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lunedì 14 settembre 2026

‘Il pane è una preghiera’: Quando Cristo distribuiva il pane alla gente di Gaza

 

Lo scrittore palestinese Hani al-Salmy riflette sul suo amico cristiano Elias, la cui compassione, nel mezzo del genocidio, rivela i profondi legami di fede e umanità che resistono a Gaza.

Il mio amico cristiano, Elias Abu Alaa. Mentre scrivo il suo nome, sento che non sto scrivendo soltanto di un amico, ma di una parte di Gaza che conosco e che temo di perdere.

La guerra non distrugge soltanto le case. Non si limita a sradicare gli alberi o a ridurre moschee e chiese a mura ferite. Cerca di distruggere qualcosa di più profondo della pietra: cerca di rendere le persone estranee ai luoghi a cui appartengono, costringendole a porsi una domanda dolorosa: abbiamo ancora un posto qui?

La guerra ha distrutto chiese nella Striscia di Gaza e ha gravemente danneggiato molte moschee. Dei luoghi che un tempo riunivano le persone sono rimasti poco più che ricordi e preghiere sospese nell’aria. Eppure, ogni volta che finiva un’altra guerra, cercavo il mio amico Elias e mi ponevo sempre la stessa domanda: Elias se ne andrà quando la guerra sarà finita?

È una domanda semplice, ma porta con sé un peso che faccio fatica a sopportare. Con ogni guerra che si abbatte su Gaza, sento che l’idea di partire diventa un po’ più forte dentro il mio amico. Non posso biasimarlo. So che quando una persona vede la propria casa crollare, la propria strada ridotta in macerie e la propria chiesa, che ha custodito le preghiere di generazioni, minacciata o distrutta, comincia a pensare a un altro luogo dove poter offrire ai propri figli una vita con meno paura.

Ma, allo stesso tempo, temo che andarsene diventi l’unica soluzione che conosciamo. Temo che un giorno ci sveglieremo e scopriremo che a Gaza sono rimasti soltanto coloro che non hanno potuto andarsene.

Il numero dei cristiani a Gaza diminuisce anno dopo anno, e ogni persona che parte porta con sé una storia, un piccolo frammento dell’anima della città. Elias lo sa meglio di chiunque altro. Per questo, a volte, l’ho visto sprofondare nel silenzio, come se dentro di lui ci fosse una valigia che non voleva aprire davanti a me. Io facevo finta di non vederla.

Una volta, durante la guerra, l’ho trovato con un sacco di farina sulle spalle. Non lo stava portando a casa. Lo stava distribuendo agli sfollati. Il suo volto era esausto, i suoi vestiti coperti dalla polvere di lunghe giornate, ma camminava tra la gente come se la farina che portava con sé fosse qualcosa di più del semplice cibo, come se fosse un piccolo messaggio che diceva che la fame non deve vincere.

Gli ho chiesto: “Dove stai portando tutta questa farina?”

Ha sorriso e mi ha detto che Cristo dava il pane agli affamati.

Non sapevo cosa dire.

Sono rimasto semplicemente a guardarlo mentre portava quel sacco, pensando che quando le religioni escono dalle pagine dei libri ed entrano nella vita delle persone diventano pane, acqua e una mano tesa verso un altro essere umano.

Quel giorno non ho visto un uomo cristiano che portava della farina. Ho visto un essere umano che portava tutta Gaza dentro un piccolo sacco.

Avrebbe potuto tenerla per sé, ma ha scelto di portarla a chi ne aveva più bisogno.


Forse è per questo che ho sempre tenuto così tanto alla mia amicizia con Elias. Non ha mai avuto bisogno di lunghe spiegazioni sulla religione. Lui è un cristiano che ama la Moschea al-Omari, mentre io, musulmano, non sono mai entrato nella chiesa battista dove il mio amico è stato battezzato.

Ogni volta che Elias entrava nella Moschea al-Omari, tornava e mi raccontava decine di cose. Mi parlava delle sue pietre, del cortile, della sua immensità e della sensazione che provava standovi dentro. La descriveva come se stesse parlando di una vecchia casa che conosceva fin dall’infanzia.

Lo ascoltavo e mi vergognavo un po’. Il mio amico cristiano conosceva la mia moschea meglio di quanto io conoscessi la sua chiesa. Lui amava la Moschea al-Omari, mentre io non ero mai entrato nella chiesa battista dove Elias è stato battezzato.

Forse abbiamo vissuto fianco a fianco per tutti questi anni senza scoprire tutti i sentieri che avrebbero potuto condurre ciascuno di noi nella casa dell’altro. Solo la guerra ci ha fatto capire che la distanza tra una moschea e una chiesa non si misura sempre in strade. A volte esiste nei nostri cuori.

Dopo tutto quello che è successo, ho cominciato a pensarci in modo diverso.

Che cosa significa avere un amico cristiano a Gaza?


Forse significa capire che questa terra non appartiene a una sola comunità religiosa. Significa sapere che le campane delle chiese e il richiamo alla preghiera delle moschee non sono voci contrapposte, ma due parti della stessa memoria, della stessa città.

Significa avere un amico con cui puoi parlare della paura senza chiederti quale sia la sua religione, della fame senza pensare alle sue preghiere e della morte senza cercare di conoscere i suoi riti.

Significa vederlo portare farina agli sfollati e dire semplicemente: questo è il mio amico.

Forse la cosa più bella di Gaza è che, nonostante tutto, ci ha insegnato che un essere umano può diventare casa per un altro.


Ho paura che Elias se ne vada, non semplicemente perché è cristiano, ma perché è Elias.

Ho paura che la guerra finisca e che il mio amico non torni nel luogo di cui un tempo mi descriveva le pietre, le porte e le finestre.

Ho paura che decida che vivere altrove sia meno doloroso, e avrebbe tutto il diritto di farlo.

Ma ho ancora più paura che un giorno cercheremo i cristiani a Gaza e troveremo soltanto le loro vecchie fotografie, i loro nomi nei registri delle chiese e le storie raccontate dai loro amici.

Voglio che Elias resti, ma non ho il diritto di chiedergli di restare.

Non posso dirgli: “Resta per Gaza”, quando Gaza stessa non è riuscita a proteggerlo.

Tutto ciò che posso dire è che spero che un giorno Elias possa scegliere di restare perché vuole restare, non perché non ha altra scelta.


Spero che ci incontreremo dopo la guerra, non sotto una tenda, non accanto a una casa distrutta e non in fila per l’acqua o per il pane, ma in una strada tranquilla.

Voglio che mi porti nella chiesa battista dove è stato battezzato e che me ne racconti ogni dettaglio, come un tempo mi raccontava della Moschea al-Omari.

Voglio sentirlo parlare di nuovo delle pietre, delle porte e delle preghiere.

Poi, forse, lo porterò alla Moschea al-Omari, se ne sarà rimasto abbastanza da indicarci ancora la strada.

Cammineremo insieme tra questi due luoghi, non per dimostrare che uno assomiglia all’altro, ma per scoprire che entrambi hanno fatto parte delle nostre vite.

E forse, quando finalmente ci siederemo, gli ricorderò il sacco di farina che portava durante la guerra. Gli ricorderò ciò che mi ha detto di Cristo e del pane.

Elias riderà, forse, e mi dirà che sto esagerando, come faccio sempre nelle mie storie.

Ma gli dirò che non ho dimenticato.

Perché quel giorno mi ha insegnato qualcosa di semplice: che il pane può essere una preghiera, che aiutare chi ha fame può essere una preghiera e che l’amicizia stessa, in una città dove la guerra cerca di dividere le persone, può essere una preghiera.

Quindi, Elias, non so se te ne andrai quando la guerra sarà finita.

Non so cosa deciderai e, in verità, non ho il diritto di chiederti nulla.

Ma so che ogni volta che sentirò parlare di una famiglia cristiana che lascia Gaza, penserò a te.

E continuerò a sperare che tu rimanga, non perché sei cristiano e non perché io sono musulmano, ma perché sei mio amico.

Perché la Gaza che sogniamo dopo la guerra ha bisogno di tutti i suoi figli: delle campane delle sue chiese, dei minareti delle sue moschee, del suo pane, delle sue storie e di amici come Elias Abu Alaa, che sanno che, prima di ogni altra cosa, un essere umano è fratello di un altro.

https://it.palestinechronicle.com/il-pane-e-una-preghiera-quando-cristo-distribuiva-il-pane-alla-gente-di-gaza/

venerdì 23 gennaio 2026

Un libro su Gaza: l’orrore negli occhi

Questo libro è un documento crudo, a tratti tremendo, eppure necessario. Una testimonianza dall’interno del male dilagato a Gaza. L'autrice ha intervistato centinaia di gazesi, incontrati a Doha in un centro per la cura e la riabilitazione. In queste pagine le voci di alcuni di loro.

 di Giulia Ceccutti - Terrasanta.net

«L’ho visto con i miei occhi». «Era una scena da fine del mondo». Ecco le frasi più ricorrenti e che forse meglio caratterizzano questo libro e ne condensano l’essenza. Il titolo, sia detto subito, è preso da uno degli avvisi che l’esercito israeliano diffondeva tra la popolazione della Striscia di Gaza, tramite volantini o messaggi telefonici che preannunciavano imminenti bombardamenti, nell’ottobre 2023: «Abitanti di Gaza, la vostra presenza è un pericolo per le vostre vite».

Il testo è frutto di un lungo e paziente lavoro di ascolto in prima persona, iniziato dall’autrice nel 2024. Samar Yazbek – intellettuale dissidente e giornalista siriana fuggita dal suo Paese nel 2011 – incontra centinaia di gazesi sopravvissuti alla guerra, domanda cosa sia successo a loro e ai famigliari dopo il 7 ottobre 2023 e ne registra le testimonianze. Lo fa a Doha, in Qatar, presso un centro nel quale ricevono cure mediche e assistenza. In queste pagine terribili e dolorose, edite in italiano da Sellerio, seleziona e restituisce ventisette vicende di vita, o meglio di vita intrecciata alla morte. «Ogni volta che mi veniva amputato un pezzo della gamba, l’infezione si diffondeva di più (…). Mi sono visto morire da vivo, ho capito come si decompone il corpo umano quando moriamo», sono le parole di Ahmad Abu Radwan, trent’anni, da Jabalia.

I protagonisti sono uomini, donne e ragazzini. Hanno dai tredici ai sessantacinque anni e, in media, un buon livello di istruzione. Sono tutti civili.

«L’ho visto con i miei occhi». Bambini e adulti scaraventati via, a metri di distanza, da un’esplosione. Due settimane di assedio all’ospedale al-Shifa di Gaza City da parte dei carri armati e dall’artiglieria israeliana, quindi l’irruzione nei reparti. La fame e la sete dei pazienti bloccati all’interno, la penuria di medicine. Poi l’assedio e il bombardamento dell’ospedale Indonesiano di Beit Lahiya, nel nord della Striscia. Intere famiglie spazzate via dalle bombe. Le pile di cadaveri e di resti umani abbandonati lungo le strade.

«L’ho visto con i miei occhi». Una bambina in piedi che tiene in braccio la sorellina più piccola «guardando il suo cranio spaccato».

Un bambino di dieci anni che all’ospedale Nasser, a Khan Yunis, insiste per aiutare il personale a raccogliere brandelli di corpi. «Si è imposto dicendo che non se ne sarebbe andato finché non avessero accettato. Nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere un bambino raccogliere i resti di altri bambini. Ho visto tantissime cose, e quelle scene continuano a perseguitarmi ancora oggi», ricorda Ibrahim Qudaih, ventun anni, studente di Infermieristica.

Un nuovo lessico di guerra accompagna l’intera lettura. Si parla di «cinture di fuoco» e di sofisticati droni «quadricotteri», in grado, tra le altre cose, di entrare nelle case, impartire ordini, acquisire l’impronta dell’iride…

Il linguaggio a volte non basta («Neppure tutte le parole del mondo potranno mai esprimere le sciagure che abbiamo vissuto; la paura ci avvolgeva come una spessa coperta nera», è lo sfogo di Jihan al-Bakri, trent’anni). Viene così talvolta sostituito da una, altrettanto significativa, richiesta di silenzio.

Eppure, nell’orrore che pervade ogni singola testimonianza, si fanno spazio spiragli di luce e umanità. Il clima di solidarietà e sostegno reciproco che ritorna più volte tra le famiglie e le persone colpite. Il valore terapeutico del racconto e della scrittura. L’importanza di nominare, uno per uno, quanti non ci sono più, per dare loro dignità. L’amore per la propria terra e il desiderio di farvi ritorno, nonostante tutto. Il ruolo positivo giocato dalle donne («Non è vero che le donne sono state solo vittime; hanno lavorato fianco a fianco con gli uomini nel prestare soccorso ai feriti, nella cura e nell’assistenza infermieristica», puntualizza l’autrice nell’Introduzione).

In definitiva, questo libro è un documento crudo, a tratti tremendo, eppure necessario. Una testimonianza dall’interno del male dilagato a Gaza, da leggere e da conoscere.

Samar Yazbek
La vostra presenza è un pericolo per le vostre vite
Voci da Gaza
Sellerio, 2025  - pp. 272 – 16,00 euro



Testimonianze simili sono raccontate dal sito PICCOLENOTE in due impressionanti articoli a cui rimandiamo i lettori , perchè , nel clamore di quanto avviene altrove nel mondo, la tragedia di Gaza non sia silenziata :

Gaza. L'inferno visto da vicino


lunedì 20 ottobre 2025

Breve storia della Striscia di Gaza

Cartina della Striscia di Gaza, da ISPI, 20 giugno 2025


Riprendiamo dal sito Pro Terra Sancta, da anni presente con interventi umanitari a Gaza, un interessante articolo che approfondisce la storia, la geografia e le tradizioni di Gaza, più antiche e longeve di quanto siamo abituati a pensare: queste ci aiutano a ricostruire l’identità di un luogo e di un popolo che, oggi, è sempre più urgente guardare, raccontare e ascoltare. Di Emma Garroni e Giulia Colaluce

Gaza,«terra di passaggi, terra di vie», Gaza antica, una volta fiorente: oggi terra da salvare.  La “Striscia di Gaza” deve il suo nome alle dimensioni e alla forma del territorio identificato da questo toponimo: una striscia, un lembo di terra sottile che s’immerge nel Mar Mediterraneo. Poco più di 360 km2 di terra, spiaggia e cielo, terreni fertili sui quali si sviluppò nel tempo una fiorente agricoltura: 360 km2 che oggi sono il teatro di uno degli scenari più terribili e dolorosi della storia moderna. Ma Gaza dove si trova esattamente? Quali eventi, quali scelte hanno portato alla tragedia che vediamo oggi? 

Dove si trova Gaza?

La Striscia di Gaza è un’exclave dei Territori Palestinesi, che si estendono nella loro maggior parte un po’ più a nord-ovest rispetto alla Striscia, in quella zona nota come “Cisgiordania”.  A nord-est lo stato di Israele, a sud l’Egitto, raggiungibile attraverso il valico di Rafah; a ovest, solo la distesa azzurra del Mar Mediterraneo. Muovendosi da nord verso sud si trovano Gaza City, il capoluogo e il centro abitato più popolato della zona, Khan Younis e Rafah: le tre principali città della Striscia, un tempo centri fiorenti di scambio culturale e commerciale, oggi irrimediabilmente danneggiate con un altissimo numero di edifici distrutti (nell’ordine di decine di migliaia in ognuna di esse) e di popolazione uccisa, ferita o sfollata. Gli altri centri abitati della Striscia – da nord verso sud: Beit Lahiya, Jabalia, Beit Hanoun (o Beit Hanoon), Deir al-Balah, Bani Suheila, Abu Middein, Al-Mawasi– sono in gran parte diventati oggi centri di accoglienza o campi profughi, per chi sfolla dalle zone più colpite o sotto attacco. A Deir al-Balah, per esempio, c’è oggi un grande campo profughi dove Pro Terra Sancta, insieme al partner locale Atfaluna Society, organizza aiuti umanitari e attività di supporto psicologico per le famiglie e i bambini colpiti dalla guerra.

La storia oggi: l’occupazione, Israele, Hamas, la guerra a Gaza

All’interno della complessa e drammatica guerra tra Israele e Palestina (per approfondimenti sul tema: parte 1 e parte 2), Gaza è purtroppo diventata uno dei punti focali del conflitto.

Dal 1917, con la dichiarazione di Balfour, ha inizio la contesa internazionale – i cui principali attori sono i britannici, gli arabi d’Egitto e gli ebrei sionisti che iniziavano a migrare verso il territorio di Israele – dei territori della Palestina (la cosiddetta questione palestinese), che con le guerre arabo-israeliane, la Nakba, la guerra dello Yom Kippur e le Intifade ha condotto Gaza e la Palestina intera alla distruzione di cui oggi siamo tutti testimoni.

Hamas

Le spinte alla rivolta e la durissima repressione israeliana della Prima Intifada, nel 1987, creano il terreno fertile in cui nasce Hamas: un movimento radicale il cui nome, in arabo, è l’acronimo di Movimento di Resistenza Islamica (Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya). Da una parte partito politico, dall’altra braccio armato che ha fatto uso di azioni terroristiche come arma di combattimento, Hamas è un gruppo religioso e militante con radicate basi islamiste, nato come movimento di resistenza armata contro lo Stato di Israele e promotore al contempo di attività sociali e religiose, soprattutto sul territorio di Gaza.    Rispetto all’OLP – l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l’altro grande partito politico palestinese, nato nel 1964 – l’approccio di Hamas è nettamente più radicale: sempre contrario a qualsiasi tentativo di riconciliazione o patteggiamento, rifiuta la soluzione dei due Stati che l’OLP invece appoggia nel 1988, e ritiene la lotta armata l’unica via possibile per la liberazione della Palestina. Nel 2006 Hamas vince le elezioni palestinesi e prende il controllo politico della regione, creando grande paura e scompiglio nel panorama internazionale.

La pressioni del mondo occidentale e le inconciliabili posizioni di Hamas e dell’OLP portano a una scissione tanto politica quanto territoriale della Palestina: l’OLP, insieme all’ANP (l’Autorità Nazionale Palestinese, governo autonomo nato dall’OLP a partire dagli accordi di Oslo con la funzione di organo amministrativo territoriale) mantiene la gestione della Cisgiordania, mentre Hamas, nel 2007, prende il controllo della Striscia di Gaza, instaurando un controllo militare.

Le operazioni militari di Israele

I tentativi di occupazione dello Stato di Israele contro i territori palestinesi e gli attacchi di gruppi armati palestinesi come Al-Qassam o lo stesso Hamas si snodano lungo tutto il conflitto, coinvolgendo sempre più profondamente il territorio e la popolazione di Gaza.   Israele crea degli insediamenti nella Striscia con lo scopo dichiarato di proteggere i propri confini e di smantellare le reti terroristiche di Hamas. Nel 2005 il cosiddetto Piano di disimpegno unilaterale israeliano promosso dal primo ministro israeliano rimuove gli insediamenti dei coloni dalla Striscia e alcuni dalla Cisgiordania settentrionale; questa operazione però non riesce a far cessare gli scontri tra Israele e i gruppi armati palestinesi, che continuano e si intensificano dopo la vittoria elettorale di Hamas.

L’Operazione Piombo Fuso del dicembre 2008 è il primo dei numerosi attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, volto a sgominare e neutralizzare Hamas. La campagna militare, tra fitti bombardamenti e attacchi via terra, ha causato in ventidue giorni la morte di circa 1.400 palestinesi e di 13 israeliani. Uno degli obiettivi più discussi dell’attacco è la scuola al-Fakhura, nel nord della Striscia, adibita a rifugio per civili sfollati per iniziativa dell’ONU: secondo Israele si trattava di un avamposto di Hamas dal quale erano partiti razzi diretti verso Israele.

Seguono numerose campagne militari israeliane contro la Striscia, i cui obiettivi dichiarati sono le basi di Hamas, e che continuano però a causare migliaia di vittime civili. Nel 2017 Hamas accetta, per la prima volta, che i confini dello stato di Palestina siano quelli stabiliti nel 1967, accettando dunque formalmente una spartizione territoriale con Israele - stato che, però, Hamas continua a non riconoscere formalmente.

L’ultima offensiva israeliana, iniziata come risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e prolungata fino ad oggi, ha causato danni irrecuperabili: ad oggi, nel settembre 2025, le vittime palestinesi sono stimate intorno alle 65.000 e i feriti sono più di 160.000; le città di Gaza City e Rafah sono quasi completamente distrutte, gli sfollati sono più di mezzo milione e le condizioni di vita non fanno che peggiorare.   Le forniture di aiuti umanitari sono state più volte ostacolate o interrotte, fino a creare uno stato di carestia riconosciuto dalle Nazioni Unite il 22 agosto 2025: più di 500.000 persone sono in stato di grave insicurezza alimentare, e più di 130.000 bambini rischiano la vita a causa della malnutrizione. Questa situazione porta alla formazione di movimenti di protesta in varie parti del panorama internazionale; nell’estate del 2025 parte un’iniziativa umanitaria internazionale di origine civile che vuole rompere il blocco israeliano degli aiuti nella Striscia di Gaza, la Global Sumud Flotilla. Il nome identifica una flotta civile (flotilla, piccola flotta organizzata dalla società civile e non militarmente connotata) globale (le imbarcazioni provengono da più di 44 paesi) promotrice di resistenza pronta a resistere e tener duro di fronte alle difficoltà che incontrerà lungo la navigazione (ṣumūd in arabo significa proprio resistenza, resilienza, perseveranza di fronte agli ostacoli): ad oggi le imbarcazioni sono in viaggio verso Gaza, nel tentativo di raggiungere la popolazione e consegnare gli aiuti che portano con sé.

Pro Terra Sancta si appoggia alla Parrocchia Latina di Gaza City e a partner locali per fornire aiuti di primo soccorso: generi alimentari, coperte, beni di prima necessità. La nostra campagna di sostegno all’emergenza a Gaza e in Palestina è attiva da tempo, adattandosi di volta in volta ai bisogni più impellenti e mantenendo sempre l’attenzione rivolta anche ai danni psicologici che le condizioni di vita a Gaza oggi causano nella popolazione.

La storia ieri: 3.500 anni fa

Il toponimo “Gaza” è invece antico, antichissimo: un mosaico bizantino, situato a Umm ar-Rasas e risalente al 758 d.C., raffigura le principali città mediorientali dell’epoca, e tra queste figura proprio Gaza.   Gaza porta lo stesso nome da almeno 3.500 anni; come ha detto la giornalista Paola Caridi in una lectio magistralis tenuta presso l’Università per Stranieri di Siena il 22 gennaio 2025:«Come gli alberi, le città fondano le loro radici. E quando vengono spostate – anche in questo caso dagli esseri umani – perdono i riferimenti, i punti cardinali, le prospettive. Gaza è sempre stata lì, ed è la stessa permanenza del nome a confermarlo». Ridurre Gaza ad essere lo spettro di una città distrutta, ad essere nient’altro che una terra di guerra, terra infelice per destino, significa eliminare tutta la storia che precede il secolo breve. Gaza è stata una terra fiorente, ricca di commerci, mercanti, colori tra le sue strade; per usare ancora le parole di Caridi, è stata una «terra di passaggi, terra di vie»; «terra già fiorita, non deserto da far fiorire».     Rivediamo brevemente la sua storia.

La Striscia di Gaza dalle origini all'epoca ellenistica

La città di Gaza ha una storia millenaria che risale al periodo del Bronzo Antico (3500-3000 a.C.). Situata lungo la costa della Palestina, occupava una posizione strategica lungo la Via Maris, un'antica rotta commerciale che collegava l'Egitto alla Siria e alla Mesopotamia, fungendo da crocevia tra tre continenti.    Il più antico insediamento nella regione, Tell Al-Sakan, situato a cinque chilometri a sud dell'attuale Gaza, fu originariamente una fortezza egiziana. Il porto di Gaza, soggetto ad accordi con l'Egitto, fungeva da importante punto di scambio commerciale, in particolare per il legname proveniente dal Libano.   Dopo che Tell Al-Sakan fu abbandonata, un nuovo centro urbano iniziò a svilupparsi leggermente più all'interno della regione, intorno al 2000 a.C., chiamato Tell Al-Ajjul. Tuttavia, questo insediamento cessò di esistere nel XIV secolo a.C. con l'emergere della città di Gaza, che si sviluppò nello stesso sito dell'attuale città. Gaza divenne la capitale amministrativa egiziana della regione.

Intorno al 1200 a.C., i Filistei, un popolo di origine incerta che si insediò lungo la costa del Mediterraneo e dai quali prende il nome la Palestina (“terra dei filistei”), occuparono Gaza. Proprio in questo periodo il Libro dei Giudici colloca a Gaza la storia del giudice israelita Sansone, noto per la sua forza sovrumana. Vittima di un inganno architettato da Dalila, donna filistea di cui si era innamorato, egli perse il suo potere che risiedeva nei lunghi capelli. Catturato dai Filistei, gli furono asportati gli occhi e fu imprigionato. Durante una festa nel tempio del dio filisteo Dagon, Sansone chiese a Dio di riacquistare la sua forza. Dio lo esaudì e, mentre era legato alle colonne del tempio, Sansone fece crollare il tempio sui Filistei, morendo insieme a loro.

Nel periodo Neo-Assiro e Neo-Babilonese (IX secolo a.C. – 539 a.C.), la città, utilizzata come porta di passaggio tra l'Egitto e la Siria, continuò ad essere contesa. Alleatasi, poi, con Ciro il Grande di Persia, la città si sviluppò notevolmente in questo periodo.   Ricordata da Erodoto, nel periodo successivo il suo ruolo principale continuava ad essere quello di crocevia commerciale delle rotte carovaniere. Alessandro il Grande la conquistò nel 332 a.C. e, alla sua morte, una delle battaglie decisive trai suoi successori si svolse proprio qui. In quel periodo Gaza era pagana e fortemente influenzata dalla cultura ellenistica.

Madaba, mosaico del VI° secolo 

L’epoca romana e la diffusione del Cristianesimo

Dopo essere stata assediata e distrutta dai Maccabei e dagli Asmonei, la città fu conquistata e pian piano ricostruita dai Romani nel 64-63 a.C. su modello delle altre città dell’Oriente romano. Nel II d.C. divenne una città prospera grazie al commercio dell’incenso e alla viticultura.    Grazie agli sforzi del Vescovo Porfirio (347 d.C. – 420 d.C.), che guidò la piccola comunità cristiana per 25 anni, il cristianesimo si diffuse a Gaza, non senza difficoltà. Gli scontri con i pagani erano, infatti, assai frequenti e Porfirio si rivolse all’Imperatrice Eudocia, madre del futuro Teodosio II, che stabilì la distruzione dei tempi pagani a cui seguì la costruzione delle prime chiese. Il corpo del vescovo e santo Porfirio è conservato nella chiesa greco-ortodossa a lui dedicata, bombardata nell’ottobre 2023. 

Gaza divenne, inoltre, un importante porto per i pellegrini cristiani diretti verso il Sinai. Le testimonianze di questo periodo bizantino sopravvivono attraverso splendidi mosaici pavimentali, che adornavano le chiese dell'epoca. Questi mosaici sono un segno tangibile dell'importanza e della prosperità che Gaza conobbe durante il periodo cristiano.     Infine, la tradizione cristiana lega Gaza ad un importante capitolo nella storia del cristianesimo. Secondo alcuni vangeli apocrifi come il "Protovangelo di Giacomo" e il "Vangelo dell'infanzia di Tommaso", infatti, la Sacra Famiglia passò da Gaza durante la fuga in Egitto.

L’avvento dell’Islam e la dominazione Ottomana a Gaza

Nel 634 d.C. il territorio di Gaza venne conquistata dagli arabi e, a parte la parentesi di circa ottant'anni del Regno latino di Gerusalemme istituito dopo le Crociate, rimase sotto il dominio islamico fino alla fine dell’Impero Ottomano nel 1917.    Fatimidi, Mongoli e Mamelucchi si alternarono nel controllo di questo territorio fino alla conquista ottomana nel 1517. Durante la guerra turco-mamelucca (1516-1517), entrò a far parte del Sangiaccato di Gaza. Subì quindi un declino economico a causa della cattiva gestione. Successivamente, fu guidata da governatori inviati da Costantinopoli.

Dal Mandato Britannico alla nascita dello Stato d’Israele

Al termine della Prima guerra mondiale, con la sconfitta dell’Impero Ottomano, Gaza e l’intera Palestina passarono sotto l’amministrazione inglese, su mandato della Società delle Nazioni.   Durante questo periodo, che durò fino al 1948, la Palestina fu teatro di crescenti tensioni tra la popolazione ebraica e quella araba, nonché di un aumento dell'immigrazione ebraica. La Seconda Guerra Mondiale contribuì poi ad acuire ulteriormente le tensioni e le divisioni all'interno della regione: gli ebrei contribuirono al loro sforzo bellico supportando la guerra alleata, gli arabi, d'altra parte, videro la guerra come un'opportunità per riaffermare la propria identità e rinnovare la lotta contro la presenza ebraica in Palestina.

Con la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1947 vide la luce la famosa risoluzione 181, proposta dalle Nazioni Unite. Essa raccomandava la suddivisione della Palestina in due stati indipendenti. Uno ebraico (56% del territorio) e l'altro arabo (34% del territorio), con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Nonostante l’opposizione palestinese, la risoluzione 181 venne ratificata. Il 14 maggio 1948 David Ben-Gurion, leader del movimento sionista, proclamò l'indipendenza dello Stato d'Israele a seguito del ritiro delle truppe britanniche dalla regione.

Cultura da preservare: «ricordare Gaza per raccontarla»  

Nel già citato mosaico di Umm al-Rasass Gaza è raffigurata e rappresentata dai suoi edifici pubblici, che raccontano una città ricca di arte, storia e cultura. Il mosaico, scoperto e restaurato dall'archeologo padre Michele Piccirillo, diventa così la testimonianza parlante di una storia antica e gloriosa, l'affermazione di un'identità culturale e artistica che non può scomparire sotto il fumo dei missili e delle macerie.   «Ricordare Gaza per raccontarla», dice Paola Caridi: ricordare per poter raccontare tutto, e non solo una parte, per far sopravvivere la storia di un popolo e delle persone che, ancora oggi, ne testimoniano e ne rivendicano l'esistenza.

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