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lunedì 22 novembre 2021

Richiesta interna al Congresso USA: via dalla Siria

 Riprendiamo dal sito Piccole Note queste interessanti annotazioni su - finalmente!- movimenti interni al Governo degli Stati Uniti per il ritiro dell'illegale presenza americana in territorio siriano e della rapina (con l'accordo dei Curdi e dell'FDS) delle risorse di petrolio e di gas di Al-Omar, Al-Tanak, Al-Jafra e Koniko; giacimenti petroliferi che rappresentano i due terzi delle riserve nella Siria. 

Con l'avallo del 'Caesar Act', le sanzioni statunitensi imposte da Washington durante l'era Trump prendono di mira aziende, istituzioni e individui (sia siriani che non siriani) che vorrebbero intraprendere affari con settori dell'economia siriana volti alla ricostruzione del Paese dopo 10 anni di guerra.  Ma, come ricorda il Vescovo di Aleppo mons Georges Abou Khazen a FIDES, “perpetuare le sanzioni contro la Siria significa condannare a morte molta gente”:  “La situazione quotidiana” riferisce all’Agenzia Fides il Vicario apostolico della metropoli siriana “è per molti versi peggiore di quella che vivevamo quando Aleppo era terreno di guerra tra l’esercito siriano e le milizie dei cosiddetti ribelli. Non ci sono medicine, negli ospedali non arrivano i macchinari indispensabili per salvare tante vite, mancano i beni di prima necessità anche dal punto di vista alimentare. Tanti riescono a malapena a trovare il pane per sopravvivere di giorno in giorno”.

   OpS

Trenta membri del Congresso a Biden: gli Usa via dalla Siria

Piccole Note, 22 novembre 2021 

“L’amministrazione Biden deve rispondere a queste domande urgenti sul perché e sotto quale autorità l’esercito americano sta combattendo in Siria, qual è la missione e se quella missione è in linea con gli interessi americani”. Così Marcus Stanley, Advocacy Director del Quincy Institute for Responsible Statecraft.

Una dichiarazione che giunge nel giorno in cui 30 membri del Congresso americano hanno scritto una missiva a Biden nella quale chiedono a che titolo l’esercito Usa conduce azioni di guerra in Siria e Iraq. “Il popolo americano – si legge nella missiva – è stanco dell’infinito coinvolgimento militare degli Stati Uniti nelle guerre d’oltremare”.

“È imperativo che il Congresso e i suoi membri, in quanto rappresentanti del popolo americano, esercitino i poteri di guerra garantiti dalla costituzione per supervisionare e autorizzare qualsiasi azione militare all’estero”.

Via dalla Siria

Finalmente, qualcosa si muove, dopo anni di stallo, che vedono l’esercito Usa occupare de facto un terzo della Siria e conservare anche in Iraq una presenza più che invasiva, di fatto una forza d’occupazione, anche qui nonostante il voto del Parlamento iracheno che ne chiedeva il ritiro.

Tale occupazione ha avuto, e ha, una legittimazione del tutto fittizia, cioè la lotta al Terrore, nonostante sia ormai storia che il Terrore si sia oltremodo alimentato grazie all’intervento americano in Iraq – come ha certificato una volta per tutte la Commissione d’inchiesta britannica Chilcot.

Di interesse annotare come anche un media conservatore come il Washington Examiner ospiti una nota nella quale chiede il ritiro dalla Siria, in un articola che spiega come la legittimazione della lotta al Terrore non ha più alcun senso, dal momento che l’Isis non controlla più alcun territorio, ma sopravviva come cellule che operano in clandestinità, contro le quali si stanno muovendo con efficacia gli attori locali (la nota cita solo russi, siriani, iracheni e milizie curde, ma i più formidabili nemici dell’Isis sono i miliziani sciiti).

Non solo il ritiro dalla Siria, Giordio Cafiero, su Responsible Statecraft, spiega come le nazioni arabe si stiamo muovendo per riallacciare i rapporti con Bashar al Assad. A tale proposito cita il viaggio del ministro degli Esteri degli Emirati Arabi a Damasco, spiegando che tale Paese si è impegnato più di altri a far uscire Damasco dallo status di paria internazionale.

“Questo è nell’interesse di tutte le nazioni della regione. L’Iran non solo accoglie con favore questo processo, ma fa anche ogni sforzo per accelerarlo affinché i paesi arabi e siriani riprendano le loro relazioni”, ha, peraltro, affermato Saeed Khatibzadeh, portavoce del ministero degli Esteri iraniano.

Una lettera e qualche articolo di giornale non riusciranno certo a far invertire la rotta, ma il fatto che almeno qualcuno in America metta a tema il ritiro dal Medio oriente è una novità, dopo i tentativi falliti in tal senso da Trump, che più volta ha provato a ritirarsi dalla Siria, dovendo poi cedere alle pressioni contrarie.

L’esercito Usa a difesa degli oppressori

Una presenza sempre più ingiustificata e sempre più inaccettabile, ma dalla quale il Pentagono non vuol recedere. Di interesse, sul tema, un articolo di Doug Barrow su Antiwar, nel quale l’ex consigliere speciale di Ronald Reagan (non certo un estremista comunista) ha criticato aspramente il recente intervento del Segretario della Difesa Usa Lloyd Austin a un forum sulla sicurezza tenutosi in Bahrain, uno dei regimi più oppressivi del Golfo (ma le cui magagne restano nascoste perché è alleato con gli Stati Uniti).

In particolare, Barrow ironizza sul passaggio dell’intervento di Loyd nel quale questi accennava alla geometrica potenza prodotta dell’alleanza tra Paesi arabi e Stati Uniti, dato che sono stati incapaci di piegare l’Iran, nonostante decenni di sanzioni terribili che ne hanno falcidiato l’economia, e stanno perdendo contro i ribelli yemeniti, nonostante lo Yemen sia uno dei Paesi più poveri del mondo.

“Altrettanto ridicolo – prosegue Barrow – è stato il consiglio di Austin ai partecipanti: ‘Ho imparato che possiamo fare molto di più quando siamo uniti rispetto a quando ci lasciamo dividere’. Così ha detto l’uomo che sovrintende a un esercito che è stato responsabile della distruzione di diversi paesi e della morte di centinaia di migliaia di civili grazie alle molteplici guerre degli ultimi due decenni. ‘Stare insieme’ non sembra descrivere adeguatamente la politica degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen – debacle dopo debacle”.

“Tuttavia, gli americani continuano a lavorare con questi e altri regimi oppressori, molti dei quali affidano tutto il ‘lavoro sporco’ agli stranieri. Dopotutto, chi vorrebbe morire per proteggere i propri corrotti governanti? Eppure il personale militare statunitense è bloccato a fare proprio questo. In questo caso fungono da guardie del corpo per delle élite regali che regnano su cittadini che si rifiutano di combattere” per loro.

Cenni a effetto, che riferiamo per sottolineare il realismo e l’opportunità della missiva inviata a Biden dai membri del governo. Il presidente ha bisogno di tali sollecitazioni, dato che vuol porre termine alle guerre infinite. Non può riuscire da solo: nonostante l’apparente potere che gli è conferito, l’apparato militar-industriale e gli interessi in gioco sono fortissimi.

domenica 14 novembre 2021

Il fiume Eufrate in secca, il disastro incombe sulla Siria

foto D Souleiman -AFP

L'accusa rivolta alla Turchia apparsa ieri su France Culture : “Per molti anni i turchi hanno costruito dighe che consentono loro di controllare il flusso che scorre a valle. Negli ultimi mesi hanno ridotto di circa l'80% il volume d'acqua che normalmente arriva in Siria e del 50% dalle stazioni di pompaggio di acqua dolce alla popolazione. "
 

di Elisa Pinna 

Per millenni l’Eufrate ha costituito l’arteria vitale per le popolazioni della Mesopotamia occidentale, ha dissetato, irrigato campi, contribuito a creare civiltà e imperi. Ora si sta prosciugando inesorabilmente in alcuni suoi tratti e milioni di persone in Siria e in Iraq non hanno più acqua per bere e mandare avanti l’agricoltura e l’allevamento di bestiame.

I cambiamenti climatici, il ciclo delle siccità, le temperature sempre più alte stanno portando via tutte le forze al «Grande Fiume» biblico. La sua portata è ai minimi storici – 150/200 metri cubi d’acqua al secondo contro i 600 metri cubi del secolo scorso – e, tra i contadini siriani e iracheni delle pianure che attraversa, vi è un senso di disperazione e disarmo. Senza l’Eufrate, anche per loro non c’è più vita.

Particolarmente grave è la situazione in Siria, dove cinque milioni di persone dipendono totalmente dalle acque del fiume e dei suoi affluenti. Sono concentrate nel Nord-Est del Paese, un tempo considerato il «granaio siriano», trasformatosi poi in un campo di mattanza della guerra civile: da queste parti i miliziani del sedicente Stato islamico (l’Isis) hanno conquistato Raqqa, per poi lanciarsi nella marcia attraverso l’Iraq fino a Mosul, proclamata nel 2014 capitale del Califfato nero e ripresa solo nel 2017 da soldati iracheni e miliziani filo-iraniani, sostenuti in quell’occasione, anche dagli Stati Uniti.

In Siria invece erano stati i curdi a guidare la controffensiva contro i seguaci dell’autoproclamato califfo Al Baghdadi, tra un coro di elogi e incoraggiamenti da parte dell’Occidente, salvo poi essere dimenticati e lasciati in balia delle vendette dei turchi, pronti a tutto pur di evitare la nascita di un’entità curda saldata agli indipendentisti interni. Molti sono pronti a scommettere che vi è un filo che lega i fatti della guerra di allora – in realtà mai terminata – ai problemi di oggi dell’Eufrate, non afflitto soltanto dai cambiamenti climatici.

Il fiume nasce dalle montagne circostanti l’Ararat e la Turchia ne controlla il flusso iniziale, attraverso un sistema di dighe e laghi artificiali, prima che il corso d’acqua passi in Siria e poi in Iraq, dove si unisce al Tigri per sfociare infine nel Golfo Persico. Il sospetto che Ankara abbia un po’ chiuso i rubinetti per assetare i nemici curdi – magari in vista di qualche nuova offensiva militare – esiste ed è dichiarato apertamente. Ankara nega qualsiasi responsabilità ed anzi si lamenta di soffrire degli stessi problemi di siccità.

Sta di fatto che le immagini dell’Eufrate trasmesse in questi giorni sono sconvolgenti, sebbene l’allarme sulla lenta agonia del grande corso d’acqua siano state lanciate da tempo. Le riprese televisive girate dall’alto, in territorio siriano, dall’emittente televisiva asiatica Wion-News mostrano quello che era uno dei più possenti fiumi dell’Asia occidentale (ed anche il più lungo con i suoi quasi 2.800 chilometri di percorso) ridotto in alcuni tratti ad un piccolo torrente che si apre a fatica la strada tra lastre di fango indurito e corrugato. Le case che, prima si trovavano sulla riva, compaiono incongruamente a chilometri di distanza dall’acqua, nel mezzo del nulla, circondate da un deserto di polvere.

Secondo i funzionari locali della Fao (l’agenzia dell’Onu per il cibo e l’agricoltura) il 75 per cento dei raccolti del 2021 è andato distrutto in Siria, con punte del 90 per cento. Ora è il tempo dell’aratura della terra e della semina e i contadini rimasti non sanno cosa fare: se indebitarsi ulteriormente per comprare semenze e fertilizzanti, rischiando di trovarsi nell’estate del 2022 senza nulla in mano, ancora più poveri, affamati e assetati di prima, o se andarsene anche loro, aggiungendosi a quella metà della popolazione siriana già sfollata all’interno o all’esterno della patria. La maggior parte ha già deciso e abbandonato la propria casa.

I villaggi – sempre dalle riprese della Wion-News – appaiono vuoti, tranne qualche famiglia sparpagliata qua e là. Si tratta di una terra dove un tempo abitavano molti cristiani. A Um Gharqan vi era, fino a inizio secolo, una comunità prospera che viveva di agricoltura e allevamento grazie alle acque del fiume Khabour, un affluente dell’Eufrate, famoso nel XX secolo per le sue inondazioni, ed ora completamente essiccato. «Giuro su Dio che era il Paradiso ed ora è diventato sinonimo d’inferno», spiega, in un servizio televisivo, una signora assiro-cristiana mentre indica un canale – diventato uno scolo dove si accumula l’immondizia – che prima portava l’acqua a campi di grano, di cotone, di orzo, a frutteti lussureggianti, a pascoli per gli animali. La donna mostra sul suo cellulare una vecchia foto della chiesa del villaggio, avvolta dal verde di alberi imponenti: la chiesa è stata distrutta nel 2014 dai miliziani dell’Isis, ed attorno alle macerie vi è ora un paesaggio lunare che si estende per chilometri fino all’orizzonte.

https://www.terrasanta.net/2021/11/eufrate-in-secca-in-fuga-5-milioni-di-contadini-siriani/

mercoledì 10 novembre 2021

Dalle suore di Aleppo alla Chiesa di Roma : "Noi abbiamo diritto di vivere!"

Nel recente viaggio in Siria, il Cardinal Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha visitato l'Ospedale Saint Louis di Aleppo.   Ricordiamo che , durante l'occupazione dei quartieri est di Aleppo da cui 'i ribelli'' lanciavano sui quartieri in mano governativa mortai e bombole di gas ripiene di materiale esplosivo, anche sull'Ospedale St Louis sono cadute ben 7 bombe. Con le pallottole raccolte, suor Arcangela ha costruito segni di perdono e di offerta a Dio di tutto il male e la sofferenza subite dal popolo di Aleppo.   L'Ospedale oggi segnala il danneggiamento dell'apparecchio dello scanner toracico per i numerosi esami diagnostici effettuati, e per il quale le sanzioni internazionali non permettono di recuperare i pezzi di ricambio.  Le suore durante l'emergenza Covid, in Siria particolarmente virulenta in questi giorni, hanno continuato a visitare a domicilio i malati.

Riportiamo uno stralcio della testimonianza letta da suor Arcangela, religiosa italiana della Congregazione 'San Giuseppe dell'Apparizione' che gestisce l'Ospedale, pubblicato sul sito della Congregazione.

OraproSiria

Il Cardinale Sandri, insieme al Nunzio e al Consigliere della Nunziatura Apostolica, si sono quindi trasferiti all’Ospedale St. Louis, affidato alle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione, terzo delle strutture inserito nel circuito “Ospedali Aperti” coordinato da AVSI insieme al Nunzio Apostolico. 

Dopo un breve giro tra i reparti salutando gli operatori radunati, il Prefetto ha sostato con i delegati di AVSI e le Suore dell’Ospedale. Toccante è stata la testimonianza di una religiosa di origine italiana, di cui si trascrivono alcuni stralci: 

“Siamo una Congregazione Religiosa femminile ad Aleppo dal 1856, chiamate allora dai padri Francescani per occuparsi della formazione delle giovani. Dal 1905 avevamo due missioni: la scuola Santa Giovanna d’Arco che abbiamo perso per la nazionalizzazione del 1967 e il foyer per le giovani universitarie, che attualmente è chiuso per un anno durante i lavori di ristrutturazione a causa delle numerose bombe che hanno provocato molti danni. Per rispondere alle esigenze della popolazione abbiamo costruito questo ospedale. La città di Aleppo è una delle più colpite dalla guerra e dai bombardamenti, ma noi abbiamo deciso di restare e non abbandonare questo popolo cui abbiamo scelto di donare la nostra vita. Sette bombe ci hanno colpito delle quali, soltanto 3 sono esplose, senza contare le pallottole. Grazie a Dio si è trattato soltanto di danni materiali. Noi e nostri medici hanno ricevuto delle minacce, ed alcuni di loro sono fuggiti. La guerra così lunga ha segnato le nostre vite. La grazia di Dio ha trasformato le nostre sofferenze in una occasione di crescita umana e spirituale. Ha rinforzato la nostra fede e i nostri legami in comunità. Abbiamo sentito la sofferenza del popolo e imparato a vivere dell’essenziale. Abbiamo fatto l’esperienza che la Provvidenza non abbandona mai, e lo abbiamo sentito nei momenti più critici. Il nostro ospedale è rimasto aperto notte e giorno per accogliere i feriti senza distinzione di fronte o di religione. Attualmente viviamo in una condizione al limite: né guerra, né pace! La guerra non è più quella delle armi, ma ben più minacciosa e più grave, quella economica. Le sanzioni sono devastanti, e non fanno che aggravare una situazione umanitaria già in agonia, con in più il vicino Libano pure instabile e in gravi problemi. Quello che le grandi potenze non hanno potuto ottenere con la guerra lo stanno ottenendo oggi con le sanzioni per ferire un popolo a poco a poco. Il nostro ospedale è un'oasi di pace, dove tutti possono trovare conforto fisico e morale. Grazie al progetto Ospedali Aperti e al Cardinale Mario Zenari stiamo andando avanti da tre anni. Il Coronavirus ha aggravato la situazione della popolazione, con molti malati che si sono presentati nelle urgenze, e la necessità di trasferirli in altre strutture perché non siamo dotati di strutture adatte, ma abbiamo seguito numerosi malati a domicilio. Come consacrate, attraverso la nostra presenza e la testimonianza della nostra vita, ci siamo sentite interpellate a promuovere gesti di riconciliazione e perdono, incoraggiando i cristiani a restare nella loro terra. Il popolo di Aleppo ha una grande fede! Con loro, noi crediamo che malgrado l’esperienza vissuta di una lunga notte oscura, la fiamma della speranza è restata accesa e brilla ancora, con la certezza nei nostri cuori che dopo le tenebre, la luce della verità risplenderà un giorno. Accanto alla preghiera però bisogna agire, bisogna scuotere e risvegliare le coscienze delle Autorità del mondo, non può essere punito un popolo, noi abbiamo diritto di vivere! Grazie a Papa Francesco e a Lei!”.

Non senza commozione si è concluso questo incontro, con una visita alla Chiesa e alla piccola cappella delle Suore: sia lungo i corridoi, che nei luoghi di preghiera, le Religiose hanno voluto trasformare i mortai e le pallottole raccolte lungo i mesi di combattimenti in oggetti per la preghiera: crocifissi, rosari, simboli cristiani, scritte invocanti la pace, segno dell’impegno del credente in Gesù, Principe della pace, a trasformare con la preghiera e la carità, come dice Isaia, le moderne lance in falci per un raccolto di riconciliazione e nuovo futuro.

venerdì 5 novembre 2021

Consolare volti tristi: i semi di bene dei Maristi di Aleppo

Lettera da Aleppo n. 42  (2 novembre 2021)

trad. Gb.P. OraproSiria

VOLTI TRISTI

Gli Aleppini non dimenticheranno mai gli anni dal 2012 al 2016 in cui infuriava la guerra ad Aleppo.

Ricordano vividamente le bombe e le bombole di gas piene di esplosivo e chiodi lanciati dai gruppi armati ribelli ad Aleppo Est nei loro quartieri, uccidendo ogni giorno molti civili.

Ricordano le ore di ansia e paura in attesa che i loro cari tornassero a casa.

Ricordano le sofferenze che hanno sopportato, il freddo invernale per mancanza di gasolio per il riscaldamento e le serate trascorse, per anni, al buio per mancanza di elettricità (le centrali elettriche erano in mano ai terroristi).

Non possono dimenticare gli anni in cui sono stati senza acqua corrente (i terroristi hanno interrotto l'approvvigionamento idrico di un'intera città) e le ore di attesa del proprio turno, davanti a pozzi scavati frettolosamente in qualsiasi parte della città, per riempire le loro taniche d'acqua. .

Ricorderanno sempre i ripetuti blocchi della città quando nessuno poteva entrare o uscire, isolando Aleppo e la sua gente e causando penuria di tutto l'essenziale.

Il 2 novembre, si recheranno nei cimiteri a pregare sulle tombe dei loro genitori, parenti e amici uccisi durante gli anni della guerra.

Vivono sempre nella nostalgia dei giorni felici in cui tutti i membri della loro famiglia vivevano ad Aleppo prima di essere dispersi in tutto il mondo.

Nonostante tutta questa sofferenza degli ultimi anni, gli Aleppini ripetono ora in coro "vivevamo meglio negli anni della guerra che adesso", "rimpiangiamo il tempo delle bombe che era più sopportabile della miseria che ora soffriamo".

In effetti, è la bomba della povertà che ora è esplosa in Siria lasciando l'80% della popolazione al di sotto della soglia di povertà e il 60% nell'insicurezza alimentare.

Ora che i combattimenti sono quasi cessati da circa due anni e la situazione militare è congelata, la situazione economica è disastrosa. I prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati vertiginosamente, provocando un aumento del costo degli affitti e del costo della vita. La penuria ha preso piede stabilmente con il razionamento della benzina, del pane, dello zucchero, del riso... I salari, invece, non sono stati adeguati proporzionalmente causando un aumento della povertà. La maggior parte delle famiglie non riesce più a sbarcare il lunario e fa affidamento su cibo, assistenza medica e denaro delle ONG per sopravvivere.

Questa situazione è il risultato di diverse cause tra cui la distruzione delle infrastrutture del Paese e le devastazioni della guerra, la crisi finanziaria in Libano dove molti Siriani hanno perso i loro capitali da investire e i loro risparmi per la pensione ,ma anche delle sanzioni ingiuste imposte dai Paesi Europei e dagli Stati Uniti che bloccano le transazioni finanziarie, impediscono le importazioni e vietano gli investimenti in Siria. Inoltre, la pandemia di Covid19 ha peggiorato la situazione per i decessi che ha causato e le misure preventive che hanno rallentato l'attività economica già morente.

Molti dei nostri connazionali ci raccontano di rammaricarsi per la loro decisione di rimanere nel Paese quando l'emigrazione era facile, e molti sognano di stabilirsi altrove. Solo nell'agosto di quest'anno, diciassettemila giovani aleppini hanno lasciato il Paese per stabilirsi e lavorare altrove, soprattutto in Egitto. Stiamo sopportando il contrappeso della partenza di ciò che era rimasto come manodopera specializzata e artigiani. Le piccole imprese che si prendono il rischio di aprire non trovano più lavoratori qualificati per far funzionare le loro macchine; e sono gli altri paesi che beneficiano dei nostri medici, ingegneri, artigiani, operai e altri professionisti che sono stati formati a casa in Siria e che ora partecipano alla crescita economica o al riempimento delle carenze di personale di alcune professioni in altri Paesi.

Quest'estate abbiamo visto aggirarsi per Aleppo decine di persone che erano fuggite dalla guerra ed erano emigrate altrove. Sono tornate in visita per rivedere i parenti, riordinare la casa che avevano lasciato con urgenza e sbarazzarsi di vestiti e altri oggetti che non servivano più, per rinnovare i passaporti e per sbrigare le formalità amministrative rimaste irrisolte da allora per la loro partenza.

Alla domanda su come hanno trovato Aleppo, molte di queste persone hanno usato la stessa formula: "abbiamo trovato FACCE TRISTI". Questi Aleppini che sono tornati ad Aleppo dopo diversi anni di assenza hanno raccontato ad alta voce quello che noi sentiamo da tempo. Le persone sono tristi, i loro volti tristi, le loro menti tristi e i loro cuori ancora più tristi. Come ci si può aspettare che sia diversamente quando si è vissuto, per 10 anni, tra le bombe militari e la bomba della povertà?

È in questo contesto che noi, Maristi Blu, continuiamo a lavorare per seminare un po' di gioia nel cuore dei bambini e un po' di speranza nello spirito degli adulti, per aiutare le persone ad avere un lavoro e le famiglie a far quadrare i conti, per educare i bambini e anche gli adulti.

Il nostro progetto “Colibri”, che si prende cura delle famiglie sfollate dal campo di Shahba, continua le sue attività educative e mediche e fornisce supporto materiale alle famiglie in termini di cibo e igiene. Tuttavia, questo progetto è minacciato; l'esercito turco che occupa la regione siriana di Afrin sta bombardando i dintorni del campo e ha lanciato volantini in aereo alla popolazione della regione per avvertirla dell'imminente operazione militare "per liberare la regione dai terroristi"( sic!).

Il progetto “Pane Condiviso” è molto apprezzato dagli Aleppini. Dodici donne cucinano ogni giorno nei nostri locali per preparare un piatto caldo quotidiano (con frutta e pane) che i nostri 25 volontari distribuiscono (con un sorriso e pronti all'ascolto) a mezzogiorno a più di 200 anziani che vivono soli senza famiglia e senza risorse.

Abbiamo iniziato una seconda fase del nostro programma di "Formazione professionale" con 20 giovani adulti che abbiamo collocato come apprendisti presso un artigiano esperto per imparare un mestiere e diventare idraulici, falegnami, elettricisti, meccanici, pittori, sarti ecc.

Il programma "Micro-progetti" continua con la formazione di adulti per guidarli alla formulazione di progetti e il finanziamento di progetti con possibilità di successo. Sfortunatamente, la crisi economica riduce le possibilità di successo.

"Imparare a crescere” e “Voglio imparare”, i nostri due progetti educativi per bambini dai 3 ai 6 anni provenienti rispettivamente da famiglie povere o da quelle sfollate, non hanno potuto accettare tutte le domande di iscrizione e si sono trovati nel rammarico di rifiutare dei bambini che tuttavia avevano bisogno di noi. I nostri locali sono utilizzati al massimo della loro capienza e non possono ospitare più di 210 bambini e le 31 educatrici che li accompagnano.

Seeds, (Semi) il progetto di supporto psicologico, sta crescendo enormemente: Trenta volontari sotto la direzione del nostro capo psicologo si prendono cura di 450 bambini dai 3 ai 16 anni attraverso il programma Lotus per i più piccoli e Bamboo per i più grandi senza dimenticare il sostegno agli adulti.

Heartmade (fatto col cuore) continua a impiegare 13 donne per riciclare resti di tessuti e renderli pezzi unici per le signore. Combattere gli sprechi, proteggere l'ambiente e dare lavoro alle donne, questi i principi del progetto. 

Le candidate si stanno affrettando a registrarsi per il progetto "Sviluppo della Donna". Vengono organizzati due gruppi di 20 donne per sessioni di tre mesi. Laboratori di cultura generale, di istruzioni sanitarie, personal training e visita archeologica arricchiscono il progetto che offre anche uno spazio di convivialità e libertà alle partecipanti.

Il nostro centro di formazione per adulti, il nostro "MIT", organizza workshop di 12h, 20h e 56 ore di formazione su vari argomenti utili. Possiamo accettare solo 20 partecipanti per workshop guidati dai migliori esperti di Aleppo.

Il progetto "Hope" prevede l'insegnamento dell'inglese alle madri.

Continuiamo a distribuire latte ai bambini sotto gli 11 anni “Goccia di Latte”, a contribuire ai costi delle cure mediche per i bisognosi (più di 150 supporti sanitari al mese), a pagare l'affitto di 200 famiglie sfollate che non possono permettersi di pagarlo e a donare, ogni mese, soldi in contanti a 450 famiglie di Aleppo finanziate da famiglie polacche nell'ambito di un programma organizzato da una ONG polacca.

Il numero dei Maristi Blu è in aumento; ora siamo 170 volontari e dipendenti. I nuovi membri devono partecipare alle sessioni di formazione umana e marista prima di essere ammessi definitivamente. Inoltre, un programma di formazione regolare è obbligatorio per tutti i membri.

Siamo persuasi che la situazione non migliorerà fino alla revoca delle sanzioni; per questo gridiamo perchè abbiano fine e chiediamo a voi, cari amici, di fare pressione sui vostri rappresentanti eletti e sulle autorità dei vostri paesi affinché pongano fine alle sanzioni.

Ci rendiamo conto che tutto ciò che facciamo è solo una goccia nell'oceano del bisogno; ma questa goccia è indispensabile per il benessere di migliaia di famiglie.

Cerchiamo di rendere un po' meno Tristi i Volti dei nostri compatrioti e non è facile.

Contiamo sulla vostra solidarietà e sulle vostre preghiere.

Aleppo il 2 novembre 2021

Il dottor Nabil Antaki , per i Maristi Blu.