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domenica 15 marzo 2026

Notizie dal Monastero Fons Pacis in Siria

Nostra Signora Fonte della Pace

ci accompagna nel nostro cammino,

nel 21° anniversario del nostro arrivo in Siria 

L’immagine della Vergine che ci accompagna nella preghiera nella nostra piccola chiesa, non ha la pretesa di essere una “icona” classica, ma come tutte le icone è nata dalla preghiera e vuole condurre alla preghiera.

È un’immagine nata dal nostro cammino e dalla nostra vita: le sembianze di Maria e del Bambino sono quelle di una giovane madre sirianaÈ il volto di tutte le mamme siriane… e dei loro bambini.

Il supporto su cui è dipinta la Vergine è una lastra di pietra grezza, basaltica, grigio-azzurra, la stessa roccia che compone il nostro terreno e con la quale molte case, soprattutto antiche, sono costruite. Lei, Maria, è lì, solida, incarnata in questa terra, in questa storia.

Allo stesso tempo, la grana ruvida, grezza della superficie fa gioco con la luce cangiante del giorno, e soprattutto al tramonto la luce fa vibrare i colori e l’oro del fondo rendendoli vivi.

Il suo nome, il suo “titolo”, è Nostra Signora Fonte della Pace, è nato da subito, prima ancora che iniziassero questi devastanti anni di guerra, è nato dalla coscienza che Maria si trova al crocevia di popoli e religioni, arrivando là dove nessun’altro arriva, legame fra popoli e culture diverse, perché attraverso il suo “sì” è legame tra l’uomo e Dio. Lei è Fonte a cui tutti possono accostarsi, e bere. Fonte della Pace, Pace maiuscola non per amore della ridondanza, ma perché la Pace che lei dona non è semplicemente assenza di conflitti, un rispettoso convivere e collaborare.

La Pace che lei porta è il Cristo, non altro, senza compromessi.

E se è madre aperta a tutti, è però Madre di tutti proprio in virtù della generazione del Figlio, e dell’essere stata donata dal Figlio stesso, sulla Croce, come Madre per tutti gli uomini.

Maria è seduta, sul trono regale: Maria Regina, quindi Maria Assunta in cielo, già nella pienezza del compimento della sua vicenda umana. E il trono su cui siede- il solo punto di rosso dell’immagine, vivo, forte, fondante –altro non è se non l’amore del Padre, il suo cuore su cui si appoggia, stabile, ogni cosa creata.

In grembo, in piedi, il Figlio: la veste di Gesù è verde, verde come la creazione perfetta, così come è uscita dalle mani e dalla benevolenza del Padre. Il Padre vuole la vita, ed ha chiamato dal nulla all’esistenza tutte le cose per mezzo del Figlio. Per questo il colore che descrive l’esuberanza della vita è il verde.

Maria è l’apice di questa creazione perfetta: questo fiume di vita, portato dal Figlio, riveste la Madre – la tunica verde-e da lei sgorga e si diffonde in tutte le direzioni sulla terra, come acqua abbondante che lava e risana.

E questo fiume della vita vera ed eterna è la Pace di Dio.

Maria è anche rivestita di una sopravveste bianca, che è il colore predominante.

Il bianco è il colore dell’umiltà, che è la caratteristica fondamentale della verginità, che si compie nell’assenso illimitato di Maria alla volontà del Padre, all’accoglienza del Figlio, all’opera dello Spirito Santo in lei.

L’umiltà con cui l’uomo risponde a Dio, ritorna da Dio all’uomo come veste dell’abbondante misericordia che tutto ricopre con la sua grazia.

Nell’immagine, anche il capo di Maria è velato di bianco: ed è sul velo bianco che si posa la corona, segno della predilezione divina che ha accompagnato Maria nella sua vita, passo dopo passo, fino al trono della gloria.

Ma, ancora, sulle spalle di Maria un manto blu, segno del mistero di Dio, della vita Trinitaria che genera nel suo grembo tutta l’economia della salvezza. E se il manto da una parte lascia vedere l’opera della grazia, dall’altra non può essere completamente aperto se non nel compimento del tempo : il manto blu torna a coprire il grembo di Maria, là dove il Cristo che viene nel mondo poggia i suoi piedi, ha la sua origine..

In corrispondenza del cuore di Maria e di Gesù, lo Spirito Santo: nella Bibbia, il cuore è il centro dell’uomo, è la persona stessa. Lo Spirito è lo Sposo di Maria, colui che stende su di lei la sua ombra luminosa. La colomba argentata è sostenuta dalla mano del Figlio, a sua volta sostenuta dalla mano della Madre. Lo Spirito sta dispiegando le ali, segno della sua azione originante, sia nella Incarnazione, che nell’opera tutta della storia del creato : lo Spirito si libra verso la creazione in attesa.

Il suo colore è l’argento: come per il rosso del Padre, l’argento si trova solo qui. Al centro di ogni cosa, al centro degli altri colori, questa luce vivida richiama in controcanto l’oro che tutto avvolge. Non è bianco, non è oro, è la luce, la grazia propria dello Spirito.

E, a lato, la mano destra della Vergine, posata con dolcezza sul ginocchio, ma aperta a tutti, rivolta verso chi guarda: mano che invita, dolcemente, a venire, a farsi avanti, all’incontro col Figlio… con la vera Vita.


Dio solo conosce il cuore dell'uomo e può darci pace.

   Carissimi,

sappiamo che la prima domanda è: “come state?”... Stiamo bene! Risentiamo direttamente degli effetti di questa guerra, anche se i prezzi cominciano già a salire... Ma la tristezza è grande, e l’inquietudine ancora di più. Fino a che punto si arriverà? Per la Siria, ciò che sarà determinante saranno soprattutto i movimenti di terra, l’eventuale invasione del Libano da parte dell’esercito Siriano a sostegno di Israele e contro Hezbollah, e quindi combattimenti tra Sciiti e Sunniti lungo il confine Siria Libano...


L’entrata in gioco delle truppe irachene Sciite, che sono state colpite in questi giorni, l’avanzata di Israele nel sud della Siria e nel Libano. Sempre più siamo convinte che la preghiera è la nostra arma più forte, perchè Dio, che solo conosce il cuore dell’uomo, possa aprire le porte chiuse e abbattere l’orgoglio delle nazioni. Intanto, il volo del nostro cappellano dalla Polonia è stato cancellato, e non sappiamo quando potrà arrivare. A Pasqua però ci sarà con noi un sacerdote gesuita che è in Aleppo, e così potremo vivere pienamente la liturgia della Settimana Santa. 


Noi, come dicevamo, stiamo bene.  Dopo un inverno passato senza un solo raffreddore, il caldo forte e primaverile di febbraio, seguito da un’altra ondata invernale di neve (sulle montagne del Libano di fronte a noi) e vento freddo, ci ha portato una bella influenza comunitaria, molto sonora perchè a colpi scoppiettanti di tosse...Non ci mancano però arance e vitamine del nostro frutteto.


Sr Mariangela ha affrontato un piccolo intervento, uno “stent”(chissà come si dice in italiano..) Per allargare un po’ un’arteria del cuore un po’ affaticata. Tutto è andato bene e ringraziamo Dio di poter avere la possibilità di curarci con tutto ciò che è necessario.


La primavera è scoppiata con tutto il giallo oro dei prati, i cieli azzurri, e i tramonti infuocati. L’abside della Chiesa avanza, e in questi giorni è un segno di stabilità e di speranza, in una situazione che è molto incerta, preoccupante, e non solo per questa guerra. Lentamente, ma inequivocabilmente, il paese sta andando verso una progressiva islamizzazione. E questo scoraggia tutte le minoranze.


Nel mese di febbraio, ci è successa una cosa triste: un giorno siamo andate al cimitero, e abbiamo visto che le due croci provvisorie dipinte sulle pietre erano sparite. Un nostro vicino che pascola le sue mucche nel campo vicino, ci ha detto che erano stati dei ragazzini. E sarebbe intervenuto lui. 

Il giorno dopo, si è presentato un ragazzino del villaggio sunnita vicino a noi, sugli otto anni, insieme al padre e al nonno, dicendo di essere stato lui, scusandosi ecc. Noi non abbiamo voluto ingrandire la cosa, si trattava di un ragazzino, anzi abbiamo cercato di farlo ragionare con calma, soprattutto perché capissero gli adulti che erano con lui che non abbiamo paura, che la Croce la portiamo dentro e non la possono distruggere.

La cosa che fa pensare però è che se il bambino ha fatto un gesto del genere, vuol dire che come minimo in casa, o a scuola, o comunque nel suo ambiente, ha sentito da qualche parte che le croci vanno distrutte, che i cristiani sono blasfemi.

 Ciò che preoccupa è questa mentalità, che cresce. E comunque non siamo spaventate, solo speriamo che le cose in qualche modo cambino, che ritorni la Siria aperta e composita che abbiamo conosciuto. 


Anzi, abbiamo pensato che fosse ora di rinnovare anche la nostra Croce di Fondazione, perché dopo tanti anni il legno era irrimediabilmente consumato, nonostante la manutenzione. Così in questo nostro 21° anniversario abbiamo innalzato una nuova Croce di pietra bianca, regalo degli scalpellini di Hama che stanno lavorando insieme ai nostri operai alla realizzazione della chiesa. 


Sì, questo 14 marzo è l’anniversario del nostro arrivo ad Aleppo, 21 anni fa, ed la festa di Nostra Signora fonte della Pace. Così abbiamo pensato di condividervi la spiegazione della nostra “icona”, che non è classica ma che amiamo molto perché ci accompagna nel cammino..


Ringraziate con noi il Signore per tutto quanto ci ha donato di vivere in questi anni.

Il Signore è fedele per sempre ! Buon cammino verso la Pasqua..


M. Marta Fagnani e le Sorelle Trappiste dalla Siria




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mercoledì 11 marzo 2026

Il Comitato interreligioso libanese lancia un appello urgente per chiedere aiuto

Il parroco di Qlayaa è stato ucciso da un bombardamento israeliano che ha colpito la sua zona, nel sud. Era impegnato a soccorrere un fedele ferito dopo un primo attacco. Leone XIV: cessi al più presto ogni ostilità. (Avvenire)


Comunicazione (in francese) di Padre Daniel da Qara a nome del Comitato interreligioso libanese: 
L'esercito israeliano ha ordinato l'evacuazione immediata di diversi quartieri di Beirut, tra cui aree storicamente cristiane e zone civili prive di importanza militare. Un milione di persone sono quindi costrette a fuggire in preda al panico, senza alcuna protezione. Questa decisione viola il diritto internazionale. La comunità internazionale deve porvi immediatamente fine.

Les Forces de défense israéliennes (FDI), par l’intermédiaire de leur porte-parole arabophone, le colonel Avichay Adraee, ont émis un ordre d’évacuation sans précédent pour Beyrouth, élargissant considérablement la zone des secteurs considérés comme dangereux. L’annonce a été faite les 4 et 5 mars 2026, dans un contexte d’intensification des affrontements avec le Hezbollah. Selon les FDI, des installations et des infrastructures du Hezbollah sont implantées au sein de quartiers civils, et des frappes aériennes imminentes sont prévues contre ces sites.

Si la première déclaration mentionnait le quartier de Chiyah, les cartes d’évacuation officielles publiées par les FDI incluent désormais plusieurs autres quartiers qui n’avaient jamais été mentionnés auparavant. Il s’agit de Jnah, Ghobeiry, la Forêt de Beyrouth jusqu’au rond-point de Tayouneh, Ain el-Remmaneh, et même le centre-ville de Beyrouth — cœur politique et économique de la capitale. L’inclusion de ces zones marque une escalade significative, étendant le conflit au-delà du bastion traditionnel du Hezbollah dans la banlieue sud (Dahieh) vers des quartiers mixtes et centraux de la ville.

Les FDI ont ordonné aux civils d’évacuer immédiatement et de se tenir à au moins 300 mètres des bâtiments signalés et des zones adjacentes. Le porte-parole a souligné que rester à proximité d’installations liées au Hezbollah « met les vies en danger ». Cette directive a provoqué une panique généralisée, avec des embouteillages massifs et des déplacements de population déjà signalés dans toute la capitale.

Les implications humanitaires sont graves. Les banlieues sud de Beyrouth (Dahieh) abritent à elles seules entre 600 000 et 800 000 habitants. Avec les nouvelles zones ajoutées — Jnah, Ghobeiry, Horsh Beyrouth, Ain el-Remmaneh et le centre-ville — le nombre de civils directement touchés dépasse largement le million de personnes. Une évacuation d’une telle ampleur représente l’un des plus grands ordres de déplacement urbain de l’histoire moderne du Liban.

L’extension des zones d’évacuation au centre de Beyrouth est sans précédent. Ain el-Remmaneh, quartier historiquement chrétien, et le centre-ville de Beyrouth, cœur symbolique et économique du pays, n’avaient jamais été inclus dans de telles directives. Leur inclusion souligne l’élargissement du champ des opérations militaires et annonce une escalade stratégique qui menace d’engloutir l’ensemble de la capitale.

Ce communiqué de presse met en lumière la gravité de la situation : plus d’un million de civils sont désormais en danger, confrontés à des frappes aériennes imminentes et à des déplacements forcés. L’annonce des FDI marque un tournant dans le conflit, Beyrouth elle-même devenant le point focal de l’escalade militaire et de la crise humanitaire.

L’ordre d’évacuation élargi concernant la population de Beyrouth contredit directement l’ensemble des lois internationales et humanitaires.

Selon les Conventions de Genève et leurs Protocoles additionnels, les parties à un conflit sont liées par les principes de distinction, de proportionnalité et de précaution. Le principe de distinction exige que les combattants différencient les objectifs militaires des populations civiles. Le principe de proportionnalité interdit les attaques qui causeraient des dommages excessifs aux civils par rapport à l’avantage militaire anticipé. Le principe de précaution oblige les parties à prendre toutes les mesures possibles pour minimiser les dommages causés aux civils.

Un ordre d’évacuation qui englobe le centre de Beyrouth — y compris Jnah, Ghobeiry, Horsh Beyrouth jusqu’à Tayouneh, Ain el-Remmaneh et le centre-ville — risque de violer ces principes en traitant des quartiers entiers comme des cibles militaires, indépendamment de la présence civile.

Le droit international humanitaire souligne également la protection des civils contre les déplacements forcés. L’article 49 de la Quatrième Convention de Genève interdit le transfert ou la déportation massifs de civils, sauf si cela est requis pour leur sécurité ou pour des raisons militaires impératives. Même lorsque l’évacuation est jugée nécessaire, elle doit être temporaire, sûre et accompagnée d’un accès adéquat à un abri, à la nourriture et aux soins médicaux.

Or, l’ordre actuel a déclenché panique, embouteillages et fuite massive sans garanties de sécurité ni de soutien humanitaire. Cela soulève de sérieuses questions quant au respect des obligations de protection des personnes déplacées.

En outre, le Statut de Rome de la Cour pénale internationale définit le ciblage intentionnel de civils et le transfert forcé de populations comme des crimes de guerre potentiels. L’inclusion de quartiers symboliques et mixtes tels qu’Ain el-Remmaneh et le centre-ville de Beyrouth — zones sans caractère militaire évident — suggère que cet ordre d’évacuation pourrait s’apparenter à une punition collective, strictement interdite par le droit international.

Les organisations humanitaires soulignent que le droit à la vie, à la dignité et à la sécurité doit être respecté même en temps de conflit armé. Le déplacement de plus d’un million de civils dans une capitale densément peuplée risque de provoquer une catastrophe humanitaire d’une ampleur sans précédent au Liban.

Les autorités internationales, y compris les Nations Unies, le Comité international de la Croix-Rouge et les organisations régionales, sont appelées à intervenir immédiatement afin d’arrêter cette escalade, d’exiger le respect du droit international humanitaire et de garantir la protection des civils.

Ce communiqué appelle la communauté internationale à reconnaître que l’ordre d’évacuation, tel qu’il est actuellement formulé, ne possède pas de justification humanitaire au regard du droit. Il est impératif que les acteurs internationaux agissent rapidement pour empêcher Beyrouth de sombrer dans un déplacement massif et la dévastation, et pour défendre les principes fondamentaux d’humanité qui sous-tendent le droit international.

Nous demandons à la communauté internationale d’intervenir afin d’ARRÊTER cette escalade dangereuse et meurtrière.
Seule la négociation est la voie vers la paix.

LE COMITÉ INTERRELIGIEUX LIBANAIS POUR LA PAIX 

“Restiamo”: le parole del parroco libanese ucciso nei bombardamenti

Lettera della ONG AVSI

sono Marco Perini, responsabile di AVSI per la regione mediorientale, e con infinita tristezza, dal Libano, devo comunicare la morte di padre Pierre El Raii, che è stato ucciso da una delle bombe che in questi giorni devastano il Sud del Paese.  

Padre Pierre El Raii era il parroco maronita di Qlayaa, un villaggio cristiano a pochi chilometri dal confine con Israele, ma soprattutto era un amico di AVSI, con il quale abbiamo condiviso tutto in tanti anni di lavoro in questa terra martoriata e bellissima: dalle gioie per la costruzione del centro Fadaii alle sofferenze per la guerra. In caso di bisogno lui poteva contare su di noi e noi su di lui.  

Con lui si andava dritti al cuore dei problemi per trovare insieme una soluzione. Come quando le mamme dei bambini sostenuti a distanza volevano mettere in pratica le lezioni apprese sulla trasformazione e conservazione dei prodotti della terra e, di concerto AVSI ha comprato una cucina industriale, mentre la parrocchia ha offerto lo spazio per installarla. Così queste madri sono diventate imprenditrici del catering e, all’occorrenza, offrivano pasti gratuiti ai rifugiati siriani.  

Oppure quando, dopo il 7 ottobre 2023, siamo stati obbligati a chiudere temporaneamente il Fadaii per la guerra, padre Pierre mi ha rassicurato con un messaggio su WhatsApp: “Non preoccuparti, il Fadaii è in buone mani, lo proteggiamo noi”.  

La sua fede era contagiosa, ripeteva spesso “Be’yin, be’yin, be’yin”, “noi restiamo, restiamo, restiamo”: invitava i parrocchiani a resistere, a non fuggire, anche se il cibo era poco e le condizioni dure, ad appoggiarsi al sostegno reciproco.   

Ogni volta che un camion di AVSI pieno di aiuti raggiungeva il suo villaggio, arrivava puntuale il suo grazie.  

Il primo marzo scorso è riscoppiata la guerra, e lui naturalmente era lì, con i suoi, e aveva rilanciato l’appello: “Restiamo!”.  

Di Padre Pierre ci mancheranno l’amicizia e gli abbracci, ma ora vogliamo onorare la sua memoria restando accanto alla sua gente, sostenendo le famiglie che hanno bisogno di auti immediati.  

Aiutaci a non dimenticare Padre Pierre, vittima di questa guerra e testimone di speranza. 

giovedì 5 marzo 2026

Intervista con il cardinale segretario di Stato Parolin su quanto sta avvenendo in Medio Oriente

 

Le guerre preventive rischiano di incendiare il mondo

di Andrea Tornielli- L'OSSERVATORE ROMANO 4 marzo 2026

«È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza». Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, parla con i media vaticani della guerra in corso in Medio Oriente e osserva con preoccupazione che «si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità».

Eminenza, come sta vivendo queste ore drammatiche?

Con grande dolore, poiché i popoli del Medio Oriente, comprese le già fragili comunità cristiane, sono nuovamente ripiombati nell’orrore della guerra, che spezza brutalmente vite umane, produce distruzione e trascina intere nazioni in spirali di violenza dagli esiti incerti. Domenica scorsa all’Angelus il Papa ha parlato di una “tragedia di proporzioni enormi” e del rischio di una “voragine irreparabile”. Sono parole più che eloquenti per descrivere il momento che stiamo attraversando.

Che cosa pensa dell’attacco statunitense e israeliano contro l’Iran?

Ritengo che la pace e la sicurezza debbano essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali, dove gli Stati hanno la possibilità di risolvere i conflitti in modo incruento e più giusto. Dopo la seconda guerra mondiale, che ha causato circa 60 milioni di morti, i padri fondatori, con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, volevano risparmiare ai figli gli orrori che essi stessi avevano vissuto. Perciò, nella Carta dell’Onu vollero dare indicazioni precise sulla gestione dei conflitti. Oggi, questi sforzi sembrano essersi vanificati. Non solo, ma come ha ricordato il Papa al Corpo diplomatico all’inizio dell’anno, “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” e si pensa che si può perseguire la pace “mediante le armi”.

Quando si parla delle cause di una guerra, è complesso determinare chi abbia ragione e chi abbia torto. È certo, invece, che essa produrrà sempre vittime e distruzione, nonché effetti devastanti sui civili. Per questo, la Santa Sede preferisce richiamare alla necessità di utilizzare tutti gli strumenti offerti dalla diplomazia per risolvere le contese tra gli Stati. La storia ci ha già insegnato che solo la politica, con la fatica della negoziazione, e l’attenzione al bilanciamento degli interessi, può accrescere la fiducia tra i popoli, promuove lo sviluppo e preservare la pace.

La giustificazione per l’attacco è stata quella di impedire la realizzazione di nuovi missili, insomma una “guerra preventiva” …

Come rileva la Carta dell’Onu, il ricorso alla forza va considerato solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati, dopo aver valutato attentamente i limiti della necessità e della proporzionalità, sulla base di rigorosi accertamenti e motivazioni fondate, e sempre nell’ambito di una governance multilaterale. Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme. È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato.

Che peso hanno le massicce manifestazioni di piazza delle scorse settimane soffocate nel sangue in Iran. Si possono dimenticare?

Certamente no, anche questo è stato motivo di profonda preoccupazione. Le aspirazioni dei popoli devono essere prese in considerazione e garantite nel quadro legale di una società che garantisce a tutti di esprimere liberamente e pubblicamente le proprie idee, e questo vale anche per il caro popolo iraniano. Al contempo ci si può chiedere se davvero si pensi che la soluzione possa arrivare tramite il lancio di missili e bombe.

Perché il diritto internazionale e la diplomazia conoscono oggi questo punto di declino?

È venuta meno la consapevolezza che il bene comune giova davvero a tutti, che cioè il bene dell’altro è un bene anche per me, pertanto la giustizia, la prosperità, la sicurezza si realizzano nella misura in cui tutti possono beneficiarne. Questo principio sta alla base della creazione del sistema multilaterale o di un progetto audace, come quello dell’Unione europea. Questa consapevolezza si è affievolita, facendo crescere l’appetito per i propri interessi.

Questo ha poi un’altra conseguenza: il sistema della diplomazia multilaterale nei rapporti tra gli Stati vive una crisi profonda, inter alia a causa della sfiducia che questi ultimi nutrono verso i vincoli legali che limitano la loro azione. Tale atteggiamento rappresenta l’altra faccia della volontà di potenza: il desiderio di agire liberamente, di imporre ad altri il proprio ordine, evitando la drammatica ma nobile fatica della politica, fatta di discussioni, di negoziati, di vantaggi per sé e concessioni agli altri. Si va pericolosamente affermando un multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità. Purtroppo, vengono rimessi in discussione principi quali l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra (lo ius in bello). Viene messo in discussione e gradualmente accantonato tutto l’apparato costruito dal diritto internazionale in ambiti quali il disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il rispetto dei diritti fondamentali, la proprietà intellettuale e gli scambi e i transiti commerciali. E soprattutto sembra essersi smarrita la consapevolezza di quanto già Immanuel Kant scriveva nel 1795: “La violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti”. Ancora più grave, sotto certi aspetti, è l’invocare il diritto internazionale a seconda delle proprie convenienze.

A che cosa si riferisce?

Mi riferisco al fatto che ci sono casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente, dando l’impressione che esistano violazioni del diritto da sanzionare e altre da tollerare, vittime civili da deplorare e altre da considerare come “danni collaterali”. Non ci sono morti di serie A e di serie B, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro o in un determinato Paese. Vorrei richiamare l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. La Santa Sede ribadisce con forza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili e delle strutture civili come residenze, scuole, ospedali e luoghi di culto, nelle operazioni militari, e chiede che sia sempre tutelato il principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita.

Quali prospettive a breve termine vede per questa nuova crisi?

Spero e prego che l’appello alla responsabilità che Papa Leone XIV ha rivolto domenica scorsa venga accolto e possa far breccia nei cuori di chi sta prendendo le decisioni. Auspico che cessi presto il rumore delle armi e si torni al negoziato. Non si deve svuotare il senso dei negoziati: è fondamentale concedere il tempo necessario affinché essi possano giungere a risultati concreti, operando con pazienza e determinazione. Inoltre, dobbiamo prendere atto che l’ordine internazionale è profondamente cambiato rispetto a quello disegnato ottant’anni fa con l’istituzione dell’Onu. Senza nostalgie per il passato, è necessario contrastare ogni delegittimazione delle istituzioni internazionali e promuovere il consolidamento di norme sovranazionali che aiutino gli Stati a risolvere pacificamente le contese, attraverso la diplomazia e la politica.

Quale speranza di fronte a tutto questo?

I cristiani sperano perché confidano nel Dio fatto Uomo, che nel Getsemani intimò a Pietro di rimettere la spada nel fodero e che sulla Croce ha vissuto in prima persona l’orrore della violenza cieca e insensata. Sperano anche perché, nonostante le guerre, le distruzioni e le incertezze e un diffuso senso di smarrimento, da tante parti del mondo continuano a levarsi voci che reclamano pace e giustizia. I nostri popoli chiedono pace! Questo appello dovrebbe scuotere i governanti e quanti operano nel contesto delle relazioni internazionali, spingendoli a moltiplicare gli sforzi per la pace.

L'appello del Papa diffuso attraverso la Rete Mondiale di Preghiera

«Oggi eleviamo la nostra supplica per la pace nel mondo, chiedendo che le nazioni rinuncino alle armi e scelgano la via del dialogo e della diplomazia». È l’orazione «per il disarmo e per la pace» elevata da Leone XIV nel video con l’intenzione per il mese di marzo, diffuso oggi attraverso la Rete mondiale di preghiera del Papa. Una supplica accorata per chiedere che i leader «abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte, fermare la corsa agli armamenti e mettere al centro la vita dei più vulnerabili», e che «la minaccia nucleare non condizioni mai più il futuro dell’umanità».

mercoledì 4 marzo 2026

Guerra a Iran, il Libano paga di nuovo il conto

 

 da Terrasanta.net . 4 marzo 2026

La guerra che avvampa in questi giorni, dopo l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran – con il pretesto di azzerarne l’arsenale missilistico e impedirgli di dotarsi della bomba atomica –, sta ridisegnando il profilo del Medio Oriente. Sugli esiti e sui tempi pesano molte incognite. E intanto il conflitto si allarga, con un effetto domino che coinvolge sempre più parti.

Il velleitario tentativo del governo libanese di indurre Hezbollah a non immischiarsi non ha avuto gli esiti sperati. I razzi lanciati dal Libano su Israele hanno scatenato la pesante reazione dello Stato ebraico, che ha ripreso a bombardare, un po’ ovunque, una serie di obiettivi ascrivibili al Partito di Dio e ordinato l’evacuazione di decine di borghi e villaggi nel Libano meridionale, prima di dare avvio a una nuova invasione di terra.

Sfollati nelle strade e nelle scuole di Beirut

Già domenica sera la popolazione ha capito come sarebbe andata a finire e quando sono cadute le prime bombe i civili (sciiti) hanno caricato poche cose sulle auto o le motociclette per fuggire più a nord, diretti a Beirut, anch’essa bersagliata qua e là. Lo stesso esercito libanese ha ripiegato verso settentrione per non scontrarsi con gli israeliani.

Nelle scuole, le lezioni sono sospese e molte strutture scolastiche della capitale sono state adibite – ancora una volta, come nel settembre 2024 – a centri di raccolta per gli sfollati. Anche la Chiesa fa la sua parte mettendo a disposizione qualche suo edificio e struttura. Nella parrocchia di St. Joseph nel quartiere di Achrafieh, ad esempio, dove i padri gesuiti si occupano di pastorale dei migranti, è subito confluito un centinaio di persone, immigrati dall’Africa e dall’Asia che lavoravano nel sud del Paese e che sono privi di quelle reti di solidarietà fornite dai legami familiari, sulle quali possono fare affidamento molti libanesi.

C’è chi preferisce restare

In qualche villaggio prossimo alla frontiera con Israele gli abitanti cristiani hanno preferito non partire e riunirsi in chiesa (avete presente l’esempio di Gaza?). Il quotidiano L’Orient-Le Jour menziona il borgo di Alma al-Shaab, 350 anime. In 200 sono rimasti e, al suono delle campane, sono accorsi nella chiesa parrocchiale dedicata alla Vergine Maria, sulla cui protezione confidano. Con il parroco e il sindaco dicono: «Noi siamo gente pacifica e vogliamo rimanere nella nostra terra e nel nostro paese. Il governo libanese e l’esercito ci aiutino a restare».

Nel convento francescano di Tiro, città costiera a una ventina di chilometri dal confine, ha scelto di restare fra Toufic Bou Merhi, della Custodia di Terra Santa, responsabile anche del convento di Deir Mimas, ancora più prossimo alla frontiera. Raggiunto via cellulare ci dice: «Rimango qui perché sento che, in questo momento, la prima testimonianza è semplicemente rimanere accanto alla gente».

Da Tiro la testimonianza di fra Toufic

«Ciò che stiamo vivendo – soggiunge il frate – non è solo un’escalation militare. È soprattutto un clima umano segnato dalla paura. La paura dell’altro è diventata quasi un modo di pensare, di parlare, di reagire. È una paura che si è costruita nel tempo e che ora condiziona profondamente le relazioni. Quando l’altro viene percepito solo come minaccia, diventa più facile giustificare tutto, anche ciò che ferisce gravemente la dignità della persona. Si invoca la legittima difesa, si cercano spiegazioni, si costruiscono ragioni. Ma sul terreno restano famiglie che fuggono, persone che vivono da sfollate nel proprio Paese, anziani disorientati, bambini che crescono nel rumore delle esplosioni. Le guerre vengono sempre presentate come inevitabili, ma restano profondamente assurde. E l’assurdità più grande è che a pagarne il prezzo sono sempre i civili».

Nelle tenebre la speranza si aggrappa a lampi di solidarietà. Fra Toufic li tiene a mente: «In questi giorni ho visto scene che non si dimenticano: un giovane che cede il suo materasso a un’anziana e dorme su un cartone; un uomo che lascia l’unico spazio coperto a una famiglia con bambini e si ripara all’aperto con un pezzo di cartone. In mezzo alla paura, questi gesti parlano di una umanità che resiste».

«Resto qui – soggiunge il religioso – con questa convinzione: non possiamo permettere che la paura dell’altro diventi la legge delle nostre relazioni. Ogni persona, qui, merita di vivere. E non solo di sopravvivere, ma di vivere con dignità. Finché continueremo a difendere questa verità, anche nel silenzio e nella fragilità, la speranza non sarà perduta».

L’amarezza del vescovo

Il vescovo di fra Toufic è anch’egli francescano. Vicario apostolico per i cattolici di rito latino in tutto il Libano dal 2016, il frate minore conventuale César Essayan, in un’intervista pubblicata quest’oggi sul quotidiano Avvenire, commenta amaro: «Ancora una volta sarà la gente, saranno interi popoli a pagare il prezzo più alto. “Effetti collaterali”, vengono chiamati. Sì, effetti collaterali di giochi di potere e progetti economici che sono l’unico motore anche di questo conflitto».

venerdì 27 febbraio 2026

Come il ritorno dell'ISIS potrebbe alimentare il progetto del "Grande Israele"

 

Articolo di Kevork Almassian  

Quando i titoli dei giornali dicono che l'ISIS sta riemergendo in Siria, che le evasioni si moltiplicano e che le forze americane si stanno "ritirando", si pensa che si tratti di una storia caotica ma in fondo familiare: il terrorismo torna, la comunità internazionale reagisce e gli Stati Uniti, con riluttanza, modificano la loro posizione per mantenere la regione al sicuro. Ma se avete seguito da vicino le vicende siriane, riconoscerete qualcos'altro: i tempi sono troppo sincronizzati, gli obietivi sono troppo chiari e i risultati sono troppo utili per gli stessi attori che affermano di cercare di impedirli. 

Ciò che sta accadendo ora è una transizione strategica, e come la maggior parte delle transizioni strategiche nella nostra regione, viene presentata al pubblico con un linguaggio che non corrisponde ai meccanismi sul campo. Per anni, molti di noi, che mettevano in guardia contro questo problema, hanno continuato a ripetere: non si possono ammassare migliaia di detenuti legati all'ISIS in prigioni improvvisate, sotto gestione delegata, senza un accordo politico, senza processi seri, senza rimpatri e senza un'architettura di sicurezza a lungo termine, e poi fingere che tutto questo non vi esploda in faccia. Gli americani "gestivano" quelle prigioni attraverso i loro delegati nel nord-est, ma non hanno mai preso sul serio la risoluzione del problema dell'ISIS in Siria come un problema di reintegrazione sociale, deradicalizzazione e giustizia. Lo hanno trattato come una leva: qualcosa che si tiene sotto controllo, qualcosa che si scongela quando si ha bisogno di pressione, qualcosa che si può usare quando si ha bisogno di una giustificazione per una base, un convoglio, un nuovo attacco aereo o una nuova "missione". 

Questa non è un'affermazione radicale. È uno schema ricorrente. E la parte più inquietante delle rivelazioni sulle email di Epstein è che corrispondono a quanto da tempo affermato dalla parte siriana. In un'email ampiamente diffusa, attribuita a Jeffrey Epstein, si descrive come gli Stati Uniti abbiano dato all'ISIS un "lasciapassare" per avanzare su Palmira 


E questo si allinea in modo poco rassicurante con una vecchia, ormai famigerata affermazione di John Kerry: che i funzionari statunitensi osservavano l'ISIS espandersi e credevano che potesse essere usato come leva contro l'ex presidente Bashar al-Assad. 

La logica strategica è innegabile: l'ISIS non è stato trattato principalmente come un nemico da sradicare; è stato trattato come uno strumento di pressione da gestire. Poi la mappa è cambiata. I servizi segreti occidentali e le loro reti regionali alleate hanno finalmente ottenuto ciò che cercavano di progettare da anni: Assad è stato rimosso, lo Stato siriano è stato svuotato e ora siamo arrivati ​​al cuore del pericolo. La Siria sta subendo un repackaging per il mondo sotto un nuovo leader che, non molto tempo fa, era noto come emiro di al-Qaeda, e che ora viene presentato con faccia tosta come "presidente" del Paese. 

Qualche settimana fa, Abu Mohammad al-Julani ha stretto un accordo con Washington e Ankara a Parigi, che gli ha permesso di conquistare ampie fasce di territorio precedentemente controllate dalle forze curde, dove si trovavano strutture che ospitavano detenuti dell'ISIS. Approfittando della transizione, delle lotte intestine e della frammentazione della sicurezza, i militanti sono evasi. Una parte é scappata, altri sono stati trasferiti e altri ancora si sono semplicemente disperisi nel territorio. Quindi ora abbiamo una Siria in cui il materiale umano più infiammabile -sulla terra – militanti addestrati, ideologicamente temprati e con una rete internazionale – è stato reintrodotto in un Paese ormai esausto, polarizzato e recentemente governato da una coalizione di forze la cui storia ideologica si sovrappone all'universo jihadista, che porteranno a due possibili esiti, entrambi pericolosi ed entrambi utili alle potenze esterne. 

Da un lato, alcuni di questi elementi dell'ISIS potrebbero trovare conveniente cooperare con le nuove strutture di sicurezza di Damasco, perché la sopravvivenza spesso produce alleanze che l'ideologia normalmente proibirebbe. D'altro – probabilmente il più pericoloso – Un rafforzamento dell’ISIS essendo Julani "andato troppo oltre" nella collaborazione con gli Stati Uniti e troppo passivo nei confronti di Israele. In questo scenario, la narrazione del tradimento diventa uno strumento di ingaggio e i militanti disillusi all'interno del campo di Julani possono disertare e passare all'ISIS, rafforzandolo con combattenti esperti che conoscono il territorio, le reti e le rotte delle armi. È allora che la Siria smette di essere un problema siriano e torna ad essere un problema regionale. 

Perché un ISIS rinato non è solo una minaccia per Damasco. È una minaccia per la Giordania. È una minaccia per il Libano. È una minaccia per l'Iraq. È una minaccia per le minoranze ovunque: cristiani, yazidi, villaggi sciiti e chiunque sia al di fuori della visione del mondo takfiro. Ed è anche, fondamentalmente, un comodo "spauracchio" che può essere usato per giustificare le escalation da parte di Israele, che già opera liberamente in Siria con una logica strategica diversa da quella di Washington. 

Lo Stato finale preferito da Washington, così come viene attuato, è un regime centralizzato sotto un unico indirizzo che possa essere integrato nella gestione regionale americana, possa affermare di "combattere il terrorismo" e possa allineare la posizione della Siria alla leadership degli Stati Uniti. 

Lo Stato finale preferito da Israele è una Siria balcanizzata. Israele vuole una Siria più debole, una Siria divisa, una Siria frammentata in zone gestibili che non potranno mai più funzionare come uno Stato coerente. E se volete capire come l'ISIS possa tornare utile, anche dopo tutto questo sangue, guardate il modo in cui le minacce vengono strumentalizzate. Mike Huckabee ha replicato a Tucker Carlson, parlando apertamente di una visione di "Grande Israele" che si estende dal Nilo all'Eufrate. 

Quando Tucker gli ha chiesto direttamente se sarebbe stato "giusto" per Israele prendere il controllo di Paesi – Egitto, Palestina, Siria, Libano, Giordania, Arabia Saudita, Iraq – Huckabee non ha esitato. Ha detto, in sostanza, di sì, che sarebbe stato giusto, anche se ha aggiunto la cortese precisazione che "forse non è di questo che stiamo parlando oggi". Poi ha spiegato la vera dottrina: se Israele finisce per essere attaccato e vince, e conquista territori, allora "ok". Capite cosa significa? È proprio per questo che la questione dell'ISIS è importante in questo momento. Perché immaginate uno scenario in cui elementi dell'ISIS – per negligenza, tolleranza deliberata o semplice caos – siano autorizzati a colpire il Golan o ad attaccare le forze di occupazione israeliane nei territori siriani appena occupati dopo la caduta di Assad. Nel giro di poche ore, questo diventa il perfetto casus belli: Israele non deve dire "vogliamo Damasco". Deve solo dire "siamo stati attaccati". Poi, secondo questa dottrina, entrare a Damasco diventa "difesa", "sicurezza" e una conseguenza naturale della vittoria di una guerra iniziata da qualcun altro. 

Ed ecco la parte che dovrebbe fugare ogni dubbio sul fatto che questa non sia una teoria astratta. Un'esclusiva del Wall Street Journal cita funzionari statunitensi a conoscenza di una stima dell'intelligence secondo cui 15.000 - 20.000 persone, inclusi affiliati all'ISIS, sono ora in libertà in Siria dopo l'esodo da un campo che ospitava famiglie di jihadisti. In altre parole, il materiale umano che rende possibili le "crisi di sicurezza" è ora una valutazione quantificata. E una volta accettato questo, si inizia a vedere con quanta facilità un attacco, un incidente o una provocazione possano essere trasformati nel tipo di casus belli appena descritto da Huckabee: siamo stati attaccati, abbiamo vinto, abbiamo conquistato terre. Che si tratti di ideologia, fantasia o aspirazione politica, ciò che conta è che nel mondo reale i progetti di espansione richiedono una giustificazione, e l'ISIS fornisce la giustificazione perfetta: una minaccia permanente alla sicurezza che consente di inquadrare le occupazioni come una difesa. 

Per questo motivo non ho mai creduto alla favola secondo cui l'ISIS sarebbe un attore completamente indipendente. Si comporta, ripetutamente, come un'entità che diventa più forte quando determinate intelligence ed ecosistemi regionali le permettono di respirare, e più debole quando quegli ecosistemi decidono che deve essere soffocata. È "terrorismo", sì, ma un terrorismo che spesso funziona come una risorsa, direttamente o indirettamente, in giochi strategici più ampi. Quindi, quando ci si chiede: perché gli Stati Uniti dovrebbero ritirarsi dalla Siria ora, in un momento in cui l'ISIS annuncia una nuova fase? 

La risposta è semplice: perché la missione statunitense in Siria non è mai stata principalmente antiterrorismo. La missione era petrolio, grano e leva finanziaria. Stava occupando giacimenti petroliferi e zone agricole chiave per soffocare l'ex governo siriano dopo che le sanzioni – in particolare il Caesar Act – avevano reso impossibile la ricostruzione e la normale vita economica. Stava tenendo al-Tanf per bloccare le rotte commerciali tra Siria, Giordania e Iraq; strangolando la connettività regionale. E una volta raggiunti questi obiettivi e la mappa "risolta" attraverso un nuovo regime a Damasco, che può essere venduto come "legittimo", Washington può trasferire le risorse e ristabilire le priorità. 

E la nuova priorità, sempre più, è l'Iran. Questo è l'aspetto che dovrebbe far riflettere due volte gli Stati del Golfo, e francamente tutti nella regione. Perché la rimozione della Siria come stato funzionante e la rimozione delle difese aeree siriane dopo la presa di Damasco hanno di fatto aperto lo spazio aereo siriano alle operazioni israeliane, creando nuove vie per l'escalation verso la Siria orientale, nei corridoi aerei del Kurdistan iracheno e potenzialmente verso l'Iran. La Siria è stata resa inefficace, indifesa, incapace di proteggere i propri cieli, che è esattamente ciò che richiede un'architettura di escalation regionale. Se scoppiasse un grave scontro con l'Iran, il contraccolpo non rimarrebbe in Iran. Si estenderebbe a tutta la regione; e la Siria, già in frantumi, ne subirebbe forse le peggiori conseguenze. 

Nel frattempo, ci viene detto di fidarci della nuova leadership di Damasco per "mantenere la sicurezza", ma la sua stessa coesione interna è discutibile. Molti dei suoi combattenti hanno combattuto per il jihadismo transnazionale e gli è stata promessa Gerusalemme, non la normalizzazione con Israele. Una volta che questo mito crolla, la defezione delle fazioni diventa un rischio reale. E in questo scenario, Israele può usare la scusa delle minacce dell'ISIS per spingersi più a fondo, più velocemente e con più decisione, perché la geografia militare è già a suo favore.

C'è una potenziale variabile stabilizzante che continua a essere propinata all'opinione pubblica: l'idea che Damasco e le SDF curde possano arrivare a un accordo che integri i curdi nelle strutture di governance e crei un fronte interno più forte contro l'ISIS. Anche questo, a quanto pare, è incoraggiato da Washington, con la promessa di quote curde nei ministeri e in parlamento, perché un ordine interno unificato è il miglior antidoto al carburante preferito dell'ISIS: il vuoto. Ma anche qui, i "motivi di rottura" rimangono la Turchia e la preferenza americana per un controllo centralizzato sotto la nuova autorità, il che significa che l'accordo potrebbe riguardare meno i diritti dei curdi e più la stabilizzazione di una mappa per la prossima fase del confronto regionale. Questo ci riporta al punto centrale. 

L'ISIS non torna nel vuoto. Torna nel momento preciso in cui la Siria è stata politicamente trasformata, le carceri sono state destabilizzate, le risorse americane vengono riposizionate e Israele sta espandendo la sua presenza strategica e parlando più apertamente di ambizioni territoriali e di sicurezza a lungo termine.

Questo non è il "post-ISIS". È l'ISIS riciclato, reintrodotto in una regione più fragile in condizioni che la rendono più pericolosa e più utile. Se si vuole impedire un altro 2014, non lo si fa con slogan sulla lotta al terrorismo, favorendo al contempo le condizioni strutturali che permettono al terrore di rigenerarsi. Lo si fa smantellando il sistema di incentivi che trasforma i militanti in strumenti e ponendo fine ai giochi geopolitici che trattano la Siria come una scacchiera piuttosto che come una nazione. Perché il prezzo di questi giochi è sempre pagato prima dai siriani e poi, inevitabilmente, da tutti gli altri.

Kevork Almassian è un analista geopolitico siriano e fondatore di Syriana Analysis.

pubblicato su X https://x.com/KevorkAlmassian/status/2026947367388217480