di Elisa Gestri
“Scrivo da un paese che non esiste più”: così Giampaolo Pansa iniziava nel 1963 una celebre corrispondenza dai luoghi del disastro del Vajont. Fuor di ogni retorica, gli uomini delle Forze Armate libanesi che hanno raggiunto le località distrutte dall'esercito israeliano in Libano non devono essersi trovati davanti uno scenario molto dissimile. Entrato in vigore la settimana scorsa un incerto Cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, i militari libanesi hanno riaperto le vie di comunicazione e fatto sopralluoghi in aree finora off limits a causa della presenza delle truppe israeliane; le immagini di ciò che soldati e soccorritori hanno trovato stanno facendo il giro del mondo.
In meno di quattro mesi di aggressione di IDF intere aree del sud del Paese e della valle della Bekaa sono state rase al suolo e cancellate dalla cartina: città, villaggi, strade, foreste, coltivazioni agricole tra cui oliveti storici, siti archeologici di rilevanza mondiale hanno subito prima l'agonia dei bombardamenti e poi lo sfregio delle escavatrici. Hezbollah, obiettivo dichiarato delle “operazioni militari” di IDF, mentre scriviamo sta ancora impegnando i soldati israeliani nella “zona di difesa avanzata” stabilita unilateralmente dallo Stato ebraico in territorio libanese, nonostante nell'ultimo anno e mezzo i combattenti della milizia sciita siano stati decimati e dispongano di mezzi imparagonabili con quelli dell'esercito israeliano.
La “guerra dei droni” portata avanti da Hezbollah ha guadagnato effimere vittorie al Partito di Dio – secondo gli ultimi dati di IDF soldati sono 36 i militari caduti dal 2 marzo scorso sul “fronte libanese” - ma è costata la morte di migliaia di civili di ogni sesso, età, condizione e appartenenza religiosa: sono quattromiladuecento, rende noto l'ultimo report del Ministero libanese della Salute Pubblica, ma solo ora, con l'accesso alle località distrutte da IDF, si vanno scoprendo ed identificando i corpi rimasti intrappolati da giorni - o settimane - sotto le macerie.
Molte delle vittime nulla avevano a che fare con Hezbollah, se non addirittura appartenevano ad universi ideali lontanissimi dalla milizia sciita. Pensiamo, tra le tante vittime, al sacerdote Pierre Rahi, parroco maronita di Qlaya, ucciso mentre soccorreva un parrocchiano colpito da un precedente attacco di IDF; all'anziana sorella della notissima attrice e cantante May Hariri, sepolta sotto le macerie della sua casa a Nabatyie – “Cosa ha a che fare mia sorella con tutto questo?” ha chiesto Hariri al Presidente della Repubblica Joseph Aoun, supplicandone l'intervento per rimuovere il corpo da sotto l'abitazione crollata; all'ambientalista Mona Khalil, che aveva trasformato la sua casa di famiglia di Mansourie, sulla costa di Tiro, in un'oasi protetta per le tartarughe marine, colpita a 77 anni dal fuoco israeliano assieme alla sua assistente.
Pensiamo anche a chi, estraneo all'appartenenza sciita, si è unito alla lotta di Hezbollah come Karl Roger Abdel Malek, giovane cristiano caduto per la causa in cui credeva, la liberazione del Libano dagli israeliani, e il cui funerale ha unito cristiani e musulmani. Mentre in Libano migliaia di sfollati tentano la strada del ritorno verso casa confidando nel Cessate il fuoco, ma nel sud si continua a sparare - il futuro del Paese è oggetto di due trattative in contemporanea, quella di Washington tra Libano e Israele e quella in Svizzera tra USA e Iran.
Paradossalmente, ma non troppo, i due tavoli portano avanti due istanze diverse: se il negoziato di Washington, a trazione israeliana (le istituzioni libanesi qui non hanno voce in capitolo né carte da giocare) punta sull'eliminazione di Hezbollah, quello tra USA e Iran deve includere la difesa del Paese dei Cedri da Israele, imposta dalla Repubblica Islamica nel memorandum di intesa.
Il Premier israeliano Netanyahu e il suo Ministro della Difesa Katz continuano a ribadire ai limiti dell'ossessione che le truppe israeliane non si ritireranno dal Libano “neanche se lo chiede l'America”, e che manterranno “libertà di manovra” nella “zona di difesa avanzata” stabilita a difesa del nord di Israele.
Per ora, il Libano attende il ritiro di IDF da alcune “zone pilota” del suo territorio, che dovrebbero venire occupate dall'esercito libanese. Sempre che il Cessate il fuoco regga.
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