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mercoledì 26 dicembre 2018

Ritorno a Latakia


di Maria Antonietta Carta

Latakia non è stata devastata né dalle bombe né dai barbari che dal 2011 infestano la Siria. Le sono piovuti addosso soltanto pochi missili provenienti dalle belle montagne vicine, violate dai terroristi, e dal mare quando a scagliarli sono stati, in una notte di pochi mesi fa, aerei israeliani.

Latakia, prima della guerra, era una città mediterranea un po' indolente, anche se stravolta in alcuni decenni per il repentino aumento della popolazione e una indecente speculazione edilizia. Gli embarghi assassini che da oltre trent'anni periodicamente colpiscono la Siria per non essersi assoggettata ai diktat della politica imperiale e la paralisi del suo porto in seguito alla guerra Iran-Iraq, quando cessarono i traffici commerciali verso i paesi del Golfo, l'hanno impoverita negli anni ottanta del secolo scorso. Tuttavia era dolce anche d'inverno, tollerante, chiara, solare, abbracciata quasi interamente dalle acque del Mare Bianco, come gli Arabi chiamano il Mar Mediterraneo. E negli ultimi anni stava iniziando a conoscere uno sviluppo almeno in parte più armonioso.

Latakia non è stata ridotta in macerie dai bombardamenti, eppure essa racconta tutto l'orrore, la ferocia, l'insensatezza, la desolazione, l'impietosità della guerra.

Arrivando in un tardo mattino dello scorso ottobre, mi è apparsa affranta, schiacciata, annichilita. Chiusa in se stessa come i balconi che tende, ormai sudice e sbrindellate, hanno preso ad occultare da sette anni facendola sembrare un luogo di abbandono apocalittico.
In vaste aree della città, soprattutto il centro commerciale, più frequentato e popoloso, e le affollate periferie popolari, i marciapiedi sono divelti, le vie si riempiono di pozzanghere fangose anche dopo una pioggerellina, per l'incuria nella manutenzione della rete di canalizzazione delle acque piovane dovuta, come tanti altri disagi, a una severa economia di guerra. I muri degli edifici sono erosi ed ingrigiti per il terribile inquinamento causato da una moltitudine di generatori di corrente invecchiati, che rumoreggiano ovunque nei frequenti black-out, e dal traffico convulso, per il repentino all'aumento della popolazione con i rifugiati interni dalle zone di guerra.

La povertà e l'indigenza si leggono nei volti smunti e nelle membra gracili di tanti bimbi e adolescenti malnutriti a causa dei prezzi esorbitanti dei prodotti alimentari, dovuti ad una inflazione ormai incontrollata (immaginate che voi per comprare un chilo di carne doveste spendere un sesto di uno stipendio di 1200 euro), nella mendicità dilagante di vecchi e bambini, nella penuria o pessima qualità di farmaci salvavita. Le sanzioni criminali inflitte dall'Occidente, nonostante tutti gli sforzi del governo e della collettività, provocano danni irrimediabili per le cure delle malattie infantili, del cancro etc, e contribuiscono ad far lievitare costantemente i prezzi e ad aumentare la corruzione e i traffici illegali ai danni soprattutto dei cittadini poveri, cioè della stragrande maggioranza. La sofferenza e lo scoramento traspare dallo sguardo degli adulti o nella prostrazione che si indovina osservando i soldati che da anni affrontano l'insensata efferatezza sanguinaria di un conflitto non cercato.

La guerra ha artigliato tutti indiscriminatamente. Non esiste famiglia che non abbia avuto lutti, perdite di vite giovani, lacerazioni. Ciò che colpisce maggiormente è il senso di solitudine, di abbandono che le persone provano perché sentono che il mondo resta indifferente alla loro tragedia e l'urgenza di raccontare, di essere ascoltate, confortate, comprese, accompagnate.

Eppure, nonostante tutto, a Latakia la bellezza e la dolcezza non sono morte.
Le ho incontrate nella gioia insperata e accogliente delle persone ritrovate dopo una lunga assenza, nell'abbandono confidente con cui mi hanno raccontato le loro pene, nell'abbraccio caloroso di nuovi incontri, nell'arte che continua a vivere indomita, nella forza generosa di chi si prodiga per i più deboli e nella compostezza di chi ha perso tutto ma non la dignità.

Il ghigno gelido della guerra non è riuscito a paralizzare Latakia. Come non c'è riuscito ad Aleppo, a Damasco, Homs, Hama e in tanti altri luoghi della Siria.
Latakia, come il resto della Siria, resiste. Nonostante i potentissimi e implacabili nemici.


In un parco che si affaccia sul mare, Al Batarni Park, ogni sabato prende vita un mercato, Suq al Dayaa, di prodotti agricoli biologici coltivati soprattutto da donne in piccoli orti dei villaggi circostanti, e creazioni artigianali di locali ma anche di rifugiati interni che provengono da Raqqa, Deir al Zor, Abu Kamal. Il mercato esisteva già prima della guerra. A dargli inizio è stata tra altri Zeina, che amante della natura incontaminata, gentile, fervida, un po' bizzarra e sempre sorridente, fa pensare a un folletto dei boschi. Con l'esplodere del conflitto, Al Batarni e il suq sono diventati anche un luogo di riunione e di solidarietà tra abitanti autoctoni e chi è giunto in città fuggendo la distruzione della guerra. E Zeina, di professione farmacista, ha dato in affitto la sua farmacia per occuparsi a tempo pieno dei derelitti.

Ho conosciuto Samir, di padre siriano e madre cubana, prima della guerra. Aveva 18 anni ed era arrivato poco tempo prima a Latakia da Raqqa, dove aveva frequentato il liceo e suo padre faceva il medico. Avevano la casa a Tell Abiad, sua madre si prodigava per i malati e gli indigenti del luogo ed era molto amata. Sono stati i concittadini sunniti ad avvisare la sua famiglia, quando corse il rischio di essere perseguitata dai terroristi, essendo il padre alawita e la madre cristiana, e aiutarla a fuggire. La fuga da Tell Abiad ad Aleppo durò tre giorni. E infine Samir riuscì a riabbracciarli a Latakia. Mi ero molto affezionata a questo ragazzo gentile. Adesso di anni ne ha 26 ed ha trascorso il tempo della guerra soccorrendo poveri e ammalati. É garbato, pieno di calore umano e divertente come 10 anni fa, ma quando abbassa le difese traspare una grande sofferenza. '' La guerra in un modo o nell'altro è stata sempre presente nella mia esistenza come in quella di questa terra – mi dice in un momento di abbandono – Palestina, Iraq e adesso Siria''. Gli ho suggerito di scrivere le sue esperienze. ''Se dovessi raccontare tutte le cose orribili che ho visto e che vedo, potrei scrivere un libro al giorno'', mi ha detto.
Samir e Zeina dispensano cure e affetto a bambini e adolescenti disagiati, sperduti, che la guerra ha ferito. Portano anche gioia e coraggio dentro l'ospedale oncologico, facendo i clown e dispensando colori e amore.
In Al Batrani, i bambini si incontrano, giocano, disegnano, fanno musica. E vi si allestiscono dei tavoli con i doni dei locali, abbigliamento ed altro, a cui ognuno attinge secondo necessità. Il tutto avviene con grande rispetto e delicatezza: niente fotografie dei bisognosi mentre ricevono gli aiuti e discrezione sui donatori, come è costume da queste parti.
Zeina e Samir, sempre sorridenti e rispettosi, coadiuvati da volontari si occupano di tutto.
L'ambiente, tra bancarelle colorate del suq, spezie odorose e alberi frondosi risulta accogliente. Riposante. Alcuni rifugiati di Abu Kamal mi raccontano delle persecuzioni che gli sono state inflitte dai terroristi e dei loro attuali disagi, ma con grande misura e pudore. Senza sfoggio di autocommiserazione. Avevano una casa, un lavoro, una vita normale, e sono dovuti fuggire con soltanto gli abiti addosso. Saputo che sono italiana, una donna mi dice sorridendo: ''abitiamo in un luogo molto umile, ma se vieni a trovarci ti farò la pizza''. E quando racconto di essere stata diverse volte ad Abu Kamal prima della guerra, un uomo mi invita: ''Quando finisce la guerra sarai ospite a casa nostra.''

Nizar Ali Badr, è uno scultore fiero delle sue origini ''ugaritiche''. L'amore per il proprio Paese è sconfinato e non potrebbe mai abbandonarlo, dice. Oltre a scolpire, narra storie con sassolini e ciottoli raccolti alle pendici del Jebel Aqra. Il monte Saphon dei testi di Ugarit. Dove Baal, dio della tempesta, aveva edificato un sontuoso palazzo, e l'imperatore Aureliano era salito per sacrificare agli dei quando il monte si chiamava Casius.
L'immagine può contenere: una o più persone e follaCon le pietre raccolte tra la spiaggia mediterranea e il monte che per millenni fu considerato sacro, Nizar racconta il dolore, la fatica del vivere, la sopraffazione, l'abbandono, la violenza della guerra, le odissee dentro fragili barche, ma anche l'amore, la gioia, la danza e la fascinazione per la natura e i suoi doni. Con il semplice uso di quei sassolini, inventa racconti pervasi di compassione, di intensa tenerezza, e di comunione con un mondo naturale ''antico'' di cui sembra percepire ogni respiro. Come nelle epopee ugaritiche. Come in Omero che canta l'Aurora dalle rosee dita.
Fino a qualche tempo fa le sue creazioni erano quasi sempre effimere come i sogni che svaniscono all'alba. Talvolta, duravano il tempo necessario per una fotografia, perché la colla adatta a legare le pietre non si trova in Siria (leggi embargo) o è troppo costosa (leggi mercato nero). 

Sono andata a trovarlo. Abita in una periferia tanto desolata che arrivandoci si è presi dallo sconforto. Ma dopo una ripida e difficile serie di rampe di scale sbrecciate in un alto caseggiato, si raggiunge la terrazza ed ecco un mondo straordinario abitato da sculture e da ciottoli riuniti a formare racconti intensamente, poeticamente evocativi. Sorridendo, mi ha confidato di aver scoperto una colla di cui però non svelerà mai il segreto. ''Non ti chiederò la sua composizione, ma certo mi piacerebbe sapere come ci sei arrivato'' lo provoco ridendo. ''Mi ha insegnato il Monte'' risponde serio. Il monte Saphon, che svetta solenne all'orizzonte nel sole al tramonto, sembra dominare la terrazza affollata delle sue pietre e ciottoli. Ed io, che per lunghi anni ho cercato storie straordinarie nelle montagne di Latakia e conosco bene i legami profondi di chi le abita con quell'universo, non mi meraviglio.

L'immagine può contenere: 1 persona, persona seduta, spazio all'aperto e natura
Nizar ha i polsi ricoperti da molteplici braccialetti di ciottoli ''Pesano un chilo'' mi dice, accostando le due braccia, e mostrandomi le mani che non possono toccarsi aggiunge:
''Così non posso prendere soldi dai corruttori''.
Le inique e ingiuste sanzioni europee colpiscono anche gli artisti che hanno scelto di restare in Siria, ed essi vivono spesso in povertà o quasi, data la disastrosa situazione economica interna. A Nizar Ali Badr, noto ed apprezzato all'estero, è stato negato il visto per recarsi in Portogallo, dove si svolgeva una mostra personale e un film dedicato alla sua opera.

Con i ciottoli crea anche immagini terribili di torture e prevaricazioni, di ecatombi per i bombardamenti, di gente in fuga dalla guerra e di profughi sperduti in mezzo al mare. 
Nei disegni dei bimbi che si radunano nel Parco Batarni figurano carri armati, aerei e altre macchine che uccidono, tende di chi ha perso la casa, insiemi di linee che sembrano indicare storie di vita cancellate o che si ha timore di rievocare. 

Ho visitato anche la mostra di un affermato scultore e pittore, Fouad Dahadouh. Sono le sue ultime opere. Pitture nel tempo della guerra. Quadri popolati di figure femminili che vegliano morti o feriti, donne afflitte ma solidali e forti, che fanno pensare al risveglio. Alla vita che si rinnova e rigenera. E rovine che però non sono mai completamente scure, abbuiate, desolate. E mi viene in mente che nei disegni dei bambini, nella sublime semplicità di Nizar Ali Badr, nei quadri di Fouad Dahadouh. negli incontri con Zeina che sembra un folletto e con Samir che balla quando la sua ambascia è troppo acuta, come negli uomini e donne con cui mi sono commossa e ho sofferto ascoltando le loro vicende travagliate ma anche riso sorseggiando caffè, ho visto l'essenza del popolo siriano: la loro empatia con la vita in tutte le sue forme, la forza interiore, lo stoicismo nelle avversità. É come se capissero che la furia oscura della guerra non riesce a estinguere la chiarità. Ecco perché la Siria non può morire.

Potrei chiudere qui, con questo pensiero positivo, in queste giornate di feste natalizie e di attesa del nuovo anno che arriva, ma non posso. A Latakia ho visto anche bambini che non vanno al Suq al Dayaa, che non disegnano sotto i rami frondosi del Parco Al Batrani. Bambini che non vanno a scuola perché la scuola è lontana e inaccessibile, tanti bambini che ho visto faticare al mercato e nella pescheria vicino a casa, bambini che vendono fiori, accendini, gomme americane nelle strade, bambini che chiedono l'elemosina e saranno maltrattati da chi li sfrutta se non rimediano dei soldi. Bambini che sarebbero abusati sessualmente, come qualcuno mi confida titubante, e bambini che hanno assistito a troppa violenza, soprattutto quelli provenienti dalle città della Jazira, e sono diventati violenti. Bambini senza la fortuna di genitori che pur nella povertà e nella sofferenza sanno essere amorevoli. Bambini che non vanno neppure bene nei post su Facebook come immagine di una Siria che vuol rinascere dalle ceneri.

Tutti questi bambini che hanno imparato presto le asprezze dell'esistenza e potrebbero diventare forti se solo venissero accolti e difesi, sono invece troppo spesso ignorati e lasciati soli o in balia di chi li crocifigge. L'ultima sera prima della mia partenza, con Samir abbiamo immaginato dei luoghi in cui essi possano sempre recarsi sentendosi amati, compresi e protetti, per superare i terribili traumi della guerra e tornare ad essere davvero bambini. 
Questa è una grande sfida che bisogna affrontare a Latakia e in tutta la Siria, senza perdere tempo. Senza attendere la fine della guerra.

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