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martedì 30 maggio 2017

"Per la riconciliazione in Siria ci vorrà del tempo"

Sacerdote ad Aleppo, in Siria, padre Ziad Hilal, gesuita, di passaggio a Parigi, dà le sue ragioni di speranza nonostante una guerra che ha già fatto 400.000 morti e milioni di sfollati.

D: Quale città troverà al ritorno ad Aleppo, dove lei è prete, dopo aver vissuto sei anni in un'altra città martire: Homs?
R: La metà orientale di Aleppo è in buona parte distrutta dai combattimenti che sono durati fino all'evacuazione dei ribelli, negoziata lo scorso dicembre. Occorrerà del tempo affinché gli abitanti ritornino: come si può vivere senza acqua nè elettricità? Vi restano solo le famiglie povere che non hanno la possibilità di andare altrove. La parte ovest, dove abito, è stata meno danneggiata dai combattimenti, ma la vita è complicata anche qui. L'acqua è tagliata regolarmente, a volte per più di venti giorni consecutivi.
Alcuni scavano dei pozzi, dove ci si viene a rifornire coi bidoni. Per la rete elettrica che è fuori servizio, ciascuno conta sul suo gruppo elettrogeno. Occorre tuttavia potersi procurarsi la benzina o il gasolio per farli funzionare. Adesso, le zone petrolifere della Siria sono controllate dai jihadisti dello Stato islamico [ISIS, o Daech, Ndt] e la benzina che viene importata è soggetta alle sanzioni internazionali contro il governo siriano.
D: La ricostruzione è così lenta anche a Homs, evacuata anch'essa dai ribelli nel 2014?
R: Fino a quando la sicurezza nel Paese non sarà completamente ristabilita, la ricostruzione non può veramente iniziare. Solo alcuni quartieri ed edifici simbolicamente importanti per gli abitanti, come le chiese o le moschee, vengono riparati. Molte persone sono perciò ridotte a vivere nel mezzo delle rovine.
D: Quanti cristiani restano, dei circa 130.000 che erano ad Aleppo nel 2011?
R: Ad Aleppo vivono ancora circa 30.000 cristiani. Gli altri sono fuggiti all'estero o in zone della Siria risparmiate dalla guerra.
D: I Cristiani sono presi di mira particolarmente?
R: ISIS ha assassinato molti cristiani e ne ha rapito centinaia a partire dal 2015 in tredici città della valle del Khabour, nel nord del Paese. Peraltro, non abbiamo più di notizie di tre sacerdoti e di due vescovi rapiti tre anni fa. Non va neppure dimenticato che alla Chiesa la Siria ha dato parecchi martiri, come il padre gesuita Frans Van der Lugt, assassinato a Homs nel 2014. Tuttavia, in generale i cristiani non sono particolarmente nel mirino più che gli altri Siriani, in maggioranza musulmani. La guerra colpisce tutti. Ma spesso, i cristiani che abitano in territori controllati dall'ISIS, o da altri gruppi integralisti, sono costretti a scegliere tra la conversione all'islam e il pagamento di una tassa speciale (la Jizya), in aggiunta ad altri obblighi. Molti cristiani preferiscono fuggire da questa oppressione.
D: Dopo sei anni di una guerra spaventosa, lei e i suoi parrocchiani non vi sentite a volte abbandonati da Dio?
R: Sono gli uomini che producono la violenza. Noi manteniamo la nostra speranza in Dio: se non per noi stessi, almeno per la prossima generazione. Nella Bibbia, ogni momento difficile incoraggia il popolo di Dio a rafforzarsi. In Oriente, capita ancora che gli archeologi scoprano chiese sotterranee dei primi tempi del cristianesimo. Questo ci ricorda che la Chiesa è sopravvissuta alle persecuzioni e alle violenze anche in passato. Non c'è nulla di nuovo sotto il sole.
D: Ma come continuare a sperare?
R: Un mio compagno gesuita ci ha raccontato del fervore dei fedeli assiepati per la Messa della Domenica di Pasqua, nella cattedrale latina di Aleppo, che ha ospitato 1.200 persone e nella cattedrale maronita della città, che è ancora senza tetto. Mi ha detto a qual punto il messaggio della Pasqua - la morte e risurrezione di Cristo - abbia toccato i parrocchiani nella loro carne. Anche noi, i Siriani, attendiamo la resurrezione. Anche se qualcosa è morto dentro di noi, possiamo cercare di rialzarci il giorno dopo, con il Cristo risorto.
D: La società siriana potrà rialzarsi da una guerra che ha fatto circa 400.000 morti e obbligato a fuggire milioni di abitanti?
R: Per la riconciliazione ci vorrà del tempo. Questo è il motivo per cui dobbiamo cominciare adesso! Associazioni cattoliche come JRS (Jesuit Refugee Service) o la Caritas Siriana sono già molto attive in questo campo. Fanno un formidabile lavoro umanitario e sociale. Invitano, per esempio, i bambini e i genitori di diverse fedi e opposte opinioni politiche, al dialogo, a dibattere riguardo al rispetto per l'altro, sulla non-violenza. Migliaia di bambini hanno partecipato a questo tipo di riunioni. Quando la guerra sarà finita, ci si potrebbe ispirare ed imparare da esempi stranieri per guarire le ferite profonde della guerra civile, come ad esempio la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, istituita in Sud Africa alla fine dell'apartheid.
Gli effetti e i danni della guerra non sono solo materiali: le lesioni più gravi sono invisibili, esse feriscono profondamente gli spiriti. Sarà necessario guarire la nostra società per salvarla. Prendersi cura dei bambini traumatizzati, ai quali è stato messo nella testa che il vicino era il nemico; le donne, che non sanno nemmeno se sono vedove o se i loro mariti ritorneranno, e in quali condizioni; gli uomini incapaci di riadattarsi alla vita normale, perché la guerra è diventata il loro lavoro. Questo conflitto ha piantato semi di dolore che permarranno per lunghi anni.
D: Gli interventi stranieri - russi e iraniani a fianco del governo siriano, occidentale al fianco dell'opposizione e di alcuni ribelli - possono sbloccare la situazione?  
R: Già dal 2011, penso che la soluzione debba essere politica. Purtroppo, per mancanza di una cultura del dialogo in Siria, la violenza si è imposta. Diverse forze straniere hanno supportato le fazioni rivali. Nonostante le centinaia di migliaia di morti e i milioni di sfollati, continuo a credere che una soluzione politica sia possibile. Occorre non rinunciare mai al dialogo. Ogni guerra ha una fine! La più vicina a noi, la guerra civile in Libano, durata quindici anni, ha finalmente trovato un esito negoziato tra i belligeranti. Come ha detto Papa Francesco, quando si perde speranza, dobbiamo ancora cercare in questa perdita una ragione per sperare.
  ( trad. dal francese di Gb.P.) 

venerdì 26 maggio 2017

Ex ambasciatore Raimbaud "La tragedia siriana: diritto internazionale o legge della Jungla?"

Segnaliamo questo scritto, rivolto al pubblico francese ma a nostro parere valido anche per la visione politica dei nostri governanti.


di : Michel Raimbaud*
  * Michel Raimbaud, ex ambasciatore di Francia in Mauritania, Sudan e Zimbabwe. Ex direttore dell'Ufficio francese di protezione dei rifugiati e degli apolidi (OFPRA). 
A lui si devono numerosi lavori, particolarmente sul Sudan. Ha appena pubblicato presso Ellipses una nuova edizione del suo libro intitolato "Tempesta sul Grande Medio Oriente."

La tragedia della Siria è entrata nel suo settimo anno. Incrostata nell'attualità, fa parte del paesaggio. Ma i suoi 400.000 morti, i suoi 2 milioni di feriti o di mutilati, i suoi 14 o 15 milioni di profughi, sfollati o esiliati, il suo territorio devastato per più del 60% e la sua economia rovinata dai saccheggi, dalle sanzioni e dall'embargo, non suscitano emozione permanente.
In effetti, visti dalle nostre "grandi democrazie" (le cui lingue sono mondiali, i valori universali, la vocazione planetaria ed i lutti sovranazionali, e che si considerano come l'essenza dell'umanità o il non plus ultra della sua coscienza), i conflitti dell'Oriente complicato sono stancanti, quando non francamente ermetici.
Per ravvivare la fiamma della compassione, occorre una di quelle enormi bugie di cui si ingozzano gli intellettuali, i media e le politiche dell'Occidente benpensante. Quindici anni dopo l'Iraq, il trucco delle armi chimiche fa ancora molta presa: Colin Powell, l'imbroglione del 2003, deve essere contento... I signori della guerra e i loro fiancheggiatori, tra cui i truffatori dell'umanitarismo sono comunque soddisfatti. Non c'è mai il due senza il tre: 2003, 2013, 2017. La manipolazione, i "false flag" sembrano ancora efficaci ...
Le nostre "élites" sbriciolate sono riuscite con questo tour de force a posizionare i nostri paesi in prima linea in Libia, poi in Siria, a fianco degli islamisti, dei terroristi e dei falchi atlantisti del partito della guerra, senza chiedere il parere dei Francesi, riuscendo anche, tramite un'intensa campagna pubblicitaria a raccogliere l'adesione di molti settori della pubblica opinione. La dolce Francia è ripartita bel bello nelle sue tristi epopee coloniali. Viva il Padre Bugeaud, viva François Georges Picot e i suoi accordi tra le quinte, viva Jules Ferry e la fottuta missione civilizzatrice...
I nostri intellettuali che sognano di combattere contro il legittimo governo siriano, questo Stato ribelle che osa tener testa all'Occidente, i nostri media che hanno la fissa dell'urgenza di bombardare Damasco o "Bashar", i nostri politici sospesi come dei disperati alle mammelle dell'atlantismo e delle sue succursali, possono rassicurarsi. Dandosi un Presidente "imprevedibile" che si diceva non interventista se non pacifista, il loro maître americano gli aveva fatto prendere uno spavento! Votato dal "Paese profondo", Trump non ha resistito a lungo alle pressioni dello "Stato profondo": ecco un presidente che bombarda come gli altri ... Ouf!
Questo atroce conflitto si inscriverà a caratteri cubitali rossi nel guinness della vergogna e i portabandiera della sedicente "comunità internazionale" di questo inizio millennio figureranno nella hit-parade dell'indegnità, tra due Nobel per la Pace. A queste persone senza fede, né legge, né vergogna che non hanno altro orizzonte che quello della loro improbabile elezione, non gliene può importare di meno, ma sarà solo nelle pattumiere della storia che si ritroverà traccia della loro memoria.
La tragedia siriana è l'epicentro dello scontro che minaccia la pace nel mondo. Invece di dissertare circa le sottigliezze della politica degli Stati Uniti, le angosce dell'Occidente ipocrita e le marziali dichiarazioni dei nostri miseri dirigenti, sarebbe saggio cercare le radici del male là dove sono con tutta evidenza: è la debacle del diritto internazionale sotto i torti prodigati da un quarto di secolo dall'Occidente arrogante, prepotente e sicuro di sé, che ha portato a questo mondo caotico, immorale e pericoloso in cui ormai viviamo, questo mondo che noi rischiamo di lasciare in eredità ai nostri figli.

Il momento unipolare americano (1991/2011) ha permesso al "più potente Impero che sia mai esistito sulla superficie della Terra" di distruggere le basi della legalità internazionale, stabilendo il nuovo ordine mondiale voluto dai falchi di Washington. Questo si tradurrà a tempo di record nell'abbandono dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite: sovranità, non ingerenza, diritto dei popoli all'autodeterminazione, diritto di ogni Stato a scegliere liberamente la propria forma statuale e politica non condizionato da interferenze straniere, obbligo di negoziare in caso di conflitto prima di ricorrere all'uso o alla minaccia dell'uso della forza. La "comunità internazionale" atlantica troverà la sua lampada di Aladino in un concetto miracoloso, la "responsabilità di proteggere" (R2P): la versione riveduta del diritto di interferire dalle connotazioni troppo colonialiste. Le Nazioni Unite (ONU) verranno strumentalizzate, o ignorate quando il motore unipolare sperimenterà i suoi primi fallimenti: si farà grancassa sulle deliberazioni del Consiglio di Sicurezza quando dice "sì, sì, sì", ma si farà finta di niente quando dirà di no.
Di fronte a Stati qualificati "canaglia", spesso arabi /musulmani, o percepiti come cripto-delinquenti come la Cina e la Russia, l'America e i suoi alleati si erigeranno a "comunità internazionale", centro "civile" del nuovo ordine mondiale. In realtà, sarà la legge della giungla che si installerà sulle rovine della legalità internazionale, il mondo extra-atlantico vedrà quindi il suo statuto ridotto a quello di una zona di senza-diritti. Sul loro vasto campo di avventura, i neocons giocheranno al "caos creativo" e si divertiranno a terrorizzare i "nemici" secondo le ricette della "teoria del folle" di Nixon: l'America deve veicolare l'impressione che i suoi dirigenti sono imprevedibili. I risultati saranno impressionanti, non certamente in termini di "democratizzazione", ma in ciò che riguarda la normalizzazione o addirittura la distruzione degli Stati repubblicani, sanamente laici e nazionalisti.
La guerra che infuria in Siria attualmente è ormai universale, tanto sono numerosi e diversi gli attori, le poste, i secondi fini, gli interessi. Tuttavia, non è un confronto classico: ufficialmente però non si può parlare di uno stato di guerra, poiché nessuno ha dichiarato guerra alla Siria, come lo vorrebbero le norme delle leggi del guerra e/o la consuetudine diplomatica.
A Mosca, si ripete "Gli Stati che si sono fuorviati nel sostegno al terrorismo, continuano a farlo e meritano di essere giudicati da un tribunale internazionale simile a quello che ha giudicato il nazismo." Ora la Siria è dalla primavera 2011 la vittima di una "guerra di aggressione", il tipo di guerra qualificata un'altra volta di notte e di nebbia dal Tribunale di Norimberga , come "crimine internazionale supremo": "Scatenare una guerra di aggressione non è solamente un crimine internazionale; è il crimine internazionale supremo, non differendo dagli altri crimini di guerra se non perché contiene sé il male accumulato di tutti gli altri" . E' il crimine per eccellenza. E nel caso specifico della Siria, un crimine con premeditazione, pianificato dagli "strateghi."
Come Iraq, Libia, Somalia, Palestina, ecc... la Siria è oggetto di un tentativo di "politicidio", (che nel caso di uno Stato è come si trattasse di un omicidio nei confronti di un essere umano) verso le istituzioni, il governo, la sovranità, l'integrità, le autorità politiche, i simboli emblematici, le forze armate, le risorse, le basi, le infrastrutture dell'economia, l'identità dello Stato, sono stati messi nel mirino singolarmente e nel loro insieme.
Le operazioni possono declinarsi in smantellamento, spartizione, smembramento dello Stato nazionale. Gli attacchi sono effettuati in tutte le direzioni: politica (la destabilizzazione, il cambio di regime), umanitarie (responsabilità di proteggere, progetti di zona di esclusione, corridoi), militari (bombardamenti, attentati, provocazioni, attacchi, raid), psicologico e mediatico (la menzogna, la manipolazione, l'intossicazione "false flag", il lavaggio dei cervelli). Nel frattempo, il popolo siriano è il bersaglio di un "etnocidio", un termine che descrive l'attività di decostruzione e disgregazione in atto. L'obiettivo generale è quello di rompere la sua coesione, che non è il prodotto di trent'anni di mandato francese e neanche di quattro secoli di impero ottomano, ma il risultato di una storia plurimillenaria, prima ancora dell'avvento del Cristianesimo e dell'Islam.
Le sanzioni sono armi di distruzione di massa finalizzate a minare una società civile e laboriosa. Tutti i mezzi del resto sono utilizzati: è necessario spingere i siriani a fuggire dal Paese, costringere le minoranze all'esodo, provocare l'emorragia delle élites, al fine di prevenire la successiva ricostruzione del tessuto sociale nazionale.
La "condanna a morte del popolo siriano" e la distruzione della Siria, "madre della nostra civiltà" e "seconda casa di ogni uomo civile" sono parte integrante del crimine per eccellenza.
Alla fine, è necessario chiamare le cose con il loro nome: gli aggressori della Siria legale, della Siria sovrana che agiscono in violazione del diritto internazionale sono delinquenti e criminali. Sono inoltre anche dei bugiardi impudenti indegni di governare o di pretendere di governare. I bombardamenti USA sulla base aerea di Al Shuairat non sono un "messaggio forte" di Washington, come dicono il tale o il tal altro esteta, ma un crimine aggiuntivo.
È tempo che la "Grande Nazione" si svegli e che i dirigenti più degni riprendano in mano il proprio destino politico, la propria indipendenza, che la Francia ritorni ad essere quell'eccezione che faceva la nostra fierezza. È tempo che i suoi intellettuali si ricolleghino con la tradizione dei loro grandi antenati. È tempo, ed è anche urgente raddrizzare la barra di questa imbarcazione pazza e disorientata che è diventata la Francia, tanto sono grandi e spietati i pericoli per questo nostro mondo. Volevo dire, è tempo che i diplomatici per i quali il diritto internazionale dovrebbe essere la Bibbia, e il cui il mestiere è di cercare la pace, espellano l'occupante abusivo come il cuculo nel nido dei falchi.
Dobbiamo dire no e no e no alla guerra che i piccoli e i grandi di questo mondo presentano come un'opzione banale, rannicchiati e nascosti nei loro privilegi, nelle loro certezze e la loro ordinaria arroganza. E' necessario che la Francia ritrovi il cammino della legalità internazionale e del diritto delle Nazioni Unite: La nostra Pace ha questo prezzo.
 (Trad dal francese di Gb.P)

lunedì 22 maggio 2017

Liberazione completa dell'ultimo quartiere di Homs


A Homs, il 20 maggio 2017, gli ultimi 500 terroristi jihadisti e le loro famiglie del quartiere di al-Waer sono stati esfiltrati verso la regione di Idlib. Una speranza per i cristiani, che da sei anni vivevano sotto la minaccia crescente della bandiera nera [di al-Nusra]. Un nostro gruppo sul posto racconta quello che ha visto.

"A centinaia, nelle strade dei quartieri cristiani di Homs urlavano: «Allah Akbar» (Allah è grande). Siamo partiti in fretta", mi racconta padre Boutros, prete greco ortodosso della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di al-Waer. Era in occasione della Domenica delle Palme di aprile del 2011.
"Dei nostri quartieri hanno fatto delle linee del fronte! Noi perciò abbiamo abbandonato le nostre case per rifugiarci in zone più protette, come al-Arman o al-Waer. Quando nel 2014 l'esercito arabo siriano (SAA) riprese il controllo dei quartieri occupati, i terroristi jihadisti si barricarono in casa nostra, ad al-Waer. Tenuto conto della convivenza difficile, la maggior parte dei cristiani è fuggita. Un giorno, il sagrestano della parrocchia è stato selvaggiamente ucciso senza spiegazione alcuna. Questo evento ci ha fatto prendere coscienza dell'urgenza della nostra partenza."

Con la ripresa dei combattimenti nel dicembre 2016, il governo preferisce calmare il "gioco" e opta per un accordo con i terroristi presenti a Homs: in cambio della loro resa totale, il governo garantisce loro l'evacuazione in autobus in massima sicurezza, per la provincia di Idlib. A causa di dissensi tra le fazioni dei jihadisti, i negoziati si protraggono nel tempo. Le prime partenze sono seguite da attentati sanguinosi e assassini a Homs verso obbiettivi sia militari che civili, rivendicati da Jabhat al-Nusra, allo scopo di voler far fallire i negoziati.

Il 20 maggio 2017 a mezzanotte è iniziata l'ultima evacuazione dei jihadisti da Homs. Centinaia di combattenti hanno marciato armi alla mano, insieme alle loro famiglie (donne e bambini), per salire sugli autobus con destinazione Idlib. Un'operazione controllata dall'esercito siriano e dall'esercito russo, che dovrebbe concludersi entro poche ore.

Preoccupati per il futuro dei cristiani di questo quartiere, a cui l'Associazione è vicina, la nostra squadra si è recata sul posto e ci ha fatto parte di quello che ha visto:

"Siamo arrivati verso le 10 di mattina ad Al-Waer. Dopo vari posti di controllo, ci aspettava una lunga fila di autobus monitorati da decine di poliziotti. Abbiamo visto i Jihadisti che caricavano i bagagli su un camion prima di dirigersi verso gli autobus. Spesso con le armi alla mano, questi uomini gettano sguardi di sfida ai militari presenti. Alcuni fanno il segno V della vittoria, e/o insultano poliziotti e giornalisti. La tensione è palpabile."

François, incaricato della comunicazione per l'Associazione da ottobre 2016: 
 " Volevo osservare l'evacuazione dei 'ribelli': sono incappato su dei jihadisti con in mostra le loro armi (Kalashnikov) che sfidando i poliziotti siriani e i giornalisti, stendendo il dito verso il cielo, li apostrofavano: "Non muovetevi, presto saremo di ritorno. Partiamo, per occuparci dei vostri bambini."
 Sono stato particolarmente impressionato da una bambina recante un kalashnikov e da una seconda di 12 anni che indossa con orgoglio la bandana nera di al-Nusra."
[François-Xavier, direttore delle operazioni per l'Associazione].

Il 21 maggio, quasi sei mesi dopo la liberazione di Aleppo, è il turno di Homs di essere liberata da tutti i terroristi!


SOS Chrétiens d'Orient