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sabato 23 febbraio 2019

La devastante piaga delle sanzioni in Siria, nel febbraio 2019

Lilly Martin Sahiounie da Latakia racconta il quotidiano del popolo siriano, in questo inverno del clima e dei cuori.

Traduzione di Maria Antonietta Carta

'' Vorrei darvi buone notizie, ma non ne ho. Siamo sopravvissuti a otto anni di guerra, ma le sanzioni finiranno per ucciderci. 
A causa delle sanzioni statunitensi, ora non abbiamo gas da cucina, né benzina, né elettricità. Lasciatemi spiegare: la Siria aveva i pozzi di gas e ne produceva abbastanza per usi domestici. Ogni casa compra la propria bombola di gas per cucinare e, quando è vuota, la cambia con una piena.
 I terroristi hanno distrutto i nostri pozzi di gas, e i pozzi petroliferi sono nelle mani del nemico: una milizia armata fedele agli USA nella regione a nord-est del Paese. Quindi abbiamo bisogno di importare il gas. Le navi che lo trasportano sono iraniane perché, secondo le sanzioni statunitensi, non siamo autorizzati a comprare gas, o qualsiasi altra cosa, da qualsiasi Paese. Le navi iraniane che portano il gas sono bloccate nel canale di Suez, su ordine degli USA, per impedire alla Siria di riceverlo. Potremmo non ricevere mai quel gas. 
I generatori di elettricità per produrre l'energia elettrica per le nostre case funzionano a gas, quindi non possiamo cucinare e non possiamo accendere una luce! La benzina per le nostre auto non è facilmente disponibile, scarseggia ed è razionata. 
I pozzi petroliferi della Siria pompavano il greggio, lo spedivano all'estero e tornava raffinato. Non possiamo farlo più. Anche nel mio quartiere, in città, molti cucinano con legno di scarto e legno degli alberi. 
La Siria ha vinto la guerra, abbiamo sconfitto i terroristi, abbiamo recuperato quasi ogni centimetro di terra (tranne Idlib e la parte nord-orientale), ma abbiamo perso la capacità di vivere una vita normale. 

Ciò che gli Americani non sono riusciti a ottenere sul campo di battaglia lo stanno ottenendo annientando noi, gente comune, con le sanzioni imposte. Diciamo che sei sopravvissuto alla guerra, possiedi ancora del denaro e vuoi comprare un camion o un bulldozer per riparare case rovinate dalla guerra., ma non importa quanti soldi hai in mano, non puoi inviarli all'estero per acquistare macchinari e le forniture di cui hai bisogno per ricostruire la Siria. A causa delle sanzioni statunitensi, nessuno in Siria è autorizzato a inviare denaro a nessun altro Paese, per comprare qualsiasi cosa. Il sistema bancario globale passa tutto attraverso la banca Chase Manhattan a New York. 
Potresti pensare che ciò sia inverosimile, ma ogni parola che ho scritto è vera. Questa è la nostra vita.''

giovedì 21 febbraio 2019

Memoria per ricostruire: i bambini siriani rifugiati in Libano scoprono la loro identità e il patrimonio cui appartengono

"Ci insegnano la nostra patria, dov'è la nostra casa e dove vivevamo", racconta un bambino siriano partecipando al progetto "Siria nella mia mente".
Gestito da AVSI, finanziato dall'Unione Europea in Libano, sostenuto da UNICEF Libano e attuato dall'associazione Biladi, il progetto "Siria in my mind" introduce i bambini siriani nell'eredità siriana e li collega alla loro patria creando un senso di appartenenza attraverso varie attività centrate sulla Siria. Le attività includono canti tradizionali, danza popolare, giochi e l'apprendimento di siti archeologici sulla mappa della Siria:
" iniziamo dal valore della persona, che non è mai definita dalle circostanze in cui vive.", è il metodo di AVSI




Negli ultimi anni, quasi 800 mila bambini siriani hanno cercato rifugio con le loro famiglie in Libano, secondo il rapporto pubblicato da Unicef ad agosto 2015. C’è chi è nato nel paese dei cedri, chi ci è arrivato molto piccolo e chi ha qualche in anno in più. Ma quando chiedi loro “di dove sei?”, molto spesso non ricordano né da dove arrivano né com’era il proprio paese prima della guerra. Abil, un rifugiato siriano di sette anni che vive con la sua famiglia nel campo di Marshajoun nel sud del Libano da quasi tre anni, non conserva più alcun vivido ricordo della sua casa o della sua terra natia. A Saida, una grande città del sud, quando a questi bambini viene chiesto "da dove vieni" la maggior parte di loro risponde "da Saida".
Il progetto Syria in my mind, ideato dalla Ong Biladi (in arabo significa “Il mio paese”) nasce proprio per mantenere viva la memoria della Siria e creare un legame tra questi bambini e la propria terra. Attraverso varie attività come il cantastorie, le danze tradizionali, il percorso culinario con la mappa della Siria, il gioco dell’oca sui più importanti siti archeologici siriani, il progetto, finanziato da Unicef e gestito dall’Ong italiana Avsi, aiuta i bambini a ricordare la loro patria, l’eredità culturale e le ricchezze storico-archeologiche della Siria.
Il progetto è iniziato nel 2014, quando ho dato a un bambino siriano un pezzo di pane chiamato Tannour, che è un tipo di pane tradizionale. Lui mi ha guardato e mi ha chiesto ‘dov’è la nonna?’. Era la sua nonna che preparava quel tipo di pane. Lui voleva il pane perché gli ricordava la nonna, non per il valore che aveva il pane. E’ stato in quel momento che ho capito che non potevamo restituire i ricordi ma potevamo dare qualcosa che aiutava loro a ricordarsi della Siria e della propria identità”, racconta Joanne Farchakh Bajjaly archeologa libanese e ideatrice del progetto.
Circa duemila bambini siriani tra i cinque e i quindici anni hanno preso parte alle attività pedagogiche all’interno dei centri educativi gestiti da Avsi a Nabatiyeh, Saida, Jounieh, Khiam e Marjayoun. “Alcuni bambini non hanno mai visto la Siria o erano troppo piccoli per ricordarsela. Quello che vogliamo dare è un’immagine della Siria senza guerra e far loro capire la storia e la propria cultura, affinché possano avere una maggior responsabilità e consapevolezza per il futuro. Per farlo abbiamo scelto il gioco e attività pratiche come far costruire la cittadella di Aleppo o il castello per creare una connessione tra loro e la Siria”, spiega Tarek Awwad, archeologo siriano e monitore dell’Ong Syria Eyes.
All’inizio quando aprivamo la mappa della Siria o quando nominavamo alcune città come Palmira o Raqqa molti bambini si spaventavano perché le associavano a una situazione di rischio. Con il passare dei giorni cercavamo di far capire quali erano le bellezze, gli animali o i fiori di quelle regioni”, racconta sempre il giovane archeologo, anch’egli rifugiato in Libano. Il progetto ha permesso non solo ai bambini di avere un’immagine positiva della propria terra, senza sangue e morte, ma ha aiutato a ritrovare il dialogo con i genitori e di frequentare la scuola con maggior coinvolgimento e interesse.
Grazie al progetto Syria in my mind, molti bambini tornavano a casa dalle famiglie cantando le canzoni che avevano imparato o chiedendo loro se si ricordavano del souk e se andavano lì a fare la spesa. E’ importante che inizino a parlare con i genitori e che si ricordino della Siria in maniera positiva perché dà loro la speranza e la voglia di ritornarci”, spiega un’insegnante del centro educativo di Saida. Ma il risultato più importante è senza dubbio la riscoperta della propria identità. I loro animatori sono siriani, parlano la loro lingua, per cui si sentono valorizzati e non hanno più paura di dire dov'è veramente la loro patria.

"Anche il nostro paese ha attraversato una guerra. E sappiamo che il conflitto siriano finirà un giorno ", dice Joanne Farchakh Bajjaly. Con questa convinzione, in Libano, si prepara i bambini siriani al ritorno.
https://en.annahar.com/article/290432-syria-on-my-mind-offers-hope-to-refugee-children
https://www.lorientlejour.com/article/944319/faire-revivre-aux-petits-refugies-syriens-leur-pays-perdu.html

lunedì 18 febbraio 2019

Da Idlibistan bombardamenti sulle città cristiane in risposta agli accordi del vertice a Sochi tra Russia, Turchia e Iran per la definizione delle aree di influenza


Sabato 16 febbraio tre civili sono rimasti feriti a causa di attacchi con missili sulla città cristiana greco-ortodossa di Mhardeh e la centrale elettrica nella campagna settentrionale di Hama.
 Gruppi terroristici posizionati nel castello di al-Madiq hanno anche sparato colpi di razzo sui quartieri residenziali nella città cristiana di al-Sqailbieh nella campagna settentrionale di Hama, ferendo tre civili e causando danni materiali alle case. Qalaat al-Madiq è il sito dell'antica città di Apamea, le cui rovine si trovano appena ad est della città. La fortezza moderna, che ha dato il nome alla città, fu costruita durante il dominio musulmano nel 12 ° secolo. È ancora abitata da cittadini civili, ed ora occupata da gruppi affiliati ad Al-Nusra.
Gruppi terroristici posizionati nella valle di al-Anz a ovest di Kafr Zita hanno preso di mira la città di Salhab con lanci di razzi, causando danni materiali a proprietà private e a infrastrutture.

Lunedì 18 febbraio due cittadini sono stati uccisi e molti altri sono rimasti feriti in un attacco terroristico con colpi di mortaio nella città di Sheizar. Nello stesso giorno, altri due civili sono rimasti feriti quando gruppi terroristici hanno preso di mira con una serie di missili al-Sqeilbiya, 48 km a nord-ovest della città di Hama, in una nuova violazione dell'accordo di de-escalation della zona di Idleb.
Gli attacchi su Mhardeh provengono sempre da Ltamenah, ancora occupata dal takfiri affiliati all'Arabia Saudita, "Jaish al Ezza".

 Notizie tratte da Agenzia S.A.N.A. e da Syrianews

AGGIORNAMENTO da SOS Chrétiens d'Orient: 

...."Il signor Simon e io arriviamo a casa alla stessa ora. Ho appena distribuito cibo e lui i missili. Ridendo, mi fa ascoltare una registrazione da una conversazione intercettata tra terroristi dove sentiamo:
"Colpisci le chiese, colpisci le chiese, questi maiali di cristiani sono nelle chiese" ...
  Dall'estate 2018, un cessate il fuoco è stato ufficialmente decretato dai russi e dai turchi su richiesta dei terroristi ... I turchi che si trovano all'interno delle posizioni terroristiche hanno allestito numerosi centri di osservazione. Per quanto riguarda i russi, circondano la tasca di Idleb dal lato del governo con i soldati dell'esercito arabo siriano.  Tuttavia, questo accordo di pace viene costantemente interrotto da ripetuti attacchi di al-Nusra e dei loro affiliati che si abbattono vigliaccamente sui civili con granate, razzi e missili ...
Altrove nel paese, la pace è tornata, la vita ha ripreso il suo corso, il peggio è ormai alle spalle ma per gli altri, l'inferno continua ed è quotidiano ...   Abituato a vivere in una Siria ritornata serena, avevo dimenticato le sensazioni di un tale clima di paura e ansietà. Avevo dimenticato questa atmosfera di morte. Lo conoscevo bene durante le mie regolari visite ad Aleppo tra il 2015 e il 2017, al culmine di quella lunga battaglia fino alla sua liberazione. L'avevo conosciuto bene anche in altre circostanze, come durante quelle ore di strade spaventose che attraversavano il paese, toccando le aree detenute da ISIS e Al Nusra.   Anche a me capita di dimenticare che sfortunatamente molti sono quelli per cui nulla è finito!
Non mi rivolgo a voi per incolparvi ma perchè vi indigniate con me. Il silenzio dei media è travolgente, soprattutto quando ci dice che tutto è finito in Siria! In realtà qui si continua a uccidere in silenzio, nessuno è lì a riferire i fatti.  
Non aspettate che i media si destino, per parlare solo dei civili nella regione di Idleb, per interessarvi a Mhardeh. Non commettete lo stesso errore delle battaglie di Aleppo e Damasco! Dovete  capire che Mhardeh sta morendo lentamente ...  Oggi i nostri fratelli muoiono in silenzio e solo voi potete aiutarci ad alleviare le loro sofferenze. Abbiamo bisogno di voi, delle vostre preghiere, del vostro aiuto. Aiutateci a sostenere Mhardeh! Aiutateci a sostenere i suoi abitanti!
Alexandre Goodarzy, capo della missione in Siria.

venerdì 15 febbraio 2019

Siria: Le mamme dolenti di Sadad



Situato alle porte del deserto della Siria, a sessanta chilometri a sud di Homs, il villaggio cristiano di Sadad conta solo tremila abitanti rimanenti. La sua popolazione è interamente cristiana, principalmente di rito siriaco-ortodosso. Questo antico villaggio è citato due volte nel Vecchio Testamento, e si parla ancora l'aramaico.

 Durante la guerra, Sadad era un punto strategico per controllare la strada tra Homs e Damasco, ed è stato quindi attaccato più volte dai terroristi. Organizzati in milizia, gli abitanti del villaggio hanno respinto un primo assalto di al-Nusra nel 2013 -che è giunto comunque fino a controllare i tre quarti del villaggio- e un secondo assalto di Isis nel 2015. Ma, in Sadad o altrove, molti giovani del villaggio hanno perso la vita nei combattimenti condotti durante la guerra. Morendo per la difesa del loro paese, hanno acquisito il titolo di martiri presso i siriani.
 Siamo andati ad incontrare le famiglie di questi martiri, per raccogliere la loro testimonianza e far conoscere al mondo questi racconti di vite spezzate e di famiglie in lutto.

Mayada si veste solo in nero e rifiuta ogni cibo dolce da sette anni. Suo figlio Shadi è morto in battaglia nel 2011, a vent'anni. Due anni dopo, la guerra le prendeva un secondo figlio, George, di soli diciassette anni. Da questi due drammi, una tristezza permanente si è installata nella piccola casa che condivide con il marito e la loro nuora Rouba, con i suoi due giovani figlioli. Ci rechiamo da questa famiglia in compagnia di Hyam, un'amica dell'associazione, peraltro cugina di Mayada, che ci tradurrà ciò che le nostre magre conoscenze in arabo non ci permetteranno di cogliere.

Al nostro arrivo, constatiamo che la casa è stata appena lavata con grandi secchiate. Desiderosa di riceverci bene, un pallido sorriso illumina il volto di Mayada mentre suo marito ci invita nella stanza di soggiorno, dove una stufa mai usata è appena uscita dalla soffitta in modo che non abbiamo freddo. I tubi mal aggiustati della stufa lasciano sfuggire ondate di fumo, e si deve presto rinunciare al suo uso. A questo punto, un piccolo riscaldamento a gas è immediatamente installato nella stanza, nonostante la carenza di gas. Questa famiglia tuttavia non è ricca: la loro piccola casa non è riscaldata, i mobili sono limitati, e i pezzi mancano chiaramente di finiture. Sul tetto-terrazza in cemento, la costruzione di un secondo piano che permetterebbe a queste differenti generazioni di vivere più comodamente è al punto morto, per mancanza di soldi.
                                                                          

Prendiamo il tè con loro, e a poco a poco la coppia si confida con noi. Apprendiamo così che i loro altri tre figli sono ancora militari e continuano a servire nell'esercito arabo siriano a Damasco e a Hama. Un'angoscia supplementare per quei genitori già provati. Ci parlano anche della loro amicizia con la first lady, Asma al-Assad. Commossa dalla loro storia, ella li ha ricevuti al palazzo presidenziale, ed ha offerto un'auto per permettere loro di lavorare. Da allora, ella continua regolarmente a chiedere le loro notizie e a offrire loro il suo aiuto, che rifiutano. Mayada ci spiega le ragioni di questo rifiuto, nonostante la loro miseria: "se accettassi questo aiuto, avrei l'impressione di vendere i miei figli". Suo marito approva, prima di aggiungere che "il sostegno morale e le foto" al lato della first lady sono sufficienti, e che non vogliono nulla di più. La foto scattata con M. Asma qualche anno fa troneggia ben visibile nella stanza, accanto alle foto di famiglia. Ma se questo sostegno importante costituisce un reale conforto morale, oltre ad aver migliorato la loro quotidianità grazie all'automobile, non potrà mai rendere completamente la gioia di vivere a questa coppia, che vive costantemente nella memoria dei due figli scomparsi.                                                                                                
I loro ritratti appaiono sullo sfondo dell'angolo di preghiera, e su uno scaffale vicino le scarpe di uno fanno da vaso per un mazzo di fiori di plastica, accanto al casco e alla bandiera siriana. E i due figli di Rouba sono stati battezzati Shadi e Georges, in ricordo dei loro zii defunti. Per ora, i due piccoli si divertono sul tappeto, e corrono di tanto in tanto a rifugiarsi tra le braccia della loro mamma o del loro nonno. Speriamo che il triste contesto che li circonda non peserà troppo sulla loro infanzia, e preghiamo soprattutto che il futuro del loro paese riservi loro un destino diverso da quello dei loro zii.

Commossa, Mayada smette di parlare. Con suo marito, usciamo a visitare il giardino. Dopo il nostro giretto, la ritroviamo fuori, seduta su una sedia di plastica, immobile. Trova ancora la forza di sorridere quando li lasciamo e li ringraziamo calorosamente per la loro accoglienza e la loro testimonianza. “Tornate a farci visita! Venite quando volete, siete i benvenuti! ". Queste poche parole, già tante volte sentite a Sadad, prendono però qui un senso particolare, pieno di speranza, e ci mostrano che nonostante il dolore che opprime questi genitori provati, il loro cuore è rimasto aperto e generoso. Ripartiamo ammirati davanti al loro coraggio.
       trad: OraproSiria