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martedì 20 febbraio 2024

Ricordi: Latakia 1981


 Una pagina del mio diario scritta quando in Siria era in atto la sedizione dei Fratelli Musulmani, ovvero l’intento imperiale della sporca guerra per procura che, purtroppo, si sarebbe concretizzata pienamente a partire dal 2011.

di Maria Antonietta Carta

Sono le due o le tre dopo la mezzanotte. In soggiorno regna un silenzio deserto e io sul divano guardo, inerte, un’altra delle mie notti senza sonno. Notti insopportabili in cui si sta conficcando, infida, la rassegnazione. Non voglio che la mia anima si raggeli. Mi alzo. Metto sul piatto del giradischi la sinfonia Jupiter. Torno al divano. Le terzine in do maggiore cominciano a disperdere il silenzio. Creature fantastiche riempiono lo spazio intorno a me. Arrivano gli archi e mi scuotono la mente. Adesso la musica si fa serena di una serenità a tratti malinconica. Un racconto leggero, suasivo, carezzevole. Ma ecco spirali e spirali di suoni solenni. Il racconto diventa mito, e mi rapisce. Il ritorno del do maggiore mi sorprende. La musica finisce, riappare il silenzio e mi trova colma di stupore. La mia famiglia dorme oltre la parete.

Odo degli spari. “Qualcuno sta colorando l’asfalto col suo sangue” penso.

La sublime musica di Mozart è svanita lasciandomi ancora più sola e inerme. Vorrei dissolvermi nel pulviscolo che copre le cose trascorse. Il canto dei muezzin inonda la città. Nell’oscurità della notte si sta insinuando la luce del giorno nascente.

Le salmodie che riempiono quest’alba ancora deserta mi riconducono al mio primo risveglio in Siria. A Damasco. Ripenso a quella mia prima alba damascena, anch’essa salutata dalle salmodie che si spandevano nell'aria dai minareti della città.

Il brusco risveglio, un sussulto e le orecchie e la mente invase da una preghiera corale allora a me ignota. Durante il viaggio da Damasco a Latakia, nel pomeriggio di quello stesso giorno, avevo visto un numero incredibile di carri armati tutti in fila uno dietro l’altro sulla sottile striscia di asfalto che taglia la steppa alle spalle del riarso Anti-Libano. Ne contai a decine e decine e mi era difficile crederli veri. Non mi sentivo particolarmente turbata o spaventata.

Forse li percepivo, ancora straniera inconsapevole o già misteriosamente disillusa, come il destino ineluttabile di questa terra martoriata. “Arrivano dalla Russia. Sono sbarcati al porto di Latakia” disse l’autista del taxi. Ciò che mi fece capire di essere arrivata davvero in un altro mondo furono invece i bordi della strada vergini di cartelloni pubblicitari. È trascorso un anno da allora.

Una vita. Ieri, mentre preparavo il pranzo, due aerei hanno volato ringhiosi-minacciosi sopra il tetto. Sopra la mia testa. Pochi attimi dopo un’esplosione fortissima. Il palazzo ha tremato. “La guerra” ho pensato. Poi un urlo fuori dalla porta. Sono andata a vedere e c’era la mia dirimpettaia, incinta di otto mesi, che correva verso le scale con le braccia attorno al figlio dentro la pancia. Sul pianerottolo stava rigido l’altro figlio di tre anni, come la mia bambina, abbandonato dalla disperazione della madre. Gli ho preso la mano e tutti e tre siamo scesi in cantina.

‘’Non avere paura, madame, erano aerei spia israeliani, uno è caduto qui vicino abbattuto dalla contraerea.” mi ha detto un uomo. Con gentilezza. Ho ritrovato la vicina all’entrata del palazzo e insieme siamo risalite fino al quinto piano. Abbiamo bevuto un caffè nella mia cucina mentre i due piccoli giocavano - Tu non hai mai vissuto nella guerra. - mi ha detto.

- No, sono nata nel 1948. La guerra in Europa era già finita. Faccio un altro caffè?

- Si grazie. Io sono nata nel 1949. E c’era la guerra. Finita una ne è nata un’altra. Qui la guerra non va mai via. Ogni tanto si nasconde dentro il ventre della terra e quando meno te lo aspetti riappare a tradimento.

È spuntata l’alba, ma il sole appena sorto illumina e accende già il crepuscolo mattutino. Ripenso alle albe primaverili in Sardegna. Con il sole sopra l’orizzonte e qualche ombra notturna ancora intorno al suo alone rosato, esse indugiavano a lungo sull'orlo del mare prima di cedere il posto al giorno. La città si risveglia. Fra poco si sveglierà anche mio marito e mi dirà: ‘’Già alzata? Hai fatto il caffè?’’

Suo padre, Abdallah, quando era giovane, aveva un piccolo battello e commerciava tra la Siria e la Palestina. Poi il battello, che si chiamava Farah (Letizia), fu distrutto da una tempesta. Come la Palestina.

Mi affaccio al balcone e saluto il sole, che ha già inondato la città.

Il sole insostenibile sulla mia vita nuova. Dovrò abituarmi a vivere in questo Paese così pieno di luce, ma rabbuiato dalla guerra. Costretto dalla guerra ad affamarsi per comprare bombe e cannoni. Mi torna in mente la Guerra dei Sei Giorni. Anche allora l’estate stava rinascendo. Il tempo era ancora fresco, ma già pieno di fragranze e colori nel mio paese di montagna con gli orti di ciliegie, albicocche, gelsi e pesche che cominciavano a maturare e il rigoglioso sottobosco dei castagneti e il mare azzurro azzurro in lontananza che si mischiava con il cielo. Vicino alla stazione ferroviaria, i prati ancora teneri ci invitavano a marinare la scuola. Frequentavo il liceo allora.

Mi torna in mente la mattina del 5 Giugno 1967. L’ora di greco. Con i miei compagni le avevamo tentate tutte per evitare l’interrogazione.  Invano. La professoressa, inesorabile, puntava i nostri nomi nel registro spalancato sulla cattedra quando la preside entrò in classe e disse: ‘’Ragazzi, è successa una cosa gravissima. In Medio Oriente è scoppiata la guerra.’’  Si parlò del Medio Oriente e alcuni di noi scamparono l’interrogazione. Com’era lontano allora il Medio Oriente! Sono soltanto le sette di un mattino di prima estate. Non un mattino fresco e soave come quelli della mia giovinezza ma un mattino troppo intenso.

Forse, il ricordo di quei mattini lontani se ne andrà col prossimo scirocco.

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