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martedì 2 ottobre 2018

Ad Aleppo, un lavoro educativo


di Pierre le Corf
Pubblico poco ma va tutto bene, ho solo un sacco di lavoro invisibile per il momento.
Abbiamo un programma con i bambini per sensibilizzare alla non violenza in generale, sia nei confronti delle persone che verso animali, in particolare dei gatti, cani e uccelli.
L'immagine può contenere: 2 persone, bambino e spazio all'apertoL'immagine può contenere: una o più personeL'immagine può contenere: 1 persona, bambino
L'immagine può contenere: una o più persone, persone sedute, bambino e spazio al chiusoL'immagine può contenere: una o più persone e persone seduteL'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso

Non c'è solo molta violenza all'interno di alcuni bambini a causa della guerra, ma anche un sacco di incomprensioni e di ignoranza. Chi ruba un uovo oggi poi ruberà un bue, chi batte un animale adesso, poi sfogherà la sua violenza altrove e sugli altri in futuro. Un giorno sui suoi figli? Su sua moglie?
Per quanto riguarda i bambini che ho in classe o nei miei programmi, si tratta di dare loro alternative di vita, insegnando loro a fare scelte positive e ad esternare ed espellere ciò che li ferisce, altrimenti le stesse armi che li hanno feriti loro le useranno per ferire altri.
Nel frattempo il nostro rifugio è sempre aperto, la nostra strada viene sempre bombardata, è successo sia ieri che l'altro ieri, ma tutto va bene.
We are superheroes

domenica 30 settembre 2018

Accogliamo l’invito alla preghiera alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo che ci viene dal Sommo Pontefice

... nella coscienza che il compito che ci è assegnato è proprio la creazione di spazi di verità, di fede e di carità


L'inno ' Sub tuum praesidium' in arabo 

Comunicato della Sala Stampa della Santa Sede
Il Santo Padre ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di ottobre; e a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi.
Nei giorni scorsi, prima della sua partenza per i Paesi Baltici, il Santo Padre ha incontrato padre Fréderic Fornos S.I., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera per il Papa; e gli ha chiesto di diffondere in tutto il mondo questo suo appello a tutti i fedeli, invitandoli a concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub Tuum Praesidium”, e con la preghiera a San Michele Arcangelo che ci protegge e aiuta nella lotta contro il male (cfr. Apocalisse12, 7-12).
La preghiera – ha affermato il Pontefice pochi giorni fa, l’11 settembre, in un’omelia a Santa Marta, citando il primo libro di Giobbe - è l’arma contro il Grande accusatore che “gira per il mondo cercando come accusare”. Solo la preghiera lo può sconfiggere. I mistici russi e i grandi santi di tutte le tradizioni consigliavano, nei momenti di turbolenza spirituale, di proteggersi sotto il manto della Santa Madre di Dio pronunciando l’invocazione “Sub Tuum Praesidium”.
L’invocazione "Sub Tuum Praesidium" recita così:
“Sub tuum praesidium confugimus Sancta Dei Genitrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo Gloriosa et Benedicta”.
[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine Gloriosa e Benedetta].
Con questa richiesta di intercessione il Santo Padre chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare perché la Santa Madre di Dio, ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato e impegnata a combattere senza nessuna esitazione perché il male non prevalga.
Il Santo Padre ha chiesto anche che la recita del Santo Rosario durante il mese di ottobre si concluda con la preghiera scritta da Leone XIII:
“Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque, Princeps militiae caelestis, Satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute, in infernum detrude. Amen”.
[San Michele Arcangelo, difendici nella lotta: sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio. Supplichevoli preghiamo che Dio lo domini e Tu, Principe della Milizia Celeste, con il potere che ti viene da Dio, incatena nell’inferno satana e gli spiriti maligni, che si aggirano per il mondo per far perdere le anime. Amen].

martedì 25 settembre 2018

Nella tana qaedista di Idlib una sparuta comunità di Cristiani vive e testimonia la propria fede

Testimonianza dalla roccaforte jihadista di Idlib: “Resteremo cristiani fino alla morte”

Da Knayeh, non distante da Idlib, ultima roccaforte dei ribelli anti-Assad e dei jihadisti filo-qaedisti del fronte Hayat Tahrir al-Sham (al-Nusra), arriva la testimonianza dei pochi cristiani rimasti sostenuti dagli unici religiosi, due frati della Custodia di Terra Santa, rimasti al loro fianco, padre Hanna Jallouf e padre Louai Bsharat. Minacciati da rapimenti e omicidi, privati di case e terreni, tollerati nel culto sottoposto a rigide restrizioni: "Ai fondamentalisti diciamo che siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte. Anche se nella sofferenza viviamo un tempo di grazia"

di Daniele Rocchi
Agensir, 25 settembre 2018

Ringraziamo il Signore che ancora siamo vivi”. La voce di padre Hanna Jallouf, 66 anni, francescano siriano della Custodia di Terra Santa, è quella dei cristiani che vivono nei villaggi di Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh che si trovano nella zona di Idlib, nel nord della Siria, ultimo bastione degli oppositori al presidente siriano Assad e dei terroristi islamisti. Qui, a poca distanza dal confine turco, si sono concentrati, in questi anni di guerra, decine di migliaia di combattenti, anche stranieri, del fronte Hayat Tahrir al-Sham – gruppo jihadista di ideologia salafita, affiliato ad Al-Qaeda ed erede del meglio conosciuto Jabhat Al Nusra – decisi a non arrendersi all’esercito regolare siriano e ai suoi alleati russi e iraniani. Nei giorni scorsi si era parlato di un’imminente attacco volto alla riconquista della roccaforte jihadista poi rientrato in seguito al vertice di Sochi, sul Mar Nero, durante il quale il presidente russo Putin e il leader turco Erdogan hanno trovato un accordo per creare, intorno a questa area contesa, una zona demilitarizzata. L’accordo dovrebbe portare al “ritiro di tutti i combattenti radicali” da Idlib, scongiurando una crisi umanitaria di vaste proporzioni dal momento che nell’area vivono anche due milioni e mezzo di siriani, molti dei quali sfollati interni.
Una sofferenza comune. L’accordo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a padre Hanna, e al suo confratello Louai Bsharat, gli unici religiosi cristiani rimasti a Knayeh e Yacoubieh, nei conventi di san Giuseppe e di Nostra Signora di Fatima. Allontanato per ora lo spettro di nuovi combattimenti, sul terreno restano i problemi di sempre e “condizioni di vita sempre più dure man mano che sale la tensione”.
Non sappiamo come andrà a finire – dice padre Hanna che è parroco latino di Knayeh – i ribelli non intendono né arrendersi né ritirarsi. Se lo facessero tutti noi che viviamo qui, cristiani e musulmani, ne trarremmo giovamento. Anche i nostri fratelli musulmani soffrono molto. Vengono costretti ad andare in moschea e a seguire pratiche che sono solo nella mente di questi fanatici”.
Cristiani vittime di rapimenti e omicidi. Dal canto loro i cristiani di Knayeh e Yacoubieh vivono rintanati in casa terrorizzati. “La paura è enorme per le nostre comunità già povere – dichiara il frate -. Gli aiuti non arrivano come un tempo e sono iniziati i rapimenti  non conosciamo gli autori di questi crimini, se siano semplici malviventi o membri delle milizie che controllano la zona. Alcuni giorni fa è stato rapito il nostro avvocato e la famiglia ha dovuto sborsare circa 50mila dollari per il suo rilascio. Una cifra enorme”. Anche padre Hanna ha vissuto l’esperienza del rapimento: venne prelevato da miliziani del fronte Jahbat Al-Nusra, nell’ottobre del 2014, con 16 parrocchiani. “Dopo diversi giorni sono stato riportato al mio convento di Knayeh”, ricorda il religioso.
Volevano costringerci alla conversione e prenderci il convento. Ma siamo rimasti saldi nella fede e tornati a casa più forti e motivati di prima”.
Adesso ai rapimenti si sono aggiunte le esecuzioni sommarie e gli omicidi: Il 19 settembre – rivela padre Hanna – un uomo, da sempre vicino alla nostra parrocchia, è stato ucciso. La sua unica colpa? Quella di aiutare i cristiani”. Nella comunità locale cresce la paura e nessuno vuole uscire più. “Nessuno va più a lavorare i propri terreni. Dentro casa si sentono più al sicuro”. Tuttavia i timori vengono messi da parte quando si tratta di andare a messa. “Ogni giorno vengono in chiesa almeno 50-60 persone. La domenica sono molte di più perché arrivano anche dai villaggi vicini. I cristiani che vivono nei tre villaggi – spiega padre Hanna – sono circa 1.100, tra latini, armeno ortodossi e greco ortodossi”.
La loro sofferenza non è di oggi. “Viviamo così dal 2011, dall’inizio della guerra. Qui sono passati tutti i gruppi di ribelli e terroristi, da Isis fino ad al-Nusra e Hayat Tahrir al-Sham – sottolinea il francescano -. Tutti i preti e i sacerdoti che c’erano sono andati via o fuggiti. Molte chiese e luoghi di culto armeni e greco ortodossi sono stati distrutti o bruciati. Tra questi anche il nostro convento di Ghassanie. Siamo rimasti due frati in due conventi e cerchiamo di assistere materialmente e spiritualmente i cristiani. La vita è difficile, manca praticamente tutto, i prezzi per acquistare i beni necessari sono altissimi. Non abbiamo elettricità e acqua corrente”.
I miliziani di al Nusra hanno preso le nostre terre, anche quelle dei conventi, e hanno cacciato i cristiani dalle proprie case per dare alloggio ai loro profughi e ai loro combattenti”.
Gli aiuti ai cristiani locali arrivano dalla Custodia di Terra Santa e dalla sua ong “AtsPro Terra Sancta”: “Ogni mese – racconta padre Hanna – riusciamo a dare alle nostre famiglie, circa 260, beni di prima necessità come medicine e latte oltre a voucher per acquistare gasolio per elettricità e riscaldamento, vestiti e libri scolastici. Abbiamo organizzato anche un servizio per portare i bambini a scuola. Le scuole non danno sostegno che per il Corano, l’arabo, l’inglese e la matematica. Ai nostri alunni diamo anche altro materiale di studio ma all’insaputa dei gruppi fondamentalisti che controllano la zona. Se lo sapessero sarebbe un guaio per noi”.
Testimonianza e martirio. 
Nella tana del fronte qaedista Hayat Tahrir al-Sham questa sparuta comunità di poco più di 1000 cristiani vive e testimonia la propria fede, anche se le restrizioni sono tante. 
Le nostre celebrazioni sono tollerate solo se svolte all’interno della chiesa, ma ci è vietato esporre all’esterno croci, statue dei santi, immagini sacre, suonare campane”, spiega il parroco, che poi rivela: “Due mesi fa sono stato convocato dal tribunale religioso dove mi è stato intimato di non vestire più l’abito da frate in quanto segno religioso indicante la fede cristiana. Così mettiamo il saio in valigia quando dobbiamo muoverci e lo indossiamo nelle zone dove ci è permesso”.
Padre Hanna sa bene che questo è il prezzo da pagare da chi ha scelto di    “restare tra la nostra gente e il nostro popolo. Restiamo saldi nella fede con la nostra comunità. Qui è nato il cristianesimo, qui sono le nostre radici. A 500 metri da Knayeh, nella strada che da Apamea portava ad Antiochia è passato san Paolo. Ai fondamentalisti diciamo che siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte. I nostri avi sono nati e morti qui. Così faremo anche noi”.
 “La situazione è grave – conclude padre Jallouf – ma continuiamo a pregare e sentiamo ogni giorno sentiamo la mano di Dio che veglia su di noi. Preghiamo per la pace in Siria, perché finisca questa strage inutile.   Abbiamo paura del futuro ma nel dolore e nella sofferenza viviamo un tempo di grazia”.

sabato 22 settembre 2018

La 'Grande Israele': la guerra alla Siria come parte del processo di espansione territoriale israeliana.

Come introdotto nel precedente articolo sul 'piano Feltman-Bandar' , proponiamo una seconda chiave di lettura degli attuali eventi, nel contesto del  Piano per il 'Grande Medio Oriente' , o meglio il 'Grande Israele'.   A questo 'piano' si riferiscono le parole dell'ambasciatore siriano presso le Nazioni Unite Bachar al-Jaafari, pronunciate il 18 settembre 2018 all'indomani dell'attacco israeliano sulla città di Latakia : 
"Questi governi hanno voluto questa guerra contro il mio paese per influenzare la politica adottata dal suo governo e per cambiare la sua identità nazionale, al fine di servire il progetto di un nuovo Medio Oriente composto da entità o stati deboli e permanentemente in conflitto, fondati su una base religiosa, settaria o etnica, che imita il progetto sionista di uno Stato-nazione del popolo ebreo in Israele, che nega il diritto del popolo palestinese a uno Stato indipendente. Quindi tutta la storia si riassume nella Palestina. L'intera storia si riassume a Palestina e Israele!" 

"Grande Israele": il piano sionista per il Medio Oriente

Introduzione di Michel Chossudovsky
Il seguente documento relativo alla formazione della "Grande Israele" costituisce la pietra angolare di potenti fazioni sioniste all'interno dell'attuale governo Netanyahu, del partito Likud, nonché all'interno dell'establishment militare e dell'intelligence israeliani .
Il presidente Donald Trump ha confermato senza mezzi termini il suo sostegno agli insediamenti illegali di Israele (ivi compresa la sua opposizione alla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, relativa all'illegalità degli insediamenti israeliani nella West Bank occupata). Inoltre, spostando l'ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme e permettendo l'espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati e non solo, il presidente degli Stati Uniti ha fornito una approvazione di fatto del progetto "Greater Israel" (Grande Israele) come formulato nell'ambito del Piano Yinon.
Tenete a mente: questo progetto non è strettamente un progetto sionista per il Medio Oriente, esso è parte integrante della politica estera degli Stati Uniti, ovvero l'intento di Washington di fratturare e balcanizzare il Medio Oriente. La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele ha lo scopo di innescare l'instabilità politica in tutta la regione.
Secondo il padre fondatore del sionismo Theodore Herzl, "l'area dello Stato ebraico si estende: "Dal ruscello dell'Egitto fino all'Eufrate". Secondo Rabbi Fischmann, "La Terra Promessa si estende dal fiume dell'Egitto (il Nilo) fino all'Eufrate, includendo parti della Siria e del Libano".
Visto nel contesto attuale, compreso l'assedio su Gaza, il Piano Sionista per il Medio Oriente intrattiene uno stretto rapporto con l'invasione dell'Iraq del 2003, la guerra del Libano del 2006, la guerra in Libia del 2011, le guerre in corso in Siria, Iraq e Yemen, per non parlare della crisi politica in Arabia Saudita.
Il progetto "Greater Israel" consiste nell'indebolire ed infine nel fratturare i vicini stati arabi come parte di un progetto espansionista israeliano-statunitense, con il sostegno della NATO e dell'Arabia Saudita. A questo proposito, il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Israele è dal punto di vista di Netanyahu un mezzo per espandere le sfere di influenza di Israele nel Medio Oriente e affrontare l'Iran. Inutile dire che il progetto "Greater Israel" è coerente con il disegno imperiale americano.
"Greater Israel" consiste in un'area che si estende dalla Valle del Nilo fino all'Eufrate. Secondo Stephen Lendman : "Un secolo fa, il piano dell'Organizzazione Sionista Mondiale per uno Stato Ebraico includeva:
La Palestina storica;
Il Libano meridionale fino a Sidone e al fiume Litani;
Le alture del Golan in Siria, la pianura di Hauran e Deraa; e
il controllo della ferrovia Hijaz da Deraa ad Amman, Giordania e il Golfo di Aqaba.
Alcuni sionisti volevano di più - terra dal Nilo ad Ovest all'Eufrate nell'Est, comprendente Palestina, Libano, Siria occidentale e Turchia meridionale ".
Il progetto sionista sostiene il movimento degli insediamenti ebraici. Più in generale si tratta di una politica di esclusione dei Palestinesi dalla Palestina giungendo all'eventuale annessione della Cisgiordania e di Gaza allo Stato di Israele.
La Grande Israele creerebbe un numero di Stati proxy. Che comprenderebbero parti del Libano, della Giordania, della Siria, del Sinai, nonché parti dell'Iraq e dell'Arabia Saudita. (Vedi mappa).
Secondo Mahdi Darius Nazemroaya in un articolo di Global Research del 2011, [Preparare la scacchiera per lo "scontro di civiltà": dividere, conquistare e dominare il "nuovo Medio Oriente"] il Piano Yinon era una continuazione del progetto coloniale britannico in Medio Oriente:
"[Il piano Yinon] è un piano strategico israeliano per garantire la superiorità regionale israeliana. Insiste e afferma che Israele deve riconfigurare il suo ambiente geopolitico attraverso la balcanizzazione degli Stati Arabi circostanti in Stati più piccoli e più deboli. Gli strateghi israeliani consideravano l'Iraq come la loro più grande strategica sfida da uno Stato arabo. Questo è il motivo per cui l'Iraq è stato delineato come il fulcro della balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell'Iraq in uno Stato Curdo e due Stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l'altro per i musulmani sunniti. Il primo passo verso la creazione di questo è stata la guerra tra Iraq e Iran, che il Piano Yinon studia. The Atlantic, nel 2008, e il Giornale delle Forze Armate dell'Esercito degli Stati Uniti, nel 2006, hanno entrambi pubblicato mappe ampiamente diffuse che seguivano da vicino le linee del piano Yinon. A parte un Iraq diviso, che anche il Piano Biden richiede, il Piano Yinon prevede la divisione di Libano, Egitto e Siria. Anche la partizione di Iran, Turchia, Somalia e Pakistan segue in linea con questa visione. Il Piano Yinon prevede anche la disgregazione del Nord Africa e la prefigura con partenza dall'Egitto per poi riversarsi nel Sudan, in Libia e nel resto della regione.”
La "Grande Israele "richiede la disgregazione degli Stati Arabi esistenti in piccoli stati.
"Il piano opera su due premesse essenziali. Per sopravvivere, Israele deve 1°) diventare un potere regionale imperiale e 2°) deve effettuare la divisione dell'intera area in piccoli Stati mediante la dissoluzione di tutti gli Stati arabi esistenti. Quanto piccoli, dipenderà dalla composizione etnica o settaria di ogni Stato. Di conseguenza, la speranza sionista è che Stati basati sul settarismo diventino satelliti di Israele e, ironia della sorte, la sua fonte di legittimazione morale... Questa non è una nuova idea, né emerge per la prima volta nel pensiero strategico sionista. In effetti, frammentare tutti gli Stati Arabi in unità più piccole è stato un tema ricorrente. "(Piano Yinon, oppure vedi QUI la versione originale edita da Israel Shahak)
Viste in questo contesto, la guerra alla Siria e all'Iraq sono parte del processo di espansione territoriale israeliana.
A questo proposito, la sconfitta dei terroristi sponsorizzati dagli Stati Uniti (ISIS, Al Nusra) da parte delle forze siriane con il sostegno di Russia, Iran e Hezbollah costituisce una battuta d'arresto significativa per Israele.
Michel Chossudovsky, Global Research, 6 settembre 2015, aggiornato il 18 settembre 2018
Traduzione in italiano di Gb.P.