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sabato 19 giugno 2021

Giornata Mondiale del rifugiato: i dati desolanti del Medio Oriente

 "Cessino le guerre, i conflitti e le tante sofferenze provocate sia dalla mano dell’uomo sia da vecchie e nuove epidemie e dagli effetti devastanti delle calamità naturali. Prego in modo particolare perché, rispondendo alla nostra comune vocazione di collaborare con Dio e con tutti gli uomini di buona volontà per la promozione della concordia e della pace nel mondo, sappiamo resistere alla tentazione di comportarci in modo non degno della nostra umanità." (Papa Francesco) 

L'Osservatore Romano, 18 giugno 2021

 Il Medio Oriente è una regione critica dal punto di vista delle migrazioni e la sua importanza è significativa perché, al tempo stesso, è meta e luogo di origine di un gran numero di migranti e rifugiati. Questi ultimi sono cresciuti enormemente negli ultimi decenni passando dai quasi quattordici milioni del 1990 ai poco più di quarantatré milioni del 2017, il diciassette per cento del totale globale di rifugiati e migranti. 

Le drammatiche vicende che hanno riguardato la Palestina, la guerra civile in Libano, in Iraq, e più di recente il conflitto in Siria hanno costretto milioni di persone a lasciare le proprie case ed a cercare rifugio altrove. Più di sei milioni e mezzo di siriani hanno lasciato il proprio Paese dal 2011 ed altri sei milioni e mezzo hanno dovuto spostarsi in un’altra regione della nazione. La grande maggioranza dei rifugiati, circa cinque milioni e mezzo, ha trovato rifugio nei Paesi vicini tra i quali ci sono Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. Il novantadue per cento di costoro vive in ambienti rurali oppure urbani mentre appena il cinque per cento vive nei campi profughi. La povertà, però, li colpisce tutti indistintamente dato che più del settanta per cento dei rifugiati siriani vive in povertà, con un accesso limitato ai servizi di base ed all’educazione. 

I governi della Giordania e del Libano hanno dovuto gestire un massiccio afflusso di rifugiati siriani proprio quando le risorse interne si sono trovate in una fase calante. Gli esecutivi, in assenza di una soluzione regionale per risolvere la crisi e temendo una lunga permanenza dei rifugiati, hanno reagito con il paradigma della non integrazione e tentando di far tornare i rifugiati al Paese di origine anche limitando l’accesso di costoro ai servizi e minandone i diritti. I confini, in precedenza aperti, sono stati posti sotto stretto controllo oppure chiusi. Queste restrizioni, però, si sono rivelate inefficaci ed hanno facilitato il traffico di esseri umani. I rifugiati siriani in Libano sono arrivati a vendere, a causa della disperazione, parti del proprio corpo nell’ambito del traffico di organi per riuscire a sostentare se stessi e le proprie famiglie.

La triste condizione dei siriani non appare troppo dissimile da quella dei rifugiati palestinesi, che hanno perso quello che avevano a causa del conflitto Arabo—Israeliano del 1948. I rifugiati palestinesi vivono perlopiù a Gaza, in Cisgiordania, in Libano ed in Giordania. Quattrocentocinquantamila palestinesi vivono da generazioni nei dodici campi che si trovano in Libano, dove il sovraffollamento e le infrastrutture disastrate hanno creato condizioni di vita poco sicure. 

Negli altri quarantasei campi sparpagliati tra Gaza, Giordania e Cisgiordania vivono invece un milione di palestinesi che, qualora il Paese ospitante si trovi ad affrontare una crisi, vengono deprivati per mesi dei servizi essenziali come l’elettricità. La nazione che ha ricevuto il numero più ampio di rifugiati palestinesi in seguito alla guerra del 1948 è la Giordania. Qui ai rifugiati si sono uniti quei Palestinesi cacciati dalla Cisgiordania dopo il 1967 ed entrambi i gruppi costituiscono il quarantaquattro per cento della popolazione giordana.  In Giordania la maggior parte dei rifugiati palestinesi ha la cittadinanza anche se quei pochi che non la posseggono, provenienti da Gaza o dalla Siria, sono trattati come residenti provvisori e non dispongono della maggior parte dei diritti e dei servizi. In Libano, invece, le condizioni dei rifugiati palestinesi sono estremamente precarie e la legislazione ne vieta l’accesso all’impiego ed ai servizi governativi. 

In Siria i palestinesi venivano trattati come i cittadini siriani ma il conflitto ne ha compromesso la sicurezza e li ha spinti a cercare rifugio nei Paesi vicini e all’estero. In Palestina, infine, i rifugiati devono fare i conti con i limiti alla libertà di movimento e con un’economia derelitta. I Palestinesi in Libano non sono mai stati riconosciuti come meritevoli di pieni diritti dal governo locale anche per il ruolo giocato dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nell’ambito della Guerra Civile Libanese. La pandemia, se possibile, ha reso le cose ancora più difficili anche se molte persone, come la maggior parte dei residenti del campo di Burj Barajneh, che si trova a sud di Beirut, deve affrontare problemi esistenziali ben più gravi della possibilità di essere infettati dal coronavirus. Molti fanno affidamento sulle donazioni di cibo da parte delle organizzazioni ed anche il latte è diventato un alimento di lusso e non possono contare sull’economia del Libano, già in crisi e devastata dall’esplosione al porto di Beirut nell’agosto del 2020.

campo profughi palestinese di Burj al-Barajneh

La situazione in Iraq è particolarmente preoccupante e coinvolge più di nove milioni di cittadini che sono diventati migranti interni o rifugiati all’estero. Il dramma è stato provocato dalla guerre e dai problemi economici che, sin dai primi anni Ottanta, coinvolgono la nazione mediorientale.  L’invasione americana del 2003 ed i successivi combattimenti contro lo Stato Islamico sono stati fattori aggravanti e l’impatto sulle comunità locali è stato significativo. Artisti, ingegneri, avvocati e medici sono stati tra i primi a fuggire e questa migrazione ha provocato il collasso delle istituzioni culturali irachene e della classe media. L’Iraq ha visto il più alto numero di rifugiati ed il più alto tasso di persone disperse degli ultimi anni e questo fenomeno non si è ancora interrotto. I rifugiati iracheni sono sull’orlo del collasso nervoso ed attendono che l’incubo che stanno vivendo possa avere fine. Il grosso dei combattimenti è ormai terminato ma le conseguenze degli scontri sono ancora presenti e dovranno essere affrontate in breve tempo se si vorrà porre fine a questa grave emergenza umanitaria. 

In Yemen, dopo sei anni di conflitto catastrofico, milioni di persone non riescono a procurarsi il cibo necessario per sopravvivere ed il Paese è diventato oggetto della più grande crisi umanitaria mondiale. Quattro milioni di persone sono diventate rifugiate, loro malgrado, all’interno della propria nazione ed un milione tra loro vive in campi dove regna la disorganizzazione e dove non vengono soddisfatte nemmeno le necessità di base. Venti milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari, dodici di loro in maniera urgente ed il collasso dell’economia è stato esacerbato dal Covid-19. Otto persone su dieci vivono sotto la soglia di povertà ed un bambino, ogni dieci minuti, muore per una malattia che in altri tempi sarebbe stata curabile.

di Andrea Walton

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-136/medio-oriente-br-tra-guerra-e-poverta.html

martedì 15 giugno 2021

Il Monastero delle Trappiste in Siria, un’oasi dentro il deserto

Presentiamo un bell'aggiornamento della vita delle Sorelle in Siria, tratto da una cronaca inviata alla casa-madre italiana, la Trappa di Valserena.


Nonostante questi tempi difficili per tutti, la vita ad Azer continua, ed è sempre vivace e in crescita l’accoglienza al monastero di persone e gruppi per ritiri e giornate di preghiera. Vengono un po’ da tutta la Siria (compatibilmente con la disponibilità di benzina), in particolare dalla parrocchia latina di Lattakie. Pur essendo a due ore di strada, i Francescani che reggono la parrocchia portano volentieri da noi i loro fedeli, assicurandoci così ogni tanto anche la Messa e le confessioni. Siamo particolarmente grate per aver avuto la presenza di un altro sacerdote francescano, che è invece ad Aleppo, durante il Triduo e la veglia pasquale. Abbiamo ospiti anche da Homs e da Damasco, grazie a Dio Azer si trova un po’ al centro della Siria… 

Sempre numerose sono anche le richieste di partecipare alla nostra preghiera da parte di religiose e religiosi, sacerdoti e consacrati. Il nostro Vescovo, Mons. George Abou Khazen, ci conferma nella bontà di questo sforzo “che offre la possibilità di un’oasi dentro il deserto”, e ci permette di testimoniare la tradizione benedettina dell’accoglienza, che cerchiamo di vivere come meglio possiamo, ( per noi che siamo poche è un lavoro impegnativo, ma che viviamo con gioia e aiutandoci reciprocamente) . 

Forse può stupire che il monastero in questi tempi di Covid non abbia chiuso agli ospiti, ma in generale in Siria non c’è stata una vera chiusura della vita pubblica, e neppure delle chiese, se non per brevi periodi o in modo molto parziale. In Siria il virus ovviamente è arrivato, ed ha fatto molte vittime. Ma dopo un primo periodo di allarme, l’anno passato, la gente si è abituata a convivere anche con questo rischio, che alla fine è uno fra i tanti. Come può un padre di famiglia che guadagna 50000 lire al mese, spenderne 200 al giorno per ogni componente della famiglia, per comprare delle mascherine? Cioè diciamo almeno mille lire se ha tre figli? Come può la gente non lavorare, se già non sa come portare a casa da mangiare? 

Da parte nostra, abbiamo esercitato un po’ di prudenza e per il resto abbiamo avuto dosi industriali di vitamine dai nostri agrumi; Adriana ci affumica di eucaliptus i polmoni; Marita ci distribuisce tisana di rosmarino come antibiotico tutte le mattine… e soprattutto siamo convinte che Maria e san Giuseppe abbiano steso un velo di misericordia sulla nostra comunità. Perchè accogliamo la gente normalmente, da qualunque parte della Siria venga. Non osserviamo particolari distanze, e non utilizziamo la mascherina, anche quando andiamo fuori per delle spese, come del resto la maggior parte dei siriani, almeno nelle campagne. 


La situazione della Siria si è fatta molto grave, quasi più che durante la guerra vera e propria (che tra l’altro non è ancora veramente finita…). L’impoverimento è generale, l’inflazione alle stelle (la lira siriana è scambiata a 3000 rispetto al dollaro, quando durante gli anni più duri si era arrivati al massimo a 600/650). Un litro di olio di semi, si compra a 20000 lire, un chilo di lenticchie a 4000 e uno di farina a 1500! I poveri sono sempre più poveri, ed ora il ceto medio non ce la fa a garantire tutti i pasti… Le mafie imperversano, e guadagnano, ma nel Paese mancano benzina, gas, gasolio, a volte anche farina e quindi pane, medicine, pezzi di ricambio. Manca il potere di acquisto, e quindi non c’è mercato e diminuisce il lavoro… Partono i pochi medici rimasti. Partono i giovani, soprattutto i cristiani. Partono famiglie intere. Un altro esempio: le scuole ora sono chiuse, ma non per il virus, ma perché studenti e insegnanti non trovano benzina per andare a scuola, e non c’è gasolio per dare corrente e luce. 

Purtroppo gli avvenimenti di geopolitica non promettono nulla di buono: prima l’attentato al porto di Beirut, che ha colpito pesantemente tutta l’economia regionale; poi l’inasprimento del confronto con Russia e su altri fronti; la richiesta di nuovi corridoi umanitari in Siria (cioè canali per fare entrare ancora armi...) e così via… E le sanzioni internazionali che soffocano la vita.

Ci sono state le elezioni, che non commentiamo perché troppe parole sono già state spese un po’ inutilmente: la vera aspettativa è “il dopo”, è vedere se e come cambierà qualcosa in questi mesi…. E ciò dipenderà molto, come sempre, da cosa decideranno i paesi “altri” rispetto alla Siria. 

Nel frattempo la speranza è una vera sfida, una virtù da chiedere al Signore, per tutti. 

 Sperare vuol dire anche che… abbiamo piantato molti melograni e mandorli, un modo di poter guadagnare qualcosa dalla terra. E che continuiamo a cercare sbocchi sul mercato, in Europa, per il sapone di Aleppo, che Valserena ci sta aiutando a mettere in regola per le normative commerciali, per guadagnarci da vivere.

Sperare vuol  dire che stiamo imparando a fare l’aceto in casa, che coltiviamo fagioli e legumi in quantità, e facciamo il formaggio da sole… perchè costa tantissimo! e a volte non si trova neppure… stiamo cercando di sfruttare quanto la natura ci dona, per noi e per gli altri. Tanti ormai ci chiedono l’aloe per curarsi, e probabilmente dovremo produrre per noi e per loro la medicina naturale.

Sperare vuol dire… avere il monastero pieno di braccialetti, che qualche donna del villaggio confeziona lavorando a casa, col nostro aiuto, e che speriamo prima o poi di vendere… 

Con gli aiuti che ci vengono dall’Italia e dai benefattori, cerchiamo, come possiamo, di garantire un po’ di lavoro almeno a qualcuno; di aiutare chi è nella necessità per cure mediche, per interventi urgenti che non possono pagare; di aiutare i giovani per pagare i trasporti o le tasse scolastiche, perché non lascino il paese. Le necessità sono sempre tante, ed anche se vorremmo inventarci qualche forma di lavoro per aiutare, la mancanza di mercato blocca un po’ le iniziative. (…)

potete acquistare il sapone di Aleppo delle Trappiste a questo indirizzo: https://www.prodottivalserena.com/prodotto/sapone-di-aleppo/ 

Anche i Padri Francescani di Aleppo, con l’aiuto della bella stagione e delle giornate più lunghe, stanno adottando il monastero, e avremo la gioia di ospitare la loro settimana di ritiro in ottobre, potendo partecipare con loro alle meditazioni che si faranno e celebrando insieme la festa di San Francesco !

Da loro, stiamo per ricevere in dono – con molta gratitudine!- le campane per la chiesa del nostro monastero, che speriamo proprio di poter finalmente costruire.

Affidiamo alla vostra preghiera la costruzione della chiesa, così necessaria per noi e gli ospiti, che la sollecitano giacchè la nostra attuale cappellina è davvero minuscola: segno di speranza per gli uomini ma anche di gloria per Dio, senza il quale non avremmo né respiro, né vita, né esistenza alcuna … 

  Le Sorelle di Azer 


Per donazioni ai progetti delle Monache Trappiste della Siria : https://www.nostrasignoradellapace.it/progetti/siria/


domenica 13 giugno 2021

Lettera di Padre Daniel: il dramma dei cristiani in Medio Oriente

 

Cari amici,

vorrei oggi evidenziare la sistematica scomparsa dei cristiani in Medio Oriente.

Mentre l'Occidente si sta fortemente "islamizzando" e il mondo arabo si sta "re-islamizzando", la sopravvivenza dei cristiani in Medio Oriente è minacciata da decenni. I cristiani lì hanno sempre dato un grande contributo all'unità, alla pace e alla costruzione della società. Il loro contributo è sempre stato molto più grande di quanto la loro percentuale farebbe pensare.
I sionisti vogliono uno stato ebraico puro, che non ha nulla a che fare con l'autentica fede ebraica o con le promesse bibliche al popolo ebraico. Al contrario. Per inciso, molti palestinesi hanno apparentemente più sangue ebreo degli stessi sionisti, quindi i sionisti sono i veri antisemiti. I rabbini di Neturei Karta (nkusa) continuano giustamente a denunciare l'abominio dei sionisti.

Dopo aver fallito nell'introdurre i palestinesi (sunniti) nella regione più fertile della Siria, H. Kissinger ne ha organizzato un trasferimento in Libano. Il Libano cristiano, una volta "la Svizzera del Medio Oriente", è diventato un paese prevalentemente sunnita a causa della guerra del 1975-1990, anche se il suo cuore rimane cristiano. Dopo il recente attacco al porto di Beirut, in cui il quartiere cristiano è stato il più colpito, i sunniti hanno ricevuto aiuti sostanziali mentre la comunità internazionale non vuole dare aiuto ai cristiani.

C'erano 2 milioni di cristiani in Iraq. Colin Powell, all'ONU, ha potuto vendere le sue mostruose bugie sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq a tutti i leader del mondo come giustificazione per la distruzione del paese sotto lo slogan 'per la libertà dell'Iraq'! Nel frattempo, rimangono da 2 a 300.000 cristiani e la Sharia è stata inserita nella costituzione, rendendo i cristiani cittadini di serie B. La recente visita di Papa Francesco in Iraq è stata accolta da tutti ed è stata certamente un incoraggiamento, ma alla fine non ha cambiato la drammatica situazione dei cristiani.


Alla domanda su cosa possiamo fare per i cristiani in Siria, la risposta è: “Pregate per noi!”

Quando sono arrivato in Siria, poco prima della guerra, c'erano anche 2 milioni di Cristiani. Ora ce ne sono appena 1/3, o circa 700.000. L'Occidente non è riuscito a sostituire la società armoniosa in Siria con un regime islamico fanatico che crea il caos desiderato. L'Occidente ha perso la sua guerra militare contro la Siria. Le ultime elezioni presidenziali siriane hanno dimostrato in modo schiacciante che il popolo rimane unito insieme all'esercito, al governo e al presidente, nella lotta contro tutti i tentativi stranieri di distruggere questo stato laico armonioso.

Tuttavia, la guerra economica dell'Occidente contro la Siria sta strangolando la vita. Molti cristiani sono tra i più istruiti, come gli ingegneri e i farmacisti. Quando i loro figli non vedono un futuro, molti si sentono costretti a trasferirsi all'estero, mentre altri vogliono deliberatamente rimanere per aiutare a ricostruire il paese.

I Curdi, sostenuti dagli Stati Uniti, occupano circa 1/3 del paese ( nel NO) e si spartiscono i pozzi di petrolio più ricchi. Non ci sarà mai un Kurdistan indipendente perché la Turchia lo impedirà con ogni mezzo, a causa della possibile ripercussione sui curdi turchi. In questa regione, dove una volta il cristianesimo era così fortemente presente con l' aramaico, la lingua di Gesù, i cristiani sono stati cacciati, assassinati o sono scomparsi. Nel frattempo c'è una rinascita di tutti i tipi di gruppi islamici e fanatici. Il taglio del raccolto e il furto del grano da parte degli Stati Uniti e della Turchia continuano senza sosta, ad opera di terroristi specializzati. A quale movimento appartengano fa poca differenza: se sono sostenuti dalla Turchia o dagli Stati Uniti e se sono Al-Qaeda o ISIS non fa differenza. Hanno tutti gli stessi metodi raccapriccianti e gli stessi obiettivi. E i cristiani saranno sempre tra i gruppi di popolazione più in pericolo.

Il lato positivo è che i cristiani sono davvero accettati e apprezzati dallo stesso popolo siriano. Puoi anche vedere come nelle principali feste cristiane i canali nazionali trasmettono le bellissime funzioni con apprezzamento e come i cristiani vivono la loro fede con orgoglio e libertà. Il piccolo gruppo di cristiani ortodossi che quest'anno ha celebrato il Venerdì Santo nelle strade di Aleppo e Damasco ha dato l'impressione che fosse una celebrazione popolare di tutta la Siria! La fede e la religione nello stato laico (musulmano) siriano è circa l'opposto dell'incolore 'fede e religione' in certe chiese europee.



La Siria è la culla della civiltà umana e la culla delle grandi religioni, soprattutto del cristianesimo. Forse la più grande tragedia è l'indifferenza dell'Occidente e della cristianità occidentale di fronte alla graduale scomparsa o allo sterminio dei cristiani. Gli appelli dei patriarchi o delle comunità religiose orientali alla gerarchia o alle comunità religiose occidentali semplicemente non vengono ascoltati e non ricevono risposta. L'Occidente non sembra interessato a vedere tagliare le radici dell'albero in modo che alla fine tutto l'albero appassisca.

  Padre Daniel , Qara, 11 giugno 2021

lunedì 7 giugno 2021

In Memoria di un servo fedele e giusto, mons Jacob Behnan Hindo, vescovo emerito di Hassake


Con affetto e gratitudine OraProSiria accompagna nella preghiera l'ultimo viaggio del Vescovo della Chiesa siro-cattolica Mons. Behnan Hindo, chiedendo alla Sua anima buona e fedele di intercedere per ottenere all'amata Siria il miracolo della tanto agognata pace. 

Sono numerose le sue coraggiose testimonianze circa la situazione dei Cristiani nella Regione del Jazira ora occupata dalle forze Curde. Ne potete trovare alcune raccolte qui  sul nostro sito.

Riportiamo a sintesi la frase che mons Hindo pronunciò in uno degli ultimi incontri pubblici in Italia:

"Il nostro futuro? Proprio come il nostro passato: un cammino verso il martirio. È stato così per quattordici secoli, sarà così anche il prossimo. Non c'è niente di nuovo per noi. Noi lo sappiamo. Noi portiamo la croce. Con questa Croce, vinceremo". 

Ci è caro ricordare le ultime parole che gli scrisse uno dei suoi figli spirituali, Padre François di Gesù Bambino Murad , di cui ricorderemo il martirio, avvenuto per mano dei cosiddetti 'ribelli liberi' il giorno 23 giugno 2013 a Ghassanie:

«Monsignore," Barekh Mor " (espressione siriaca in uso che significa" Benedici, o Signore "). Gli avvenimenti precipitano e penso che siamo entrati in una fase decisiva della nostra lotta. Dopo aver bruciato la chiesa greca (bizantina) e distrutto il santuario mariano dei Latini, hanno saccheggiato tutto e distrutto il mio convento e quello dei protestanti. Hanno fracassato e bruciato tutti i simboli religiosi del villaggio e imbrattato con bestemmie contro la nostra religione. Cercano di sopprimerci, ma qualsiasi cosa facciano, non potranno nulla contro la nostra fede fondata sulla Roccia di Cristo . Voglia Dio che Egli ci conceda la grazia di provare l'autenticità del nostro amore per Lui e per gli altri. Siate certi che io offro la mia vita con tutto il cuore per il bene della Chiesa e la pace nel mondo e soprattutto nella nostra amata Siria. Preghi per me. ".