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giovedì 29 giugno 2017

La 'pax americana' che minaccia nuova guerra mondiale


Piccole Note, 28  giugno 2017

Stati Uniti e Francia stanno coordinando un’azione comune in caso di attacco chimico di Assad. Probabile che l’asse franco-americano andrà a saldarsi il 14 luglio, quando il presidente degli Stati Uniti si recherà a Parigi per la commemorazione della presa della Bastiglia.

Significativa la tempistica: due giorni fa la Casa Bianca ha annunciato di avere le prove che Assad si accingerebbe a usare nuovamente le armi chimiche nel conflitto che da anni dilania il Paese.

Il giorno successivo le agenzie diffondono il contenuto di una conversazione telefonica intercorsa tra Donald Trump e il presidente francese Emmanuel Macron, i quali avrebbero concordato sulla necessità di «lavorare a un risposta comune» in caso di un attacco chimico.

Oggi la notizia che il presidente americano ha accettato di partecipare alle celebrazioni del 14 luglio è stata rilanciata con enfasi insolita da media e Tv.

Tutto è pronto per una nuova guerra neocon. Questo nonostante la Russia abbia avvertito in maniera categorica che ritiene «inammissibile» un intervento straniero in Siria, il che vuol dire che siamo sull’orlo di un vero e proprio baratro.

Ovviamente Assad non ha alcun motivo di portare un attacco chimico, dal momento che sta letteralmente sgretolando i suoi avversari, ovvero i terroristi armati e finanziati dalle Petromonarchie del Golfo e dall’Occidente, i quali, a breve, saranno costretti a capitolare sotto la spinta inarrestabile dell’esercito siriano e delle milizie sciite alleate di Damasco.

Da questo punto di vista, Assad non ha alcun motivo di portare un attacco chimico, dal momento che sarebbe un vero e proprio suicidio politico-militare.

Allo stesso tempo, gli sponsor dello jihadismo internazionale che hanno lavorato attivamente per attuare il regime-change in Siria reputano «inammissibile» che il loro piano venga vanificato, anzi ribaltato dall’evoluzione del conflitto.

Infatti, se non si verificheranno imprevisti, la guerra porterà alla creazione della mezzaluna sciiita, che congiungerà Teheran a hezbollah, una ipotesi geopolitica che prima della guerra non era neanche contemplata nel campo delle possibilità.

Per scongiurare tale evoluzione del conflitto serve un intervento diretto dell’Occidente, simile a quello realizzato in Iraq o Libia. Il problema è che in Siria ci sono i russi e tutto andrà a complicarsi dal momento che Mosca non può accettare tale eventualità.

A quanto pare la possibile risposta russa non rappresenta un freno per i neocon. L’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley ha anzi messo anche Mosca e Teheran nel mirino: in caso di attacco chimico saranno ritenute complici del regime di Damasco, il che vuol dire che anche l’Iran subirà l’intervento americano.

Siamo sull’orlo di una guerra nucleare? Il rischio c’è. Perché i neocon hanno fatto della follia la cifra della loro proiezione globale. Tanto da non escludere, anzi, un conflitto diretto con la Russia. L’opzione apocalisse, appunto, che resta come orizzonte ultimo della loro dottrina esoterica.

Pare che il Pentagono freni, come dimostrano le parole del segretario alla Difesa James Mattis, il quale, in una conferenza stampa tenuta ieri (cliccare qui), ha affermato che gli Stati Uniti non vogliono essere trascinati nella guerra civile siriana e ha elogiato il funzionamento del meccanismo di deconflicting che ha impedito incidenti tra russi e americani durante il conflitto.

Probabile che non sia il solo generale americano a comprendere la portata della follia che si sta preparando, ma lo scontro tra tali ambiti e i neocon si annuncia all’ultimo sangue. Per questi ultimi, infatti, quella che si annuncia è una battaglia esistenziale; e a costo di non perdere sono disposti a tutto.

Come dimostra quanto si sta preparando. Dapprima l’accusa della preparazione di un attacco chimico (del quale, al solito, non vengono mostrate prove), accusa che andrà poi ad avverarsi attraverso una montatura, una delle tante di questa sporca guerra.

Il fatto che l’opinione pubblica possa avere coscienza di un artificio fabbricato ad arte per iniziare una guerra non ha la minima importanza. Anzi, rappresenta una ulteriore dimostrazione di forza degli ambiti neocon, dal momento che in questo modo dimostrano di non aver neanche bisogno di una giustificazione credibile per dare inizio a una guerra.

Frenare tale deriva si annuncia esercizio difficile. Si può solo sperare che gli uomini di buona volontà, che pure restano in Oriente come in Occidente, riescano, nonostante i forti venti contrari.

Nota a margine. Per chi non l’avesse letto, rimandiamo all’articolo di Seymour Hersh sul presunto attacco chimico portato dall’aviazione di Assad a Khan Sheikhoun (cliccare qui).

martedì 27 giugno 2017

mons. Pizzaballa, “a salvare i cristiani sarà la loro testimonianza”.


di Daniele Rocchi, 27 giugno 2017

Siamo in un periodo di cambiamenti epocali. Non sappiamo come sarà il Medio Oriente del futuro. In Terra Santa la situazione è bloccata, non ci sono negoziati in corso ma solo la politica dei fatti compiuti sul terreno. Da una parte, Israele che si sente il più forte e, dall’altra, i palestinesi, deboli e divisi. L’Isis fisicamente non è presente in Terra Santa, lo è invece la sua ideologia estremista. Cresce l’estremismo anche tra gli ebrei e cresce la preoccupazione tra le minoranze, soprattutto tra i cristiani”. Ad un anno dalla sua nomina, 24 giugno 2016, ad amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, mons. Pierbattista Pizzaballa, già custode di Terra Santa, traccia un bilancio del suo mandato allargando lo sguardo a tutto il Medio Oriente e lanciando un appello a oltre 200 giornalisti cattolici riuniti nei giorni scorsi in un meeting nazionale a Grottammare 

Il Medio Oriente – dice mons. Pizzaballa – non sarà più lo stesso. Ci vorranno generazioni per ricostruire le infrastrutture ma soprattutto un tessuto sociale stabile e solido. La guerra in Siria e in Iraq ha fatto saltare tutto, compresi i rapporti tra le diverse comunità. Città come Aleppo, in Siria, i villaggi cristiani della Piani di Ninive, un tempo occupati da Isis, sono in larga parte distrutti. A Betlemme, nel 2016, sono emigrate circa 130 famiglie cristiane, 500 persone, tutte con figli in cerca di un futuro migliore”.

Mons. Pizzaballa, qual è oggi il tratto più distintivo delle comunità cristiane mediorientali?
La grande testimonianza. È vero, molti sono partiti, ma chi è rimasto testimonia la sua fede non nel chiuso della propria casa ma aiutando anziani, bambini, disabili, rifugiati, incontrandosi per pregare. Sono rimasto colpito dai giovani cristiani di Aleppo, che a sprezzo del pericolo distribuivano acqua a chi aveva bisogno, ricordo famiglie cristiane di villaggi siriani controllati da Al Nusra, che, ben sapendo che nell’islam l’alcool è bandito, nascondevano il vino per la messa nelle case per poter celebrare la messa. E come non citare il grande impegno dei cristiani di Giordania e Libano nell’accoglienza dei rifugiati di Siria e Iraq. In Israele oggi vivono 125mila cristiani, 11mila abitano a Gerusalemme, in Palestina appena 40mila. Questi sono i numeri. Tuttavia sono convinto che
il cristianesimo in Medio Oriente non sparirà. La nostra forza non è nei numeri ma nella testimonianza.

Da un anno è amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, quale bilancio può tracciare e quanto pensa potrà durare ancora il suo incarico?
È stato un anno molto difficile.
Stiamo vivendo un tempo di transizione ed è impensabile credere che le crisi epocali che stanno segnando il Medio Oriente non tocchino anche la Chiesa. Non c’è una Chiesa in tutto il Medio Oriente che sia in ordine.
E non parlo solo di quelle cattoliche. Per quanto mi riguarda i problemi del Patriarcato latino sono di due generi: di vita ecclesiastica interna e di tipo economico, debiti tanto per essere chiari. In questo primo anno ho lavorato molto con i preti incontrandoli, uno ad uno, nelle loro case, per capire e ascoltare. Nei giorni scorsi due terzi dei sacerdoti sono stati spostati, vescovi inclusi. Ora, dopo un anno, le tensioni si sono sciolte. La sfida è andare avanti in questa direzione e pagare i debiti. Nessuno ci darà i soldi pertanto dovremo vendere alcuni “asset”. Ne verremo a capo certamente. Quanto durerà il mio incarico? Non ne ho idea. La figura di amministratore non può durare in eterno. Ho fatto un anno, forse ne prevedo un altro. Il mio compito è preparare le condizioni perché il futuro Patriarca possa operare in un contesto interno di serenità.

La stessa serenità che manca a tutta la Terra Santa a causa del conflitto ancora aperto, per non parlare del muro di separazione, dell’occupazione militare, delle colonie. La tanto auspicata soluzione “Due popoli, due Stati” è forse tramontata?
Per quanto riguarda il negoziato siamo molto lontani da questo obiettivo. Come cristiani dobbiamo tenere viva l’attenzione sulla necessità del dialogo. Tecnicamente la Soluzione “due popoli due stati” è molto complicata, ma non vedo alternative possibili.
Il muro è una ferita profonda nella storia, nella geografia e nella vita del Paese.
Oggi non se ne parla più anche nell’opinione pubblica. Sembra quasi digerito. Ma non dobbiamo continuare a fingere che la ferita non ci sia. Il nostro compito è quello di parlarne, in maniera chiara e rispettosa, non faziosa. Le colonie e i confini sono un problema, insieme allo status di Gerusalemme. La versione definitiva dei confini tra i due Stati e la rimozione (o meno) delle colonie è uno degli argomenti più dolorosi della crisi poiché influisce sulla vita dei territori in modo pesante soprattutto sui palestinesi. Qualunque Governo farà molta fatica a cambiare la situazione sul territorio anche per i costi, umani, sociali, economici. Tutto ciò rende lontana una prospettiva futura stabile.

Gerusalemme: la Città Santa sta subendo una progressiva ebraicizzazione. Si tratta di un nodo difficile da sciogliere che non può vedere i cristiani fare solo da testimoni…
Il futuro di Gerusalemme viene deciso oggi: chi compra decide.
Se compreranno i musulmani ci saranno musulmani, se comprano gli ebrei ci saranno ebrei, difficile che ci saranno cristiani. Non abbiamo le possibilità e le risorse per competere in questo contesto. A suo tempo come Custodia ci spendemmo molto per edificare 80 appartamenti, permessi, burocrazia lenta, ostacoli di ogni tipo. Oggi con un decreto se ne costruiscono 8.000. Ma è fuori discussione che il carattere di Gerusalemme è universale. La città deve garantire costituzionalmente libertà di accesso, di movimento, di azione, di espressione a tutte le comunità, a prescindere dai loro numeri.

Gerusalemme, città aperta?
Certamente. Non spetta alla Chiesa, alla Santa Sede, stabilire i confini. Su questo devono mettersi d’accordo le parti in lotta. Noi abbiamo il dovere di dire i criteri per definire l’assetto futuro della città. I criteri sono che tutti hanno uguale cittadinanza.
Ciò significa avere tutti gli stessi diritti. Quando si parla del futuro di Gerusalemme i riferimenti sono solo a ebrei e musulmani, i cristiani non sono tenuti molto presenti. Vero anche che negli ultimi 15-20 anni non ricordo un solo discorso della Chiesa cattolica su Gerusalemme. Protestanti e ortodossi sono molto più presenti di noi nel dibattere la questione della Città Santa. Sarebbe importante invece dire una parola a riguardo.

Che impatto avrebbe sulla situazione l’eventuale scelta di Trump di trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme?
Sarebbe come mettere un cerino dentro una tanica di benzina.

Prima invocava il tema della cittadinanza come uno dei criteri per definire gli assetti futuri di Gerusalemme. Per quale motivo?
È la sfida del futuro. La comunità internazionale deve prestare molta attenzione a questo tema soprattutto adesso, preoccupandosi non solo del business della ricostruzione del Medio Oriente ma anche di far sì che si ricostruiscano Legislazioni e Costituzioni.
Il diritto di cittadinanza è determinante, per questo, credo che gli aiuti debbano essere condizionati al suo rispetto: tutti i cittadini sono uguali.
Non si creino riserve indiane per cristiani, sunniti, sciiti, yazidi, curdi e via dicendo. Il modello di convivenza in Medio Oriente, basato su identità tra fede e comunità, oggi è fallito. La convivenza deve basarsi su altre prospettive. Il tema è la cittadinanza e non la laicità positiva che non esiste in Medio Oriente.
Cittadini, curdi, yazidi, cristiani, sunniti, sciti, turcomanni, tutti con gli stessi diritti, libertà di coscienza in primis. Ricostruire il Medio Oriente senza inquadrare questi aspetti sarebbe un fallimento e l’anticamera delle crisi future. Su questo noi cristiani dobbiamo lavorare e insistere. La presenza cristiana obbliga tutte le società in Medio Oriente, e le relative maggioranze islamiche, a interrogarsi su questo aspetto da una prospettiva diversa che non è quella musulmana.

Come sono invece i rapporti tra la Chiesa e Israele?
Ci sono due aspetti da considerare: quello del negoziato tra Stato di Israele e Santa Sede e quello della vita ordinaria della Chiesa locale.
Circa il concordato che definirà dal punto di vista legale il futuro della Chiesa in Israele, esso è in dirittura d’arrivo. La firma potrebbe arrivare entro quest’anno. Poi bisognerà interpretare l’accordo.
Per quel che riguarda la vita ordinaria della Chiesa locale non c’è alcun atteggiamento di Israele. Praticamente non esistiamo. Guardiamo alle scuole: si concedono contributi agli istituti privati meno che a quelli cristiani e, comunque sia, sempre in misura minore che in passato. Come cristiani dobbiamo essere più presenti nel territorio, non possiamo solo lamentarci.
Compito della Chiesa è costruire relazioni sempre più positive con Israele per far capire che siamo una realtà del territorio con cui devono fare i conti. Purtroppo molto spesso le scelte che vengono fatte non ci tengono in nessuna considerazione.

Da tempo i pellegrinaggi sono in calo, complici anche le tensioni in Medio Oriente che allungano ombre sulla sicurezza dei fedeli. Cosa fare per rilanciarli?
La Terra Santa è sicura. I pellegrinaggi sono un sostegno ai cristiani locali perché portano lavoro. Sarebbe utile che i vescovi italiani prendessero a cuore il pellegrinaggio in Terra Santa magari lanciando una sorta di campagna nazionale come accadde nel 2000.

Oltre al pellegrinaggio quale altro strumento può rivelarsi utile per sostenere la Terra Santa e i suoi cristiani?
La comunicazione. Ai giornalisti dico: continuate a parlare di Gerusalemme e della Terra Santa, non solo attraverso la lente del conflitto e delle tensioni ma raccontando le cose belle che ci sono. Venite in Terra Santa.
Non c’è evangelizzazione senza comunicazione. E l’evangelizzazione non può prescindere da Gerusalemme.
Non si può parlare di Cristo senza parlare dei Luoghi dove ha vissuto e dove la sua comunità ne custodisce la memoria. Mostrate che in ogni situazione, anche la peggiore, c’è sempre una luce, per quanto piccola, da cui ripartire.
Raccontate le occasioni di incontro, di dialogo, che in un contesto così drammatico dimostrano che non è tutto odio, rancore, guerra e armi.

https://agensir.it/mondo/2017/06/27/medio-oriente-mons-pizzaballa-a-salvare-i-cristiani-sara-la-loro-testimonianza-a-gerusalemme-fondamentale-il-diritto-di-cittadinanza/

sabato 24 giugno 2017

"La testimonianza della carità è la via reale dell'evangelizzazione": il servizio dei Maristi Blu


 Il servizio dei « Maristi Blu » - Nabil Antaki / Georges Sabe
Famiglia Cristiana: 13/06/2017 
 - di  Antoine-Marie Izoard
Mentre batte il sole di giugno, le strade di Aleppo sono quasi deserte in questo Venerdì di Ramadan; ma c'è dell'agitazione nel quartiere di Mohafazat: nei pressi del Collegio Champagnat, alcuni minibus vanno e vengono.
Oggi, come accade un venerdì di ogni mese, quasi trecento famiglie di famiglie di Cristiani sfollati vengono a ritirare dai "Maristi Blu" un po' di cose con le quali vivere più dignitosamente. Uno dopo l'altro, padri e madri di famiglia ricevono delle borse di plastica ben riempite: Un "cesto alimentare", con gli spaghetti, del boulgour, dell'olio, del tè, dello zucchero, del formaggio; un "cesto sanitario", contenente sapone, del dentifricio, detersivi per stoviglie e per il bucato e beni di altro tipo. Ricevono anche un buono d'acquisto di 9.000 lire siriane (circa 38 €.) che permetterà loro di procurarsi dei vestiti nuovi, così come denaro contante per potere pagare pochi Kw/h di elettricità per far funzionare una lampadina ed un televisore, alimentati dai grossi generatori che sono sistemati lungo le strade. Per la metà di queste famiglie è la disoccupazione. Per un altro buon numero, il magro stipendio dei genitori basta appena per procurarsi del pane, con un'inflazione galoppante.
Atti di "solidarietà", più che di "carità"
Dietro i tavoli, il Fratello Georges Sabe e il Dott. Nabil Antaki coordinano questa distribuzione condotta da una ventina di volontari in maglietta blu (il colore dell'abito dei primi Fratelli Maristi intorno a Marcellin Champagnat, fondatore della congregazione all'inizio del XIX° secolo). In questa vecchia caserma del tempo dell'occupazione francese, la distribuzione è organizzata minuziosamente, ma i volontari si intrattengono con ciascuno in un'atmosfera di gioiosa accoglienza: "Non si fa la carità, spiega il Dr. Antaki, ma un'opera di solidarietà."
Questa settimana è la volta dei cristiani della collina di Al Saydé, sfollati dal loro quartiere quando questo è stato invaso dai ribelli il Venerdì Santo del 2013. Ogni mese, sono in totale circa un migliaio le famiglie, tra cui un terzo di musulmani, che affollano la sede dei "Maristi Blu".
"Aiutare i musulmani è la testimonianza che si può vivere insieme," spiega il Dott Antaki.
Jonny e Marie hanno ritirato i loro preziosi sacchetti di plastica e si preparano a risalire sul bus per tornare al loro alloggio temporaneo, parzialmente finanziato dai "Maristi Blu." Questa coppia di fedeli greco-ortodossi non sa se potrà tornare un giorno a vivere nel proprio appartamento; ma Maria è entusiasta di portare il latte, il formaggio, e del patè ai suoi due bambini di 4 e 7 anni. "E' la cosa più importante", ci confida.
Curare un rapporto delicato coi musulmani.  

Mentre continua la distribuzione, risa di bambini risuonano in un cortile, dietro l'edificio. Alcuni adolescenti giocano. Mentre si agitano su un'immensa scacchiera colorata, il Fratello Georges spiega che quest'altro progetto dei Maristi è un luogo di educazione alla pace. "Bisogna insegnare loro a crescere insieme. Nella crisi attuale, accompagnare questi giovani che sono segni di speranza, è un investimento sul futuro." La questione del rapporto con l'altro, coi musulmani in particolare, è fondamentale per i Fratelli Maristi. "Abbiamo relazioni molto buone coi musulmani, il problema sono i fanatici", confida il Fratello George, prima di sottolineare l'importanza di curare i rapporti coi fedeli dell'Islam, "una relazione delicata come un merletto.".  Per continuare a tessere dei legami tra i giovani, i maristi preparano i campi estivi che verranno animati dai capi scout.
Nel frattempo, nel centro di Aleppo, le donne si affollano davanti a una piccola finestra aperta sulla strada. Questo è il programma chiamato "la goccia di latte" : Ogni mese, i Maristi offrono alle famiglie cristiane, del latte in polvere per i bambini di età compresa tra 1 e 10 anni, così come scatole di latte per i neonati. Quasi tremila bambini ne traggono beneficio.
L'assistenza fornita dai Maristi Blu comprende anche un programma per la lotta contro l'analfabetismo, un laboratorio di taglio e cucito per aiutare le donne a ritrovare un impiego, e anche altre iniziative per i più giovani. Il programma "voglio apprendere" accoglie un centinaio di bambini tra i 7 e i 13 anni che non frequentano la scuola. Alcuni volontari tengono loro dei corsi per insegnare a leggere, scrivere e far di conto.
Su iniziativa del Dr. Antaki, i Fratelli Maristi curano gratuitamente i civili, di ogni confessione, feriti da arma da fuoco o per schegge di granata, all'ospedale Saint-Louis. Un altro progetto finanzia mensilmente un centinaio di altri atti medici (interventi, visite, esami, cure) per quelli che non hanno i mezzi per pagarsi il costo di un'operazione chirurgica, di un'ospedalizzazione o di un semplice esame. Lungi dal rinunciare, laici e Fratelli Maristi vogliono continuare ad instillare la speranza ad Aleppo. "La testimonianza della carità è la via reale dell'evangelizzazione", ci ripete il Dr. Antaki, citando Papa Francesco.