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venerdì 6 febbraio 2026

Al-Hol: il campo di prigionia di 40.000 persone che nessuno vuole vedere.

 

di Patrizio Ricci

C’è un luogo nel nord-est della Siria, al di sopra dell’Eufrate, che da anni rappresenta una delle più clamorose anomalie morali e politiche del Medio Oriente contemporaneo. È il campo di al-Hol, una distesa di tende piantate nella provincia di Hassaké, a pochi chilometri dal confine iracheno. Qui, nel 2026, sono ammassate circa 40.000 persone: donne, bambini, anziani e una quota non marginale di ex combattenti e sostenitori dell’ISIS. Un numero inferiore rispetto ai picchi del 2019-2021, ma una situazione che, nella sostanza, è rimasta immutata. Ed è proprio questa immobilità a porre le domande più inquietanti.

Il Fatto Quotidiano ha avuto il merito, oggi, di riportare l’attenzione su al-Hol, descrivendo il recente passaggio di consegne nella gestione della sicurezza: il ritiro delle Forze Democratiche Siriane a guida curda e l’ingresso delle forze riconducibili al governo transitorio di Ahmed al-Sharaa. Una cronaca necessaria. Ma ciò che emerge, leggendo quelle righe, è una sensazione straniante: il tempo sembra essersi fermato. Le scene descritte – amputati che avanzano nel fango, tende con i loghi ONU, bambini apatici, un “comparto separato” per gli stranieri e una prigione dentro la prigione per i più pericolosi – potrebbero appartenere senza sforzo al 2021. O al 2020. O al 2019. 

Un campo di detenzione, non un rifugio

Chi conosce la storia recente di al-Hol sa che non si tratta solo di un’emergenza umanitaria. È stato, e in larga parte è ancora, un luogo di potere jihadista informale. Nel 2021, quando nel campo vivevano oltre 60.000 persone, vigeva di fatto una legge parallela: divieti assoluti, tribunali clandestini, esecuzioni sommarie. Ballare in una tenda poteva costare la vita. Le decapitazioni e gli omicidi di presunti “collaborazionisti” non erano eccezioni, ma strumenti di controllo sociale. Lo documentavano allora centri di ricerca indipendenti e grandi testate internazionali, dal The Wall Street Journal in poi.

Le donne e le vedove dei miliziani non erano semplici comparse: molte erano diventate attori attivi nella trasmissione dell’ideologia radicale, nel mantenere contatti con cellule esterne, nell’educare i bambini secondo la dottrina dello Stato Islamico. Le stesse autorità curde, sostenute dagli Stati Uniti, ammettevano di non avere mezzi sufficienti per spezzare questo circuito. Oggi, a distanza di anni, nulla indica che quel problema sia stato realmente risolto. È cambiato il numero degli internati, non la natura del luogo.

Bambini nati in un limbo

Due terzi degli abitanti di al-Hol sono minori. Molti non hanno mai visto altro che questo campo. Crescono tra violenza latente, indottrinamento, miseria materiale e assenza quasi totale di prospettive. La Mezzaluna Rossa curda denunciava già nel 2019 la morte di centinaia di bambini per malnutrizione, ipotermia, mancanza di cure. Le Nazioni Unite hanno parlato ripetutamente di “condizioni tragiche” e di un ambiente talmente insicuro da mettere a rischio persino gli operatori umanitari. Qui la domanda non è retorica, è brutale: che cosa diventeranno questi bambini? Quale futuro può nascere da un luogo che, di fatto, funziona come un incubatore di risentimento e radicalizzazione? Se l’Occidente si interroga – giustamente – sulle conseguenze a lungo termine di altri disastri umanitari, perché su al-Hol cala da anni un silenzio quasi totale?

Il paradosso della “zona sicura”

Per molto tempo, il nord-est della Siria sotto controllo statunitense e curdo è stato raccontato come una sorta di isola di stabilità contrapposta al “regime di Assad”. Eppure, a poche centinaia di metri da un contingente militare americano, è prosperato uno dei più pericolosi focolai jihadisti del dopoguerra siriano. Da qui sono evasi militanti, qui si sono riorganizzate reti clandestine, qui l’ISIS ha continuato a esercitare un’influenza reale.  È legittimo chiedersi come sia stato possibile. E soprattutto perché, mentre si invocano sanzioni, interventi e pressioni diplomatiche in nome dei diritti umani altrove, questo campo sia rimasto per anni una sorta di zona grigia, tollerata, rimossa dal dibattito pubblico. Un umanitarismo selettivo, che sembra attivarsi solo quando può essere usato come clava politica contro governi “indigesti”.

Il cambio di potere e le stesse domande

Oggi al-Hol è formalmente sotto il controllo del nuovo apparato statale siriano guidato da al-Sharaa. I media occidentali lo definiscono “esercito siriano”, sorvolando con sorprendente disinvoltura sul fatto che molte delle milizie confluite in questa struttura provengano da un passato jihadista, incluse componenti uigure ed ex affiliati ad al-Qaeda “riconvertiti”. È difficile sostenere che, sul piano ideologico, la distanza tra una parte di queste forze e l’ISIS sia così netta come si vorrebbe far credere.  Il Fatto Quotidiano racconta il ritiro improvviso delle SDF, i cancelli aperti, l’arrivo dell’esercito due ore dopo. Un passaggio quasi surreale, che solleva un’altra domanda: perché un campo di questa importanza strategica e simbolica viene gestito con tale leggerezza? E perché, ancora una volta, non si parla di smantellamento, ma solo di amministrazione dell’esistente?

Chi non vuole chiudere al-Hol?

Il nodo dei rimpatri resta irrisolto. Migliaia di stranieri – europei, asiatici, centroasiatici – restano nel campo perché i loro Paesi d’origine li considerano una minaccia. È una posizione comprensibile sul piano securitario, ma devastante sul piano politico e morale. Si scarica il problema su una terra già martoriata, trasformando la Siria in un deposito permanente delle conseguenze di una guerra che altri hanno contribuito ad accendere.

E qui il discorso si allarga. I documenti della Defense Intelligence Agency del 2012, le email di Hillary Clinton, le ammissioni indirette sul ruolo di alcuni alleati occidentali e del Golfo nella genesi del jihadismo siriano non sono fantasie complottiste, ma atti ufficiali. Mostrano come l’ascesa di un “principato salafita” nell’est della Siria fosse considerata, almeno in una fase, funzionale all’isolamento di Damasco e al contenimento dell’asse Iran-Russia. Se questo è vero – e i documenti lo indicano chiaramente – allora al-Hol non è solo un fallimento umanitario. È anche il residuo ingombrante di una strategia cinica, di cui oggi nessuno vuole assumersi la responsabilità.


La Defense Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti, in un rapporto del 2012, rivelava i piani in corso di un’asse guidata dagli Stati Uniti per creare quello che all’epoca definiva un “principato” (Stato) “salafita” (islamico). Qui  rapporto trapelato della DIA del 2012 (.pdf).

Una domanda che resta aperta

Perché al-Hol esiste ancora? Perché decine di migliaia di persone, in larga parte bambini, vivono da anni in un limbo che non è né giustizia né accoglienza? Perché questo scandalo permanente non occupa le prime pagine, non mobilita campagne, non produce sanzioni o conferenze internazionali?

Forse perché al-Hol è lo specchio di ciò che non si vuole ammettere: che la guerra siriana non è stata solo una tragedia “naturale”, ma anche il prodotto di calcoli geopolitici precisi. E che, finché quel campo resterà in piedi, continuerà a ricordarlo.

https://www.vietatoparlare.it/al-hol-il-campo-di-prigionia-di-40-000-persone-che-nessuno-vuole-vedere-perche-al-hol-esiste-ancora/

Una possibile risposta alla domanda posta da Ricci viene dalle considerazioni di Scaglione sui calcoli politici del presidente della Siria Al Sharaa......
Il governo di Damasco sta avendo la meglio, politicamente e militarmente, sull'autonomismo curdo nel nord della Siria, forte anche dei via libera accordati dall'estero. Cosa significa questo per il Paese? Tre considerazioni.

La recente sconfitta subita nel Nord-Est della Siria da parte delle Unità di autodifesa del popolo curdo, nerbo delle Forze democratiche siriane, e il declino di quell’esperimento di autogoverno curdo chiamato Rojava è stato letto soprattutto come l’ennesimo capitolo nella storia di quello che è conosciuto come il più grande popolo al mondo privo di uno Stato (i curdi sono più di 30 milioni). Un dramma che non può essere sottostimato, anche se gli errori della dirigenza curda, dalla sovrastima delle proprie forze all’eccesso di fiducia negli appoggi dall’estero, dalla mutevolezza nelle alleanze (via via Iran, Russia, Stati Uniti, Unione europea e infine Israele) a una gestione miope del dialogo/confronto con le autorità della Siria post-Assad, non sono stati pochi.

Dobbiamo però anche chiederci che cosa questa svolta politico-militare significhi per la Siria del presidente Ahmed al-Sharaa, fino a un anno fa più noto come Al-Jolani, leader delle milizie islamiste Hayat Tahrir al-Sham.

La prima considerazione è questa: Al-Sharaa incassa un evidente via libera dalla comunità internazionale. Significativi i due endorsement ricevuti nelle ultime settimane. Da un lato, quello degli Usa: il rappresentante speciale di Trump per la Siria, Tom Barrack, ha detto che il patto con i curdi era esaurito dal momento della sconfitta dell’Isis. Dall’altro quello della Russia: ricevuto al Cremlino (per la seconda volta nel giro di pochi mesi – ndr) il 28 gennaio 2026, Al-Sharaa ha ricevuto le congratulazioni di Vladimir Putin, il quale ha detto che «la Russia sarà sempre dalla parte dell’integrità territoriale della Siria». Insomma, via libera all’esercito siriano.

Seconda considerazione: prendendo il controllo dei territori fino a pochi giorni fa governati dai curdi, il governo siriano recupera una parte del Paese molto importante dal punto di vista economico, per l’agricoltura e per i giacimenti del petrolio. Proprio quella parte che per anni è stata controllata dagli Stati Uniti anche allo scopo di incrementare le sanzioni che avrebbero dovuto indebolire il regime di Bashar al-Assad. Questo non potrà che agevolare la ripresa della Siria, altro segnale che Usa, Europa e Paesi Arabi hanno deciso di puntare su Al-Sharaa e i suoi.

Terza considerazione, quella inquietante. Ora che l’autonomia curda sta venendo meno, al controllo del governo centrale siriano sfuggono ancora due porzioni di territorio. A Nord quello che la Turchia ha occupato negli anni sostenendo di volersi ritagliare una “zona cuscinetto” per proteggersi proprio dai curdi. È impossibile che Al-Sharaa, che così tanto deve alla Turchia, possa avventurarsi in un confronto con Erdogan. A Sud, invece, c’è la rivolta autonomista dei drusi, che a sua volta è la propaggine locale dell’occupazione israeliana. E qui per Al-Sharaa e la sua Siria le cose si fanno complicate. Rinunciare al Sud (le truppe israeliane sono a poche decine di chilometri dalla capitale Damasco) vorrebbe dire mutilare il Paese di un’area fondamentale, anche dal punto di vista delle relazioni internazionali. Ma cercare di recuperarlo vorrebbe dire aprire un confronto con Israele (che peraltro già sosteneva i curdi), questione pericolosa dal punto di vista militare ma anche dal punto di vista politico, perché la causa di Israele è assai cara sia agli Stati Uniti sia all’Europa.

È quindi ipotizzabile che dopo le recenti turbolenze Al-Sharaa cerchi di calmare le acque. Intanto per “assorbire” la minoranza curda, tradizionalmente inquieta. E poi per vedere se la diplomazia internazionale, alle prese ogni giorno con un colpo di scena, gli offrirà qualche inatteso spiraglio.

  Fulvio Scaglione

https://www.terrasanta.net/2026/01/la-siria-di-al-sharaa-doma-i-curdi/

giovedì 5 febbraio 2026

Cristiano ucciso da commando jihadista. Ancora minoranze nel mirino in Siria

Il giovane  Elie Najjar Taqla di 21 anni ucciso in una imboscata di jihadisti nella città cristiana di Mhardeh 

da AsiaNews

Nelle stesse ore in cui Damasco e Forze Democratiche Siriane (Sdf) raggiungono un accordo per fermare gli scontri e arginare le violenze nel nord-est, integrando le istituzioni militari e civili curde nello Stato, i cristiani continuano a morire. Gruppi social e movimenti attivisti stanno rilanciando un filmato che mostra una vera e propria esecuzione di un giovane di soli 21 anni, ucciso il pomeriggio del 31 gennaio scorso all’interno della propria automobile da un commando jihadista a Muhradah, nell’ovest del Paese. La vittima si chiamava Eliah Simon Tekla ed è solo l’ultimo di una lunga striscia di sangue e violenze contro la minoranza religiosa dalla cacciata di Bashar al-Assad e l’ascesa al potere del presidente Ahmed al-Sharaa e dei miliziani di Hayat Tahrir al-Sham (Ht). 

Nel video rilanciate dall’ong Assyro-chaldéens, l'histoire continue si vede l’auto parcheggiata ai bordi della strada e la vittima che apre lo sportello per scendere e dirigersi verso la propria abitazione quando, all’improvviso, sopraggiunge un’altra vettura che gli si affianca. Un uomo armato si dirige verso il lato del guidatore aprendo più volte il fuoco contro Eliah, mentre un secondo assalitore apre lo sportello posteriore per accertarsi che non vi siano altre persone a bordo. L’attacco dura pochi secondo, poi la vettura si allontana in tutta fretta lasciando la vittima riversa all’interno della propria automobile. Secondo alcune fonti, il commando - legato all’estremismo islamico - avrebbe individuato un rosario sul parabrezza della macchia e, per questo, hanno aperto il fuoco e ucciso la persona al suo interno.

La nuova uccisione - in realtà una vera e propria esecuzione, come denunciano gruppi attivisti - è solo l’ultima di una lunga striscia di sangue e violenza contro i cristiani dall’ascesa al potere degli (ex) jihadisti di Hts e del suo leader al-Sharaa. Il quale ha promesso di pacificare il Paese e negozia con gli Stati Uniti la fine delle sanzioni, ma non è ancora riuscito ad arginare una deriva violenta interna caratterizzata da scenari di conflitto nelle aree curde e di attacchi mirati ai danni delle minoranze, sempre più perseguitate.

Nell’ultimo anno sono almeno 71 i cristiani uccisi dai jihadisti, ma il dato è relativo alle vittime confermate mentre il numero delle uccisioni - secondo fonti attiviste locali - potrebbe essere di gran lunga superiore. Agli omicidi si uniscono anche attentati contro attività o negozi, rapimenti, persecuzioni morali e fisiche. Di queste vittime, 27 sono collegate all’attentato contro la chiesa di Saint-Élie a Damasco mentre altri 44 sono stati uccisi separatamente in attacchi mirati.

L’escalation di violenze è confermata anche dal recente rapporto di Open Doors in cui la Siria sale di ben 12 posizioni, collocandosi al sesto posto nella World Watch List 2025, il report annuale sulla persecuzione dei cristiani nel mondo curato dalla ong. “Nell’ultimo anno la situazione in Siria per i cristiani - sottolineano gli autori - è diventata sempre più grave”. “Dal cambio del regime, la diffusa instabilità - prosegue lo studio - ha generato scontri mortali che hanno coinvolto anche altre minoranze religiose, come quelle druse e alawite, mentre i cristiani restano intrappolati nel fuoco incrociato”. Le donne appartenenti alle minoranze religiose, incluse quelle cristiane, rischiano rapimenti, molestie sessuali e stupri; di contro, gli uomini disoccupati hanno enormi difficoltà ad ottenere un lavoro, mentre chi ne ha uno fa fatica a fare carriera. Nel Paese, conclude il documento, “si registra oggi il più alto livello di pericolo per i cristiani dai tempi in cui lo Stato Islamico (ex Isis) occupava ampia parte del territorio nazionale”.

Violenze che non hanno risparmiato nemmeno la metropoli di Aleppo, nel nord della Siria, un tempo cuore economico e commerciale del Paese. Come scrive il parroco della chiesa di San Francesco d’Assisi p. Bahjat Karakach, il popolo “è esausto a causa della guerra, del sangue versato, dei traumi ripetuti e delle crisi senza fine”. Per l’analista politico assiro Namrood Shiba la situazione in tema di sicurezza nel nord ha raggiunto una “fase critica”. In un’analisi pubblicata su Aina lo studioso ricorda come “sia in Iraq che in Siria, gli assiri [cristiani] hanno sopportato un modello ricorrente di espropriazione: villaggi distrutti o appropriati, chiese e siti archeologici profanati, leader della comunità minacciati e famiglie costrette a fuggire sotto la pressione delle forze armate”. In particolare, in Siria ”hanno subito lo stesso destino dei loro omologhi in Iraq”. La distruzione del patrimonio cristiano, avverte, “non è semplicemente una violazione dei diritti delle minoranze; costituisce un assalto all’eredità storica condivisa della regione” equivalendo a una “pulizia culturale, vietata dal diritto umanitario internazionale e dalle convenzioni Unesco”.

Delle criticità che sta attraversando la “nuova” Siria di al-Sharaa ha parlato in un lungo reportage della Bbc anche Hind Kabawat, la sola ministro donna (e cristiana) del governo di Damasco, i cui primi mesi al potere sono segnati dalle violenze confessionali e da migliaia di morti. Lei stessa non è esente da critiche e accuse di quanti affermano che avrebbe potuto, o potrebbe, fare di più per le minoranze. “Non mi sento cristiana o donna - afferma - quando faccio il mio lavoro. Mi sento come se fossi una cittadina siriano... Nel momento in cui inizierò a sentirmi una minoranza o una donna, perderò la mia legittimità”. “Vedo la sofferenza delle persone... e mi sento responsabile del loro dolore” ammette, aggiungendo che il momento più critico nel proprio lavoro è quando dice di sentire “di non avere le risorse per aiutare le persone”.

https://www.asianews.it/notizie-it/Cristiano-ucciso-da-commando-jihadista.-Ancora-minoranze-nel-mirino-in-Siria-64760.html

mercoledì 28 gennaio 2026

Saluto d'addio per l'ambasciatore papale in Siria monsignor Mario Zenari e implorazione di protezione

Una preghiera e un saluto d'addio sono stati celebrati per l'ambasciatore papale monsignor Mario Zenari in occasione della fine del servizio diplomatico in Siria dopo 18 anni di presenza come Nunzio.

   da Telegram https://t.me/Syrdoc

Ci scusiamo con i nostri fratelli cristiani, perché dopo questo post saranno considerati come Benu Amiya Fullol
🔴 Ci hanno rubato la vita — questa è la realtà dei cristiani in Siria: stragi, omicidi, esecuzioni, furti, saccheggi, sparizioni forzate, sequestri e rapine
Documentazione | Appello di emergenza dei cristiani siriani
"Salvate i cristiani della Siria"
Una preghiera e un saluto d'addio sono stati celebrati per l'ambasciatore papale monsignor Mario Zenari in occasione della fine del servizio diplomatico in Siria dopo 18 anni di nunziatura.
📍 Il Luogo:
Patriarcato Greco Cattolico Melkita - Chiesa dell'Ulivo
Durante l'evento, i partecipanti hanno inviato messaggi diretti all'ambasciatore papale, e hanno presentato lettere direttamente al nunzio esprimendo la preoccupante realtà e i rischi quotidiani che i cristiani siriani affrontano, invocandolo in qualità di garante:
• La realtà attuale non ci rappresenta
• Hanno rubato la statua di San Paolo
• E oggi il nostro futuro è rubato
• Le nostre vite contano: aprite le porte per l'emigrazione
• Non vogliamo essere vittime
"Monsignor Mario, i cristiani sono in pericolo - aiutateci. “ ”

Questo movimento pacifico riflette le dimensioni delle crescenti paure dei cristiani siriani di:
• Emarginazione ed evacuazione forzata
• Corrosione dell'esistenza della comunità
• L'assenza di reali garanzie di sicurezza, dignità e libertà di culto
All'ombra di una fragile realtà politica e di sicurezza, le violazioni quotidiane includono l'uccisione di civili, le esecuzioni extragiudiziali da parte elementi dell'autorità di fatto seguendo l'ideologia di Ibn Taymiyeh e delle organizzazioni terroristiche, perché i civili sono considerati secondo il loro approccio estremistico e dottrinale nemici di Dio infedeli, politeisti e miscredenti. Questo si aggiunge a furti e saccheggi quotidianamente, sparizioni forzata, sequestro di persona e detenzione, emarginazione delle istituzioni statali e separazione di massa dai posti di lavoro su basi settarie, oltre a prendere di mira i simboli religiosi, far saltare in aria e sopprimere le chiese, e minacciare il tessuto storico della multiculturalità.
📌 Questo appello rientra tra le legittime richieste di proteggere tutte le componenti del popolo siriano in tutti i suoi eventi, categorie religiose e etniche, garantire i loro diritti fondamentali e fermare le pratiche che minacciano la presenza cristiana e l'identità storica della Siria.

sabato 24 gennaio 2026

Al centro... c'é Lui: notizie dalle Sorelle trappiste della Siria

 

di M.Marta Fagnani

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 Cari amici,

Natale è passato in un attimo.. con un dono grande, la presenza di Don Ambrogio Pisoni con noi, per celebrare la nascita del Signore. Don Ambrogio è rimasto ad Azer dal 23 di dicembre al 28, e ci ha portato un bel carico di libri, regalo sempre molto desiderato.

E (non ultimi nell’apprezzamento) sono arrivati con lui anche i viveri di conforto: panettone, dolcetti, polenta, grana e tanto altro; persino un cotechino che ha sfidato le frontiere siriane! Grazie a Silvio per questo apprezzato kit di sopravvivenza! 

Abbiamo avuto a Natale, come è ormai uso da qualche anno, anche la visita di “BaBa Noël”, come dicono qui, anzi...di tanti Babbi Natale. Le ragazze e i ragazzi più grandi degli scout addobbano il trattore (il nostro, che prestiamo per l’occasione) e, vestiti da babbo natale, vanno in giro alla vigilia distribuendo i regali che i genitori hanno comprato. E…per i bambini che avevano poco o niente, sono stati utilissimi i giochi che ci aveva portato Raffaella...Noi abbiamo ricevuto una bella candela a forma di Madonnina col bambino, che ovviamente non osiamo bruciare!


Veloci veloci, siamo già nell’anno nuovo. Noi stiamo bene; grazie perchè chiedete sempre  di noi e vi preoccupate della situazione. In effetti, non si capisce molto dove si sta andando. E  dopo gli avvenimenti recenti (gli Stati Uniti che decidono, dopo averli usati per dieci anni, di non  avere più bisogno dei Curdi, e che è venuto il momento di fare un favore alla Turchia ribaltando  tutto così, in pochi giorni), ancora meno si riescono a fare previsioni per ciò che riguarda le altre  minoranze, come per la nostra zona prevalentemente alauita. L’impressione è che ora si possa  accendere lo scontro contro gli Sciti di Iraq e Libano, combattendo indirettamente anche contro l’Iran. Ovviamente se si aggiunge il panorama delle nuove spartizioni del mondo, le cose si  complicano e avremmo bisogno di sapere questa terra siriana, in che trattativa è stata inclusa.  


Il primo impegno, quello possibile nel nostro piccolo, è sostenere la speranza. Cosa non facile,  perché ci si appiccica addosso lo sconforto che sentiamo attorno a noi, e perchè in effetti non si  hanno molte risposte da dare o soluzioni. Anche noi sentiamo di dover vivere un vero combattimento spirituale, per sperare contro ogni speranza ragionevole. La gente parla solo di andarsene,  ancora, e sempre di più.

Oltre all’insicurezza generale, uno dei motivi è la mancanza di un buon  livello di istruzione nelle scuole, almeno nella nostra zona. Stiamo pensando a come promuovere  qualcosa nel campo della formazione, dello studio. 

Qualche idea c’è, anche se ovviamente con l’aiuto di qualche amico o associazione, perchè  non è la nostra chiamata specifica... Però è un fatto che la nostra presenza sia un sostegno, e  così possiamo almeno fare da catalizzatore a qualche iniziativa utile per la nostra gente. Vediamo se riusciamo a pensare a qualcosa di fattibile. Voi intanto pregate, perchè la gente non si  scoraggi troppo e perché ci possa essere qualche miglioramento concreto nella situazione.  


Siamo un sostegno? Moralmente, forse sì. Un giorno eravamo a fare la spesa nel villaggio  vicino, ci si avvicina un uomo che non conosciamo, sui trent’anni (eravamo nel pulmino, pronte a  ripartire) e dal finestrino aperto ci regala due cioccolatini. Lo guardo con aria interrogativa, e ci  dice: «Ieri ho sognato che arrivavano le bande al villaggio, e ci attaccavano. Allora siamo venuti  a rifugiarci da voi. Volevo ringraziarvi!» Gli abbiamo risposto che speriamo non accada mai, ma  che certamente se dovesse succedere qualcosa che vengano al monastero! Poi non so cosa  potremmo fare, in realtà, ma non è questo che importa..

Anche i lavori al cantiere hanno subito, per un po’ di tempo, questo clima di sospensione. Con  i nostri operai sul posto in realtà abbiamo fatto molte cose, sempre per i drenaggi, il taglio della  pietra, ecc. Ma sembrava impossibile far venire dei progettisti per l’impianto elettrico, idraulico,  per valutare le possibilità tra riscaldamento classico e nuove tecnologie. Insomma, una gran  voglia di iniziare gli impianti e una gran fatica a smuovere le cose. Ma proprio in questi giorni  abbiamo trovato una compagnia di Damasco che sembra attiva e competente, e soprattutto  che non è paralizzata dalla situazione...Stanno studiando il progetto e fra poco verranno per  presentarci le loro soluzioni. 


Chi non è si è mai fermato è l’orto, la campagna...In questi giorni abbiamo raccolto tanti fagioli borlotti da seccare, abbiamo spremute di agrumi buonissimi, patate dolci che non finiscono  più, e ..fragole. Buonissime, anche a Natale, anche adesso....  


Per il futuro immediato - alla fine di gennaio - ci attende un incontro di tre giorni con tutti i  sacerdoti e religiosi di Siria, con il Nunzio che termina, dopo tanti anni, il suo servizio in Siria, ed  altri vescovi presenti. Parteciperemo in due, e vi racconteremo.  

Ma soprattutto attendiamo per Pasqua due visite attesissime: il nostro Padre Generale, Dom  Bernardus, che dovrebbe riuscire a venire proprio per il Triduo. E un cappellano! Sì, attendiamo  per la Settimana Santa anche lui, Don Dario, un sacerdote polacco che è stato tanti anni in Italia  come Fidei Donum e che si è offerto di venire a farci da cappellano. Un bel regalo, soprattutto in  questo tempo. 


Vi lasciamo con qualche pensiero che Marita, qualche tempo fa, ha scritto a Mariangela, e  che Mariangela ci ha condiviso: ci sembra un “pan di via” prezioso per i tempi che stiamo vivendo. 

“Ricordati che al centro dei tumulti, di ogni storia, grande o piccola che sia, c’è Lui.  Lui che si erge al centro, laddove maggiore è la confusione, il pericolo, l’orrore, la paura,  la morte. Lui al centro; sia per gli elementi scatenati che per gli uomini, rimpiccioliti  dall’impotenza. Lui al centro, sia per chi cerca ancora di governare la barca, sia per  chi si aggrappa al sartiame inutile, sia per chi si afferra ostinatamente al bordo della  piccola imbarcazione. O per chi, rassegnato, sta lasciandosi andare, scivolare, sull’impiantito. Lui al centro per chi si abbraccia, per la vita e per la morte, a qualcosa che  non è Lui, e che pure non sa resistere al fatto di sbilanciarsi, pur di guardare Lui. Ma  Lui è al centro soprattutto per chi è capace di stringersi, per la vita e per la morte, a Lui.  Solo a Lui. Perchè allora sentirà non solo l’innalzarsi e l’inabissarsi della sua barchetta sulle onde in tempesta, ma anche il permanere, lo scorrere della vita di Dio in Lui.  Ricordati, Lui che può tutto è con te, nella tua barca, per dare un senso al tuo vivere, al  tuo lottare. Sempre. Senza stancarsi mai, nè delle onde, nè di te. 

Perchè è qui per te.” 

                    sr. Marita 

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venerdì 23 gennaio 2026

Un libro su Gaza: l’orrore negli occhi

Questo libro è un documento crudo, a tratti tremendo, eppure necessario. Una testimonianza dall’interno del male dilagato a Gaza. L'autrice ha intervistato centinaia di gazesi, incontrati a Doha in un centro per la cura e la riabilitazione. In queste pagine le voci di alcuni di loro.

 di Giulia Ceccutti - Terrasanta.net

«L’ho visto con i miei occhi». «Era una scena da fine del mondo». Ecco le frasi più ricorrenti e che forse meglio caratterizzano questo libro e ne condensano l’essenza. Il titolo, sia detto subito, è preso da uno degli avvisi che l’esercito israeliano diffondeva tra la popolazione della Striscia di Gaza, tramite volantini o messaggi telefonici che preannunciavano imminenti bombardamenti, nell’ottobre 2023: «Abitanti di Gaza, la vostra presenza è un pericolo per le vostre vite».

Il testo è frutto di un lungo e paziente lavoro di ascolto in prima persona, iniziato dall’autrice nel 2024. Samar Yazbek – intellettuale dissidente e giornalista siriana fuggita dal suo Paese nel 2011 – incontra centinaia di gazesi sopravvissuti alla guerra, domanda cosa sia successo a loro e ai famigliari dopo il 7 ottobre 2023 e ne registra le testimonianze. Lo fa a Doha, in Qatar, presso un centro nel quale ricevono cure mediche e assistenza. In queste pagine terribili e dolorose, edite in italiano da Sellerio, seleziona e restituisce ventisette vicende di vita, o meglio di vita intrecciata alla morte. «Ogni volta che mi veniva amputato un pezzo della gamba, l’infezione si diffondeva di più (…). Mi sono visto morire da vivo, ho capito come si decompone il corpo umano quando moriamo», sono le parole di Ahmad Abu Radwan, trent’anni, da Jabalia.

I protagonisti sono uomini, donne e ragazzini. Hanno dai tredici ai sessantacinque anni e, in media, un buon livello di istruzione. Sono tutti civili.

«L’ho visto con i miei occhi». Bambini e adulti scaraventati via, a metri di distanza, da un’esplosione. Due settimane di assedio all’ospedale al-Shifa di Gaza City da parte dei carri armati e dall’artiglieria israeliana, quindi l’irruzione nei reparti. La fame e la sete dei pazienti bloccati all’interno, la penuria di medicine. Poi l’assedio e il bombardamento dell’ospedale Indonesiano di Beit Lahiya, nel nord della Striscia. Intere famiglie spazzate via dalle bombe. Le pile di cadaveri e di resti umani abbandonati lungo le strade.

«L’ho visto con i miei occhi». Una bambina in piedi che tiene in braccio la sorellina più piccola «guardando il suo cranio spaccato».

Un bambino di dieci anni che all’ospedale Nasser, a Khan Yunis, insiste per aiutare il personale a raccogliere brandelli di corpi. «Si è imposto dicendo che non se ne sarebbe andato finché non avessero accettato. Nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere un bambino raccogliere i resti di altri bambini. Ho visto tantissime cose, e quelle scene continuano a perseguitarmi ancora oggi», ricorda Ibrahim Qudaih, ventun anni, studente di Infermieristica.

Un nuovo lessico di guerra accompagna l’intera lettura. Si parla di «cinture di fuoco» e di sofisticati droni «quadricotteri», in grado, tra le altre cose, di entrare nelle case, impartire ordini, acquisire l’impronta dell’iride…

Il linguaggio a volte non basta («Neppure tutte le parole del mondo potranno mai esprimere le sciagure che abbiamo vissuto; la paura ci avvolgeva come una spessa coperta nera», è lo sfogo di Jihan al-Bakri, trent’anni). Viene così talvolta sostituito da una, altrettanto significativa, richiesta di silenzio.

Eppure, nell’orrore che pervade ogni singola testimonianza, si fanno spazio spiragli di luce e umanità. Il clima di solidarietà e sostegno reciproco che ritorna più volte tra le famiglie e le persone colpite. Il valore terapeutico del racconto e della scrittura. L’importanza di nominare, uno per uno, quanti non ci sono più, per dare loro dignità. L’amore per la propria terra e il desiderio di farvi ritorno, nonostante tutto. Il ruolo positivo giocato dalle donne («Non è vero che le donne sono state solo vittime; hanno lavorato fianco a fianco con gli uomini nel prestare soccorso ai feriti, nella cura e nell’assistenza infermieristica», puntualizza l’autrice nell’Introduzione).

In definitiva, questo libro è un documento crudo, a tratti tremendo, eppure necessario. Una testimonianza dall’interno del male dilagato a Gaza, da leggere e da conoscere.

Samar Yazbek
La vostra presenza è un pericolo per le vostre vite
Voci da Gaza
Sellerio, 2025  - pp. 272 – 16,00 euro



Testimonianze simili sono raccontate dal sito PICCOLENOTE in due impressionanti articoli a cui rimandiamo i lettori , perchè , nel clamore di quanto avviene altrove nel mondo, la tragedia di Gaza non sia silenziata :

Gaza. L'inferno visto da vicino