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venerdì 1 maggio 2026

Essere Chiesa in Terra Santa oggi, riflessioni pastorali del cardinale Pizzaballa - 2° parte


PARTE SECONDA 

La vocazione – Il sogno di Dio chiamato Gerusalemme 

Dopo aver dato uno sguardo generale – e inevitabilmente approssimativo – sul nostro vissuto, comune ma così diversificato, ritorniamo alla domanda iniziale: come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto, che ora possiamo anche riformulare: qual è la volontà di Dio su Gerusalemme? Proviamo quindi a scrutare insieme l’immagine della Città Santa che Lui stesso ci offre.  

La Scrittura, fin dalle sue prime pagine del libro della Genesi, ci offre il fondamento delle relazioni così come Dio le ha volute: tra Lui e l’umanità, tra gli esseri umani, tra l’uomo e il creato. È da questo fondamento che prende avvio l’intera storia della salvezza. Sarà però soprattutto lo sguardo dell’Apocalisse ad accompagnarci nel corso della nostra riflessione. Un libro spesso frainteso, anche a motivo del suo linguaggio simbolico, che non intende alimentare paure o letture fatalistiche della storia, ma piuttosto aiutare a riconoscerne il senso ultimo, alla luce della fedeltà di Dio e della speranza cristiana. 

Secondo le Scritture, la storia dell’umanità inizia in un giardino, l’Eden. Il giardino è il simbolo di un’umanità che si trova ancora in uno stato di innocenza primordiale e tutto sommato solitaria. Alla fine, però, proprio con il libro dell’Apocalisse, la Storia si conclude in un ambiente completamente diverso e speculare, ossia in una città. Non una città qualunque: la nuova Gerusalemme. Questo passaggio non è affatto un dettaglio narrativo, ma una profonda rivelazione sul destino dell’umanità. L’opera della salvezza non è un ritorno a un passato idilliaco e isolato, ma la costruzione di un futuro comunitario, complesso e riconciliato. Il fine della storia tende a una società matura, una “città”, appunto.  

La prima città menzionata nella Bibbia è costruita da Caino (Gen 4,17). Dopo aver ucciso il fratello, egli costruisce un rifugio: un luogo dove porre un limite alla violenza, dove ricostruire la fratellanza perduta. Nella Scrittura, la città nasce quindi come tentativo umano di ricreare convivenza là dove la relazione è stata spezzata. L’ultima città della Bibbia è invece la Nuova Gerusalemme «che scende dal cielo» (Ap 21–22).  

Tra questi due poli – la città-rifugio costruita dall’uomo per paura, e la città-dono che discende da Dio per amore – si gioca l’intera storia della salvezza. La Bibbia non presenta mai un’immagine ideale e statica di città; la città “perfetta” non esiste. Essa è sempre lo specchio di tutte le contraddizioni umane: dei peccati e della grandezza, della violenza e della fiducia. Ogni contesto umano, ogni città riflette e vive questa tensione. 

È una tensione che attraversa tutta la Scrittura e si concentra in modo unico su Gerusalemme. Nessun’altra città nella Bibbia riceve tanto amore e tanto rimprovero, tante promesse e tanta condanna. E questa stessa tensione, come vedremo, abita anche la Chiesa che a Gerusalemme è nata. 

Quando oggi parliamo di Gerusalemme, ci concentriamo prevalentemente sugli aspetti politici, storici e sociologici. Ma non va mai dimenticato il fatto che ciò che lega il mondo intero a questo luogo va oltre la storia, la geografia e le pietre. Quando parliamo della Città Santa in questo contesto, la intendiamo, oltre che come realtà fisica, anche e soprattutto come simbolo del Popolo di Dio e della Chiesa, nata a Pentecoste nel Cenacolo. In quel momento lo Spirito Santo era disceso su tutti i Dodici, ossia su tutta l’assemblea apostolica riunita nella sala dove Gesù aveva instituito l’Eucarestia. È in quel mattino di Pentecoste che accade il prodigio descritto dagli Atti degli Apostoli. I discepoli, che hanno ricevuto lo Spirito, scendono in piazza ad annunciare quanto accaduto, e «ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno nella nostra lingua nativa?”» (At 2,6-8) 

Tutte le persone presenti in quel momento, appartenenti a nazioni e lingue differenti, per opera dello Spirito hanno potuto capirsi e costruire unità. Fin dall’inizio la Chiesa è stata universale, unita e plurale. Da lì i Dodici sono poi partiti per portare l’annuncio in tutto il mondo. 

Ancora oggi, la comunità cristiana di Gerusalemme conserva questo carattere universale che non va confuso con una semplice dimensione “internazionale”, ma rimanda a una realtà più profonda, che viene descritta in modo esemplare negli Atti degli Apostoli. Ancora oggi la maggior parte delle Chiese ha il proprio centro ecclesiastico altrove nel mondo, ma ciascuna custodisce a Gerusalemme il suo cuore e una presenza viva. In questa città, le diverse confessioni cristiane si trovano a condividere spazio e tempo, dando vita a un cammino imperfetto ma vitale verso l’unità dei credenti. Attraverso riti diversi e lingue differenti, celebrati negli stessi luoghi, vissuti e frequentati dalle nostre famiglie, queste chiese ci offrono un’immagine viva di ciò che avvenne a Gerusalemme il giorno di Pentecoste: popoli diversi riuniti nel medesimo Spirito. Come allora gli Apostoli partirono per annunciare il Vangelo a tutte le genti, così oggi queste comunità, radicate in uno stesso luogo e, spesso, tra gli appartenenti di una stessa famiglia, sono chiamate a riscoprire la comunione piena nella fede e nella carità.  

Per i credenti, il legame con questa Terra implica anche un rapporto costitutivo, per quanto complesso, con l’Ebraismo e l’Islam. Qui il dialogo interreligioso, nei secoli, è divenuto per noi non solo una condizione di sopravvivenza, ma un elemento di fedeltà alla nostra identità universale. Infatti, è qui che la Chiesa Madre è interpellata a generare vita e cura, promuovendo la comprensione dell’altro, l’esigente prassi del perdono, la fatica della comprensione rispettosa.  

L’universalità della Chiesa non si oppone alla concretezza dei luoghi e delle Chiese locali. È anzi proprio nella Chiesa locale che essa si rende visibile e operante. Per questo san Giovanni Paolo II parlava di una “mutua interiorità”[1] tra Chiese particolari e Chiesa universale 

Non solo la Chiesa, ma la stessa Città Santa ha conservato questo carattere universale. Papa Benedetto XVI lo ha descritto con grande chiarezza in una sua omelia pronunciata proprio a Gerusalemme: 

“Gerusalemme in realtà è sempre stata una città nelle cui vie risuonano lingue diverse, le cui pietre sono calpestate da popoli di ogni razza e lingua, le cui mura sono un simbolo della provvida cura di Dio per l’intera famiglia umana. Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato, questa Città, se deve vivere la sua missione universale, deve essere un luogo che insegna l’universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà, dall’integrità e dalla ricerca della convivenza. Non dovrebbe esservi posto tra queste mura per la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia. I credenti in un Dio di misericordia – si qualifichino essi Ebrei, Cristiani o Musulmani –, devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della convivenza, per quanto faticoso e lento possa essere il processo e gravoso il peso dei ricordi passati”[2]. 

La missione della Gerusalemme terrestre, in un certo senso, è diventare immagine e specchio della Gerusalemme celeste, “profezia e promessa di quella universale riconciliazione e convivenza che Dio desidera per tutta l’umana famiglia”[3]. È questa la missione che abbiamo smarrito nel vortice violento degli eventi degli ultimi anni. Ed è a questa missione che dobbiamo tornare. 

In estrema sintesi, possiamo dire che nell’incrocio di civiltà, religioni ed etnie, Gerusalemme rappresenta un microcosmo simbolico. È paradigma del mondo in generale, e quindi racchiude in sé tutte le questioni contemporanee che affrontiamo a livello globale. Si trova al centro della contesa israelo-palestinese, certo, ma rappresenta pure le complesse interazioni tra diverse religioni e nazioni. Già solo quella che lacera questa città è una contesa con significative ripercussioni regionali e globali. Basta una passeggiata per le strade di Gerusalemme per capire quanto la città sia realmente il punto focale di numerosi altri scontri percepiti su scala mondiale: la tensione tra modernità e tradizione, democrazia liberale e conservatorismo, universalismo e particolarismo.  

Gerusalemme raccoglie in sé anche le diverse anime della nostra Chiesa e ne manifesta in modo esemplare la vocazione. In questo luogo, dentro una realtà segnata da forti contrapposizioni, comuni al cammino della Storia umana, essa è chiamata a esprimersi. 

Le immagini più potenti della Scrittura che delineano l’identità profonda di Gerusalemme e di conseguenza dell’identità e della missione della nostra Chiesa sono contenute nella visione di Giovanni della Gerusalemme celeste, descritta negli ultimi due capitoli dell’Apocalisse, ai quali ora ci ispiriamo. 

1. Un Cielo Nuovo per una Città Nuova 

«E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più» (Ap 21,1). 

La prima cosa che Giovanni vede non è la città, ma un “Cielo nuovo”. Gerusalemme ha un cielo. Può sembrare banale o scontato, ma è il suo tratto distintivo più eloquente. Anche la sua antagonista, Babilonia, nell’Apocalisse è descritta in ogni dettaglio. Eppure, di Babilonia non si vede mai il cielo. È una città senza cielo, e quindi senza Dio – chiusa in un orizzonte puramente umano e terreno, pertanto destinata alla rovina. 

Il cielo di Gerusalemme, inoltre, è del tutto speciale: è un Cielo “nuovo”. Non è la prima volta che Giovanni parla del cielo. Al capitolo 4 dell’Apocalisse, le visioni si aprono con un annuncio significativo: il veggente scorge «una porta aperta nel cielo» (Ap 4,1). Il cielo è nuovo, dunque, innanzitutto perché è aperto. Ed è stato aperto perché il Figlio dell’uomo, che è disceso dal Cielo, dopo la Risurrezione è tornato al Cielo, portando con sé l’umanità (cf. Gv 1,51). Il Cielo nuovo è un cielo già abitato dall’uomo. 

In questo passaggio troviamo un’indicazione importante: per costruire la città, per intessere relazioni autentiche tra noi e tra le nostre comunità, si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, dal primato di Dio, dalla fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale – la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa – è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa.  

Ancora oggi questa dimensione si rende tangibile e visibile soprattutto in quello che è considerato il bacino sacro, dove sono concentrati quasi tutti i Luoghi Santi principali: la Città Vecchia e il Monte degli Ulivi. Le celebrazioni pubbliche delle diverse comunità religiose, scandite da tempi differenti e talvolta sovrapposte le une alle altre, trasformano la città, soprattutto in alcuni momenti dell’anno, dando vita a una straordinaria sinfonia di preghiere, canti e liturgie diverse. 

È inoltre frequente, alle prime luci dell’alba o nel silenzio della notte, incontrare uomini e donne di ogni età – ebrei, cristiani e musulmani – camminare per i sentieri della città, avvolti nei loro diversi mantelli e diretti ai loro rispettivi Luoghi Santi, per unirsi ai religiosi che giorno e notte là pregano. La preghiera delle diverse comunità religiose, in definitiva, scandisce il ritmo dell’intera città: ne è il respiro e la luce. È questa l’identità più bella e coinvolgente della città, la sua caratteristica più preziosa, da custodire e preservare. 

Ignorare questa dimensione “verticale” della nostra Terra, questa sensibilità religiosa e spirituale delle comunità che le appartengono – ebraiche, musulmane e cristiane – è la ragione più profonda del fallimento degli accordi di convivenza che si sono susseguiti negli ultimi decenni. E anche i futuri saranno destinati a fallire se non si terrà conto del carattere speciale, in quanto profetico, di Gerusalemme. Essa deve essere, prima di tutto, una casa di preghiera per tutti i popoli (Cf. Is 56,7). Non vogliamo mettere in discussione, e anzi confermiamo la necessità dei diversi Status Quo esistenti, importanti per regolare le relazioni tra le varie comunità della città. Credo tuttavia che vi sia bisogno anche del coraggio di un nuovo respiro, di costruire nuovi modelli di vita e di relazioni dove la comune fede in Dio possa diventare occasione di incontro e non di esclusione. Fede che ci apra al Cielo e al mondo, dove tutti i credenti si sentono sollecitati a portare l’umanità a Dio. Nessun progetto di convivenza, in Terra Santa, può prescindere dalla dimensione verticale, dalla coscienza che questa terra è, prima di tutto, il luogo della Rivelazione. 

2. Una città che scende dal Cielo 

«E vidi anche la Città Santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo... L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio» (Ap 21,2.10). 

La Città Santa non si innalza orgogliosa verso il cielo con le proprie forze. Giovanni la vede «scendere dal cielo, da Dio», e la vede scendere due volte (tre volte se si considera anche il testo di Ap 3,12). Questo movimento discendente non è qualcosa di accaduto una volta per tutte, ma il suo perenne modo di essere. La nuova Gerusalemme è una città che continuamente riceve da Dio se stessa e la propria stessa vita. La sua esistenza non è una conquista, ma un dono. 

Essa discende «preparata come una sposa adorna per il suo sposo». È un’immagine di intimità e relazione. Giovanni usa anche l’immagine biblica della tenda, dove Dio sceglie di abitare in mezzo all’umanità, luogo di incontro tra Dio e gli uomini (Cf. Gv 1,14). È dunque una città la cui natura più originaria è vivere una profonda intimità con il Signore, ma anche essere come la tenda, luogo di accoglienza. Questo duplice movimento – intimità e accoglienza – definisce la vita della Chiesa. Nell’abitare di Dio tra i suoi, accade il compimento, la vittoria sul male e sulla morte: non solo il male è vinto, ma l’uomo viene consolato da Dio stesso, che asciuga le lacrime dai volti (Cf. Ap 21,4). 

Questo passaggio ci offre un’altra significativa indicazione. È un monito cruciale soprattutto per le istituzioni religiose della Città Santa: senza un continuo «discendere dal cielo», senza cioè attingere umilmente e costantemente alla relazione con Dio lasciando che sia Lui a illuminare il proprio modo di pensare, senza nutrirsi continuamente dalla Parola di Dio, le nostre istituzioni rischiano di atrofizzarsi. Rischiano di diventare fortezze inespugnabili e chiuse al mondo, invece di essere città aperte e sorgenti di vita nuova. Non si riceve da Dio la forza e la possibilità di uno sguardo diverso una volta per tutte: questi doni necessitano di una continua tensione dell’anima e del cuore. 

In concreto, porsi in ascolto della Scrittura significa per le Chiese e le comunità religiose ascoltare anzitutto il grido di coloro che non conoscono Cristo, non lo conoscono a sufficienza o se ne sono allontanati, come anche il grido dei poveri, degli emarginati, di coloro che soffrono a causa dei conflitti. È lì, come occasione di accoglienza fattiva nella carne segnata dell’umanità, che possiamo verificare l’autenticità della nostra relazione con Dio. Se il nostro sguardo su Dio non ci apre allo sguardo sull’altro che soffre, allora non abbiamo realmente incontrato il Dio che scende nella città. È un richiamo per le autorità religiose a tenere insieme la vicinanza a Dio e al proprio popolo. 

3. Il Tempio e l’Agnello 

«In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22). 

La Scrittura presenta Dio come Colui che desidera abitare in mezzo agli uomini. Nell’Antico Testamento questa presenza era legata al tempio, luogo dell’incontro tra Dio e il suo popolo. Anche il profeta Ezechiele immagina una città rinnovata attorno al tempio, cuore della presenza divina e segno della sua santità. 

Nella visione della Gerusalemme nuova, l’Apocalisse adotta un linguaggio diverso. Giovanni afferma: «Non vidi alcun tempio». Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato. Dio stesso e l’Agnello abitano in mezzo al loro popolo e ne costituiscono il centro vivo. In questa prospettiva, non c’è più una separazione tra luoghi sacri e luoghi profani: Dio non abita in un edificio, ma nella relazione, non in un luogo da conquistare e possedere, ma nella storia. 

Di conseguenza, non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta. Viene meno anche ogni distinzione tra inclusi ed esclusi fondata su criteri di purezza. Se nella visione di Ezechiele l’accesso al tempio era regolato da distinzioni rigorose, nella Gerusalemme nuova tutti sono accolti: uomini e donne, bambini e anziani, sani e malati, liberi e schiavi. 

Questo brano dell’Apocalisse offre una lezione forte alla Gerusalemme terrena, lacerata da conflitti legati al possesso dei luoghi e alla definizione di confini esclusivi. L’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principali di interpretazione delle relazioni tra le comunità, generando spesso divisione e violenza. Sembra quasi che, per costruire relazioni e per avere diritto di parola, sia necessario possedere, occupare, giustificare la propria presenza attraverso un territorio. 

Non dobbiamo essere ingenui. Esistono spazi che vanno custoditi, luoghi necessari perché ciascuna comunità possa vivere e testimoniare la propria fede. Non dobbiamo dimenticare che la Terra Santa è anche Terra dei Luoghi Santi, che custodiscono la memoria e l’identità storica dei popoli. Ma i confini servono a preservare la libertà, non a soffocarla. Non devono diventare barriere invalicabili né motivo di esclusione. È possibile convivere rispettando gli spazi altrui, nella considerazione della storia di tutti e delle diverse sensibilità. 

Nella Gerusalemme nuova, dunque, non ci sono luoghi da possedere, ma relazioni da costruire. Se il Dio della Città Santa non occupa spazi e non innalza barriere, allora nessuno deve sentirsi escluso. Non si può perciò usare Dio per giustificare scelte di chiusura o di esclusione. 

Questo brano dell’Apocalisse, mentre ci invita ad alzare lo sguardo verso il cielo, ci riporta in realtà con i piedi per terra: una città è viva nella misura in cui riconosce che il vero tempio da custodire – il suo centro vitale – sono le relazioni umane e la relazione con Dio. È invece destinata a inaridirsi e a morire quando si lascia dominare dalla logica del possesso, dalla svalutazione dell’altro e da narrazioni autoreferenziali, invece che dalla luce dell’Agnello, che è la logica del dono. 

4. La lampada dell’Agnello: un nuovo modo di vedere 

«La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello” (Ap 21,23). “Non vi sarà più notte, non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà» (Ap 22,5). 

Abbiamo visto che nella nuova Gerusalemme non c’è un tempio. Ma allora dov’è Dio, come abita in Gerusalemme? Dove lo si incontra? La presenza di Dio nella città non è ingombrante, voluminosa, non si impone. Dio è presente come una lampada che illumina. È presente come Colui che dà la possibilità di avere una prospettiva diversa, e quindi un nuovo modo di vivere; rischiara le relazioni, la vita, tutte le cose. 

Se la lampada è l’Agnello, significa che è una luce “pasquale”: è la luce di Colui che ha donato la vita per amore, gratuitamente e incondizionatamente. La Pasqua inaugura un nuovo modo di vedere la realtà. È l’esperienza pasquale che permette di vedere la vita anche laddove i nostri occhi carnali vedono solo morte, sconfitta o devastazione.  

Questo passaggio dell’Apocalisse ci fa compiere un passo ulteriore, oltre il criterio del possesso, degli spazi asfittici, dei confini chiusi e della proprietà idolatrata che abbiamo visto finora. La luce non si possiede: si accoglie e si diffonde. Essa diventa così il criterio con cui leggere la realtà e orientare le scelte. Con quali occhi, con quale animo guardiamo agli altri, soprattutto quelli che non sono “dei nostri”? Con fiducia o con paura o, peggio, disprezzo? 

Allenare i propri occhi a questa luce – che è la vita – diventa il primo compito di chi desidera appartenere a questa città. Significa riconoscere ogni persona – il povero, lo straniero, e persino il nemico – come creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, guardare a loro come si guarda a Dio. È lo stesso stile dell’Agnello che illumina la città: un’autorità che si esprime nel dono di sé e che trasforma il potere in servizio, non in possesso e dominio.  

5. Lo stile di vita della città: accoglienza e memoria 

«È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele... Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (Ap 21,12–14). 

Colpisce, in questa descrizione, un’apparente incongruenza. I dodici apostoli sono posti come fondamento dell’edificio, mentre le dodici tribù d’Israele compaiono sulle porte. Dal punto di vista cronologico, ci si aspetterebbe il contrario: Israele viene prima degli apostoli. Eppure, nella visione dell’Apocalisse, l’antico e il nuovo non sono contrapposti né sovrapposti, ma ricomposti in un’unità redenta. Dio non cancella la storia, ma la ricrea ponendole fondamenta nuove, nelle quali nulla va perduto e tutto ritrova il proprio posto. Gerusalemme diventa così il compimento sia per le dodici tribù sia per i dodici apostoli. Solo all’interno di questa città ciascuno può ritrovare il senso della propria storia e della propria missione. 

Questo è un punto decisivo anche per noi oggi. La violenza nasce spesso dall’incapacità di rileggere la propria storia in modo redento. Accade quando la memoria diventa una narrazione chiusa, costruita contro l’altro e difesa come un possesso esclusivo. La preoccupazione per il possesso di proprietà assunto come criterio per definire le relazioni, già emersa in precedenza, si riflette anche nel rapporto con la memoria storica. Si tende a voler possedere la narrazione degli eventi, come un territorio da difendere, mettendo continuamente in discussione la narrazione storica dell’altro. Così facendo, non è più una memoria che aiuta a migliorare le relazioni, ma al contrario diventa una “memoria tossica”, che inquina le relazioni. Negare la memoria storica dell’altro è una forma sottile ma potente di esclusione.  

È necessario, invece, un ripensamento dei concetti stessi di “storia” e di “memoria” e – di conseguenza – anche della categoria di “colpa”, “giustizia” e “perdono”. Sono queste ultime che pongono in contatto diretto la sfera religiosa con quella morale, sociale e politica. Non si tratta di negare i fatti del passato, ma di verificarne le interpretazioni, affinché queste non determinino in modo violento le scelte di oggi. Solo attraverso questo onesto riesame si può redimere la propria lettura storica a beneficio di tutta l’umanità. Scuole, università, centri e movimenti culturali e media sono i primi responsabili di questa missione di ripensamento e guarigione della nostra memoria collettiva. Sono coloro che possono contribuire a costruire una differente e positiva narrativa storica non esclusiva. 

Questa purificazione non è un’operazione diplomatica, né un compromesso politico: è un atto profondamente spirituale, perché tocca le radici dell’identità e del dolore. Richiede di lasciarci redimere da Dio per poter diventare, a nostra volta, strumenti e canali di guarigione per gli altri. Solo una memoria redenta può generare un futuro diverso. La missione della Chiesa è allora quella di promuovere una vera “purificazione della memoria storica”. San Giovanni Paolo II lo ricordò con forza durante il Giubileo del 2000, quando parlò della necessità di purificare la memoria come atto profondamente spirituale, capace di toccare le radici dell’identità e del dolore. 

Sono ben cosciente che questo è un argomento per molti inaccettabile. Forse per alcuni è un tema “troppo cristiano”, per altri può sembrare utopico, o anche da rigettare. Ma non importa. Questo è il contributo, la missione, che l’Agnello ci lascia in consegna. La testimonianza alla quale siamo destinati, la “promessa e profezia” che deve sostenere il nostro pellegrinare nella Città Santa, nella nostra Chiesa: osare una visione che non nasce dal possesso, dalla paura o dalla rivendicazione, ma dalla redenzione della storia. Che Chiesa saremmo se non avessimo il coraggio di indicare un mondo che ancora non c’è, ma che Dio ci promette e che già intravediamo all’orizzonte? 

6. Le porte aperte 

«Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte» (Ap 21,25). 

Le mura di una città sono sempre costruite a difesa. Qui invece non sono costruite per difendere la città da un esterno minaccioso, come se ciò che è fuori fosse pericoloso. Servono a definire uno stile di vita, un’appartenenza, ma sono costantemente aperte. Non c’è nulla da difendere, ma solo uno stile da proporre. Aperte in tutte e quattro le direzioni, perché chiunque, in qualsiasi momento, possa entrare e diventare parte di questa nuova umanità. «La mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7). 

Ciò che nell’Antica Alleanza era privilegio di un solo popolo – benché, fin dall’inizio, destinato a tutti i popoli della terra (cf. Gen 12,3), ora è profetizzato per tutti. Tutti possono far parte del popolo santo di Dio. La Chiesa oggi lo vive e lo annuncia portando questo tesoro profetico in vasi di creta. Anche questa è un’altra chiara indicazione che l’Apocalisse ci offre. Nella città che scende dal cielo non vi può essere esercizio di un monopolio da parte di alcuno, perché la Città Santa, per la sua stessa natura, è incompatibile con ogni forma di chiusura, di esclusività o di identità monocolore. Essa non appartiene a qualcuno contro altri, né può essere ridotta a possesso di una parte. Le sue porte sono sempre aperte: non sono un dettaglio architettonico, ma l’espressione di un’identità che si definisce solo nell’accoglienza e nella relazione. La convivenza è frutto di condivisione di un comune progetto, di cui tutti sono parte integrante. 

Si tratta anche di tenere aperte le porte tra le diverse comunità che compongono la nostra società. Non solo “sfiorarsi” l’un l’altro, ma “tenere le porte aperte”, conoscersi e sostenersi. 

7. Il cuore condiviso dell’umanità 

«Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore... E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni» (Ap 21,24.26). 

Le porte della Città non sono solo aperte. Giovanni specifica e aggiunge che i popoli, le nazioni, l’alterità, non solo non sono una minaccia, ma al contrario sono considerati una ricchezza. È l’oro e l’incenso delle genti che abbelliscono la città. Questa è un’altra delle grandi novità descritta dall’Apostolo. Sono completamente invertiti i canoni della bellezza, della santità, della purità: non è ciò che è incontaminato, solitario, isolato ad essere bello, ma ciò che è aperto all’altro. Gerusalemme si arricchisce nella misura in cui accoglie. 

All’inizio abbiamo visto che Gerusalemme si costruisce nella misura in cui riceve se stessa da Dio. Ora la visione si completa, e possiamo constatare anche che Gerusalemme si arricchisce nella misura in cui riceve se stessa dagli altri. Le due cose vanno insieme. Sembra la realizzazione della profezia di Isaia: «Ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”» (Is 2,2-3). 

Il cuore del mondo è a Gerusalemme, come testimoniano i milioni di pellegrini che giungono da ogni dove nella Città Santa. I pellegrini sono parte della vita della città. Senza di loro, senza questo legame con il mondo, la città è incompleta: lo vediamo purtroppo molto bene in questi mesi, segnati dalla loro assenza. Questo significa che i governanti locali dovranno sempre tenere in considerazione che quanto è vissuto a Gerusalemme coinvolge la vita di miliardi di credenti in tutto il mondo. Non è solo affare privato di chi ha la grazia di vivere in quei luoghi. Gerusalemme non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma appartiene a ciascuno perché non è bottino, bensì dono, punto di riferimento comune, un patrimonio dell’umanità.  

Il mondo ha il diritto e la responsabilità di interessarsi a Gerusalemme. Non per imporre soluzioni dall’alto, mancando di rispetto alla sovranità e all’autodeterminazione dei popoli che vi risiedono, ma per esercitare una pressione costante e discreta – diplomatica, culturale e spirituale – affinché nessuna logica di esclusione, di sopraffazione o di possesso esclusivo possa prevalere. La comunità internazionale dovrebbe garantire la missione universale di Gerusalemme, ricordando a tutti che ciò che accade tra le sue mura riguarda il cuore di miliardi di credenti e l’intera famiglia umana. 

8. La vocazione: guarire il mondo 

La città non è fine a se stessa. La sua missione è universale e la sua vocazione è terapeutica. 

«E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (Ap 22,1–2). 

Dal trono di Dio e dell’Agnello scaturisce un fiume d’acqua viva, e sulle sue rive cresce l’albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni». Questo è il compito ultimo e sublime di Gerusalemme. L’albero della vita, che nell’Eden era precluso all’uomo, è ora nel cuore della città, accessibile a tutti. E le sue foglie non sono per pochi eletti, ma per la guarigione delle “nazioni”, termine che nell’Apocalisse indica spesso il mondo non credente, coloro che stanno fuori, che ancora non conoscono Dio. La misericordia divina non è un privilegio per pochi, ma un destino offerto a tutti. 

La missione di Gerusalemme non si esaurisce dentro le sue mura, non è chiusa all’interno delle sue porte. La sorgente di acqua viva che sgorga dal cuore dell’Agnello irriga il mondo intero. Gerusalemme è una città “in uscita”, chiamata a portare frutto per l’umanità. Ciò che ha ricevuto dall’Alto è da condividere con tutti. Ha una missione specifica, che è solo sua, quella di «guarire le nazioni». Guarire da cosa? Il testo non lo dice, perché non indica una ferita soltanto, ma la radice stessa della vita ferita. Dice però che ciò che guarisce è il suo essere viva, il suo partecipare alla vita di Dio. 

Di guarigione avrà bisogno la Terra Santa. Serviranno lunghi percorsi di recupero delle tantissime e dolorosissime lacerazioni che questo conflitto produce nella vita di tutte le comunità, servirà conforto per le tribolazioni, causate dall’odio, dalla “memoria tossica”. La missione della Chiesa non è tracciare confini più stretti, ma mantenere le porte aperte, testimoniando un amore che non si arrende mai e che raggiunge anche chi è lontano, dubbioso o resistente. La responsabilità della libertà umana è affermata, ma lo è anche l’illimitatezza della Grazia divina.   

La Terra Santa, e la piccola e vulnerabile comunità cristiana che vi abita, ha molto da condividere. Non possiede un potere militare o economico, ma attinge dall’Agnello la mitezza di chi, secondo la beatitudine evangelica, erediterà la terra. Ha la forza dell’amore che si dona, l’unica forza che il male non può sconfiggere.  

Redimere le conseguenze del conflitto – l’odio, la paura, la “memoria tossica” – è il compito specifico e sublime della Chiesa di Gerusalemme per il mondo intero. Le sue radici affondano nella geografia della salvezza, ma il suo sguardo è universale: essere per il mondo non un’utopia, ma il seme di una città reale, la città posta sul monte (cf. Mt 5,14), che irradia la luce di Cristo a tutte le nazioni, dove gli uomini imparano l’arte del perdono, la forza dell’uguaglianza e la gioia del servizio. È soprattutto il coraggio del perdono la medicina più potente, capace di portare guarigione, ed è anche la testimonianza più autentica che la nostra comunità può offrire ai popoli di questa Terra. 

Non si tratta di fare da ponte tra due parti in conflitto, come se i cristiani fossero chiamati a mediare dall’esterno. Non è questo il loro ruolo. I cristiani in Terra Santa non sono un terzo incomodo, né un cuscinetto neutrale tra israeliani e palestinesi, o un corpo separato rispetto ai loro fratelli non cristiani. Sono, piuttosto, sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo. In prevalenza cittadini palestinesi o giordani, arabi cristiani, ma anche ciprioti e israeliani, condividono la storia, la lingua, le ferite e le aspirazioni dei loro popoli. Non sono chiamati a chiudersi in un’enclave protetta, né a fuggire, ma a vivere fino in fondo la loro vocazione: stare dentro la società, condividendone le sorti, per fermentarla dall’interno con una visione dell’uomo – e del vivere sociale – radicata nel Vangelo 

Non offrono al mondo un’utopia astratta, ma il seme – fragile, concreto, talvolta quasi invisibile – di una città possibile. Una città che lievita dal basso, nella pasta del quotidiano condiviso con i loro concittadini musulmani ed ebrei, e che mostra come convivenza, perdono e riconciliazione sono possibili. Per tutti. 

9. Il rifiuto 

Questi due capitoli dell’Apocalisse che ci hanno accompagnato non sono avulsi dalla realtà. Giovanni è ben consapevole che oltre al fascino e alla bellezza contenuta nei passaggi che abbiamo presentato, esiste anche la possibilità del rifiuto. Vi sono diversi passaggi in questo senso (21,8.27; 22,11.15). Ne prendiamo solo uno ad esempio: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (22,15). 

È un linguaggio forte, al quale forse non siamo più abituati. Sta ad indicare un elemento importante: vivere nella Città Santa rappresenta una scelta e una responsabilità. Le mura della città – abbiamo detto – non difendono, ma definiscono la postura esistenziale di chi ha deciso di vivere illuminato dall’Agnello. Se si decide di abitare nella città piena di splendore e dalle porte sempre aperte, desiderosa di accogliere e di guarire, ci si assume anche la responsabilità di rifiutare tutto ciò che non appartiene a quello stile. 

Vi è una scelta da fare, uno stile da assumere. Chi lo rifiuta, non può stare dentro le mura, non può fare parte della vita della Città. Si tratta, inoltre, non solo di scegliere di vivere nella luce dell’Agnello, ma anche di adoperarsi perché le tenebre e tutto ciò che appartiene al mondo della morte non dimori nella città. 

È importante comprendere la natura di questo rifiuto. Non si sta giudicando la nostra umanità – che è sempre segnata dall’imperfezione –, né il nostro essere peccatori bisognosi di perdono, anzi: proprio per questo l’Agnello è sorgente inesauribile di misericordia. Il rifiuto di cui parlano le Scritture costituisce qualcosa di più radicale: è l’adesione – deliberata, ostinata e chiusa al pentimento – a uno stile di vita che diventa la negazione stessa della logica dell’Agnello. È la scelta consapevole della menzogna come sistema, della violenza come metodo. Si manifesta nella pretesa di possedere non solo gli spazi, ma la verità. È il costruire la propria vita e la propria città su quel progetto di Babele che pretende di innalzarsi verso il cielo con le sole proprie forze, escludendo Dio e, di conseguenza, mettendo da parte il fratello.  

La città dalle porte aperte non espelle, ma definisce chiaramente ciò che è incompatibile con la sua stessa esistenza. La scelta è nostra: vivere della luce che si riceve, o pretendere di essere noi stessi luce. A chi fa questa scelta, la città dalle porte aperte non può che apparire come un giudizio di condanna. Ma per chi accoglie lo stile dell’Agnello, essa è, e resta per sempre, una casa. 

È importante sottolineare, comunque, come non ci possiamo illudere che questa scelta sia compiuta una volta per tutte, né che la Gerusalemme celeste coincida perfettamente con alcuna comunità terrena – nemmeno con la nostra Chiesa. Finché saremo pellegrini nella storia, la Città Santa rimarrà davanti a noi come dono e come promessa, non come possesso. Anche le nostre comunità, le nostre istituzioni religiose, i nostri cuori portano ancora le cicatrici del peccato e della divisione. La tentazione di chiuderci in una “città ideale” costruita con le nostre mani è sempre in agguato. Per questo la Gerusalemme che scende dal cielo non cessa mai di scendere: abbiamo sempre bisogno di riceverla di nuovo, perché non la possediamo mai. 

10. Una città per tutti: abitare la storia con gli occhi dell’Agnello 

La visione della nuova Gerusalemme, in definitiva, non costituisce un invito ad evadere dalla storia, ma un’indicazione per camminare dentro la storia. È un modello, uno stile, un riferimento reale per la comunità cristiana e per tutti coloro che hanno a cuore la città terrena. 

I principi emersi – il radicamento nella realtà, la custodia del sacro, l’universalità dell’accoglienza, la forza della mitezza, il primato della relazione sul possesso, la necessità di una redenzione della memoria, l’apertura a tutte le nazioni – hanno implicazioni politiche, sociali e interreligiose immediate. Essi ci dicono che: 

Il carattere storico di Gerusalemme ci fa comprendere che la città è la patria sia degli israeliani che dei palestinesi, ed è rivendicata da entrambi come propria capitale. Tuttavia, le rivendicazioni esclusive sono in contrasto con la vocazione di Gerusalemme. Essa è piuttosto una città da condividere, un luogo di incontro. 

Il carattere religioso di Gerusalemme non può essere ignorato in nessun accordo politico. I fallimenti passati lo dimostrano. Bisogna prendere coscienza che la caratteristica principale della Città Santa è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio. 

L’armonia tra le comunità (ebrei, cristiani e musulmani) rimane il riflesso terreno dell’intimità con Dio. Le divisioni ne sono una negazione. 

Le istituzioni religiose sono chiamate a un continuo rinnovamento spirituale per non diventare ostacoli alla conoscenza di Dio e all’incontro con il mondo. 

Il possesso della terra e dei Luoghi Santi non può trasformarsi in assoluto ideologico. Servono nuovi equilibri che tengano conto delle esigenze vitali di tutti, superando la logica dell’esclusione. È possibile trovare forme di convivenza, rispettando ciascuno i luoghi dell’altro. 

La comunità internazionale ha il dovere e il diritto di interessarsi a Gerusalemme, perché essa è di tutti. Il cuore del mondo è a Gerusalemme e ciò che vi accade coinvolge miliardi di credenti. 

La Chiesa di Gerusalemme, piccola e resiliente, si trova a vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme celeste: essere luogo accogliente, luce pasquale che rischiara le tenebre del rancore; essere casa dalle porte aperte, strumento di guarigione nel mondo. Questo è il suo sogno, la sua missione, il suo dono all’umanità. 

https://www.lpj.org/it/news/letter-to-the-diocese

SEGUE DOMANI LA TERZA PARTE 

giovedì 30 aprile 2026

Essere Chiesa in Terra Santa oggi, riflessioni pastorali del cardinale Pizzaballa- parte 1

 PUBBLICHIAMO L'IMPORTANTISSIMO PENSIERO ELABORATO DAL CARDINALE PIZZABALLA ,  SUDDIVIDENDOLO IN SEZIONI :

Il documento si articola in tre grandi parti: in primo luogo ci sono considerazioni sul presente, anzi «sull’attuale stato di disordine», da parte del patriarca. La seconda parte propone una visione per la comunità diocesana, ispirata e ancorata alla Scrittura. La terza cerca di tradurre quella stessa visione in implicazioni pastorali per la diocesi in tutte le sue componenti (Terra Santa.net)


«Tornarono a Gerusalemme con grande gioia» 

Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa 

del Cardinal Pizzaballa


Carissimi, 
il Signore vi dia pace! 

In questi anni di ministero pastorale ho parlato a voi, alla nostra amata Chiesa di Gerusalemme, in diversi modi: attraverso le omelie, qualche breve lettera e, soprattutto, durante le visite pastorali. Sono state queste ultime, in particolare, i momenti di incontro e di condivisione con le comunità che hanno segnato la vita della Chiesa locale, e anche la mia. Mi hanno permesso di conoscere più da vicino la nostra Diocesi, e di dare espressione concreta a quell’unità tra pastore e comunità che è alla base della vita ecclesiale. 

In questi ultimi anni, tuttavia, l’ennesima e tragica guerra nella quale siamo precipitati – con le sue conseguenze sulla vita di tutti noi – ci ha costretti a ripensare modi e tempi del nostro ministero, che ho cercato di proseguire per quanto possibile. Il tempo drammatico che stiamo vivendo ci ha visti tutti coinvolti nel servizio ai poveri, nella denuncia delle ingiustizie, nella presenza sul territorio, e soprattutto nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, cercando unità e verità nel nostro stare dinanzi a Lui e dinanzi a ogni fratello e sorella. 

Alla luce di quanto sta accadendo – e per il peso che questi eventi hanno avuto e avranno sulla vita della nostra Chiesa – sento ora il bisogno di offrire una parola più articolata e una riflessione più compiuta, e perciò, eccezionalmente, anche più lunga. Questa Lettera, quindi, non nasce per una lettura rapida o parziale, né per essere utilizzata come un testo di analisi politica. È da leggere poco alla volta, come strumento di discernimento ed è pensata anche per promuovere dialogo e riflessioni all’interno dei nostri contesti ecclesiali, delle nostre comunità, nei monasteri e nelle famiglie. Il suo scopo non è offrire risposte immediate o soluzioni tecniche, ma aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa Terra alla luce del Vangelo. 

Trovo difficile limitarmi alle consuete dichiarazioni di circostanza, che spesso si susseguono quasi identiche l’una all’altra. Avverto con ancora maggiore urgenza il bisogno di parole vere e significative per noi. La sofferenza di questo tempo, infatti, non permette di limitarsi a discorsi edulcorati e astratti – e perciò non credibili – né ci consente di fermarci alle ennesime analisi o denunce. 

Ne sono già state fatte in più occasioni, e su questo abbiamo già detto abbastanza, a parole e con i gesti. Analisi e denunce rimangono necessarie – non possiamo esimerci dall’esprimerle – ma non saranno esse ad aprirci orizzonti di fiducia. Troveranno forse condivisione anche al di fuori della nostra comunità in chiunque si ritrovi nelle nostre valutazioni. Esse devono tuttavia essere accompagnate dalla domanda su cosa il Signore ci chieda in questo momento, e interrogarci su come dare espressione vissuta alla nostra fede in questo contesto difficile. È la domanda che da diverso tempo accompagna il mio ministero di pastore: come stare da cristiani, in quanto assemblea ecclesiale, dentro questa situazione di conflitto – politico, militare, spirituale – che sappiamo durerà ancora molti anni? Esso è ormai parte integrante della vita ecclesiale, dell’esistenza ordinaria di ciascuno di noi. Purtroppo è ormai parte della cultura di questa Terra. Non è quindi un momento da superare, ma il luogo nel quale la nostra Chiesa è chiamata a mettere in atto la sua specifica missione di comunità di credenti in Cristo. In questa Terra dove i confini identitari sono così fortemente marcati, il nostro essere cristiani deve diventare testimonianza di un modo particolare di vivere anche dentro la contesa e deve trovare espressione visibile e riconoscibile in ciò che diciamo e facciamo. Siamo chiamati a offrire un’interpretazione del tempo attuale secondo una prospettiva cristiana che ci contraddistingua in modo chiaro e riconoscibile. 

Con la presente Lettera desidero tentare di rispondere a questa domanda. È il frutto faticoso e sofferto – come lo è ogni tentativo di sintesi spirituale – della mia riflessione e preghiera, e di quanto ho maturato in questo tempo. Non è ovviamente una sintesi perfetta. Bisogna intenderla piuttosto come un’iniziale proposta di riflessione che dovrà certamente maturare, perfezionarsi e completarsi nel tempo, soprattutto attraverso il confronto, anche dialettico se necessario, con chiunque voglia avventurarsi in questo tentativo di sintesi e in questa lettura. Purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi. Raccolgo qui in maniera più sistematica e ordinata quanto in parte ho già presentato in questi ultimi anni in varie occasioni. 

L’icona biblica intorno alla quale ruoterà la mia riflessione è la città, e in particolare la città di Gerusalemme. L’immagine della città è diffusa e ci è familiare. Sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa. Ma non ci soffermeremo sull’idea generica di città, bensì su Gerusalemme come modello di riferimento ideale, richiamando alcuni brani delle Scritture. Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale. È il Luogo che custodisce il cuore della nostra fede – la Redenzione – ed è perciò anche il luogo geografico e spirituale che custodisce l’identità della nostra Chiesa, il centro al quale tornare per trovare l’ispirazione necessaria in questo tempo. La nostra Chiesa ha un volto multiforme, espressione della ricchezza dei suoi riti e delle sue tradizioni. Dalle sue origini fino ad oggi è, per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli. D’altra parte, da molti secoli ha una configurazione molto chiara: è una Chiesa immersa prevalentemente in un contesto arabo. Il nostro sguardo sugli avvenimenti che stiamo vivendo, quindi, parte da questa Chiesa, sparsa sul suo vasto territorio. È uno sguardo che, proprio perché radicato in questa terra, aspira tuttavia ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti. 

Infatti, nella Città Santa ogni comunità particolare può riconoscersi: dalla parrocchia più piccola di Giordania alla più popolosa, dalle vivaci realtà di Cipro ai fedeli di espressione ebraica in Israele, dalle parrocchie segnate dalla prova in Palestina a quelle presenti e radicate in Israele, fino ai migranti, i richiedenti asilo e tutte le altre diverse realtà della nostra Diocesi. Gerusalemme è il modello spirituale che unifica la nostra Chiesa distribuita su territori e situazioni politiche tanto diverse. 

La Lettera è strutturata in tre parti: la prima inizia con la mia valutazione dell’attuale stato di disordine. Prima di parlare di ideali, è necessario ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio.  

Nella seconda parte, vorrei condividere una visione per la nostra comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme.  

La terza cercherà di tradurre quella stessa visione in implicazioni pastorali per la nostra comunità ecclesiale, affrontando le attività delle nostre parrocchie, le famiglie, le scuole e le istituzioni.  

Come ho già detto, si tratta di una Lettera anzitutto di natura pastorale: non conterrà considerazioni e analisi di carattere prettamente politico. È “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste. 

PARTE PRIMA 

Leggere la realtà: considerazioni sul presente 

Prima di interrogarci sulla nostra missione di credenti, dobbiamo guardare con onestà al contesto in cui siamo chiamati a viverla. Bisogna, infatti, partire dalla realtà nella quale ci troviamo, se si vuole rispondere concretamente alla domanda che ci accompagnerà lungo tutta la Lettera: come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto?  

In una realtà complessa come la nostra, ogni tentativo di sintesi è necessariamente parziale. Accetto questo rischio. 

Non è mia intenzione ricostruire la cronaca degli eventi, ma comprenderne innanzitutto la portata epocale. Il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno significato qualcosa di diverso e di dirompente per ciascuno dei due popoli di questa terra. Per i palestinesi rappresenta l’ultima, drammatica fase di una lunga storia di umiliazioni e di esodi. Per gli israeliani, invece, qualcosa di inedito: violenze che hanno fatto rivivere gli orrori accaduti in Europa ottant’anni fa. Senza entrare in questa discussione che esula dal nostro tema, vogliamo segnalare che il 7 ottobre e la guerra di Gaza sono ormai considerati universalmente eventi spartiacque che hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra, e lo hanno fatto nel peggiore dei modi possibili. 

Siamo, così, precipitati in un “dopo” che fatichiamo a comprendere, ma di cui possiamo già delineare i contorni. 

Quello che stiamo vivendo non rappresenta solo un conflitto locale. È il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale. Per decenni, la comunità internazionale, e in particolare il mondo occidentale, ha creduto in un ordine internazionale basato su regole, trattati, multilateralismo. Non senza un velo di ipocrisia, dichiarava che il diritto internazionale, le Convenzioni di Ginevra, le risoluzioni dell’ONU, erano strumenti imperfetti ma necessari per regolare la convivenza tra i popoli e proteggere i più deboli dalla legge del più forte. Oggi, tutti sembrano avere aperto gli occhi sulla loro debolezza, evidenziata dall’incapacità di gestire questi conflitti. In Israele e Palestina, per motivi diversi e opposti, la fiducia in quel sistema era scomparsa già da molto tempo.  

Assistiamo al ritorno dell’uso della forza come strumento ritenuto decisivo per la risoluzione delle contese, laddove essa viene ridotta quasi esclusivamente alla sua forma violenta e militare, a scapito di ogni altra possibilità fondata sul diritto, sul dialogo e sulla responsabilità verso i civili. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile. I civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo. La guerra agisce come fine a se stessa. Alcune potenze mondiali, che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. Buona parte delle istituzioni – civili, politiche, religiose – finiscono così per rimanere spettatrici silenziose e impotenti di fronte all’emergere di questo nuovo disordine mondiale. 

La logica della deterrenza come strumento di sicurezza, il ricorso alle armi e alla forza nella gestione dei conflitti, così come lo stesso concetto di difesa, sollevano oggi questioni etiche e politiche di grande rilievo: la loro legittimità, le modalità del loro impiego, i costi economici e sociali, le conseguenze concrete sulla popolazione civile e molto altro. 

A queste questioni si aggiunge oggi un elemento che non può essere ignorato: la coscienza civile dei popoli, maturata nel tempo e profondamente segnata dall’assimilazione dei valori della dignità della persona umana, del rispetto della vita e dei diritti fondamentali. Tale patrimonio morale, ormai inciso nel cuore delle società contemporanee, interpella ogni scelta politica e militare e pone limiti chiari all’uso della forza. 

Inoltre, la storia di questa Terra, segnata da conflitti antichi e ripetuti, ci insegna che è illusorio pensare che la forza, anche quando venga ritenuta necessaria nel breve termine, possa da sola offrire una soluzione duratura. Quando essa diventa linguaggio ordinario e criterio dominante, finisce per alimentare una spirale di violenza che è davvero difficile a interrompere. 

Tale violenza lascia dietro di sé ferite profonde: distruzione materiale e lacerazioni morali che pesano sulle generazioni future. Per questo, pur senza ignorare la complessità delle scelte che le autorità devono affrontare, non possiamo smettere di ricordare che la forza non può essere l’orizzonte ultimo, né il fondamento su cui costruire un futuro di pace. 

Il ruolo dei media e delle comunicazioni oggi è più che mai centrale. Da un lato, sono la finestra attraverso cui riceviamo informazioni da luoghi altrimenti irraggiungibili. Dall’altro, sono diventati il vettore privilegiato per la diffusione di narrazioni, spesso contrapposte, e sempre più difficili da verificare. In un conflitto come l’attuale, la guerra si conduce non solo sul terreno, ma anche con le parole e con le immagini: ogni fotografia, ogni video, ogni titolo può diventare un’arma. È reale il rischio di smarrirsi, di non riuscire più a distinguere il vero dal falso, la cronaca dalla propaganda. 

A questo si aggiunge un altro elemento, forse ancora più nuovo e inquietante. La guerra in corso ha sollevato altri interrogativi etici a cui non eravamo preparati. Penso, in particolare, all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane. Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo? Sono domande nuove, per le quali non abbiamo ancora risposte, ma che non possiamo più permetterci di ignorare. 

Non intendo entrare in queste valutazioni così complesse, ma solo sottolineare che questa nuova epoca pone anche domande inedite, che dovremo prima o poi prendere in considerazione seriamente. Va detto, comunque, che la crisi del multilateralismo, delle istituzioni, e questi nuovi interrogativi, non sono astrazioni intellettuali lontane dal nostro vissuto. Hanno invece un impatto diretto sulla vita della nostra comunità, sono la cornice dentro cui si è scontrata la nostra quotidianità in questi ultimi anni, causando una sofferenza profonda. Mi sono chiesto più volte, ad esempio: quante persone in queste ultime guerre del nostro territorio sono morte per “decisione di un algoritmo”? È in questo scenario che dobbiamo interrogare il vissuto della nostra Diocesi. 

Senza avere la pretesa di dire tutto, proviamo a mettere ordine raggruppando intorno a cinque nuclei fondamentali le conseguenze di questo caos sulla vita di tutti noi. 

1. La dissoluzione del legame: dolore, odio e sfiducia 

Il primo strappo è la lacerazione del tessuto delle relazioni umane. Il dolore – che merita sempre rispetto – è radicato negli animi di troppe persone.  

Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta. Questo atteggiamento rende molto difficile riconoscere il vissuto dell’altro, e segna profondamente il modo in cui persone e comunità vivono e interpretano ciò che accade intorno.  

Occorre, però, riconoscere che l’esperienza di essere vittima può essere diversa, a seconda delle circostanze in cui ci si trova. C’è chi perde la vita mentre riposa tra le mura di casa, e chi invece muore coinvolto direttamente nei combattimenti. C’è chi vede la propria abitazione distrutta durante un bombardamento, e chi assiste, anno dopo anno, alla perdita della propria terra. Alcuni hanno vissuto condizioni di assedio, privati di beni essenziali come cibo e medicine, mentre altri affrontano la paura costante causata da attacchi terroristici. Il dolore rimane sempre dolore, e non è nostra intenzione stilare una graduatoria della sofferenza. Pur nel rispetto delle varie situazioni e riconoscendone la complessità, tuttavia, non le possiamo considerare tutte identiche: esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità.  

L’odio ha scavato solchi profondi. Assistiamo a una dolorosa deumanizzazione dell’altro: quando egli diventa solo “il nemico”, tutto diventa lecito. La violenza non ha distrutto solo città e case, persone e speranze: ha segnato le coscienze, avvelenato il linguaggio pubblico, generato un senso di tradimento persino negli ideali che si credevano condivisi. Ha creato un circolo di vittime contro altre vittime che, col tempo, irrigidisce gli animi e rende sempre più difficile aprire cammini di riconciliazione. 

La vita politica e le istituzioni civili sembrano incapaci di uno sguardo lungo che offra prospettive, acuiscono smarrimento e scetticismo in un contesto dominato dalla sfiducia. Ed è per questo che in molti – specialmente tra i giovani – cresce il sospetto verso ogni possibilità di convivenza e verso la convinzione che esista un’alternativa credibile alla spirale di scontri e ingiustizie. 

Dall’inizio della guerra la situazione economica è peggiorata ovunque. La mancanza di pellegrini ha lasciato centinaia di famiglie senza lavoro; la chiusura dei territori palestinesi ne ha paralizzate altrettante. Nelle comunità si fa fatica a fare progetti. I giovani non si fidanzano, si sposano sempre meno, non mettono al mondo figli. Anche la crisi degli alloggi per le famiglie è sempre più acuta. Molti guardano all’estero e sognano un futuro lontano dalla loro terra. L’emigrazione, ferita antica, oggi si riapre più profonda che mai. 

Quando il grido di chi patisce sembra non trovare ascolto né risposta, si è tentati di perdere la fiducia nelle comunità di fede, che dovrebbero essere voce dei più deboli, e persino in Dio. 

Sarebbe ingiusto, però, fermarsi solo a questa descrizione così cupa dei problemi che la realtà evidenzia. Perché proprio in quel crinale, nel vuoto lasciato dalla politica e dal diritto, non hanno mai smesso di operare associazioni, movimenti, realtà di base. Non per ingenua vocazione al dialogo, ma per una testarda ostinazione a considerare l’altro un essere umano. Non è questa la sede per un elenco, e non serve farne un’agiografia. Ma è da lì, da questi frammenti di umanità concreta, che potrà emergere il progetto di una convivenza possibile. Se e quando si uscirà dalle macerie, saranno loro – non i grandi organismi internazionali in crisi – a dover essere gli architetti della ricostruzione. La debacle del sistema internazionale, in questo, ha almeno il merito di aver restituito visibilità e dignità a chi non aveva mai smesso di lavorare sul campo. 

2. Frammentazione e paura: la tentazione delle enclavi 

A questa dissoluzione del legame si aggiunge un fenomeno che preoccupa: la crescente polarizzazione. Non solo tra israeliani e palestinesi – che ben conosciamo – ma all’interno di entrambi i tessuti sociali. Sempre più ci si rinchiude in gruppi chiusi, in enclavi sociali dove si incontrano solo persone che la pensano allo stesso modo, che parlano lo stesso linguaggio, che condividono le stesse paure. Questa tendenza è ulteriormente rafforzata dagli algoritmi dei social media, che propinano costantemente agli utenti contenuti che confermano le loro preesistenti convinzioni, aumentando l’eco delle proprie posizioni e ampliando i divari di sfiducia, paura e sospetto tra i gruppi. 

La paura e la radicalizzazione generano frammentazione e chiusura. Ci si ritira nel proprio gruppo come in un rifugio. Si smette di frequentare chi è diverso, chi la pensa diversamente, chi appartiene a un’altra comunità, a un’altra fede, a un’altra fazione politica. Si formano bolle parallele che non comunicano tra loro. 

Questa polarizzazione è deleteria perché investe il modo stesso in cui ciascun gruppo costruisce i fondamenti della propria appartenenza, a livello nazionale, sociale e personale. Ci si definisce sempre più per opposizione: siamo ciò che l’altro non è. In questo gioco di specchi, l’identità diventa rigida, difensiva, escludente. Come se non esistesse più un “noi” che include tutti, ma solo tanti piccoli “noi” che si contrappongono. Quando il “noi” si riduce a identità contrapposte, diventa facile semplificare l’altro e leggerlo come un blocco uniforme. In ogni società, invece, esistono voci e posizioni diverse, e resistere alla tentazione di considerare interi popoli come realtà monolitiche è un primo passo necessario per ricostruire la relazione. 

Il senso di appartenenza comunitaria, però, non costituisce necessariamente un elemento negativo, perché ogni comunità è caratterizzata da una propria fisionomia, una specifica missione e un particolare carisma. È una ricchezza nel mosaico unico della Terra Santa e va preservata, ma a condizione che tali qualità non si affermino a discapito degli altri né si trasformino in strumenti di contrapposizione. 

In questa prospettiva, la vita cristiana, fondata su radici solide, mostra come un’appartenenza possa essere forte senza diventare rigida o difensiva, e come proprio la profondità dell’identità renda possibile l’apertura all’altro. In questo modo il “noi” può tornare a essere inclusivo, capace di tenere insieme le diverse appartenenze senza ridurle a identità contrapposte. 

3. Il senso di perdita: parole consumate e bene comune offuscato 

Il terzo nucleo è il più profondo: la perdita delle coordinate che ci permettevano di orientarci. Abbiamo perso la fiducia in alcune parole. “Convivenza”, “dialogo”, “giustizia”, “diritti umani”, “due popoli e due stati”: questi termini, che per anni hanno nutrito il nostro discorso, oggi ci appaiono logori e svuotati di significato. Quando li usiamo nelle nostre comunità, riscontriamo a volte sguardi stanchi e disillusi. Di fronte all’orrore delle immagini che ci arrivano ogni giorno, queste espressioni sembrano davvero appartenere a un altro mondo. Restiamo allora senza parole, e in quel silenzio la violenza urla la sua lingua brutale. 

A questo si aggiunge la perdita di significato del concetto di “bene comune”. Fatichiamo a rispondere a domande fondamentali come: quale società vogliamo costruire? Qual è il bene che vogliamo perseguire insieme al di là degli interessi di parte? 

In questa Terra, il bene comune viene sacrificato da tutti, seppure in modi diversi, sull’altare degli interessi particolari. Sembra che ciascuno pensi solo a sé stesso, alla propria sopravvivenza, alla propria sicurezza, in perenne guerra esistenziale, su fronti sempre più distanti. 

Tuttavia, il linguaggio più forte resta quello della realtà. E la realtà, ben al di là di ciò che pensiamo, sentiamo o crediamo, ci ricorda che siamo destinati a trovare forme possibili di convivenza. Non esiste alternativa. Questa Terra – tanto contesa quanto amata – è la casa di tutti: ebrei israeliani e arabi palestinesi; cristiani, ebrei, musulmani, drusi, samaritani, bahai e di qualunque altra fede. È Dio ad averci messi qui. Siamo noi cristiani, in particolare, ad avere un mandato preciso: essere sale e luce là dove siamo. E questo significa non rinunciare a costruire occasioni di interazione tra le diverse comunità nazionali e religiose, perché, quando le parole non bastano più, è allora che occorrono gesti concreti. 

4. La sfida specifica della Terra Santa: il dialogo interreligioso in difficoltà 

Un altro aspetto amaro riguarda la relazione con le altre comunità di fede. Il dialogo interreligioso – che per anni è stato centrale nella nostra missione – è in difficoltà. Non perché abbiamo smesso di incontrarci. Ma perché il terreno dell’incontro è stato investito da quanto abbiamo descritto fino ad ora: sospetto, disillusione, stanchezza. 

Abbiamo dovuto fare i conti con narrazioni storiche che si contrappongono in un modo che appare inconciliabile, dove ciascuno rivendica per sé il monopolio dell’interpretazione degli eventi. Non ci si è sentiti sostenuti e ascoltati l’uno dall’altro. È una amarezza grande, che ci interroga nel profondo.  

I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, diventano campi di battaglia identitari. I testi sacri vengono invocati per giustificare violenze, occupazioni, terrorismo. Questo abuso del nome di Dio credo sia il peccato più grave del nostro tempo. Molte istituzioni religiose sembrano avallare, anziché arginare e denunciare queste derive, dimostrando così la loro debolezza profetica.  

Eppure, per noi cristiani il dialogo non è un’opzione, bensì una necessità vitale. I nostri figli – cristiani e musulmani – vanno a scuola insieme, i nostri malati sono curati negli stessi ospedali, dove non si fanno distinzioni di appartenenza religiosa tra cristiani, ebrei, musulmani e di altre fedi. I nostri poveri condividono le stesse necessità. Senza relazione con le altre fedi non abbiamo futuro. Ma il problema è più profondo: il dialogo è la nostra vocazione e il nostro destino. È uno dei modi nel quale la nostra fede si manifesta e si alimenta. 

5.  Il volto variegato della nostra Chiesa locale in questo disordine 

La nostra comunità ecclesiale vive dentro questo generale disorientamento. Siamo una Chiesa che si estende su territori diversi – Israele, Palestina, Giordania, Cipro – ciascuno con la propria storia e le proprie dinamiche. Non esiste un’unica situazione politica né un unico contesto pastorale. Esistono tante situazioni diverse e tutte reclamano attenzione. Questa complessità costituisce la nostra ricchezza, ma anche la nostra fatica. Ci obbliga a non generalizzare, a non parlare mai in astratto, a tenere sempre presenti i volti vissuti delle comunità che vivono in luoghi diversi. Ci impegna ad un ascolto articolato e a un’azione pastorale che sappia declinarsi secondo le esigenze di ciascun territorio. 

Proviamo ora a guardare il volto tangibile della nostra Chiesa in questo tempo così difficile. 

A Gaza, i nostri fratelli sono immersi in una condizione di estrema tribolazione. Hanno vissuto per anni sotto le bombe, senza acqua, senza cibo, senza medicine. E ora vivono tra le macerie. Abbiamo perso giovani, vecchi, bambini. Eppure, la parrocchia della Sacra Famiglia e la Caritas sono stati e rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore. Nelle chiese trasformate in rifugi, centinaia di sfollati hanno condiviso la vita in tutto. 

In Palestina la situazione si deteriora di giorno in giorno. Di questo abbiamo già parlato a lungo, ma gli eventi non sembrano calmarsi. È lì che si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. Aumentano le aggressioni causate dall’occupazione e dalla totale assenza dello Stato di diritto, con un continuo aumento degli insediamenti. Se non si interrompe questa deriva, il rischio è la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa. Temo che questa sarà una preoccupazione e una situazione destinata a definire ancora a lungo le forme del nostro coinvolgimento. 

In Israele, i nostri fratelli e sorelle vivono in un contesto diverso, ma non privo di problemi: discriminazione sociale, disuguaglianze economiche e una crescente insicurezza. L’aumento della criminalità – che in certe aree controlla capillarmente il territorio, con un bilancio quotidiano di morti e feriti – sta creando una paura diffusa che rafforza in tanti la tentazione di partire. La società israeliana è traumatizzata dal 7 ottobre; questo trauma ha generato sospetto verso tutto ciò che è legato al mondo arabo, con una conseguente crescente diffidenza tra le due popolazioni.  

La comunità cattolica di espressione ebraica, in questa contesa così polarizzante, non si è sempre sentita ascoltata dalla propria Chiesa, e lo ha espresso chiaramente. I nostri fratelli e sorelle cattolici di lingua ebraica vivono una particolare solitudine ecclesiale. Sono parte di una Chiesa che forse non sentono totalmente loro. Nei prossimi mesi, cercherò occasioni per incontrare personalmente questa componente della nostra Diocesi, per ascoltarli meglio. 

I migranti e i richiedenti asilo che fanno parte delle nostre comunità vivono in condizioni di precarietà esistenziale, nel timore di essere espulsi e dovendo affrontare discriminazioni e sfruttamento. Anche loro sono stati coinvolti nella violenza del conflitto e alcuni sono stati uccisi in vari attacchi negli ultimi anni.  

Le nostre scuole, luogo di convivenza e componente preziosa della Chiesa, faticano anch’esse a orientare gli studenti. Insegnanti e alunni portano anche in classe il peso di ciò che vedono in televisione e sui social media; oggi, anche per loro, il dialogo sui temi più divisivi è diventato a dir poco faticoso. 

Pur dentro questa desolazione, la nostra determinazione a costruire una società fraterna rimane salda, e le nostre comunità cristiane restano segno tangibile di speranza. A Gaza la fede continua a rischiarare la vita dei cristiani locali. Le celebrazioni quotidiane della Messa, il rosario, le opere di carità della parrocchia e della Caritas mantengono viva la fiducia cristiana. Sono migliaia le famiglie che, attraverso l’impegno della parrocchia e della Caritas, hanno potuto ricevere aiuto e sostegno, anche nei momenti più duri della guerra. In Palestina i nostri parroci hanno organizzato e tenuto unite le loro comunità, creando iniziative di sostegno e di solidarietà, soprattutto in favore delle famiglie più provate. Neppure in Israele i sacerdoti si sono risparmiati, durante il periodo più difficile della guerra. In Giordania, la vita scorre abbastanza normalmente e, nonostante la crisi economica, le parrocchie si sono impegnate per organizzare collette, veglie di preghiere, rosari in solidarietà con le parrocchie della Diocesi attualmente in difficoltà. Anche Cipro recentemente è stata coinvolta in questa guerra, si è impegnata nella solidarietà e sta consolidando le proprie attività pastorali. 

Un fatto importante è che tutta la Chiesa universale, da Papa Francesco a Papa Leone XIV fino alle diocesi più piccole e povere, ha mostrato la sua vicinanza, offrendo preghiera e sostegno materiale alla nostra Chiesa di Terra Santa. È doveroso, da parte nostra, ringraziare quanti si sono adoperati – e ancora si adoperano – per permetterci di continuare a fronteggiare le tante indigenze di questo momento; desideriamo ringraziarli soprattutto per l’affetto e la vicinanza cristiana, che ci consola e ci edifica. L’azione di tutta la Chiesa ha mostrato che la speranza è incarnata. Non si contano, infatti, le preghiere organizzate, le raccolte di solidarietà, e tante altre espressioni concrete di comunione. 

Alla luce di tutto ciò, dobbiamo interrogarci anche su un altro aspetto importante della nostra missione. È vero, in questo tempo siamo stati presenti nel territorio di tutta la Diocesi con gesti di vicinanza e solidarietà. La nostra Chiesa ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità – onesta, chiara, con parresia – anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni. Ma, mi chiedo, è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? Come dire una parola di verità senza creare nuove barriere e nuove vittime? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere. Occorre porsi questo interrogativo con sincerità, innanzitutto davanti al Signore, sapendo che il discernimento è ascoltare la voce di Dio, convertendoci alla verità, cercando la giustizia, scegliendo il bene dei nostri fratelli. 

Ecco. È questa la condizione che abitiamo: un deserto di pianto, di rassegnazione, di parole svuotate, abitato però da coraggiose esperienze di vitalità e di fraternità. È in questo deserto che siamo invitati a riconoscere ancora una volta la voce di Dio che ci interpella.  

Di fronte a questo disordine, la domanda decisiva non è come uscirne o come risolverlo, ma come abitarlo da credenti, senza lasciarci assorbire dalla sua logica e senza rinunciare alla responsabilità di una testimonianza evangelica. Per questo è il momento di alzare lo sguardo e chiederci che cosa il Signore ci sta dicendo in tutto questo, lasciandoci attrarre da una luce che viene dall’Alto. Abbiamo bisogno di contemplare il sogno di Dio per la Sua città. 

https://www.lpj.org/it/news/letter-to-the-diocese

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