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mercoledì 26 aprile 2017

Gli sceneggiatori sono stanchi


7 giugno 2011: «Arrestata in Siria la blogger di “A gay girl in Damascus”». «Era la voce della libertà in un Paese in cui ogni diritto è calpestato. Era una donna, era lesbica. Amina Abdallah Arraf cercava di gridare al mondo il disagio e i soprusi che le persone ogni giorno vivono in Siria. Lunedì un'auto dei servizi segreti l'ha prelevata e di lei si è persa ogni traccia». Pochi giorni dopo si scopre che Amina, che da mesi teneva banco col suo blog, era Tom McMaster, un americano che scriveva da Edimburgo.
Quando si parla di “fake news” teniamo in mente questa vicenda: un isolato come Tom McMaster ha imbrogliato l’intero sistema mediatico. E quindi chi davvero gestisce l’informazione non ha difficoltà a creare notizie false.
I vaccini contro le fake news sono tre: un ampio archivio di notizie certe, una memoria viva e allenata, un uso continuo della logica. E poi ci sono alcune linee guida:
  1. Un video o una foto non sono mai una notizia; chi li usa vuole spesso trasmetterci una notizia falsa.
  2. Dipendere solo da rilanci d’agenzia equivale a non avere informazioni o ad avere informazioni false.
  3. Quando un’informazione scatena una reazione immediata, le probabilità che sia falsa sono alte. Perché? Perché una persona con un minimo di cervello verifica prima di agire. E per verificare occorrono giorni o mesi. Se reagisce subito, significa che vuole cavalcare l’onda emotiva, per cui è probabile che la notizia sia stata costruita ad arte.
  4. Sono preziose le informazioni fornite in tempi non sospetti e riguardanti altri scenari. Ad esempio all’attacco chimico di Halabja del 1988 Wikipedia attribuisce l’uccisione di 5000 curdi.
Seguendo queste linee è possibile costruire una “macro notizia” attendibile sulla Siria.

C’era una volta la Siria, paese che godeva di una relativa pace, di un relativo benessere, di una ragionevole convivenza tra minoranze. Mangiare, curarsi, muoversi, lavorare, studiare, viaggiare, era la norma. Il paese era senza debiti e senza emigrazione. Il tutto grazie anche a Bashar al-Assad, che aveva imposto il pugno di ferro sull’islamismo radicale.
Oggi la Siria è un paese distrutto e affamato, con 400.000 morti e milioni di sfollati.
In mezzo cosa c’è stato? Una guerra di ribellione dell’islamismo radicale contro l’ordine e il benessere. Nel remoto inizio ci furono manifestazioni di piazza per avere “più democrazia” (come se uno Stato a maggioranza islamica potesse davvero avere democrazia), ma la regìa occidentale (quel mix dove USA Francia e Gran Bretagna lavorano insieme a paesi dittatoriali della Penisola Arabica) aveva già predisposto l’apparizione dei “ribelli moderati” in armi. Moderati per i media, islamisti radicali nella realtà.

In Siria gli stanchi sceneggiatori ci ripropongono lo stesso copione libico: il dittatore contro il suo popolo, i bombardamenti di ospedali, gli orrori generici attribuiti ad Assad. E quando la popolazione festeggia la liberazione di Aleppo, non sanno più cosa dire. Ci propinano allora la bambina senza famiglia che corre tra le macerie, hashtag #Save_Aleppo: poco importa che l’immagine sia tratta da un videoclip del 2014 di una cantante libanese.

Arriva poi l’attacco“chimico” da 70 morti, ridicolo sia rispetto ai morti totali della guerra di Siria sia rispetto alla realtà di un vero attacco chimico. Ma la responsabilità di Assad è “certa” e Trump tira i missili.
Solerte si accoda il nostro ministro Alfano, dicendo che la reazione è “proporzionata”. Naturalmente anche Alfano dipende solo da rilanci d’agenzia, avendo rinunciato a usare la logica. L’unica cosa assodata è che “Assad se ne deve andare”. Perché mai? Forse la Siria creata da Assad era peggiore della Siria creata da questo orrendo conglomerato di occidentalismo e islamismo?
Nel 2011 un ministro libico commentava: «Una commissione ONU che fosse venuta a verificare cosa stava davvero accadendo il Libia vi sarebbe costata meno del lancio di un solo missile». In Siria non sarebbe stato diverso. Ma perché muoversi e indagare? E’ tanto comodo dipendere da rilanci d’agenzia e ripetere le cose che gli stanchi sceneggiatori hollywoodiani ci dicono di credere.

«Un paese che non si indebita fa rabbia agli usurai». La finanza internazionale vuole sempre degli “Stati mendicanti”, bisognosi dei loro soldi. Uno Stato che riesce a farcela da solo prima o poi finisce male. Non so se è una regola generale, di certo vale per la Libia e la Siria.
    Giovanni Maria Lazzaretti  
    Taglio Laser, Vita Nuova, 21 aprile 2017

domenica 23 aprile 2017

Maaloula piange i suoi cinque nuovi martiri

Papa Francesco si è recato sabato nella basilica di san Bartolomeo all’Isola Tiberina, divenuta, dopo il Giubileo del 2000, 'Memoriale dei testimoni della fede del XX e del XXI secolo'.  Durante  la liturgia ha dichiarato:
 “Se guardiamo bene, la causa di ogni persecuzione è l’odio del principe di questo mondo verso quanti sono stati salvati e redenti da Gesù con la sua morte e con la sua risurrezione. Nel Vangelo Gesù usa una parola forte e spaventosa: la parola ‘odio’. Lui, che è il maestro dell’amore, al quale piaceva tanto parlare di amore, parla di odio. Ma Lui voleva sempre chiamare le cose con il loro nome. E ci dice: ‘Non spaventatevi! Il mondo vi odierà; ma sappiate che prima di voi ha odiato me’. Gesù ci ha scelti e ci ha riscattati, per un dono gratuito del suo amore. Con la sua morte e risurrezione ci ha riscattati dal potere del mondo, dal potere del diavolo, dal potere del principe di questo mondo. E l’origine dell’odio è questa: poiché noi siamo salvati da Gesù, e il principe del mondo questo non lo vuole, egli ci odia e suscita la persecuzione, che dai tempi di Gesù e della Chiesa nascente continua fino ai nostri giorni. Quante comunità cristiane oggi sono oggetto di persecuzione! Perché? A causa dell’odio dello spirito del mondo”.
Da venerdì 21 aprile, l'annuncio è ufficiale: i cinque Cristiani rapiti dal villaggio di Maloula sono stati ritrovati uccisi [I loro resti rinvenuti in una grotta a Arsal, cittadina libanese al confine siriano]. Erano ostaggi di Al-Nusra dal settembre 2013.
Il giorno in cui la notte si abbattè su Maaloula è il 7 settembre 2013: il villaggio è circondato, i colpi risuonano e gli obici colpiscono ovunque. I combattimenti sono di una violenza inaudita! Il gruppo terroristico al-Nusra (branca siriana di Al Qaeda) penetra in Maaloula. Sono Siriani, Tunisini, Marocchini, Giordani ma anche qualche abitante di Maalula e si infiltrano come una scia di polvere tra le abitazioni.
Mikhail, Antoun e Sarkis, tre abitanti cristiani, vengono giustiziati sommariamente con una pallottola in testa, traditi dai loro vicini abituali. Questo è il prezzo da pagare per chi vuole restare fedele alla propria patria e a Cristo. Nella stessa giornata Ghassan, Jihad, 'Taef, Shadi, Daoud e Moussa vengono prelevati.
Con la liberazione di Maaloula da parte dell'esercito arabo siriano, il Fronte al-Nusra si ritira sulle montagne libanesi con gli ostaggi. Agli abitanti viene poi ingiunto di permettere che i musulmani tornino nel villaggio. Senza condizione, accettano. Ma le richieste di Al Nusra non finiscono qui: 100 milioni di sterline siriane, l'equivalente di 200.000 dollari, sono da versare come riscatto. Ancora una volta, accettano e pagano. Poi, per due anni, dei rapiti non si ha più alcuna notizia.
Tutti i volontari di  SOS Chrétiens d’Orient  , in Siria conoscono questa storia. I ritratti dei tre martiri da tempo campeggiano sulla piazza del paese. Ma gli altri, i sei ostaggi, che fine hanno fatto? Una questione rimasta in sospeso da oltre 3 anni e mezzo, per le famiglie ferite, in attesa di un possibile ritorno, che non arriverà mai!
Infine, su sei, cinque corpi sono stati trovati... sgozzati. La loro morte risalirebbe a più di un anno fa. Questi eroi cristiani avevano un nome e un volto, una storia, un futuro. Per tutti, erano dei padri, dei fratelli, degli amici e sono andati via per sempre.
Ghassan 48 anni, lavorava nella fabbrica di Debess che stiamo aiutando a ricostruire, aveva tre figli. Suo fratello Moussa 43 anni il cui corpo non è stato ritrovato, possedeva un negozio di spezie. Jihad, 48 anni, era un muratore, suo nipote Shadi (il cui padre è uno dei tre martiri) era uno studente all'università di Damasco. Taef, 43 anni, era pasticciere. Daoud, 31 anni, era l'autista del taxi.
Vi invitiamo a unire le vostre preghiere alle nostre, soprattutto martedì in occasione del ritorno dei corpi nel villaggio per i funerali.
 SOS Chrétiens d’Orient en Syrie

giovedì 20 aprile 2017

Stragi di bambini in Siria: 2 Fouaa e Kafarya, il massacro che Trump non piange


Gli Occhi della Guerra, 19 aprile 2017

In tanti, nella giornata di sabato, hanno raccontato l’orrore di Rashideenn, ossia la località dove sorge l’area di servizio lungo l’autostrada M5 dove è avvenuto l’attentato contro civili sciiti che ha ucciso più di cento persone, molti dei quali bambini; in pochi però, hanno fatto riferimento tanto ai responsabili dell’accaduto, quanto al contesto attorno al quale è avvenuto uno degli episodi più cruenti della guerra siriana, macabro nei numeri ed ancor di più nei dettagli. Quello di sabato in Siria, non era un ‘semplice’, se così si può definire, trasferimento di profughi, bensì si trattava dell’evacuazione di due comunità di altrettanti villaggi a maggioranza sciita (Kafraya e Foua) da anni minacciati dagli islamisti definiti ancora ‘ribelli’ da buona parte dell’occidente; oltre a mettere al sicuro questi civili da future e probabili rappresaglie jihadiste, l’operazione aveva come obiettivo quello di mostrare la buona volontà delle parti in causa di poter giungere a piccoli accordi locali in grado di salvaguardare i cittadini maggiormente esposti al conflitto e, in tal senso, il boicottaggio delle forze islamiste è stato espresso in tutta la sua brutalità.

Non era la prima volta che in Siria, dallo scoppio della guerra, si procedeva ad un’evacuazione e ad un trasferimento della popolazione da un punto all’altro del paese dopo accordi tra le parti; questa strategia è stata inaugurata già nel 2014 quando, una volta accerchiati e senza possibilità di vittoria, gli islamisti presenti ad Homs hanno accettato l’evacuazione del centro storico ed il loro trasferimento in zone presidiate dai gruppi dell’opposizione. Tra il 2016 e questa parte di inizio anno, diverse volte questi accordi hanno permesso la fine delle ostilità in diverse località senza ulteriore spargimento di sangue: a Darayya, sobborgo nel sud di Damasco, il trasferimento ad Idlib di militanti islamisti e famiglie al seguito, ha messo la fine su una delle battaglie che più ha tenuto con il fiato sospeso la capitale della Siria, stesso scenario in altri quartieri damasceni ed in altre località attorno la città.
Anche ad Aleppo si è provata la stessa strada: i famosi ‘bus verdi’, che prima della guerra erano i normali mezzi del trasporto pubblico della metropoli siriana, per giorni sono rimasti stazionati ai limiti del fronte che divideva le zone governative da quelle occupate dagli islamisti, per cercare di far andare a buon fine le trattative tra Russia, Turchia e sauditi ed evitare ulteriori scontri nel centro urbano. Soltanto nelle battute finali della battaglia per riprendere la seconda città siriana tali accordi hanno fruttato l’evacuazione delle ultime zone rimaste in mano jihadista, nonostante altri tentativi di sabotaggio costati la vita ad alcuni autisti di bus attaccati dai terroristi; le trattative, oltre al trasferimento dei cosiddetti ‘ribelli’, hanno spesso previsto l’alternativa della riconciliazione con il governo di Damasco dove, in cambio della deposizione delle armi, si viene reinseriti all’interno del contesto sociale e, se non si è accusati di gravi crimini, si evitano i processi per tradimento.

l trasferimento in atto sabato, è stato frutto di uno di questi accordi locali mediati da alcuni attori internazionali in campo; in particolare, le trattative in questo caso sono state condotte da Iran e Qatar ed il perché è presto detto: oggetto principale dei colloqui era l’evacuazione di due cittadine sciite e la Repubblica Islamica si è fatta promotrice della messa in sicurezza dei civili di fede sciita. L’accordo è inserito in un contesto molto più ampio, che abbraccia situazioni simili nel resto del paese: in cambio del trasferimento dei civili da Kafraya ed al – Foua, l’esercito siriano ha permesso l’evacuazione dei terroristi dalle sacche jihadiste di Madaya e Zabadani, due località della ‘Rif’ di Damasco; in tal modo, risultano evidenti anche vantaggi militari sia per il governo che per gli islamisti: le forze di Assad possono riprendere il controllo di due centri vicino la capitale, le forze che controllano di Idlib invece si garantiscono l’eliminazione di una sacca governativa vicino il capoluogo di provincia.
Pur tuttavia, all’interno di questo accordo, vi è presente una novità importante:  è infatti la prima volta che ad essere evacuati sono soltanto civili e non militari o ribelli ed inoltre, è stata anche la prima volta del trasferimento da località in mano governative.  Kafraya ed al – Foua, sono infatti due cittadine a maggioranza sciita che però si sono ritrovate nel bel mezzo di una provincia in cui islamisti e jihadisti hanno iniziato ad imperversare dall’inizio della guerra; l’esercito siriano ed alcuni reparti degli Hezbollah hanno garantito, in questi anni, la sicurezza delle cittadine la cui difesa però, forse anche in previsione dell’offensiva governativa su Idlib, è diventata ad un certo punto molto difficile ed onerosa. L’evacuazione dei civili quindi, secondo l’accordo, ha avuto anche lo scopo di liberare diversi reparti dell’esercito e del movimento popolare libanese e poter in questo modo meglio distribuire mezzi e uomini su altri fronti.
Mentre i trasferimenti da Zabadani e Madaya sono andati a buon fine, con i bus arrivati  ad Idlib, quello dei civili sciiti invece ha subito il grave attacco di sabato; un convoglio di mezzi che trasportava i cittadini di Kafraya ed al – Foua, mentre era giunto a Rashideenn, a pochi chilometri dall’ingresso ad Aleppo e dunque nelle zone governative, è stato raggiunto da un’autobomba.

Secondo alcuni testimoni, pare che l’ordigno sia stato azionato mentre nell’area di servizio un uomo aveva fatto avvicinare dei bambini al mezzo poi esploso offrendo loro alcuni pacchetti di patatine; un gesto macabro e che lascia senza fiato e parole, compiuto con il solo scopo di uccidere i civili e creare terrore tra i sopravvissuti. Un gesto però che, dopo alcuni servizi televisivi in cui non sono mancate omissioni di dettagli e dove, allo stesso tempo, non è stato spiegato il contesto dell’evacuazione di questi profughi, è ben presto passato in sordina e nel dimenticatoio.
Dopo l’arrivo dei soccorsi, alcuni dei quali inviati dalla Croce Rossa presente nel vicino quartiere governativo di Hamadaniyah, i bus non colpiti dall’esplosione hanno ripreso il proprio cammino e sono arrivati ad Aleppo, concludendo poi l’evacuazione di Kafraya ed al – Foua; pur tuttavia, non può non rimanere vivo il ricordo dei tanti civili uccisi, che si aggiungono ad una lista oramai troppo lunga dopo sei anni di conflitto.

Rimane anche, tra le altre cose, la constatazione del fatto che continuare a considerare ‘moderati’ i ribelli di Idlib è operazione intellettualmente disonesta e che non favorisce i tentativi di far concludere la guerra nel più breve tempo possibile; se è vero che alcuni gruppi islamisti hanno preso le distanze dall’attentato, è anche vero che se si è avuta l’esigenza di evacuare i civili dalle due cittadine sciite vi era evidentemente il concreto pericolo di rappresaglie jihadiste che, di certo, non sono sintomo di ‘moderazione’ e di volontà di dialogo. Prima l’intero occidente prende definitivamente le distanze dai ‘ribelli’, prima si potrà far chiarezza su tutti i fronti che riguardano il conflitto siriano.


A completamento dell'articolo, un'ulteriore terribile notizia: per rendere le cose ancora peggiori, durante l'attentato oltre 200 civili da Foua e Kafraya sono stati rapiti nella zona Rashideen. La maggior parte dei rapiti sono ragazze giovani.
Secondo una fonte di Al-Masdar news, si ritiene che gli abitanti sciiti di Fouaa e Kafraya siano stati rapiti da Hay'at Tahrir Al-Sham (HTS), una fazione ribelle affiliata ad Al Qaeda, che è accusato di aver ucciso 126 civili nell'attacco con un'autobomba ieri “