Traduci
sabato 23 dicembre 2017
venerdì 22 dicembre 2017
Messaggio natalizio dei capi delle Chiese a Gerusalemme, 2017
![]() |
| Il Custode di Terra Santa padre Patton: "Gerusalemme deve essere una città condivisa piuttosto che una città divisa, quindi una città condivisa tra due popoli e una città condivisa tra tre religioni. Ovviamente, i due popoli sono il popolo israeliano e il popolo palestinese e le tre religioni sono l’ebraismo, l’islam e il cristianesimo. Quindi è per questo che spesso si fa riferimento al cosiddetto status quo, cioè a una situazione che evita uno sbilanciamento per così dire in una sola direzione." |
«Ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore”» (Luca 2, 10).
In questo momento lo sguardo del mondo è fisso su Gerusalemme, una città che è santa per tutte le fedi di Abramo. Noi, i Patriarchi e i Capi delle Chiese a Gerusalemme, mentre ci avviciniamo alla celebrazione del Natale, riaffermiamo la nostra chiara posizione nel chiedere la conservazione dello Status Quo della Città Santa fino a quando non sarà stato raggiunto un accordo di pace tra israeliani e palestinesi sulla base dei negoziati e del diritto internazionale.
I cristiani di Terra Santa sanno che la loro presenza e testimonianza sono strettamente collegate ai Luoghi Santi e alla loro accessibilità come luoghi di incontro e di unità tra popoli di fedi diverse. Sono i Luoghi Santi che hanno dato significato alla regione. Qualsiasi esclusivo approccio politico su Gerusalemme priverà la città della sua vera essenza e delle sue caratteristiche e calpesterà il meccanismo che ha mantenuto la pace attraverso i secoli. Gerusalemme è un dono sacro; un tabernacolo; terreno sacro per il mondo intero. Tentare di possedere la Città Santa Gerusalemme e limitarla con termini di esclusività porterà ad una realtà molto oscura.
In questo momento, mentre attendiamo la venuta della Luce, vi portiamo grandi notizie di gioia, speranza e pace dalla Città della speranza e della pace, Gerusalemme! Anno dopo anno ci uniamo alla Chiesa universale nel celebrare la nascita di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. L’Incarnazione del Verbo fatto carne continua, dopo due millenni, ad essere una fonte di gioia, speranza e pace, nonostante la sofferenza e l’afflizione di molte nazioni e comunità in tutto il mondo.
La proclamazione angelica ai pastori di Betlemme ha portato buone notizie, grande gioia e una promessa di pace a tutte le persone, specialmente a coloro che soffrono e vivono nella paura e nell’ansia di ciò che il futuro riserva a loro e ai loro cari. L’angelo apparve ai pastori che stavano vegliando sul loro gregge di notte, e la gloria del Signore venne per dissipare l’oscurità della loro notte e per annunciare il nuovo giorno che era spuntato con la nascita di Cristo. In quel momento i pastori avevano paura e non potevano comprendere il significato della proclamazione angelica, e come la nascita avrebbe avuto un impatto sulle loro vite e sulla vita della loro comunità.
Queste persone di Betlemme che hanno sofferto sotto l’occupazione romana e il loro compatriota Erode, e soggette alle distinzioni e alle esclusioni dell’economia socio-politica, si sono confrontate con un’economia diversa: la provvidenza di Dio. Il messaggio degli angeli ha rivelato ai pastori – fuori dal loro contesto – una nuova realtà, in cui i concetti di potere e autorità vengono trasformati dall’Incarnazione di Dio in una umile mangiatoia.
I pastori risposero immediatamente a questa teofania e andarono a vedere «questo avvenimento che il Signore ha fatto conoscere [loro]». Il mondo di oggi si confronta ancora una volta con la sfida di rispondere alla proclamazione angelica che richiede la partecipazione all’economia divina nel portare gioia, speranza e pace in un mondo dilaniato da violenza, ingiustizia e avidità.
Continuiamo a mantenere l’intera regione del Medio Oriente nelle nostre preghiere e chiediamo al Principe della pace di ispirare i cuori e le menti di tutti coloro che hanno autorità affinché camminino sulla via della pace, della giustizia e della riconciliazione tra le nazioni. Mentre celebriamo la venuta di Cristo come luce del mondo, siamo ispirati e ci consoliamo con le parole dell’inno di Zaccaria: «Per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre
e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi sulla via della pace».
e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi sulla via della pace».
Vi auguriamo un felice Natale e un Nuovo Anno di pace.
Patriarchi e capi delle Chiese a Gerusalemme
+ Patriarca Teofilo III, Patriarcato greco-ortodosso
+ Patriarca Nourhan Manougian, Patriarcato Apostolico armeno-ortodosso
+ L’Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Amministratore Apostolico, Patriarcato Latino
+ Fr. Francesco Patton, ofm, Custode di Terra Santa
+ Arcivescovo Anba Antonious, Patriarcato copto-ortodosso, Gerusalemme
+ Arcivescovo Swerios Malki Murad, Patriarcato siriano-ortodosso
+ Arcivescovo Aba Embakob, Patriarcato etiope-ortodosso
+ Arcivescovo Joseph-Jules Zerey, Patriarcato greco melchita-cattolico
+ Arcivescovo Mosa El-Hage, Esarcato patriarcale maronita
+ Arcivescovo Suheil Dawani, Chiesa episcopale di Gerusalemme e Medio Oriente
+ Vescovo Munib Younan, Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa
+ Vescovo Pierre Malki, Esarcato patriarcale siriano-cattolico
+ Mons. Georges Dankaye’, Esarcato patriarcale armeno-cattolico
mercoledì 20 dicembre 2017
Pace, casa e lavoro: il dono di Natale per il futuro dei cristiani siriani
AsiaNews, 19 dicembre 2017
La
pace in tutta la Siria, la lotta alla disoccupazione che frena la
(lenta) ripresa e la riunificazione delle molte famiglie spezzate
dalla guerra, che in oltre sei anni di violenze ha trasformato
milioni di persone in migranti in cerca di riparo all’estero o
sfollati interni. Sono questi i due grandi desideri che animano la
popolazione cristiana di Aleppo in queste settimane di Avvento che
preparano al Natale, come racconta ad AsiaNews il
vicario apostolico dei Latini, mons.
Georges Abou Khazen.
Ad un anno dalla fine della battaglia per la città “si vive un
clima di maggiore speranza”, aggiunge, e “vi è anche molta più
sicurezza. Tutto questo induce ad un moderato ottimismo, perché si
raggiunga una soluzione che coinvolga tutto il Paese”.
La
migrazione “resta un problema”, sottolinea il vicario apostolico
di Aleppo, anche perché “sono partiti soprattutto i giovani” e
il loro ritorno è una “priorità” per far ripartire la città.
Intanto la Chiesa locale, prosegue il prelato, ha avviato o sostiene
con fondi specifici “progetti di micro-impresa a livello locale:
adesso la nostra sfida è passare dal sussidio all’autosufficienza”.
Da
qui lo stanziamento di somme di denaro per l’apertura di
pasticcerie, negozi di barbieri, falegnamerie, imprese artigiani,
fabbri ferrai perché “è dalle piccole attività di ogni giorno
che bisogna ripartire”. “Il ritorno dell’elettricità per 13,
14 ore al giorno, insieme alla fornitura costante di acqua -
sottolinea mons. Georges - sono i segni più importanti della
rinascita”.
Adesso
è possibile tornare a vedere in alcuni punti “una città pulita”
e “strade illuminate con pannelli solari”. Dall’oscurità alla
luce, aggiunge il vescovo, “è una sensazione nuova, compresa
l’illuminazione delle strade di notte”.
Prima
della guerra Aleppo era la seconda città per importanza della Siria,
oltre che il suo principale motore economico e commerciale. Dal 2012
è stata divisa in due settori: occidentale, dove hanno vissuto 1,2
milioni di persone, sotto il controllo del governo; la zona
orientale, circa 250mila persone, nelle mani delle milizie ribelli e
di gruppi jihadisti. La resa dei ribelli, che hanno trattato
l’uscita dalla città,
e la successiva riunificazione risalgono al dicembre dello scorso
anno; la popolazione ha potuto festeggiare con canti
e balli la
fine dei combattimenti e il Natale alle porte.
A
distanza di un anno è partita l’opera di rimozione delle macerie,
le strade sono più pulite, il traffico è aumentato, hanno riaperto
alcune officine. “Qualcosa si muove”, racconta mons. Georges,
anche se “molta gente resta senza lavoro, sono tantissimi i bambini
orfani di guerra o abbandonati che abbiamo scoperto nei mesi
successivi all’unificazione della città”. Uno dei grandi
ostacoli alla ripresa di Aleppo “è la disoccupazione: vanno
riparati i macchinari rubati o trafugati dalle aziende negli anni di
guerra, vanno sistemate le abitazioni per consentire il ritorno dei
profughi”.
La
Chiesa locale partecipa all’opera di ricostruzione degli edifici,
sostiene la piccola impresa, prosegue la distribuzione dei pacchi
alimentari. “Quasi tutte le famiglie - racconta il prelato -
confidano ancora nei nostri aiuti: si tratta di circa 10.500 nuclei
cristiani di tutte le confessioni. E poi vi è l’assistenza
sanitaria e la distribuzione di medicine, anche questa una priorità
nel contesto di una svalutazione della moneta locale, la lira, il cui
valore di acquisto è assai inferiore e lo stipendio medio di un
lavoratore, sebbene sia rimasto invariato, non è più sufficiente”.
Intanto
la comunità si avvicina al Natale con “molta più speranza, più
sicurezza, con l’augurio che la guerra possa finire presto in tutto
il Paese. Le strade vengono addobbate a festa, un municipio guidato
da una maggioranza musulmana ha voluto mettere stendardi e simboli
della festa cristiana. E ancora, le chiese addobbate con i presepi,
le animazioni promosse dai giovani. Si respira - conferma il vescovo
- un clima diverso all’anno passato”.
In
questi giorni che avvicinano alla festa, il vicario apostolico di
Aleppo vuole rivolgere un pensiero finale ai bambini, che
rappresentano “il futuro e la speranza” della comunità cristiana
e di tutto il Paese. “Come Chiesa abbiamo preparato dei doni da
distribuire, insieme a un vestito per la festa che possa servire per
tutto l’inverno. A questo si aggiungono dei pranzi di gruppo il
giorno di Natale e quello successivo; un'occasione per stare insieme,
fare festa, con canti e balli. Ma oltre la festa - conclude il
prelato - vi è l’impegno perché possano frequentare la scuola: a
oggi paghiamo per intero la retta di 3200 studenti, versando nelle
casse degli istituti, in maggioranza privati, fino a 150 dollari
all’anno, distribuendo anche libri e quaderni ai più poveri, ma
meritevoli”.
Iscriviti a:
Post (Atom)


