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mercoledì 13 febbraio 2019

I disaccordi di Sochi: la Siria sospesa tra gli interessi divergenti dei suoi 'alleati'


Di Elijah J. Magnier
Tradotto da: Alice Censi
Non si prevede che nell’incontro del 14 febbraio a Sochi tra i  presidenti della Russia, della Turchia e dell’Iran verrà trovata una soluzione che trovi tutti d’accordo sul problema di queste due zone in Siria : il nordest ( da Manbij a Qamishli/al-Hasaka) attualmente occupato dalle forze militari americane e la città di Idlib e la sua provincia occupate dai gruppi jihadisti in buoni rapporti con la Turchia. 
Ci sono sostanzialmente punti di vista diversi. Si pensa che il tema principale della discussione in questo incontro  sia il possibile ritiro degli Stati Uniti nelle prossime settimane ( il mese di aprile pare sia credibile) come Washington ha annunciato.  Tutti concordano sul fatto che il ritiro americano oggi sia una priorità e un vero sollievo per il Levante . Pertanto, ogni passo utile a raggiungere questo obbiettivo senza intoppi, dovrà essere compiuto. Tuttavia le differenze principali sono conseguenza del desiderio nonché dell’intenzione della Russia di arrivare ad un “accordo temporaneo”con la Turchia sulla situazione del nordest siriano dopo il ritiro americano. Queste differenze riguardano il prezzo che la Siria dovrà pagare per vedere le truppe americane fuori dal paese. 
Fonti di informazione tra coloro che prendono le decisioni a Damasco, dicono che “ la Russia sta cercando di trovare una scusa per l’entrata della Turchia nel nordest della Siria, in una “zona cuscinetto” di 12.000Kmq  all’interno dei 42.000 Kmq a est dell’Eufrate attualmente occupati dagli Stati Uniti, rilanciando così gli accordi di Adana del 1998 tra Ankara e Damasco.”  Il 23 gennaio, il presidente Putin diceva che l’accordo di 20 anni fa era ancora vincolante. Una fonte siriana riporta che “ il presidente russo sta cercando di fare in modo che la Turchia riprenda le relazioni direttamente con la Siria a livello più stretto. La Russia è convinta che una presenza temporanea della Turchia sia accettabile fermo restando che l’unità della Siria non venga messa in discussione. Ma noi, a Damasco, siamo convinti che se la Turchia entra in Siria, sarà difficile farla andare via”. 
La Russia non ha mai abbandonato l’idea di una Siria unita e ritiene che sia importante che l’intera area geografica torni sotto il controllo del governo centrale. Tuttavia, allo stesso tempo, considera gli Stati Uniti un pericolo maggiore e che quindi valga la pena che siano le truppe turche a rimpiazzare temporaneamente quelle americane se questo è quello che vuole Washington.  Per contro, il presidente siriano e quello iraniano, non sono d’accordo sulla strategia di Putin poiché sono sicuri che la Turchia non rinuncerà al controllo del nordest siriano, un territorio ricco di risorse energetiche e agricole,  con il pretesto di combattere i suoi nemici giurati, i militanti curdi. 
Secondo quanto dicono le autorità siriane, l’Arabia Saudita,a differenza del Qatar, ha abbandonato i suoi “proxies” in Siria. “ Riad ambiva a tornare a Damasco e riaprire la sua ambasciata a breve ma il segretario di stato americano Mike Pompeo mettendo una serie di ostacoli  insisteva affinchè il processo fosse fermato e venisse impedito il ritorno della Siria nella Lega Araba. Il Qatar invece è ancora attivo, sostiene al-Qaeda a Idlib e la presenza turca nel nordest. Pertanto pare che Stati Uniti, Russia, Turchia e Qatar siano tutti d’accordo su una presenza turca nella “zona cuscinetto”che va da Manbij a Ayn al-Arab, Tal Abyad, al-Hasaka e Qamishli”. 
E’ chiaro che gli Stati Uniti non sono più interessati al destino dei curdi e delle loro famiglie non certamente disposti a vivere sotto l’occupazione turca. La Russia, la Turchia e il Qatar credono che l’unica speranza per i curdi sia spostarsi verso le forze del governo siriano che attraverseranno l’Eufrate dopo il ritiro americano. L’ “accordo di Adana rivisto” promosso da Mosca e Ankara, inciderà sulla demografia della Siria a spese dei curdi che hanno sempre creduto che gli Stati Uniti avrebbero dato loro uno stato indipendente, e mai immaginato una loro partenza improvvisa. 
Le ambizioni turche in Siria non si limitano al nordest. Ankara è riluttante ad andarsene da Idlib e sta chiedendo ai gruppi locali di trovare una soluzione e superare le loro differenze, soprattutto quelle tra il gruppo di al-Qaeda “Hurras al-Deen” e il gruppo jihadista di Hay’at Tahrir al-Sham. 
Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) non è più legato al gruppo di al-Qaeda guidato da Ayman al-Zawaheri perché il suo capo, Abu Mohamad al-Joulani vuole la sua indipendenza. Joulani ha seguito l’esatta ideologia e il credo dell’ISIS e di al-Qaeda quando era legato a loro ma ad un certo punto ha avuto delle divergenze su alcune delle loro pratiche e non si è più adattato all’ambiente. Joulani infatti non ha bisogno di seguire l’ISIS o al-Qaeda e nulla gli impedisce di essere un jihadista siriano indipendente con obbiettivi e priorità leggermente diversi. Ai suoi ordini ha combattenti stranieri provenienti da tutto il mondo e ha la sua base nel Levante, che ogni jihadista considera “la terra promessa”in cui stabilire un “Emirato Islamico”. Joulani infatti è il leader di “un gruppo jihadista basato sul credo della Sunnah e Jama’a e ha come scopo imporre la Sharia (legge divina) Islamica attraverso la jihad e la Da’wa (invito ad abbracciare l’Islam)”: così lui descrive l’obbiettivo del suo gruppo nel suo comunicato. 
Joulani guida un gruppo che segue la “Jihad al-Tamqeen” che significa “ Jihad fino a quando  diventa forte” e evoca una paziente e opportunista lotta religiosa compatibile con i Fratelli Musulmani che aspira a non bruciare i ponti ma ad adattarsi all’ambiente e ai nuovi sviluppi senza cambiare la propria ideologia o alterare il proprio credo. Si fanno compromessi temporanei con alleanze e pratiche fino a quando il gruppo è sufficientemente forte da poter abbandonare alcune politiche pragmatiche che lo aiutano a sopravvivere, acquisire forza e arruolare. La politica pragmatica di Joulani si sposa perfettamente con quella della Turchia. La Turchia è il paese islamico più potente presente a Idlib, forte abbastanza da riuscire a frenare un attacco della Russia e delle forze di Damasco alla sua roccaforte. La Turchia è felice di aver a che fare con un “jihadista camaleonte” purchè sia utile agli scopi di entrambi (Turchia e HTS). 
Comunque alla Turchia non spiacerebbe consegnare Hurras el-Deen ( al-Qaeda siriana) ai russi e alle loro bombe mentre Joulani indossa l’abito del jihadista obbediente come una pecora. Joulani può aiutare la Turchia a risolvere la sua scomoda situazione se mostra il suo pragmatismo. La Turchia è stata messa in imbarazzo dalla sua mancanza di impegno nell’accordo siglato con la Russia lo scorso anno a settembre, quando si era assunta l’obbligo di metter fine alla presenza di al-Qaeda a Idlib e dintorni. Un Joulani trasformato conviene sia ad Ankara che a Mosca. 
La situazione nel Levante resta complicata e irrisolta , prevale lo scetticismo nei confronti dell’imminente ritiro americano dal paese e la mancanza di fiducia tra i partners. La Russia pare disposta a tollerare una temporanea presenza turca. L’Iran, un alleato della Turchia, vorrebbe che fossero le truppe siriane ad avere il controllo di tutto il territorio ma contemporaneamente dà la precedenza all’uscita permanente del “grande Satana” dalla Siria. Damasco e Teheran condividono la stessa paura e cioè che le truppe turche restino in Siria per moltissimo tempo. Queste differenze potrebbero far sì che l’incontro di Sochi non abbia successo; il destino di Idlib e del nordest della Siria non si conosce ancora, non c’è finora un accordo tra gli alleati. 
Non c’è da aspettarsi una soluzione perfetta dato che manca chiaramente la fiducia soprattutto sul ruolo della Turchia in futuro e la sua presenza in Siria. Indipendentemente da tutto questo i curdi restano, in ogni caso, i veri perdenti. 

martedì 12 febbraio 2019

Embargo: ci sono anche vittime senza proiettili


 Sempre più ripercussioni negative stanno influenzando le condizioni di vita dei civili siriani, mentre alcuni stati occidentali continuano a imporre sanzioni economiche contro la Siria. 

La guerra economica, sia che impedisca lo scambio commerciale o utilizzi i mass media o punisca coloro che aiutano la Siria, ha molti obiettivi a breve e a lungo termine; essenzialmente cerca di creare problemi economici che causano la divisione nella società siriana e influenzano l'ambito degli investimenti dopo che si era visto di recente un miglioramento, poiché questa guerra economica cerca di allontanare investitori e uomini d'affari, dice un rapporto pubblicato dall'agenzia di stampa siriana SANA.

L'obiettivo più importante delle sanzioni contro la Siria è di bloccare la produzione locale al fine di trasformare la Siria in uno stato dai consumi dipendenti da altri paesi, invece di essere uno stato produttivo autosufficiente.
Gli effetti delle sanzioni economiche e l'embargo sulle condizioni di vita non sono una novità per i siriani; secondo l'analista economico Shadi Ahmad, da quando gli stati occidentali hanno proibito l'importazione di petrolio dalla Siria, il reddito annuale del bilancio dello Stato ne ha risentito, riducendo così la capacità del governo di soddisfare le esigenze del mercato locale rispetto a come avveniva prima del 2011. 
 Ahmad menziona altre misure che hanno messo sotto pressione la situazione economica, tra cui impedire ad alcune petroliere di entrare nelle acque siriane anche se ciò è illegale, ma ciò è comunque avvenuto e ha causato gravi tagli di energia a causa della mancanza di carburante.
 Ha anche menzionato le sanzioni dell'UE nei confronti degli uomini d'affari siriani per limitare le loro attività che contribuiscono a fornire forniture e merci al mercato siriano, oltre alle decisioni di limitare i trasferimenti di denaro da parte dei siriani all'estero che ha avuto effetti dannosi. 

Il più recente degli atti ostili che hanno come obiettivo l'economia siriana è il disegno di legge approvato dal Congresso americano, che reca il nome ipocrita "Caesar Syria Civilian Protection Act" nonostante il fatto che blocchi effettivamente le forniture essenziali e necessarie per il popolo siriano. 
 Ahmad riporta che questo atto cerca di punire le compagnie non siriane, siano esse di Russia, Cina, India, ecc. se forniscono ai Siriani uno qualsiasi dei materiali essenziali necessari al settore economico.
 Il Caesar Act si rivolge a qualsiasi potenziale contributore al finanziamento o all'attuazione di progetti di ricostruzione, settori dell'energia, compagnie dell'aviazione civile e la Banca Centrale Siriana. 

giovedì 7 febbraio 2019

Considerazioni sul Documento firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb.

Il documento firmato da Papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar Ahmad Mohamed Al-Tayyib rappresenta una novità importante nel quadro dei rapporti tra Islam e Cristianesimo e tra i musulmani e i cristiani che vivono nei paesi arabi.
Sebbene sia necessario attendere la sua effettiva applicazione da parte non solo delle autorità religiose islamiche ma anche dei molti governi di paesi a maggioranza musulmana, questo documento per la prima volta pone al centro del dialogo interreligioso la questione della libertà personale e della cittadinanza, riconoscendo i cristiani come cittadini dei paesi in cui spesso risiedono da secoli, con gli stessi diritti e doveri dei connazionali musulmani.
Inoltre, la figura dell'imam Al-Tayyib rappresenta il vertice dell'Università di Al-Azhar, da secoli massimo punto di riferimento religioso e culturale dell'Islam sunnita. Per questo motivo, l'eco che tale documento potrà avere nella vastissima umma islamica è particolarmente rilevante. Sarà necessario sostenere, in Europa come nel mondo arabo -musulmano, tra i cristiani come tra i musulmani, l'applicazione dei principi enunciati da questo documento.
Benedetta Panchetti,
dottoressa di ricerca in Diritto Islamico

Abu Dabhi, 4 febbraio 2019

In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace.
In nome dell’innocente anima umana che Dio ha proibito di uccidere, affermando che chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera.
In nome dei poveri, dei miseri, dei bisognosi e degli emarginati che Dio ha comandato di soccorrere come un dovere richiesto a tutti gli uomini e in particolar modo a ogni uomo facoltoso e benestante.
In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna.
In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre.
In nome della «fratellanza umana» che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali.
In nome di questa fratellanza lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini.
In nome della libertà, che Dio ha donato a tutti gli esseri umani, creandoli liberi e distinguendoli con essa.
In nome della giustizia e della misericordia, fondamenti della prosperità e cardini della fede.
In nome di tutte le persone di buona volontà, presenti in ogni angolo della terra.
In nome di Dio e di tutto questo, Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio.
Noi – credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio –, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo Documento, chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive.

martedì 5 febbraio 2019

“Agnelli in mezzo ai lupi”: la testimonianza di padre Hanna dalla provincia di Idlib

Knayeh: croci abbattute anche sulle tombe
“Siamo agnelli in mezzo ai lupi. Letteralmente. Ogni sera ci addormentiamo affidando al Signore la nostra vita, perché potremmo essere assaliti sempre. Il mattino dopo ci svegliamo e vediamo che le nostre preghiere sono state esaudite… Allo stesso modo sentiamo la potenza delle vostre preghiere per noi. Il Signore non ci esaudisce facendo scomparire i lupi, quelli ci sono sempre, ma incredibilmente i lupi sono mansueti. Certo ci hanno costretto a togliere tutti i simboli cristiani e non possiamo manifestare la nostra fede pubblicamente; ci minacciano, mandano i ragazzini a lanciare pietre alle porte delle nostre case e delle chiese, ma la nostra vita è salva e continuiamo a vivere la quotidianità con impegno, nella speranza e nella fede”. 
La voce di padre Hanna Jallouf al telefono è serena, limpida, piena di quella speranza di cui ci racconta e che, dice, “vince su tutti i soprusi e le violenze che subiamo ogni giorno”.
Padre Hanna è francescano della Custodia di Terra Santa, uno degli unici due religiosi rimasti insieme alle comunità cristiane di Knayeh e Yacoubieh nella provincia di Idlib, dove si sono rifugiati circa 30.000 ribelli oppositori del governo di Bashar Al Assad. Nei mesi scorsi si era parlato molto di Idlib, l’ultima zona di resistenza dei Jihadisti governati da Jahbat Al-Nusra; inizialmente sembrava non vi fosse altra soluzione per il governo e gli alleati russi, se non quella di invadere l’area causando una carneficina di civili, poi invece si era parlato di un accordo tra Russia e Turchia, per la demilitarizzazione dell’area e il ritiro di tutti i combattenti ; a quel punto pareva si fosse giunti ad una decisione condivisa e si era smesso di parlarne.
Ma la questione è tutt’altro che risolta, la provincia di Idlib è ancora sotto Al-Nusra e le condizioni in cui vivono padre Hanna con il confratello Luai Bsharat e le comunità di Knayehe e Yacoubie sono precarie. 
Qui ATS pro Terra Sancta continua le attività di assistenza, di distribuzione di pacchi alimentari e beni di prima necessità e di accoglienza presso il convento di alcune famiglie senza casa. Queste attività sono “un aiuto fondamentale – ci dice ancora padre Hanna – per la comunità cristiana che senza di noi e senza il vostro sostegno non esisterebbe più qui. Per questo rimaniamo, la gente ha bisogno e guarda costantemente a noi”.
Non ha dubbi su questo padre Hanna, vuole rimanere con la sua comunità, nonostante ci dice, le cose potrebbero peggiorare presto.  “L’inverno è stato molto duro quest’anno – aggiunge – e ci sono state parecchie inondazioni. Ne hanno sofferto soprattutto quelli che vivono nei campi dei rifugiati della zona che non possono ricevere assistenza a causa di questa occupazione… E non migliorerà perché pare che le forze governative si stiano preparando, pensiamo attaccheranno questa primavera, non appena le condizioni climatiche miglioreranno e allora dovremo e dovrete pregare molto”.