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martedì 25 febbraio 2020

Abbandonate ma non dimenticate: le antiche grandi chiese e Città Morte della Siria

Proponiamo un breve reportage di viaggio, come introduzione alla pubblicazione del successivo studio approfondito di Maria Antonietta Carta dedicato alla fioritura dell'architettura sacra e ai movimenti ascetici nel Massiccio Calcare, con particolare rilievo su San Simeone lo Stilita.

Di Susan Dirgham - Beloved Syria, 18 febbraio 2020



Città Morte, Siria, 2004 (di Chris H.)
L'autore di questo articolo, Jack Bettar, è uno studente di Sydney, in Australia, che ha una profonda passione per la storia e la scrittura. Ha pubblicato numerosi articoli sulla prima migrazione siriana a Sydney. Ha anche registrato storie orali di migranti siriani come un modo per conservare e tramandare sia le esperienze individuali che quelle comunitarie. Attualmente sta curando una mostra archivistica permanente che celebrerà i 125 anni di storia della Chiesa cattolica Melkita in Australia. Jack è anche un musicista appassionato, suonando sia musica classica che contemporanea e araba. È stato invitato a esibirsi alla Great Hall dell'Università di Sydney nel 2015.
Sparso tra fertili montagne, tra ulivi e pistacchi, e attraverso colline calcaree spazzate dal vento, si trova un assortimento di antiche rovine, alcune misteriose, ma tutte preziose non solo per la storia della Siria ma per la storia dell'umanità in generale.
Nei governatorati di Aleppo e Idlib (province), si possono trovare spunti unici e rari sulla vita di oltre millecinquecento anni fa e forse il più bel deposito al mondo di chiese e monasteri bizantini da scoprire.
Immagini: la Basilica di Qalb Lozeh.
An adorned arc at the 5th century basilica in Qalb Lozeh village in northwestern Syria on Thursday. Photo: AFP
Fu da Idlib, in particolare nella cittadina situata lungo la strada polverosa di Qalb Lozeh (tradotto come "Cuore di mandorle"), che arrivò l'ispirazione architettonica per la cattedrale più iconica e splendente del mondo, Notre Dame de Paris. Sebbene parzialmente in rovina, la basilica, costruita in pietra calcarea locale a metà del V° secolo, si trova ancora in tutto il suo splendore, in cima a una collina.
Ogni visitatore di Parigi ricorderà per sempre l'iconica facciata a doppia torre, la caratteristica che differenzia Notre Dame dalle cattedrali sue contemporanee, ma pochi sapranno che la prima chiesa a vantare questo grandioso design fu la Basilica di Qalb Lozeh a Idlib, ed anche che questa chiesa è un "antenato" di altre grandi cattedrali gotiche d'Europa.
Il suo stravagante nartece arcuato (In architettura, parte della basilica paleocristiana e bizantina riservata ai catecumeni e ai penitenti N.D.T.) ha accolto migliaia di pellegrini provenienti da tutta la Mezzaluna Fertile e oltre, molti dei quali intraprendevano il loro viaggio per ascoltare uno strano e devoto eremita (San Simeone) mentre predicava seduto su un pilastro per oltre 30 anni, proprio nel punto in cui in seguito una chiesa, commissionata dall'imperatore bizantino Zenone, sarebbe stata eretta in suo onore.
L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e natura
Uno struggente senso di bellezza lascia stupito il visitatore della chiesa di San Simeone lo Stilita. Il complesso di oltre 5.000 metri quadrati della chiesa di San Simeone, costruita nel V° secolo dopo la morte del santo, comprendeva quattro basiliche, un monastero, alloggi, due chiese minori e un battistero, rendendolo il più eccezionale e più grande complesso religioso del suo tempo, non superato in tutta la cristianità fino alla costruzione di Santa Sofia a Costantinopoli (l'odierna Istanbul).  A differenza della Basilica di Santa Sofia, la chiesa di San Simeone, nell'odierno governatorato di Aleppo, fu costruita su una collina a decine di chilometri dalla città più vicina. La chiesa a forma di crocifisso custodiva la colonna di San Simeone al centro, dove si trova ancora [fino all'occupazione dei barbari di Al Nusra N.D.T.]. Per diversi secoli, i pellegrini sarebbero venuti alla chiesa e avrebbero staccato una scheggia dalla colonna, lasciandone solo un moncone.
Sebbene la credenza comune ponga le radici del rito maronita in Libano, a 30 minuti di auto dalla chiesa di San Simeone si arriva alle rovine di Brad. Qui, il patrono San Marone è nato ed è sepolto. La tomba modesta forma un complesso molto più grande tra cui la Chiesa Julianos, costruita dalla fine del 4° secolo ai primi anni del 5°, solo pochi anni prima della morte di San Marone e prima che Qalb Lozeh fosse edificato. La storia maronita in Libano iniziò solo molti secoli dopo.
La chiesa di Julianos, la Basilica di Qalb Lozeh, la chiesa di Saint Simeon e le rovine di altre chiese bizantine si trovano in un'area classificata nel 2011 dall'UNESCO come "Le città morte della Siria settentrionale".
Oltre alle imponenti rovine menzionate sopra, centinaia di siti meno importanti nelle Città Morte che sono notevolmente conservati, forniscono informazioni sulla vita antica attraverso l'esistenza di ville, torchi per l'uva, bagni pubblici insieme a frantoi per le olive e mulini. Questi villaggi forniscono un'eccezionale illustrazione del diffuso sviluppo del cristianesimo in Siria e nel Vicino Oriente e un'impareggiabile dimostrazione degli stili di vita e delle pratiche culturali di queste civiltà rurali.
I villaggi più famosi sono Serjilla e Bara sul Jebel Riha. A Bara, un insediamento che un tempo doveva essere stato circondato da vigneti e uliveti, sorgono appariscenti tombe piramidali e sarcofagi che si trovano unicamente solo in questa Città Morta.
Ross Burns, ex ambasciatore australiano e autore di "I monumenti della Siria: una guida", scrive che le città morte sono "un grande enigma archeologico". I lettori sono incoraggiati a sondare questo mistero. Burns scrive che nel X° secolo la regione era deserta; era "una zona di frontiera tra Bizantini e Arabi". Poi, nel tempo, le rotte mercantili furono interrotte e città agricole come Serjilla, che prosperarono nel commercio, si sciolsero nel paesaggio ormai sterile, lasciandosi dietro, lentamente sbiadendo, la testimonianza fisica della magnificenza di questi siti nei loro primi anni. Di fatto queste città si trovano nel territorio di due province balzate sulle prime pagine, sono un promemoria per l'antica gloria di questa regione e per il loro significato e l'influenza sul mondo. Si può sentire il potere delle pareti calcaree e sebbene permeate da una atmosfera inquietante a causa della mancanza di turisti, mantengono ancora il loro splendore e fascino romantico.
Immagini scattate in Città Morte, 2004. Susan Dirgham
Per maggiori informazioni
Nel villaggio di Qalb Lozeh nella Siria devastata dalla guerra, questa chiesa che "ha ispirato la Cattedrale di Notre Dame" è ancora in piedi , pubblicato su South China Morning Post , 20 aprile 2019
e su MiddleEastArchitect, 13 giugno 2019
Di seguito sono riportati i mosaici del periodo descritto nell'articolo. Provengono da una chiesa del governatorato siriano di Hama, che confina con Idlib e Aleppo.
Mosaico della Chiesa di San Michele, Huarte, 487 d.C. (cartolina)
Mosaici della chiesa di Huarte, Siria, V° secolo d.C. (cartoline)

domenica 23 febbraio 2020

Incontro pubblico con il Vescovo di Aleppo: Il grande investimento umano per il futuro della Siria *ANNULLATO

⛔️⛔️⛔️ A causa dell'ordinanza della regione Emilia Romagna e su indicazione del Sindaco l'incontro è annullato ⛔️⛔️⛔️



All’amata e martoriata Siria” è il pensiero che porta all’incontro con S.E. Mons. Georges Abou Khazen
 Il 24 febbraio ore 20,45 alla sala del Carmine via Garibaldi,16 a Lugo lo incontreremo insieme all’inviato speciale di Tempi, Rodolfo Casadei.

Un legame fortissimo con Aleppo nato con Mons. Giuseppe Nazzaro, precedente Vescovo latino in Siria, ed ora consolidato con Mons. Georges Abou Khazen. Una amicizia cominciata dalla commozione fraterna di amore e responsabilità verso l’umanità violata.
Una popolazione che è costretta ad abbandonare le proprie case a causa di azioni militari, moltissime sono le famiglie cristiane. 
L’impegno del Circolo JH Newman “liberailpresente” ha portato alla sensibilizzazione dei lughesi, di tutta la diocesi e si è allargato alla Regione e molte zone d’Italia tessendo una rete di sostegno cercando soluzioni. Dai medicinali, al gasolio, ai computer per gli studenti, all’acquisto e la riparazione di appartamenti fino al gas per la cucina e l’acquisto di frigoriferi. Azione resa possibile dall’impegno di don Leonardo Poli insieme alla Parrocchia e alla Caritas locale, oltre 70.000 euro solo nel 2019 e il sostegno è attivo da diversi anni.
Noi francescani abbiamo un carisma speciale- dice Padre Georges- privi di tutto eccetto dell’amore di Dio e per il prossimo. Rifiutiamo il nome di minoranza, tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio. Uguali in diritti, uguali in doveri. Ad Aleppo ci siamo trovati insieme e la necessità ci ha riunito.”

Fate l’ecumenismo del sangue, diceva San Francesco. Con Rodolfo Casadei la possibilità di dialogare e conoscere le minacce che dallo scenario siriano arrivano fino all’Unione Europea. La Turchia, Erdogan, le polemiche di Trump, i curdi, dalla logica dell’odio e della vendetta al desiderio di pace, stabilità e prosperità in Siria. 
 UN NOME E UN FUTURO è il progetto per sostenere i bambini abbandonati di Aleppo voluto fortemente dal Vicario Apostolico Mons. Georges Abou Khazen, da fra Firas Lutfi e dal Gran Mufti di Aleppo, proposto nei mesi scorsi, portare l’attenzione ai loro bisogni essenziali, rinforzarli psicologicamente e sostenere le madri. L’occasione di una presentazione delle 500 famiglie coinvolte e dei 2.000 bambini aiutati.
Con il Patrocinio del Comune di Lugo, il Sindaco Davide Ranalli si è fatto portavoce verso gli imprenditori per aprire una possibilità di collaborazione alla ricostruzione di Aleppo, prima della guerra centro economico della Siria, paragonabile a Milano.
Wasp, azienda di Massalombarda, leader nel settore della stampa in 3D, ha donato all’Università di Damasco un laboratorio attrezzato, dove insegnanti e studenti sono continuamente al lavoro per realizzare protesi ai bambini mutilati che sono oltre 50.000.

Nove anni di guerra non hanno sfinito il popolo siriano che rimane tenace e pieno di speranza. Questa collaborazione, Università e mondo imprenditoriale, è un punto di riferimento che desideriamo fare crescere . Perché il popolo desidera la pace, questa guerra serve solo a chi desidera che la Siria diventi terreno di conquista.
L’intervento di Rodolfo Casadei, supportato dalle foto da lui raccolte, è preziosissimo perché l’opinione pubblica occidentale non è messa in condizione di capire cosa accade realmente in Siria, la maggioranza dei mass media propone una rappresentazione deformata della realtà.
La formidabile testimonianza di Padre Georges aiuterà a capire l’intensità di umanità, i gesti di condivisione che sono il grande investimento umano per il futuro della Siria. Con la certezza che ciò che “libera il presente” è la costruzione, da oggi, di un’esperienza che la renda sperimentabile e credibile.

Paola Paoletti, Circolo JH Newman “liberailpresente”

AI MARTIRI DI OGGI
 celebrazione della Santa Messa, ore 18,30 Chiesa della Collegiata di Lugo dal Vescovo di Imola Mons. Giovanni Mosciatti e Mons. Georges Abou Khazen
Invito alla cittadinanza, ai benefattori e alle oltre 200 famiglie che sostengono mensilmente le attività in Siria attraverso la Caritas

venerdì 21 febbraio 2020

Pezzi di vita ... da Aleppo finalmente libera

Il volontario francese Pierre Le Corf raccoglie nel suo diario i commoventi preziosi racconti di vita dei ragazzi di Aleppo di cui si prende cura.
Ne riportiamo uno, per capire cosa significa per un popolo che non desidera altro che di poter vivere in pace aver sopportato per 7 anni ogni giorno la minaccia di centinaia di mortai e razzi, paura, freddo, fame, esodo forzato, perdita di speranza; nell'evidenza che quei terroristi e soprattutto le organizzazioni straniere che li manovrano hanno distrutto il Paese ma non la volontà di resistere.


"Mi chiamo George e ho 16 anni. Ho imparato molto dalla guerra, abbiamo assunto grandi responsabilità e abbiamo guadagnato forza, capacità di resilienza ... abbiamo imparato a resistere per ciò in cui crediamo, a non lasciarci indebolire, per resistere, per capire il valore della nostra vita e per rafforzare la nostra volontà di farne qualcosa di positivo.
Ci sono stati momenti buoni e cattivi, il più bello è stato quando ho ritrovato mio cugino che non vedevo da 5 anni, ricordo che ci siamo abbracciati e pianto ... sì, siamo cresciuti insieme, ma quando la situazione si è deteriorata ad Aleppo lui si è rifugiato a Damasco, anche mio fratello è espatriato in Libano.
Conservo in me anche molti vissuti di bombardamenti.. Ricordo che una volta ero nel mio letto e un colpo di mortaio è caduto a qualcosa come 7 metri di distanza, sono stato fortunato. Quel suono ... gente che urlava ... la mia famiglia ha deciso di lasciare Aleppo per Tartous, 2 mesi dopo siamo tornati. Una delle cose che mi fa più male di ogni altra è il fatto che la maggior parte dei miei amici ha dovuto espatriare durante la guerra.
All'inizio non potevamo uscire, era troppo pericoloso, ma col tempo ci siamo abituati, abbiamo imparato a conviverci perché la vita deve continuare, siamo dei ragazzini che devono crescere e malgrado tutto dobbiamo avere speranza per il futuro.
Purtroppo c'erano molte volte in cui non avevamo altra scelta che semplicemente sopravvivere. Siamo stati sotto assedio per un po', non riuscivamo più a trovare cibo, non c'era più acqua, abbiamo provato ad attingerla dai pozzi ma spesso erano stati avvelenati, ... tutto questo mentre continuavano pesanti bombardamenti su di noi , proiettili che cadevano dappertutto ... eravamo intrappolati nelle nostre case, a volte per intere ore.
L'esercito libero (FSA), Al Nosra ecc. sono arrivati nelle nostre strade ma non sono riusciti a ottenere quello che cercavano perché è il nostro Paese e siamo rimasti qui, io odio l'idea di andarmene dalla Siria perché non ne vedo l'interesse, non c'è niente per me fuori, questo è il mio Paese, il nostro futuro è qui, la nostra vita è qui.
Di quello che sta succedendo qui, ancora una volta l'esercito libero (ESL o FSA), Al Nosra o gli altri gruppi sono quelli che ci massacrano, non il regime o l'esercito regolare siriano, come dicono i vostri media in Europa, questa è propaganda e molte persone lo sanno ma non lo dicono e non fanno nulla al riguardo ... i soldi, i soldi fanno tutto ... ma qui è la nostra vita e qui resteremo.
Spero che la vita torni bella come prima, ritrovandoci tutti come un'unica famiglia, amici, fratelli e sorelle, e spero che questa guerra sia alla fine".

mercoledì 19 febbraio 2020

Libano, terra di santi... anche italiani.

 Padre Romano Bottegal  (28 dic 1921- 19 febb 1978) 
e l'offerta della vita per la pace in Oriente

L’“eremita missionario”, come è stato chiamato, figura monastica fuori dell’ordinario e grande mistico, la cui fama di santità si sta sempre più allargando, nasce, ultimo di sei figli, a san Donato di Lamon (Belluno) nel 1921, in una famiglia di condizione molto modesta. Dopo le scuole elementari, il piccolo Romano entra nel seminario minore di Feltre e poi in quello maggiore di Belluno, dove ha come vice-rettore don Albino Luciani, il futuro papa Giovanni Paolo I, che lo apprezza molto e lascerà di lui una testimonianza significativa. 
Durante gli anni di teologia matura una forte vocazione monastica, ma i suoi superiori ed il direttore spirituale gli consigliano di aspettare l’ordinazione sacerdotale, che riceve il 29 giugno 1946. Dopo l’ordinazione lascia la diocesi ed entra nell’abbazia delle Tre Fontane, a Roma. Qui fa la professione solenne nel 1951, segue dei corsi all’università Gregoriana, dove nel 1953 ottiene la licenza di teologia, ed è maestro dei fratelli conversi, cantore, poi maestro dei novizi e priore. 
Nel 1961 risponde all’appello dell’abate di Latroun, in Israele, che cercava dei volontari per realizzare in Libano una fondazione trappista di rito maronita e partecipa a questo tentativo, iniziando a studiare l’arabo, il siriaco e la liturgia orientale. Nel mese di dicembre del 1963, dopo che il progetto libanese non riceve l’approvazione del capitolo generale dell’Ordine, lascia il Medio Oriente e rientra alle Tre Fontane, dove, l’abate, che conosce la serietà del suo impegno monastico e la sua virtù interiore,  gli permette di condurre una vita solitaria nel territorio del monastero. Poco più tardi, però, quando il nuovo superiore pensa di non potergli più concedere di continuare la sua esperienza di vita solitaria nella sua comunità, P. Romano, che ha ormai la certezza della chiamata del Signore a una vita più austera e solitaria, domanda alla Santa Sede un indulto di esclaustrazione, che gli viene accordato, per poter condurre vita eremitica. 


Dopo un tempo di ricerca, parte per il Libano, mettendosi sotto l’autorità del vescovo melkita di Baalbek e vivendo in vita solitaria a Jabbouleh, in un eremitaggio appartenente alla diocesi. Qui condusse una vita molto austera, con un regime alimentare appena sufficiente, senza mai riscaldamento, né mobili, né alcun agio. 
Il suo eremo era formato da 4 minuscole celle: l’oratorio, il dormitorio, la cucina, il deposito e luogo di lavoro. Il suo letto consisteva in assi di legno poste su blocchi di cemento, come materasso aveva un pagliericcio e per coprirsi una vecchia coperta di lana. Nella cucina c’era una caminetto rudimentale a legna su cui faceva cuocere delle gallette di pane e un po’ di riso o grano. Per vestirsi una sola tonaca bianca da monaco trappista che gli serviva anche per celebrare la Messa, e per il lavoro un abito di canapa che si era cucito da sé. Rifiutava tutti i doni, dicendo che doveva provvedere lui stesso alle sue necessità. 
La penitenza, però, non lo indurì, anzi, era gioioso, sorridente, amabile pieno di amore e anche di tenerezza. Tutti i testimoni parlano della sua gioia e dell’irradiazione della presenza del Signore dal suo volto, frutto anche di qualche esperienza mistica, di cui ha conservato un geloso segreto, ma che traspare chiaramente dai suoi diari. P. Romano ha vissuto in mezzo ai musulmani, semplicemente pregando e perdonando. Si racconta che, arrestato nella notte da dei soldati siriani che avevano invaso e saccheggiato il suo eremo, sospettandolo ingiustamente di spionaggio, lì perdonò di cuore e fu subito rilasciato dal comandante musulmano, che poi si raccomandò alle sue preghiere. Era convinto che il miglior apostolato in mezzo ai musulmani fosse una vita povera, di preghiera, di lavoro e che la sua missione in mezzo a loro era di vivere solo, ma vicino a loro più povero di loro, aiutandoli e amandoli. Colpito dalla tubercolosi e sfinito dalle privazioni, P. Romano si spense il 19 febbraio del 1978, all’età di 56 anni, all’ospedale di Beirut, dopo 32 anni di vita monastica, di cui 14 passati in solitudine. Il Capitolo generale del 1999 ha approvato l’inizio della causa di beatificazione, Papa Francesco l’ha dichiarato Venerabile il 9 dicembre 2013.
È stato scritto che se “la sua austerissima vita è difficilmente imitabile, la semplicità e l’unificazione da lui raggiunte sono invece il cammino normale di ogni ricercatore di Dio”. L’archimandrita Hanna Naddaff ha testimoniato di lui: «P. Romano mi impressionava molto per la sua semplicità: semplicità di cuore, d’anima, di mente; penso che questa semplicità fosse il risultato dello spogliamento totale nel quale viveva. A lui importava solo Dio, tutta la sua vita era orientata a Dio: viveva senza preoccupazioni, come un bambino. Mi sembra che guardasse con gli occhi di un bambino, amasse con il cuore di un bambino, ammirasse con lo spirito di un bambino, pregasse con la fiducia di un bambino». In una lettera del 5 ottobre 1974 lo stesso P. Romano spiegava il senso della sua vita monastica: «La vita eremitica da me concepita non era tanto il vivere solo, ma vivere meglio la regola da me professata nel suo spirito di amore, di regalità, di umiltà, di obbedienza, di silenzio, di povertà, di lavoro, di astinenza e digiuno, di preghiera, sì da realizzare più che possibile la vita fervorosa della Chiesa, la vita fervorosa della vita monastica che si ha in una vita quaresimale e pasquale».
Sr. Patrizia – Monastero Trappiste di Valserena