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mercoledì 22 agosto 2018

Siria, storie di ricostruzione. Ad Azeir, il solare solidale delle Monache Trappiste per il futuro di tutti

Storie siriane 2018 (4)
raccolte da Marinella Correggia
 
Dalle torce nelle mani dei bambini sfollati a Jibreen ai semafori nelle strade di Aleppo; dalle luci installate nel giardino del museo archeologico di Damasco ai pannelli spuntati sui tetti dei palazzi rimasti in piedi a Kafarbatna nella Ghouta orientale: il futuro della Siria si presenta solare. Almeno nel senso dell'energia fotovoltaica e termica.
E le monache trappiste di Azeir, un villaggio a metà strada fra Homs e Tartous, hanno avviato un progetto pilota di notevoli dimensioni (1700 pannelli, pari a 40 kw per il pozzo e 40 Kw per lavoro e vita quotidiana di potenza installata), all'insegna, come vedremo, dell'autonomia energetica solidale.

Ecco in questo video 

 su un pianoro in collina, file e file di pannelli solari recentemente installati nei pressi del monastero da tecnici siriani.
La superiora, suor Marta, racconta dal monastero siriano  questa storia che incrocia tecnologia e volontà, doni di materiali dall'estero e lavoro di tecnici e operai siriani. Ma prima, una premessa di contesto.

Le verità di parte, la volontà di vita, la ricostruzione dell'umano
«Di questa guerra in Siria si sono fatte conoscere approfonditamente tutte le atrocità, le violenze, le distruzioni, come è giusto che sia. Anche se purtroppo, come abbiamo detto in altre occasioni, la “verità” viene presentata sempre con una faccia sola- cosa che non è MAI vera- e guarda caso la faccia presentata è quella che più conviene agli interessi esterni al paese, interessi che muovono ogni pedina, come su una tragica scacchiera…. Ciò di cui invece si parla pochissimo è tutta la forza di resistenza, la volontà di vita dei siriani, il quotidiano che faticosamente continua, e non solo per fatalismo…E tutto il lavoro di ricostruzione, nel campo materiale ma anche ricostruzione “dell’umano”.
Il nostro progetto sull’energia rinnovabile - suggerito, per essere onesti, dalla disponibilità di questo grosso dono- viene soprattutto dal desiderio di costruire per il futuro, più ancora che dalla necessità di far fronte alle difficoltà dell’immediato.
Prima di tutto, da ormai tre anni a questa parte, cioè da quando il conflitto ha cominciato poco a poco a prendere una svolta più decisa verso la messa in sicurezza di ampi territori, il numero degli ospiti che accogliamo al monastero, pur con le nostra strutture limitate, aumenta ogni mese. Persone che vengono da città e villaggi più vicini, come Homs e Tartous, ma anche da Damasco, da Aleppo…Ospiti del monastero che cercano un luogo di silenzio, di preghiera, di pace, per ritrovare se stessi davanti a Dio. Quindi abbiamo bisogno di luce, acqua, di poter coltivare la terra…sempre più. E poi ci sembra importante fare progetti per il futuro: tutti hanno bisogno di lavoro, gli uomini, i giovani, ma anche tante donne rimaste sole a portare il peso dei figli e sovente anche dei familiari più anziani. Ma come creare un lavoro che abbia un rendimento, se il costo dell’elettricità azzera ogni guadagno? Forse le imprese più grandi riescono ad essere competitive, anche con la guerra, ma per le piccole imprese è molto difficile. Noi abbiamo bisogno come monastero di crearci un lavoro per vivere, e così tante donne dei nostri villaggi. Non potremo fare moltissimo, ma almeno dare lavoro a qualche famiglia sì…e se si incomincia, altri saranno incoraggiati a fare lo stesso, a cercare soluzioni possibili e creative…Questa è stata l’idea che ci ha mosso

Un progetto pilota di fronte alla penuria di guerra
Continua la superiora: «Un'azienda internazionale offriva gratuitamente pannelli nuovi in grande quantità, di ottima qualità ma non di nuova generazione. Era stato indetto una specie di “bando di concorso”. Un nostro amico in Italia presentò un progetto per l'autosufficienza del monastero e per l’aiuto a qualche realtà locale. All'epoca la nostra zona era già stata messa in sicurezza, ma ciò non significa che non si soffrissero le condizioni della guerra: in particolare l’elettricità, se eravamo fortunate, veniva per una/due ore al giorno…a volte meno…Quindi i disagi erano tanti, e oltretutto il costo elevato dell'elettricità ci impediva di avviare in modo deciso le nostre attività (ad esempio con le candele e i biscotti) e ancor più di coinvolgere la gente del villaggio, soprattutto le donne del villaggio che chiedono lavoro. L'elettricità dal sole ci avrebbe permesso anche di pagare meno i costi per l'irrigazione - relativi alla pompa del pozzo -, e di pensare all'avvenire in generale».
Il progetto viene accettato. Inizia l'impegno per risolvere i problemi burocratici relativi all'importazione, soprattutto a causa delle sanzioni occidentali alla Siria. Alla fine, con l’aiuto delle autorità civili e portuali, arrivano tre container di pannelli. Alcuni benefattori dall’Italia aiutano il monastero per le spese di trasporto.

Giovani ingegneri siriani molto preparati
A quel punto, prosegue suor Marta, «ci siamo rivolte per l'installazione a diversi professionisti, scegliendo alla fine una ditta di Damasco. Va detto che il settore delle rinnovabili prende sempre più piede qui in Siria». Il lavoro ha visto la preparazione del terreno da parte di operai locali e il controllo e la direzione degli ingegneri di Damasco: «Ci siamo trovate benissimo, hanno lavorato in modo eccellente, con attenzione e precisione. Sono tutti giovani ingegneri molto preparati, e questo per loro è diventato un po' un progetto esemplare, una pubblicità per un settore che si sta sviluppando. E' difficile che qualcuno abbia la possibilità di investire in un'attività di queste dimensioni».
Appunto. La decisione di accettare il dono dei pannelli non è stata presa con disinvoltura: «I pannelli di ultima generazione producono tre volte più energia, a parità di superficie, rispetto a quelli che ci venivano offerti. Quindi il costo dell'installazione poteva essere un deterrente. Ma al tempo stesso, gli ingegneri che abbiamo consultato, in Italia e qui - e soprattutto quelli di qui, che conoscono la situazione-, ci hanno spiegato che si trattava di un'occasione unica, poiché, a causa delle sanzioni , in Siria si possono trovare solo pannelli in silicone, o comunque di bassa qualità- che dopo poco tempo si opacizzano e perdono in efficienza. Quelli che ci hanno offerto sono invece in vetro, di ottima qualità, di lunga durata e di resa perfetta: per studiare il progetto, gli ingegneri hanno realizzato un'installazione di prova, con otto pannelli, misurandone la produzione di energia nelle varie situazioni. Hanno potuto così constatare che la resa dichiarata corrisponde perfettamente a quella effettiva. Questo ha permesso uno studio davvero attento di consumi e alternanze fra parti dell’impianto supportate da batterie e parti a sola energia diurna. Dunque, il progetto era reso vantaggioso dall'efficienza e dalla durata prevista dei pannelli, oltre naturalmente alla loro gratuità».

Fiat lux! per il monastero....
Gli effetti sono chiari come il sole: «Da un mesetto abbiamo elettricità continua, il pozzo (che rappresentava uno dei consumi più alti in termini di energia) si è reso indipendente già da prima. In casa abbiamo energia sufficiente giorno e notte grazie alle batterie. Questa situazione ci permette finalmente di pensare anche ad attività lavorative per noi e il villaggio».
...e presto per il pozzo del villaggio e per l'ospedale di Talkalakh
Lo stock di pannelli solari era decisamente superiore alle necessità del monastero: «Così abbiamo intenzione di fornire elettricità al pozzo del villaggio cristiano, il nostro villaggio; e di donare una parte significatica di pannelli all'ospedale di Talkalakh, il capoluogo della nostra regione nella provincia di Homs. E' una zona mista, con sunniti, alauiti e cristiani, e l'ospedale è quello dei poveri, serve proprio tutti (anche noi) in modo gratuito. Ma ha risentito delle restrizioni della guerra. Il fotovoltaico darebbe energia a una sala operatoria, al pronto soccorso e alle incubatrici, insomma una certa autonomia».
Chi è rimasto lavora per il futuro...sanzioni permettendo
Le trappiste sottolineano la bravura, il coraggio, la volontà di chi è rimasto in Siria e magari si è laureato durante gli orribili anni di guerra: «La nuova generazione di ingegneri rivela una grande precisione nel lavoro. Chi è rimasto ha professionalità e voglia di fare, con materiali nuovi e tecniche nuove. Naturalmente fra i problemi ci sono le sanzioni. Ad esempio i nostri ingegneri che hanno contatti con l'Italia, per aggiornarsi, hanno avuto problemi di visto; ed è complicato portare il materiale. Comunque il settore è in piena espansione. A Damasco si susseguono le fiere di settore, dove si presentano i materiali e progetti più innovativi
Decisamente la ripresa va avanti.

Che cosa possiamo fare noi
D'accordo, pannelli e batterie sono stati regalati. Ma il monastero delle trappiste ha affrontato spese ingenti per il trasporto e l'installazione, da parte di tecnici e maestranze interamente siriani.
Per rifornire il pozzo del villaggio, il progetto è pronto e «con l'aiuto del vescovo latino padre George Abou Khazen e di alcune organizzazioni abbiamo trovato quasi metà della cifra necessaria». Metà…
Anche per l'ospedale, dice Marta, «il progetto è pronto e stiamo prendendo contatti: regaliamo tutta l'attrezzatura ma non possiamo coprire le spese di installazione. Pensiamo di coinvolgere il Ministero Siriano della Salute, proponendo la nostra offerta di pannelli, ma se ci arrivassero fondi...»
...sarebbero di grande aiuto. Al monastero, al villaggio. Alla Siria.

Per contribuire al finanziamento di questo grande progetto di 'solare solidale' si possono effettuare versamenti qui: https://www.nostrasignoradellapace.it/donations/donazione-per-i-progetti-in-siria/

venerdì 17 agosto 2018

Le donne della Siria e la loro resistenza quotidiana


Storie siriane 2018 (3)

raccolte da Marinella Correggia

ordine.laprovincia.it/  5 agosto 2018

Samarcanda, la canzone di Roberto Vecchioni, sembra ispirata dalla storia che Om Ahmad sta raccontando. Robusta, foulard a fiori in testa e abito nero, seduta sui cuscini che fungono da divano nello spoglio appartamento affittato nel quartiere Masaken Barzeh, spiega che lei, il marito meccanico e i loro tre figli maschi vivevano a Douma, l’area più tradizionalista della regione Ghouta orientale. «Oltre cinque anni fa, mentre diverse formazioni di musallahin - gruppi armati islamisti, ndr – stavano arrivando a controllare l’area, chiudemmo casa e arrivammo qui a Damasco, dove avevamo conoscenze». Guarda il suo secondogenito Rabee, sedici anni, in carrozzella. «Un giorno di tre anni fa, lui e mio marito erano nel garage…. che fu centrato da uno dei missili che colpivano Damasco partendo proprio dall’area che ci eravamo lasciati alle spalle». Letale: il padre di Rabee morì nell’esplosione, e al ragazzo dovettero amputare le gambe maciullate. Tirano avanti con aiuti pubblici e privati. Rabee va a infilarsi le gambe. Con le protesi cammina, ma solo aiutato dal girello: l’amputazione è avvenuta al di sopra delle articolazioni. Ahmed mostra sul cellulare la loro casa a Douma («ci hanno detto che adesso è distrutta»), mentre sua madre dice: «Ho un unico desiderio ormai: che mio figlio possa avere le protesi migliori». E’ probabilmente il sogno di 30.000 amputati di guerra, in Siria.

Ma le donne rimaste a Douma come hanno vissuto gli ultimi mesi di scontri acerrimi fra esercito siriano da una parte e la galassia islamista dall’altra? Dove vivono adesso, visto che così tanti palazzi bombardati sono inabitabili? La nostra visita insieme a Sulaf Maki, giovane siro-sudanese studentessa di cinema impegnata in interviste tutte al femminile in giro per il paese, è stata troppo breve per convincere a parlare almeno una di quelle figure oscure incrociate per strada sotto un sole cocente davvero inadatto alla loro mise: cappotti neri e volto, testa, collo, spalle, talvolta anche gli occhi coperti da stoffe ugualmente nere. Nemmeno le poche infermiere di un ospedale hanno voluto parlare, forse intimorite dalla macchina da presa. Forse molti mariti e figli di queste figure mute combattevano insieme agli islamisti. Ma adesso il governo ricontrolla l’area e nessuno lo ammetterebbe. Chi è rimasto ha accettato di deporre le armi nella cosiddetta riconciliazione. Nondimeno, differenze e diffidenze rimarranno a lungo.

Samar è fra quei 150.000-200.000 abitanti (sul milione e mezzo dell’anteguerra) a non essersi mai mossi dalla Ghouta orientale, ampia area agricola. Vive nella cittadina di Kafarbatna ed è moglie di un agricoltore i cui terreni hanno continuato a produrre ortofrutta e legumi durante la guerra, pur pagando pesanti tangenti in natura ai gruppi armati. Samar ricorda i rischi degli ultimi mesi di guerra: «Ecco, lì, quell’edificio distrutto proprio dall’altra parte della strada, era occupato dai musallahin, l’aviazione lo ha bombardato. Quel giorno ci siamo rifugiati in cantina, ma non abbiamo voluto andare via». I gruppi islamisti che lei chiama «terroristi occupanti» lasciavano a stecchetto la popolazione: «Una volta che sono andati via, si è scoperto che avevano i magazzini pieni degli aiuti alimentari e medici arrivati da fuori Ghouta». Ora nell’area e nei campi degli sfollati si susseguono racconti così, opposti a quelli di chi denunciava un assedio affamante e bombardamenti indiscriminati da parte del governo siriano. Ma in guerra la narrazione è polarizzata.

Per la video intervista, Samar ha indossato il niqab, che lascia vedere solo gli occhi. Impossibile non confrontarla con la donna dietro la telecamera: Sulaf, che sopra i pantaloni e la casacca di maglina lunga porta il velo hijab a coprire testa e collo, «ma sono del tutto laica, lo faccio solo perché mia madre mi ci obbliga, finché non sarò economicamente indipendente, poi basta…».  Disapprova sia le donne murate di Ghouta sia quelle ragazze che a Damasco mettono il velo su magliette iper-aderenti con biancheria imbottita e fuseaux. E sgrana gli occhi a una scena che dal bus intravvede su un marciapiede della capitale: un’ombra alta e imponete in nero totale, con guanti pure neri e due strette feritoie nel niqab. Cosa avrà mai risposto all’uomo male in arnese che le chiedeva non si sa che?

Portano l’hijab e lunghi soprabiti neri anche donne che nemmeno fanno il ramadan (il digiuno religioso dall’alba al tramonto, un mese all’anno). Come Sarah el Hawi, panettiera nel quartiere damasceno di Jaramana; con la famiglia ha lasciato anni fa l’area di Deir Ezzor per sfuggire all’arrivo di gruppi islamisti. O come donne appartenenti a gruppi politici progressisti: Rabab Sweid del Fronte popolare per la liberazione della Palestinavive e milita nel quartiere Rock Eddin sulle alture intorno a Damasco, insieme a cinquemila palestinesi fuggiti negli anni dal campo di Yarmouk, a lungo controllato prima da islamisti e poi da cellule dello Stato islamico. Ma «mi pare indiscreto parlarle dei suoi abiti; forse le servono a essere accettata, in una comunità tradizionale» fa notare la giovane economista agraria Dima Hasan che nel tempo libero fa volontariato presso gli sfollati. Ventinovenne, capelli corvini e abbigliamento tranquillo privo di eccessi, Dima abita da sola a Damasco, in un seminterrato nel quartiere Bab Tuma, popolato da molti cristiani: «Sono nata e cresciuta nella regione di Tartous, in un villaggio sul mare; i miei primi e in fondo unici contatti con gli islamisti sono stati i missili lanciati da Ghouta e Jobar, la capitale ne è stata bersagliata dal 2012 a pochi mesi fa.»

La guerra ha coinvolto in modo ben più pesante Hayat Awad, madre di un soldato di leva ucciso anni fa a Deraa. A Homs dove vive, percorre il quartiere Khalidia distrutto dagli scontri, impolverandosi la camicia e i pantaloni neri del suo lutto prolungato, e arriva nella via Share el Zon, dove la famiglia Jabour è tornata a casa. Erano partiti nel febbraio 2012 «perché questo palazzo è proprio all’angolo con la cosiddetta via della morte, una specie di linea di confine. Ecco là la carcassa di un carro armato fatto esplodere due giorni dopo la nostra fuga, siamo miracolati» spiegano Norma e sua figlia Victoria. I Jabour, per anni sfollati dai nonni in campagna, dal 2016 stanno ricostruendo la parte superiore della casa, accampati intanto a pianterreno. Il tetto per fortuna è a posto. Ricordano come all’improvviso si ruppe la convivenza fra loro, cristiani, e i vicini musulmani. «La nostra casa fu poi occupata dai musallahin, da qui sparavano contro l’esercito». Ma adesso sono ottimisti. Victoria studia farmacia, «la Siria era e tornerà a essere una grande produttrice di medicinali con un buon servizio sanitario».

La forza delle donne rimaste tenacemente in Siria è anche quella di Naham, studentessa ora reclutata in un ospedale pediatrico perché «almeno il 30% dei medici del paese è andato all’estero e chi è rimasto deve fare per tutti». O di Bushra Jawed, irachena di Nassirya. Da sola, nel 2007, lasciò l’Iraq preso fra l’incudine dell’occupazione statunitense e il martello del crescente terrorismo al qaedista. Come altre centinaia di migliaia di iracheni trovò asilo nell’allora tranquilla Damasco, nel quartiere Jaramana dove aprì un ristorantino. Dopo il 2011, «questo quartiere è stato bersagliato dai missili dei terroristi, ne ho vista morire di gente», dice senza scomporsi mentre nella via stretta un’autobotte rifornisce d’acqua il serbatoio del palazzo.  
Il cammino verso la normalità è ancora lungo. 

martedì 14 agosto 2018

Preghiera per la Siria, nostro amato paese


Signore Gesù Cristo, tu che sei apparso al tuo discepolo Paolo nel cielo di Damasco, come sei apparso in questa casa al tuo discepolo Anania, e hai donato loro il tuo amore, la tua forza e la tua pace, per la loro intercessione ci chiediamo di custodire la Siria, nostra patria, da ogni male.
Ti supplichiamo, per intercessione di tua Madre, la Vergine Maria, la cui preghiera non è mai respinta, di fare dono, a noi e a tutti i fratelli e le sorelle di Siria, della grazia di una vera appartenenza a questa nostra patria preziosa, così da essere sempre cittadini onesti, sinceri e integri, per potere svolgere il nostro ruolo attivo nella costruzione di questo nostro paese, che tu ha preso proprio come punto di diffusione su tutta la terra della tua luce e del tuo amore.
Possa esso rimanere terra di pace e amore, di fratellanza e di stabilità, e faro per tutto il mondo.
Amen!

  (Preghiera affissa sulla porta della cappella di Sant'Anania nella città vecchia di Damasco)

AUGURIAMO BUONA FESTA DELLA ASSUNZIONE DI MARIA AL CIELO A TUTTI GLI AMICI DI ORA PRO SIRIA! 
Prayer for our beloved country Syria

Lord Jesus Christ, who appeared to Paul your apostle in the sky of Damascus, and appeared in this house to your disciple Ananias. Just as you gave them your love, power and peace, so we ask you, through their intercession to save our homeland Syria from every evil.
We beseech you, through the intercession of your mother, the Virgin Mary, tu whom you never refused grace, to give us and to all our brothers and sisters of Syria, the gift of affiliation to our precious homeland so that we would be always righteous, honest, and pious citizens, and so that we would play our part effectively in building this homeland which you made the starting point for your light and love to the whole world.
May it remains the land of peace, love, brotherhood and stability, that it would be a lighthouse to the entire world.
Amen!

(Prayer posted on the door of the chapel of St.Ananias in the old city of Damascus)

giovedì 9 agosto 2018

La devozione sincera e visibile dei Siriani alla Vergine Maria


 di Nadine Zelhof - Aleteia- maggio 2018
Traduzione: Gb.P.
Maggio non è un mese come gli altri nelle chiese Orientali. La devozione a Maria è più visibile del solito sia nella preghiera che nella vita quotidiana. In Siria, tutte le sere di maggio, alle ore 17,45, si sentono le campane delle chiese cattoliche di Damasco, Aleppo, Homs e in molte altre città, chiamare alla preghiera mariana. Nelle chiese, gli altari sono adornati con tovaglie bianche e blu e con fiori naturali rinnovati ogni giorno. Le icone di Maria sono rivestite di blu. La fragranza di molte varietà di fiori si diffonde nei santuari decorati con mazzi di gelsomino, rosa damascena e persino gladioli. Si tratta di abbellire la casa e offrire ciò che è più bello alla Vergine Maria. Nelle parrocchie, la preghiera mariana inizia con la meditazione del Rosario. Segue l'acclamazione della Vergine Maria con molte canzoni che le sono dedicate. Qui, Maria è il modello della fede e i fedeli accorrono numerosi a mettersi nelle sue dolci mani. Padre Raafat, pastore della Chiesa di Nostra Signora di Damasco, lo conferma: "La Vergine è la madre di Dio. Lei è per noi uomini più che un'amica, una che ci comprende e comprende la nostra situazione umana, i nostri mali e i nostri problemi. Le nostre lotte tra il bene e il male. Lei è la luce nell'oscurità di questo mondo. In Lei, Dio ha scelto di mettere in moto un nuovo mondo, siamo tutti suoi figli. Così Lei veglia su di noi, come fa ogni madre ".
Padre George, della Chiesa di San Cirillo, aggiunge: "In tutte le preghiere e le messe, la Vergine Maria ha un posto speciale, specialmente nel rito bizantino, adottato dalle chiese cattoliche orientali. Ella trasmette immediatamente le nostre preghiere a Cristo. E sant' Efrem lo espresse bene nell'anno 373, quando disse: "Il giorno in cui Maria accettò la volontà di Dio, Ella divenne il Cielo che porta Dio. In lei si sono compiute tutte le parole dei profeti e dei giusti. Lei è la vite che ha portato il grappolo. ". A maggio, in Siria, l'afflusso nei santuari mariani è considerevole. Molti siti di pellegrinaggio attestano l'antica devozione alla Vergine del popolo siriano.
 Molte cattedrali e chiese sono intitolate alla Vergine Madre di Dio, come la Madonna di Soufanieh a Damasco o di Sednaya, santuario nella regione di Damasco...   Camminando nella città vecchia di Damasco, il passante troverà molte piccole cappellette dedicate a Maria nei vicoli o all'ingresso delle case.
 "La nostra arma per l'unione delle famiglie"
A riprova dell'importanza della Vergine Maria per i cristiani orientali, è frequente vedere un rosario attaccato allo specchietto retrovisore delle macchine o all'ingresso di un appartamento. Molte madri orientali, credenti, recitano il rosario in gruppi. Pregando il Rosario, con la sua semplicità e profondità, i cristiani di Damasco non intendono altro che contemplare con Maria il volto di Cristo. Padre Raafat lo dice ogni giorno nei suoi sermoni: "Chi meglio di Maria può trasmettere le nostre preghiere a Dio?”. Certamente, il rosario è una preghiera ripetitiva. Ma è anche molto popolare.
L'immagine può contenere: 15 persone, persone che sorridono, persone in piedi e spazio al chiuso
 Come padre Amer, parroco della Chiesa siro cattolica di Fatima, sottolinea: "Tutte le azioni ripetute diventano tradizionali. In tutte le liturgie, anche per la Messa, bisogna fare attenzione a non cadere nella routine, e questo è il compito del parroco, dei fedeli, dei parrocchiani, della loro spiritualità, del coro, e di tutto il fervore che si crea durante la preghiera". Nella preghiera del rosario c'è una resistenza e una perseveranza che danno tutta la forza ai fedeli. "Il rosario è un'arma potente per ottenere la pace, è menzionato in tutti i messaggi di Nostra Signora di Fatima", insiste padre Amer, "quindi tanto più in Siria dove i cristiani hanno sofferto per il terrorismo islamico radicale da più di sette anni. È la nostra arma per l'unione delle famiglie, di ogni famiglia siriana che rifiuta lo sradicamento, che vuole rimanere in questo paese, culla di civiltà e luogo di nascita del cristianesimo. È il nostro combustibile spirituale per poter trasformare la nostra anima e il nostro corpo, per cambiare il corso della vita degli uomini, la vita di ogni famiglia che vuol mettere Dio al centro della sua casa".
 Maria ci protegge
In Siria si incontrano molte Myriam, Mariam, Maria, Madonna, Marie, Mariana, Marla e molti altri, tanti nomi con una sola origine: il nome di Maria, madre e santa. Ella rappresenta tutta la maternità, l'amore e l'affetto di cui gli uomini hanno tanto bisogno. Piena di purezza, diventa madre generando alla fede i figli di Dio. È situata in una dimensione che va anche oltre la santità poiché Ella è la più vicina a Dio. Lei veglia sui suoi figli. Li protegge, e dove la Vergine è di casa il diavolo non entra. Ed è in questo spirito che sempre più donne, di qualsiasi età, scelgono di indossare il vestito di Maria nel mese di maggio. Appena la persona interessata lo decide, prenota il suo abito presso la parrocchia alla quale appartiene e l'affitta per un periodo determinato, oppure lo fa confezionare da un sarto. È un abito color celeste, chiaro come il blu del cielo, questo cielo puro e santo lontano dalle tentazioni del mondo terrestre, con una corda bianca in vita, che simboleggia le colombe della pace. Prima di essere indossato, l'abito deve ricevere la benedizione del sacerdote. Marine, 2 mesi, è come un angelo in questo minuscolo vestito, confezionato della sua taglia. Lo indossa affinchè le grazie di Maria la riparino e la proteggano da ogni male. Proprio come Julie, ragazzina di 6 anni. Durante la gravidanza, le rispettive madri videro la Vergine in sogno e le promisero che da allora avrebbero fatto loro indossare il vestito ogni maggio fino a raggiungere la maggiore età. Maria divenne la loro patrona, la loro protettrice.  Per quanto riguarda Nisrine, una signora di cinquant'anni, ha promesso di indossare questo abito per cinque anni per proteggere se stessa e i propri figli, proteggere il suo paese: "La Vergine Maria è la madre di tutti noi, è un onore indossare questo vestito azzurro per essere a sua immagine. È un voto che ho fatto da quando ho recuperato da una lunga malattia. Ella intercede per noi e, come dice la tradizione, il Figlio non rifiuta nulla a sua madre. E contrariamente a quello che si potrebbe pensare, con questo vestito non ho alcun problema. Lo indosso quando esco, quando vado a fare shopping, quando vado a lavorare: io vivo la mia vita normalmente e in più recito il rosario. E nonostante tutti questi anni di guerra, cosiddetta confessionale, ho percepito molta simpatia e comprensione da parte dei miei colleghi di lavoro, sia musulmani che cristiani. Io vengo dalla regione di Hassakeh del nord della Siria, e lì c'erano anche musulmane che hanno fatto questo voto e indossavano "l'abito di Mariam", come lo chiamano loro. Perché bisogna sapere che Maria occupa un posto di rilievo nell'Islam, un'intera sura è dedicata a lei (la Surat di Maryam), perché Maria è il modello perfetto del credente con una serena accettazione del decreto divino, una delle principali virtù di un buon musulmano".
Due passi più in là, all'uscita della chiesa, compaiono due ragazze di 13 anni, Maya e Farah, con lo stesso vestito per aver compiuto il loro voto. Per una era il successo del suo esame di ammissione al collegio, e per l'altra, di aver guarito sua nonna paterna. "Abbiamo visto la nostra amica che indossava il vestito azzurro l'anno scorso e abbiamo parlato molto con lei; lei ci ha spiegato quanto le fosse piaciuta questa esperienza, quindi abbiamo voluto fare lo stesso anche noi quest'anno. In effetti, proviamo un sentimento molto speciale, una soddisfazione difficile da descrivere, una sorta di serenità, una pace interiore e molto meno stress e paura, specialmente con tutte le sofferenze e le lacerazioni che il Paese sta vivendo. Abbiamo intenzione di rifarlo negli anni a venire. I giovani della nostra età adorano imitare il loro idolo, i vestiti, la pettinatura, i tatuaggi; e noi abbiamo scelto il nostro "idolo", abbiamo voluto assomigliare a nostra madre, alla Vergine Maria ". Per tutte queste diverse "marie", la Vergine è il loro riferimento, il loro modello. Per Maha, una madre di 45 anni che ha perso il figlio al fronte, Maria è la madre, sottomessa e paziente: "Ha un posto intermediario tra il Cielo e la terra. Lei ci capisce perché ha dato la vita, lei è di carne. Ha vissuto il parto e la sofferenza, come noi umani. Tutti conoscono la relazione tra madri e figli nelle famiglie orientali. Molto di più quando la loro madre è la Vergine Maria. Quindi se dimentichiamo di pregarla, perdiamo la nostra identità di figli. Inoltre, Ella ha sofferto, come madre, ha accettato di perdere Cristo, suo figlio, accettando la volontà di Dio. Indossare questo vestito mi dà forza e serenità. Mi sento molto più vicina a mio figlio, là dove Gesù e Maria vegliano su di lui. "
Più di sette anni di guerra. Una guerra sanguinosa e assassina, con bombe che non hanno risparmiato il quartiere cristiano di città come Damasco, Aleppo, Homs e tante altre. E, nonostante tutto ciò, l'affluenza dei fedeli alle varie cerimonie religiose è cresciuta costantemente. Molti erano convinti che Dio non li avrebbe abbandonati. Ha solo testato la loro capacità di sopportare la sofferenza. Ha messo alla prova la loro fede.
https://fr.aleteia.org/2018/05/23/la-devotion-sincere-et-visible-des-syriens-a-la-vierge-marie/