da Terrasanta.net . 4 marzo 2026
La guerra che avvampa in questi giorni, dopo l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran – con il pretesto di azzerarne l’arsenale missilistico e impedirgli di dotarsi della bomba atomica –, sta ridisegnando il profilo del Medio Oriente. Sugli esiti e sui tempi pesano molte incognite. E intanto il conflitto si allarga, con un effetto domino che coinvolge sempre più parti.
Il velleitario tentativo del governo libanese di indurre Hezbollah a non immischiarsi non ha avuto gli esiti sperati. I razzi lanciati dal Libano su Israele hanno scatenato la pesante reazione dello Stato ebraico, che ha ripreso a bombardare, un po’ ovunque, una serie di obiettivi ascrivibili al Partito di Dio e ordinato l’evacuazione di decine di borghi e villaggi nel Libano meridionale, prima di dare avvio a una nuova invasione di terra.
Sfollati nelle strade e nelle scuole di Beirut
Già domenica sera la popolazione ha capito come sarebbe andata a finire e quando sono cadute le prime bombe i civili (sciiti) hanno caricato poche cose sulle auto o le motociclette per fuggire più a nord, diretti a Beirut, anch’essa bersagliata qua e là. Lo stesso esercito libanese ha ripiegato verso settentrione per non scontrarsi con gli israeliani.
Nelle scuole, le lezioni sono sospese e molte strutture scolastiche della capitale sono state adibite – ancora una volta, come nel settembre 2024 – a centri di raccolta per gli sfollati. Anche la Chiesa fa la sua parte mettendo a disposizione qualche suo edificio e struttura. Nella parrocchia di St. Joseph nel quartiere di Achrafieh, ad esempio, dove i padri gesuiti si occupano di pastorale dei migranti, è subito confluito un centinaio di persone, immigrati dall’Africa e dall’Asia che lavoravano nel sud del Paese e che sono privi di quelle reti di solidarietà fornite dai legami familiari, sulle quali possono fare affidamento molti libanesi.
C’è chi preferisce restare
In qualche villaggio prossimo alla frontiera con Israele gli abitanti cristiani hanno preferito non partire e riunirsi in chiesa (avete presente l’esempio di Gaza?). Il quotidiano L’Orient-Le Jour menziona il borgo di Alma al-Shaab, 350 anime. In 200 sono rimasti e, al suono delle campane, sono accorsi nella chiesa parrocchiale dedicata alla Vergine Maria, sulla cui protezione confidano. Con il parroco e il sindaco dicono: «Noi siamo gente pacifica e vogliamo rimanere nella nostra terra e nel nostro paese. Il governo libanese e l’esercito ci aiutino a restare».
Nel convento francescano di Tiro, città costiera a una ventina di chilometri dal confine, ha scelto di restare fra Toufic Bou Merhi, della Custodia di Terra Santa, responsabile anche del convento di Deir Mimas, ancora più prossimo alla frontiera. Raggiunto via cellulare ci dice: «Rimango qui perché sento che, in questo momento, la prima testimonianza è semplicemente rimanere accanto alla gente».
Da Tiro la testimonianza di fra Toufic
«Ciò che stiamo vivendo – soggiunge il frate – non è solo un’escalation militare. È soprattutto un clima umano segnato dalla paura. La paura dell’altro è diventata quasi un modo di pensare, di parlare, di reagire. È una paura che si è costruita nel tempo e che ora condiziona profondamente le relazioni. Quando l’altro viene percepito solo come minaccia, diventa più facile giustificare tutto, anche ciò che ferisce gravemente la dignità della persona. Si invoca la legittima difesa, si cercano spiegazioni, si costruiscono ragioni. Ma sul terreno restano famiglie che fuggono, persone che vivono da sfollate nel proprio Paese, anziani disorientati, bambini che crescono nel rumore delle esplosioni. Le guerre vengono sempre presentate come inevitabili, ma restano profondamente assurde. E l’assurdità più grande è che a pagarne il prezzo sono sempre i civili».
Nelle tenebre la speranza si aggrappa a lampi di solidarietà. Fra Toufic li tiene a mente: «In questi giorni ho visto scene che non si dimenticano: un giovane che cede il suo materasso a un’anziana e dorme su un cartone; un uomo che lascia l’unico spazio coperto a una famiglia con bambini e si ripara all’aperto con un pezzo di cartone. In mezzo alla paura, questi gesti parlano di una umanità che resiste».
«Resto qui – soggiunge il religioso – con questa convinzione: non possiamo permettere che la paura dell’altro diventi la legge delle nostre relazioni. Ogni persona, qui, merita di vivere. E non solo di sopravvivere, ma di vivere con dignità. Finché continueremo a difendere questa verità, anche nel silenzio e nella fragilità, la speranza non sarà perduta».
L’amarezza del vescovo
Il vescovo di fra Toufic è anch’egli francescano. Vicario apostolico per i cattolici di rito latino in tutto il Libano dal 2016, il frate minore conventuale César Essayan, in un’intervista pubblicata quest’oggi sul quotidiano Avvenire, commenta amaro: «Ancora una volta sarà la gente, saranno interi popoli a pagare il prezzo più alto. “Effetti collaterali”, vengono chiamati. Sì, effetti collaterali di giochi di potere e progetti economici che sono l’unico motore anche di questo conflitto».
