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giovedì 30 aprile 2026

Essere Chiesa in Terra Santa oggi, riflessioni pastorali del cardinale Pizzaballa- parte 1

 PUBBLICHIAMO L'IMPORTANTISSIMO PENSIERO ELABORATO DAL CARDINALE PIZZABALLA ,  SUDDIVIDENDOLO IN SEZIONI :

Il documento si articola in tre grandi parti: in primo luogo ci sono considerazioni sul presente, anzi «sull’attuale stato di disordine», da parte del patriarca. La seconda parte propone una visione per la comunità diocesana, ispirata e ancorata alla Scrittura. La terza cerca di tradurre quella stessa visione in implicazioni pastorali per la diocesi in tutte le sue componenti (Terra Santa.net)


«Tornarono a Gerusalemme con grande gioia» 

Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa 

del Cardinal Pizzaballa


Carissimi, 
il Signore vi dia pace! 

In questi anni di ministero pastorale ho parlato a voi, alla nostra amata Chiesa di Gerusalemme, in diversi modi: attraverso le omelie, qualche breve lettera e, soprattutto, durante le visite pastorali. Sono state queste ultime, in particolare, i momenti di incontro e di condivisione con le comunità che hanno segnato la vita della Chiesa locale, e anche la mia. Mi hanno permesso di conoscere più da vicino la nostra Diocesi, e di dare espressione concreta a quell’unità tra pastore e comunità che è alla base della vita ecclesiale. 

In questi ultimi anni, tuttavia, l’ennesima e tragica guerra nella quale siamo precipitati – con le sue conseguenze sulla vita di tutti noi – ci ha costretti a ripensare modi e tempi del nostro ministero, che ho cercato di proseguire per quanto possibile. Il tempo drammatico che stiamo vivendo ci ha visti tutti coinvolti nel servizio ai poveri, nella denuncia delle ingiustizie, nella presenza sul territorio, e soprattutto nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, cercando unità e verità nel nostro stare dinanzi a Lui e dinanzi a ogni fratello e sorella. 

Alla luce di quanto sta accadendo – e per il peso che questi eventi hanno avuto e avranno sulla vita della nostra Chiesa – sento ora il bisogno di offrire una parola più articolata e una riflessione più compiuta, e perciò, eccezionalmente, anche più lunga. Questa Lettera, quindi, non nasce per una lettura rapida o parziale, né per essere utilizzata come un testo di analisi politica. È da leggere poco alla volta, come strumento di discernimento ed è pensata anche per promuovere dialogo e riflessioni all’interno dei nostri contesti ecclesiali, delle nostre comunità, nei monasteri e nelle famiglie. Il suo scopo non è offrire risposte immediate o soluzioni tecniche, ma aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa Terra alla luce del Vangelo. 

Trovo difficile limitarmi alle consuete dichiarazioni di circostanza, che spesso si susseguono quasi identiche l’una all’altra. Avverto con ancora maggiore urgenza il bisogno di parole vere e significative per noi. La sofferenza di questo tempo, infatti, non permette di limitarsi a discorsi edulcorati e astratti – e perciò non credibili – né ci consente di fermarci alle ennesime analisi o denunce. 

Ne sono già state fatte in più occasioni, e su questo abbiamo già detto abbastanza, a parole e con i gesti. Analisi e denunce rimangono necessarie – non possiamo esimerci dall’esprimerle – ma non saranno esse ad aprirci orizzonti di fiducia. Troveranno forse condivisione anche al di fuori della nostra comunità in chiunque si ritrovi nelle nostre valutazioni. Esse devono tuttavia essere accompagnate dalla domanda su cosa il Signore ci chieda in questo momento, e interrogarci su come dare espressione vissuta alla nostra fede in questo contesto difficile. È la domanda che da diverso tempo accompagna il mio ministero di pastore: come stare da cristiani, in quanto assemblea ecclesiale, dentro questa situazione di conflitto – politico, militare, spirituale – che sappiamo durerà ancora molti anni? Esso è ormai parte integrante della vita ecclesiale, dell’esistenza ordinaria di ciascuno di noi. Purtroppo è ormai parte della cultura di questa Terra. Non è quindi un momento da superare, ma il luogo nel quale la nostra Chiesa è chiamata a mettere in atto la sua specifica missione di comunità di credenti in Cristo. In questa Terra dove i confini identitari sono così fortemente marcati, il nostro essere cristiani deve diventare testimonianza di un modo particolare di vivere anche dentro la contesa e deve trovare espressione visibile e riconoscibile in ciò che diciamo e facciamo. Siamo chiamati a offrire un’interpretazione del tempo attuale secondo una prospettiva cristiana che ci contraddistingua in modo chiaro e riconoscibile. 

Con la presente Lettera desidero tentare di rispondere a questa domanda. È il frutto faticoso e sofferto – come lo è ogni tentativo di sintesi spirituale – della mia riflessione e preghiera, e di quanto ho maturato in questo tempo. Non è ovviamente una sintesi perfetta. Bisogna intenderla piuttosto come un’iniziale proposta di riflessione che dovrà certamente maturare, perfezionarsi e completarsi nel tempo, soprattutto attraverso il confronto, anche dialettico se necessario, con chiunque voglia avventurarsi in questo tentativo di sintesi e in questa lettura. Purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi. Raccolgo qui in maniera più sistematica e ordinata quanto in parte ho già presentato in questi ultimi anni in varie occasioni. 

L’icona biblica intorno alla quale ruoterà la mia riflessione è la città, e in particolare la città di Gerusalemme. L’immagine della città è diffusa e ci è familiare. Sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa. Ma non ci soffermeremo sull’idea generica di città, bensì su Gerusalemme come modello di riferimento ideale, richiamando alcuni brani delle Scritture. Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale. È il Luogo che custodisce il cuore della nostra fede – la Redenzione – ed è perciò anche il luogo geografico e spirituale che custodisce l’identità della nostra Chiesa, il centro al quale tornare per trovare l’ispirazione necessaria in questo tempo. La nostra Chiesa ha un volto multiforme, espressione della ricchezza dei suoi riti e delle sue tradizioni. Dalle sue origini fino ad oggi è, per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli. D’altra parte, da molti secoli ha una configurazione molto chiara: è una Chiesa immersa prevalentemente in un contesto arabo. Il nostro sguardo sugli avvenimenti che stiamo vivendo, quindi, parte da questa Chiesa, sparsa sul suo vasto territorio. È uno sguardo che, proprio perché radicato in questa terra, aspira tuttavia ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti. 

Infatti, nella Città Santa ogni comunità particolare può riconoscersi: dalla parrocchia più piccola di Giordania alla più popolosa, dalle vivaci realtà di Cipro ai fedeli di espressione ebraica in Israele, dalle parrocchie segnate dalla prova in Palestina a quelle presenti e radicate in Israele, fino ai migranti, i richiedenti asilo e tutte le altre diverse realtà della nostra Diocesi. Gerusalemme è il modello spirituale che unifica la nostra Chiesa distribuita su territori e situazioni politiche tanto diverse. 

La Lettera è strutturata in tre parti: la prima inizia con la mia valutazione dell’attuale stato di disordine. Prima di parlare di ideali, è necessario ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio.  

Nella seconda parte, vorrei condividere una visione per la nostra comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme.  

La terza cercherà di tradurre quella stessa visione in implicazioni pastorali per la nostra comunità ecclesiale, affrontando le attività delle nostre parrocchie, le famiglie, le scuole e le istituzioni.  

Come ho già detto, si tratta di una Lettera anzitutto di natura pastorale: non conterrà considerazioni e analisi di carattere prettamente politico. È “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste. 

PARTE PRIMA 

Leggere la realtà: considerazioni sul presente 

Prima di interrogarci sulla nostra missione di credenti, dobbiamo guardare con onestà al contesto in cui siamo chiamati a viverla. Bisogna, infatti, partire dalla realtà nella quale ci troviamo, se si vuole rispondere concretamente alla domanda che ci accompagnerà lungo tutta la Lettera: come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto?  

In una realtà complessa come la nostra, ogni tentativo di sintesi è necessariamente parziale. Accetto questo rischio. 

Non è mia intenzione ricostruire la cronaca degli eventi, ma comprenderne innanzitutto la portata epocale. Il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno significato qualcosa di diverso e di dirompente per ciascuno dei due popoli di questa terra. Per i palestinesi rappresenta l’ultima, drammatica fase di una lunga storia di umiliazioni e di esodi. Per gli israeliani, invece, qualcosa di inedito: violenze che hanno fatto rivivere gli orrori accaduti in Europa ottant’anni fa. Senza entrare in questa discussione che esula dal nostro tema, vogliamo segnalare che il 7 ottobre e la guerra di Gaza sono ormai considerati universalmente eventi spartiacque che hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra, e lo hanno fatto nel peggiore dei modi possibili. 

Siamo, così, precipitati in un “dopo” che fatichiamo a comprendere, ma di cui possiamo già delineare i contorni. 

Quello che stiamo vivendo non rappresenta solo un conflitto locale. È il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale. Per decenni, la comunità internazionale, e in particolare il mondo occidentale, ha creduto in un ordine internazionale basato su regole, trattati, multilateralismo. Non senza un velo di ipocrisia, dichiarava che il diritto internazionale, le Convenzioni di Ginevra, le risoluzioni dell’ONU, erano strumenti imperfetti ma necessari per regolare la convivenza tra i popoli e proteggere i più deboli dalla legge del più forte. Oggi, tutti sembrano avere aperto gli occhi sulla loro debolezza, evidenziata dall’incapacità di gestire questi conflitti. In Israele e Palestina, per motivi diversi e opposti, la fiducia in quel sistema era scomparsa già da molto tempo.  

Assistiamo al ritorno dell’uso della forza come strumento ritenuto decisivo per la risoluzione delle contese, laddove essa viene ridotta quasi esclusivamente alla sua forma violenta e militare, a scapito di ogni altra possibilità fondata sul diritto, sul dialogo e sulla responsabilità verso i civili. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile. I civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo. La guerra agisce come fine a se stessa. Alcune potenze mondiali, che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. Buona parte delle istituzioni – civili, politiche, religiose – finiscono così per rimanere spettatrici silenziose e impotenti di fronte all’emergere di questo nuovo disordine mondiale. 

La logica della deterrenza come strumento di sicurezza, il ricorso alle armi e alla forza nella gestione dei conflitti, così come lo stesso concetto di difesa, sollevano oggi questioni etiche e politiche di grande rilievo: la loro legittimità, le modalità del loro impiego, i costi economici e sociali, le conseguenze concrete sulla popolazione civile e molto altro. 

A queste questioni si aggiunge oggi un elemento che non può essere ignorato: la coscienza civile dei popoli, maturata nel tempo e profondamente segnata dall’assimilazione dei valori della dignità della persona umana, del rispetto della vita e dei diritti fondamentali. Tale patrimonio morale, ormai inciso nel cuore delle società contemporanee, interpella ogni scelta politica e militare e pone limiti chiari all’uso della forza. 

Inoltre, la storia di questa Terra, segnata da conflitti antichi e ripetuti, ci insegna che è illusorio pensare che la forza, anche quando venga ritenuta necessaria nel breve termine, possa da sola offrire una soluzione duratura. Quando essa diventa linguaggio ordinario e criterio dominante, finisce per alimentare una spirale di violenza che è davvero difficile a interrompere. 

Tale violenza lascia dietro di sé ferite profonde: distruzione materiale e lacerazioni morali che pesano sulle generazioni future. Per questo, pur senza ignorare la complessità delle scelte che le autorità devono affrontare, non possiamo smettere di ricordare che la forza non può essere l’orizzonte ultimo, né il fondamento su cui costruire un futuro di pace. 

Il ruolo dei media e delle comunicazioni oggi è più che mai centrale. Da un lato, sono la finestra attraverso cui riceviamo informazioni da luoghi altrimenti irraggiungibili. Dall’altro, sono diventati il vettore privilegiato per la diffusione di narrazioni, spesso contrapposte, e sempre più difficili da verificare. In un conflitto come l’attuale, la guerra si conduce non solo sul terreno, ma anche con le parole e con le immagini: ogni fotografia, ogni video, ogni titolo può diventare un’arma. È reale il rischio di smarrirsi, di non riuscire più a distinguere il vero dal falso, la cronaca dalla propaganda. 

A questo si aggiunge un altro elemento, forse ancora più nuovo e inquietante. La guerra in corso ha sollevato altri interrogativi etici a cui non eravamo preparati. Penso, in particolare, all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane. Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo? Sono domande nuove, per le quali non abbiamo ancora risposte, ma che non possiamo più permetterci di ignorare. 

Non intendo entrare in queste valutazioni così complesse, ma solo sottolineare che questa nuova epoca pone anche domande inedite, che dovremo prima o poi prendere in considerazione seriamente. Va detto, comunque, che la crisi del multilateralismo, delle istituzioni, e questi nuovi interrogativi, non sono astrazioni intellettuali lontane dal nostro vissuto. Hanno invece un impatto diretto sulla vita della nostra comunità, sono la cornice dentro cui si è scontrata la nostra quotidianità in questi ultimi anni, causando una sofferenza profonda. Mi sono chiesto più volte, ad esempio: quante persone in queste ultime guerre del nostro territorio sono morte per “decisione di un algoritmo”? È in questo scenario che dobbiamo interrogare il vissuto della nostra Diocesi. 

Senza avere la pretesa di dire tutto, proviamo a mettere ordine raggruppando intorno a cinque nuclei fondamentali le conseguenze di questo caos sulla vita di tutti noi. 

1. La dissoluzione del legame: dolore, odio e sfiducia 

Il primo strappo è la lacerazione del tessuto delle relazioni umane. Il dolore – che merita sempre rispetto – è radicato negli animi di troppe persone.  

Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta. Questo atteggiamento rende molto difficile riconoscere il vissuto dell’altro, e segna profondamente il modo in cui persone e comunità vivono e interpretano ciò che accade intorno.  

Occorre, però, riconoscere che l’esperienza di essere vittima può essere diversa, a seconda delle circostanze in cui ci si trova. C’è chi perde la vita mentre riposa tra le mura di casa, e chi invece muore coinvolto direttamente nei combattimenti. C’è chi vede la propria abitazione distrutta durante un bombardamento, e chi assiste, anno dopo anno, alla perdita della propria terra. Alcuni hanno vissuto condizioni di assedio, privati di beni essenziali come cibo e medicine, mentre altri affrontano la paura costante causata da attacchi terroristici. Il dolore rimane sempre dolore, e non è nostra intenzione stilare una graduatoria della sofferenza. Pur nel rispetto delle varie situazioni e riconoscendone la complessità, tuttavia, non le possiamo considerare tutte identiche: esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità.  

L’odio ha scavato solchi profondi. Assistiamo a una dolorosa deumanizzazione dell’altro: quando egli diventa solo “il nemico”, tutto diventa lecito. La violenza non ha distrutto solo città e case, persone e speranze: ha segnato le coscienze, avvelenato il linguaggio pubblico, generato un senso di tradimento persino negli ideali che si credevano condivisi. Ha creato un circolo di vittime contro altre vittime che, col tempo, irrigidisce gli animi e rende sempre più difficile aprire cammini di riconciliazione. 

La vita politica e le istituzioni civili sembrano incapaci di uno sguardo lungo che offra prospettive, acuiscono smarrimento e scetticismo in un contesto dominato dalla sfiducia. Ed è per questo che in molti – specialmente tra i giovani – cresce il sospetto verso ogni possibilità di convivenza e verso la convinzione che esista un’alternativa credibile alla spirale di scontri e ingiustizie. 

Dall’inizio della guerra la situazione economica è peggiorata ovunque. La mancanza di pellegrini ha lasciato centinaia di famiglie senza lavoro; la chiusura dei territori palestinesi ne ha paralizzate altrettante. Nelle comunità si fa fatica a fare progetti. I giovani non si fidanzano, si sposano sempre meno, non mettono al mondo figli. Anche la crisi degli alloggi per le famiglie è sempre più acuta. Molti guardano all’estero e sognano un futuro lontano dalla loro terra. L’emigrazione, ferita antica, oggi si riapre più profonda che mai. 

Quando il grido di chi patisce sembra non trovare ascolto né risposta, si è tentati di perdere la fiducia nelle comunità di fede, che dovrebbero essere voce dei più deboli, e persino in Dio. 

Sarebbe ingiusto, però, fermarsi solo a questa descrizione così cupa dei problemi che la realtà evidenzia. Perché proprio in quel crinale, nel vuoto lasciato dalla politica e dal diritto, non hanno mai smesso di operare associazioni, movimenti, realtà di base. Non per ingenua vocazione al dialogo, ma per una testarda ostinazione a considerare l’altro un essere umano. Non è questa la sede per un elenco, e non serve farne un’agiografia. Ma è da lì, da questi frammenti di umanità concreta, che potrà emergere il progetto di una convivenza possibile. Se e quando si uscirà dalle macerie, saranno loro – non i grandi organismi internazionali in crisi – a dover essere gli architetti della ricostruzione. La debacle del sistema internazionale, in questo, ha almeno il merito di aver restituito visibilità e dignità a chi non aveva mai smesso di lavorare sul campo. 

2. Frammentazione e paura: la tentazione delle enclavi 

A questa dissoluzione del legame si aggiunge un fenomeno che preoccupa: la crescente polarizzazione. Non solo tra israeliani e palestinesi – che ben conosciamo – ma all’interno di entrambi i tessuti sociali. Sempre più ci si rinchiude in gruppi chiusi, in enclavi sociali dove si incontrano solo persone che la pensano allo stesso modo, che parlano lo stesso linguaggio, che condividono le stesse paure. Questa tendenza è ulteriormente rafforzata dagli algoritmi dei social media, che propinano costantemente agli utenti contenuti che confermano le loro preesistenti convinzioni, aumentando l’eco delle proprie posizioni e ampliando i divari di sfiducia, paura e sospetto tra i gruppi. 

La paura e la radicalizzazione generano frammentazione e chiusura. Ci si ritira nel proprio gruppo come in un rifugio. Si smette di frequentare chi è diverso, chi la pensa diversamente, chi appartiene a un’altra comunità, a un’altra fede, a un’altra fazione politica. Si formano bolle parallele che non comunicano tra loro. 

Questa polarizzazione è deleteria perché investe il modo stesso in cui ciascun gruppo costruisce i fondamenti della propria appartenenza, a livello nazionale, sociale e personale. Ci si definisce sempre più per opposizione: siamo ciò che l’altro non è. In questo gioco di specchi, l’identità diventa rigida, difensiva, escludente. Come se non esistesse più un “noi” che include tutti, ma solo tanti piccoli “noi” che si contrappongono. Quando il “noi” si riduce a identità contrapposte, diventa facile semplificare l’altro e leggerlo come un blocco uniforme. In ogni società, invece, esistono voci e posizioni diverse, e resistere alla tentazione di considerare interi popoli come realtà monolitiche è un primo passo necessario per ricostruire la relazione. 

Il senso di appartenenza comunitaria, però, non costituisce necessariamente un elemento negativo, perché ogni comunità è caratterizzata da una propria fisionomia, una specifica missione e un particolare carisma. È una ricchezza nel mosaico unico della Terra Santa e va preservata, ma a condizione che tali qualità non si affermino a discapito degli altri né si trasformino in strumenti di contrapposizione. 

In questa prospettiva, la vita cristiana, fondata su radici solide, mostra come un’appartenenza possa essere forte senza diventare rigida o difensiva, e come proprio la profondità dell’identità renda possibile l’apertura all’altro. In questo modo il “noi” può tornare a essere inclusivo, capace di tenere insieme le diverse appartenenze senza ridurle a identità contrapposte. 

3. Il senso di perdita: parole consumate e bene comune offuscato 

Il terzo nucleo è il più profondo: la perdita delle coordinate che ci permettevano di orientarci. Abbiamo perso la fiducia in alcune parole. “Convivenza”, “dialogo”, “giustizia”, “diritti umani”, “due popoli e due stati”: questi termini, che per anni hanno nutrito il nostro discorso, oggi ci appaiono logori e svuotati di significato. Quando li usiamo nelle nostre comunità, riscontriamo a volte sguardi stanchi e disillusi. Di fronte all’orrore delle immagini che ci arrivano ogni giorno, queste espressioni sembrano davvero appartenere a un altro mondo. Restiamo allora senza parole, e in quel silenzio la violenza urla la sua lingua brutale. 

A questo si aggiunge la perdita di significato del concetto di “bene comune”. Fatichiamo a rispondere a domande fondamentali come: quale società vogliamo costruire? Qual è il bene che vogliamo perseguire insieme al di là degli interessi di parte? 

In questa Terra, il bene comune viene sacrificato da tutti, seppure in modi diversi, sull’altare degli interessi particolari. Sembra che ciascuno pensi solo a sé stesso, alla propria sopravvivenza, alla propria sicurezza, in perenne guerra esistenziale, su fronti sempre più distanti. 

Tuttavia, il linguaggio più forte resta quello della realtà. E la realtà, ben al di là di ciò che pensiamo, sentiamo o crediamo, ci ricorda che siamo destinati a trovare forme possibili di convivenza. Non esiste alternativa. Questa Terra – tanto contesa quanto amata – è la casa di tutti: ebrei israeliani e arabi palestinesi; cristiani, ebrei, musulmani, drusi, samaritani, bahai e di qualunque altra fede. È Dio ad averci messi qui. Siamo noi cristiani, in particolare, ad avere un mandato preciso: essere sale e luce là dove siamo. E questo significa non rinunciare a costruire occasioni di interazione tra le diverse comunità nazionali e religiose, perché, quando le parole non bastano più, è allora che occorrono gesti concreti. 

4. La sfida specifica della Terra Santa: il dialogo interreligioso in difficoltà 

Un altro aspetto amaro riguarda la relazione con le altre comunità di fede. Il dialogo interreligioso – che per anni è stato centrale nella nostra missione – è in difficoltà. Non perché abbiamo smesso di incontrarci. Ma perché il terreno dell’incontro è stato investito da quanto abbiamo descritto fino ad ora: sospetto, disillusione, stanchezza. 

Abbiamo dovuto fare i conti con narrazioni storiche che si contrappongono in un modo che appare inconciliabile, dove ciascuno rivendica per sé il monopolio dell’interpretazione degli eventi. Non ci si è sentiti sostenuti e ascoltati l’uno dall’altro. È una amarezza grande, che ci interroga nel profondo.  

I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, diventano campi di battaglia identitari. I testi sacri vengono invocati per giustificare violenze, occupazioni, terrorismo. Questo abuso del nome di Dio credo sia il peccato più grave del nostro tempo. Molte istituzioni religiose sembrano avallare, anziché arginare e denunciare queste derive, dimostrando così la loro debolezza profetica.  

Eppure, per noi cristiani il dialogo non è un’opzione, bensì una necessità vitale. I nostri figli – cristiani e musulmani – vanno a scuola insieme, i nostri malati sono curati negli stessi ospedali, dove non si fanno distinzioni di appartenenza religiosa tra cristiani, ebrei, musulmani e di altre fedi. I nostri poveri condividono le stesse necessità. Senza relazione con le altre fedi non abbiamo futuro. Ma il problema è più profondo: il dialogo è la nostra vocazione e il nostro destino. È uno dei modi nel quale la nostra fede si manifesta e si alimenta. 

5.  Il volto variegato della nostra Chiesa locale in questo disordine 

La nostra comunità ecclesiale vive dentro questo generale disorientamento. Siamo una Chiesa che si estende su territori diversi – Israele, Palestina, Giordania, Cipro – ciascuno con la propria storia e le proprie dinamiche. Non esiste un’unica situazione politica né un unico contesto pastorale. Esistono tante situazioni diverse e tutte reclamano attenzione. Questa complessità costituisce la nostra ricchezza, ma anche la nostra fatica. Ci obbliga a non generalizzare, a non parlare mai in astratto, a tenere sempre presenti i volti vissuti delle comunità che vivono in luoghi diversi. Ci impegna ad un ascolto articolato e a un’azione pastorale che sappia declinarsi secondo le esigenze di ciascun territorio. 

Proviamo ora a guardare il volto tangibile della nostra Chiesa in questo tempo così difficile. 

A Gaza, i nostri fratelli sono immersi in una condizione di estrema tribolazione. Hanno vissuto per anni sotto le bombe, senza acqua, senza cibo, senza medicine. E ora vivono tra le macerie. Abbiamo perso giovani, vecchi, bambini. Eppure, la parrocchia della Sacra Famiglia e la Caritas sono stati e rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore. Nelle chiese trasformate in rifugi, centinaia di sfollati hanno condiviso la vita in tutto. 

In Palestina la situazione si deteriora di giorno in giorno. Di questo abbiamo già parlato a lungo, ma gli eventi non sembrano calmarsi. È lì che si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. Aumentano le aggressioni causate dall’occupazione e dalla totale assenza dello Stato di diritto, con un continuo aumento degli insediamenti. Se non si interrompe questa deriva, il rischio è la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa. Temo che questa sarà una preoccupazione e una situazione destinata a definire ancora a lungo le forme del nostro coinvolgimento. 

In Israele, i nostri fratelli e sorelle vivono in un contesto diverso, ma non privo di problemi: discriminazione sociale, disuguaglianze economiche e una crescente insicurezza. L’aumento della criminalità – che in certe aree controlla capillarmente il territorio, con un bilancio quotidiano di morti e feriti – sta creando una paura diffusa che rafforza in tanti la tentazione di partire. La società israeliana è traumatizzata dal 7 ottobre; questo trauma ha generato sospetto verso tutto ciò che è legato al mondo arabo, con una conseguente crescente diffidenza tra le due popolazioni.  

La comunità cattolica di espressione ebraica, in questa contesa così polarizzante, non si è sempre sentita ascoltata dalla propria Chiesa, e lo ha espresso chiaramente. I nostri fratelli e sorelle cattolici di lingua ebraica vivono una particolare solitudine ecclesiale. Sono parte di una Chiesa che forse non sentono totalmente loro. Nei prossimi mesi, cercherò occasioni per incontrare personalmente questa componente della nostra Diocesi, per ascoltarli meglio. 

I migranti e i richiedenti asilo che fanno parte delle nostre comunità vivono in condizioni di precarietà esistenziale, nel timore di essere espulsi e dovendo affrontare discriminazioni e sfruttamento. Anche loro sono stati coinvolti nella violenza del conflitto e alcuni sono stati uccisi in vari attacchi negli ultimi anni.  

Le nostre scuole, luogo di convivenza e componente preziosa della Chiesa, faticano anch’esse a orientare gli studenti. Insegnanti e alunni portano anche in classe il peso di ciò che vedono in televisione e sui social media; oggi, anche per loro, il dialogo sui temi più divisivi è diventato a dir poco faticoso. 

Pur dentro questa desolazione, la nostra determinazione a costruire una società fraterna rimane salda, e le nostre comunità cristiane restano segno tangibile di speranza. A Gaza la fede continua a rischiarare la vita dei cristiani locali. Le celebrazioni quotidiane della Messa, il rosario, le opere di carità della parrocchia e della Caritas mantengono viva la fiducia cristiana. Sono migliaia le famiglie che, attraverso l’impegno della parrocchia e della Caritas, hanno potuto ricevere aiuto e sostegno, anche nei momenti più duri della guerra. In Palestina i nostri parroci hanno organizzato e tenuto unite le loro comunità, creando iniziative di sostegno e di solidarietà, soprattutto in favore delle famiglie più provate. Neppure in Israele i sacerdoti si sono risparmiati, durante il periodo più difficile della guerra. In Giordania, la vita scorre abbastanza normalmente e, nonostante la crisi economica, le parrocchie si sono impegnate per organizzare collette, veglie di preghiere, rosari in solidarietà con le parrocchie della Diocesi attualmente in difficoltà. Anche Cipro recentemente è stata coinvolta in questa guerra, si è impegnata nella solidarietà e sta consolidando le proprie attività pastorali. 

Un fatto importante è che tutta la Chiesa universale, da Papa Francesco a Papa Leone XIV fino alle diocesi più piccole e povere, ha mostrato la sua vicinanza, offrendo preghiera e sostegno materiale alla nostra Chiesa di Terra Santa. È doveroso, da parte nostra, ringraziare quanti si sono adoperati – e ancora si adoperano – per permetterci di continuare a fronteggiare le tante indigenze di questo momento; desideriamo ringraziarli soprattutto per l’affetto e la vicinanza cristiana, che ci consola e ci edifica. L’azione di tutta la Chiesa ha mostrato che la speranza è incarnata. Non si contano, infatti, le preghiere organizzate, le raccolte di solidarietà, e tante altre espressioni concrete di comunione. 

Alla luce di tutto ciò, dobbiamo interrogarci anche su un altro aspetto importante della nostra missione. È vero, in questo tempo siamo stati presenti nel territorio di tutta la Diocesi con gesti di vicinanza e solidarietà. La nostra Chiesa ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità – onesta, chiara, con parresia – anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni. Ma, mi chiedo, è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? Come dire una parola di verità senza creare nuove barriere e nuove vittime? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere. Occorre porsi questo interrogativo con sincerità, innanzitutto davanti al Signore, sapendo che il discernimento è ascoltare la voce di Dio, convertendoci alla verità, cercando la giustizia, scegliendo il bene dei nostri fratelli. 

Ecco. È questa la condizione che abitiamo: un deserto di pianto, di rassegnazione, di parole svuotate, abitato però da coraggiose esperienze di vitalità e di fraternità. È in questo deserto che siamo invitati a riconoscere ancora una volta la voce di Dio che ci interpella.  

Di fronte a questo disordine, la domanda decisiva non è come uscirne o come risolverlo, ma come abitarlo da credenti, senza lasciarci assorbire dalla sua logica e senza rinunciare alla responsabilità di una testimonianza evangelica. Per questo è il momento di alzare lo sguardo e chiederci che cosa il Signore ci sta dicendo in tutto questo, lasciandoci attrarre da una luce che viene dall’Alto. Abbiamo bisogno di contemplare il sogno di Dio per la Sua città. 

https://www.lpj.org/it/news/letter-to-the-diocese

SEGUE DOMANI LA SECONDA PARTE

martedì 28 aprile 2026

Una donna religiosa e coraggiosa dell’antichità

 

 Meditazione di Padre Daniel - 24 aprile 2026

In questo periodo pasquale, desideriamo rivolgere la nostra attenzione ad alcune figure o eventi che irradiano la forza e la gioia della Pasqua. Diamo risalto a ciò che, a nostro avviso, è troppo poco conosciuto. Iniziamo con la misteriosa Egeria, della fine del IV secolo (1).

La scoperta del manoscritto

Un manoscritto dell’XI secolo, l’Itinerarium Egeriae (Racconto di viaggio di Egeria), è stato scoperto nel 1884 in una biblioteca di Arezzo (Italia). È incompleto, mancano l’inizio e la fine. Il linguaggio è semplice e vivace e tradisce una grande curiosità. Comprende due parti. La prima è un racconto di viaggio verso il Sinai, il monte Nebo, il paese di Giobbe e la Mesopotamia. La seconda parte è una relazione sulla liturgia così come veniva celebrata a Gerusalemme. Offre una miniera di informazioni sui luoghi santi, sulle persone dell’epoca e sui costumi liturgici a Gerusalemme.

Chi era Egeria? Questo racconto di viaggio solleva numerose domande alle quali la scienza odierna cerca di rispondere in questo modo: una donna misteriosa e singolare, Egeria, compì tra il 381 e il 384 un pellegrinaggio di diversi anni verso il Sinai, Alessandria, Edessa, Costantinopoli e Gerusalemme. È colta e benestante, forse persino di origini nobili e influenti. Parla e scrive bene il latino. Probabilmente era originaria del nord-ovest della Spagna (Gallaecia) o del sud della Francia (Gallia). Disponeva inoltre dei mezzi necessari per finanziare questa costosa impresa con un piccolo seguito. 

Lettere alle sue «sorelle»    Scrive il suo racconto sotto forma di una lunga lettera alle sue «care sorelle/signore», amiche che condividono le sue stesse idee. Alcuni hanno pensato che fosse una badessa o una suora perché scrive alle sue «sorores» (sorelle). Questo termine, tuttavia, può benissimo significare anche «amiche». Quale badessa o suora avrebbe potuto partire per un viaggio di anni? Del resto, non c'è alcun segno che lei desiderasse tornare nella sua comunità. Al contrario, continua a fare progetti per intraprendere nuovi viaggi e pellegrinaggi, «se sarò ancora in questo corpo».

Un'impresa eccezionale

Questo pellegrinaggio fu un'impresa eccezionale. Viaggiare alla fine dell'antichità era molto più difficile di oggi, soprattutto per una donna sola. Non parte nemmeno per un'esplorazione, come spesso accade oggi, per fare pace con se stessa o risolvere un grave problema relazionale. Del resto, non apprendiamo quasi nulla della sua esperienza emotiva delle difficoltà pratiche e delle condizioni di viaggio. Égérie è affascinata dai luoghi e dagli eventi così come sono descritti nell’Esodo, nei Numeri e nel Nuovo Testamento. Li osserva e li vive con gli occhi della fede. Desidera seguire le orme di Mosè, Elia, Giovanni Battista e Gesù. Alle sue «care signore» vuole fornire un resoconto entusiasta e trasmettere loro il suo fervore religioso e biblico. Nel farlo, unisce modestia e prudenza alla determinazione e al senso dell’avventura.

Testimonianza del monaco Valerio

Nel 1903 è stata ritrovata una lettera di un monaco di nome Valerio del VII secolo, indirizzata ai suoi confratelli, probabilmente dall'attuale Galizia in Spagna. Egli la chiama «monaca» e persino «la beata monaca Eteria»: «Mentre siamo colpiti dal coraggio degli uomini che furono eroi e santi, siamo ancora più colpiti dalla debolezza di una donna, ovvero la beata Etheria, che superò il coraggio di tutti gli uomini del suo tempo, come dimostra la sua meravigliosa storia... Una volta toccata dalla parola del Vangelo, si affrettò a mettersi in cammino verso il monte di Dio, senza dubbio piena di gioia… Attendeva il ritorno del Signore, dopo la fine del mondo, che riteneva vicina».

Ospitalità lungo il cammino  La prima parte del suo racconto di viaggio inizia con la sua visita al Sinai. Posti di guardia romani, vescovi, superiori, monasteri ed eremiti la accolgono con benevolenza o le offrono volentieri ospitalità. Si mostra particolarmente premurosa nei confronti del clero locale. Senza eccezioni, scrive di «quel santo vescovo» e dei «santi monaci». Anche questi ultimi erano molto gentili con lei. Egeria vuole vedere tutti i luoghi e scalare tutte le montagne menzionate nelle Scritture, e il clero locale e i religiosi accettano volentieri di accompagnarla come guide esperte.

La liturgia di Gerusalemme    La seconda parte ci racconta in modo vivace le celebrazioni liturgiche a Gerusalemme, durante la settimana, durante la Quaresima, la Settimana Santa e le feste che seguono. Gli storici a volte faticano a comprendere con precisione cosa intenda con certi termini, nomi di luoghi e di chiese. L’intenzione è chiara: celebrare nel modo più intenso possibile la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù nostro Salvatore proprio dove hanno avuto luogo.

La pratica del digiuno
Sulle modalità del digiuno durante la Quaresima, apparentemente non c'erano ancora prescrizioni. Alcuni digiunavano un'intera settimana e mangiavano solo il sabato e la domenica. E al di fuori del digiuno, consumavano un solo pasto al giorno. Il sabato e la domenica non si digiunava mai. Da Pasqua a Pentecoste non si digiunava nemmeno. Alcuni interrompevano il digiuno per un giorno, il giovedì, o per due giorni. «Nessuno dice all’altro cosa deve fare, ma ciascuno digiuna come può. Chi digiuna molto non è lodato e chi digiuna poco non è disprezzato» (n. 28).

La Grande Settimana e il Triduo
Quella che noi chiamiamo «Settimana Santa» è conosciuta in quella regione come «Settimana di Pasqua» o «Grande Settimana» a causa del «Triduum Sacrum» (Triduo Sacro) che va dal Giovedì Santo alla Pasqua. La mattina del Venerdì Santo vengono letti tutti i testi scritturali che trattano della passione del Signore:

«Dalle 6 alle 9 non si smette di leggere e di cantare inni per mostrare chiaramente a tutti che ciò che i profeti hanno detto sulla passione del Signore è avvenuto, come scrivono i Vangeli e gli scritti degli apostoli. Durante queste tre ore, si mostra a tutti che non è accaduto nulla che non fosse stato annunciato in precedenza e che non c’è nulla di annunciato che non sia stato pienamente compiuto» (n. 37).

In questo modo, Egeria sottolinea la grande unità tra l’Antico e il Nuovo Testamento.

Veglia notturna e catechesi
Segue poi una veglia notturna. «C’è una folla immensa a vegliare, alcuni fin dalla sera, altri a partire da mezzanotte, ciascuno secondo le proprie forze» (n. 37). Durante la notte di Pasqua e l’ottava pasquale, viene naturalmente riservata un’attenzione particolare a coloro che sono stati battezzati. Durante tutta la Quaresima, ricevevano l’insegnamento del vescovo: 
«... iniziando dalla Genesi, percorreva tutta la Scrittura per quaranta giorni. Così facendo, spiegava loro prima il senso letterale e poi il significato spirituale... Questo si chiama catechesi. Al termine di queste cinque settimane, essi ricevono il testo della professione di fede, che viene spiegato allo stesso modo, frase per frase, letteralmente e spiritualmente...» (n. 46).

Conclusione
La pia ed energica Egeria, con il racconto del suo pellegrinaggio in Terra Santa alla fine del IV secolo, ha ridato vita in modo singolare alla Parola di Dio e ha descritto la vita liturgica a Gerusalemme. Sebbene molte domande su alcuni dettagli rimangano senza risposta, il suo racconto di viaggio è una potente testimonianza della sua profonda fede e della vibrante vita di fede della Chiesa primitiva. Si tratta di uno dei documenti più preziosi della storia del cristianesimo antico. In esso, Egeria rimane sullo sfondo per mettere in piena luce l’amore di Dio e l’opera di salvezza. 
(1) ETHERIE, Journal de voyage. Texte latin, introduction et traduction de Hélène Pétre, Docteur ès lettres, Sources Chrétiennes 21, Les Editions du Cerf, Paris, 1948.
EGERIA, In het land van de bijbel. Reisverslag van een dame uit de vierde eeuw, Hilversum, uitgeverij Verloren, 2011. Texte latin et traduction : Vincent Hunink. Introduction de Jan Willem Drijvers.

Notizie dalla comunità

- Secondo il canale YouTube NearDeahtJourneys, la famiglia Al Rashidi, la più ricca dell’Arabia Saudita, si è convertita al cristianesimo. Considerava un onore e un dovere diffondere l’Islam costruendo moschee in tutto il mondo. Rayan, un nipote, era la pupilla degli occhi di tutta la famiglia. Viene mandato a Birmingham (Inghilterra) per studiare economia. Durante le vacanze, si reca in Sudan con alcuni amici, dove viene rapito. La famiglia Al Rashidi mobilita tutti i servizi politici e segreti possibili e fa sapere che un risarcimento finanziario non rappresenta alcun problema. Passano due settimane senza alcun risultato. La famiglia è disperata. C'è una domestica cristiana molto fedele, considerata come un membro della famiglia. Questa donna dice loro: «Preghiamo Gesù, che ha liberato Pietro, Paolo e Sila dalla prigione». Pregano. Due settimane dopo, ricevono una telefonata da Rayan, che annuncia di essere in viaggio per tornare. Racconta loro che in prigione ha visto la Persona radiosa di Gesù che lo ha liberato. La famiglia Al Rashidi si converte al cristianesimo e lascia l'Arabia Saudita per trasferirsi a Dubai,  Chi può dirci se questa storia è vera o falsa? Quando la famiglia musulmana più ricca dell'Arabia Saudita si converte al cristianesimo, mi sembra impossibile che la cosa possa rimanere segreta. Preghiamo affinché Gesù Cristo, come Signore crocifisso e risorto, sia sempre più riconosciuto e celebrato in tutto il mondo arabo!



- La seconda domenica dopo Pasqua, nella liturgia bizantina, è dedicata alle «mirofore» o «donne dei profumi», quelle donne che, con coraggio, hanno sfidato la vergogna della condanna e della morte di Gesù e sono rimaste al suo fianco fino ai piedi della croce. Insieme a Giuseppe d’Arimatea lo avvolsero in fretta in un sudario profumato di erbe aromatiche, mirra e aloe, poi lo seppellirono. Non potevano fare altro in quel momento, poiché era già iniziato il sabato. La domenica mattina presto, si recarono al sepolcro per completare la cura del corpo di Gesù. Lì, capirono che era risorto. Il loro amore, il loro coraggio, la loro perseveranza e la loro fedeltà ci vengono presentati come esempio in questa domenica. Tuttavia, con la sua risurrezione e la sua apparizione, Gesù dà loro infinitamente più di quanto avrebbero voluto offrirgli.


Padre Daniel Maes, Qara, Siria

giovedì 23 aprile 2026

La giornalista libanese Amal Khalil uccisa durante gli attacchi israeliani a Tiri

 


AUTORE: Newsdesk Libnanews -  23 aprile 2026

La giornalista libanese Amal Khalil è stata trovata morta dopo ore trascorse sotto le macerie a Tiri, nel sud del Libano, dove mercoledì aveva documentato le conseguenze dei successivi attacchi israeliani. La sua collega, la fotografa Zeinab Faraj, è rimasta ferita ed è stata trasportata all'ospedale di Tebnine, dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla testa e le sue condizioni sono state successivamente dichiarate stabili. 

Per il Libano, il caso è diventato immediatamente più di un dramma individuale. Concentra in un unico episodio tre realtà del momento: il protrarsi degli attacchi israeliani nonostante il cessate il fuoco, l'estrema vulnerabilità dei giornalisti nel sud del Paese e l'incapacità dello Stato libanese di proteggere, evacuare e mettere in salvo i propri professionisti dell'informazione quando si trovano intrappolati sul territorio.

La situazione attuale è drammatica. Un primo attacco ha colpito un veicolo nella città di Tiri, uccidendo gli occupanti. Amal Khalil e Zeinab Faraj, accorse sul posto per documentare le conseguenze dell'attacco, si sono rifugiate in una casa vicina. Anche questa casa è stata poi colpita. I soccorritori sono riusciti a raggiungere Zeinab Faraj, gravemente ferita, ma non Amal Khalil, rimasta sotto le macerie per ore. 

Secondo il Ministero della Salute libanese e le testimonianze raccolte dalle agenzie di stampa internazionali, le operazioni di soccorso sono state ritardate da ulteriori scontri a fuoco e dall'ostruzionismo delle forze israeliane. L'esercito israeliano nega di aver preso di mira deliberatamente i giornalisti e contesta di aver impedito alle squadre di soccorso di accedere al sito. Ma tra la sua versione dei fatti e la realtà concreta, rimane un fatto doloroso: un giornalista che stava documentando l'accaduto è rimasto sepolto sotto le macerie per ore prima che il suo corpo venisse finalmente recuperato.

La situazione è tanto più grave in quanto non è sorta dal nulla, né a livello politico né militare. Da settimane, la protezione dei giornalisti nel Sud è una questione ben nota, riconosciuta e discussa tra il Governo, l'UNIFIL e gli organismi internazionali. Il Ministero dell'Informazione aveva annunciato un meccanismo coordinato con le Forze Armate libanesi per organizzare l'accesso dei giornalisti alle aree colpite. Aveva ripreso i colloqui con l'UNIFIL sulle misure di sicurezza. Aveva arrestato un Relatore Speciale delle Nazioni Unite in seguito a precedenti omicidi. Tutto ciò esisteva già prima di Tiri. Tuttavia, al momento del test vero e proprio, nulla in questo sistema ha impedito che una troupe giornalistica venisse colpita, e un corpo è rimasto sepolto sotto le macerie per diverse ore in una zona in cui né l'esercito libanese, né le autorità di soccorso o civili erano riuscite a garantire un accesso rapido e sicuro.

Fu dopo il primo attacco che le due giornaliste si trovarono nella zona. Amal Khalil, giornalista di Al-Akhbar, e Zeinab Faraj, fotografa, documentarono gli sviluppi sul posto. Mentre si trovavano nei pressi del luogo, un nuovo bombardamento colpì la zona. Entrambe le donne cercarono rifugio in una casa. Anche questa casa venne colpita. È questo secondo attacco che fa aumentare considerevolmente la portata dell'evento.

Anche se l'esercito israeliano respinge l'accusa di aver preso di mira deliberatamente gli obiettivi, i fatti lasciano un'impressione ben più grave: quella di un teatro operativo in cui la distinzione tra obiettivo militare, spazio civile, rifugio improvvisato e corridoio di soccorso non viene più rispettata nella pratica. 

Il Ministero della Salute libanese ha accusato l'esercito israeliano di aver inseguito le due giornaliste fino all'edificio in cui si erano rifugiate. L'accusa è forte. Non proviene da un media attivista o di parte, ma da un'istituzione ufficiale. È ulteriormente rafforzata dai resoconti dei soccorsi, che affermano di essere riusciti a estrarre Zeinab Faraj prima di essere tenuti a distanza, al punto che Amal Khalil è rimasta sotto le macerie fino a tarda sera.

Le testimonianze concordanti parlano anche di granate assordanti e spari usati per ritardare l'accesso dei soccorritori. Al contrario, l'esercito israeliano nega di aver ostacolato. Ma ciò non cancella l'immagine lasciata sul terreno: un sito colpito più volte, un giornalista ferito salvato a stento, un altro abbandonato sotto le macerie per ore. 

Questo comportamento è tanto più sconvolgente in quanto si verifica sotto la copertura di un cessate il fuoco che avrebbe dovuto essere in vigore dal 16 aprile. Da diversi giorni, il Libano sostiene che Israele stia svuotando di significato la tregua continuando con attacchi, demolizioni e restrizioni nel sud del Paese. Il caso di Tiri ne è l'esempio più lampante. Se una giornalista può morire nella casa in cui si è rifugiata dopo un primo bombardamento, e se i soccorsi affermano che non han potuto intervenire immediatamente, allora la parola cessate il fuoco diventa quasi una mera invenzione per coloro che continuano a lavorare, vivere o circolare a sud del Litani.

Articolo completo su : http://en.libnanews.com/amal-khalil-killed-under-strikes-in-tiri/

mercoledì 15 aprile 2026

Sì, il Signore è veramente risorto… : gli auguri delle Trappiste di Siria

Carissimi,

Buona Pasqua! Arriviamo ad augurarlo ormai alla fine di questa Ottava, mentre i nostri fratelli Ortodossi stanno vivendo i giorni del Triduo....
È Pasqua! Un tempo difficile, nel Medio Oriente, un tempo in cui la vittoria sulla morte è un annuncio che sfida gli avvenimenti che si susseguono quasi ora dopo ora. Ultimo fra tutti, la strage di popolazione in Libano, la prospettiva di un conflitto tra Israele e Turchia che coinvolgerà la Siria...e chissà cosa ancora. 

È Pasqua! E sappiamo che tutti state pregando il Risorto per noi, per il Medio Oriente, per la pace. Grazie. È Pasqua! E per la Settimana Santa, poichè nè il nostro Padre Generale, nè il cappellano sono riusciti a venire, abbiamo avuto con noi un giovane sacerdote di origine austriaca, P. Gerry,un gesuita che sta ad Aleppo, e che è arrivato da noi il Giovedì Santo. 


Con lui quattro giovani, due ragazze e due ragazzi, che hanno fatto un vero ritiro ed hanno partecipato con profondità alla nostra liturgia. Le celebrazioni sono state belle e significative, e pregare i salmi di questi giorni prende sempre uno spessore incredibile. 


È Pasqua, e il nostro cero quest’anno non poteva che portare il simbolo dell’Agnello: pensando ai martiri della Nigeria, a tanti altri martiri, alla violenza che imperversa nel mondo. Ma è un Agnello vittorioso, e la croce diventa il vessillo regale della Vita che non muore.. È Pasqua! E all’ingresso del monastero abbiamo una Croce nuova, di pietra bianca splendente, opera degli scalpellini che stanno lavorando ad alcuni particolari della chiesa. Perchè durante la Quaresima si erano manifestati i segni di deterioramento della nostra Croce di Fondazione, in legno, che nonostante le manutenzioni si era gonfiata e scheggiata..Un segno significativo, per noi, in questo tempo di sofferenza anche per i Cristiani. 

È Pasqua! e quest’anno anche noi ci siamo unite alla tradizione delle famiglie, ed abbiamo dipinto e regalato le uova con i colori naturali della cipolla, del cavolo rosso.. della barbabietola.. Segno della vita, ognuno ne prende uno il giorno della festa e si gioca a romperlo l’uno con l’altro... . Quello che resiste, guadagna l’altro uovo che si è rotto, e cosi’ via...Gli scout preparano le uova per la fine della messa, e ci hanno detto che i giovani hanno invitato a prenderne uno e giocare anche le guardie musulmane che facevano il controllo di sicurezza alla messa... E che è stato un bel momento anche per loro. 

È Pasqua! Pasqua è anche la gioia dei bambini che sono venuti a far festa al monastero e che abbiamo ritrovato a sguazzare nella fontana della nostra Madonnina, con abitini da festa e scarpe e tutto..(possiamo immaginare quanto saranno state contente le mamme...). 

È Pasqua, Pasqua è vita che risorge, e per noi persone e gruppi che ricominciano a venire al monastero per incontri e ritiri. Pasqua è continuare a costruire, mentre non si sente parlare che di bombardamenti e distruzioni. Ai nostri operai del villaggio si sono aggiunti anche degli scalpellini di Hama che intagliano e lavorano la pietra che poi, una volta finito il pezzo, portano alcuni dettagli, gli archi , le cornici...  

Sono due giovani cristiani, che si sono messi in società per non lasciar cadere il lavoro dei loro padri. Amici nuovi per il monastero, che così possono trovare lavoro in questo tempo difficile. Intanto i nostri operai continuano la copertura dell’abside, e , con la pietra, il chiostro interno e qualche stanza, in modo da poter terminare una parte in vista del futuro trasferimento. 

In questo ultimo mese abbiamo lavorato finalmente anche con una équipe di ingegneri di Homs e dintorni; sembrano bravi e dovremmo presto avere in mano i piani per poter cominciare gli interni. Lo desideriamo davvero molto. 

È Pasqua, e l’augurio che mandiamo a ciascuno di voi è che la gioia profonda, quella vera, quella di sapere che nessuna tenebra ha davvero potere sulla nostra vita, vi raggiunga, e dia luce e speranza ad ogni giornata, ad ogni incontro, ad ogni pensiero, ad ogni preghiera. 

Al Masih qam! Haqqan qam! Sì, il Signore è veramente risorto...

M. Marta Fagnani

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Intestato a: Monastero Beata Maria Fons Pacis

domenica 12 aprile 2026

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace


Saluto del Santo Padre prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro

Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!

Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.

Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.

Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.

Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.


Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà. 

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio. 

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini! 

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace! 

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231). 

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita! 

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2026/documents/20260411-rosario-pace.html

giovedì 9 aprile 2026

Sempre meno cristiani nel Medio Oriente

Nella nuova guerra che scuote l'intero Medio Oriente tornano discorsi già sentiti oltre un secolo fa: si vuole ridisegnare il volto della regione, pacificarla una volta per tutte. Slogan simili circolavano anche nel 1916. Da allora ad oggi un solo dato è certo: la diminuzione costante della presenza cristiana nell'area.

 di Fulvio Scaglione

La tregua di due settimane nella guerra di Usa-Israele contro l’Iran somiglia molto al piano di pace trumpiano per Gaza: non risolve il problema ma almeno ferma, o rallenta, il conflitto e la conta delle vittime che, come sempre nelle guerre contemporanee riguarda più i civili che i militari (si veda il caso del Libano l’8 aprile: oltre 250 morti in una sola giornata di bombardamenti israeliani).

Al di là delle bombe, dei morti, delle abitazioni e delle fabbriche distrutte, delle università e degli ospedali ridotti in macerie, colpisce l’eterna ripetizione di certi discorsi. Nelle scorse settimane, quando sentivamo il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump annunciare l’intenzione di ridisegnare il Medio Oriente e definire questa guerra come l’ultima guerra, quella definitiva, quella che avrebbe eliminato ogni minaccia alla pace, avevamo la sensazione di vivere nel 1916, quando l’Occidente cominciò a usare gli stessi argomenti. Forse per una convinzione basata sul pregiudizio razziale e sull’ignoranza, forse solo per dare una patina di “nobiltà” ai propositi tipici dell’imperialismo di quell’epoca.

Era, quello, l’anno in cui tra Regno Unito e Francia fu stipulato il Trattato Sykes-Picot, dal nome dei due diplomatici che lo firmarono. Le potenze che rappresentavano, impegnate nella Prima guerra mondiale come alleate e avendo quindi entrambe come nemico l’Impero ottomano (che controllava gran parte del Medio Oriente), decisero (appunto) di ridisegnare il Medio Oriente e renderlo, a modo loro, stabile e pacifico. Se lo spartirono – mezzo a me, mezzo a te – tracciando confini con la matita sulle carte geografiche, senza tener conto di culture, popoli, lingue, geografie. Aprendo così le porte a una stagione di guerre e conflitti che, come vediamo, è ancora ben lungi dal concludersi.

In questi 110 anni sono successe tante cose in Medio Oriente e tutte sono andate in quella direzione: interventi esterni interessati che hanno finito per aumentare le divisioni e la conflittualità. Con una ricaduta devastante sulla presenza cristiana: in quell’epoca i cristiani formavano circa il 20 per cento della popolazione totale del Medio Oriente con picchi del 24 per cento e del 27 per cento nel Levante e in Mesopotamia. Nel censimento del 1914, i cristiani risultavano essere il 16-17 per cento della popolazione dell’Impero ottomano. Oggi i cristiani in Medio Oriente sono appena tra il 4 e il 6 per cento della popolazione. Il dato, tra l’altro, contribuisce a spiegare l’aumento della conflittualità nella regione: la drastica riduzione di una presenza di solito disarmata e impegnata nel dialogo con ogni altra componente etnico-religiosa ha privato la regione di un ammortizzatore prezioso.

Ed è straordinario che certi Paesi occidentali, che in qualche momento delle loro guerre (anche in questa contro l’Iran) osano addirittura brandire l’arma della fede, non abbiano alcuna cura per un tratto così importante della regione che dicono di voler “sistemare” e “pacificare”.

https://www.terrasanta.net/2026/04/sempre-meno-cristiani-nel-medio-oriente-che-muta/

sabato 4 aprile 2026

Augurio pasquale dal vescovo di Aleppo mons. Jallouf

al-Masiq qam! Haqqan qam! Il Signore è risorto! E' veramente risorto!

In un contesto di fragile sicurezza e di crescenti tensioni, i cristiani in Siria stanno vivendo una Pasqua diversa quest'anno, oscurata da sentimenti di ansia. Nonostante sia trascorso più di un anno dal cambio di potere, non si sono registrati miglioramenti tangibili nella vita quotidiana, mentre gli attacchi contro le minoranze e l'assenza di sicurezza e giustizia continuano a pesare pesantemente sulla popolazione. 

In questo contesto, il vescovo Hanna Jallouf conferma che le celebrazioni sono sobrie e limitate all'interno delle chiese, poiché il senso di insicurezza persiste. 
Nonostante tutto ciò, la Pasqua rimane un segno inestinguibile di speranza, e i leader religiosi invitano all'unità e alla fermezza nella fede di fronte alle difficoltà. 

Il vescovo Jallouf sottolinea che questo non è un tempo di divisione, ma piuttosto un invito ad aggrapparsi a Cristo risorto, aggiungendo un messaggio di consolazione ai fedeli: "Non abbiate paura, perché il Signore ha vinto la morte ed è in grado di donarci la vita; perché ci ha illuminati e nella Sua Risurrezione viviamo nella speranza e vediamo un futuro migliore per tutti".

sabato 28 marzo 2026

Attacco a Suqaylabiyah: gli alawiti, i drusi, i curdi e ora i cristiani.


da Insideover - Fulvio Scaglione

La sera di venerdì 27 marzo, Suqaylabiyah, città a maggioranza greco-ortodossa nella valle dell’Oronte, è stata presa d’assalto da uomini armati arrivati in moto.

I residenti sono stati minacciati di morte, negozi, chiese, macchine sono stati danneggiati, e molti commercianti hanno dovuto chiudere le loro attività.

Alcuni aggressori hanno tentato di irrompere nelle abitazioni, il tutto sotto gli occhi delle forze di sicurezza, che secondo i testimoni non sono intervenute per fermare o arrestare i responsabili.

Gli alawiti. I drusi. I curdi. Adesso i cristiani. Quello che americani ed europei considerano un tentativo di restaurare l’unità territoriale della Siria sotto il potere del nuovo Governo somiglia sempre più, nella Siria dove i musulmani sunniti sono il 75% della popolazione, a un progetto di repressione delle minoranze nel segno dell’islamismo.

Il caso degli alawiti è stato il più drammatico. Nel marzo dell’anno scorso, dopo un agguato a una pattuglia governativa, le milizie di Hayat Tahrir al-Sham (Comitato per la liberazione del Levante, HTS), il gruppo islamista comandato da Abu Muhammad al-Joulani, ovvero da Ahmed al-Sharaa prima che diventasse presidente della Siria, erano calate sulla provincia di Latakia e avevano fatto strage di almeno 1.500 persone, quasi tutte civili, molte donne e bambini. Un pogrom etnico-religioso in piena regola, a cui Al-Sharaa reagì da un lato dicendo che le passate crudeltà del regime di Bashar al-Assad (alawita) rendevano comprensibile la voglie di vendetta e annunciando una commissione d’inchiesta sulle stragi di cui, peraltro, nessuno ha più sentito parlare. Ma quello attuale dei cristiani, se possibile, è ancor più emblematico.

I fatti. Siamo a Suqaylabiyah uno dei grossi centri nella valle dell’Oronte, nel governatorato di Hama che conta circa 250 mila abitanti. Un’area a prevalenza musulmana sunnita con un’eccezione, appunto Suqaylabiyah, che ha una popolazione a maggioranza cristiana, in particolare greco-ortodossa. In un negozio di vini e liquori, come quasi sempre accade in Medio Oriente gestito da cristiani, si accende una disputa. Difficile non pensare a una provocazione: perché dei musulmani avrebbero dovuto entrare nel negozio, visto che tutte le bevande inebrianti sono esplicitamente vietate dalla loro religione?

Comunque sia, il tam tam si mette immediatamente in azione e dai villaggi del circondario arrivano molti altri musulmani che attaccano i negozi dei cristiani, distruggono ciò che possono e, di passaggio, abbattono una statua della Madonna che si trovava in una piazza. A notte fonda gli assalitori si ritirano. Il mattino dopo, a Damasco e altrove, puntualmente spuntano manifestazioni e piccoli cortei per chiedere la messa al bando della vendita di alcolici. Un provvedimento che, se fosse deciso, colpirebbe i cristiani in due modi: da un lato, togliendo a molti di loro un lavoro e una fonte di sopravvivenza; dall’altro cancellando uno dei più evidenti (anche se, ovviamente, non il più importante) segni della “diversità” della comunità cristiana.

I segnali da non sottovalutare
È ovvio che i cristiani di Siria vivano ore di apprensione. Prima dei fatti di Suqaylaibiyah non c’era stata alcuna discriminazione “ufficiale” nei loro confronti. Ma nel giugno del 2025 ci sono stati i 30 morti nella chiesa di Sant’Elia a Damasco, dove un terrorista ha aperto il fuoco sui fedeli che assistevano alla messa e poi si è fatto esplodere. Alla vigilia di Natale, proprio a Suqaylabiyah, alcuni uomini armati hanno dato fuoco all’albero di Natale alzato nella piazza centrale. E adesso l’assalto alle botteghe dei cristiani. I segnali sono comunque inquietanti.

Sull’analisi della situazione le opinioni divergono. Molti tendono a pensare che il presidente Al-Sharaa, molto semplicemente, non abbia il pieno controllo delle milizie che pure ha guidato alla conquista del potere in Siria. Dopo anni di lotta armata dal nido d’aquila della provincia di Idlib, i diversi comandanti si sono ritagliati porzioni di potere personale a cui non vogliono rinunciare e che vogliono continuare a esercitare senza troppo badare alle direttive, peraltro assai blande, del Governo centrale. Da cui le spedizioni punitive contro l’etnia cui appartenevano gli Assad, gli assalti alla comunità drusa del Sud, i tentativi di espansione nelle aree cristiane (Suqaylabiyah non è l’unico caso, anche la famosa Maaloula, per fare un altro esempio, è sotto pressione dei musulmani che cercano di trasferirvisi in massa) e così in via.

È una tesi non assurda, che però si scontra con una serie di fatti concreti. Intanto Al-Sharaa, quand’era “solo” il capo delle formazioni islamiste che, appoggiate dalla Turchia, combattevano le truppe siriane, ha mostrato una grande capacità nella tattica e nel marketing politico, cambiando di volta in volta (almeno quattro) la denominazione e l’atteggiamento del suo gruppo in relazione al mutamento della situazione sul campo. Cosa che non gli ha impedito di reprimere con violenza le proteste che anche nel feudo di Idlib si erano più volte sollevate. E ha confermato questa capacità di agire su un doppio binario anche una volta diventato presidente, fintamente a interim, della Siria.

Al Sharaa-Al Joulani, il doppio volto del potere
Preso il potere, e dovendo accreditare soprattutto all’estero un’immagine di moderato, Al-Sharaa ha avuto una grande intuizione. Ha riservato agli uomini usciti da HTS le funzioni relative alla Difesa, alla Sicurezza e alla politica estera ha affidato al Governo di salvezza nazionale (GSN) l’amministrazione delle questioni tecniche e non politiche, a loro volta gestite da tecnocrati e burocrati locali, con il duplice effetto di indebolire il dissenso interno e di offrire una chance al ritorno di quella classe di professionisti di alto livello che negli anni sono fuggiti in massa (si calcola almeno un terzo di ingegneri, professori, tecnici di ogni sorta, artigiani specializzati, imprenditori) dalla Siria devastata. Una struttura decentralizzata ma largamente burocratica che somiglia, peraltro, a quella dei tempi di Assad o a quella attuale di Egitto e Iraq. 

venerdì 27 marzo 2026

Messaggio di Pasqua 2026 dei Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme

 

Messaggio di Pasqua dalla Custodia di Terra Santa

«Benedetto sia Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti...»
1 Pietro 1:3

Nelle settimane che precedono la commemorazione di quest'anno della morte e resurrezione di Cristo, una nuova e devastante guerra regionale ha nuovamente gettato nel caos la Terra Santa e l'intero Medio Oriente. Ogni giorno che passa porta con sé un'escalation sempre più violenta: un ciclo implacabile di morte, distruzione e orribile sofferenza che ora si ripercuote in tutto il mondo, causando crescenti difficoltà economiche. Dal fumo nero di questa devastazione in continua espansione, una profonda oscurità ha avvolto la nostra regione, soffocante come l'aria all'interno della tomba sigillata di Cristo crocifisso. La speranza stessa sembra averci abbandonato.

Eppure, come insegna la Scrittura e rivela la nostra fede, la desolazione della tomba non fu la fine della storia. La morte non ebbe l'ultima parola. Per la potenza di Dio, Cristo risorse vittorioso dalla tomba, spezzando i legami del peccato e della morte. Come scrisse l'apostolo Paolo: «Cristo infatti è risorto dai morti, primizia di coloro che si sono addormentati» (1 Corinzi 15:20). Di conseguenza, a coloro che guardano con fede al Signore risorto, Dio concede «una nuova nascita a una speranza viva» (1 Pietro 1:3).

Pertanto, in questi tempi catastrofici, noi, Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme, affermiamo queste parole potenti e incoraggianti alle nostre comunità e ai cristiani di tutto il mondo come cuore del nostro Messaggio di Pasqua. Infatti, «come Cristo è stato risuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita» (Romani 6,4b).

Nel rispetto di questa profonda verità, esortiamo i fedeli e tutti coloro che sono di buona volontà a lavorare e pregare incessantemente per il sollievo delle innumerevoli moltitudini in tutto il Medio Oriente e oltre, che soffrono gravemente per le devastazioni di questa guerra. Allo stesso modo, li esortiamo a intercedere e
a promuovere una fine immediata dello spargimento di sangue e affinché la giustizia e la pace prevalgano finalmente in tutta la nostra regione dilaniata dalla guerra, a cominciare da Gerusalemme e estendendosi a Gaza, al Libano e a tutta la Terra Santa; agli Stati del Golfo e a Teheran; e fino ai confini della terra.

Infine, in questo senso, ricordiamo ancora una volta le parole di San Paolo che, in mezzo alle sue innumerevoli prove, scrisse: «Siamo tribolati in ogni modo, ma non schiacciati; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; abbattuti, ma non distrutti, portando sempre nel  nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Corinzi 4,8-10).

Con la stessa profonda fede nel potere trasformatore della Risurrezione di Cristo, in mezzo alle nostre sofferenze, scambiamoci quell'antico saluto pasquale che continua a risuonare nell'eternità: “Cristo è risorto! (Al Maseeh Qam! Christos Anesti! Christos haryav i merelotz! Pekhrestos aftonf! Christ est Ressuscité! Cristo è risorto! Christus resurrexit! Meshiha qam! Christos t'ensah em' muhtan! Christus ist auferstanden!) È veramente risorto! Alleluia!”

I Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme