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sabato 7 gennaio 2023

Natale ed Epifania tra Oriente ed Occidente

 di Edoardo Arborio Mella

Il ciclo liturgico di Natale ed Epifania muove essenzialmente da due tradizioni: quella occidentale che ha dato vita alla festa del Natale e quella orientale che si è sviluppata nella festa dell’Epifania. Le nostre informazioni al riguardo sono ovviamente frammentarie, spesso congetturali, basate su accenni negli scritti degli autori antichi e raramente su rubriche liturgiche non sempre facili da interpretare. Ma a partire da questi dati è possibile ricostruire una storia con molti «forse».

Occorre ricordare innanzitutto che l’epoca del grande sviluppo della liturgia cristiana inizia nel IV secolo, a seguito della cosiddetta pace costantiniana. È sostanzialmente in quel secolo, contraddistinto da una creatività liturgica definita da qualcuno «forsennata», che si forma il ciclo di Natale ed Epifania: fino ad allora tutto il culto era concentrato sul mistero pasquale.

In occidente i primi cenni della presenza di una festa del Natale del Signore celebrata il 25 dicembre risalgono alla prima metà del IV secolo. La festa veniva celebrata a Roma e passò subito nel resto d’Italia, forse in Spagna e nella provincia d’Africa (che non comprendeva l’Egitto), ove si ricordava pure, lo stesso giorno, l’adorazione dei magi con la strage degli innocenti. Forse una chiesa appena emersa da un’età di persecuzioni sentiva il bisogno di ricordare assieme la nascita di Gesù per il mondo e il suo immediato rifiuto. La data del 25 dicembre dipende probabilmente dalla festa pagana del solstizio d’inverno, che cominciava appunto nella notte fra il 24 e il 25 dicembre. Da circa un secolo quest’ultima aveva acquistato risalto a Roma, a causa del diffondersi e talvolta dell’ufficializzarsi del culto persiano di Mitra, identificato con il sole, e del nascente culto della persona dell’imperatore: era la festa del Natale invitto, del sole che rinasceva ricominciando a crescere dopo la diminuzione invernale delle giornate. Cristo fu quindi annunciato come il vero sole di giustizia che nasceva nel mondo, in un simbolismo ben comprensibile a chi era plasmato da quella cultura.

Abbiamo notizia di un’altra data: il teologo e filosofo cristiano Clemente Alessandrino riferisce di una tradizione presente in Palestina e in Egitto durante la sua vita, all’inizio del III secolo, dunque circa un secolo prima delle prime attestazioni del 25 dicembre in Occidente. Essa datava la nascita di Gesù al 20 maggio; altre notizie di area palestinese o egiziana pongono attorno a questa data la memoria della fuga in Egitto e della strage degli innocenti. Ricordo biografico? Come che sia, due secoli dopo l’attestazione di Clemente Alessandrino ogni traccia della memoria del 20 maggio sembra sparita, benché rimangano talvolta in quel periodo le memorie connesse dette sopra. Il giorno della nascita di Gesù era ormai divenuto in tutto l’Oriente il 6 gennaio, la festa dell’Epifania.

Eccoci dunque alla seconda data-chiave di questo tempo liturgico, il 6 gennaio. Incerta è l’origine della data. Quanto al nome «epifania», esso indica un’origine orientale: è termine greco che significa «manifestazione». Manifestazione di che cosa? La festa è già nota in area siriaca nella seconda metà del III secolo, poi verso la fine del IV secolo in Palestina e in Egitto come celebrazione della manifestazione di Gesù nella carne, cioè della sua nascita e dell’adorazione dei magi. In Egitto e forse in Siria si ricordava anche, forse per trasposizione di un precedente rito pagano sulle acque, il battesimo di Gesù, e talvolta il miracolo di Cana.

Avvenne poi che in Siria e in area costantinopolitana verso la fine del IV secolo si introducesse il Natale occidentale del 25 dicembre. Ciò provocò un mutamento di significato nella festa del 6 gennaio, che divenne memoria del solo battesimo. Il termine venne così a significare la manifestazione alle folle del Giordano da parte della voce celeste della filiazione divina di Cristo. Lo stesso avvenne in Egitto nella prima metà del V secolo, e alla stessa epoca in Palestina, salvo che qui la festa occidentale durò poco (il che avrà una conseguenza, come si dirà più avanti) e vi rientrò più tardi, forse in conseguenza di un decreto imperiale della seconda metà del VI secolo. A questo punto dappertutto in oriente il 6 gennaio era divenuto la festa del battesimo di Gesù. Tale è a tutt’oggi il significato unico di questo giorno nel mondo ortodosso.

Curiosamente sembra che il 6 gennaio come memoria della Natività fosse presente nella seconda metà del IV secolo anche in Gallia (attuale Francia), unica regione occidentale. Ma già prima della metà del V secolo la nascita era celebrata in un giorno precedente (forse il 25 dicembre del resto dell’Occidente), il che mutò anche qui il carattere del 6 gennaio: ma non, come in Oriente, conferendogli il carattere di memoria del battesimo, bensì facendogli ricordare la visita dei magi, il battesimo e il miracolo di Cana: i «tre segni» che ancora oggi vengono cantati nelle antifone del Benedictus e del Magnificat durante la celebrazione dell’Epifania in Occidente.

Sì, perché come il Natale del 25 dicembre entrò in Oriente, così l’Epifania del 6 gennaio entrò in Occidente. Con questa particolarità: che l’evento centrale con essa celebrato in Occidente non divenne il battesimo, bensì la visita dei magi, talvolta con una menzione degli altri due eventi citati. In Italia alla metà del V secolo sono conosciuti i tre eventi; in Spagna alla fine del IV secolo si ricordano i magi e la strage degli innocenti; a Roma e in Africa nel V secolo solo i magi, ma più tardi anche gli altri due eventi.

Troppi dati ci sfuggono perché si possa dire qualcosa di preciso sui passaggi e sui mutamenti intervenuti. Forse quando l’Occidente, che già aveva il 25 dicembre, cominciò ad adottare l’altra festa, isolò quella parte, o quelle parti, presenti nelle primitive Epifanie orientali per la propria Epifania. O al contrario, una Chiesa occidentale che celebrava la Natività il 6 gennaio (come abbiamo visto accadere in Gallia) può aver adottato l’uso romano del 25 dicembre e lasciato la parte relativa ai magi all’antica festa; l’uso si sarebbe poi esteso al resto del mondo occidentale.

Il visitatore della Terra Santa può rendersi conto facilmente dell’importanza che queste ricorrenze hanno per le Chiese locali. Le liturgie cattoliche non riservano sorprese ai cattolici. Particolarmente nota è l’Eucaristia notturna del patriarca latino presso la chiesa dei francescani a Betlemme, che riveste un carattere di ufficialità. 

Quanto agli eventi delle Chiese orientali, per capirli occorre tener presenti due fatti. Il primo è che, in seguito alla mancata riforma del calendario giuliano da parte di quelle Chiese, il loro calendario liturgico è in ritardo di tredici giorni rispetto al nostro. Così il loro 25 dicembre corrisponde al nostro 7 gennaio. Essi dunque, solo per motivi calendaristici, celebrano il loro Natale quasi in concomitanza con la nostra Epifania. Il 6 gennaio (per loro il 24 dicembre) vi è a Betlemme la grande festa popolare dell’ingresso dei capi delle Chiese orientali nell’antica basilica della Natività. La massima solennità è riservata all’ingresso del patriarca e dei vescovi ortodossi, che avviene nella tarda mattinata con festoso accompagnamento di tamburi e cornamuse. Seguono, nella notte, le liturgie, celebrate da ogni chiesa al proprio altare. Il giorno dopo (il nostro 7 gennaio) ha luogo il ritorno a Gerusalemme. Poi, il 6 gennaio del calendario giuliano, corrispondente al 18 del nostro, vi è la celebrazione dell’Epifania, cioè del battesimo di Gesù: il giorno prima o il giorno stesso, ogni Chiesa si reca al Giordano, ciascuna al proprio luogo, passando attraverso i campi minati con il permesso, la sorveglianza e la protezione dei militari. Alla celebrazione ortodossa, in particolare, convergono diverse decine di pullman da ogni parte di Israele e della Cisgiordania. Si benedice l’acqua e se ne porta nelle proprie chiese e case.

l secondo fatto da tener presente è che nel quadro sopra accennato vi è un’eccezione: la Chiesa armena. Essa infatti, viva nella chiesa di Gerusalemme fin dall’inizio della propria esistenza e in essa radicata per la propria tradizione liturgica più antica, al pari di essa non accolse l’inserzione del 25 dicembre nel calendario; e quando poi le due Chiese si separarono definitivamente, mantenne, tranne che per un breve periodo nel VI secolo, il calendario di un tempo: conservò quindi all’Epifania l’antico significato di memoria della Natività, e in un desiderio di fedeltà alla propria tradizione monofisita valorizzò in essa la memoria del battesimo, già anticamente presente, lo si è accennato, in diverse Chiese orientali. Ribadì così liturgicamente, racchiudendola in un’unica festa, l’unica natura (perché questo significa il termine monofisismo) di Gesù uomo manifestato nella nascita a Betlemme e di Gesù Dio manifestato nella voce celeste durante il battesimo. A ulteriore legittimazione dell’usanza si aggiunse con il tempo una precisazione storica: il battesimo di Gesù avvenne il giorno stesso della sua nascita, esattamente trent’anni dopo. Ciò a partire da un’esegesi, ai nostri occhi certo un po’ forzata, di Luca 3,21-23. Conseguenza visibile di tutto ciò è che la Chiesa armena è del tutto assente dalla festa orientale del Natale a Betlemme, e che in occasione della festa dell’Epifania essa non si reca al Giordano bensì a Betlemme, ove fra la sera e la notte celebra nella basilica i due misteri sopra enunciati.

https://www.terrasanta.net/2011/11/natale-ed-epifania-tra-oriente-ed-occidente/

sabato 24 dicembre 2022

Dalla Siria la testimonianza del Natale più vero

Il francescano padre Hanna Jallouf è nel Paese mediorientale dall’inizio del conflitto, sempre al servizio dei poveri e dei vulnerabili. Sequestrato dai miliziani nel 2014, è rimasto da solo, insieme a un confratello, ad assistere spiritualmente e materialmente i cristiani nel Governatorato di Idlib. Nei giorni scorsi è stato premiato da Papa Francesco: “Il riconoscimento uno spiraglio di speranza per la mia gente”


In Siria la testimonianza di padre Jallouf: "Guerra e sofferenze, ma Dio non ci ha mai tradito"

Paolo Ondarza – Città del Vaticano

È una testimonianza del Vangelo silenziosa quella dei cristiani dei tre villaggi di Knaye, Yocoubieh e Gidaideh, nella Valle di Oronte, a 43 chilometri da Antiochia, nel Governatorato di Idlib, in mano ai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. Dodici anni fa erano in 10 mila, oggi sono appena 600, poco più di 200 famiglie. Qui padre Hanna Jallouf è rimasto l’unico religioso, insieme ad un confratello, a portare conforto spirituale, materiale e sanitario. “Sono tutti scappati via”, racconta ai microfoni di Vatican News – Radio Vaticana di cui è ospite. “Ormai siamo sotto la guerra da dodici anni, sotto la dominazione dei jihadisti, lontani dal governo non abbiamo risorse economiche o forze per proteggerci”.

Il rapimento nel 2014

Gli occhi di padre Jallouf rivelano la sofferenza del popolo siriano, tradiscono i timori per un destino oscuro, ma irradiano anche la luce di una speranza certa, fondata su Cristo. “Il Signore è sempre stato con noi, non ci ha mai tradito. Neanche quando sono stato rapito”, dice, ricordando il sequestro dei miliziani nel 2014. “Volevano costringermi alla conversione, ma il Signore mi ha dato la forza e il coraggio di testimoniare la fede cristiana”.

Vivere la fede con le restrizioni 

Senza soldi, senza difesa i cristiani di queste terre vivono una quotidianità fortemente condizionata. “La nostra testimonianza è la vita, la gente con cui viviamo sa bene che siamo reali, siamo sinceri e di buona condotta. Noi mandiamo avanti la baracca, ma ci sono tante difficoltà”. Ad esempio, spiega il frate, “siamo costretti a vivere e testimoniare la nostra fede solo dentro le chiese. All’esterno è stato cancellato ogni nostro simbolo religioso, non possiamo suonare le campane, non possiamo vestire il saio francescano, le donne devono coprirsi. Il contesto è molto difficile”.

Ma nonostante queste restrizioni”, prosegue Jallouf con un sorriso, “la nostra fede cresce. Più stringono, più ci allarghiamo. Anche a Natale potremo svolgere le nostre celebrazioni eucaristiche, le novene o allestire il presepe dentro la chiesa, ma fuori o dentro le case è vietato persino fare l’albero di Natale”.

Natale 

La speranza del francescano è che arrivi presto un giorno di pace in cui vivere in pienezza il Natale. A rafforzarlo in questo sentimento è arrivato come un dono inatteso l’incontro nei giorni scorsi con Papa Francesco in occasione della consegna del riconoscimento “Fiore della Gratitudine” promosso dal Dicastero per il Servizio della Carità, simbolo dell’amore che tiene in piedi il mondo e omaggio a Madre Teresa di Calcutta.  “Questo riconoscimento è una gioia dopo tante sofferenze per il mio popolo e la mia gente. Ricevere il fiore ha rappresentato per me e per il nostro popolo uno spiraglio di speranza e gioia. Quando mi ha chiamato il cardinale Mario Zenari, il nostro nunzio, mi ha detto: ‘Il Santo Padre vuole premiarti’. Ho risposto: ‘Non sono degno’. ‘Vieni e vedi’, mi ha detto lui. E allora ho pensato: facciamo come San Paolo quando è entrato a Damasco e gli hanno detto ‘Entra e lì saprai cosa devi fare’. Sono serviti tre giorni e tre notti solo per arrivare ad Aleppo”.

L'incoraggiamento del Papa

Il francescano ha avuto modo anche di parlare personalmente con il Papa: “Ha espresso la sua vicinanza alla nostra gente insieme all’augurio che possa finire questa guerra e presto si conseguano la pace, vera e sicura, la giustizia e il sollievo per il nostro popolo”.

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-12/padre-jallouf-siria-guerra-testimonianza-vangelo-premio-papa.html



RIVOLGIAMO AI NOSTRI LETTORI L'AUGURIO DI POTER VIVERE I SANTI GIORNI NATALIZI, PUR SEGNATI DA INQUIETUDINI E DA PREOCCUPAZIONI, CON LE STESSE PAROLE RIVOLTE DA PAPA FRANCESCO A PADRE JALLOUF: 
“Ha espresso la sua vicinanza alla nostra gente insieme all’augurio che possa finire questa guerra e presto si conseguano la pace, vera e sicura, la giustizia e il sollievo per il nostro popolo”.

BUON NATALE E BUON 2023!

mercoledì 21 dicembre 2022

Si avvicina il Natale in Siria

 

di Pro Terra Sancta

Si avvicina il Natale in Siria e l’inverno è oramai alle porte. Le famiglie si preparano in vista del freddo e del mal tempo, facendo scorte di verdure e frutta di stagione essiccata, di vestiti e indumenti pesanti e dove possibile apportando piccole riparazioni alle abitazioni poco isolate.

L’inverno passato ha lasciato un segno non indifferente sugli animi delle famiglie siriane afflitte dalla forte crisi economica in corso: non solo è stato l’inverno più severo registratosi da diversi decenni ma si è verificato in concomitanza con uno dei momenti più difficili delle crisi siriana.

In mancanza di elettricità, di gas, di gasolio e persino di legna la maggior parte delle famiglie siriane hanno affrontato il grande freddo con mezzi insufficienti a garantire un ambiente di vita sano. Ne è conseguito un incremento rilevante dei casi di malattie gravi e tanti sono stati purtroppo anche i decessi.

Eppure la disperazione non vince. Da Aleppo arrivano le voci di chi sta con la popolazione colpita ogni giorno: “Il segreto dei Siriani sta nell’amore bello e sincero che nutrono per la vita, e non vi è esempio di fede più grande di chi sopporta l’avversità e ne fa un’occasione di amore”, raccontano i collaboratori di Pro Terra Sancta. “È a ragione di questa consapevolezza che fa male al cuore oggi, dopo un decennio di sofferenze, vedere che la situazione in Siria segue peggiorando verso un baratro che sembra non avere fondo. Purtroppo, andando a trovare una qualsiasi famiglia sotto la soglia di povertà oggi (si parla dell’ottanta per cento della popolazione) ci si trova di fronte a persone che sembrano avere perso ogni speranza.

Il problema principale che impedisce all’economia siriana di risollevarsi, (rimarcato di recente anche dalla commissione delle Nazioni Unite per la salvaguardia dei diritti umani),  è legato alla mancanza di autonomia energetica da un lato ed all’isolamento economico indotto dal sistema di sanzioni che sono state imposte dai governi dei paesi che avversano il governo siriano: finché in Siria non si riuscirà a restaurare un afflusso di elettricità e di benzina costante e a prezzi abbordabili è difficile pensare a una ripresa. A tenere in ginocchio il paese oggi è soprattutto la mancanza di risorse e di infrastrutture essenziali a garantire la stabilità del sistema economico.


In questo contesto, l’adozione di fonti di energia rinnovabile e autosufficienti rappresenta l’unica alternativa accessibile, sebbene il suo apporto rimanga marginale. Per questo ci siamo impegnati negli ultimi anni, come tante realtà umanitarie operanti in Siria, a sovvenzionare l’impiego di pannelli fotovoltaici, partendo da Aleppo. Nel 2022 Pro Terra Sancta ha finanziato e promosso l’installazione di 120 impianti ad Aleppo, garantendo alle famiglie beneficiarie una fornitura costante di elettricità e di acqua calda in casa. Con temperature esterne proibitive e poche ore di luce al giorno, tutti i beneficiari hanno confermato che l’adozione di un sistema fotovoltaico è stata determinante per il benessere della famiglia. Alla stregua di ciò e del continuo aumento della richiesta di ulteriori interventi simili ci stiamo impegnando per potere raggiungere il maggiore numero di beneficiari possibili, ad Aleppo come a Damasco e a Latakia. “Intervenire al più presto e con tutti i mezzi sta diventando una questione vitale – dichiara George, tra gli operatori di PTS sul campo – senza elettricità e riscaldamento le famiglie non possono vivere dignitosamente e guardano all’estero per cercare una via di fuga. Dobbiamo continuare ad alimentare la speranza nei cuori delle nostre famiglie.”

Il popolo cristiano in Siria si appresta a celebrare il Natale come sempre con grande entusiasmo e coinvolgimento. L’attesa del Natale qui, forse più che altrove, è un’attesa carica di devozione e di speranza, perché i fedeli sanno che solo da Lui può venire la forza di andare avanti nelle intemperie. Una luce di speranza che illumina anche il buio più profondo dove è precipitato uno dei paesi più affascinanti di tutto il Medio Oriente.

LINK PER SOSTENERE I PROGETTI DI PROTERRASANCTA  IN SIRIA : https://www.proterrasancta.org/it/come-sostenerci/


https://www.proterrasancta.org/it/si-avvicina-il-natale-in-siria/

domenica 18 dicembre 2022

Le sanzioni stanno uccidendo i siriani e sono una violazione dei diritti umani


di Steven Sahiounie

Damasco ora è molto fredda e presto sarà ricoperta di neve. Circa 12 milioni di siriani stanno affrontando un inverno mortale senza combustibile per il riscaldamento, benzina per i trasporti e case buie ogni sera senza elettricità. Anche Aleppo, Homs e Hama sono estremamente fredde per tutto l'inverno. 

Immagina di essere malato e di dover andare dal medico o in ospedale. Le ambulanze in Siria ora risponderanno solo alle chiamate più pericolose per la vita perché devono risparmiare benzina o rischiare di esaurirsi completamente. La benzina sul mercato nero costa ai siriani l'equivalente di 50 dollari USA per un serbatoio di carburante da 20 litri.

Le sanzioni contro la Siria sono state imposte dall'Unione Europea, Stati Uniti, Canada, Australia, Svizzera, Lega Araba e altri paesi a partire dal 2011. Le sanzioni miravano a rovesciare il governo siriano, privandolo delle sue risorse. Il "cambio di regime" sponsorizzato dagli Stati Uniti è fallito ma le sanzioni non sono mai state revocate.

Per 12 anni gli Stati Uniti e l'UE hanno imposto sanzioni economiche alla Siria che hanno privato i siriani della loro dignità e dei loro diritti umani.

Nuovo rapporto delle Nazioni Unite chiede la revoca delle sanzioni alla Siria

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani, Alena Douhan , ha sollecitato la revoca delle sanzioni contro la Siria , avvertendo che si stavano aggiungendo alle sofferenze del popolo siriano dal 2011.

“Sono colpito dalla pervasività dei diritti umani e dall'impatto umanitario delle misure coercitive unilaterali imposte alla Siria e dal totale isolamento economico e finanziario di un Paese il cui popolo sta lottando per ricostruirsi una vita dignitosa, dopo la decennale guerra, ha detto Douhan.

Dopo una visita di 12 giorni in Siria, Douhan ha affermato che la maggior parte della popolazione siriana attualmente vive al di sotto della soglia di povertà, con carenza di cibo, acqua, elettricità, riparo, combustibile per cucinare e riscaldare, trasporti e assistenza sanitaria. Ha parlato del continuo esodo di siriani istruiti e qualificati in risposta alle difficoltà economiche di vivere a casa.

Douhan ha riferito che la maggior parte delle infrastrutture è stata distrutta o danneggiata e le sanzioni imposte su petrolio, gas, elettricità, commercio, costruzioni e ingegneria hanno ridotto il reddito nazionale, il che ha impedito la ripresa economica e la ricostruzione.

Le sanzioni impediscono di ricevere pagamenti dalle banche e consegne da produttori stranieri. Gravi carenze di medicinali e attrezzature mediche hanno afflitto ospedali e cliniche. La mancanza di un sistema di trattamento dell'acqua ad Aleppo ha causato una grave epidemia di colera alla fine dell'estate e il sistema non può essere acquistato, installato o mantenuto sotto le attuali sanzioni statunitensi contro la Siria.

Duhan ha detto,

Esorto l'immediata revoca di tutte le sanzioni unilaterali che danneggiano gravemente i diritti umani e impediscono qualsiasi sforzo per un rapido recupero, ricostruzione e ricostruzione".

Le sanzioni statunitensi non sono efficaci

Nel 1998, Richard Haass ha scritto, "Sanzioni economiche: una cosa troppo brutta".   Ha avvertito i responsabili della politica estera statunitense che le sanzioni da sole sono inefficaci quando gli obiettivi sono grandi o il tempo è breve. Il rovesciamento del governo siriano è un obiettivo enorme e le sanzioni non hanno raggiunto tale obiettivo.

Haass ha previsto che le sanzioni potrebbero causare difficoltà economiche e migrazione. Nell'estate del 2015 circa mezzo milione di siriani hanno attraversato l'Europa come migranti economici e sono stati accolti principalmente dalla Germania.

C'è un imperativo morale a smettere di usare le sanzioni come strumento di politica estera perché le persone innocenti ne sono colpite , mentre le sanzioni hanno fallito.

Gli Stati Uniti rubano il petrolio siriano e non permetteranno l'arrivo di petrolio importato

Secondo il governo degli Stati Uniti, le sanzioni alla Siria “proibiscono nuovi investimenti in Siria da parte di cittadini statunitensi, proibiscono l'esportazione o la vendita di servizi in Siria da parte di cittadini statunitensi, proibiscono l'importazione di petrolio o prodotti petroliferi di origine siriana e proibiscono a cittadini statunitensi il coinvolgimento in transazioni riguardanti petrolio o prodotti petroliferi siriani”.

C'è una deroga che può essere richiesta al Dipartimento del Commercio, per aggirare le sanzioni; tuttavia, si applica solo all'invio di articoli nell'area di Idlib occupata dai terroristi. Hayat Tahrir al-Sham era l'affiliato di Al Qaeda in Siria ed è l'unico gruppo terroristico che attualmente  detiene un territorio in Siria.

Il 22 ottobre, il media Energy World ha riferito che le forze di occupazione statunitensi avevano contrabbandato 92 autocisterne e camion di petrolio e grano siriani rubati dalla Siria nord-orientale alle basi statunitensi in Iraq. Il furto è continuo e costante.

Gli Stati Uniti hanno collaborato con le forze democratiche siriane (SDF), una milizia curda che ha un'ala politica che segue l'ideologia comunista iniziata da Abdullah Ocalan del PKK. Il presidente Trump ha ordinato alle forze armate statunitensi di rimanere ad occupare la Siria nord-orientale e ha ordinato ai soldati statunitensi di rubare il petrolio siriano in modo da impedire al popolo siriano nel resto del paese di beneficiare della benzina e dell'elettricità prodotte dai pozzi.

Il ministero siriano del petrolio ha dichiarato ad agosto che le forze statunitensi stavano rubando l'80% della produzione petrolifera siriana, causando perdite dirette e indirette di circa 107,1 miliardi all'industria petrolifera e del gas siriana.

Poiché il governo di Damasco è privato del petrolio prodotto dai suoi pozzi, è costretto a dipendere dal costoso petrolio importato, di solito dall'Iran. Gli Stati Uniti requisiscono abitualmente le petroliere iraniane, come l'incidente di recente quando la Marina degli Stati Uniti ha preso in ostaggio una petroliera al largo delle coste della Grecia diretta in Siria, ma alla fine è stata rilasciata dalla Grecia.

Carenza di benzina 

Il governo ha istituito un fine settimana di tre giorni per le scuole e gli uffici civili, oltre a sospendere gli eventi sportivi per risparmiare carburante.

Maurice Haddad , direttore della Compagnia generale per i trasporti interni di Damasco, ha dichiarato al quotidiano al-Watan che il governo ha fissato quote più severe per il diesel, portando a un minor numero di servizi di autobus giornalieri.

Il sito web di notizie Athar-Press ha riferito che diverse panetterie a Damasco hanno dovuto chiudere a causa della mancanza di carburante.

Il carburante è necessario per generare elettricità in Siria e la mancanza di carburante domestico o importato significa che la maggior parte delle case in Siria ha circa un'ora di elettricità a diversi intervalli ogni giorno e la quantità diminuisce ogni giorno.

Esenzioni dalle sanzioni solo per Idlib e i curdi

Le uniche due aree in Siria che non sono sotto l'amministrazione di Damasco sono Idlib nel nord-ovest e la regione curda sponsorizzata dagli Stati Uniti nel nord-est. Le sanzioni statunitensi  esentano dall'invio di articoli solo in questi due luoghi. Ma questi due luoghi rappresentano un piccolo numero di siriani rispetto ai civili in tutto il paese e alle principali città di Damasco, Aleppo, Homs, Hama e Latakia. Gli Stati Uniti si assicurano che le persone che sono contrarie al governo siriano continuino a essere ricompensate con rifornimenti e ricostruzione, mentre i milioni di civili pacifici sono mantenuti in un costante stato di sofferenza e privazione.

https://www.globalresearch.ca/us-sanctions-killing-syrians-human-rights-violation/5802431