Il patriarca di Gerusalemme dei Latini intervenuto a Firenze per “Re-Imagine peace”, evento che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e dove s'incontra la musica degli artisti israeliani, palestinesi, italiani. Il nucleo centrale dell’intervento del cardinale ha affrontato la necessità di decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto
da Vatican NewsSi è svolto domenica 12 luglio, a Firenze “Re-Imagine peace”, un evento che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e dove la musica degli artisti israeliani, palestinesi, italiani e le loro testimonianze hanno contribuito a far riflettere i presenti sulle ferite della Terra Santa. In particolare le parole del patriarca di Gerusalemme dei latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, hanno indicato una via per superare le divisioni dei nostri giorni. «Dobbiamo usare anche un po’ di immaginazione e uscire dai nostri confini», ha esordito Pizzaballa durante il concerto conclusivo del festival, ringraziando gli artisti per aver creato un’occasione d’incontro capace di stimolare il superamento dei vecchi schemi geopolitici. Per il patriarca, la fine delle ostilità non coincide automaticamente con una pace autentica: la pace richiede uno sforzo creativo che porti a guardare l’altro al di fuori delle etichette e richiede «la capacità di vedere nell’altro non un nemico, non una minaccia, non una categoria, ma una persona».
La necessità della condivisione del dolore
Il nucleo centrale dell’intervento del cardinale ha affrontato la necessità di decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto. Di fronte alla tendenza a schierarsi in modo acritico, il cardinale ha indicato la sola via necessaria che è quella dell’ascolto profondo e del riconoscimento della sofferenza altrui. «L’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo disposizione... Ascoltare non significa essere d'accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro», ha affermato, sottolineando come accogliere il vissuto e il dolore altrui non significhi rinnegare le proprie radici, ma ammettere la legittimità della sofferenza dell’altro.
E questa condivisione del dolore è veramente necessaria alla drammatica realtà della Terra Santa. Pizzaballa ha ricordato le sofferenze di entrambe le parti, ricordando che «esiste il dolore delle famiglie israeliane» colpite dal terrore e, allo stesso modo, «esiste il dolore delle famiglie palestinesi» che affrontano distruzione e precarietà e secondo il porporato, non è ammissibile stabilire una gerarchia della sofferenza e «il dolore non dovrebbe mai essere una competizione». Ogni genitore che soffre per un figlio o ogni bimbo spaventato evidenzia che la dignità umana non ha confini e non c'è un dolore minore di un altro, e questo è stato anche il senso del festival “Re-Imagine peace”.
| Il cardinale Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ricevuto il 29 giugno, a Bergamo, il premio Limes per il Dialogo e la Pace. Il racconto della sua ultima visita nella Striscia, il 22 e il 23 giugno scorsi: "Si viaggia su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. E qui vive la gente. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Soprattutto i bambini. La descrizione di Gaza ridotta a un cumulo di macerie, dei bambini che giocano tra le fogne e vengono morsi dai topi, così come delle aggressioni dei coloni in Cisgiordania, non impedisce però a Pizzaballa di riflettere sull’importanza del dialogo. Una necessità ancor più forte oggi, perché «il 7 ottobre è molto presente nell'animo ebraico e israeliano. Da quel giorno sono cadute le ultime remore». Il cardinale riconosce che oggi Israele «è un insieme di cose» dove «c’è di tutto ma dove, devo dire con dolore, i più duri sono i militari religiosi. Con loro è molto difficile avere un rapporto chiaro e sereno. Le componenti più estreme della popolazione ebraica non sono ancora una maggioranza, ma hanno una crescita di consenso e stanno diventando sempre più rilevanti sul piano politico, con conseguenze però divisive sulla stessa società israeliana». |
Il patriarca ha affermato che per avviare un reale processo di riconciliazione e applicare la morale del perdonare l’altro, occorre una notevole fortezza interiore che permetta di abbandonare le narrazioni di comodo della propria comunità. La vera sfida non consiste nel fare scelte su chi meriti la nostra solidarietà, ma nell’ampliare lo sguardo. «Come posso allargare la mia compassione perché nessuno resti escluso?», ha domandato il cardinale, ribadendo che la convivenza in Terra Santa e nel mondo si fonda sulla valorizzazione di ogni individuo, indipendentemente dalla nazionalità o dal credo, poiché nessuna identità culturale o spirituale deve trasformarsi in una prigione. In quest’ottica, Pizzaballa ha rivolto una critica severa a chi usa la fede come pretesto per la violenza e questo rappresenta il tradimento più profondo del messaggio di Dio, definendolo «il peccato più grave». I leader religiosi hanno invece il compito di «guarire» i cuori delle persone per unire le comunità, perché dietro le statistiche e i simboli nazionali vi sono esseri umani che hanno diritto a un domani.
Una sfida per il domani: la speranza come compitoPur ribadendo di non possedere formule politiche o diplomatiche pronte all’uso, il patriarca ha elencato poi alcuni principi fondamentali su cui ricostruire le relazioni comunitarie: la sacralità dell’esistenza — perché la vita è sacra —, il rifiuto della violenza come destino inevitabile per le nazioni e l’idea che la sicurezza di un popolo non possa fondarsi sulla rovina dell’altro. La speranza cessa così di essere un sentimento passivo e diventa un impegno attivo: «La speranza anche quando sembra fragile, resta una responsabilità». Nei momenti bui, è dovere delle comunità promuovere il dialogo e la fiducia reciproca anziché alimentare il sospetto, per realizzare ciò che appare impossibile. L’auspicio finale del patriarca è che palestinesi e israeliani imparino a considerarsi anzitutto come persone, capaci di ascoltare prima di emettere giudizi e di «riconoscere il dolore senza trasformarlo in odio...c’è qualcosa di profondamente umano, di continuare a credere che il domani possa essere migliore di oggi. In questo momento storico in cui tante voci alimentano la paura, noi scegliamo di alimentare la fiducia. Dove cresce il sospetto scegliamo il dialogo, dove prevale la disumanizzazione, scegliamo il riconoscimento reciproco. Non sarà semplice, non sarà immediato, ma tutte le grandi trasformazioni della storia sono iniziate quando qualcuno ha osato immaginare ciò che sembrava impossibile. Vorrei — ha concluso Pizzaballa — lasciarvi un augurio: che impariamo a guardarci non come rappresentanti di una causa ma come esseri umani... se riusciremo a fare questo avremo già reimmaginato la pace, poiché proprio in questo sforzo si pongono le basi per una vera stabilità in Medio Oriente, e in particolare in Terra Santa». |

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