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sabato 23 ottobre 2021

In Siria torna a salire la tensione militare

 

Riprendiamo dal Sussidiario l'interessante intervista al generale Marco Bertolini, già comandante della Brigata paracadutisti Folgore a Kabul nel 2008 e capo di Stato Maggiore Isaf in Afghanistan.

Precisiamo, supportati dalle nostre fonti siriane, alcuni particolari che sembrano essere sfuggiti: pochissimi media hanno diffuso le immagini dell'esplosione dell'autobus militare in pieno centro di Damasco, in cui sono morte 14 persone – non tutti militari.... la distribuzione del filmato è stata immediatamente seguita da un video dei Caschi Bianchi dell'esplosione di una bomba a Idlib, in cui si dice che siano stati uccisi (anche) bambini, enfatizzando quest'ultima notizia.

Quelle bombe sugli autobus a Damasco erano chiaramente pianificate: pianificate nella strategia, nel tempo, nel luogo, nelle vittime scelte. Dovevano mostrare al mondo che non c'è sicurezza nelle aree governative, che i rifugiati non possono tornare, che investire è uno spreco di denaro. Sono state collocate perché ultimamente è stata prestata troppo poca attenzione all' “ultima roccaforte ribelle” Idlib, e perché, in seguito all'attentato di Damasco, possano essere rese pubbliche altre immagini dell' attacco “vile” dell'esercito siriano ai “bambini” di Idlib. Sono state collocate in risposta alle voci di un'offensiva siro-russa attorno alla promessa liberazione parziale di Idlib da parte di Erdogan fino a 6 km a nord dell'autostrada M4, che dalla costa del mare corre verso est via Aleppo.

Diverse esplosioni hanno scosso la regione di al-Tanf occupata illegalmente dagli Stati Uniti. Ad Al-Tanf circa 200 soldati americani addestrano "ribelli". Le esplosioni sono state causate da 5 droni, in risposta agli attacchi aerei israeliani del 13 ottobre vicino a Palmyra, ultimi di una serie di bombardamenti di Israele sul territorio siriano a cadenza quasi settimanale, effettuati con tecnica che si era già dimostrata efficace in passato, vale a dire all'ombra di un altro aereo... in modo che non potessero essere abbattuti dall' antiaerea siriana.

OraproSiria

L’attacco alla base Usa potrebbe innescare una guerra mondiale”

22.10.2021 int. Marco Bertolini

In Siria torna a salire la tensione, con un attacco prima a un autobus militare e poi a una base americana. Che cosa sta succedendo?

Della Siria non se ne parla da parecchio, è ormai scomparsa dai radar dell’informazione, nascosta dal putiferio successo in Afghanistan. Anche tanti siti che una volta seguivano giorno per giorno l’evolversi della situazione oggi sono scomparsi. La Siria è un paese occupato, nel quale la riva sinistra dell’Eufrate è in mano a curdi e americani e c’è una presenza militare americana nella base colpita, nel sud-est del paese.

A proposito di questa base, che area specifica occupa e che importanza ha nello scenario siriano?

E’ un’area di occupazione che serve a supportare il sedicente Esercito siriano libero, da sempre contro Assad e sempre sostenuto dagli Usa. Questa base è sempre rimasta anche quando Trump ordinò il ritiro dalla Siria, ritiro che poi venne sospeso e si fece marcia indietro. In quella zona gli americani sono sempre rimasti ed è una presenza che dà fastidio alla Siria, perché interdice un asse di collegamento con l’Iraq e con la Giordania, il che spiega linteresse giordano di riaprire il dialogo con Assad.

I più interessati a mantenere un collegamento tra Siria e Iraq dovrebbero essere gli iraniani, giusto?

Sicuramente è un intralcio ai collegamenti della Siria con l’Iraq. Ma gli iraniani sono molto interessati a mantenere un collegamento tra Siria e Iraq, perché significa anche un collegamento tra Siria e Iran. Il passaggio a nord di Mosul è interdetto dalla presenza americana e curda, quello a sud, invece, proprio da questa base americana, dove c’è anche il passaggio lungo l’Eufrate in cui sono avvenuti parecchi interventi militari contro le milizie iraniane. Sul fatto che sia un’azione condotta dagli iraniani, che così cercano di tenere aperto un collegamento e al tempo stesso cercano di togliersi qualche “sassolino” dalle scarpe, non ci dovrebbero essere dubbi.

Quali sassolini?

L’uccisione del generale Qasem Soleimani e gli attacchi alle basi iraniane. Il fatto che siano stati usati dei droni dovrebbe essere la prova provata del coinvolgimento iraniano.

Invece l’attacco all’autobus militare a Damasco?

A Damasco, fino a non molto tempo fa, interi quartieri periferici erano in mano all’Isis, ora Assad è riuscito a riprenderne il controllo, ma non c’è dubbio che il problema sussiste. Questo è un attacco probabilmente operato dall’Isis o un attacco ispirato dall’Esercito siriano libero. A Damasco sono in tanti a colpire e ad agire, da qui non possiamo però sapere con certezza chi sia stato.

Che conseguenze potrebbe avere l’attacco alla base americana di al-Tanf?

Il problema è che gli americani hanno dato prova di indeterminazione e indecisione con l’Afghanistan e adesso potrebbero essere tentati da una reazione muscolare per dimostrare di essere ancora una grande forza. Andare contro gli americani oggi è particolarmente pericoloso, perché le reazioni potrebbero essere anche esagerate. Gli americani non sono dalla parte del diritto in Siria, a differenza dei russi non sono stati invitati. Sono di fatto una forza di invasione.

A fine dicembre gli americani lasceranno l’Iraq, potrà scatenarsi una grave destabilizzazione dell’intera regione?

L’area è destabilizzata da quando nel 2003 ci sono arrivati gli americani.

Già, ma l’Iran non vorrà approfittare di questo ritiro?

Sicuramente, anche perché la componente sciita in Iraq è consistente. Sta cambiando qualcosa in maniera radicale in Medio Oriente e la Siria è al centro di tutto. In Siria ci sono americani e russi e un eventuale perdita di equilibrio, magari con un grosso incidente che coinvolga le due potenze, potrebbe innescare rappresaglie e controrappresaglie, a loro volta potenzialmente pericolose anche per la pace mondiale.

lunedì 18 ottobre 2021

E la terra saccheggiata ha il suo pastore

 Dr. Michel E. Abs

General Secretary of the Middle East Council of Churches

Difficile è la separazione, amara nel gusto, dolorosa, che lascia cicatrici che possono non guarire.

Una cosa è l'assenza del metropolita Paul Yazigi e del metropolita Youhanna Ibrahim, un'altra cosa è riconoscere che potrebbero non tornare. 

Non c'è dubbio che la decisione presa dal Santo Sinodo di Antiochia di trasferire il metropolita Paul Yazigi alla carica onoraria di metropolita della diocesi di Diyarbakir, visto il trascorrere di quasi nove anni dalla sua assenza, sia una decisione pratica e realistica, ma è una decisione emersa dalla profondità della sofferenza provata dall'assenza dei due pastori il cui destino è stato ritenuto sconosciuto a tutti i riferimenti militari, politici, legali e mediatici. Nove anni e nessuna mossa di buona volontà si è offerta di contribuire con qualsiasi informazione sulla sorte dei rapiti, fosse solo come espressione di preoccupazione umana. È l'attrito della vendetta dopo l'omicidio.

La diocesi di Aleppo, Alexandretta e le loro dipendenze non possono rimanere senza un pastore presente in persona per i suoi parrocchiani, nonostante i credenti siano rimasti costantemente ispirati dalle prediche, dagli scritti e dagli inni dell'amorevole pastore che non è mai stato dimenticato.

Un metropolita assente è stato nominato per una terra diocesana saccheggiata.

Metropolita onorario della diocesi di Diyarbakir! Non è solo la terra di Diyarbakir ad avere una connotazione onoraria, nel senso che la sua gente è stata sfollata in terre lontane, ma anche tutta la Tur Abdeen. "Tur Abdeen" o il "Monte degli adoratori" è il luogo di nascita della fede, dell'ascetismo e della cultura. Tur Abdeen è una zona in cui il sangue era stato sparso nei mari a tal punto che la sua identità era stata costretta a cambiare di colpo sotto il peso del "Seifo" o "Spada" dei massacri siriaci.

Tur Abdeen simula Hakkari, la patria degli Assiri e dei Caldei, e simula la Cilicia, dove furono massacrati gli Armeni e l'Anatolia dove furono massacrati i Rom. Tutte queste terre testimoniano l'espulsione, l'uccisione e la prigionia di quasi cinque milioni di persone colpevoli solo di essere state al loro posto nel momento sbagliato.

Quanto è ingrata la razza umana nei confronti di una civiltà che le ha dato la conoscenza e la cultura, ripagandola con un atto di sterminio!

L'elezione del vescovo Ephraim Maalouli, assistente patriarcale e segretario del Santo Sinodo Antiochiano, come metropolita sulla diocesi di Aleppo, Alessandretta e le loro dipendenze, arriva in un momento in cui il nord del Levante Antiochiano, con la sua capitale in rovina, Aleppo al-Shahba, sta cercando di guarire le sue ferite e ripristinare un po' della sua vita normale, mentre sta ancora perdendo sangue, persone e risorse. L'elezione dell'amato Vescovo arriva in un momento in cui la parrocchia ha bisogno di un pastore che sia sempre presente con lei. Essa gli trasmette il suo petto e la sua sofferenza, ed egli la consola, la guida e le tende una mano d'aiuto. Ciò che attende il metropolita Ephrem non è poco, poiché deve riscattare il tempo perduto, riunire il gregge sfollato e ripristinare l'identità minacciata.

'Metropolita di Iskenderun': fermatevi un po' a sentire cos'è Iskenderun. Conoscere la sua storia e la sofferenza della sua gente.

Alexandretta o Iskenderun, il dipartimento occupato, che è stato spogliato dal suo corpo principale, e che abbraccia Antiochia, la capitale storica del cristianesimo, dove i discepoli furono chiamati per la prima volta cristiani.

Iskenderun si trova ai piedi del monte Amanos, il fratello del monte Libano, il vicino della Cilicia, l'incubatrice di Adana, Mersin, Seyhan e Tarso, il compagno dell'altopiano di Aintab, la cui cittadella imita quella di Aleppo, Edessa e Nusaybin, dove furono sradicate le radici di una civiltà mondiale.

Da Iskenderun, gli apostoli pescatori predicarono a tutte le nazioni e le battezzarono nel nome della Santa Trinità. Da lì i popoli furono nutriti nel nome dell'amore che l'Incarnato trasmise agli apostoli e al mondo, l'Incarnato, il Crocifisso e il Ribelle contro l'oblio.

Sia benedetto Sua Beatitudine il Patriarca Giovanni X Yazigi, Patriarca dell'Amorevole Sapienza, che ha trasceso il suo dolore con la sua fede e ha guidato pastoralmente il Santo Sinodo per scegliere il Metropolita Efrem come patrono di questa diocesi, riempiendo il vuoto che c'era nella sua conduzione.

Sia benedetto il Santo Sinodo che ha preso la decisione.

Benedetto sia il Pastore Eletto.

AXIOS!

https://www.mecc.org/mecc/2021/10/13/and-the-looted-land-has-its-shepherd

venerdì 8 ottobre 2021

Escono nomi mediorientali dal vaso di Pandora

Premi Nobel e tanto scalpore per inchieste su corruzione e malversazioni-
 silenzio invece - e carcere - sul giornalismo investigativo dirompente di Assange...

Escono nomi mediorientali dal vaso di Pandora

Dall’enorme mole di documenti raccolti nell’inchiesta giornalistica chiamata «Pandora Papers», svelata il 3 ottobre, stanno emergendo i nomi di personaggi celebri che hanno collocato i propri patrimoni al riparo dal fisco, nei circuiti dell’economia offshore. L’inchiesta è stata realizzata da un consorzio investigativo di 600 giornalisti che hanno raccolto informazioni di diverse società di servizi finanziari con base nei paradisi fiscali e rivela nomi e operazioni di centinaia tra uomini di Stato e politici, personaggi sportivi e artisti di ogni parte del mondo. Compreso il Medio Oriente.

Spicca tra questi il nome del re di Giordania, Abdullah II. Dai documenti risulta che il sovrano hashemita ha creato una rete di società extraterritoriali, «nascondendo» un impero immobiliare che va dalla California a Washington, a Londra. Dato che la Giordania sta attraversando una fase economicamente molto difficile e riceve ingenti aiuti internazionali, anche a sostegno dei molti rifugiati presenti nel Paese e per attenuare l’impatto della pandemia, le rivelazioni sulle ricchezze di re Abdullah non sono passate inosservate. La casa reale ha dichiarato che le proprietà di lusso sono private e che non intaccano il bilancio pubblico del Paese. Negli elenchi dei Pandora Papers è in compagnia di altri regnanti del Golfo: dall’emiro del Qatar, Tamim Al Thani, a Mohammed Al Maktoum, emiro di Dubai, oltre all’ex primo ministro del Bahrein, Khalifa Al Khalifa.

Più di 500 nomi israeliani

In Israele i riflettori sono puntati su Nir Barkat, il più ricco politico del parlamento israeliano (partito Likud), già sindaco per dieci anni di Gerusalemme fino al 2018. Dai documenti emerge che Barkat, una volta eletto membro della Knesset nel 2019, avrebbe dovuto vendere o cedere le proprietà a una persona estranea alla sua famiglia, secondo il codice etico del parlamento. Invece, i documenti rivelano che trasferì le azioni di diverse società al fratello Eli, oltre a svelare che è proprietario di azioni di una società non registrata in Israele, ma in un paradiso fiscale. Barkat ha dichiarato di essere vittima di attacchi politici e di avere sempre pagato le imposte dovute nel suo Paese.

Significativo il coinvolgimento nello scandalo anche di un’organizzazione dell’estrema destra religiosa, Ateret Cohanim, impegnata nella colonizzazione ebraica della parte orientale e palestinese di Gerusalemme. Risulta che, attraverso società di comodo registrate nelle Isole Vergini, ha acquistato proprietà immobiliari nei quartieri dove i palestinesi sotto occupazione non accettano quasi mai di trasferire ad israeliani le loro proprietà.

Scandalo libanese

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, globalmente la perdita fiscale causata da questi «paradisi» va dai 500 ai 600 miliardi di dollari all’anno. Una cifra enorme, sottratta ai sistemi fiscali di numerosi Paesi. Il caso più eclatante è quello del Libano, che, come Stato, sta affondando nei debiti, ha dichiarato default nel marzo 2020, ha visto crollare il valore della sua moneta e la maggior parte della popolazione finire sotto la soglia di povertà.

Risulta dai Pandora Papers che ben 346 società libanesi hanno occultato fondi su conti offshore, attraverso il Trident Trust, specializzato nelle domiciliazioni di società all’estero. Si tratta in assoluto del Paese al mondo con il maggior numero di imprese coinvolte. Sono perciò libanesi una parte considerevole degli 11 miliardi di dollari nascosti in paradisi fiscali come Cipro, le Seychelles e isole dei Caraibi.
Il neo primo ministro, Najib Mikati (musulmano sunnita), l’uomo più ricco del Libano grazie a società di telecomunicazioni, in carica da meno di un mese, è tra i personaggi coinvolti, insieme a Riad Salameh (cristiano maronita), da 28 anni a capo della Banca centrale libanese, all’ex primo ministro Hassane Diab e al banchiere Marwan Kheireddine. La società libanese è segnata più di altre da forti diseguaglianze: lo conferma un rapporto dell’Onu, secondo cui i miliardari detengono la stessa ricchezza del 62 per cento della popolazione. I primi ministri degli ultimi anni hanno fatto tutti parte di questa élite e l’immagine della classe dirigente del Paese dei cedri, già del tutto screditata, appare così ancora di più a pezzi. (f.p.)

https://www.terrasanta.net/2021/10/escono-nomi-mediorientali-dal-vaso-di-pandora/

martedì 5 ottobre 2021

Siria: si riaprono prospettive di legami bilaterali coi Paesi dell'area

 Piccole Note, 5 ottobre 2021

 Due buone notizie dal Medio Oriente: l’Iran ha annunciato che proseguono positivamente i colloqui con l’Arabia Saudita e il re di Giordania Abdullah ha tenuto una conversazione telefonica con il presidente Assad, la prima dall’inizio del lungo conflitto siriano.

Al tempo avevamo dato notizia di una ripresa dei rapporti tra Teheran e Riad, dopo la lunga crisi che ha visto allargarsi la linea di faglia che separa il faro dell’islam sciita dall’omologo sunnita, con colloqui intrapresi in Iraq, che si è offerto di mediare. Tali colloqui sono andati avanti.  Ad annunciare che i colloqui stanno producendo frutti  è stato Faisal bin Farhan al-Saud, ministro degli esteri del Regno, con dichiarazioni confermate ieri dal portavoce del ministero degli esteri iraniano Saeed Khatibzadeh, che ha spiegato che, insieme ai sauditi, si sta procedendo nell’intento di “raggiungere delle relazioni durature all’interno di un quadro consensuale” (Tansim Agency).

Il dialogo, come abbiamo scritto, prosegue da tempo sottotraccia, con i protagonisti sempre riluttanti a rendere pubblico quanto sta avvenendo. Colpisce, dunque, delle dichiarazioni di Khatibzadeh, il tono alquanto enfatico che ha voluto dare alle sue parole, come se fosse accaduto qualcosa di significativo. Di certo, non può essere una coincidenza che tale dichiarazione sia avvenuta quattro giorni dopo la visita del Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, in Arabia Saudita (Reuters). Si sa che Sullivan è andato a Riad per sollecitare i sauditi ad aumentare le forniture di petrolio, cosa che servirebbe ad abbassarne i prezzi ormai alle stelle. Ma di certo avrà parlato anche della guerra che i sauditi stanno conducendo in Yemen contro gli Houti.

Ciò perché gli Stati Uniti hanno finalmente dato seguito a una determinazione di Biden: il 23 settembre, infatti, il Congresso Usa ha approvato una legge che disimpegna totalmente Washington dalla guerra in Yemen, nella quale supportavano i sauditi.

Come ha spiegato il repubblicano Ro Khanna, uno dei principali sostenitori del provvedimento, tale iniziativa “invia un chiaro segnale al governo dell’Arabia Saudita per porre fine alla sua guerra di logoramento, sostenere un accordo politico e fare ammenda”. Infine, è abbastanza ovvio che, nella sua visita a Riad, Sullivan abbia toccato anche il tema del nucleare iraniano, dossier che gli Stati Uniti stanno trattando con Teheran e del quale i sauditi sono convitati di pietra a causa della loro rivalità con l’antagonista regionale.  Per arrivare a un accordo con Teheran, serve anche frenare tale rivalità, da cui il sollievo col quale l’amministrazione Usa ha accolto l’annuncio del positivo prosieguo del dialogo tra i duellanti (CNBC). È presto per parlare di intese ufficiali, ma di certo qualcosa sta succedendo.

 Ancora più positivo per la distensione mediorientale, e clamoroso, appare quanto avvenuto sull’asse Giordania-Siria, con la telefonata tra il presidente Assad e re Abdullah, dopo anni di distanza e silenzio, durante i quali la Giordania è stata anche usata come base di appoggio per sostenere i cosiddetti ribelli siriani, scatenati nel Paese confinante proprio per rovesciare Assad.  La telefonata fa seguito a un’altra iniziativa distensiva tra i due Paesi, la riapertura del più importante valico di frontiera, che la Giordania aveva chiuso a suo tempo. Un passo per favorire la riapertura degli scambi commerciali tra Damasco e Amman.

Ma tale distensione pare che dia molto fastidio al potere che ha alimentato questa sanguinosa e interminabile guerra, come sembra rivelare quanto avvenuto ieri.

Infatti, è di 24 ore fa la pubblicazione dei Pandora Papers, un dossier prodotto dall’International Consortium of Investigative Journalists, che, a stare ai media, metterebbe a nudo le ricchezze occultate dai potenti nei paradisi fiscali. Roba da intelligence, più che da giornalisti, di cui ieri i media pubblicavano solo le parti relative a Putin e ad altri personaggi non perfettamente allineati a determinati dettati internazionali.

Attendiamo fiduciosi che il consorzio in questione ci racconti dove tengono i loro soldi Jeff Bezos, Bill Gates, George Soros e i loro compagni di merende prima di dare un giudizio sulla sua asserita professionalità e imparzialità.

Detto questo, proprio mentre il re di Giordania parlava al telefono con Assad, i media di tutto il mondo pubblicavano una prima parte del dossier, scegliendo a caso alcune delle figure coinvolte (pochissime tra migliaia), tra cui, guarda il caso, proprio re Abdullah di Giordania, il cui nome campeggiava su tutti i titoli degli articoli in questione. Coincidenze strabilianti e strabiliate.

Detto questo, a quanto pare nel dossier c’era ben altro e molto più dirompente che non i soldi che Putin avrebbe dato alla sua presunta amante e ai palazzi che re Abdullah possederebbe al di fuori del regno. E cioè le armi pagate dai sauditi e finite all’Isis ingaggiato nella guerra in Yemen contro gli Houti.  Ovviamente di questo piccolo scandaletto (che forse serve ad aumentare la pressione sul Regno perché ponga fine alla guerra in Yemen), molto più esplosivo di altri, non ha scritto nessun media occidentale. Lo riporta al Manar, che si occupa da tempo della guerra in Yemen, e al quale rimandiamo.