Traduci

martedì 18 aprile 2017

Stragi di bambini in Siria: 1 Attacco chimico false flag o attacco chimico made in Hollywood?


I Fatti (o presunti tali)
Nella mattinata di martedì 4 aprile secondo quanto si può giudicare dalle ombre nei filmati, o intorno a mezzogiorno secondo il rapporto del portavoce delle forze aerospaziali russe presenti in Siria, due aviogetti Sukhoi della aviazione militare siriana avrebbero attaccato con armi chimiche il villaggio di Khan Sheikhoun provocando, a seconda delle fonti, tutte rigidamente riconducibili alle formazioni jihadiste, o 59 morti di cui 11 bambini  o 79 morti di cui 28 bambini o 45 morti di cui 11 bambini. Le fonti affermavano che l’aggressivo chimico utilizzato era gas nervino Sarin. A seguito di questo attacco e nonostante la smentita e del governo siriano e delle forze russe operanti in Siria, senza che alcuna inchiesta indipendente potesse accertare i fatti, gli alleati occidentali della NATO, l’amministrazione USA e le monarchie del golfo con a capo l’Arabia Saudita condannavano l’uso di armi di distruzione di massa attribuendone senza riserve la responsabilità al governo siriano. Solo il veto russo impediva la condanna dello stesso da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il presidente americano Trump affermava poi che una linea rossa era stata superata e che provvedimenti adeguati sarebbero stati presi anche al di fuori delle direttive dell’ONU. Nella notte tra il 6 e il 7 aprile due cacciatorpedinieri  della sesta flotta USA, in navigazione al largo di Creta, lanciavano una salva di 59 missili Tomahawk come ritorsione contro la base aerea dalla quale erano partiti gli aerei per il raid su Khan Sheikhoun.

Alcune considerazioni tecniche.
L’accusa alle forze armate siriane di aver usato armi chimiche nel raid del 4 aprile dovrebbe confutarsi da sola poichè le forze armate siriane non dispongono più di armi chimiche. Queste sono state consegnate alle Nazioni Unite e distrutte per idrolisi nel mediterraneo nel 2013, a seguito dell’incidente di Ghouta (sobborgo di Damasco) in cui i governativi siriani vennero accusati di aver impiegato aggressivi chimici contro la popolazione. Accusa poi dimostrata infondata da numerose inchieste indipendenti tra cui quella del MIT di Boston, di Carla del Ponte, già magistrato del tribunale internazionale dell’Aia, e del giornalista premio pulitzer Seymour  Hersch. Per evitare la rappresaglia minacciata dal Presidente Obama, con la mediazione della Russia il governo di Damasco acconsentì a consegnare tutto il suo arsenale chimico e di sottostare alle ispezioni dell’agenzia internazionale per la eliminazione dello stesso. Inoltre l’accusa parla specificatamente di gas nervino che l’apparato industriale siriano, dopo le distruzioni causate da 6 anni di guerra non è più in grado di produrre mancando anche dei precursori che non può acquistare sul mercato internazionale per via dell’embargo .
L’uso di gas nervino verrebbe smentito anche dai filmati prodotti a prova dell’aggressione. Il Sarin è un agente neurotossico che inibisce la trasmissione neuroelettrica degli impulsi che nel sistema nervoso provocando il blocco della muscolatura volontaria e involontaria. La morte avviene, a seconda della concentrazione del gas, in pochi secondi o al massimo in pochi minuti salvo che si pratichi immediatamente una iniezione di atropina che neutralizza l’azione della neurotossina. L’assorbimento avviene per  inalazione o per penetrazione cutanea per cui la maschera antigas è assolutamente inutile se non associata ad una tuta completa impermeabile e stagna. Nei filmati si vedono i soccorritori [i rinomati White Helmets] trattare le vittime a mani nude ovvero con guanti di lattice che sono porosi e permeabili alla molecola del gas o ancora con mascherine di carta assolutamente ridicole in aree contaminate dal Sarin.
Si vedono anche soccorritori lavare le persone con getti d’acqua, altra cosa inutile perchè occorre unire all’acqua dei detergenti che provochino la scomposizione della molecola del gas nervino. In poche parole se ci fosse stato un attacco col Sarin o con qualsivoglia altro neurotossico derivato dall’acido ortofosforico  (Tabun o Soman) tutte le persone che si vedono nei filmati sarebbero dovute morire in pochi minuti. Un'altra considerazione che smentisce l’uso del Sarin viene dalle condizioni meteorologiche del giorno, invero perfette per un attacco chimico, che però se ci fosse stato avrebbe provocato non un centinaio ma decine di migliaia di morti. L’ipotesi che si sia trattato di un attacco con vescicanti come l’iprite, che agisce sulle mucose dei polmoni distruggendole e provocando la morte per asfissia viene smentita dall’assenza sui corpi delle vittime (come appaiono nei filmati che sono stati prodotti esclusivamente dai jihadisti)  di ulcerazioni  che invece avrebbero dovuto essere presenti stante l’abbigliamento leggero. Resta il cloro che però non viene citato dai soccorritori forse per sviare i sospetti visto che proprio il cloro è stato usato più volte, sia ad Aleppo che contro i Curdi e in Iraq dalle milizie salafite di Al Nusra e dell’Isis. Sempre dal punto di vista tecnico poi bisogna rilevare che i cacciabombardieri Sukhoi impiegati nel raid non hanno gli attacchi per i dispenser per la diffusione del cloro o per la diffusione di qualsivoglia altro aerosol. Le immagini poi dell’edificio teoricamente epicentro dell’attacco lo mostrano completamente distrutto, segno evidente di un bombardamento con bombe ad alto potenziale esplosivo. Se veramente fosse stato attaccato con ordigni caricati con aggressivi chimici avrebbe avuto al massimo qualche buco nei muri o sul tetto, non parliamo poi se il gas fosse stato disperso come aerosol , l’edificio sarebbe stato perfettamente intatto. Tutto questo fa pensare che se una contaminazione da aggressivi chimici c’è stata questi fossero stoccati nell’edificio distrutto da un bombardamento convenzionale.
Da ultimo, prima di passare ad altro genere di considerazioni, se alla base di Al Shayrat ci fosse stato stoccaggio di armi chimiche il bombardamento americano ne avrebbe provocato la dispersione e comunque il pericolo che potessero disperdersi avrebbe impedito la ripresa dell’operatività della base il giorno dopo l’attacco.

Passiamo ora a considerazioni di carattere etico, stante che la verità è la prima vittima della guerra e la menzogna una delle sue armi più micidiali.
Sorvolando sul fatto che un attacco aereo americano, effettuato il 12 aprile sull’area di Deir Ezzor, ha colpito un deposito di armi chimiche delle forze dell’ISIS che assediano la città provocando una nube tossica che ucciso centinaia di civili senza che alcuna protesta si levasse da parte delle anime candide dell’occidente, e senza che i media mainstream ne facessero cenno, i filmati, e le foto, che possiamo vedere in abbondanza su internet pongono una serie di pesanti interrogativi. Per prima cosa nessuno di loro è stato diffuso da una fonte indipendente. I diffusori sono stati i famigerati Caschi Bianchi associazione “umanitaria” affiliata ad Al Nusra, l’osservatorio di Londra composto da un solo individuo che vive in Inghilterra da anni ed è finanziato da una moltitudine di sigle tutte riconducibili ai nemici giurati del presidente Assad e la televisione ufficiale del partito curdo iracheno di Al Barzani notoriamente sostenuto e finanziato da Israele. Il medico che, nonostante la dichiarata grave emergenza, invece di stare al capezzale dei pazienti, ha trovato il tempo di esibirsi davanti alle telecamere denunciando il fatto che i feriti ricoverati avevano evidentemente subito un attacco con gas nervino, risultava poi essere il Dott. Sjahul Islam, cittadino del Regno Unito, ricercato dall’MI6 britannico come terrorista per aver partecipato al rapimento da parte dell’ISIS di due giornalisti John Cantlie e Jeoren Orlemans di cui uno ancora prigioniero dei Jihadisti.  La moltitudine di immagini profuse poi sul web ha permesso di constatare che stranamente in nessuna comparivano, nè morti nè vivi, i genitori delle piccole vittime il che pone il dubbio che i bambini non fossero di Khan Sheikhoun ma quelli rapiti durante l’offensiva della fine di marzo nei villaggi cristiani occupati dai miliziani. E in effetti la stessa cose era successa a Ghouta nel 2013 quando le uniche piccole vittime identificate provenivano dai villaggi Alawiti vicino a Latakia dove erano stati rapiti dai Jihadisti. Compare poi nelle immagini un “salvato” riconoscibilissimo per struttura corporea e particolarità del volto, che già compariva nelle vesti di Casco Bianco ad Aleppo prima della liberazione della città, poi ancora ad Aleppo come vittima estratta dalle macerie, poi sempre ad Aleppo come donatore di sangue, quindi a Idlib come ferito e finalmente a Khan Sheikhoun come sopravvissuto all’attacco chimico. Esiste un filmato in cui uno dei bimbi “morti” non si accorge che la telecamera è ancora puntata su di lui e apre gli occhi. Da ultimo i Dottori Svedesi per i Diritti Umani (swedhr.org) hanno analizzato un video, relativo ad un altro episodio denunciato dai Caschi Bianchi come attacco chimico da parte di forze governative,  dove viene filmata un’operazione per salvare un bambino vittima di aggressivi chimici. I dottori hanno constatato che nel video sono chiaramente presenti delle falsificazioni, dal momento che in sottofondo si sentono delle autentiche indicazioni “di regia” in arabo, e che la cosiddetta “operazione” è in realtà un omicidio. Un’analisi superficiale del video sembrerebbe infatti suggerire che i medici stessero cercando di rianimare un bambino che era ormai clinicamente morto (https://youtu.be/WAxg9_T-W7Y).In realtà, dopo un più attento esame, il gruppo di SWEDHR ha accertato che il bambino aveva perso coscienza a causa di un’overdose di oppiacei. Nel video si vede il bambino che riceve un’iniezione al petto, nel settore cardiaco, iniezione che alla fine lo ha ucciso, mentre gli veniva data una falsa dose di adrenalina. Si è trattato di un omicidio.

Da questo a pensare che ci si trovi di fronte ad una messa in scena “Hollywoodiana” non ci fa sentire particolarmente colpevoli o in malafede.

Chiudiamo con alcune considerazioni di carattere politico e strategico. Se Assad che nel 2013, quando la situazione del legittimo governo siriano era difficile se non disperata, ha accettato di disfarsi del suo arsenale chimico, avesse ordinato oggi, quando la vittoria è alle porte, grazie all’intervento degli alleati russi, iraniani ed Hezbollah, un inutile attacco chimico con armi non si sa bene come conservate, si dimostrerebbe come uno stupido incapace mentre nei sei anni di guerra passati aveva dimostrato al contrario di essere un politico estremamente accorto nel gestire la situazione.

Il presidente Trump ponendosi fuori della legalità internazionale ordinando una rappresaglia senza avere alcuna prova concreta di quanto è accaduto, ha dimostrato che negli USA la politica estera non è gestita dalla Casa Bianca ma dai circoli “neo conservatori” legati al complesso militare industriale. Questi ultimi credono di poter gestire il mondo dall’alto di una potenza militare calcolata avendo come parametro i miliardi di dollari che ogni anno vengono  profusi nel comparto militare, tanto da aver portato il bilancio USA della difesa ad essere superiore alla somma di quelli delle 5 potenze, di cui 3 alleate, che li seguono nella classifica. In verità però il risultato del lancio di 59 missili cruise Tomahawk, per una spesa complessiva di 90 milioni di dollari, è stato a dir poco deludente. Solo 23 sono arrivati sul bersaglio o nelle sue prossimità, probabilmente perché deviati in mare dalle contromisure elettroniche del sistema di difesa aerea installato dalle forze armate russe, cosi come pare fosse successo nel 2013 a due lanci ordinati da Obama. Quelli che hanno colpito il bersaglio hanno fatto danni così irrilevanti da permettere che la base tornasse operativa 48 ore dopo l’attacco Se fossi un ammiraglio della “marina più potente nel mondo” sarei un po' preoccupato.

Alcuni commentatori solitamente dispensatori di analisi acute come Maurizio Blondet e Thierry Meyssan ritengono che anche la rappresaglia sia stata una messa in scena ad uso interno per risollevare le sorti di una presidenza sempre più assediata dall’apparato. L’attacco sarebbe stato concordato con i Russi, avvertiti, questo è assodato, in anticipo, per fare il minor danno possibile in Siria e il maggior effetto possibile a Washington mettendo così la mordacchia agli esagitati alla McCain. Aderirei a quest’analisi se non ci fossero state le due mosse successive e cioè la virata di 180 gradi nell’impostazione politica sulla Siria che è passata dal sostanziale riconoscimento della legittimità del governo di Assad (cosa per altro dato di fatto dal punto di vista del diritto internazionale) al porre come priorità il suo rovesciamento che, se tentato porrebbe gli USA in rotta di collisione con la Federazione Russa, l’Iran e probabilmente anche con la Cina. Federazione Russa che per altro ha già fatto sapere che qualsiasi altro tentativo di aggressione alla Siria darà luogo a risposte militari.  La seconda mossa ben più preoccupante consiste nell’invio della lettera di richiamo a 150.000 riservisti cioè l’organico di 30 brigate. Atto che non si può fare per mera attività di propaganda perché corrisponde, mutatis mutandis, alla mobilitazione generale proclamata dalle potenze europee nell’agosto del 1914.

A noi osservatori impotenti non resta che stare a guardare nella speranza, ahimè flebile, che i potenti d’Oltreoceano rinsaviscano.
S.E.  
http://www.appunti.ru/articolo.aspx?id=930&type=home

domenica 16 aprile 2017

Paschal message of the Patriarchs Greek Orthodox and Syriac Orthodox 2017


Greek Orthodox 
Patriarchate 
of Antioch 

and all the East

Syriac Orthodox 
Patriarchate 
of Antioch 

and all the East
2017-04-14
Paschal message
Beloved spiritual brethren and children,
Christ is risen, truly He is risen.
Christ is risen and the East is bleeding. Christ is risen and our people of all faiths pay with their own lives the cost exacted from selfish interest. Christ is risen and the destiny of our brother-archbishops Paul and John is still unclear. Pascha falls this year close to the day of their abduction, the twenty-second of April. This fourth anniversary is perhaps the most appropriate time for us to raise our voice once more, and to put in the ears of our believers and of all the world the voice of our pain in the Church of Antioch, and the voice of all those who are afflicted in this East.
We are being crucified in this East, suffering this great ordeal. The world looks at the cross of our agony, and is satisfied merely by expressing grief over us. Nevertheless, the power of this world will not drive us out of our land, because we are the sons of the cross and the resurrection. We have been displaced throughout history, and we are still being displaced up to this day, but each of us is called to remember that the land of Christ will not be emptied of his beloved ones and of those who were named after him two thousand years ago. And if the act of kidnapping the two archbishops and priests aims at defying our Eastern Christian presence, and uprooting it from this land, our answer is clear. Even though it has been four years since the two archbishops were kidnapped and this crisis has lasted six years, we are staying here next to the tombs of our fathers, and their hallowed ground. We are deeply rooted in the womb of this East. We are determined not to leave our land, furthermore we will defend it with our own blood and lives.
In giving his peace, Christ said, "Fear not, for lo, I am with you until the end of the age." We remind ourselves and our children and the whole world that the open-minded Christian presence in this East is more than a presence; it is an identity rather than a boast. Our summons today brings to the attention of the world, organizations, states, governments, associations and embassies, a cry of truth: We want to live in this East in harmony and peace with all faiths. We are not in need of sympathy for us or denunciation of others, but we are in need of serious and sincere good will from all parties to foster peace in our land. The lives of our people are not cheaper than anyone else’s life. Archbishops Paul Yazigi and John Ibrahim were kidnapped and no one troubled himself to issue more than a mere statement of denunciation or promise yielding no results up to this very moment. We value and appreciate the work and zeal of some who have worked with all their strength in behalf of this issue, but the truth must be said: We were, and are still awaiting more than that, especially from those who have the power of binding and loosing internationally and regionally. We do not leave this issue in the care of the civilized world, which has burdened us with its talk about democracies and reforms, while our eastern man is deprived of bread and of all means of livelihood. The ever-higher cost of living and the asphyxiating siege are affecting the livelihood of the poor. There is a war, unfortunately, imposed upon us as Syrians, and there are consequences that burden us as Lebanese. And there is a price which we pay as Easterners all over the Middle East stemming from the results of all wars, as though bets are waged on our land. Our summons today reflects upon events, as we cry "enough!" in the face of those who feed our land with terrorism, takifirism and blind extremism. Our summons today is a cry "enough!" in the face of those who finance the terrorist, but feign blindness of his existence, and later rush to fight him or to make a claim to fight him.
In the Holy Paschal season, we supplicate the risen Lord to remove the stone from our hearts and to break with his spear the war of this world. In these holy days, we pray again for our abducted archbishops, repeating our call for their release. We have knocked on the doors of embassies, omitting no international and regional forum, in our effort to present the crisis in Syria and to explain its repercussions, including kidnapping and displacement of our people to the world at large. We have raised the issue of the kidnapped archbishops. On this occasion, we call on everyone, here and abroad, to work hard toward the liberation of the Archbishops of Aleppo and toward closing this case, which has been suspended by international amnesia. However, this issue is always present in our souls and in the souls of all our children Christian and Muslim, as well as all those of good will.
On the day of the resurrection of Christ, we ask that the peace of his resurrection be upon you, and upon our sons at home and abroad. During Pascha, which means passing over, we raise our earnest prayers to the Lord of the angels to bring peace to our country and to the whole world. Our earnest prayer is for all the kidnapped, all the abductees. Our prayers are for every displaced, homeless, miserable, afflicted and poor person. Our heartfelt prayer to the risen Lord is that He may send his true spirit of peace to silence all the voices of strife and unrest in the Middle East and in the world at large.
In the Resurrection of Christ, those who are called by his name, the Christians of the Church of Antioch, always pledge to remember that the path of the resurrection began with the Cross, and was crowned with the light of the empty Tomb. As we imitate Christ, we do not fear death or adversity, but we pray in our weakness, as our Lord Jesus Christ Himself prayed, that the cup of suffering may pass.
We are in the days of remembering the resurrection of Christ, even though mingled with a heartache that has not been healed for four years. We pray today to the risen Lord to instill his hope in our hearts, granting to them His Holy Spirit, and bestowing upon us the gift of the release of all the kidnapped, so that we may always cry: Christ is risen and the angels are exulted. Jesus is risen and the bars of Hades are destroyed. Christ is risen and life is renewed; to whom is due all glory and dominion unto ages of ages. Amen.
Christ is risen, truly He is risen.
Damascus, April 14, 2017.
John X
Greek Orthodox 
Patriarch of Antioch

and all the East

Ephrem II
Syriac Orthodox 
Patriarch of Antioch 

and all the East 
and the Primate of the Syriac 
Church in the world.

sabato 15 aprile 2017

Verrà la Pasqua anche in Siria (?)









«Lasciate il nostro popolo libero di risorgere». Parlano i cristiani Khaled Salloum, Mons Abou Khazen, Padre Mounir, Nabil Antaki


di Leone Grotti

Anche quest’anno, il sesto consecutivo, a Pasqua i siriani si identificheranno più nella passione che nella risurrezione. E dire che le premesse sembravano buone: a dicembre il governo di Bashar al Assad, con l’aiuto della Russia e degli alleati sciiti, ha riconquistato Aleppo e cacciato da Palmira lo Stato islamico. I jihadisti indietreggiano e perdono terreno. La Turchia ha annunciato a fine marzo la conclusione dell’operazione Scudo sull’Eufrate (non proprio un successo), i colloqui di pace faticosamente vanno avanti e l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, si è lasciata finalmente sfuggire parole che a Damasco si attendono dall’inizio della guerra: «Non dobbiamo necessariamente concentrarci su Assad, come la precedente amministrazione. La nostra priorità è capire come far finire la guerra, con chi dobbiamo lavorare per fare davvero la differenza per il popolo siriano»

Tacitamente, ma inesorabilmente, davanti agli occhi dei siriani andava materializzandosi un sogno: la fine della guerra e la definitiva sconfitta delle milizie ribelli e jihadiste. Cinquantanove missili Tomahawk a stelle e strisce hanno spazzato via nottetempo questa immagine felice, causando un brusco risveglio a chi, come
Khaled Salloum, sperava che Donald Trump «avrebbe agito diversamente da Barack Obama». L’ingegnere cristiano di 66 anni, oggi in pensione, abita a Homs, nella Valle dei cristiani, a una sessantina di chilometri dalla base aerea governativa di Shayrat, pesantemente danneggiata dal raid americano, che ha anche causato la morte di almeno 15 persone. «Non ci aspettavamo un attacco così diretto da parte degli Stati Uniti – confessa a Tempi – ma non credo che la situazione cambierà molto: è da anni che finanziano e armano gruppi di terroristi. E visto che questi non sono riusciti a vincere la guerra, ora intervengono direttamente. Trump parlava diversamente da Obama, ma ormai lo sappiamo: gli americani non possono mai essere presi sul serio».

Il presidente repubblicano, che ha ordinato l’offensiva dalla Florida prima di mettersi a tavola con il suo omologo cinese Xi Jinping, ha voluto così «rispondere all’orribile attacco chimico contro civili innocenti con cui Assad ha stroncato la vita di uomini, donne e bambini». È dalla base di Shayrat infatti che si sarebbero alzati in volo gli aerei che avrebbero ucciso circa 70 persone a Idlib. Il condizionale è d’obbligo, visto che nella provincia governata dai jihadisti di Al Nusra (ora hanno cambiato nome ma restano la branca siriana di Al Qaeda) non ci sono giornalisti e l’unica fonte di informazioni sull’attacco è quell’Osservatorio siriano per i diritti umani che parteggia per i ribelli contro Assad.

«Non c’è diritto d’ingerenza»
«È sempre la stessa storia. Hanno fatto lo stesso in Iraq, in Libia e ora in Siria. Purtroppo l’ipocrisia degli Stati Uniti non cambia mai. L’attacco chimico è solo una scusa. Se volevano sapere davvero che cosa è successo, perché non hanno inviato una commissione? Perché non hanno mandato una squadra per capire chi sono i responsabili?».
Georges Abou Khazen, vicario apostolico di Aleppo, non si dà pace. Il raid americano lo ha lasciato sgomento e arrabbiato. «Noi dobbiamo domandarci: a chi giova questo attacco chimico?», si sfoga con Tempi. «Chi avvantaggia? Non la Siria, non Assad ma i terroristi islamici. Io l’ho sempre detto: non si può cantare vittoria, con gli americani bisogna aspettarsi di tutto. Perché vogliono decidere loro per noi? Perché non lasciano che sia il popolo siriano a scegliere da chi vuole essere governato?».
Anche Nabil Antaki, medico di Aleppo ovest che ha vissuto sulla sua pelle la tragedia dell’assedio da parte dei ribelli e la gioia della riunificazione, non riconosce alcuna superiorità morale a Washington. «Che diritto hanno gli Stati Uniti di bombardare la Siria?», risponde a Tempi via mail in uno dei pochi momenti della giornata in cui è disponibile l’elettricità. «Chi li ha nominati poliziotti globali? Questo famoso “diritto d’ingerenza” non è semplicemente il diritto del più forte di intervenire a casa degli altri senza il loro consenso? La popolazione di Aleppo è in collera e abbiamo anche paura che scoppi una terza guerra mondiale». Mentre gli alleati di Damasco, Russia e Iran, promettono infatti che non resteranno a guardare («risponderemo se verrà ancora superata la linea rossa»), l’ambasciatrice americana Haley rincara la dose: «Non ci sarà soluzione politica con Assad alla guida del paese. Siamo pronti a intervenire ancora».

 «Dovete dire la verità»
Dalla capitale economica della Siria a quella politica il sentimento della gente è sempre lo stesso.
Padre Mounir, 33 anni, è originario di Aleppo, ma dopo essere entrato nell’ordine dei salesiani, e ordinato sacerdote quattro anni fa a Torino, è andato a svolgere il suo ministero a Damasco, dove si occupa in oratorio di oltre 1.200 giovani. Ha deciso lui di tornare in Siria: «Non vedevo l’ora», racconta a Tempi. «Non ho mai pensato di rimanere in Italia, anche se i miei genitori e la mia famiglia sono scappati e hanno dovuto lasciare Aleppo per la Germania. Hanno cercato di convincermi ma più infuriava la guerra, più desideravo di tornare a servire il mio popolo in difficoltà». Per padre Mounir l’attacco chimico è una «fake news». «I siriani sono arrabbiati, delusi e pensano tutti la stessa cosa», dice il sacerdote. «Il governo non è stupido: perché dovrebbe fare una cosa simile e rivitalizzare i suoi avversari? La verità è che gli Stati Uniti vogliono favorire l’Isis, ridare loro entusiasmo dopo le ultime sconfitte per mano del governo e dei russi. La gente non fa altro che parlare dell’Arabia Saudita e della Turchia, che hanno esultato all’indomani dell’offensiva americana. Qui anche i bambini sanno che senza questi sponsor internazionali la guerra sarebbe già finita. Ma se serviva una conferma, è arrivata». Chi, dopo sei anni, sembra ancora non capire, è l’Occidente: «Questa non è una guerra civile. Se Europa, America e paesi del Golfo smettessero di armare i terroristi, gli scontri finirebbero subito. Voi giornalisti avete un’enorme responsabilità: dovete dire la verità e dare voce al popolo siriano, non solo agli alleati dei governi europei. Purtroppo è difficile trovare un giornale occidentale che faccia questo lavoro».

 «Eppure continueremo a lottare»
Ora i siriani sono divisi tra rassegnazione e voglia di reagire. L’ingegnere di Homs,
Salloum, rientra sicuramente nella seconda categoria. «Siamo circondati da forze e milizie straniere che entrano nella nostra terra per conquistarla. Ma noi non la abbandoneremo e resisteremo», continua. «Dopo sei anni di guerra nessuno ha più paura, tutti hanno visto in faccia la morte e ormai non ci importa più. Non sarà bello da dire, ma io preferisco morire piuttosto che vedere comandare chi usurpa casa mia».
Certo continuare a sperare in una risoluzione pacifica del conflitto che lasci la Siria intatta, senza smembrarla in stati e staterelli confessionali, è arduo. Anche per un prete alle porte della Pasqua. «Davanti ai giovani cerco sempre di mostrarmi speranzoso, ma dopo questo attacco dentro di me faccio fatica a credere che anche la Siria prima o poi conoscerà la risurrezione pasquale», ammette. «Eppure il popolo siriano ama la vita e ha ancora voglia di lottare. Le celebrazioni di questi giorni, che noi siamo liberi di fare in chiesa e per strada al contrario di quanto avviene in tanti paesi del Medio Oriente, ci aiuteranno ad andare avanti».


Anche il medico Antaki, membro laico dell’ordine dei frati maristi blu, attende la Settimana Santa per non arrendersi alla disperazione: «Malgrado il pessimismo che ci circonda, celebreremo ugualmente la Pasqua nella speranza della risurrezione, della fine della guerra. Se noi non avessimo creduto alla speranza che solo Gesù porta, avremmo abbandonato il nostro paese da tempo e ce ne saremmo andati come milioni di altri siriani».