S.I.R.,
24 novembre 2017
Libano,
“un Paese accogliente e generoso che sta pagando a caro prezzo la
sua generosità. Ne risentiamo in termini di infrastrutture, lavoro,
servizi e welfare. Oggi il 36% della popolazione libanese vive sotto
la soglia di povertà, con meno di due dollari al giorno. Il
60% di questo 36% è composto da giovani di età compresa tra i 16 e
27 anni. Crescono i disoccupati tra i libanesi a vantaggio dei
rifugiati siriani che lavorano in nero, senza tutele e senza aggravio
di tasse”.
È
una disamina che va dritta al cuore del problema quella che
padre Paul Karam, presidente della Caritas Libano, traccia della
situazione nel Paese del Cedri, dove dal 2011, anno di inizio della
guerra siriana, sono affluiti 1,2 milioni di rifugiati (dato Unhcr)
“ma sono almeno 1,8 milioni, perché vanno calcolati quelli che non
vogliono essere registrati, soprattutto tra i cristiani”. Ciò
equivale a dire che “il 35% della popolazione libanese
è composto da siriani, senza dimenticare circa 500mila
palestinesi e 70mila iracheni e altre centinaia di migliaia di
lavoratori stranieri”.
Bomba
demografica. Complice una
“frontiera porosa e scarsi controlli, almeno nella fase iniziale
della guerra, i rifugiati sono entrati dalla Siria e oggi non c’è
una località nel Paese dove non siano presenti con tutto il loro
carico di bisogni” che rispondono al nome di istruzione, lavoro,
sanità, casa, infrastrutture.
“Non
è facile per un Paese di 4 milioni di abitanti far fronte a queste
emergenze, in particolare il lavoro che scarseggia per la crisi
economica, i servizi sociali ridotti all’essenziale, le
infrastrutture divenute insufficienti (scuole e ospedali). Per
esempio, per permettere ai bambini siriani di andare a scuola è
stata stabilita l’apertura pomeridiana delle aule con un ulteriore
aggravio di spese di gestione e manutenzione scolastica”.
Crescono
nel contempo anche le tensioni sociali tra libanesi e siriani, questi
ultimi già accusati di “rubare il lavoro ai siriani” e al
centro, sempre più spesso, di gesti di criminalità e di reati gravi
come furti e rapimenti.
Ma
la vera bomba a orologeria per il Libano è rappresentata
dalla demografia che rischia di far saltare il
confessionalismo, sistema che premia le 18 confessioni presenti nel
Paese e riconosciute dalla Costituzione che affida a ciascuna ruoli e
incarichi istituzionali, Presidenza della Repubblica ai cristiani,
Capo del Governo ai sunniti, presidente Parlamento agli sciiti e via
dicendo. “Solo negli ultimi tre anni – secondo dati di Caritas
Libano – sono nati circa 150mila bambini che non sono stati
registrati né in Libano né in Siria. Ufficialmente non esistono,
non hanno carta di identità, ma provengono da famiglie in
larghissima maggioranza sunnite.
Questi
nuovi nati sono destinati ad alterare i rapporti di forza delle
confessioni.
Sunniti,
infatti, sono anche i palestinesi che già vivono nel Paese dei
cedri”.
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| foto JC Antakli |
Quale
soluzione?
“È
tempo di programmare il ritorno dei siriani in patria, almeno
nelle zone pacificate”, sostiene padre Karam, per il quale il
rientro dei rifugiati è una delle risposte principali da dare
per alleggerire il carico dell’accoglienza sulle spalle dei
libanesi. “Si tratta – afferma – di un lavoro da pianificare
nei prossimi anni, concertato tra organismi internazionali e
nazionali con l’ausilio di Ong, agenzie umanitarie impegnate sul
terreno come la stessa Caritas”.
Questo
non significa, sottolinea il presidente di Caritas Libano, “un
passo indietro nella scelta dell’assistenza e dell’accoglienza ai
rifugiati. Tutt’altro. Bisogna però dare anche spazio a quei
libanesi, e sono tanti, che hanno bisogno di aiuto materiale”.
A
tale scopo la Caritas ha proposto che “il 30% di ogni progetto o
programma di solidarietà destinato ai siriani vada ai libanesi
quindi alla comunità ospitante”. Un’istanza che dovrà essere
presentata ai donors. Nel caso venisse accettata “finanziare
progetti di sviluppo per la comunità locale diventerebbe più facile
e la popolazione, specie dei villaggi, sarà spinta a restare”,
dice padre Karam. “Cosa che non accade oggi. Ai nostri centri
di ascolto, infatti, sono sempre di più i libanesi che vengono a
chiedere aiuto di ogni tipo, pagamenti bollette, cibo, vestiario, e
anche visite mediche. Le richieste sono praticamente raddoppiate
in ogni Centro. In collaborazione con Caritas straniere abbiamo
attivato delle cliniche mobili che servono separatamente libanesi e
siriani. Sono sempre più frequenti, infatti, le tensioni tra i due
gruppi con i primi che accusano i secondi di non pagare nessun ticket
sanitario. Oggi i libanesi vogliono essere considerati
alla stregua dei rifugiati”.
Una
guerra tra poveri che, per padre Karam, “va assolutamente evitata,
anche perché a rimetterci per primi sono soprattutto i giovani che
scelgono così di emigrare privando il Libano delle sue leve più
forti e istruite”.
Un
miracolo. “Come il Libano
abbia potuto fino ad oggi sostenere tutto il peso dell’accoglienza
dei rifugiati si può spiegare solo con un miracolo. E devo dire –
aggiunge il presidente della Caritas – che molto aiuto è
arrivato dai libanesi della diaspora che hanno inviato aiuti e denaro
ai loro connazionali qui. Grazie alle loro rimesse anche lo
Stato è rimasto in piedi. Ma tutto questo sarà
vano se non si trovano vie diplomatiche per dare soluzione giuste e
sostenibili ai conflitti che si avvitano uno con l’altro in questa
area mediorientale. Senza pace e giustizia il rischio di
implosione di questa Regione è dietro l’angolo. Con effetti
tragici per tutto il mondo”.