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mercoledì 25 settembre 2019

Al-Moallem: il Comitato inizierà i lavori per la revisione della Costituzione a Ginevra il 30 ottobre

In un'intervista con la televisione di stato “Al-Suriya”, al-Moallem ha spiegato che il Comitato Costituzionale è il risultato della Conferenza sul dialogo nazionale siriano tenutasi a Sochi nel gennaio 2018 e rivedrà la Costituzione del 2012. Il vice primo ministro e ministro degli Esteri e degli emigranti Walid al-Moallem ha affermato che la Siria non accetterà dettami, pressioni o interferenze esterne nei lavori del Comitato costituzionale.
"I negoziati per formare questo Comitato sono durati 18 mesi a causa delle pressioni esterne esercitate sull'Inviato Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per ostacolare la formazione del comitato", ha detto. Il capo della diplomazia siriana ha affermato che i nomi dei membri del comitato allargato e del mini-comitato sono stati concordati con l'inviato delle Nazioni Unite, nonché le norme procedurali che regolano il lavoro del dialogo tra le parti siriane sulla revisione della Costituzione.
" Il Comitato allargato è stato accreditato formalmente a gennaio 2018, sotto la guida della Russia, e comprenderà 150 membri, 50 dei quali saranno scelti dal governo, 50 dall'opposizione e 50 dalle Nazioni Unite per includere rappresentanti della società civile. Poi verrà formato un mini-comitato composto da 45 membri, 15 di ciascuna parte".
Ha comunicato che il Comitato inizierà i suoi lavori a Ginevra il 30 del prossimo mese e che l'inviato delle Nazioni Unite, Gier Pedersen, tornerà a Damasco dopo le riunioni dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per concordare tutti i dettagli.
"Alla luce dei progressi compiuti dal Mini-comitato e man mano che questi lavori procedono, il Comitato allargato può essere invitato a votare i suoi risultati", ha affermato Al-Moallem. Il Comitato allargato voterà su ciò che è stato concordato dal Mini-comitato che potrebbe inserire nuovi articoli o modificarli. D'altra parte, il ministro degli Esteri al-Moallem ha assicurato che Damasco rifiuta qualsiasi interferenza esterna nei lavori del Comitato e non accetterà imposizioni esterne o un programma per il suo lavoro, che resterà attivo fino alla fine dei suoi lavori.
Ha inoltre sottilineato che tutti i membri del Comitato devono riconoscere che la Repubblica Araba Siriana è uno stato sovrano e indipendente e che liberare il suo territorio dal terrorismo e dalla presenza esterna è un dovere nazionale.
Al-Moallem ha spiegato che i membri del Comitato designati dal governo siriano rappresentano tutte le province e appartengono a tutto lo spettro della società.
"Il ruolo delle Nazioni Unite nei lavori del Comitato è di facilitare il lavoro delle parti in conformità con l'accordo della sua composizione e non interferirebbe con i contenuti del dibattito", ha affermato. Ha anche dichiarato che è inaccettabile "parlare di Costituzioni pronte e che il Comitato stesso è quello che dibatte, discute, decide e vota su ciascuno degli articoli concordati.
Il ministro degli Esteri siriano ha ribadito che la Siria è determinata a liberare ogni centimetro del territorio nazionale dal terrorismo e dalla presenza straniera illegale e ha osservato che questo è un diritto della Siria garantito dal diritto internazionale e dalla Carta delle Nazioni Unite.
 "La Siria sta lavorando su tre percorsi (politico, militare e di riconciliazione) e si affida alle proprie capacità per ricostruire ciò che i terroristi hanno distrutto", ha concluso.
Fonte SANA  , trad. Gb.P.

domenica 22 settembre 2019

Contro le sanzioni alla Siria anche i Vescovi dell'Europa


Ho visto tanta distruzione ma anche tanta fede”: così l’arcivescovo di Genova, card. Angelo Bagnasco, racconta al Sir il suo viaggio in Siria. Partito lunedì 16 settembre, il porporato, che è anche presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), è rientrato oggi a Genova e al telefono prova a raccogliere le tante emozioni e immagini vissute in questi giorni trascorsi ad Aleppo, città simbolo di un conflitto entrato ormai nel suo nono anno.
Ho accolto senza esitazioni un invito da parte delle comunità cristiane di Aleppo e del parroco, padre Ibrahim Alsabagh – spiega il porporato –. Ho visto un Paese mezzo distrutto e una città martoriata, uno scempio in tutti i sensi compiuto dai gruppi armati in lotta. Ma nello stesso tempo, a fronte di questa situazione veramente difficile e grave,
ho potuto conoscere delle comunità cristiane decise a risorgere e ad aiutare il Paese a ricostruirsi. Questo attraverso una maggiore coesione interna tra le diverse comunità cattoliche, che sono di diversi riti, e cristiane, in particolare con le ortodosse. Insieme cercano di infondere speranza e fiducia e dare coraggio a resistere, oggi come ieri, nel tempo della distruzione e in quello della ricostruzione”.

Eminenza cosa altro l’ha colpita di questa visita in Siria?
Sono rimasto colpito da alcune famiglie che ho potuto incontrare nelle loro case ricostruite grazie agli aiuti, in particolare, della Cei provenienti dai fondi dell’8×1000. Accompagnato dal loro parroco padre Ibrahim ho benedetto i locali rinnovati e le famiglie che vi hanno fatto ritorno, con i loro piccoli. Ho notato la felicità nei loro volti. Ho visto anche una grande dignità davanti al lavoro che manca. La casa è fondamentale così come un’occupazione. Diversi papà mi hanno confidato di avere tanta difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena per le loro famiglie.
L'immagine può contenere: 7 persone, persone che sorridono, persone in piedi

Nei giorni trascorsi in Siria è riuscito a farsi un’idea del perché di questa guerra?
Molti siriani si domandano il perché di questa guerra. Tutti si interrogano, sono consapevoli di non avere la verità in mano. Certamente riconoscono alcuni elementi di questo conflitto ma ciò che sfugge è il disegno complessivo e reale di quanto sta accadendo. In mezzo a tanta nebulosità politica, dove diverse forze esterne e internazionali sono entrate in gioco, ho rilevato – e lo vorrei sottolineare con chiarezza – la durezza delle sanzioni.
Finché ci saranno le sanzioni temo che la ricostruzione economica e sociale del Paese sarà molto difficile.
Credo che le sanzioni siano una forma di guerra per affossare un Paese. Se così fosse sarebbe assolutamente ingiusto e inaccettabile.

Ora che è rientrato come pensa di tenere vivo il ricordo di questo viaggio?
Ho promesso ai fedeli, ai sacerdoti, religiosi e ai vescovi che ho incontrato in Siria, insieme al nunzio apostolico, card. Mario Zenari, di raccontare ciò che ho visto e udito questi giorni e di testimoniare il buon esempio di queste comunità siriane segnate da tanti morti e da tanti martiri. È necessario continuare a dare il nostro aiuto. Lo Stato, infatti, non riesce a fare fronte alla ricostruzione, e nemmeno la Chiesa locale. Quest’ultima cerca di darsi da fare con aiuti che giungono da altre conferenze episcopali, come la nostra, e da benefattori, innanzitutto per ricostruire case e appartamenti da riconsegnare alle famiglie proprietarie che le abitavano già prima della guerra.

Porterà la sua testimonianza al Consiglio episcopale permanente del 23 settembre?
Lunedì al Cep farò un piccolo accenno a questo viaggio anche perché mi hanno incaricato di ringraziare la Cei per la sua vicinanza e generosità. In Siria ho visto un grande entusiasmo e tanta riconoscenza da parte dei fedeli. Sono visite importanti perché non li fanno sentire abbandonati. La Siria è Terra Santa, grazie a san Paolo. Andare sulle orme dell’Apostolo come pellegrini non farà altro che aiutare questo martoriato Paese a risollevarsi.

https://www.agensir.it/mondo/2019/09/20/siria-card-bagnasco-ad-aleppo-ho-visto-tanta-distruzione-ma-anche-tanta-fede-sanzioni-durissime/


Vicario di Aleppo: Le sanzioni contro la Siria, un crimine che affossa la popolazione 
 Le sanzioni economiche contro la Siria “sono un crimine” che colpisce prima di tutto “la popolazione” e impedisce, di fatto, la ripresa di una nazione “ancora in difficoltà” dopo otto anni di guerra. È quanto sottolinea ad AsiaNews il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, mons. Georges Abou Khazen, secondo cui “da un conflitto militare” si è passati a una “guerra economica e commerciale” e a soffrire “è sempre la gente comune. Ecco perché - aggiunge - vanno tolte subito, prima che la situazione precipiti”. 
Uno dei segnali più evidenti della stretta delle potenze occidentali verso la Siria è il crollo della valuta locale. “prima della guerra - ricorda il prelato - un dollaro statunitense equivaleva a 48, massimo 50 lire siriane. La scorsa settimana è arrivato a sfiorare quota 700 lire e oggi il tasso di cambio è attorno alle 630 lire”. Questa inflazione, avverte mons. Abou Khazen, “blocca l’economia e tocca le persone comuni, prime vittime del caro-vita”. 

Oggigiorno - racconta il vicario di Aleppo - si fatica a trovare beni e risorse, anche quelle di prima necessità. Soprattutto la merce che viene da fuori, le persone non sanno come acquistarla perché mancano i soldi e le risorse a disposizione scarseggiano. Mancano tante cose che, prima della guerra, si potevano trovare con facilità”. Al contempo, avverte, “le persone devono sopravvivere con la stessa paga del periodo pre-bellico, ma è ovvio che oggi il potere di acquisto dei salari è di gran lunga inferiore. Oggi, di fatto, non si vive”. 
Analisti ed esperti concordano nel ritenere che il crollo della lira sia uno dei segnali più evidenti delle gravissime difficoltà attraversate da un Paese che cerca a fatica di uscire da un drammatico conflitto. Dopo più di otto anni la situazione a Damasco, Aleppo e altri grandi centri sembra essere “migliorata da un punto di vista della sicurezza” come conferma il vicario apostolico, ma molto resta da fare “sotto il profilo economico e alcune sacche di conflitto, come quella tuttora in atto a Idlib, preoccupano ed è grande il timore di una nuova escalation per la presenza nell’area di interessi contrastanti fra curdi, turchi, Stati Uniti e alleati regionali. 

Fra le cause del crollo della lira l’elevata richiesta di moneta statunitense nel vicino Libano, il cui sistema bancario viene utilizzato dagli importatori siriani per le transazioni. Il governo sta cercando di intervenire per bloccare l’inflazione e fermare il mercato nero, ma le risorse messe in campo sinora si sono rivelate insufficienti. La crisi valutaria ha messo in ginocchio soprattutto gli importatori, costretti a commerciare in dollari. “Vi sono un sacco di prodotti - racconta il 58enne Haytham Ghanmeh, commerciante in cosmetici nella città vecchia a Damasco - che non si trovano più nei mercati, perché abbiamo molti timori a comprare visti i prezzi attuali”. 
Il nodo centrale, torna a sottolineare il vicario di Aleppo, restano le sanzioni che, fra l’altro, hanno “quasi azzerato l’importazione di farmaci salvavita come i chemioterapici per la cura del cancro o i medicinali necessari per la dialisi nei malati di diabete. Alcuni farmaci fra i più ordinari vengono prodotti in Siria e non se ne avverte la mancanza. Ma se si parla di quelli per curare il cancro o altre patologie importanti, la situazione è ben diversa”. 
La gente è sempre più stanca e non sa cosa fare” ammette sconsolato mons. Abou Khazen. “Dopo la guerra militare - sottolinserea - ora dobbiamo affrontare quella economica per le sanzioni Usa ed europee. Ogni famiglia può disporre di soli 100 litri di benzina al mese, una bombola di gas che basta a malapena per cucinare e non parliamo del gasolio per riscaldare, in vista dell’inverno”. “Arrivati a questo punto - conclude il prelato - si fa sempre più fatica ad andare avanti e la gente sta perdendo la speranza”. 

mercoledì 18 settembre 2019

Da Damasco all’Italia per imparare l’arte del restauro


“Per noi essere qui è un privilegio, un’occasione unica che pochissimi nostri coetanei possono avere in questo momento, quindi grazie di cuore”. A parlare è Rand, 25 anni, in visita in Italia insieme a Vialet, di qualche anno più giovane. Sono siriane e vengono da quella che,  secondo una recente classifica dell’Economist, è la città più invivibile al mondo: Damasco. Qui infatti, nonostante da tempo non vi siano più combattimenti in corso, le cose non vanno per niente bene.
C’è fame a Damasco, e moltissima povertà; a causa dei lunghi anni di guerra certo, ma soprattutto a causa  delle sanzioni economiche imposte dall’estero. 

Vista la situazione precaria in cui ancora verte il Paese, è molto difficile entrare o uscire e partecipare a iniziative come quella a cui partecipano Rand e Vialet in questo mese in Italia.
L’iniziativa si colloca all’interno di un progetto sostenuto da Associazione pro Terra Sancta e portato avanti da alcuni membri dell’associazione Restauratori Senza Frontiere (RSF), che dal 2018 seguono alcuni restauri di opere artistiche all’interno del convento francescano di Bab Touma a Damasco. I restauratori hanno già compiuto due spedizioni in Siria con l’intento di effettuare i restauri con il coinvolgimento di alcuni universitari locali.
Tra questi c’erano appunto Rand e Vialet, che questa estate sono state invitate a partecipare ad alcune sessioni di restauro portate avanti da RSF a Roma e Rapallo. E tra una sessione e l’altra, hanno avuto l’occasione di visitare le principali città italiane e vedere le più importanti opere artistiche.

“Io oggi lavoro come grafica per una compagnia telefonica in Siria – racconta Rand –  ma sono laureata in Beni Culturali e per me è stato davvero emozionante vedere il Colosseo, la Torre di Pisa e molte altre testimonianze archeologiche e artistiche…tutte cose che avevo visto solo sui libri e potevo solo immaginare!”.
Anche per Vialet è stata un’esperienza indescrivibile. Lei studia ancora, è iscritta al secondo anno di Archeologia. “Per me – dice – questa è un’occasione preziosissima, che mi darà moltissime occasioni in futuro. Pochi studenti del mio corso hanno opportunità di uscire dal Paese e vedere quello che ho visto io in questo momento, e anche dal punto di vista professionale è un bel vantaggio”.
Vialet non vede l’ora di terminare gli studi e mettersi al lavoro. “In Siria – dice – abbiamo un enorme patrimonio archeologico che è stato in larga parte distrutto o danneggiato dal conflitto, ed è un peccato perché per me l’archeologia è lo studio del passato nel tentativo di risalire alla nostra origine. Distruggerlo significa perdere la via che ci ricorda la nostra origine. Dovremo recuperare questa memoria e non vedo l’ora di iniziare. I miei studi, l’esperienza con RSF e tutto il lavoro di formazione sulle opere danneggiate e questo viaggio in Italia, sono elementi che mi aiuteranno a svolgere al meglio questo lavoro. Per questo vi sono immensamente grata dell’opportunità”.

venerdì 13 settembre 2019

La Croce segna il destino dei cristiani di Aleppo


14 settembre, festa della Croce Gloriosa particolarmente venerata dai Cristiani siriani. 
La tradizione riferisce che dobbiamo all'imperatrice Elena la scoperta della Vera Croce. La madre di Costantino seguì suo figlio fino a Costantinopoli, dove soffrì gravemente per gli eccessi dell'Imperatore, per questo si recò in pellegrinaggio a Gerusalemme. 
L'imperatore Adriano (76-138), dopo aver distrutto Gerusalemme e cacciato gli ebrei dal loro paese (136), aveva ribattezzato la città Aelia Capitolina e l'aveva fatta ricostruire e rimuovere da ogni memoria giudaico-cristiana; sul Golgota, luogo del Calvario, fece innalzare un tempio a Venere. 
Sant'Elena non trovò altro che rovine e rovine pagane nella Città Santa. 
La leggenda dice che per trovare la Croce, Elena accese un fuoco sulla cima del Golgota: ecco per quale ragione a Maaloula e in altre città cristiane nella notte del 13 settembre si accende il fuoco della Santa Croce. 
"In hoc signo vinces".

“Noi cristiani nel limbo, la sanzioni uccidono come la guerra"



di Gian Micalessin

Monsignor Joseph Tobji ci riconosce, ci sorride da lontano, alza il bastone pastorale, indica la facciata della cattedrale. “Guardate com’è cambiata”. Alziamo lo sguardo. Per anni la cattedrale maronita di Sant’Elia è stata un simbolo della guerra di Aleppo. Le granate l’avevano colpita, trafitta, martoriata. Nel 2012, quando ci venimmo per la prima volta,  i ribelli erano un centinaio di metri poco più indietro. Per avvicinarsi, bussare e riuscire ad entrare bisognava sfidare i loro colpi di mortaio.
Per sei lunghi anni nulla era cambiato. Ora invece la vecchia cattedrale annerita dal fumo degli incendi, morsicata dalle granate  è nascosta da un intrico di ponteggi e impalcature. Da qualche settimana si è trasformata in un enorme cantiere a cielo aperto. Lì tra cavi e tramezzi si arrampicano come formiche operose restauratori  e muratori.  Il vescovo maronita ride felice. Rievoca i brutti tempi andati. “Questa cattedrale un tempo era sulla linea del fuoco. Una volta i ribelli sono arrivati fino al portone d’ingresso, un’altra un obice ha sfondato la camera da letto di un nostro  vicino e l’ha fatto a pezzi nel suo letto… dopo sette anni  è ancora così non l’hanno neppure rimessa a posto” –  ricorda il vescovo indicando la voragine al secondo piano  del palazzo alla  destra della cattedrale.
Nel 2012 le prime granate avevano colpito la cupola lassù, poi un paio di missili erano caduti sul tetto. Un giorno mentre stavo lavorando  nel mio ufficio nella torre una gragnuola di colpi ha fatto tremare tutto l’edificio. Quel giorno ho detto basta… io chiudo. Ora la stiamo ricostruendo, fra un po’ la riapriremo ai fedeli. Un po’ di soldi li abbiamo raccolti qui, un po’ sono arrivati dall’estero e questo ci ha consentito di dare il via ai lavori. Ma fondamentale è anche il lavoro di un gruppo architetti italiani che ci aiutano a rimettere insieme i pezzi”.
Monsignor Tobji si blocca. Alza la mano. “Ma attenzione ricostruire la chiesa non basta. Qui ad Aleppo Ovest non c’è un metro quadrato che sia rimasto sano, se non s’incomincia a rimettere in piedi  anche il resto la gente non torna”. Dice gente, ma pensa soprattutto ai cristiani, alla tribù perduta di questa città. Aleppo un tempo era il terzo centro cristiano del Medioriente, ospitava tra le sue mura oltre 200mila fedeli. Oggi oltre la metà ha abbandonato le proprie case, vive all’estero e si guarda bene dal tornare. “Perché mai dovrebbero tornare? Come possiamo chiedergli di farlo se non possiamo  offrirgli un lavoro, se non siamo in grado di garantirgli  il sostentamento delle loro famiglie” – sospira rassegnato il monsignore. “Molti dicono che la guerra è finita, ma non è vero. Qui nel centro di Aleppo la situazione è tranquilla, ma ai confini sud occidentali della città le bombe e i missili dei ribelli jihadisti di Idlib continuano ad uccidere. Perché la comunità internazionale non dice niente? Perché l’Europa non fa nulla?”.

Ad ogni parola, ad ogni frase la preoccupazione per il presente sembra scacciare la felicità per l’imminente rinascita della cattedrale. “Voi in Europa forse ve lo siete dimenticati, ma dove non arrivano le bombe arrivano le sanzioni. Uccidono anche quelle, sapete? Pensate ai bambini, ai malati, agli anziani  che non trovano cibo e medicine. Oggi da questo punto di vista è anche peggio di prima. Quando si sparava t’accontentavi di sopravvivere, di tutto il resto non t’importava. Oggi invece i cristiani tornano qui,  cercano di  capire se è possibile tornare a casa, ma scoprono che non si trova la benzina, che spesso non c’è il gas per il riscaldamento e che nelle farmacie mancano delle medicine indispensabili. E allora dopo aver  dato un occhiata rimettono i lucchetti alle case e se ne tornano all’estero. Alcuni fedeli rassegnati se ne sono andati negli ultimi mesi dopo aver resistito per tutti gli anni dell’assedio. Insomma la guerra forse è finita, ma  la situazione per noi cristiani non è migliorata. Sotto le bombe avevamo paura ma conservavamo la speranza. Oggi molti di noi hanno perso anche quella”.