 |
| Nella guerra in Siria la Russia non è solo una presenza politica e militare, ci sono anche legami nati dalla comune radice cristiana. J.F. Thiry è andato da Mosca a Damasco per offrire l’esperienza di un lavoro culturale che aiuti a ricostruire l’uomo. |
La Nuova Europa, 26 giugno
Nella
ventina di progetti che i francescani di Aleppo stanno seguendo per
riportare speranza e dignità in questa città siriana, divenuta
simbolo della «terza guerra mondiale», c’è anche quello di usare
la cultura per ricostruire ponti. Ne ha parlato padre
Firas Lutfi, superiore del collegio di Terra Santa e vice-parroco di San Francesco
ad Aleppo, nell'intervista rilasciata a Jean-François
Thiry.
Qual
è la situazione attuale ad Aleppo?
A
partire dal 22 dicembre scorso la città sta vivendo una rinascita.
Durante gli ultimi cinque anni abbiamo sentito solo il sibilo e lo
scoppio delle bombe. Uno scenario di pianto, sangue, innocenti uccisi
barbaramente da entrambe le parti, sia nella parte controllata dal
regime sia nella cosiddetta zona orientale. Il 22 dicembre con la
mediazione russa è stato raggiunto un accordo tra l'esercito siriano
e le varie fazioni di jihadisti. Alcuni hanno deposto le armi e sono
rientrati nella società civile, altri hanno deciso di continuare a
combattere. Dunque il 22 dicembre ha segnato un nuovo inizio per
questa città martire, la più colpita, che ha portato su di sé il
peso della guerra. Certo, qui la battaglia è finita, ma non la
guerra che si continua a combattere nel resto della Siria, a Raqqa,
Idlib, nel Nord… I segni visibili della guerra sono scomparsi,
riusciamo a dormire più tranquillamente, dopo notti e notti di
allerta e paura!
Ma è una città in ginocchio: non
dimenticherò mai l'impatto che ho avuto attraversando la cittadella,
sembrava la Berlino della Seconda guerra mondiale, una distruzione
totale… Ora i media occidentali non parlano più di Aleppo, come se
tutto fosse tornato alla normalità. È vero che la battaglia non c'è
più, ma si continua a combattere in periferia e altrove, e alla fine
il dramma della guerra ricade ancora qui. Continua la carenza
d'acqua, sarebbe necessario ripristinare le infrastrutture, anche se
i momenti duri in cui uno doveva stare per ore ad attingere un po'
d'acqua sono passati.
E
dal punto di vista umano? Sta rinascendo una speranza? Qual è il
lavoro principale da fare?
Il
lavoro principale è ritrovare l'uomo. Tante ferite – come quelle
sugli edifici – sono ben visibili, ma quelle che hanno segnato in
profondità l'animo di ogni cittadino, sia di Aleppo Est che di
Aleppo Ovest, sono sentite in modo particolare dai bambini e dagli
anziani. Ci sono migliaia di anziani abbandonati dalle famiglie
giovani che hanno dovuto scappare, e io personalmente lavoro nel
recupero dei traumi post-bellici nei giovani. Mi sto occupando ad
esempio di alcune ragazze sui 13-14 anni che hanno tentato il
suicidio: c'è chi non riesce a dimenticare il momento in cui una
bomba ha ucciso una compagna di scuola, chi ha perso i genitori e si
trova nella preoccupazione costante di vivere da sola… Questi
disturbi sono il frutto di una violenza enorme che hanno assorbito
come una spugna, perciò l'animo di questi poveretti è tutto da
ricostruire. Sicuramente c'è da ricostruire la struttura di una
città antichissima, ma prima di tutto c'è da ricostruire l'essere
umano che è stato ferito e danneggiato.
E
la vostra parrocchia come interviene?
La
parrocchia prosegue quel che aveva iniziato a fare all'inizio della
guerra, ad esempio distribuisce pacchi alimentari – l'emergenza non
è cessata, siamo ancora in una fase di passaggio. Oppure cerchiamo
di assistere le coppie giovani, perché la presenza cristiana prima
era di 150mila fedeli, ora siamo rimasti solo 30mila, quindi c'è
stato un calo demografico enorme, ecco perché va sostenuto il dono
della vita. Seguiamo circa 800 coppie, di tutti i riti, non solo
della nostra parrocchia.
La guerra, per terribile che sia,
ha facilitato un contesto di solidarietà, di partecipazione, di
carità, aperta ai fratelli nella fede e a tutti. Sosteniamo anche la
ristrutturazione delle abitazioni, in modo che le famiglie non se ne
vadano: il nostro obiettivo è anzitutto quello di aiutare i
cristiani a rimanere, a non cedere alla forte tentazione di
andarsene. È chiaro che il governo non riesce a coprire le esigenze
e le aspettative dei cittadini, per cui la Chiesa sta supplendo anche
al ruolo delle istituzioni: ce la mettiamo tutta a sostenere questa
scintilla di speranza.
Tutto
ciò rientra nell'«ecumenismo del sangue»?
Sì,
questa espressione l'ha usata papa Francesco quando si è incontrato
con il patriarca di Costantinopoli, un bellissimo incontro che
sintetizza cosa significa essere fratelli, e non solo della stessa
famiglia. Il papa intende dire che quando uno jihadista sta per
ucciderti non ti chiede se sei ortodosso, cattolico o protestante, ma
se sei cristiano. Anche recentemente in Egitto: agli ostaggi gli
jihadisti chiedevano di rinnegare la fede cristiana, non se fossero
copti o protestanti… Ecco, molti innocenti sono martiri per
Cristo.
Era una sensibilità già presente qui. Poi, durante
la guerra, nel momento di assoluto bisogno, noi come comunità
cattolica abbiamo avuto il vantaggio di avere fratelli sparsi in
tutto il mondo, siamo parte della Chiesa universale, sentiamo la
vicinanza dei nostri benefattori. I superiori del nostro Ordine
francescano hanno lanciato l'appello già all'inizio della guerra, e
l'aiuto che ci arriva lo condividiamo con i nostri fratelli, un po'
come è descritto negli Atti degli apostoli.
A
Lei, come ai tanti che ancora se ne vanno, non è mai venuta la
tentazione di dire «non ce la faccio»? Che cosa permette di
ricominciare ogni giorno, di fronte a un lavoro così enorme?
Una
volta un giornalista mi ha chiesto: Perché resti lì? Gli ho
risposto: non «perché» ma «per Chi». E non è solo il mio caso,
lo vedo anche nei miei confratelli. «Per Chi». Credo che abbiamo
sperimentato la mano del Signore anche in mezzo al buio totale, a
questo tunnel di cui non si vedeva l'uscita.
Una ragazza in
confessione mi ha chiesto: ma perché Dio permette questo male, se è
il Dio della bontà e della misericordia? E un'anziana: dove sono i
nostri fratelli sparsi nel mondo? Perché non si muovono? Alla prima
domanda mi è venuto in mente un crocifisso che abbiamo trovato in un
quartiere di Aleppo completamente distrutto, era rimasto appeso senza
braccia, qualcuno gli aveva anche sparato in faccia… Ecco, i segni
di sofferenza ci sono, ma Lui è ancora lì, è lì «appeso»,
presente. È un Dio che sa condividere, che già duemila anni fa ha
offerto fisicamente la vita per amore, e lo continua a fare. Qui ora
siamo a Damasco, famosa per l'episodio collegato alla conversione di
san Paolo. «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?», chiede Gesù –
e Saulo, poveretto: ma chi sei? E lui risponde: sono Gesù che tu
perseguiti. Era già morto e risorto, e si riferiva al Suo corpo
mistico sofferente. Dio è fortemente presente accanto a chi soffre e
piange.
Dove sono i nostri fratelli? Siamo dei testimoni
perché facciamo da ponte, nel corpo soffriamo con chi soffre,
gioiamo e diamo speranza a chi l'ha persa. Però sappiamo che
dall'altra parte del continente ci sono molti amici che pregano per
noi, ci sostengono fortemente in questa unità di preghiera, siamo
corpo di Cristo, membra gli uni degli altri. Certo, anche il sostegno
economico è indispensabile per sostenere questa speranza. Non posso
limitarmi a consolare un povero dicendo: beh, io non ho niente da
darti, ma intanto preghiamo insieme… No: qualcosa ce l'abbiamo, ed
è un dono di Dio e dei fratelli.
Cosa
ritiene che l'Europa, o la Russia, possano fare?
Il
primo dono che ogni siriano desidera è la pace. Se soffriamo è per
la guerra. Qualcuno, con la violenza, ha cercato di dividere la
società che era già diversificata, era un mosaico di etnie,
confessioni e culture. Qualcuno ha gettato benzina sul fuoco della
divisione, per questo il primo dono che desideriamo è la pace.
La
Russia può e dovrebbe – non da sola – trovare modi per far sì
che si ponga fine a questa guerra che non è semplicemente una guerra
civile, perché non sono solo i siriani che combattono fra di loro,
ma esistono tante fazioni con un altissimo numero di mercenari
stranieri che combattono per interesse. La Russia, l'America, non
dovrebbero guardare alla Siria solo considerando i propri interessi,
ma aiutare il paese a ottenere la stabilità, e un segno concreto
sarebbe la rimozione dell'embargo economico. La guerra in Siria è la
più terribile del XXI secolo, molto complessa, anche perché legata
all'Iraq, alla Libia, all'intero Medio Oriente.
Noi come
francescani in Siria costruiamo la pace ogni giorno, con gesti
apparentemente insignificanti. All'istituto di teologia per laici, di
cui sono direttore, vengono ortodossi, cattolici… Sono responsabile
di una realtà bellissima, perché varia, e lì sperimento come si
può costruire la pace, mettendo assieme piccoli mattoni.
Lo so,
dopo le nostre testimonianze in Occidente, ci chiedono:
concretamente, cosa possiamo fare? L'invito primo e più efficace è
l'unità spirituale, la preghiera, perché siamo veramente il Corpo
mistico, come scrive san Paolo ai Corinzi: se un membro soffre, tutti
gli altri soffrono con lui. In questo momento le membra di Cristo
sofferenti patiscono in Siria tantissimo. D'altra parte è
altrettanto importante la carità concreta, visibile. La carità nel
Vangelo è stata sempre concreta: nessuno ha un amore più grande di
chi dà la propria vita. L'amore allora non è solo sentimento ma la
vicinanza concreta al prossimo, una piccola somma, qualche piccolo
sacrificio: quanti amici hanno rinunciato ai doni del matrimonio per
aiutare la Siria! Ultimamente un amico vescovo appena ordinato in
Germania mi ha detto: le offerte della messa di ordinazione verranno
inviate per sostenere il progetto di assistenza psicologica ai
bambini.
Mi viene in mente madre Teresa, che era un'esperta
nell'aiutare i poveri, e diceva che ogni gesto di bene che si fa è
una goccia nell'oceano, e che l'oceano non sarebbe lo stesso senza
questa goccia.
Tutto ciò aiuta a dare speranza, a dare le ragioni
per rimanere e continuare la presenza dei cristiani. Un travaglio
come questo genera una cristianità più purificata e motivata. Se il
Signore ci ha voluti lì è perché c'è una missione, dobbiamo
portare sempre l'amore di Cristo verso ogni persona, essere dei ponti
di riconciliazione e dialogo. Penso a tutto il Medio Oriente con le
sue religioni monoteiste, dove i cristiani fanno da ponte perché
hanno una parola magica… poco conosciuta dalle altre: il perdono!
Siamo portatori di pace, carità, servizio, e durante la guerra ci
siamo resi conto che questa carità visibile e umile riesce a
conquistare l'altro. Non facciamo proselitismo, ma la carità resta
impressa nel cuore. Mi ha raccontato un musulmano russo, venuto in
visita dalla madre ad Aleppo, che lei era così contenta quando gli
ha mostrato una coperta donatale dai cristiani, e le scarpe
distribuite dalla Caritas. Mi ha detto: Quello che fate rimarrà
sempre impresso nella memoria. È quello che scriveva san Paolo: la
carità è ciò che resta.
E
come è possibile fare un'offerta, dare un aiuto concreto?
Tramite
il fondo
ATS .