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venerdì 30 aprile 2021

La Tunisia in preda al demone del terrorismo.

 

ANALISI - Il Paese, democrazia in costruzione dopo la ′′rivoluzione del gelsomino′′ del gennaio 2011, è oggi il primo Paese esportatore di giovani partiti per la jihad: Libia, Siria e Sahel... Una realtà dura da accettare dalla società locale.

     Articolo di Yves Thréard, LE FIGARO, 26 aprile 2021 

′′Come ogni volta, in Tunisia, si è presi da spavento all'annuncio di un attentato terroristico in Europa: si prega Dio che il presunto terrorista non sia tunisino e ci si nasconde la faccia fino ai risultati delle indagini della polizia. E, quasi sistematicamente, si ha diritto allo stesso verdetto: il colpevole è un terrorista tunisino... "   Inizia  così, sabato, l'articolo di Moncef Dhambri sul sito di informazioni online Kapitalis. Dopo 72 ore dall'assassinio della funzionaria della polizia del commissariato di Rambouillet, i commenti sono tantissimi sui media tunisini. Tra rabbia e disperazione, una domanda viene ripetuta, lancinante, dolorosa, terrificante: perché noi? 

Jamel Gorchene, l'assassino di 36 anni, era effettivamente originario di Msaken, comune della regione di Sousse. Come Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l'islamista di 31 anni che ha ucciso 86 persone, il 14 luglio 2016, al volante del suo camion sulla Passeggiata degli inglesi a Nizza. Anche lui era, si diceva, era depresso. L'inchiesta rivela tuttavia che il suo attentato, rivendicato da Daech (ISIS), era stato preparato con attenzione.

Pochi mesi dopo, il 19 dicembre 2016, è Anis Amri, nato a Tataouine, nel sud della Tunisia, che si dirige con un veicolo rubato sul mercato di Natale a Berlino: 12 passanti vengono uccisi.

Il 1° ottobre 2017 Ahmed Hanachi, delinquente tunisino appena rimesso in libertà il giorno prima dei suoi crimini, assassina, alla stazione di Saint Charles di Marsiglia, due giovani donne. Tre anni dopo, il 20 ottobre 2020 Brahim Aouissaoui, appena arrivato in Francia da Sfax, via Lampedusa, sgozza il sacrestano e una fedele della Basilica di Nizza e poi, non lontano dall'edificio, una donna di 44 anni.

La Tunisia, dodici milioni di abitanti, democrazia in costruzione dopo la ′rivoluzione del gelsomino′′ del gennaio 2011, è un focolaio del terrorismo islamico. Oggi è il primo paese esportatore di giovani partiti per la jihad: in Libia, in Siria e nel Sahel... Una realtà dura da accettare dalla società sul posto. Secondo uno studio del Washington Institute for Near East Policy, pubblicato nel dicembre 2018, negli ultimi anni 3000 cittadini tunisini sono partiti per zone di combattimento. E altri 9000, secondo alcune fonti, sarebbero stati impediti di andarvi. Perché così tanti? 

Già alla svolta degli anni 2000, la guerra in nome di Allah perseguitava gli spiriti e attirava i candidati. Nel 2000 due tunisini sono presenti nel gruppo che sta progettando di attaccare la Cattedrale di Strasburgo. Il 9 settembre 2001, due giorni prima del crollo delle Twin Towers a New York, due uomini, originari di Gabès e Sousse, arruolati da Al-Qaeda, assassinano il comandante Massoud. Osama Bin Laden e la filiera afghana reclutarono molti tunisini. Proprio come i gruppi che combatterono nella seconda guerra in Iraq, a partire dal 2003. 

Il territorio tunisino stesso non è risparmiato. Nel 2002 un kamikaze prende di mira a famosa sinagoga della Ghriba, a Djerba: 19 vittime. Dal 2011 circa 120 poliziotti o membri delle forze di sicurezza sono stati colpiti da terroristi. Spettacolari attentati sono stati commessi: il 18 marzo 2015, 24 persone trovano la morte nel museo del Bardo a Tunisi; il 26 giugno dello stesso anno, 27 turisti vengono uccisi nell'hotel Imperial Marhaba a Sousse... La lista è lunga; la minaccia, permanente; la tensione, estrema. 

Se la povertà, reale nelle regioni lontane dal litorale, viene spesso invocata per giustificare questa radicalizzazione, non basta a spiegare il fenomeno. Il quale, come si vede, è molto precedente alla primavera araba. Quando Habib Bourguiba, il padre della nazione, e il suo successore, Zine el-Abidine Ben Ali, guidavano il paese con una mano di ferro, il verme islamista era già presente in tutto il paese. Meno lampante forse, ma già virulento. Nel suo testamento, scoperto dagli americani in un nascondiglio di al-Qaeda in Pakistan, l'autore franco-tunisino dell'attacco della Ghriba, Nizar Naour, afferma la sua "adorazione per Khomeini, Bin Laden e Ghannouchi". 

Rached Ghannouchi. Il nome dell'attuale presidente dell'Assemblea nazionale tunisina ritorma spesso nei dibattiti sulla radicalizzazione dei giovani. 80 anni di età, questo vicino di fuoco dell'ayatollah Khomeini, dei Fratelli Musulmani e della Turchia di Erdogan, è il capo di Ennahdha, partito che è al cuore del panorama politico tunisino, anche se ha perso voti. Esiliato a Londra prima di tornare nel suo paese nel 2011, è accusato di svolgere un ruolo ambiguo, nonostante la sua da poco proclamata fedeltà alla democrazia. E' stato uno dei suoi attivisti, Tarek Maaroufi, a reclutare a Bruxelles i due assassini di Massoud. 

Condannato in Belgio, Maaroufi quando uscirà di prigione sarà accolto come eroe a Tunisi. Lui, Ghannouchi ed altri eserciteranno un ruolo importante, dopo la ′′rivoluzione del gelsomino′′ del 2011, per spingere i giovani verso la jihad. Il loro proselitismo è rilevato da servizi e osservatori stranieri. Jacob Wallas, ambasciatore statunitense in Tunisia dal 2012 al 2015, non esiterà ad affermare, in una conferenza organizzata nel 2018:

′′ Vorrei sottolineare la tolleranza iniziale delle attività jihadiste da parte del governo dell'epoca. Il partito Ennahdha ha difeso il dialogo con i jihadisti." Infatti l'ondata di liberazione post-rivoluzionaria ha fatto emergere molti individui fanatici. Parecchi si uniscono alle fila di Ansar al-Sharia, gruppo salafista di cui la regione di Sousse è il feudo. Altri si nascondono nel sud tunisino, verso Kasserine e il djebel Châambi, dove ritrovano compari provenienti dall'Algeria e dalla Libia. 

′′Se è vero che il coinvolgimento dei tunisini nel terrorismo internazionale non risale alla caduta del regime, nel gennaio 2011, è evidente comunque che il loro numero è esploso a partire da quella data”, dichiara Mezri Haddad, filosofo ed ex diplomatico tunisino. “Ciò si spiega con la destabilizzazione dei servizi segreti e di sicurezza nel gennaio 2011, con la liberazione di decine di terroristi detenuti in prigione durante l'epoca di Ben Ali, con l'ondata migratoria di centinaia di clandestini a partire dal gennaio 2011 che hanno invaso l'Italia e la Francia, con il trasferimento di migliaia di candidati al jihadismo in Siria, con la complicità delle autorità politiche." Due deputati tunisini hanno sospettato che una compagnia aerea, Syphax Airlines, svolgesse questa missione. Il suo proprietario, simpatizzante di Ennahdha, siede oggi in Aula. 

Nel 2017 è stata istituita una commissione parlamentare tunisina per trovare rimedi alla radicalizzazione di una parte della popolazione. Senza seguito. Dopo l'assassinio di Samuel Paty, lo scorso ottobre nelle Yvelines, il deputato islamo-populista Rached Khiari ha scritto sulla sua pagina Facebook: "Ogni attacco al profeta Maometto è il più grande crimine. Tutti coloro che lo commettono devono assumersi le sue ricadute e ripercussioni.". Parole che hanno provocato una vivace polemica e che gli hanno procurato guai con la giustizia del suo Paese.

Su Facebook, l'assassino di Rambouillet seguiva assiduamente le notizie di Rached Khiari, di cui era tifoso, ma anche le dichiarazioni indignate di Jean-Luc Mélenchon sull'Islam in Francia. La giovane democrazia tunisina, così singolare in un mondo arabo-musulmano capovolto, potrà ancora resistere a lungo alla piovra islamica che la mina dall'interno e si diffonde ovunque in Francia e in Europa?

https://www.lefigaro.fr/vox/monde/la-tunisie-en-proie-au-demon-du-terrorisme-20210426

lunedì 26 aprile 2021

Vivere oggi ad Aleppo

 

Dieci anni di guerra civile in Siria - o c'è dell'altro? 

Vivere e sopravvivere 

Bernard Keutgens 

Tutto è iniziato con una rivolta. All'inizio, si scontravano solo diverse  fazioni e gruppi, ma ben presto cinque grandi potenze militari hanno cominciato  ad interferire facendo esplodere gli scontri in una implacabile guerra. 

Ecco perché reagisco male quando leggo che questa è una guerra civile.  Si tratta davvero di una devastazione per mano di cittadini litigiosi? Forse  bisognerebbe riaprire i libri di storia per trovare la definizione esatta di guerra  civile... Anch'io, naturalmente, denuncio tutta la violenza, la criminalità e la  corruzione che non mancano qui a livello locale come altrove nel mondo. Ma ai  miei occhi, non voler vedere le connessioni geopolitiche è ingiustificabile.  

Le armi erano ferme da sei mesi quando ho visitato per la prima volta degli  amici ad Aleppo nell'agosto 2017. Un segno di speranza era visibile sui volti  della gente, anche se un terzo della città - a quel tempo una metropoli con più di  3 milioni di abitanti - era completamente in rovina. Ovunque si vedevano edifici  scheletrici, devastazioni, rovine... Più tardi, ho potuto vedere con i miei occhi  tutta la portata della distruzione in molte altre parti del paese: nei villaggi e nelle  città lungo le strade principali, nei sobborghi di Damasco, a Homs e nelle città  circostanti, per non parlare delle zone che mi è stato detto di evitare....  

La mia presenza ad Aleppo 

Quando mi sono trasferito qui ad Aleppo nel febbraio 2018, tutti erano  convinti che ci sarebbero stati tempi più tranquilli. Tutt'altro! Qualche giorno fa,  abbiamo dovuto assistere al triste decimo anniversario di un conflitto senza fine:  senza dubbio una delle più grandi crisi umanitarie dopo la seconda guerra  mondiale. 

Ora la situazione per tutta la popolazione civile, così come per me, è  sempre più confusa e dura: manca quasi del tutto il gasolio per il riscaldamento  durante i mesi invernali (non ho mai avuto così freddo in vita mia), code  chilometriche di auto davanti alle stazioni di servizio, centinaia di persone  davanti ai punti di distribuzione del pane (il pane è sovvenzionato dal governo  ed è razionato, così come il gas e la benzina), da mesi abbiamo solo 3 ore di  elettricità al giorno, difficile l’accesso a internet.... Tutto questo in un paese in  cui le riserve di petrolio sarebbero sufficienti a rifornire l'intera popolazione. Ma  tali riserve nel Nord-Est del paese sono nelle mani di grandi potenze. Anche gli enormi campi di grano fertile al confine con l'Iraq sono stati  deliberatamente incendiati da diversi anni. Uno scenario catastrofico che  difficilmente si può immaginare. 

Tutte le attività economiche sono state paralizzate dalla guerra, così che  la povertà ha ormai colpito l'intera popolazione. Si può parlare di una grande  carestia, poiché la maggior parte delle persone, a causa del basso reddito (il 90%  vive sotto la soglia di povertà), non può più procurarsi nemmeno gli alimenti di  base. Una povertà causata anche dall'orrenda inflazione con prezzi galoppanti.  Un disastro assoluto. 

Personalmente da molti anni faccio parte del Movimento dei Focolari, che  lavora per l'unità, il dialogo e la convivenza pacifica, in sintonia con una comunità attiva in Siria da 50 anni. Ad Aleppo la comunità è piccola, ma in tutto  il paese, circa 700 amici condividono gli stessi valori e lo stesso stile di vita. Io  opero come terapeuta familiare principalmente nei quartieri cristiani nel centro  di Aleppo: accompagnamento delle famiglie, formazione di vario tipo, progetti  per i giovani, interventi psicosociali, sostegno ad altri operatori umanitari. 

Aleppo è un centro multietnico-religioso nel Nord del paese. Le  organizzazioni umanitarie cooperano in un'ampia rete per tutta la popolazione.  Io stesso sono responsabile del sostegno ai genitori in una scuola di 100 bambini  con problemi di udito, di cui circa il 90% appartiene alla comunità musulmana.  È stato impressionante per me vedere come si è messa in moto una solidarietà  dinamica tra i genitori durante le sessione di formazione, permettendo di  imparare reciprocamente gli uni dagli altri. Le madri che indossano il velo hanno  posto spontaneamente le loro domande e condiviso le esperienze di integrazione  dei figli con problemi di udito. 

Nell’ultimo anno, la crisi ha assunto proporzioni ancora maggiori. In  guerra ci si può proteggere dalle bombe e dalle schegge, ma non dalla povertà.  Ora sono costantemente fermato da persone che chiedono aiuto. Probabilmente  si può dire da lontano che sono "lo straniero con la borsa gialla". Sanno molto di  me, forse tutto. Sicuramente sono uno dei pochissimi stranieri che hanno deciso  di vivere qui solo per aiutare la gente. Con il mio arabo stentato e con il  linguaggio dei segni riesco a comunicare. Grazie alle organizzazioni ecclesiali  ho ricevuto un permesso di soggiorno valido per lavorare qui per 3 anni. 

Mi sono chiesto spesso perché metà della popolazione (11 milioni su un  totale di 22 milioni) ha dovuto lasciare le proprie case, fuggire all'estero o  stabilirsi in una zona più sicura a casa. Sì, la realtà sul terreno è più complessa  rispetto a come viene rappresentata nei media occidentali e nella politica. La  versione ufficiale secondo la quale una sola persona è responsabile della  catastrofe è molto debole. I resoconti sono strumentalizzati in funzione dei  diversi interessi. 

È difficile, quasi impossibile, avere un quadro chiaro e neutrale della  complessa situazione qui sul terreno e in tutto il Medio Oriente, perché ci sono  troppe poche informazioni sulle mosse segrete, gli interessi strategici e gli  intricati giochi di potere. Tutti qui si sono resi conto da tempo che questo  conflitto non riguarda i valori democratici, come viene spesso dipinto dalla  stampa occidentale, ma i grandi interessi geopolitici e le molte risorse naturali.  Il problema non è solo di diritti umani ma anche e soprattutto di trattati  internazionali che non vengono rispettati. Ognuno accusa l'altro come il  colpevole. Quando cammino per le strade, mi chiedo spesso quale sia la  responsabilità dei paesi occidentali, compresi gli alleati del mio paese (il Belgio),  in questo conflitto. Alla Siria sono state imposte sanzioni massicce, tra l'altro le  più dure e severe mai imposte a un paese nella storia. Con quale diritto? Poiché  ora è impossibile commerciare con la Siria, il paese non ha alcuna possibilità di  ricostruirsi. Tutti sono colpiti dalle sanzioni. Dopo la seconda guerra mondiale,  il Piano Marshall è stato fondamentale per la ricostruzione. Ma qui non ho mai  sentito parlare di un piano di salvataggio, sicchè, l'impoverimento della  popolazione va avanti a passi da gigante. È un vero disastro. 

Mi tormenta la domanda: da dove vengono le armi? C'è l’embargo anche  sulle armi? Quali gruppi sostiene l'Occidente? Quali sono le forze di opposizione  dal punto di vista dell’Occidente? Quali persone e gruppi hanno attraversato il  confine turco in Siria? E quando in Occidente si parla di aiuti umanitari, si dice  chi li riceverà alla fine? Non si donano sostegni forse solo ai gruppi conniventi  con Idleb e a particolari zone? 

Come terapeuta, è d’obbligo farsi domande. La gente mi parla  continuamente di eventi drammatici. Per esempio, un padre si è tolto la scarpa  davanti ai suoi figli e si è colpito in testa con essa, urlando: "Stupido, perché non ho lasciato il paese qualche anno fa?”. Recentemente, la gente ha iniziato  a parlare pubblicamente di suicidi, cosa che prima in questa cultura era inaudita.  I giovani accusano i loro genitori di non aver corso i rischi della fuga all'estero.  Incontro costantemente persone per strada che parlano da sole o gridano con  sguardi confusi: "Come faccio a mangiare? Cosa devo fare?". 

Sempre mi torna alla memoria l'uomo steso sul marciapiede quando stavo  andando in ufficio qualche giorno fa. Questa è più di una metafora. Sicuramente  era stato calpestato - forse anche da chi gli stava vicino - abusato e poi derubato  in tutto. Immagino che nessuno volesse più provvedere alla sua sicurezza e ai  suoi bisogni primari. Le persone spesso non hanno la forza di piangere e gridare.  Nessuno ascolta. Tutti guardano altrove. Solitario e solo, quest'uomo giace a  terra. Anch'io non volevo vedere queste immagini. Mi guardo intorno. Di chi  posso ancora fidarmi qui? Posso ancora guardare l'altra persona negli occhi? In  situazioni drammatiche come questa, si cerca sempre il o i cattivi per giustificare  la propria inerzia. Ma se si trovassero dei colpevoli in tutta questa situazione in  tutti i campi? Tutti i partiti non hanno forse le mani sporche di sangue? Anche  l'Ovest, dove ho le mie radici! Forse è troppo facile accusare un'altra persona per  non voler vedere la trave nel proprio occhio. Ma ora sembra che sia troppo tardi.  Tutti vogliono fuggire da questa situazione. Ma verso dove? Le porte non sono  tutte chiuse per sempre? C'è ancora un bene comune? Ci sono ancora regole e  valori oppure sono solo le regole selvagge della guerra e dell'economia a  dominare? 

A prima vista, si nota l'enorme distruzione degli edifici, l'assistenza  sanitaria inadeguata e l'amministrazione obsoleta, dopo tutto, stiamo ancora  vivendo in tempo di guerra. Tuttavia, sono soprattutto le profonde, interiori ferite  di tutta la popolazione che lasciano conseguenze e cicatrici molto più gravi e  pesano sull'equilibrio psicologico: ferite, traumi, perdite, stress, depressione,  suicidi, malattie di ogni tipo.... 

Poi ci sono i bambini e i giovani che non hanno conosciuto altro che la  guerra, i conflitti, l'oppressione (di tutti i tipi) e la violenza, hanno sopportato  matrimoni forzati e gravidanze precoci. Che fare di fronte all'aggressività  repressa in queste persone?  

Covid-19?  

Come in tutto il mondo, la Siria non è stata risparmiata dal virus Sars-19.  A causa della guerra, che ha causato il collasso dell'intero sistema sanitario,  nonché la mancanza di sostegno da parte di altri paesi, che si preoccupano solo  di rincorrere i propri conti, le statistiche e le proiezioni, il virus ha inondato  l'intero paese in poco tempo. Tutti qui sanno che le cifre ufficiali sull'incidenza  dell'infezione e sul numero di morti non corrispondono alla realtà. I test sono  stati quasi impossibili, poiché il materiale di prova è scarso. Mancano anche i  medici e il personale necessari per affrontare questo tsunami. 

Ai miei occhi, tutta la popolazione (me compreso) è stata infettata da  questo virus. Molte persone, specialmente i portatori di malattie croniche (come  il diabete e i disturbi cardiovascolari) sono morte a causa o con il virus Sars-19.  Tuttavia, il Covid-19 sembra solo un problema secondario al momento, poiché  la povertà e le difficili condizioni di vita pesano molto di più. Preferisco  individuare nella mancanza di speranza l’angoscia più grande.  

Cosa manca per un futuro migliore?  

Al momento, non c'è una prospettiva per il futuro. Molti aspettano con  ansia le prossime elezioni presidenziali di giugno. Qualcuno sarà in grado di assumersi la responsabilità del bene comune e di tutta la popolazione civile?  Mancano i servizi primari: ospedali, scuole, luoghi di formazione, lavoratori  qualificati, che sono stati i primi a lasciare il paese, i turisti che visitano questo  paese con le sue ricchezze archeologiche; soprattutto, mancano gli investitori  che credono nel futuro. Manca la possibilità di confrontarsi con persone di altre  culture, ma una società monoculturale rischia di collassare su se stessa, perché  in un mondo globalizzato è necessario adottare un nuovo modo di vivere  insieme. Soprattutto, mancano segni concreti di mutamento che motivino i  giovani e li convincano a non lasciare il paese e a investire qui il loro talento.

Si può pensare al futuro solo se si conclude un giusto accordo di pace e si  annullano le sanzioni. Il futuro è possibile quando le persone si avvicinano le  une alle altre e lavorano insieme nel rispetto reciproco per dare forma alla  coesistenza e alla ricostruzione. 

Come sfuggire all'attuale dilemma?  

Non ci sono soluzioni facili e la strada sarà ardua. Avremmo bisogno di  una nuova obiettività e razionalità, il che non si può realizzare se non c’è dialogo. Su questo deve puntare la politica. I responsabili dovrebbero confrontarsi e  negoziare con tutte le parti interessate. È necessaria una nuova logica per  avvicinarsi agli altri lentamente, con umiltà e onestà. Anche i partner europei  dovrebbero capirlo. Dobbiamo staccarci dalle categorie di 'bene e male', perché  la realtà non può essere spaccata in due. 

La popolazione locale è stanca dei troppi anni di violenza. Dovrebbe  essere data loro la possibilità di lavorare per la riconciliazione e per il bene  comune, di lottare per una coesistenza fraterna, sostenuta dalla giustizia e dal  rispetto della legge. Sarà necessario ricomporre antiche rivalità per scoprire  nuovamente che siamo tutti figli dell'unica creazione. Forse una nuova fase  potrebbe iniziare qui in Siria, una fase segnata da una solida unità fraterna,  impossibile da realizzare senza il sostegno dall'esterno. Il popolo siriano non può rimanere a lungo in questa situazione. Il resto del mondo non può più distogliere  lo sguardo. Occorrono gesti e sostegni concreti.  

Bernard Keutgens

giovedì 22 aprile 2021

Via le sanzioni per alleviare le sofferenze dei siriani

 

Siria: la più grave catastrofe umanitaria del nostro tempo


Il primo giugno scadono le sanzioni previste dell’Unione europea contro il regime siriano. Tutto fa pensare, purtroppo, che la misura verrà riconfermata. Le sanzioni Ue contro la Siria sono la fotocopia del cosiddetto Caesar Act, il pacchetto di sanzioni firmato da Donald Trump nell’ultimo scorcio del suo mandato e destinato a restare in vigore (a meno di ripensamenti) fino al 2025. Secondo le intenzioni dell’Unione europea e dell’amministrazione americana, le sanzioni dovrebbero colpire «i membri del regime siriano, i loro sostenitori e imprenditori che lo finanziano e beneficiano dell’economia di guerra». Il Caesar Act blocca ogni tipo di transazione economico-finanziaria-commerciale con Damasco, prevede un embargo sul petrolio, il congelamento dei beni della banca centrale siriana, restrizioni all’esportazione di attrezzature e tecnologie, blocco dei capitali privati nelle banche fuori dal Paese (solo nelle banche libanesi giacciono circa 42 miliardi di dollari). In pratica le sanzioni bloccano l’industria energetica e ogni tentativo di ricostruzione.

Vista nel concreto, la realtà siriana è completamente diversa. Sappiamo infatti che le sanzioni colpiscono alla fine, soprattutto, la povera gente. E solo una buona dose d’ipocrisia può portare a dire, come ha fatto l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell, che Occidente resta al fianco del popolo siriano e continua nel suo impegno «a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per cercare una soluzione politica al conflitto a beneficio di tutti i siriani e porre fine alla repressione in corso».

In Siria, denunciava a febbraio l’arcivescovo greco-melchita di Aleppo, monsignor Jean-Clément Jeanbart «la gente non ha più cibo, elettricità, carburante e gas sufficienti per riscaldare le case. Non riesce a ottenere prestiti e andare avanti». Chi vuole il bene della Siria e del suo popolo, oggi, non può non chiedere ad alta voce che vengano revocate le misure coercitive che gravano sulla vita quotidiana dei siriani. «Se vogliono aiutarci – diceva monsignor Jeanbart – ci aiutino a rimanere dove siamo e a continuare a vivere nel Paese in cui siamo nati».

Il 21 gennaio scorso i vescovi cattolici e patriarchi ortodossi della Siria avevano indirizzato al neo-eletto presidente Joe Biden un appello affinché rivedesse il regime delle sanzioni. Finora sembra che la richiesta sia caduta nel vuoto. E sempre da Aleppo arrivava, nei giorni di Pasqua, la testimonianza fra Ibrahim Alsabagh, frate minore siriano e parroco della comunità cattolica latina di Aleppo: «La sofferenza è il nostro pane quotidiano. Il costo della vita aumenta e il reddito delle famiglie diminuisce. Molte delle nostre donne sono cadute in depressione. Molti padri si sono suicidati per la disperazione».

A tutta questa sofferenza indicibile, si è aggiunta la pandemia, che sta mietendo nel silenzio e nell’impotenza migliaia di vittime. Cosa serve ancora per ascoltare il grido del popolo siriano?

https://www.terrasanta.net/2021/04/via-le-sanzioni-per-alleviare-le-sofferenze-dei-siriani/

lunedì 19 aprile 2021

Le elezioni presidenziali siriane si terranno il 26 maggio

 

Alexandre Aoun intervista Alexandre Goodarzy, vicedirettore delle attività di SOS Chrétiens d'Orient.

E se, nonostante le pressioni occidentali, Bashar al-Assad andasse verso una rielezione sinonimo di un quarto mandato? Il capo del Parlamento siriano, Hammouda Sabbagh, ha annunciato domenica 18 aprile che le elezioni presidenziali si terranno il 26 maggio. Per il momento, Bashar al-Assad, che governa la Siria dal 2000, è il favorito per le elezioni. Nel 2014, ha trionfato con l'88% dei voti. 

Dal 19 aprile altri candidati potranno unirsi alla corsa se ottengono le firme di 35 deputati. Oltre a questo requisito, secondo l'articolo 88 della Costituzione siriana, il candidato deve avere più di 40 anni, essere siriano di nascita. Lui o lei deve anche aver risieduto nel paese negli ultimi dieci anni prima della candidatura e non essere stato condannato da tribunali. Nel 2014, due avversari sono stati autorizzati a correre. Ad oggi, l'Assemblea popolare siriana ha approvato le candidature di Abdallah Salloum Abdallah e Mohammad Firas Yassin Rajouh. 

L'elezione arriva dopo le devastazioni di dieci anni di aspro conflitto. Secondo Alexandre Goodarzy, vice direttore delle operazioni e responsabile dello sviluppo di SOS Chrétiens d'Orient e autore di 'Guerrier de la paix' (pubblicato da Le Rocher), la popolazione siriana è avvilita, nonostante queste elezioni: 

"Ci sono due tipi di discorso in Siria. C'è quello patriottico con i sostenitori del partito Baath. E c'è il discorso fatalista, per loro queste elezioni non cambieranno nulla. Quest'anno, non ci saranno parate o manifestazioni di massa, questa non è la preoccupazione principale della gente", spiega a Spuntik. 

Il presidente siriano controlla tre quarti del paese. Con l'aiuto dei suoi alleati iraniani, russi e libanesi, ha riconquistato e messo in sicurezza diverse città strategiche. "Controlla la Siria utile", riassume l'attivista umanitario.

Tuttavia, una parte del territorio gli sfugge. La località di Idlib nel nord-est rimane amministrata da jihadisti filo-turchi e il nord rimane sotto l'influenza turca dall'intervento militare di Erdogan nell'ottobre 2019. L'Est del paese, nel frattempo, è più o meno controllato dalle forze curde, a loro volta sostenute dall'Occidente.

Alla fine, le elezioni presidenziali siriane non riguardano tutta la Siria. "Una opportunità per Bashar al-Assad", pensa il nostro interlocutore. Infatti, i siriani che vivono nelle zone amministrate da Damasco tendono ad essere a suo favore, "solo l'opposizione interna a Deraa rimane presente, ma è controllata e contenuta", sottolinea.

"Non ci saranno sorprese nonostante il desiderio di aprire le elezioni ad altri candidati", ritiene Goodarzy. Il partito Baath rimane in maggioranza. Ma rimangono diverse piccole formazioni. Sono generalmente di orientamento nasserista e nazionalista, ma "questo non è un grande pericolo per Bashar" agli occhi del membro di SOS Chrétiens d'Orient. Gli altri due candidati presidenziali sono del Partito Socialista Unionista e delle Forze Democratiche Nazionali, due movimenti vicini all'attuale presidente. 

"Il governo siriano accusa l'asfissia economica (embargo) di offuscare l'immagine della Siria e, in definitiva, di screditare Bashar al-Assad. Gli Occidentali travisano la realtà siriana. Ignorano quello che succede sul terreno e danno credito a un'opposizione che vive all'estero", dice l'uomo sul campo.

In effetti, è probabile che l'opposizione siriana eviti le elezioni presidenziali. Un membro dell'opposizione siriana ha persino descritto il voto come una "mascherata". 

Anche l'Occidente si è affrettato a commentare le prossime elezioni. In una dichiarazione congiunta, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno detto a metà marzo che "le elezioni presidenziali siriane previste per quest'anno non saranno libere o giuste, né dovranno portare a una normalizzazione internazionale del regime siriano”. In altre parole, non riconosceranno il verdetto delle urne. 

Dopo aver cercato di rovesciare militarmente il presidente siriano, l'Occidente mantiene dunque la sua pressione sulla Siria attraverso il giogo di sanzioni economiche. Entrata in vigore nel giugno 2020, la legge Caesar impedisce a Damasco di commerciare con il mondo esterno. Così il paese vive in una sorta di "embargo", spiega il nostro interlocutore. Presente dal 2015 sul terreno, descrive la situazione come "un inferno per la popolazione". "Tutti i siriani stanno lottando per vivere e nutrirsi", riferisce.

Mentre la Siria sta soffocando, l'Occidente si limita ad aiutare i paesi ospitanti a gestire il flusso di rifugiati siriani, deplora Alexandre Goodarzy, che si aspetta il peggio: "Non vogliono vedere le conseguenze delle loro azioni". 

"L'Occidente sta giocando un gioco pericoloso. L'embargo è un'arma a doppio taglio. Imponendo la miseria alla regione, crea i jihadisti di domani", avverte Alexandre Goodarzy.

   traduzione: OraproSiria

https://sptnkne.ws/FYV5