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domenica 10 maggio 2026

Lo splendore dell'arte sacra siriana

 

di Claude ZEREZ* 

Il Vicino Oriente ha dato un contributo significativo alla storia dell'arte cristiana.

Gli affreschi di Doura-Europos, in Siria, sulla riva destra dell'Eufrate, svelano magistralmente la storia dell'iconografia cristiana orientale, spesso rimasta in secondo piano tra quella delle due grandi civiltà di Bisanzio e dell'Islam.

Una domus ecclesiae e una sinagoga adiacente ad essa, scoperte da una missione archeologica franco-americana nel 1920, rivelavano al mondo un intero ciclo di immagini risalenti alla metà del III secolo d.C., che rappresentavano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Doura Europos: rappresentazione del racconto evangelico
della guarigione del paralitico

- L'arte nell'antica Siria: mosaici, figure geometriche, piante, mitologia greca e romana.

- I temi del cristianesimo primitivo: Cristo, la Vergine Maria, la Natività, il Battesimo, la Trasfigurazione, la Crocifissione e la Resurrezione del Signore e la Pentecoste

- Secondo un'antica tradizione, a San Luca evangelista si deve la prima immagine della Madonna.

Quando i miei pensieri mi tormentano e mi impediscono di godermi la lettura, disse San Giovanni Damasceno; vado in chiesa. La mia vista è rapita e la mia anima loda Dio. Contemplo il valore del martire e il suo ardore mi infiamma. Mi prostro a terra per adorare e pregare Dio per intercessione del martire”. L'icona testimonia la presenza del santo; esprime il suo ministero di intercessione e comunione.

chiesa di Mar Elian a Homs

L'iconoclastia ebbe inizio con il califfo omayyade Yazid nel 723 e con l'imperatore Leone a Costantinopoli tra il 717 e il 740, ma San Giovanni Damasceno difese invano la rappresentazione iconografica contro il califfo.

Nel 753, si tenne un concilio a Calcedonia con 337 partecipanti per difenderla. La difesero i cristiani melchiti e aramaici della Siria.

L' iconostasi e le porte

L'iconostasi è un elemento liturgico che simboleggia l'unione tra il regno divino e il regno terreno. Secondo Gregorio Magno, l'immagine è una Bibbia destinata alle masse non istruite. La chiesa è orientata e divisa in tre parti secondo la pianta del tabernacolo di Mosè e del Tempio di Salomone: il santuario sul lato orientale, il nartece a ovest e la navata, la parte centrale, tra i due. Il santuario corrisponde al Santo dei Santi, la dimora di Dio. Il Santo di Dio riposa e irradia in quel luogo. Simbolo del Regno, il santuario è separato dalla navata, dove si trovano i fedeli, da una parete chiamata iconostasi, che fu adornata con icone al tempo della vittoria sull'iconoclastia. Questa parete ha tre porte. La porta centrale è la Porta Santa o Reale, fiancheggiata da porte inferiori, chiamate Porta Nord e Porta Sud, che consentono il passaggio al clero.

La Porta Reale è affiancata dall'icona di Cristo a destra e dall'icona della Theotokos (Maria Santissima Madre di Dio) a sinistra. Immediatamente sopra di essa, l'icona dell'Eucaristia. La seconda fila è centrata sulla Deesis, la terza riunisce le icone delle feste liturgiche, la quarta è quella dei profeti e infine si trova la fila dei patriarchi. Questo è il mistero liturgico che si dispiega nel santuario.

L'iconostasi è ricoperta di icone vivaci, con al centro una composizione nota come Deesis, che simboleggia la supplica, l'intercessione: raffigura Cristo Vescovo che benedice l'umanità, ma anche giudice e maestro. Reggendo il Vangelo, appare come unico interprete della propria parola ed è la figura della Tradizione. È lui che, attraverso tutti gli elementi della Tradizione, spiega le sue parole terrene. È circondato dalla Vergine Maria e da Giovanni Battista. Le figure successive, che sembrano emergere dai loro archetipi (la Theotokos, archetipo del femminile, San Giovanni, archetipo del maschile), appaiono, introdotte dagli angeli, dagli apostoli e dai santi. È la Chiesa in preghiera, è la “follia della carità” che intercede per coloro che sono giudicati. La parola giudica, ma la suprema sapienza di Cristo Vescovo si confronta con la giustizia e la misericordia e anticipa il secondo significato della stessa icona: le Nozze dell'Agnello. La Theotokos, la sposa, figura della Chiesa, e Giovanni, l' amico dello sposo, ci invitano tutti alla gioia perfetta del Regno.

La deesis dà significato all'intera iconostasi. Splendente di testimoni, l'iconostasi offre le loro mani supplicanti. La chiesa prega per la Chiesa, la Theotokos porta il mondo nella sua preghiera e lo avvolge con la sua protezione materna. Ciò che sembrava un muro di separazione si rivela invece come un legame profondamente unificante: il Cristo totale costituito dai suoi santi. La porta regale si spalanca sulla visione del cielo. 

I commentari liturgici spiegano in modo del tutto naturale il simbolismo immediato della porta, un'immagine di Cristo “attraverso il quale vedrete il cielo aperto” (Gv 1,51). La venerazione che questo simbolismo ispira permette solo ai membri del clero di attraversare questa porta, e solo dopo aver indossato i paramenti liturgici. Cristo porta oltre la sete di infinito nella sua essenza, la Porta Reale si apre sull'altare, luogo elevato dell'Opus Dei e centro attorno al quale si dispiega la sacra azione del culto. Solo Cristo è l'Amante che attrae l'amore ed entra in noi, affinché possiamo vivere di nuovo in Lui. «L'anima umana ha sete dell'infinito. L'occhio è stato creato per la luce, l'orecchio per i suoni, ogni cosa per il suo fine, e il desiderio dell'anima di elevarsi verso Cristo. 

Davanti all'ingresso si erge il battistero; la sorgente catturata diventa una fontana di acqua viva. La Porta Reale si apre direttamente sul centro cosmico, il luogo elevato, il monte santo.

Theotokos

In fondo all'abside si erge la Theotokos in Orante, o muro indistruttibile, Odigitria, colei che indica la via, guida, unisce tutti i fedeli nella sinassi eucaristica e copre il mondo con il suo velo di protezione: Madre della Vita, tu hai generato gioia e letizia che asciugano le lacrime del peccato.

I quattro pilastri cosmici, sostegni terreni della rivelazione, sono i simboli dei quattro Vangeli: l'aquila, il toro, il leone e l'uomo. È questa gioia e pace celeste che le icone narrano. Quelle della Porta Reale – i quattro Evangelisti e l'Annunciazione – rappresentano una vera festa per gli occhi. Qui, il misticismo solare, attraverso l'oro e lo splendore dei colori dell'arcobaleno, colpisce, diventa quasi udibile e inonda ogni cosa di calore e luce.

Così, in ogni chiesa, anche al di fuori delle funzioni, si percepisce fortemente il flusso incessante della vita, poiché tutto è in attesa dei santi misteri. Tendendo verso il Regno, questa attesa risplende di presenze, e questo è il ministero liturgico dell'icona.


Mar Musa, il seno di Abramo

La patria dell'icona è l'Oriente.

Fin dai tempi più antichi, l'iconografia è diventata parte integrante della tradizione e ha costituito una vera e propria teologia visiva.

L'evoluzione si è svolta in tre fasi:

1. L'epoca di Giustiniano, VI secolo, con il miracolo di Santa Sofia e la sua monumentalità.

2. Il primo Rinascimento bizantino sotto la dinastia macedone e quella dei Comeni, X e XI secolo, più adatto alla scala umana.

3. L'inizio dell'iconografia russa a Kiev e Novgorod, poi in Serbia, Bulgaria, e Siria. Infine, la grande arte rumena, la scuola cretese, i tesori del Monte Athos con la toccante arte del periodo turco, con Cristo Elcomenos che sale la scala di sua spontanea volontà, appoggiato alla croce.


La scuola di Aleppo: Con il Patriarca Euftim (1572-1635) e gli artisti monaci Youssef Msawer e Abdahah Zakher (1714), con influenze europee; la scuola di Aleppo utilizzava acido di tuorlo d'uovo e aceto. Volti orientali, grandi occhi femminili, nasi fini, giovani con carnagione scura e capelli ben definiti. I colori: rosso, verde, foglie di melograno e datteri dorati. Analogamente, figure ispirate ai Persiani, che si possono vedere nella moschea omayyade e nelle case di Aleppo. L'icona non è firmata.

L'icona del Giudizio Universale nella Chiesa greco-ortodossa di Aleppo.

Influenze arabe (troni sul pavimento, Tavoli e abiti beduini (e donne piuttosto attraenti).

Damasco, porta di Bab Touma

Un po' di storia ….

Gesù Cristo nacque in Palestina, ma il Cristianesimo nacque in Siria dopo la conversione di Saulo sulla via di Damasco.

Durante il I secolo, Antiochia, l'antica capitale della Siria, ne divenne il centro. Il Libro degli Atti degli Apostoli offre un'informazione molto importante: "Ad Antiochia i discepoli furono chiamati per la prima volta cristiani", e lì San Paolo affrontò San Pietro per la sua posizione debole nei confronti degli ebrei.

E' certo che Edessa, invece, fu il cuore del Cristianesimo di lingua aramaica (la leggenda del re Agbar e del Mandylion, un telo venerato dalle comunità cristiane orientali, su cui era raffigurato il volto di Gesù. Immagine ritenuta di origine miracolosa, che salvò Edessa e in seguito Costantinopoli).

Le prime tracce del Cristianesimo a Edessa risalgono al 200.

Dall'Oriente, e in particolare dalla Siria, provengono grandi santi, Padri della Chiesa (monaci e pensatori): Santo Stefano, Sant'Efrem, i Santi Sergio e Bacco, San Cosma e Damiano, San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, San Gregorio di Nicea e, ai nostri giorni, i santi del Libano: San Charbel, Santa Rafqa, Sant'Hardini, oltre a cinque papi di origine siriana. 

Il Cristianesimo si diffuse in tutto l'antico Oriente per il racconto orale e con il buon esempio, nonostante le persecuzioni da parte degli ebrei e degli imperatori romani fino a Costantino, che nel 313 lo riconobbe ufficialmente.

Da allora, ebbe inizio la vera tragedia del Cristianesimo orientale, a causa del clero asservito all’impero bizantino. Molti capi ecclesiastici, scampati all'incubo delle persecuzioni, diventarono, volontariamente o meno, uomini di potere soprattutto a Costantinopoli, grazie alle loro fastose residenze, allo status privilegiato e, soprattutto, alle loro vesti e tiare dorate che ancora oggi possiamo ammirare. 

La Chiesa d'Oriente


‘’La Chiesa deve avere un solo cuore ma due polmoni: la Chiesa d'Occidente e la Chiesa d'Oriente’’ (Papa San Giovanni Paolo II).

Ogni polmone ha lasciato un'impronta specifica: semanticamente si potrebbe dire che il genio degli scrittori orientali è intuitivo, speculativo, lirico e mistico, mentre quello degli scrittori occidentali è legalistico, pragmatico, morale e cartesiano. 

L'icona in Oriente e in Occidente.

Barad, basilica maronita

Cosa ha indebolito i cristiani d'Oriente? L'Oriente è uno spazio multiforme in cui si mescolano popoli, etnie e lingue diverse. Da ciò derivarono i numerosi riti che alla fine si sono completati a vicenda. Ogni varietà di rito può essere positiva nel relazionarsi con le culture antiche e ogni Chiesa presenta un volto diverso e complementare di Cristo.

Per i Caldei, Dio è il Grande Architetto; per i Copti, Egli è Parusia ed escatologia; per i Melchiti Cristo è l'Imperatore del Cosmo; per gli Armeni è sofferenza e persecuzione; per i Maroniti, Cristo è il semplice contadino lavoratore; per i Latini è ragione. 

Questa diversità si tradusse in conflitti politici, dogmatici e cristologici.

L'imperatore, rappresentante di Dio sulla terra, ricevette la missione di guidare il popolo verso la salvezza e la fede cristiana. Sia in Oriente che in Occidente, la Chiesa si trovò di fronte a un paradosso: predicava la povertà come ideale, eppure era ricca; il suo clero era spesso composto da aristocratici con denaro, legni pregiati, tessuti scintillanti e profumi.

Di fronte a questa situazione, gli "uomini di Dio" fuggirono dalla vita mondana per incontrare Dio nel deserto. Nacque così il monachesimo, che fiorì con figure come Sant'Antonio il Grande in Egitto, gli eremiti (San Marone), i cenobiti (San Pacomio) e gli stiliti (San Simeone) in Siria e Palestina.

resti del sito di san Simeone stilita - Aleppo

In seguito, questo monachesimo divenne un vero contrappeso all'iconoclastia. 

- Le dispute cristologiche (riguardo alla natura di Cristo) derivano da incomprensioni linguistiche e da una mancanza di conoscenza reciproca (Prosopon in greco, Nefesh e Rawah in aramaico; ci sono oltre 40 parole per tradurre la parola "amore" in arabo e siriaco).

Possono essere sanate le divisioni del passato, fonte di tante ferite?

Crociate e cristiani d'Oriente, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli,

il Grande Scisma del 1054, le ferite all'interno della stessa comunità tra cattolici e ortodossi melchiti, siriaci, armeni e, in seguito, protestanti....

Dopo 15 secoli di incomprensioni linguistiche che hanno ferito il corpo di Cristo, si è aperto un cammino di riconciliazione con Paolo VI e Atenagora, poi con Paolo VI e il Patriarca nestoriano. Le chiese eretiche del passato sono ora diventate chiese sorelle, e i conflitti tra le chiese orientali dello stesso rito (ortodossa e cattolica) hanno lasciato il posto al rispetto reciproco, alla comprensione e alla carità. L'incontro tra Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo ne è una testimonianza.

Perché i cristiani rimasero in Oriente mentre il cristianesimo scomparve dall’Africa? Perché l'Islam invase così facilmente l'Oriente a partire dal 633? 

Mancanza di carità tra le comunità cristiane (antagonismo tra Bisanzio e gli Aramei, che cercarono aiuto presso i loro cugini arabi musulmani.

tomba di san Giovanni Battista nella moschea Ommayade di Damasco

Inizialmente, ci fu un'ottima intesa con gli Omayyadi e gli Abbasidi. In seguito, califfi non arabi (Mamelucchi e Selgiuchidi) dichiararono la purificazione della terra dell'Islam da ogni impurità cristiana o ebraica, imponendo la Jizya e la Dzimma (protezione degli inferiori) nonostante il messaggio del Profeta Mohammad di proteggere i credenti dalla Gente del Libro (Vangelo e Torah). 

Nel X secolo, l'80% degli abitanti del Medio Oriente era cristiano; nel XV secolo, il 60%; nel XX secolo, il 30% e infine, dopo i genocidi armeno, siriaco e greco, solo lo 0,01%. Attualmente, i cristiani della Siria, che costituivano il 10% della popolazione prima del 2010, rappresentano solo lo 0,1%. Ad Aleppo c'erano 350.000 cristiani prima del 2010; ora ne rimangono solo 17.000.

Icona di Nostra Signora consolatrice dei Siriani

Ricordatevi nelle vostre preghiere della Chiesa di Siria” : Lettera di Sant'Ignazio di Antiochia ai Romani 9,1

( traduzione di Maria Antonietta Carta)

 *Cristiano siriano di Aleppo rifugiato in Francia con la moglie e i due figli, esperto d'arte siriaca ed ex guida turistica per i pellegrini di lingua francese in Siria

sabato 2 maggio 2026

Essere Chiesa in Terra Santa oggi, riflessioni pastorali del cardinale Pizzaballa . TERZA parte

PARTE TERZA 

Implicazioni pastorali 

Dopo aver riconosciuto la realtà e contemplato il futuro che ci è affidato, ora ci chiediamo: come possiamo, come comunità, vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme che scende dal cielo? Non si tratta di applicare un progetto astratto, ma di lasciarci illuminare nel nostro quotidiano, in parrocchia, in famiglia, nelle istituzioni. È un cammino lungo e faticoso, ma l’unico che può darci fiducia. 

Non pensiamo di non poter fare nulla a causa del conflitto. Le difficoltà non devono essere pretesto per fermare la carità o giustificare omissioni. Anzi, è proprio in questi casi che la nostra azione pastorale deve diventare più incisiva: non per fare gli eroi, ma per lasciare spazio all’opera di Dio. 

Riprendendo i contenuti presentati fino a qui, cercherò ora di delineare alcuni ambiti pastorali, in cui appare chiaro che la missione della nostra Chiesa è essere espressione concreta di questa visione che Dio ci ha rivelato.  

1. Il primato della liturgia e della preghiera 

Abbiamo visto che il primo elemento della Città che discende dal cielo è ricevere continuamente se stessa da Dio, mantenendo viva la coscienza della Sua presenza. Ed è la vita sacramentale della Chiesa – la liturgia e la preghiera – a custodire e ravvivare questa coscienza. Essa è parte essenziale della missione della Chiesa 

C’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro – fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. È un momento di amore e di incontro con Dio, in cui cerchiamo di vedere Lui e di essere visti da Lui, proprio come facciamo quando andiamo a trovare le persone che amiamo. È il cuore, il respiro. È ciò che tiene in vita la nostra comunità quando tutto il resto vacilla. Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose. 

Dobbiamo allora tenere la liturgia e la preghiera al centro della vita delle nostre comunità. Non solo le preghiere per la pace – che pure vanno promosse – ma la preghiera come atmosfera stabile della nostra vita, come ciò che dà forma alle nostre giornate, alle nostre settimane, alle nostre comunità. 

Penso in particolare alla Liturgia delle Ore comunitaria, alla lectio divina, all’adorazione eucaristica: non pratiche per specialisti, ma espressioni semplici e profonde della preghiera della Chiesa, capaci di immergere il nostro quotidiano – con le sue paure e le sue attese – nella relazione viva con Dio. 

È da promuovere anche la dimensione comunitaria e sanante del Sacramento della Riconciliazione. Troppo spesso vissuto in forma privata e isolata, esso è in realtà un sacramento ecclesiale, che guarisce non solo il singolo ma l’intera comunità, ristabilendo la comunione ferita. Celebrazioni penitenziali comunitarie ben preparate possono ridare a questo incontro con la misericordia di Dio tutta la sua forza di rinascita. 

Un’attenzione particolare va riservata anche al Sacramento del Matrimonio e alla cura delle famiglie. In un tempo che fatica a credere nella fedeltà e nella durata, accompagnare gli sposi significa aiutarli a fondare la loro casa non sulla fragilità delle emozioni, ma sulla roccia dell’amore di Cristo. 

In sintesi, il punto è questo: la liturgia non è un insieme di pratiche, ma l’azione stessa di Cristo che continua a plasmare, guarire e sostenere la sua Chiesa. Facciamo della preghiera il cuore pulsante delle nostre parrocchie, delle nostre famiglie, delle nostre scuole. Una comunità che prega non evade dalla realtà, ma impara a viverla con lo sguardo di Dio, nella luce pasquale che risplende anche quando tutto intorno è notte. Le parrocchie sono senza dubbio il cuore pulsante della nostra vita comunitaria; è lì che vengono amministrati i sacramenti e celebrate le liturgie 

2. Le famiglie: chiese domestiche 

Se le parrocchie sono il cuore pulsante della nostra vita comunitaria, le famiglie sono il respiro quotidiano. È lì che la fede si impara, si trasmette, si incarna. È lì che i bambini fanno le prime esperienze di amore, di perdono, di fiducia. In esse ciascuno si forma lo sguardo con cui si guarderà il mondo per tutta la vita. 

In questo tempo di scetticismo e di paura, le nostre famiglie hanno una missione in più: diventare laboratori di riconciliazione, scuole di umanità, chiese domestiche. 

Pensiamo alla “purificazione della memoria” di cui abbiamo parlato. Dove può iniziare se non in famiglia? I genitori sono i primi narratori della storia. Il modo in cui raccontano il passato – con veleno o con onestà, con rancore o con fiducia – segna i figli per sempre. Educare alla convivenza significa anche questo: raccontare la verità, anche dolorosa, senza trasmettere odio. Significa insegnare che si può ricordare una storia di sofferenza senza volersi vendicare, che si può piangere i propri morti senza desiderare la morte altrui. 

Le nostre famiglie sono il primo luogo dove si impara concretamente l’incontro con l’altro: il vicino di casa, il compagno di scuola di un’altra fede, il collega di lavoro. Se i genitori vivono relazioni di rispetto e apertura, i figli imparano che tali relazioni sono possibili. Se i genitori parlano con disprezzo di chi è diverso, i figli assorbono quel veleno e lo iniettano nel loro sguardo sul mondo. 

E poi la preghiera. La famiglia che prega insieme, dice un antico adagio, rimane unita. Non servono formule complicate. Il segno della croce e la preghiera prima del pasto, una breve preghiera la sera, il Vangelo aperto e letto insieme la domenica. Piccoli gesti che creano un’atmosfera, che ricordano a tutti – bambini e adulti – che Dio è di casa tra quelle mura. 

Penso in particolare alle famiglie miste intracristiane, quelle dove convivono tradizioni diverse. In un contesto che spinge alla separazione, esse spiccano come un segno profetico: testimoniano che l’amore è più forte delle barriere, che l’incontro è possibile, che si può costruire unità nella diversità. A loro va il nostro sostegno e la nostra ammirazione. 

So bene che le famiglie oggi sono sotto pressione: la crisi economica, la paura del futuro, la tentazione di emigrare, le difficoltà quotidiane. Tante famiglie risultano provate, affaticate, stanche. A loro va la nostra vicinanza più grande. La Chiesa desidera star loro accanto, sostenerle e aiutarle a riscoprire la bellezza del loro cammino. 

A voi famiglie dico: non sentitevi sole. La Chiesa è con voi. La parrocchia è casa vostra. Non possiamo certo arrivare a tutto e a tutti, ma non abbiate paura di condividere le fatiche, di cercare un’indicazione quando tutto sembra buio. E non dimenticate mai la vostra missione: siete voi i primi testimoni della fede per i vostri figli. Più delle parole, contano i gesti. Più dei discorsi, vale l’amore vissuto. 

Maria, Madre di Nazareth, che in una piccola casa ha custodito e meditato nel cuore le meraviglie di Dio, accompagni ogni famiglia della nostra Diocesi. Insegni a tutti noi l’arte di custodire e mettere insieme, di attendere con pazienza, fiduciosi nell’attesa. 

3. Le scuole: laboratori del futuro 

Le nostre scuole sono forse tra i doni più grandi che la Chiesa fa a questa Terra. Generazioni di uomini e di donne – cristiani, musulmani ed ebrei – sono passati tra i banchi delle nostre istituzioni. Questo non è un dettaglio: è una vera missione. 

Oggi le nostre scuole sono chiamate a fare qualcosa di più. Non sono solo luoghi di istruzione, ma vere e proprie officine di umanità nuova. Sono spazi in cui si impara a vivere insieme, dove la differenza non spaventa ma arricchisce, e dove l’incontro con l’altro diventa occasione di crescita e non di scontro. Papa Leone XIV, recentemente, ricordando il 60º anniversario del documento conciliare Gravissimum Educationis, ha affermato: “Educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità”[4]. 

Allo stesso tempo, esse restano luoghi essenziali di trasmissione della coscienza cristiana. I nostri ragazzi devono sapere chi sono, a quale storia appartengono, quale tesoro portano nel cuore. Una fede che non si conosce non si può testimoniare. Una coscienza fragile si chiude per paura, mentre una coscienza solida e matura si apre all’incontro. 

Immaginiamo scuole dove non si trasmettono solo nozioni, ma si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore; dove il conflitto non viene rimosso, ma affrontato con gli strumenti della conoscenza dell’altro, del dialogo e del rispetto; dove la qualità dell’insegnamento va di pari passo con la qualità delle relazioni. Scuole in cui la preghiera, il silenzio e l’ascolto aiutano i giovani a leggere la realtà senza paura, e dove insegnanti ed educatori non sono solo trasmettitori di contenuti, ma testimoni di uno stile di vita. 

Le nostre scuole devono diventare il luogo in cui la visione che abbiamo delineato in questa Lettera – la Gerusalemme dalle porte aperte, la redenzione della memoria, il rifiuto della violenza – prende forma concreta nel metodo educativo e nello stile quotidiano. È qui che si gioca una parte decisiva del futuro di questa Terra. 

Ho chiara consapevolezza dei problemi cronici – non solo finanziari – che affliggono la maggior parte delle nostre istituzioni scolastiche e accademiche. Ultimamente, a Gerusalemme emerge il problema dei permessi per gli insegnanti provenienti da Betlemme, cosa che mette a serio rischio la possibilità di mantenere salda l’identità cristiana delle nostre scuole. Anche in questo ambito, il conflitto politico riversa conseguenze dirette sulla vita della Chiesa, e dovremo fare tutto il possibile per aiutare e sostenere i nostri insegnanti, senza però farci illusioni. Ci attendono tempi duri nei prossimi anni. Ciò nonostante, una cosa è certa: con mitezza e determinazione continueremo a difendere il carattere cristiano delle nostre istituzioni. 

Ai dirigenti, agli insegnanti e a tutto il personale delle nostre scuole va il mio grazie più sincero. Il vostro lavoro, spesso faticoso e poco visibile, è un investimento sul futuro. Giorno dopo giorno, state costruendo quella città possibile che sogniamo: una città in cui la convivenza non è un’utopia, ma un’esperienza che si impara fin da giovani. 

4. Gli ospedali e le opere sociali: le foglie che guariscono 

C’è un luogo in cui l’accoglienza, il dialogo e la guarigione sono già realtà vissute: le nostre opere sociali. I nostri ospedali, gli ambulatori, i centri Caritas, le mense per i poveri, le case di accoglienza. L’Apocalisse parla di un albero della vita le cui foglie «servono a guarire le nazioni»: le nostre opere sono come quelle foglie, silenziose e discrete, ma capaci di portare sollievo a chiunque ne abbia bisogno, senza chiedere la carta d’identità o il credo religioso. 

Nei nostri ospedali, ebrei, cristiani e musulmani nascono, vengono curati, soffrono e talvolta muoiono insieme. Medici e infermieri delle diverse fedi lavorano fianco a fianco. In questi gesti quotidiani, l’amore di Dio si fa presente e redime divisioni che le parole spesso non riescono a curare. 

È qui che il dialogo diventa carne. Non servono grandi discorsi. Basta il gesto di chi si fa carico di una tribolazione, di chi porge un bicchiere d’acqua, di chi sta accanto a un morente. In quei gesti, l’amore di Dio si fa presente e risana. 

Il nostro compito pastorale è duplice. Bisogna innanzitutto sostenere queste opere con generosità, perché possano continuare la loro missione. È sempre più difficile garantirne il mantenimento, lo sviluppo e allo stesso tempo custodirne lo spirito di apertura e di accoglienza, insieme alla professionalità dell’impegno. Questa sarà un’altra prova che ci attende nei prossimi anni. 

In secondo luogo, bisogna far conoscere queste realtà per mostrare che un’altra via è possibile. Troppo spesso ascoltiamo solo le voci dell’odio. Troppo poco conosciamo di questi gesti silenziosi che tengono vivo il tessuto della nostra convivenza. 

A tutti coloro che operano nelle nostre strutture sanitarie e sociali – medici, infermieri, volontari, operatori – va il mio grazie più profondo. Siete quelle foglie dell’Apocalisse che già oggi, silenziosamente, redimono le conseguenze del nostro tempo. In una terra dove tutto divide, voi costruite unità. In un tempo in cui l’odio urla, voi amate in silenzio. Il vostro lavoro è prezioso agli occhi di Dio e della comunità. 

5. I nostri anziani: memoria viva 

Esiste poi un tesoro nelle nostre comunità che rischiamo di non vedere mai abbastanza: i nostri anziani. In una terra che invecchia, come la nostra, anche loro sono una presenza preziosa che merita attenzione e gratitudine. 

I nostri nonni, le nostre persone anziane, sono la memoria vivente della Chiesa. Hanno attraversato guerre, vissuto attese deluse, subito esodi, operato ricostruzione. Hanno visto cambiare i confini, le bandiere, i poteri. Eppure, sono rimasti, hanno custodito la fede e l’hanno trasmessa. Spesso in silenzio, con quella discrezione che appartiene a chi ha imparato davvero che le parole pesano e vanno usate con cura. Oggi molti di loro vivono soli. I figli sono partiti da qui, cercando un futuro altrove. Le famiglie risultano più sparpagliate. La solitudine degli anziani è una preoccupazione che dobbiamo guardare con occhi nuovi. 

Nella nuova Gerusalemme, come abbiamo visto, tutti hanno un posto. Anche chi non produce più, anche chi non è più veloce, anche chi ha bisogno di aiuto per le cose semplici di ogni giorno. In una società che misura il valore sulla produttività e sull’efficienza, essi ci ricordano che la dignità non si perde con l’età e che la vita vale non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. La sapienza nasce dal tempo e dalle prove attraversate. Anche quando la solitudine si fa sentire – perché i figli sono lontani o le famiglie si sono frammentate – gli anziani restano un tesoro prezioso da custodire. “Gli anziani aiutano a percepire la continuità delle generazioni, con il carisma di ricucire gli strappi”[5]. 

Le nostre parrocchie si distinguano come luoghi dove gli anziani si sentono a casa. Dove non siano solo assistiti, ma ascoltati; non solo curati, ma amati. Creiamo occasioni per stare con loro, per raccogliere le loro storie, per imparare dalla loro esperienza. I giovani, le famiglie, la Chiesa hanno bisogno di loro. 

A tutti gli anziani della nostra Diocesi dico: grazie. Grazie per la vostra fedeltà silenziosa. Grazie per le preghiere che offrite giorno e notte. Grazie per la pazienza con cui portate il peso degli anni e della solitudine. Voi siete come radici profonde, che non si vedono, ma tengono in piedi l’albero. Senza di voi, la nostra Chiesa sarebbe più fragile. 

Maria, nell’età avanzata, ha custodito nel cuore le meraviglie di Dio. Impariamo da lei, e dai nostri anziani, l’arte di custodire e attendere fiduciosi un futuro migliore. 

6. I giovani: coraggio e profezia 

Se gli anziani sono la memoria, i giovani sono la profezia. In loro si concentrano le attese, le paure, ma anche le energie più vive delle nostre comunità. Essi dimostrano che questa comunità ha ancora un avvenire. 

I giovani oggi sono i primi a soffrire il lavoro che non c’è, la casa che non si può comprare, il futuro che appare come un muro. Si infittiscono le loro domande sulla loro appartenenza a questa terra e sul suo futuro. Ma i giovani sono anche quelli che sanno osare, che non rinunciano a porsi interrogativi, senza dare nulla per scontato. 

Ai giovani, dunque, dico: non credete a chi vi dice che qui non c’è futuro. Il futuro lo costruirete con le vostre mani, con la vostra intelligenza, con la vostra fede. La Chiesa vuole esservi accanto. Non abbiamo ricette pronte, ma una certezza: senza di voi, la nostra casa diventa più povera. Vi chiedo di essere audaci. Di non rinchiudervi nella paura, ma di impegnarvi con fiducia nella costruzione della nostra città. 

Le nostre parrocchie siano luoghi dove i giovani si sentono a casa. Non solo come destinatari di attività, ma come protagonisti. Dove possono esprimere i loro talenti, dove le loro domande non vengono giudicate ma accolte, dove possono innamorarsi di Cristo e della sua Chiesa. 

La Vergine Santissima, che era poco più di una ragazza quando ha detto il suo “sì”, cammini con voi e vi insegni il coraggio di rispondere “eccomi”. 

7. I nostri sacerdoti: punto di riferimento per la comunità 

Penso, ora, con gratitudine, ai nostri sacerdoti. Sono coloro che, giorno dopo giorno, stanno in mezzo alla gente, per condividere le fatiche e le speranze delle nostre comunità, spezzare la Parola e il Pane della vita. 

I nostri parroci sono in prima linea. In questo tempo complesso, segnato da smarrimento e sfiducia, il loro compito è più che mai delicato e prezioso. Portano sulle spalle il peso della cura pastorale, cercando di tenere insieme sensibilità diverse, di ascoltare il dolore di ciascuno senza alimentare divisioni, di diventare segno di unità in contesti spesso frammentati. 

Ai nostri sacerdoti chiedo di essere, per le comunità, un punto di riferimento saldo e positivo. Non semplicemente coloro che amministrano i sacramenti – che pure è compito essenziale – ma uomini capaci di ascoltare, di incoraggiare, di ricucire. La vostra parola, in un tempo di parole consumate e spesso velenose, assuma il tono di una parola di fiducia e di speranza. La vostra presenza sia presenza che unisce e che accoglie. 

So bene che la solitudine, la stanchezza e talvolta l’incomprensione sono pesi reali. Eppure tanti di voi continuano a spendersi senza risparmio, con pazienza e generosità. A tutti va il mio grazie più sincero e quello di tutta la Diocesi: per la fedeltà con cui accompagnate le comunità, per il coraggio con cui, anche nelle situazioni più difficili, continuate a essere presenza di Chiesa. 

8. La vita religiosa: sentinelle dell’alba 

Esiste un’altra presenza silenziosa che attraversa tutta la nostra Diocesi, spesso nascosta ma essenziale: quella dei religiosi e delle religiose. Essi sono le sentinelle dell’alba e della notte (cf. Is 21,11–12). 

Con la loro vita di preghiera e di consacrazione ci ricordano ogni giorno che esiste un «cielo nuovo». In un tempo in cui tutto sembra ridursi all’orizzonte chiuso della politica, della sopravvivenza e della paura, essi alzano lo sguardo e ci ricordano che senza Dio ogni costruzione umana prima o poi crolla. Come ricordava san Giovanni Paolo II, la loro è una testimonianza profetica del primato di Dio e dei beni futuri, che nasce dalla sequela di Cristo e dall’amore per i fratelli e le sorelle6.  

Penso in modo particolare ai nostri monasteri e alle comunità di clausura, a quanti vivono e operano nelle periferie delle città, e a coloro che servono nelle scuole, negli ospedali, nelle parrocchie e nelle case di accoglienza. Spesso la loro presenza è discreta e poco visibile, ma è essenziale. Nel silenzio della preghiera e nella fedeltà del servizio quotidiano, essi testimoniano che la vita cristiana non si misura sull’efficienza o sulla visibilità, ma sulla fedeltà e sull’amore. In una terra segnata dalle divisioni, con la loro presenza costruiscono modelli di convivenza possibile, al di là delle appartenenze. 

Penso con particolare gratitudine a chi, in questi mesi di guerra, ha condiviso fino in fondo la sorte della gente. Religiosi e religiose che hanno vissuto con la popolazione la fame, la paura, i bombardamenti. Quando tutto sembrava crollare, la loro presenza è diventata un segno potente: Dio non abbandona il suo popolo. Quando la morte sembrava prevalere, essi hanno continuato a pregare, a servire, a restare accanto a tutti. 

Una parola di ringraziamento va anche ai volontari cristiani che, nonostante la guerra, continuano a venire in Terra Santa per servire nelle scuole, nelle parrocchie e nelle situazioni di povertà. A tutti i religiosi e le religiose della nostra Diocesi va il mio grazie più sincero: con la vostra fedeltà silenziosa siete esperti di comunione e costruttori di unità. Non fate rumore, ma costruite; non cercate visibilità, ma seminate il bene. La vostra presenza è una profezia viva in Terra Santa. 

9. Dialogo ecumenico 

Nella nostra Diocesi le famiglie cristiane sono ormai quasi tutte miste. I nostri figli vanno a scuola insieme, studiano sugli stessi libri, condividono lo stesso futuro. La vita quotidiana supera in maniera molto naturale le distinzioni confessionali rigide, mostrando una capacità di fraternità interconfessionale che siamo chiamati a custodire. In Terra Santa il dialogo ecumenico – o meglio, la relazione concreta tra le diverse Chiese cristiane – non è un’opzione né un esercizio riservato agli specialisti: è una realtà pastorale quotidiana e una dimensione costitutiva della vita della nostra Chiesa. 

Nessun parroco può accompagnare la propria comunità senza tenere conto delle altre comunità cristiane che vivono nello stesso territorio. La nostra missione si svolge inevitabilmente dentro una trama di relazioni, che richiede rispetto, coordinamento e un sincero desiderio di comunione. 

Una delle difficoltà più sentite riguarda la differenza dei calendari liturgici, in particolare per la Pasqua. In alcune zone della Diocesi può accadere che, nello stesso periodo, una comunità celebri la Risurrezione mentre un’altra inizi la Quaresima. È una situazione dolorosa, soprattutto per le famiglie, che da tempo interroga la coscienza della Chiesa. Si è discusso parecchio su come risolvere questa situazione, e a volte si oscilla o nell’assumere tutti il calendario gregoriano oppure quello giuliano, a seconda dei periodi. La verità è che una soluzione ancora non esiste. Qualunque scelta si faccia, non potrà rispondere a tutte le diverse e variegate esigenze della nostra Chiesa. Per questo siamo chiamati a vivere questa fatica con spirito di pazienza, favorendo la partecipazione reciproca e la condivisione fraterna, continuando a pregare e a sperare in un cammino che non potrà nascere da decisioni astratte, ma da una maturazione condivisa. 

A Gerusalemme il peso delle divisioni tra le Chiese nel mondo si manifesta in modo particolarmente concreto, nella carne stessa delle nostre comunità. La nostra vocazione non è solo quella di essere strumento di guarigione per la città e per i popoli, ma anche di portare nella vita quotidiana questa croce della Chiesa universale, che qui ha il suo cuore. Non è escluso che, se un giorno riuscissimo a compiere passi significativi in questo ambito, anche l’intera Chiesa universale ne potrebbe trarre beneficio. 

Le relazioni tra le Chiese si vivono ordinariamente all’insegna della correttezza e del rispetto reciproco, sia a livello di autorità sia nella vita parrocchiale. È un segno di maturità che va custodito. Dobbiamo tuttavia riconoscere che, negli ultimi tempi, alcune posizioni si sono irrigidite e che in alcune aree emergono incomprensioni e tensioni, talvolta dolorose. In queste situazioni la tentazione è rispondere innalzando nuove barriere e adottando lo stesso linguaggio dell’altro. Senza ingenuità, siamo chiamati a rimanere fedeli allo stile dell’accoglienza e della mitezza, custodendo uno sguardo aperto e disponibile, senza per questo smarrire la nostra identità, la nostra storia e rimanendo fedeli alla nostra vocazione. 

Per questo è importante favorire occasioni concrete di conoscenza reciproca: scambi tra parrocchie di diverse confessioni, incontri tra sacerdoti e tra responsabili della pastorale giovanile. Solo conoscendosi davvero si superano i pregiudizi e l’ignoranza. 

In secondo luogo, la realtà ci chiede di parlare con una voce sola. Non solo sui temi sociali e politici, cosa che già facciamo. Ma anche sui temi etici fondamentali, come la difesa della vita, l’uguaglianza fra i popoli, il rispetto della dignità umana, le disuguaglianze sociali e i diritti dei poveri, e i vari altri temi che concernono la vita di ogni uomo e di ogni donna. 

Nel nostro cuore, il nostro intento deve rimanere aperto all’universalità, accogliente e tendente all’unità. Senza ingenuità, ma anche senza essere rinunciatari. Perché la prima fatica del nostro ministero, e la prima testimonianza, è l’unità tra noi. 

10. Il dialogo interreligioso: non un’isola ma una città 

Lo abbiamo riconosciuto: il dialogo interreligioso oggi è in difficoltà. Cristiani, ebrei e musulmani faticano a incontrarsi. La diffidenza ha scavato solchi profondi e molti si chiedono se abbia ancora senso insistere su questa strada. 

Eppure, proprio in questo tempo così difficile, il dialogo non è un capriccio di pochi, né un’opzione tra le altre: è una necessità vitale. I nostri destini sono intrecciati. Non possiamo costruire il futuro da soli, né immaginare una convivenza che prescinda dall’altro. Per noi cristiani, come abbiamo visto, il dialogo non è una semplice strategia pastorale, ma parte integrante della nostra vocazione e del nostro destino, la forma stessa del nostro essere Chiesa. 

È necessario però compiere un passaggio: dal dialogo delle élite al dialogo della vita. Gli incontri tra specialisti e le dichiarazioni ufficiali sono importanti, ma non sufficienti. Il dialogo deve scendere nelle nostre parrocchie, nei quartieri, nelle relazioni quotidiane. Occorre imparare a parlare con l’altro, non solo dell’altro; ad ascoltare davvero la sua storia, la sua sofferenza, le sue paure. Solo così si esce dalla logica che riconosce valore esclusivamente alla propria tribolazione. 

Le scuole rappresentano un luogo privilegiato di questo dialogo vissuto. Le nostre aule sono già, di fatto, laboratori di convivenza. Qui è possibile educare i giovani non solo alla conoscenza delle religioni, ma all’arte dell’incontro, aiutandoli a sviluppare uno sguardo critico capace di resistere alla narrazione unica dell’odio. 

Anche le opere sociali – ospedali, Caritas, centri di ascolto – sono luoghi in cui il dialogo avviene quotidianamente, spesso in silenzio, attraverso il servizio comune ai poveri e ai malati. È qui che la “guarigione delle nazioni”, di cui parla l’Apocalisse, è già in atto, senza clamore e senza condizioni. 

E poi il perdono. Lo so, è una parola difficile in questo momento. Ma siamo cristiani, e Gesù è l’indiscusso maestro del perdono. Perdono non significa dimenticare, né giustificare il male. Significa rompere la catena dell’odio, e testimoniare questa possibilità, anche quando sembra impossibile. So che tutto questo può sembrare ingenuo. Ma è la nostra missione. Il cammino è in salita, ne sono consapevole. Ma non chiudiamoci. Il nostro compito rimane essere sale e luce, costruire occasioni di fiducia, anche quando le parole sembrano non bastare. 

11. Contro la cultura di violenza 

Abbiamo visto che nella nuova Gerusalemme non entra chi ama e pratica la menzogna e la violenza. Il nostro rifiuto della violenza deve diventare totale e visibile. Lo abbiamo detto tante volte, ma non basta: dobbiamo viverlo, non solo nei fatti, ma anche nelle parole. Viviamo come immersi in un mare di parole violente, che si sono trasformate in linguaggio comune. E anche noi cristiani rischiamo di cadere in questa trappola. 

Che fare? Innanzitutto, operiamo un esame di coscienza sul nostro linguaggio. Nelle omelie, nella catechesi, in famiglia: impariamo a chiamare le cose con il loro nome senza mai ridurre l’altro a nemico. In qualsiasi circostanza, l’altro resta sempre una persona da rispettare. 

Nelle famiglie, educhiamo i figli a non usare parole di odio, a non condividere notizie false, a distinguere tra critica legittima e insulto. Nei nostri media, siamo esemplari: offriamo noi informazione che cerca verità e favorisce comprensione, non scontro. 

Ci sentiamo impotenti di fronte alla legge del più forte. Ma l’Apocalisse ci ricorda che la forza di Dio è quella dell’Agnello: mitezza che non si arrende, amore che non si piega all’odio, perdono che disarma il nemico. Sia questa la nostra “politica”. Ce lo ricorda molto bene Papa Leone XIV, nel suo primo messaggio di pace: “Il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura” [7]. 

Rifiutiamo ogni complicità con la cultura della violenza. La nostra fedeltà è all’Agnello, non a logiche di potere. Da qualsiasi parte provenga, qualunque volto assuma: mai la violenza è via evangelica. 

12. La fiducia: controcorrente ma necessaria 

Nella prima parte di questa Lettera abbiamo parlato di scetticismo. È un sentimento diffuso nelle nostre comunità: scetticismo verso le istituzioni, la politica, le parole, e talvolta persino verso il futuro. Dobbiamo però riconoscere che lo scetticismo, quando diventa atteggiamento permanente, finisce per paralizzare. A questo scetticismo siamo chiamati a rispondere con la fiducia. 

Non si tratta di un ottimismo ingenuo o di un atteggiamento che ignora la durezza della realtà. La fiducia cristiana nasce dalla fede ed è una scelta controcorrente. È la certezza che Dio non ha abbandonato la storia al caos e rimane vicino a chi soffre, a chi è perseguitato, a chi è scartato. È la convinzione che una vita spesa e donata per amore non è mai perduta. 

Pensiamo ad Abramo e Sara. Umanamente non esisteva più prospettiva per loro. Eppure Dio li visitò e affidò loro una promessa. La fiducia nasce sempre da una visita di Dio. Per questo dobbiamo pregare perché il Signore visiti ancora le nostre comunità, le nostre famiglie, i nostri cuori. Solo così può nascere una speranza che non delude.  

Nel concreto, questa fiducia ci spinge a sostenere e rendere visibili tutte le iniziative, le persone e le realtà che, sul nostro territorio, continuano a credere nell’altro e a promuovere l’arte dell’incontro. Ma non basta aderire a ciò che altri fanno: siamo chiamati a diventare noi stessi promotori di questo stile di presenza, assumendo in prima persona il coraggio dell’unità. 

Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di gesti insignificanti, perché “qui non cambierà mai nulla”. Ma anche se così fosse, noi non possiamo rinunciare a fare la differenza. Vogliamo essere quella piccola, talvolta scomoda, presenza che non si lascia guidare dalle narrative dell’odio, ma che con mitezza e determinazione afferma la propria: i cristiani non odiano. Questa è la nostra testimonianza, ed è già una profezia. 

13. L’accoglienza: il respiro dell’amore 

Bisogna fare i conti con il pericolo latente che attraversa ogni comunità, specialmente quando è piccola come la nostra: quella di chiudersi, di diventare una roccaforte. La tentazione è quella di proteggere ciò che resta, difendere i confini, preservare l’identità – atteggiamento comprensibile, certo, ma che non è cristiano. L’amore che Gesù ci insegna non conosce confini. Quando gli chiesero quale fosse il comandamento più grande, Egli unì indissolubilmente amore per Dio e amore per il prossimo. E il prossimo, nella sua parabola, è un samaritano – uno straniero, uno diverso, uno con cui non si parlava. Gerusalemme – lo abbiamo visto – ha sempre le porte aperte e sussiste nella misura in cui sa accogliere. 

Accoglienza non significa solo aprire le porte a chi viene da fuori – i migranti, i profughi, i pellegrini, i poveri di altre fedi – ma anche accogliersi tra di noi, al di là delle appartenenze che ci dividono. Nella nostra stessa diocesi abbiamo cattolici di rito latino e orientale, di espressione araba ed ebraica, provenienti da culture e nazioni diverse: filippini, indiani, asiatici di varie altre nazioni, latinoamericani, africani, europei. Tutti noi siamo una sola famiglia, non un arcipelago di isole. 

Accoglienza significa guardare all’altro – qualsiasi altro – non come a un estraneo da tollerare, ma come un dono. Significa lasciarsi interrogare dalla sua diversità, lasciarsi arricchire. Significa uscire dalla logica del “noi” e “loro” per entrare in quella dell’unico “noi” che include. 

So bene che tutto questo, nella situazione in cui siamo immersi, non è facile. La paura è tanta. L’identità sembra fragile. Ma la coscienza cristiana non è una fortezza da difendere, è una sorgente che scorre. Una sorgente chiusa si impantana. Solo l’acqua che scorre rimane viva e porta vita, come il fiume che sgorga dal cuore dell’Agnello. 

Le nostre comunità siano luoghi dove chiunque – di qualsiasi provenienza, lingua, cultura, fede – possa sentirsi accolto, ascoltato, amato. Non per perdere la nostra identità, ma per viverla nella sua forma più vera: quella dell’amore che non esclude. 

Conclusione: Tornare a Gerusalemme 

Siamo arrivati alla fine di questa lunga Lettera. Forse qualcuno di voi, giunto a questo punto, si sentirà stanco o perplesso: tanti temi, tante prove, tante indicazioni. Il rischio è sentirsi sopraffatti, pensare: “come possiamo fare tutto questo?” 

La risposta è semplice: non possiamo. Da soli non possiamo. Ma non siamo soli. 

Infatti, Gesù Cristo ha detto: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). È vero, ne siamo testimoni: anche in questo tempo lo abbiamo sperimentato. Per questo vi invitiamo a «non disertare le vostre riunioni» (cf. Eb 10,25). Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali. L’ispirazione dello Spirito Santo è accessibile nella nostra vita quotidiana, attraverso le Scritture, la preghiera personale, l’incontro con gli altri, il servizio ai poveri. Anche se abbiamo la tentazione di tirarci indietro dinanzi alle sofferenze e alla malvagità che ci attornia, è andando verso l’altro che troviamo Cristo e la sua consolazione. 

Abbiamo parlato di dialogo ecumenico e interreligioso, di rifiuto della violenza, di preghiera, di scuole, di famiglie, di opere sociali, di vita religiosa, di anziani, di fiducia, di accoglienza. Abbiamo delineato una visione: quella della Gerusalemme celeste, città dalle porte sempre aperte, illuminata dallo splendore dell’Agnello, le cui foglie redimono le nazioni. 

Ora tutto questo deve continuare a prendere forma. Non tutto in una volta, né con eroismi impossibili, ma un passo alla volta: nelle nostre parrocchie, nelle nostre famiglie, nei nostri luoghi di lavoro e di incontro, e con i nostri amici. Rileggendo queste pagine con calma, condividendole e discutendole nei diversi contesti ecclesiali e pastorali, senza fretta e poco alla volta, esse possono diventare un aiuto concreto per comprendere meglio la nostra missione in Terra Santa. 

Perché alla fine, ciò che ci sostiene non è la nostra forza, ma la gioia del Vangelo. Una gioia che non dipende dalle circostanze, che non viene meno anche quando tutto sembra avvolto dall’oscurità. Una gioia che nasce dalla certezza che il Signore è con noi, che non ci abbandona, che cammina accanto a noi anche nelle notti più buie, perché è Risorto. Ed è vivo in mezzo a noi. 

Il Vangelo di Luca si chiude con un’immagine bellissima: dopo l’ascensione di Gesù, i discepoli «tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Lc 24,52). Erano stati sconvolti, avevano avuto paura, avevano dubitato. Eppure, alla fine, tornano pieni di gioia. 

Anche noi desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana – le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano – con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio. 

Torniamo a Gerusalemme con gioia. Torniamo alla nostra vita con passione. Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città, e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita. 

Che Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Regina di Palestina e di tutta la Terra Santa, Patrona della nostra diocesi, ci accompagni in questo cammino.  

Che la benedizione di Dio Onnipotente e Padre di misericordia scenda su ciascuno di voi. 

 

Gerusalemme, 25 aprile 2026 
S. Marco Evangelista 

+ Pierbattista Card. Pizzaballa
Patriarca di Gerusalemme dei Latini


https://www.lpj.org/it/news/letter-to-the-diocese 

venerdì 1 maggio 2026

Essere Chiesa in Terra Santa oggi, riflessioni pastorali del cardinale Pizzaballa - 2° parte


PARTE SECONDA 

La vocazione – Il sogno di Dio chiamato Gerusalemme 

Dopo aver dato uno sguardo generale – e inevitabilmente approssimativo – sul nostro vissuto, comune ma così diversificato, ritorniamo alla domanda iniziale: come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto, che ora possiamo anche riformulare: qual è la volontà di Dio su Gerusalemme? Proviamo quindi a scrutare insieme l’immagine della Città Santa che Lui stesso ci offre.  

La Scrittura, fin dalle sue prime pagine del libro della Genesi, ci offre il fondamento delle relazioni così come Dio le ha volute: tra Lui e l’umanità, tra gli esseri umani, tra l’uomo e il creato. È da questo fondamento che prende avvio l’intera storia della salvezza. Sarà però soprattutto lo sguardo dell’Apocalisse ad accompagnarci nel corso della nostra riflessione. Un libro spesso frainteso, anche a motivo del suo linguaggio simbolico, che non intende alimentare paure o letture fatalistiche della storia, ma piuttosto aiutare a riconoscerne il senso ultimo, alla luce della fedeltà di Dio e della speranza cristiana. 

Secondo le Scritture, la storia dell’umanità inizia in un giardino, l’Eden. Il giardino è il simbolo di un’umanità che si trova ancora in uno stato di innocenza primordiale e tutto sommato solitaria. Alla fine, però, proprio con il libro dell’Apocalisse, la Storia si conclude in un ambiente completamente diverso e speculare, ossia in una città. Non una città qualunque: la nuova Gerusalemme. Questo passaggio non è affatto un dettaglio narrativo, ma una profonda rivelazione sul destino dell’umanità. L’opera della salvezza non è un ritorno a un passato idilliaco e isolato, ma la costruzione di un futuro comunitario, complesso e riconciliato. Il fine della storia tende a una società matura, una “città”, appunto.  

La prima città menzionata nella Bibbia è costruita da Caino (Gen 4,17). Dopo aver ucciso il fratello, egli costruisce un rifugio: un luogo dove porre un limite alla violenza, dove ricostruire la fratellanza perduta. Nella Scrittura, la città nasce quindi come tentativo umano di ricreare convivenza là dove la relazione è stata spezzata. L’ultima città della Bibbia è invece la Nuova Gerusalemme «che scende dal cielo» (Ap 21–22).  

Tra questi due poli – la città-rifugio costruita dall’uomo per paura, e la città-dono che discende da Dio per amore – si gioca l’intera storia della salvezza. La Bibbia non presenta mai un’immagine ideale e statica di città; la città “perfetta” non esiste. Essa è sempre lo specchio di tutte le contraddizioni umane: dei peccati e della grandezza, della violenza e della fiducia. Ogni contesto umano, ogni città riflette e vive questa tensione. 

È una tensione che attraversa tutta la Scrittura e si concentra in modo unico su Gerusalemme. Nessun’altra città nella Bibbia riceve tanto amore e tanto rimprovero, tante promesse e tanta condanna. E questa stessa tensione, come vedremo, abita anche la Chiesa che a Gerusalemme è nata. 

Quando oggi parliamo di Gerusalemme, ci concentriamo prevalentemente sugli aspetti politici, storici e sociologici. Ma non va mai dimenticato il fatto che ciò che lega il mondo intero a questo luogo va oltre la storia, la geografia e le pietre. Quando parliamo della Città Santa in questo contesto, la intendiamo, oltre che come realtà fisica, anche e soprattutto come simbolo del Popolo di Dio e della Chiesa, nata a Pentecoste nel Cenacolo. In quel momento lo Spirito Santo era disceso su tutti i Dodici, ossia su tutta l’assemblea apostolica riunita nella sala dove Gesù aveva instituito l’Eucarestia. È in quel mattino di Pentecoste che accade il prodigio descritto dagli Atti degli Apostoli. I discepoli, che hanno ricevuto lo Spirito, scendono in piazza ad annunciare quanto accaduto, e «ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno nella nostra lingua nativa?”» (At 2,6-8) 

Tutte le persone presenti in quel momento, appartenenti a nazioni e lingue differenti, per opera dello Spirito hanno potuto capirsi e costruire unità. Fin dall’inizio la Chiesa è stata universale, unita e plurale. Da lì i Dodici sono poi partiti per portare l’annuncio in tutto il mondo. 

Ancora oggi, la comunità cristiana di Gerusalemme conserva questo carattere universale che non va confuso con una semplice dimensione “internazionale”, ma rimanda a una realtà più profonda, che viene descritta in modo esemplare negli Atti degli Apostoli. Ancora oggi la maggior parte delle Chiese ha il proprio centro ecclesiastico altrove nel mondo, ma ciascuna custodisce a Gerusalemme il suo cuore e una presenza viva. In questa città, le diverse confessioni cristiane si trovano a condividere spazio e tempo, dando vita a un cammino imperfetto ma vitale verso l’unità dei credenti. Attraverso riti diversi e lingue differenti, celebrati negli stessi luoghi, vissuti e frequentati dalle nostre famiglie, queste chiese ci offrono un’immagine viva di ciò che avvenne a Gerusalemme il giorno di Pentecoste: popoli diversi riuniti nel medesimo Spirito. Come allora gli Apostoli partirono per annunciare il Vangelo a tutte le genti, così oggi queste comunità, radicate in uno stesso luogo e, spesso, tra gli appartenenti di una stessa famiglia, sono chiamate a riscoprire la comunione piena nella fede e nella carità.  

Per i credenti, il legame con questa Terra implica anche un rapporto costitutivo, per quanto complesso, con l’Ebraismo e l’Islam. Qui il dialogo interreligioso, nei secoli, è divenuto per noi non solo una condizione di sopravvivenza, ma un elemento di fedeltà alla nostra identità universale. Infatti, è qui che la Chiesa Madre è interpellata a generare vita e cura, promuovendo la comprensione dell’altro, l’esigente prassi del perdono, la fatica della comprensione rispettosa.  

L’universalità della Chiesa non si oppone alla concretezza dei luoghi e delle Chiese locali. È anzi proprio nella Chiesa locale che essa si rende visibile e operante. Per questo san Giovanni Paolo II parlava di una “mutua interiorità”[1] tra Chiese particolari e Chiesa universale 

Non solo la Chiesa, ma la stessa Città Santa ha conservato questo carattere universale. Papa Benedetto XVI lo ha descritto con grande chiarezza in una sua omelia pronunciata proprio a Gerusalemme: 

“Gerusalemme in realtà è sempre stata una città nelle cui vie risuonano lingue diverse, le cui pietre sono calpestate da popoli di ogni razza e lingua, le cui mura sono un simbolo della provvida cura di Dio per l’intera famiglia umana. Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato, questa Città, se deve vivere la sua missione universale, deve essere un luogo che insegna l’universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà, dall’integrità e dalla ricerca della convivenza. Non dovrebbe esservi posto tra queste mura per la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia. I credenti in un Dio di misericordia – si qualifichino essi Ebrei, Cristiani o Musulmani –, devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della convivenza, per quanto faticoso e lento possa essere il processo e gravoso il peso dei ricordi passati”[2]. 

La missione della Gerusalemme terrestre, in un certo senso, è diventare immagine e specchio della Gerusalemme celeste, “profezia e promessa di quella universale riconciliazione e convivenza che Dio desidera per tutta l’umana famiglia”[3]. È questa la missione che abbiamo smarrito nel vortice violento degli eventi degli ultimi anni. Ed è a questa missione che dobbiamo tornare. 

In estrema sintesi, possiamo dire che nell’incrocio di civiltà, religioni ed etnie, Gerusalemme rappresenta un microcosmo simbolico. È paradigma del mondo in generale, e quindi racchiude in sé tutte le questioni contemporanee che affrontiamo a livello globale. Si trova al centro della contesa israelo-palestinese, certo, ma rappresenta pure le complesse interazioni tra diverse religioni e nazioni. Già solo quella che lacera questa città è una contesa con significative ripercussioni regionali e globali. Basta una passeggiata per le strade di Gerusalemme per capire quanto la città sia realmente il punto focale di numerosi altri scontri percepiti su scala mondiale: la tensione tra modernità e tradizione, democrazia liberale e conservatorismo, universalismo e particolarismo.  

Gerusalemme raccoglie in sé anche le diverse anime della nostra Chiesa e ne manifesta in modo esemplare la vocazione. In questo luogo, dentro una realtà segnata da forti contrapposizioni, comuni al cammino della Storia umana, essa è chiamata a esprimersi. 

Le immagini più potenti della Scrittura che delineano l’identità profonda di Gerusalemme e di conseguenza dell’identità e della missione della nostra Chiesa sono contenute nella visione di Giovanni della Gerusalemme celeste, descritta negli ultimi due capitoli dell’Apocalisse, ai quali ora ci ispiriamo. 

1. Un Cielo Nuovo per una Città Nuova 

«E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più» (Ap 21,1). 

La prima cosa che Giovanni vede non è la città, ma un “Cielo nuovo”. Gerusalemme ha un cielo. Può sembrare banale o scontato, ma è il suo tratto distintivo più eloquente. Anche la sua antagonista, Babilonia, nell’Apocalisse è descritta in ogni dettaglio. Eppure, di Babilonia non si vede mai il cielo. È una città senza cielo, e quindi senza Dio – chiusa in un orizzonte puramente umano e terreno, pertanto destinata alla rovina. 

Il cielo di Gerusalemme, inoltre, è del tutto speciale: è un Cielo “nuovo”. Non è la prima volta che Giovanni parla del cielo. Al capitolo 4 dell’Apocalisse, le visioni si aprono con un annuncio significativo: il veggente scorge «una porta aperta nel cielo» (Ap 4,1). Il cielo è nuovo, dunque, innanzitutto perché è aperto. Ed è stato aperto perché il Figlio dell’uomo, che è disceso dal Cielo, dopo la Risurrezione è tornato al Cielo, portando con sé l’umanità (cf. Gv 1,51). Il Cielo nuovo è un cielo già abitato dall’uomo. 

In questo passaggio troviamo un’indicazione importante: per costruire la città, per intessere relazioni autentiche tra noi e tra le nostre comunità, si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, dal primato di Dio, dalla fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale – la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa – è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa.  

Ancora oggi questa dimensione si rende tangibile e visibile soprattutto in quello che è considerato il bacino sacro, dove sono concentrati quasi tutti i Luoghi Santi principali: la Città Vecchia e il Monte degli Ulivi. Le celebrazioni pubbliche delle diverse comunità religiose, scandite da tempi differenti e talvolta sovrapposte le une alle altre, trasformano la città, soprattutto in alcuni momenti dell’anno, dando vita a una straordinaria sinfonia di preghiere, canti e liturgie diverse. 

È inoltre frequente, alle prime luci dell’alba o nel silenzio della notte, incontrare uomini e donne di ogni età – ebrei, cristiani e musulmani – camminare per i sentieri della città, avvolti nei loro diversi mantelli e diretti ai loro rispettivi Luoghi Santi, per unirsi ai religiosi che giorno e notte là pregano. La preghiera delle diverse comunità religiose, in definitiva, scandisce il ritmo dell’intera città: ne è il respiro e la luce. È questa l’identità più bella e coinvolgente della città, la sua caratteristica più preziosa, da custodire e preservare. 

Ignorare questa dimensione “verticale” della nostra Terra, questa sensibilità religiosa e spirituale delle comunità che le appartengono – ebraiche, musulmane e cristiane – è la ragione più profonda del fallimento degli accordi di convivenza che si sono susseguiti negli ultimi decenni. E anche i futuri saranno destinati a fallire se non si terrà conto del carattere speciale, in quanto profetico, di Gerusalemme. Essa deve essere, prima di tutto, una casa di preghiera per tutti i popoli (Cf. Is 56,7). Non vogliamo mettere in discussione, e anzi confermiamo la necessità dei diversi Status Quo esistenti, importanti per regolare le relazioni tra le varie comunità della città. Credo tuttavia che vi sia bisogno anche del coraggio di un nuovo respiro, di costruire nuovi modelli di vita e di relazioni dove la comune fede in Dio possa diventare occasione di incontro e non di esclusione. Fede che ci apra al Cielo e al mondo, dove tutti i credenti si sentono sollecitati a portare l’umanità a Dio. Nessun progetto di convivenza, in Terra Santa, può prescindere dalla dimensione verticale, dalla coscienza che questa terra è, prima di tutto, il luogo della Rivelazione. 

2. Una città che scende dal Cielo 

«E vidi anche la Città Santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo... L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio» (Ap 21,2.10). 

La Città Santa non si innalza orgogliosa verso il cielo con le proprie forze. Giovanni la vede «scendere dal cielo, da Dio», e la vede scendere due volte (tre volte se si considera anche il testo di Ap 3,12). Questo movimento discendente non è qualcosa di accaduto una volta per tutte, ma il suo perenne modo di essere. La nuova Gerusalemme è una città che continuamente riceve da Dio se stessa e la propria stessa vita. La sua esistenza non è una conquista, ma un dono. 

Essa discende «preparata come una sposa adorna per il suo sposo». È un’immagine di intimità e relazione. Giovanni usa anche l’immagine biblica della tenda, dove Dio sceglie di abitare in mezzo all’umanità, luogo di incontro tra Dio e gli uomini (Cf. Gv 1,14). È dunque una città la cui natura più originaria è vivere una profonda intimità con il Signore, ma anche essere come la tenda, luogo di accoglienza. Questo duplice movimento – intimità e accoglienza – definisce la vita della Chiesa. Nell’abitare di Dio tra i suoi, accade il compimento, la vittoria sul male e sulla morte: non solo il male è vinto, ma l’uomo viene consolato da Dio stesso, che asciuga le lacrime dai volti (Cf. Ap 21,4). 

Questo passaggio ci offre un’altra significativa indicazione. È un monito cruciale soprattutto per le istituzioni religiose della Città Santa: senza un continuo «discendere dal cielo», senza cioè attingere umilmente e costantemente alla relazione con Dio lasciando che sia Lui a illuminare il proprio modo di pensare, senza nutrirsi continuamente dalla Parola di Dio, le nostre istituzioni rischiano di atrofizzarsi. Rischiano di diventare fortezze inespugnabili e chiuse al mondo, invece di essere città aperte e sorgenti di vita nuova. Non si riceve da Dio la forza e la possibilità di uno sguardo diverso una volta per tutte: questi doni necessitano di una continua tensione dell’anima e del cuore. 

In concreto, porsi in ascolto della Scrittura significa per le Chiese e le comunità religiose ascoltare anzitutto il grido di coloro che non conoscono Cristo, non lo conoscono a sufficienza o se ne sono allontanati, come anche il grido dei poveri, degli emarginati, di coloro che soffrono a causa dei conflitti. È lì, come occasione di accoglienza fattiva nella carne segnata dell’umanità, che possiamo verificare l’autenticità della nostra relazione con Dio. Se il nostro sguardo su Dio non ci apre allo sguardo sull’altro che soffre, allora non abbiamo realmente incontrato il Dio che scende nella città. È un richiamo per le autorità religiose a tenere insieme la vicinanza a Dio e al proprio popolo. 

3. Il Tempio e l’Agnello 

«In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22). 

La Scrittura presenta Dio come Colui che desidera abitare in mezzo agli uomini. Nell’Antico Testamento questa presenza era legata al tempio, luogo dell’incontro tra Dio e il suo popolo. Anche il profeta Ezechiele immagina una città rinnovata attorno al tempio, cuore della presenza divina e segno della sua santità. 

Nella visione della Gerusalemme nuova, l’Apocalisse adotta un linguaggio diverso. Giovanni afferma: «Non vidi alcun tempio». Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato. Dio stesso e l’Agnello abitano in mezzo al loro popolo e ne costituiscono il centro vivo. In questa prospettiva, non c’è più una separazione tra luoghi sacri e luoghi profani: Dio non abita in un edificio, ma nella relazione, non in un luogo da conquistare e possedere, ma nella storia. 

Di conseguenza, non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta. Viene meno anche ogni distinzione tra inclusi ed esclusi fondata su criteri di purezza. Se nella visione di Ezechiele l’accesso al tempio era regolato da distinzioni rigorose, nella Gerusalemme nuova tutti sono accolti: uomini e donne, bambini e anziani, sani e malati, liberi e schiavi. 

Questo brano dell’Apocalisse offre una lezione forte alla Gerusalemme terrena, lacerata da conflitti legati al possesso dei luoghi e alla definizione di confini esclusivi. L’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principali di interpretazione delle relazioni tra le comunità, generando spesso divisione e violenza. Sembra quasi che, per costruire relazioni e per avere diritto di parola, sia necessario possedere, occupare, giustificare la propria presenza attraverso un territorio. 

Non dobbiamo essere ingenui. Esistono spazi che vanno custoditi, luoghi necessari perché ciascuna comunità possa vivere e testimoniare la propria fede. Non dobbiamo dimenticare che la Terra Santa è anche Terra dei Luoghi Santi, che custodiscono la memoria e l’identità storica dei popoli. Ma i confini servono a preservare la libertà, non a soffocarla. Non devono diventare barriere invalicabili né motivo di esclusione. È possibile convivere rispettando gli spazi altrui, nella considerazione della storia di tutti e delle diverse sensibilità. 

Nella Gerusalemme nuova, dunque, non ci sono luoghi da possedere, ma relazioni da costruire. Se il Dio della Città Santa non occupa spazi e non innalza barriere, allora nessuno deve sentirsi escluso. Non si può perciò usare Dio per giustificare scelte di chiusura o di esclusione. 

Questo brano dell’Apocalisse, mentre ci invita ad alzare lo sguardo verso il cielo, ci riporta in realtà con i piedi per terra: una città è viva nella misura in cui riconosce che il vero tempio da custodire – il suo centro vitale – sono le relazioni umane e la relazione con Dio. È invece destinata a inaridirsi e a morire quando si lascia dominare dalla logica del possesso, dalla svalutazione dell’altro e da narrazioni autoreferenziali, invece che dalla luce dell’Agnello, che è la logica del dono. 

4. La lampada dell’Agnello: un nuovo modo di vedere 

«La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello” (Ap 21,23). “Non vi sarà più notte, non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà» (Ap 22,5). 

Abbiamo visto che nella nuova Gerusalemme non c’è un tempio. Ma allora dov’è Dio, come abita in Gerusalemme? Dove lo si incontra? La presenza di Dio nella città non è ingombrante, voluminosa, non si impone. Dio è presente come una lampada che illumina. È presente come Colui che dà la possibilità di avere una prospettiva diversa, e quindi un nuovo modo di vivere; rischiara le relazioni, la vita, tutte le cose. 

Se la lampada è l’Agnello, significa che è una luce “pasquale”: è la luce di Colui che ha donato la vita per amore, gratuitamente e incondizionatamente. La Pasqua inaugura un nuovo modo di vedere la realtà. È l’esperienza pasquale che permette di vedere la vita anche laddove i nostri occhi carnali vedono solo morte, sconfitta o devastazione.  

Questo passaggio dell’Apocalisse ci fa compiere un passo ulteriore, oltre il criterio del possesso, degli spazi asfittici, dei confini chiusi e della proprietà idolatrata che abbiamo visto finora. La luce non si possiede: si accoglie e si diffonde. Essa diventa così il criterio con cui leggere la realtà e orientare le scelte. Con quali occhi, con quale animo guardiamo agli altri, soprattutto quelli che non sono “dei nostri”? Con fiducia o con paura o, peggio, disprezzo? 

Allenare i propri occhi a questa luce – che è la vita – diventa il primo compito di chi desidera appartenere a questa città. Significa riconoscere ogni persona – il povero, lo straniero, e persino il nemico – come creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, guardare a loro come si guarda a Dio. È lo stesso stile dell’Agnello che illumina la città: un’autorità che si esprime nel dono di sé e che trasforma il potere in servizio, non in possesso e dominio.  

5. Lo stile di vita della città: accoglienza e memoria 

«È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele... Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (Ap 21,12–14). 

Colpisce, in questa descrizione, un’apparente incongruenza. I dodici apostoli sono posti come fondamento dell’edificio, mentre le dodici tribù d’Israele compaiono sulle porte. Dal punto di vista cronologico, ci si aspetterebbe il contrario: Israele viene prima degli apostoli. Eppure, nella visione dell’Apocalisse, l’antico e il nuovo non sono contrapposti né sovrapposti, ma ricomposti in un’unità redenta. Dio non cancella la storia, ma la ricrea ponendole fondamenta nuove, nelle quali nulla va perduto e tutto ritrova il proprio posto. Gerusalemme diventa così il compimento sia per le dodici tribù sia per i dodici apostoli. Solo all’interno di questa città ciascuno può ritrovare il senso della propria storia e della propria missione. 

Questo è un punto decisivo anche per noi oggi. La violenza nasce spesso dall’incapacità di rileggere la propria storia in modo redento. Accade quando la memoria diventa una narrazione chiusa, costruita contro l’altro e difesa come un possesso esclusivo. La preoccupazione per il possesso di proprietà assunto come criterio per definire le relazioni, già emersa in precedenza, si riflette anche nel rapporto con la memoria storica. Si tende a voler possedere la narrazione degli eventi, come un territorio da difendere, mettendo continuamente in discussione la narrazione storica dell’altro. Così facendo, non è più una memoria che aiuta a migliorare le relazioni, ma al contrario diventa una “memoria tossica”, che inquina le relazioni. Negare la memoria storica dell’altro è una forma sottile ma potente di esclusione.  

È necessario, invece, un ripensamento dei concetti stessi di “storia” e di “memoria” e – di conseguenza – anche della categoria di “colpa”, “giustizia” e “perdono”. Sono queste ultime che pongono in contatto diretto la sfera religiosa con quella morale, sociale e politica. Non si tratta di negare i fatti del passato, ma di verificarne le interpretazioni, affinché queste non determinino in modo violento le scelte di oggi. Solo attraverso questo onesto riesame si può redimere la propria lettura storica a beneficio di tutta l’umanità. Scuole, università, centri e movimenti culturali e media sono i primi responsabili di questa missione di ripensamento e guarigione della nostra memoria collettiva. Sono coloro che possono contribuire a costruire una differente e positiva narrativa storica non esclusiva. 

Questa purificazione non è un’operazione diplomatica, né un compromesso politico: è un atto profondamente spirituale, perché tocca le radici dell’identità e del dolore. Richiede di lasciarci redimere da Dio per poter diventare, a nostra volta, strumenti e canali di guarigione per gli altri. Solo una memoria redenta può generare un futuro diverso. La missione della Chiesa è allora quella di promuovere una vera “purificazione della memoria storica”. San Giovanni Paolo II lo ricordò con forza durante il Giubileo del 2000, quando parlò della necessità di purificare la memoria come atto profondamente spirituale, capace di toccare le radici dell’identità e del dolore. 

Sono ben cosciente che questo è un argomento per molti inaccettabile. Forse per alcuni è un tema “troppo cristiano”, per altri può sembrare utopico, o anche da rigettare. Ma non importa. Questo è il contributo, la missione, che l’Agnello ci lascia in consegna. La testimonianza alla quale siamo destinati, la “promessa e profezia” che deve sostenere il nostro pellegrinare nella Città Santa, nella nostra Chiesa: osare una visione che non nasce dal possesso, dalla paura o dalla rivendicazione, ma dalla redenzione della storia. Che Chiesa saremmo se non avessimo il coraggio di indicare un mondo che ancora non c’è, ma che Dio ci promette e che già intravediamo all’orizzonte? 

6. Le porte aperte 

«Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte» (Ap 21,25). 

Le mura di una città sono sempre costruite a difesa. Qui invece non sono costruite per difendere la città da un esterno minaccioso, come se ciò che è fuori fosse pericoloso. Servono a definire uno stile di vita, un’appartenenza, ma sono costantemente aperte. Non c’è nulla da difendere, ma solo uno stile da proporre. Aperte in tutte e quattro le direzioni, perché chiunque, in qualsiasi momento, possa entrare e diventare parte di questa nuova umanità. «La mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7). 

Ciò che nell’Antica Alleanza era privilegio di un solo popolo – benché, fin dall’inizio, destinato a tutti i popoli della terra (cf. Gen 12,3), ora è profetizzato per tutti. Tutti possono far parte del popolo santo di Dio. La Chiesa oggi lo vive e lo annuncia portando questo tesoro profetico in vasi di creta. Anche questa è un’altra chiara indicazione che l’Apocalisse ci offre. Nella città che scende dal cielo non vi può essere esercizio di un monopolio da parte di alcuno, perché la Città Santa, per la sua stessa natura, è incompatibile con ogni forma di chiusura, di esclusività o di identità monocolore. Essa non appartiene a qualcuno contro altri, né può essere ridotta a possesso di una parte. Le sue porte sono sempre aperte: non sono un dettaglio architettonico, ma l’espressione di un’identità che si definisce solo nell’accoglienza e nella relazione. La convivenza è frutto di condivisione di un comune progetto, di cui tutti sono parte integrante. 

Si tratta anche di tenere aperte le porte tra le diverse comunità che compongono la nostra società. Non solo “sfiorarsi” l’un l’altro, ma “tenere le porte aperte”, conoscersi e sostenersi. 

7. Il cuore condiviso dell’umanità 

«Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore... E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni» (Ap 21,24.26). 

Le porte della Città non sono solo aperte. Giovanni specifica e aggiunge che i popoli, le nazioni, l’alterità, non solo non sono una minaccia, ma al contrario sono considerati una ricchezza. È l’oro e l’incenso delle genti che abbelliscono la città. Questa è un’altra delle grandi novità descritta dall’Apostolo. Sono completamente invertiti i canoni della bellezza, della santità, della purità: non è ciò che è incontaminato, solitario, isolato ad essere bello, ma ciò che è aperto all’altro. Gerusalemme si arricchisce nella misura in cui accoglie. 

All’inizio abbiamo visto che Gerusalemme si costruisce nella misura in cui riceve se stessa da Dio. Ora la visione si completa, e possiamo constatare anche che Gerusalemme si arricchisce nella misura in cui riceve se stessa dagli altri. Le due cose vanno insieme. Sembra la realizzazione della profezia di Isaia: «Ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”» (Is 2,2-3). 

Il cuore del mondo è a Gerusalemme, come testimoniano i milioni di pellegrini che giungono da ogni dove nella Città Santa. I pellegrini sono parte della vita della città. Senza di loro, senza questo legame con il mondo, la città è incompleta: lo vediamo purtroppo molto bene in questi mesi, segnati dalla loro assenza. Questo significa che i governanti locali dovranno sempre tenere in considerazione che quanto è vissuto a Gerusalemme coinvolge la vita di miliardi di credenti in tutto il mondo. Non è solo affare privato di chi ha la grazia di vivere in quei luoghi. Gerusalemme non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma appartiene a ciascuno perché non è bottino, bensì dono, punto di riferimento comune, un patrimonio dell’umanità.  

Il mondo ha il diritto e la responsabilità di interessarsi a Gerusalemme. Non per imporre soluzioni dall’alto, mancando di rispetto alla sovranità e all’autodeterminazione dei popoli che vi risiedono, ma per esercitare una pressione costante e discreta – diplomatica, culturale e spirituale – affinché nessuna logica di esclusione, di sopraffazione o di possesso esclusivo possa prevalere. La comunità internazionale dovrebbe garantire la missione universale di Gerusalemme, ricordando a tutti che ciò che accade tra le sue mura riguarda il cuore di miliardi di credenti e l’intera famiglia umana. 

8. La vocazione: guarire il mondo 

La città non è fine a se stessa. La sua missione è universale e la sua vocazione è terapeutica. 

«E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (Ap 22,1–2). 

Dal trono di Dio e dell’Agnello scaturisce un fiume d’acqua viva, e sulle sue rive cresce l’albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni». Questo è il compito ultimo e sublime di Gerusalemme. L’albero della vita, che nell’Eden era precluso all’uomo, è ora nel cuore della città, accessibile a tutti. E le sue foglie non sono per pochi eletti, ma per la guarigione delle “nazioni”, termine che nell’Apocalisse indica spesso il mondo non credente, coloro che stanno fuori, che ancora non conoscono Dio. La misericordia divina non è un privilegio per pochi, ma un destino offerto a tutti. 

La missione di Gerusalemme non si esaurisce dentro le sue mura, non è chiusa all’interno delle sue porte. La sorgente di acqua viva che sgorga dal cuore dell’Agnello irriga il mondo intero. Gerusalemme è una città “in uscita”, chiamata a portare frutto per l’umanità. Ciò che ha ricevuto dall’Alto è da condividere con tutti. Ha una missione specifica, che è solo sua, quella di «guarire le nazioni». Guarire da cosa? Il testo non lo dice, perché non indica una ferita soltanto, ma la radice stessa della vita ferita. Dice però che ciò che guarisce è il suo essere viva, il suo partecipare alla vita di Dio. 

Di guarigione avrà bisogno la Terra Santa. Serviranno lunghi percorsi di recupero delle tantissime e dolorosissime lacerazioni che questo conflitto produce nella vita di tutte le comunità, servirà conforto per le tribolazioni, causate dall’odio, dalla “memoria tossica”. La missione della Chiesa non è tracciare confini più stretti, ma mantenere le porte aperte, testimoniando un amore che non si arrende mai e che raggiunge anche chi è lontano, dubbioso o resistente. La responsabilità della libertà umana è affermata, ma lo è anche l’illimitatezza della Grazia divina.   

La Terra Santa, e la piccola e vulnerabile comunità cristiana che vi abita, ha molto da condividere. Non possiede un potere militare o economico, ma attinge dall’Agnello la mitezza di chi, secondo la beatitudine evangelica, erediterà la terra. Ha la forza dell’amore che si dona, l’unica forza che il male non può sconfiggere.  

Redimere le conseguenze del conflitto – l’odio, la paura, la “memoria tossica” – è il compito specifico e sublime della Chiesa di Gerusalemme per il mondo intero. Le sue radici affondano nella geografia della salvezza, ma il suo sguardo è universale: essere per il mondo non un’utopia, ma il seme di una città reale, la città posta sul monte (cf. Mt 5,14), che irradia la luce di Cristo a tutte le nazioni, dove gli uomini imparano l’arte del perdono, la forza dell’uguaglianza e la gioia del servizio. È soprattutto il coraggio del perdono la medicina più potente, capace di portare guarigione, ed è anche la testimonianza più autentica che la nostra comunità può offrire ai popoli di questa Terra. 

Non si tratta di fare da ponte tra due parti in conflitto, come se i cristiani fossero chiamati a mediare dall’esterno. Non è questo il loro ruolo. I cristiani in Terra Santa non sono un terzo incomodo, né un cuscinetto neutrale tra israeliani e palestinesi, o un corpo separato rispetto ai loro fratelli non cristiani. Sono, piuttosto, sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo. In prevalenza cittadini palestinesi o giordani, arabi cristiani, ma anche ciprioti e israeliani, condividono la storia, la lingua, le ferite e le aspirazioni dei loro popoli. Non sono chiamati a chiudersi in un’enclave protetta, né a fuggire, ma a vivere fino in fondo la loro vocazione: stare dentro la società, condividendone le sorti, per fermentarla dall’interno con una visione dell’uomo – e del vivere sociale – radicata nel Vangelo 

Non offrono al mondo un’utopia astratta, ma il seme – fragile, concreto, talvolta quasi invisibile – di una città possibile. Una città che lievita dal basso, nella pasta del quotidiano condiviso con i loro concittadini musulmani ed ebrei, e che mostra come convivenza, perdono e riconciliazione sono possibili. Per tutti. 

9. Il rifiuto 

Questi due capitoli dell’Apocalisse che ci hanno accompagnato non sono avulsi dalla realtà. Giovanni è ben consapevole che oltre al fascino e alla bellezza contenuta nei passaggi che abbiamo presentato, esiste anche la possibilità del rifiuto. Vi sono diversi passaggi in questo senso (21,8.27; 22,11.15). Ne prendiamo solo uno ad esempio: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (22,15). 

È un linguaggio forte, al quale forse non siamo più abituati. Sta ad indicare un elemento importante: vivere nella Città Santa rappresenta una scelta e una responsabilità. Le mura della città – abbiamo detto – non difendono, ma definiscono la postura esistenziale di chi ha deciso di vivere illuminato dall’Agnello. Se si decide di abitare nella città piena di splendore e dalle porte sempre aperte, desiderosa di accogliere e di guarire, ci si assume anche la responsabilità di rifiutare tutto ciò che non appartiene a quello stile. 

Vi è una scelta da fare, uno stile da assumere. Chi lo rifiuta, non può stare dentro le mura, non può fare parte della vita della Città. Si tratta, inoltre, non solo di scegliere di vivere nella luce dell’Agnello, ma anche di adoperarsi perché le tenebre e tutto ciò che appartiene al mondo della morte non dimori nella città. 

È importante comprendere la natura di questo rifiuto. Non si sta giudicando la nostra umanità – che è sempre segnata dall’imperfezione –, né il nostro essere peccatori bisognosi di perdono, anzi: proprio per questo l’Agnello è sorgente inesauribile di misericordia. Il rifiuto di cui parlano le Scritture costituisce qualcosa di più radicale: è l’adesione – deliberata, ostinata e chiusa al pentimento – a uno stile di vita che diventa la negazione stessa della logica dell’Agnello. È la scelta consapevole della menzogna come sistema, della violenza come metodo. Si manifesta nella pretesa di possedere non solo gli spazi, ma la verità. È il costruire la propria vita e la propria città su quel progetto di Babele che pretende di innalzarsi verso il cielo con le sole proprie forze, escludendo Dio e, di conseguenza, mettendo da parte il fratello.  

La città dalle porte aperte non espelle, ma definisce chiaramente ciò che è incompatibile con la sua stessa esistenza. La scelta è nostra: vivere della luce che si riceve, o pretendere di essere noi stessi luce. A chi fa questa scelta, la città dalle porte aperte non può che apparire come un giudizio di condanna. Ma per chi accoglie lo stile dell’Agnello, essa è, e resta per sempre, una casa. 

È importante sottolineare, comunque, come non ci possiamo illudere che questa scelta sia compiuta una volta per tutte, né che la Gerusalemme celeste coincida perfettamente con alcuna comunità terrena – nemmeno con la nostra Chiesa. Finché saremo pellegrini nella storia, la Città Santa rimarrà davanti a noi come dono e come promessa, non come possesso. Anche le nostre comunità, le nostre istituzioni religiose, i nostri cuori portano ancora le cicatrici del peccato e della divisione. La tentazione di chiuderci in una “città ideale” costruita con le nostre mani è sempre in agguato. Per questo la Gerusalemme che scende dal cielo non cessa mai di scendere: abbiamo sempre bisogno di riceverla di nuovo, perché non la possediamo mai. 

10. Una città per tutti: abitare la storia con gli occhi dell’Agnello 

La visione della nuova Gerusalemme, in definitiva, non costituisce un invito ad evadere dalla storia, ma un’indicazione per camminare dentro la storia. È un modello, uno stile, un riferimento reale per la comunità cristiana e per tutti coloro che hanno a cuore la città terrena. 

I principi emersi – il radicamento nella realtà, la custodia del sacro, l’universalità dell’accoglienza, la forza della mitezza, il primato della relazione sul possesso, la necessità di una redenzione della memoria, l’apertura a tutte le nazioni – hanno implicazioni politiche, sociali e interreligiose immediate. Essi ci dicono che: 

Il carattere storico di Gerusalemme ci fa comprendere che la città è la patria sia degli israeliani che dei palestinesi, ed è rivendicata da entrambi come propria capitale. Tuttavia, le rivendicazioni esclusive sono in contrasto con la vocazione di Gerusalemme. Essa è piuttosto una città da condividere, un luogo di incontro. 

Il carattere religioso di Gerusalemme non può essere ignorato in nessun accordo politico. I fallimenti passati lo dimostrano. Bisogna prendere coscienza che la caratteristica principale della Città Santa è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio. 

L’armonia tra le comunità (ebrei, cristiani e musulmani) rimane il riflesso terreno dell’intimità con Dio. Le divisioni ne sono una negazione. 

Le istituzioni religiose sono chiamate a un continuo rinnovamento spirituale per non diventare ostacoli alla conoscenza di Dio e all’incontro con il mondo. 

Il possesso della terra e dei Luoghi Santi non può trasformarsi in assoluto ideologico. Servono nuovi equilibri che tengano conto delle esigenze vitali di tutti, superando la logica dell’esclusione. È possibile trovare forme di convivenza, rispettando ciascuno i luoghi dell’altro. 

La comunità internazionale ha il dovere e il diritto di interessarsi a Gerusalemme, perché essa è di tutti. Il cuore del mondo è a Gerusalemme e ciò che vi accade coinvolge miliardi di credenti. 

La Chiesa di Gerusalemme, piccola e resiliente, si trova a vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme celeste: essere luogo accogliente, luce pasquale che rischiara le tenebre del rancore; essere casa dalle porte aperte, strumento di guarigione nel mondo. Questo è il suo sogno, la sua missione, il suo dono all’umanità. 

https://www.lpj.org/it/news/letter-to-the-diocese

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