitaria.

Le cifre stesse riassumono la complessità della situazione. Il governo libanese stima ancora che vi siano tra 1,3 e 1,5 milioni di siriani, mentre i registri dell'UNHCR riportano un numero di rifugiati registrati di gran lunga inferiore. Il portale operativo dell'UNHCR indicava, al 31 marzo 2026, circa 490.000 rifugiati registrati, distribuiti principalmente tra la valle della Bekaa, il nord, Beirut-Mont-Lebanon e il sud. Questa differenza è dovuta alla sospensione delle nuove registrazioni dal 2015, a causa di rimpatri, partenze non dichiarate, persone non registrate e costante mobilità tra Libano e Siria.

Ciò alimenta anche la sfiducia. Le autorità libanesi parlano di un enorme onere demografico ed economico. Le agenzie internazionali rispondono con cifre verificabili ma incomplete.

Sfollati interni siriani coinvolti nell'allargamento della crisi libanese: l'attuale crisi ha cambiato la natura del problema.

Per anni, la questione siriana è stata presentata come una crisi a sé stante: un Paese ospitante stremato di fronte a una popolazione di rifugiati che vive lì dal 2011. Dall'escalation del 2026, gli sfollati interni siriani si sono trovati intrappolati nella più ampia crisi libanese. Le famiglie libanesi nel sud del Paese cercano rifugio nelle stesse scuole, negli stessi edifici pubblici, negli stessi villaggi e talvolta negli stessi mercati degli affitti dei siriani che vivono lì da anni. Le risorse non sono aumentate. I bisogni si sono sovrapposti. Questa sovrapposizione crea una competizione silenziosa.

Un comune che già ospita famiglie siriane deve accogliere anche sfollati libanesi. Una scuola che accoglieva studenti libanesi e siriani può diventare un centro di accoglienza. Un ambulatorio che si prendeva cura di una popolazione povera deve assistere un numero maggiore di feriti, malati cronici e famiglie sfollate. Gli affitti aumentano nelle zone considerate più sicure. I proprietari a volte preferiscono affittare a famiglie in grado di pagare in dollari. I più vulnerabili, siriani o libanesi, si ritrovano costretti a vivere in alloggi ancora più precari. 

Il pericolo politico deriva da questa vicinanza di miseria. Quando le risorse scarseggiano, aumenta la tentazione di trovare un capro espiatorio. I siriani vengono accusati di dover scegliere tra salari, servizi, sicurezza e aiuti. I libanesi sfollati a volte denunciano l'impressione che l'assistenza internazionale per i rifugiati siriani sia più strutturata di quella destinata a loro stessi. I siriani rispondono di aver vissuto per anni in condizioni precarie, con restrizioni, controlli, espulsioni mirate e la costante paura di un rimpatrio forzato. Questi risentimenti possono coesistere, ma non per questo sono meno pericolosi per la coesione sociale.

I comuni in prima linea

I comuni stanno subendo parte dell'impatto. Devono gestire rifiuti, acqua, illuminazione, alloggi, tensioni di vicinato, permessi di lavoro informali, affitti, mercati, strade e reclami. Molti non dispongono di budget, personale o dati aggiornati. I sindaci spesso sanno meglio dei ministeri dove si trovano le famiglie, quali case sono sovraffollate, quali quartieri sono privi di acqua o quali scuole sono sotto pressione. Ma non sempre hanno i mezzi per intervenire. Questa debolezza trasforma la presenza siriana in un problema locale permanente.

Nella valle della Bekaa, nel nord del Libano e in alcune zone di Beirut-Mont-Lebanon, la pressione è di vecchia data. Insediamenti informali, case incompiute, fattorie, quartieri e piccole città ospitano popolazioni siriane da oltre un decennio. La guerra nel sud ha aggiunto un ulteriore livello di vulnerabilità. Le amministrazioni comunali devono mediare tra abitanti poveri, siriani, sfollati libanesi e famiglie ospitanti. Spesso lo fanno senza un chiaro quadro normativo nazionale. Le decisioni diventano quindi locali, a volte arbitrarie: restrizioni alla libertà di movimento, smantellamento dei campi, pressioni amministrative, coprifuoco informali o rifiuto di insediamento.

Queste misure possono rispondere a preoccupazioni reali. Possono anche esacerbare l'insicurezza. Una famiglia siriana sfollata da un campo a un altro comune non scompare. Diventa semplicemente più invisibile. Un lavoratore a cui viene impedito di spostarsi perde il reddito. Un bambino con documenti non in regola rischia di abbandonare la scuola. Una donna che elude i controlli a volte rinuncia alle cure. La gestione a livello comunale non può sostituire una politica nazionale.

foto Antakli

Scuole, assistenza e lavoro sotto stress

La scuola rimane uno dei punti più delicati. Il sistema scolastico libanese ha a lungo operato con un sistema duale per accogliere gli studenti siriani. La crisi finanziaria aveva già indebolito questo modello. La guerra ha poi trasformato le scuole in rifugi, trasferito gli insegnanti, interrotto le strade e sconvolto i calendari scolastici. In questo contesto, i bambini siriani sono particolarmente vulnerabili all'abbandono scolastico. A volte si combinano povertà, lavoro precoce, mancanza di documenti, difficoltà linguistiche, distanza dalle istituzioni e pressioni familiari.

I bambini libanesi sfollati ora subiscono in parte le stesse conseguenze negative.

Un'altra sfida è la sanità. I siriani spesso dipendono da servizi sovvenzionati, ONG, cliniche o reti umanitarie. I tagli al bilancio internazionale hanno ridotto alcuni programmi. Gli ospedali libanesi, già indeboliti, richiedono garanzie di pagamento. Le famiglie povere rimandano le visite mediche. Le malattie croniche, la gravidanza, la salute mentale e l'assistenza pediatrica diventano più difficili da seguire. Quando i libanesi sfollati arrivano nelle stesse strutture, i tempi di attesa aumentano e le tensioni crescono. Al sistema non manca solo il denaro. Manca anche la prevedibilità.

Il tema dell'occupazione, infine, cristallizza le accuse.

I siriani lavorano spesso in agricoltura, edilizia, servizi, consegne, pulizie, ristorazione o in attività quotidiane. Si tratta di settori già caratterizzati da informalità, salari bassi e scarsa protezione sociale. I libanesi più poveri vedono questa forza lavoro come una concorrenza. I datori di lavoro vedono flessibilità. I siriani, a volte, la considerano l'unica via di sopravvivenza.

La soluzione non può essere solo repressiva. Proibire senza alternative spinge il lavoro ulteriormente nell'illegalità. Formalizzare senza regolamentare alimenta la rabbia sociale. È necessario un quadro occupazionale limitato, controllato e trasparente, legato alle reali esigenze dell'economia....

Gli sfollati interni siriani in Libano si trovano ad affrontare una crisi senza futuro, poiché le tre soluzioni convenzionali rimangono incomplete. -L'integrazione sostenibile continua a essere politicamente osteggiata da gran parte dei funzionari libanesi. -Il rimpatrio di massa è limitato dalle condizioni siriane, dalla sicurezza, dalla mancanza di documenti e dalla situazione economica. -Il reinsediamento in paesi terzi coinvolge un numero di persone troppo esiguo per cambiare gli equilibri. Il risultato è una prolungata situazione di stallo: non si intravede né una soluzione agevole, né un rimpatrio organizzato su larga scala, né una protezione internazionale sufficiente.

Questo meccanismo intermedio sfrutta tutti. Sfrutta i siriani, che vivono nell'attesa, nella povertà e nella paura di una decisione amministrativa. Sfrutta i libanesi, che hanno visto i servizi pubblici deteriorarsi e gli aiuti diminuire. Sfrutta i comuni, che gestiscono una crisi nazionale con risorse locali. Sfrutta i donatori, che finanziano programmi senza una chiara prospettiva politica. Sfrutta anche i rapporti tra Beirut e Damasco, perché il dossier di ritorno è ancora pieno di storia contraddittoria, sicurezza, sfiducia e interessi contrastanti.

La guerra del 2026 ha reso questa situazione di stallo ancora più urgente. Il Libano non può ricostruire il Sud, accogliere i propri sfollati interni, rilanciare la propria economia e stabilizzare le proprie istituzioni lasciando irrisolta la questione siriana. La Siria non può chiedere il rimpatrio senza fornire garanzie di alloggio, sicurezza, servizi e documenti. I donatori non possono ridurre gli aiuti sperando che le famiglie trovino una soluzione da sole. Il prossimo accordo utile non sarà solo un meccanismo di rimpatrio. Dovrà essere un contratto di responsabilità condivisa, in cui ogni rimpatrio sarà monitorato, ogni comune sostenuto e ogni famiglia protetta da nuove fughe di massa.

Lire la suite sur : http://en.libnanews.com/displaced-syrians-crisis-without-horizon/

giovedì 25 giugno 2026

L'esercito regolare libanese riprende il controllo delle zone del sud, trovandovi solo macerie

di Elisa Gestri

“Scrivo da un paese che non esiste più”: così Giampaolo Pansa iniziava nel 1963 una celebre corrispondenza dai luoghi del disastro del Vajont. Fuor di ogni retorica, gli uomini delle Forze Armate libanesi che hanno raggiunto le località distrutte dall'esercito israeliano in Libano non devono essersi trovati davanti uno scenario molto dissimile. Entrato in vigore la settimana scorsa un incerto Cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, i militari libanesi hanno riaperto le vie di comunicazione e fatto sopralluoghi in aree finora off limits a causa della presenza delle truppe israeliane; le immagini di ciò che soldati e soccorritori hanno trovato stanno facendo il giro del mondo.

In meno di quattro mesi di aggressione di IDF intere aree del sud del Paese e della valle della Bekaa sono state rase al suolo e cancellate dalla cartina: città, villaggi, strade, foreste, coltivazioni agricole tra cui oliveti storici, siti archeologici di rilevanza mondiale hanno subito prima l'agonia dei bombardamenti e poi lo sfregio delle escavatrici. Hezbollah, obiettivo dichiarato delle “operazioni militari” di IDF, mentre scriviamo sta ancora impegnando i soldati israeliani nella “zona di difesa avanzata” stabilita unilateralmente dallo Stato ebraico in territorio libanese, nonostante nell'ultimo anno e mezzo i combattenti della milizia sciita siano stati decimati e dispongano di mezzi imparagonabili con quelli dell'esercito israeliano.

La “guerra dei droni” portata avanti da Hezbollah ha guadagnato effimere vittorie al Partito di Dio – secondo gli ultimi dati di IDF soldati sono 36 i militari caduti dal 2 marzo scorso sul “fronte libanese” - ma è costata la morte di migliaia di civili di ogni sesso, età, condizione e appartenenza religiosa: sono quattromiladuecento, rende noto l'ultimo report del Ministero libanese della Salute Pubblica, ma solo ora, con l'accesso alle località distrutte da IDF, si vanno scoprendo ed identificando i corpi rimasti intrappolati da giorni - o settimane - sotto le macerie.

Molte delle vittime nulla avevano a che fare con Hezbollah, se non addirittura appartenevano ad universi ideali lontanissimi dalla milizia sciita. Pensiamo, tra le tante vittime, al sacerdote Pierre Rahi, parroco maronita di Qlaya, ucciso mentre soccorreva un parrocchiano colpito da un precedente attacco di IDF; all'anziana sorella della notissima attrice e cantante May Hariri, sepolta sotto le macerie della sua casa a Nabatyie – “Cosa ha a che fare mia sorella con tutto questo?” ha chiesto Hariri al Presidente della Repubblica Joseph Aoun, supplicandone l'intervento per rimuovere il corpo da sotto l'abitazione crollata; all'ambientalista Mona Khalil, che aveva trasformato la sua casa di famiglia di Mansourie, sulla costa di Tiro, in un'oasi protetta per le tartarughe marine, colpita a 77 anni dal fuoco israeliano assieme alla sua assistente.

Pensiamo anche a chi, estraneo all'appartenenza sciita, si è unito alla lotta  di Hezbollah come Karl Roger Abdel Malek, giovane cristiano caduto per la causa in cui credeva, la liberazione del Libano dagli israeliani, e il cui funerale ha unito cristiani e musulmani. Mentre in Libano migliaia di sfollati tentano la strada del ritorno verso casa confidando nel Cessate il fuoco, ma nel sud si continua a sparare - il futuro del Paese è oggetto di due trattative in contemporanea, quella di Washington tra Libano e Israele e quella in Svizzera tra USA e Iran.

Paradossalmente, ma non troppo, i due tavoli portano avanti due istanze diverse: se il negoziato di Washington, a trazione israeliana (le istituzioni libanesi qui non hanno voce in capitolo né carte da giocare)  punta sull'eliminazione di Hezbollah, quello tra USA e Iran deve includere la difesa del Paese dei Cedri da Israele, imposta dalla Repubblica Islamica nel memorandum di intesa.

Il Premier israeliano Netanyahu e il suo Ministro della Difesa Katz continuano a ribadire ai limiti dell'ossessione che le truppe israeliane non si ritireranno dal Libano “neanche se lo chiede l'America”, e che manterranno “libertà di manovra” nella “zona di difesa avanzata” stabilita a difesa del nord di Israele.

Per ora, il Libano attende il ritiro di IDF da alcune “zone pilota” del suo territorio, che dovrebbero venire occupate dall'esercito libanese. Sempre che il Cessate il fuoco regga.

https://lanuovabq.it/it/un-libano-distrutto-attende-lesito-di-due-trattative-parallele

lunedì 22 giugno 2026

Trump affida alla Siria la lotta contro Hezbollah

  

da FRONT SUD - 18 giugno 2026

AL-SHARAA È CONTRARIO ALLA GUERRA CONTRO HEZBOLLAH - ALMENO PER ORA

Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa non è attualmente disposto a lanciare una campagna militare contro Hezbollah in Libano, nonostante le recenti dichiarazioni del presidente americano Trump che suggeriscono che Damasco potrebbe intervenire contro il gruppo, secondo quanto riportato dall’emittente televisiva pubblica israeliana Kan 11 il 16 giugno.

Una fonte siriana ha dichiarato all’emittente che al-Sharaa teme che un’azione militare diretta contro Hezbollah possa essere percepita nel mondo arabo come un’azione a favore degli interessi israeliani, il che potrebbe potenzialmente minare la legittimità regionale della Siria.  La fonte ha aggiunto che Damasco non interverrà contro Hezbollah fintanto che le forze israeliane rimarranno schierate nelle zone del sud della Siria conquistate dopo il crollo del regime di Bashar al-Assad.  La Siria considererebbe un ritiro israeliano da queste zone come una condizione essenziale prima di riconsiderare la propria posizione, il che significa che non è del tutto contraria a questa idea.

In precedenza, Trump aveva dichiarato che il presidente siriano sarebbe stato più efficace di Israele nel condurre la lotta contro Hezbollah in Libano.  Durante il vertice del G7 in Francia, Trump ha dichiarato riguardo ad al-Sharaa: «È molto competente. E mi è stato di grande aiuto. Ha fatto tutto ciò che gli ho chiesto… E se Israele non riesce a portare a termine la sua missione senza causare vittime tra gli altri, se ne occuperà lui».

Non è la prima volta che il presidente americano lascia intendere che la Siria potrebbe intervenire contro Hezbollah. In una precedente intervista concessa alla NBC, Trump ha elogiato al-Sharaa e ha dichiarato che questi era disposto e in grado di contribuire a gestire la situazione nei confronti di quel gruppo.

In risposta alle precedenti dichiarazioni di Trump, al-Sharaa ha categoricamente negato che la Siria intenda intervenire contro Hezbollah in Libano. Hezbollah era uno stretto alleato di al-Assad, rovesciato più di un anno fa da una coalizione di ribelli guidata nientemeno che dallo stesso al-Sharaa.

L’approccio cauto della Siria sarebbe stato rafforzato dalla Turchia, secondo Kan 11, che riferisce che Ankara ha trasmesso messaggi ai funzionari siriani esortandoli a evitare uno scontro diretto con Hezbollah, temendo che una simile iniziativa potesse rafforzare ulteriormente la posizione strategica di Israele nella regione.  L’emittente ha inoltre rivelato che Trump ha già proposto un quadro in cui l’esercito siriano svolgerebbe un ruolo centrale in un futuro sforzo di disarmo di Hezbollah. Tale proposta avrebbe tuttavia suscitato scetticismo da parte di diversi attori. I funzionari israeliani hanno messo in dubbio la capacità della Siria di affrontare efficacemente Hezbollah, mentre le autorità libanesi si oppongono alla presenza di truppe straniere sul proprio territorio.

L’Iran, principale sostenitore di Hezbollah, ha mantenuto finora il silenzio sulla questione, ma è certo che la Repubblica islamica non tollererà alcuna iniziativa di questo tipo da parte della Siria.

Sebbene al-Sharaa sia chiaramente contrario a qualsiasi coinvolgimento in Libano, non è certamente in grado di rifiutare una richiesta diretta di Trump.

Hezbollah resisterà a qualsiasi offensiva siriana, e lo scontro rischia di degenerare rapidamente in una guerra regionale con forti connotazioni settarie, con possibili attacchi iraniani su Damasco e una controffensiva irachena guidata dagli alleati della Repubblica islamica. Un simile scenario potrebbe benissimo essere proprio quello che gli Stati Uniti e Israele stanno cercando per compensare il loro recente fallimento militare di fronte a Teheran.

 IL SEGUITO .... da FRONT SUD - 22 giugno 2026

La Siria concentra jihadisti e mercenari lungo il confine con il Libano

Il Ministero della Difesa siriano ha ordinato alle nuove reclute di presentarsi immediatamente ai corsi di addestramento, mentre invia unità più esperte, comprese quelle composte da jihadisti stranieri, al confine con il Libano, secondo quanto riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH) il 18 giugno.

Questo dispiegamento, segnalato per la prima volta la scorsa settimana da un gruppo di monitoraggio con sede nel Regno Unito, si concentra nella campagna occidentale di Homs, in particolare nella città di Qusayr e nelle zone a sud di essa, che confinano con i governatorati libanesi di Baalbek-Hermel e della Bekaa. Secondo il gruppo di monitoraggio, le unità sono state dispiegate completamente equipaggiate e da allora sono state poste in «allerta senza precedenti». «La natura delle missioni e degli obiettivi associati a questi movimenti rimane ufficialmente segreta», ha indicato l’OSDH in un rapporto del 10 giugno.

Il 16 giugno, il presidente americano Donald Trump ha suggerito a Israele di lasciare che il presidente siriano Ahmad al-Sharaa «si occupi di Hezbollah» in Libano. «Ho suggerito a Israele di lasciare che sia la Siria a occuparsi di Hezbollah perché, ad essere sincero, penso che se ne occuperebbero meglio», ha dichiarato Trump ai giornalisti in Francia.

«Se Israele non riesce a portare a termine la sua missione [contro Hezbollah] senza uccidere tutti, allora [al-Charaa] se ne occuperà. Se ne occuperà la Siria», ha aggiunto. Non era nemmeno la prima volta che Trump lasciava intendere che gli Stati Uniti fossero aperti all’idea di un intervento siriano contro Hezbollah in Libano.

In un’intervista concessa alla NBC all’inizio del mese, Trump ha elogiato al-Charaa e ha dichiarato che questi era disposto e in grado di aiutare a gestire la situazione con quel gruppo. Tuttavia, il presidente siriano ha successivamente negato categoricamente che la Siria stia prendendo in considerazione un’azione militare contro quel gruppo.

Hezbollah era uno stretto alleato di al-Assad, rovesciato più di un anno fa da una coalizione di ribelli guidata nientemeno che dallo stesso al-Charaa.

Nonostante le smentite di al-Charaa, si moltiplicano le notizie che segnalano un rafforzamento militare siriano lungo il confine libanese, e non solo da parte dell’OSDH. Alcune voci che circolavano sui social network affermavano addirittura che ai mercenari disposti a combattere contro Hezbollah venissero offerti stipendi fino a 1.500 dollari, e che tale denaro provenisse dagli Stati Uniti.

Hezbollah e il suo principale alleato, l’Iran, hanno finora taciuto di fronte alle ultime dichiarazioni di Trump e alle recenti notizie che segnalano un rafforzamento militare siriano lungo il confine con il Libano. Sebbene gli alleati cercheranno probabilmente di evitare a tutti i costi uno scontro con la Siria, qualsiasi azione militare da parte di questo Paese susciterà sicuramente una forte reazione.

I combattimenti potrebbero facilmente estendersi dal confine siriano-libanese a quello iracheno, dove gli alleati dell’Iran non resteranno inerti. Non sono da escludere attacchi diretti della Repubblica islamica contro la Siria. Al-Charaa è certamente consapevole del rischio, ma è altamente improbabile che possa rifiutare una richiesta di Trump, che ha contribuito a legittimare il suo potere. 

venerdì 19 giugno 2026

Invochiamo la Speranza dallo Spirito che abita in tutti noi...

 

Newsletter di giugno dal Monastero Trappista 
Beata Maria Fons Pacis




Carissimi,

vi scrivo in questa solennità della Santissima Trinità, che è anche il 31 maggio, e per noi anche primo anniversario della pasqua di Sr Adriana. Sembra impossibile che sia passato già un anno ! Noi stiamo bene, anche se un po’ “in corsa” perchè l’estate è sempre impegnativa, non abbiamo ancora recuperato sr Adelaide (e si sente!) e gli ospiti sono abbastanza numerosi. Prima di tutto volevo spiegarvi meglio il perchè dell’inizativa dell’adozione degli operai. Qualcuno si è stupito- diciamo anche spaventato- delle cifre, ma evidentemente l’idea non era che una persona o una famiglia sola si addossasse una spesa simile, ed il nostro giro di newsletter è ancora troppo piccolo. Potrebbe essere un gruppo di amici, una parrocchia che decide di sostenere un operaio per un anno. Perchè proviamo a farlo?

Perchè, mentre in tutti questi anni nei quali siamo state ad Azer siamo riuscite a dare lavoro a diverse persone, molti ragazzi hanno potuto con questo pagarsi gli studi in università, ecc, ora non possiamo più farlo. Abbiamo sempre preferito dar lavoro e prodotti in natura piuttosto che aiuti diretti in denaro. Ma era prevedibile che questo non sarebbe potuto durare sempre, e a poco a poco stiamo preparando il terreno per diminuire i nostri operai, dando loro tempo per trovare un’alternativa

Non smettiamo di cercare idee per qualcosa che possa autofinanziarsi, abbiamo aiutato a comprare qualche mucca, una macchinetta per fare spugnette da cucina, e cosi’ via. Ma la situazione è tale che poche cose danno realmente un guadagno.

L’agricoltura non riesce ad essere competitiva con i prodotti che ormai entrano dalla Giordania e da altre parti (un esempio: sul mercato, abbiamo trovato mele dall’Ucraina !??!).

Quest’anno abbiamo venduto un po’ delle nostre fragole, e altre verdure, oltre all’olio e alle tisane di sempre. Ma certo non si pareggiano i conti del lavoro, dei maggio - giugno 2026 concimi, delle attrezzature... Lo stesso per altri tipi di manufatti. Abbiamo pensato a cose diverse..ma nessuna sembra avere prospettive finchè la situazione del paese  non cambia. Falegnameria? La Turchia ha invaso con prodotti a buon mercato.. .Lavorazione del ferro? Panetteria? Formaggio? Tutti i prodotti sarebbero comunque troppo cari per assorbire il prezzo del lavoro e competere sul mercato. E pochi sono quelli che possono permettersi di cercare la qualità. Insomma, è differente pensare a qualcosa come lavoro per noi, come monache, perchè il nostro lavoro è “gratis”. Non facile comunque, ma ci proviamo. Diverso è pensare a qualcosa per la quale dobbiamo pagare degli stipendi. Per questo vi abbiano condiviso la nostra preoccupazione.

Per chi lavora al cantiere, ovviamente, il lavoro rientra nelle spese di costruzione, ed è un’altra contabilità, fa parte delle risorse per la costruzione. 

In questa lettera però vorrei raccontarvi anche della grande attesa che finalmente si è realizzata: abbiamo un cappellano!! Gaudete et exultate....Don Dario è un sacerdote diocesano polacco (quindi, Dariusz), classe 1977, che da diversi anni era sacerdote Fidei Donum in Piemonte, mentre terminava la sua tesi di dottorato con un tema mariano. Qualche anno fa è arrivato tra le sue mani un articolo di un giornalista polacco che parlava di noi, e dove si diceva tra e altre cose che eravamo senza un sacerdote. E così Don Dario aveva promesso a Dio che, se il dottorato fosse arrivato a buon termine, lui si sarebbe reso disponibile. Così è stato, e dopo essere stati in contatto in questi anni, finalmente è venuto il momento di realizzare la promessa..Così il 6 maggio Don Dario è arrivato tra noi, giusto in tempo per celebrare, l’8 maggio, il 30° anniversario dei nostri fratelli di Tibhirine. È qui per ..un tempo lungo, rinnovabile. Quindi speriamo... e cerchiamo di trattarlo bene! Lui sembra contento, e noi felici di recuperare la celebrazione quotidiana della Messa. Che Grazia !

Come diciamo scherzando, è proprio il cappellano che va bene per noi; tanto saldo sulle cose essenziali, quanto “elastico” e adattabile su altre. Per esempio, ahem, sui nostri orari che sono sempre un po’ flessibili, e pieni di imprevisti...Serio, simpatico, semplice... benediciamo il Signore! Una cosa incredibile è che la sua voce, parlando italiano, assomiglia tantissimo, come timbro e come inflessione, a quella di papa Giovanni Paolo II. Soprattutto durante la Messa, nell’uso delle formule liturgiche, se chiudiamo gli occhi...sembra proprio di avere il Papa in mezzo a noi..!

Due parole sui gruppi che quest’anno riprendono un po’ a tornare, nonostante la difficoltà del costo dei mezzi di trasporto. 

Abbiamo ospitato un gruppo di ragazze scout da Aleppo, con il padre gesuita austriaco che era stato da noi a Pasqua. Sono venuti i padri francescani per il loro ritiro annuale, una settimana molto bella di comunione e anche di conoscenza reciproca, perchè alcuni di loro non erano mai stati ad Azer. Poi un gruppo di giovani di rito Siro Ortodosso, di Homs, alla loro prima esperienza di un vero ritiro spirituale, che hanno partecipato quasi interamente al nostro ufficio delle Ore. In questi giorni c’è con noi un gruppo formato da cristiani e musulmani, che opera nell’educazione, nel sostegno delle donne e delle famiglie..

Sono venuti i gruppi dei nostri amici maroniti di Aleppo e di altre parti. Verranno i sacerdoti Armeni per il loro ritiro annuale, con il loro vescovo...

Insomma una esperienza bella che ci lega di più alle varie comunità siriane. E che ci fa sentire in modo più ampio il vissuto del paese. 

Fra gli “ospiti” nuovi non si possono dimenticare alcuni conigli – forse lepri- che cominciano a fare qualche visita ai nostri campi..Sono carini, e speriamo che non proliferino come le talpe che abbiamo dappertutto..Altrimenti sono guai seri... 

I lavori continuano per quanto riguarda la pietra, e l’abside è davvero bella, non ci si stanca mai di guardare la luce sulla pietra e le linee armoniose.

Ultima settimana di revisione degli impianti, con Charbel e degli ingegneri di Homs, e poi dovrebbero cominciare “gli appalti” e il lavoro sugli impianti. 


Abbiamo avuto anche due occasioni in questi ultimi due mesi che ci hanno permesso di sentire un po’ direttamente il clima che si respira in Siria. Per tre giorni, sr Carinia, sr Liliana ed io siamo state ospiti dei Francescani ad Aleppo, occasione per visitare le varie comunità cristiane e per le sorelle nuove di vedere per la prima volta Aleppo e la realtà di una grande città siriana.

Poi, per poter fare alcuni documenti per la residenza del cappellano, con lui e sr Mikaela siamo andate un giorno a Hama, con l’occasione di girare abbastanza a piedi nell’attesa del documento.

Ad Aleppo, l’impressione è di comunità che stanno trovando un loro equilibrio, non si sente il conflitto Sunniti-Sciti che vi è in altre parti, ma comunque si percepisce una certa preoccupazione e stanchezza, anche perchè la città che era il polo industriale della Siria ora si ritrova senza lavoro in molti settori, anche a causa della concorrenza invadente della Turchia.

L’islamizzazione è evidente, palpabile per me che da più di tre anni non avevo visitato la città: a partire dai negozi, dalle vetrine di abbigliamento del centro, che hanno cambiato completamente stile... Ad Hama, ancora di più. La gente in realtà con noi è estremamente gentile, tranne pochi casi. Davanti all’ingresso delle Norie romane, le antiche ruote di legno che trasportavano l’acqua attraverso la canalizzazione muraria in parte ancora presente oggi, un cartello che rappresenta una donna divisa a metà: sulla sinistra, un abbigliamento musulmano, ma “moderno”. Pantaloni, un velo ma semplice, cioè che lasciava vedere il viso, una maglia a maniche lunghe ma di un colore chiaro. A destra, il “vero“ modello da seguire: una donna tutta coperta di nero, compresi i guanti sulle mani, e una piccola fessura per gli occhi. In realtà, per strada c’era di tutto, donne completamente velate in nero ma anche tante musulmane con veli semplici e colorati..

Ma questo dice di un clima, che si respira, e dove molti degli stessi musulmani si sentono a disagio... In fondo tutti sentono che cosi’ non può andare avanti a lungo, l’acqua non bolle ancora ma si sta riscaldando ogni giorno di più.

Cosa dirvi della situazione dal punto di vista cristiano? Quando ascolto alcune testimonianze sulla Siria, oggi- e in genere sono testimonianze di occidentali, come siamo anche noi, che vivono qui in Siria-resto molto perplessa. I nostri criteri di analisi storica e di prospettiva, che io apprezzo, ovviamente, che fanno parte del modo in cui sono stata educata, e che fondano il mio modo di vedere le cose...mi sembrano mancare di un dato di realtà; e la cosa mi interroga, ovviamente.

Il dato di realtà a mio parere è questo: mentre noi riflettiamo su come dovrebbero porsi i Cristiani, sulle minoranze che devono conquistare la loro indipendenza sociale, sulla necessità di dialogo e impegno nella società civile così come è data ora, sul senso e il compito della presenza Cristiana... Mentre proponiamo tutto questo, i Cristiani, se appena possono, se ne vanno. Uno dopo l’altro. Per tanti motivi.

Stanchezza, paura, incertezza, mancanza di lavoro.. Ma uno dei principali fattori di emigrazione, almeno nei villaggi, è la preoccupazione dell’educazione dei figli, di fronte ad un sistema scolastico diventato povero di insegnanti e molto ideologico. Sarebbe fondamentale che ci fossero scuole, scuole vere che formino le persone. A volte mi da’ tristezza, anche un po’ delusione forse, che sembrino non comprendere l’importanza di restare, e di restare “in un certo modo”. Che a volte le chiese sembrino cosi’ “lente”, lontane da una visione in prospettiva..

Ma è importante scegliere di amarle, e di camminare insieme...Trovo un po’ ingiusto dire che i Cristiani solo rimpiangono i loro privilegi: di fatto, c’è più paura; adesso in molti c’è la sensazione di essere tollerati quasi come ospiti. Certo è importante non cedere a questi sentimenti, ma io posso scegliere di resistere a partire da un’educazione che ho ricevuto, che ha formato la mia identità, grazie a tante esperienze e possibilità che mi rendono libera nelle mie scelte, aldilà del contesto che mi circonda. 

Probabilmente è inevitabile che una generazione o due partano...Ma occorre lavorare qui sulla formazione, formazione umana e spirituale. Con la generazione un po’ più adulta, e certo con i giovani che restano. Formare i formatori, che preparino il terreno, perchè un domani i Siriani emigrati che si volgeranno indietro- e ce ne saranno- trovino qualcosa a cui guardare.

Non so, sono pensieri che vi condivido così, senza pretesa, e senza un discorso strutturato, solo con la sensazione che per pensare il futuro bisogna guardare a..un po’ più in là. Mah, ci vorrà tempo, e pazienza. E speranza.

Il tempo lo amministra il Padre, la pazienza ce la insegna Cristo; la speranza la invochiamo dallo Spirito che abita in tutti noi...

Suor Marta Fagnani e le sorelle di Fons Pacis