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lunedì 11 marzo 2013

Quale destino per i cristiani siriani?




da TEMPI - 3 marzo 2013
di Rodolfo Casadei

Dentro la grande tragedia siriana, la condizione dei cristiani si va rapidamente degradando. Questo era forse il paese mediorientale dove godevano del maggiore grado di uguaglianza civile coi connazionali musulmani. Anche ora, 5 dei 27 ministri con portafoglio del governo sono cristiani, come pure molti alti gradi dell’esercito. La sicurezza era accettabile. Non più. Dimah è un giovane studente universitario cristiano assiro, ed è appena arrivato all’aeroporto di Damasco da Kamishli, nell’estremo nord-est. Sta cercando di trasferirsi a studiare in Germania, e spiega subito il perché: «Due mesi fa stavo andando in corriera ad Aleppo, dove frequentavo l’università, quando siamo stati fermati dai combattenti di Jasbat Nusra. Sono saliti sull’autobus armati e hanno intimato: “Tutti i cristiani devono scendere, sono nostri prigionieri”. Eravamo un bel gruppetto e ci siamo messi a discutere con loro, nonostante ci puntassero contro i kalashnikov. Ci chiamavano “kaffir” e ci dicevano che saremmo andati tutti all’inferno. Hanno detto di essere libici. Alla fine hanno preso in ostaggio un solo studente, un ragazzo di Aleppo, e a noi delle altre città hanno detto: “Tornate da dove venite e non fatevi più vedere qui”. Per liberare il prigioniero ci sono voluti 20 mila dollari, mentre molti degli altri studenti hanno deciso come me di trasferirsi all’estero».

SIRIA COME L’IRAQ. Il destino dei cristiani siriani sembra ripetere la stessa parabola di quello dei cristiani iracheni dopo la caduta di Saddam Hussein. Nonostante il regime sia ancora pienamente in grado di combattere i ribelli, in moltissime località c’è stato un tracollo dell’ordine pubblico, e le prime vittime della criminalità dilagante sono stati i cristiani perché rappresentano un’élite sociale: ricchi commercianti e professionisti appartengono a questa minoranza. Per esempio ad Hasakeh, nel nord-est del paese, dopo un’ondata di rapimenti con richieste di riscatto superiori ai 100 mila dollari caratterizzata dall’evidenza che 9 rapiti su 10 erano cristiani, nel giro di poche settimane 50 famiglie di medici cristiani hanno abbandonato la città. Da pochi mesi i rapimenti e le aggressioni hanno assunto un esplicito connotato confessionale, del quale la storia di Dimah e dei suoi compagni è soltanto un esempio. Michel Kayyal e Maher Mahfouz, i due sacerdoti rispettivamente cattolico armeno e greco ortodosso rapiti il 9 febbraio mentre viaggiavano su un autobus fra Damasco e Aleppo, sono stati sequestrati da una milizia salafita di combattenti non arabi (in Siria sono presenti anche afghani, pakistani e ceceni) che li ha riconosciuti come religiosi cristiani. Un salesiano che viaggiava con loro è sfuggito al rapimento per non essere stato identificato come prete e ha svelato l’identità non araba dei sequestratori. Pochi giorni dopo lo stesso destino è toccato all’ex segretario del vescovo armeno di Aleppo, unico viaggiatore preso prigioniero dai salafiti che hanno controllato accuratamente i documenti dei passeggeri dell’autobus e intuito l’identità armena dell’uomo dal suo cognome. Per lui come per i due sacerdoti catturati in precedenza, sono stati richiesti riscatti equivalenti a 160 mila dollari statunitensi.

ASSALTO ALLE CHIESE. È rimasta su una pagina di Facebook solo per un paio di giorni un’orribile immagine proveniente da una località rurale della provincia di Latakia: una giovane donna spogliata col petto squarciato e una croce da parete infilata nella bocca, con la didascalia “se voi cristiani continuate a sostenere il regime, le vostre donne faranno questa fine”. Alla Coalizione nazionale siriana che coordina precariamente le componenti non salafite della guerriglia aderiscono pochi cristiani isolati; la quasi totalità diffida di una ribellione le cui iniziali richieste di democrazia appaiono ogni giorno di più soppiantate dai progetti di stato islamico delle componenti salafite e jihadiste in piena espansione.

GRUPPI JIHADISTI. Nelle località investite dai combattimenti le chiese sono state inizialmente razziate a scopo di bottino, come mostrano per esempio le foto delle chiese di Deir Ez Zor private dei loro arredi sacri trafugati. Cominciano ora a registrarsi episodi di profanazione gratuita. Per esempio la cappella dei martiri armeni a Margadà, non lontano da Hassakeh, che raccoglie ossa delle vittime del genocidio del 1915, lasciata fino alla settimana scorsa in pace sia dai ribelli del Libero esercito siriano sia da quelli di Jasbat Nusra, è stata vandalizzata da un nuovo gruppo straniero arrivato da poco nella regione.

BASTA ARMI. Il numero complessivo dei cristiani, che prima dell’inizio della crisi era di circa 1,8 milioni (in costante diminuzione da 40 anni a causa dell’emigrazione), è sceso ora a 1,4 milioni principalmente per l’esodo dei benestanti e di chi ha parenti all’estero. «Per favore, dite all’Europa di non procurare altre armi ai terroristi!», implora un sacerdote siro ortodosso del nord-est di passaggio nella capitale. Impossibile dargli torto.

http://www.tempi.it/le-bombe-i-rapimenti-dei-cristiani-le-chiese-attaccate-reportage-dalla-siria

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