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venerdì 7 settembre 2018

Monsignor HINDO: «È in atto un piano per cacciar via i Cristiani dalla regione»

La Scuola Elementare 'Amal' in Hassakè (foto AINA).
Hassakeh contava 420 000 abitanti di cui 50 000 cristiani prima che Daesh circondasse la zona, ora la città conta solo 150 000 abitanti di cui 5000 cristiani. Ricordiamo che le chiese assire siriane fanno parte del patrimonio mondiale e sono tra le più antiche della cristianità.

di Gianandrea Gaiani
Dopo aver subito uccisioni, espropri, stupri e violenze di ogni tipo da parte dei miliziani jihadisti, prima qaedisti e salafiti e poi dello Stato Islamico, che hanno ridotto al lumicino la loro presenza, i cristiani delle regioni nord orientali siriane subiscono da tempo la “pulizia etnica” attuata dalle forze curde.
"Sono anni che lo ripeto, è in atto un tentativo da parte dei curdi di eliminare la presenza cristiana da quest' area della Siria" ha detto sabato monsignor Jacques Behnam Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi, nel nord-est della Siria. Il presule conferma all’organizzazione Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS - autrice ogni anno di un rapporto che evidenzia le persecuzioni dei cristiani perpetrate in tutto il mondo e in particolare nel mondo islamico) la chiusura di alcune scuole cristiane da parte delle Forze Democratiche Siriane (FDS), la milizia curdo-araba istituita dagli Stati Uniti per strappare le aree tra Raqqa e la provincia di Deir Ezzor all’Isis e impedire alle truppe regolari di Damasco di riconquistare la regione orientale del Paese. Grazie agli aiuti Usa, che in quell’area mantengono basi e oltre 2mila militari, la regione nord orientale siriana è di fatto un territorio autonomo amministrato dalle Forze di difesa popolare curde (Ypg - braccio militare del partito curdo dell'Unione Democratica – PDY), protagoniste della difesa di Kobane e celebrate in Occidente come le più acerrime avversarie del Califfato.
"Già dall' inizio dell'anno, l'amministrazione locale ha preso possesso di un centinaio di scuole statali, nelle quali ha imposto un proprio programma scolastico e i propri libri di testo” – ha sottolineato monsignor Hindo. “I funzionari curdi ci avevano assicurato che non si sarebbero neanche avvicinati alle scuole private, molte delle quali sono cristiane. Invece non soltanto ci si sono avvicinati, ma ne hanno anche serrato le porte". La motivazione ufficiale della chiusura di varie scuole cristiane nelle città Qamishli, Darbasiyah e Malikiyah, è che tali istituti hanno rifiutato di conformarsi al programma imposto dalle autorità della regione. "Loro non vogliono che si insegni nella lingua della Chiesa, il siriaco antico, e non vogliono che insegniamo la storia, perché preferiscono inculcare agli alunni la propria storia". Nulla di diverso, in fondo, da quanto attuato negli stessi territori negli anni scorsi quando erano controllati dallo Stato Islamico.
Hindo non nasconde la preoccupazione, sia per la probabile chiusura di altre scuole cristiane - ve ne sono altre sei soltanto ad Hassaké - sia per i gravi danni che il programma scolastico "curdo", differente da quello ufficiale siriano, potrà causare agli studenti. "Ho detto ad un funzionario curdo che così una intera generazione verrà penalizzata, perché non potrà accedere a gradi di istruzione superiori. Lui mi ha risposto che sono disposti a sacrificare anche sei o sette generazioni pur di imporre la loro ideologia". La vicenda rappresenta una conferma del tentativo di "curdizzazione" di quella regione, un piano che secondo Hindo prevede anche l'allontanamento della locale comunità cristiana.
"È almeno dal 2015 che continuiamo a denunciare tale pericolo. Vogliono cacciar via noi cristiani per aumentare la loro presenza”. Ad oggi i curdi rappresentano soltanto il 20 percento della popolazione siriana ma controllano quasi per intero l’oriente siriano, a est del fiume Eufrate, soltanto grazie al sostegno dell’Occidente, Stati Uniti e Francia in testa, che grazie alle milizie curde cercano di impedire che l’intera Siria torni nelle mani di Assad e dei suoi alleati russi e iraniani. Le FDS controllano infatti un’area molto più ampia di quella abitata dalla popolazione curda siriana e la “pulizia etnica” ha l’obiettivo di allontanare i cristiani e “omogeneizzare” la popolazione ricollocando in queste aree le popolazioni curde cacciate dai militari turchi dalle aree di Afrin e Manbji. Attraverso ACS, il presule ha lanciato un appello alla comunità internazionale ed in particolare alle nazioni europee. "La chiusura delle nostre scuole ci addolora. È dal 1932 che la Chiesa gestisce questi istituti e mai ci saremmo immaginati che potessero venire chiusi. L'Occidente non può rimanere in silenzio. Se siete davvero cristiani dovete gettare luce su quanto sta accadendo ed impedire nuove violazioni dei nostri diritti e ulteriori minacce alla nostra presenza nella regione" ha concluso Hindo.
Non è la prima volta che i curdi, in Siria come in Iraq, puntano ad allargare le aree sotto il loro controllo a spese di minoranze di peso etnico inferiore. Lo hanno fatto nella città petrolifera irachena di Kirkuk cacciando soprattutto i turcomanni e, più a est nel Sinjar, gli Yazidi. Dopo la caduta di Mosul e la sconfitta dell’Isis in Iraq, l’invio di truppe di Baghdad e di milizie scite filo-iraniane in quelle regioni ha fatto tramontare il sogno indipendentistico del Kurdistan iracheno relegandolo a un’autonomia molto limitata. In Siria invece l’espansionismo curdo continua a manifestarsi grazie al supporto militare di Washington che finora ha impedito che prendesse piede la proposta di Damasco che offre autonomia ai curdi, ma limitata alla regione del Rojava, in cambio della restituzione allo Stato siriano dei territori oggi occupati dalle FDS che includono giacimenti e pozzi di gas e petrolio.
Il regime siriano di Bashar Assad ha sempre tutelato minoranze e confessioni diverse ed è stato in questi anni di guerra l’unico a sostenere le comunità cristiane. Donald Trump ha più volte manifestato l’intenzione di ritirare i militari statunitensi dalla Siria, iniziativa che renderebbe problematico per le FDS far fronte alle truppe di Damasco e ai loro alleati, inclusi gli iracheni che, come i turchi, non vedono certo di buon occhio la nascita “de facto” di uno Stato curdo nella Siria Orientale.

lunedì 3 settembre 2018

"Parametri e principi di assistenza" delle Nazioni Unite in Siria ....

Onu: alla Siria nessun aiuto per la ricostruzione se Assad non verrà rimosso
di Patrizio Ricci

Recentemente sono stati diffusi alcuni documenti interni delle Nazioni Unite riguardanti la Siria. Questa informazione non era destinata alla pubblicazione, dal momento che le istruzioni contenute nelle linee guida interne stilate sotto forma di direttiva interna, contraddicevano direttamente l’etica dell’organizzazione.

La suddetta direttiva prevede che la ricostruzione del paese dovrà iniziare solo quando in Siria sarà sostituito il governo attuale con uno gradito alle potenze occidentali. In altre parole, la ricostruzione potrà avvenire solo in caso di un colpo di stato, ovvero su precise indicazioni degli aggressori. Ancor più chiaramente: non è prevista la possibilità che un voto democratico possa far risultare ancora Assad come la scelta preferita dei siriani.
La notizia dell’esistenza di questo ‘memorandum’ è  stata resa nota dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Il responsabile del dicastero degli esteri di Mosca ha definito questo documento un esempio di come i paesi occidentali  manipolano le organizzazioni internazionali. Il testo del documento è stato pubblicato sulla rivista russa Kommersant.

Un passaggio della direttiva dice chiaramente che “Le Nazioni Unite, con l’attiva partecipazione del Segretario Generale, cercheranno di garantire il maggior flusso possibile di aiuti umanitari in Siria, anche direttamente, per garantire la non interferenza nelle sue operazioni, secondo le operazioni di supporto previste nel Piano della risposta umanitaria (UNCHR)” ma gli aiuti saranno limitati agli aiuti umanitari, “solo dopo l’effettiva e completa transizione politica del potere, le Nazioni Unite saranno pronte a promuovere la ricostruzione”.

Secondo il quotidiano “Kommersant”, l’autore della direttiva – è l’ex sottosegretario permanente delle Nazioni Unite per gli affari politici Jeffrey Feltman , che ha cessato di ricoprire il suo incarico la scorsa primavera. Gli Stati Uniti hanno ripetutamente sottolineato che la ricostruzione della Siria sarà impossibile senza una soluzione politica gradita all’occidente.
Ciò vuol dire che è irrilevante che si addivenga  semplicemente ad una soluzione democratica , condivisa e gradita al popolo siriano ma che tale scelta dovrà essere conforme agli interessi degli USA e a quelli dei principali alleati.

Se da un lato queste evidenze rivelano l’estrema  dipendenza dell’Onu dall’occidente, certe dinamiche – secondo un punto di vista estremamente disincantato – non sorprendono: sono i paesi occidentali che pagano l’Onu per la maggior parte del bilancio e tra una soluzione legittima e l’aiuto alla Siria amica della Russia e dell’Iran, preferiscono una soluzione illegittima, laddove il prolungare la sofferenza del popolo siriano è solo un tragico effetto collaterale , addirittura auspicabile se serve ad accelerare il raggiungimento degli obiettivi prefissati (leggesi ‘sanzioni’ e ‘terrorismo’).

venerdì 31 agosto 2018

Pensieri sparsi sulla censura




Mi capita sempre più spesso di leggere nei social commenti spicci o anche considerazioni che si pretendono ‘’ponderate’’ sul riconsiderare se sia giusto che tutti continuino a godere della libertà di voto o di espressione. C’è chi ritiene che soltanto le persone educate e istruite abbiano il diritto di esprimersi pubblicamente nelle piazze virtuali e chi arriva a sostenere che il Suffragio universale sia da abolire. Certo, nella maggior parte dei casi si tratta di chiacchiere e basta, magari condite con un po’ di snobismo provinciale, ma anche di insofferenza e timore in questa Italia disorientata, però a me sembrano disquisizioni sconsiderate e pericolose. Su certe cose dovremmo impedirci di essere superficiali. Non bisogna mai dimenticare o scherzare sul senso profondo di ‘’libertà di espressione’’, di quanto sia preziosa e irrinunciabile questa conquista e su quanto sarebbe tremendo perderla.
Non avere libertà di parola significa costante controllo del pensiero, delle opinioni, delle emozioni e delle azioni nella vita quotidiana. Significa timore della delazione che genera diffidenza e solitudine, e la conseguente perdita di altri diritti fondamentali. Perciò, trovo sbagliato e azzardato questo genere di chiacchiere o pseudo riflessioni sulla libertà di parola o anche, che ci piaccia o no, di vaniloqui o sproloqui.
Tutto ciò mi è tornato in mente leggendo i ‘’pensieri sparsi’’ di Janice Kortkamp. Troppo poco infatti si parla e si riflette sulla deriva di una censura esercitata in maniera sempre più decisa e opprimente nei confronti dei media alternativi e di tutti coloro che informano o dibattono sulle storture dei nostri sistemi politici sempre meno democratici, sulla dittatura di fatto dei poteri finanziari, sulle guerre imperialiste che stanno devastando un numero sempre crescente di Paesi e martoriando i popoli. Quelli di Janice non sono soltanto pensieri sulla censura, ma monito sull’urgenza di un impegno fattivo per la salvaguardia del nostro diritto a una informazione indipendente da poteri politici e finanziari, alla libertà, appunto, di parlare, raccontare, esprimerci e riflettere ad alta voce. Sono un grido di ambascia, che sento mio, per quel che si sta tramando contro la democrazia e la verità, nell’indifferenza e oscurità di mente quasi generali, in un mondo dove la finzione, cioè la propaganda del potere trasmessa dai media ad esso asserviti suscita più emozioni e consenso della realtà.
  Maria Antonietta Carta

"Non abbiamo ancora visto nulla." Pensieri sparsi sulla censura.

di Janice Kortkamp

Qualche mese fa, ho subito un colpo duro per essere stata bloccata definitivamente da Twitter, e uno shock e stato per me anche assistere alla palese censura contro Alex Jones - no, non sono una sua estimatrice, ma era una voce indipendente contro lo ‘’Stato profondo’’ dei centri di potere – e uno shock vedere "l'ombra che vieta" agire contro molti buoni siti e ottime persone, uno shock sentire che Twitter ha appena sospeso Caitlin Johnston (ed altri)...
 Peggio di tutto però è per me assistere alla morte lenta di Julian Assange - la sua salute non è buona –isolato dal mondo per aver osato rivelare "segreti" sulla corruzione e i crimini del governo degli Stati Uniti. Molti, per avere denunciato gli abusi del potere, sono stati imprigionati, hanno perso carriera e reputazione e spesso anche la famiglia, quando essa non è riuscita a sopportare la pressione.

Tanti militanti che denunciano le storture , tanti narratori della realtà, davanti alla crescente censura dei media main stream e di Internet contro le voci libere, si sono spostati su piattaforme alternative. Gli auguro il meglio, ma le ho visitate e ho constatato che si tratta di uno scambio tra persone già informate. Scoraggiante. Il mio obiettivo principale è cercare di raggiungere nuovi segmenti di pubblico tra la grande maggioranza che percepisce il marcio ma non ha tempo per indagare e documentarsi.
Non intendo asserire che noi siamo perfetti. Si tratta di questioni molto complesse e le nostre maniere non sono sempre impeccabili come chi sorseggia elegantemente un tè, quando proviamo, ad esempio, a denunciare i crimini e le bugie di coloro che hanno letteralmente ucciso milioni di persone in guerre giustificate con menzogne. Talvolta, siamo molto duri e usiamo un linguaggio ordinario, diretto, con l’intento di scuotere le coscienze in coma o, semplicemente, a causa della frustrazione che proviamo per le ingiustizie che si perpetrano.

So di amici che temono di condividere i miei post o anche di manifestare la loro approvazione con un "mi piace", pensando che i loro impieghi governativi o le loro carriere potrebbero essere a rischio se lo facessero. Non li biasimo troppo - hanno ragione su questo - ma è ironico no? Si presume che l'esercito del nostro governo (ci è stato ripetuto ancora e ancora e ancora) stia combattendo per "proteggere le nostre libertà", mentre le persone che lavorano per questo governo non hanno diritto alla libertà di parola: la più grande libertà secondo la nostra Carta dei Diritti.

Non si tratta di libertà aziendali, infatti. Di fare ciò che desiderano sui loro siti e piattaforme, perché molte società hanno ora il potere, l'influenza e la ricchezza di piccole nazioni. Non sto esagerando. La corporatocrazia, che controlla gran parte della nostra vita quotidiana , ha costruito sistemi che, ci dicevano, sarebbero state piattaforme libere e aperte. Ma queste corporazioni esercitano sempre più una censura che deve salvaguardare una certa narrazione governativa, e il connubio endogamico tra governo, multinazionali e mass media è davvero allarmante.


Ma "non abbiamo ancora visto nulla" come si suole dire. Tutto ciò è niente in confronto a quello che potrebbe accadere. Per anni , ho avuto la sensazione sgradevole che in questo momento storico " si debba parlare subito per non perdere definitivamente la pace". Il mondo si è trovato già molte volte a questo bivio. Quelli di noi che sono almeno un poco consapevoli di cosa sta succedendo e di quanto possa finire male hanno capito che i governanti degli Stati Uniti e di altri Paesi sono capaci di tutto, persino di armare ISIS e al Qaeda, come abbiamo visto in Siria. Ed è solo un esempio.
Tutto quello che so è che dobbiamo continuare incessantemente a usare le libertà che abbiamo nel modo più efficace possibile e il più a lungo possibile. Ognuno secondo le proprie forze e la capacità di sopportare la pressione e le conseguenze. O secondo gli obblighi e responsabilità familiari. In ogni caso, sento che le vere battaglie qui stanno appena cominciando. Noi, che abbiamo seguito la vicenda siriana, abbiamo un vantaggio. Non vogliamo mollare. E non dimentichiamolo: abbiamo più potere di quanto immaginiamo.
BTW - Se mi hai letto in Facebook, vai al mio sito web per favore. https://www.syriaresources.com/
 Janice Kortkamp  (traduzione di Maria Antonietta Carta) 

martedì 28 agosto 2018

Idlib: la posta in gioco

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, testo
Il parlamentare siriano Fares Shehabi  ha twittato le fotografie di quattro bambini rapiti dai terroristi Idlib dal quartiere di Zirbeh; rapimenti di giovani da parte dei jihadisti di Idlib erano iniziati alcune settimane fa, erano giovani accusati di voler aderire al processo di riconciliazione.  I rapimenti sono aumentati negli ultimi 10 giorni e si sono espansi in villaggi della provincia di Aleppo, e in campi di sfollati vicino al confine con la Turchia. I bambini vengono rapiti da questi campi: da una stessa famiglia, sono stati prelevati 3 bambini. Il timore è che i bimbi verranno utilizzati per inscenare il prossimo false flag con immagini di bambini 'gasati dalle armi chimiche di Assad'... 



Piccole Note, 28 agosto 2018


John Bolton quattro giorni fa ammoniva il suo omologo russo: se Assad userà armi chimiche, gli Stati Uniti risponderanno attaccando la Siria.

Ancora le armi chimiche…

Un monito che arrivava alla vigilia della battaglia di Idlib, ultima area della Siria (insieme al cantone curdo di Afrin) in mano alle forze anti-Assad, che Damasco vuol riportare sotto il suo controllo.  Monito strano, ché non c’è alcuna ragione per cui Assad debba usare armi chimiche, stante che è l’unico modo per attirarsi contro le bombe degli Stati Uniti.  Peraltro proprio ora che ha tutta la forza per portare a compimento quanto si propone, dato che può scagliare contro Idlib tutto il potenziale militare, ormai libero da altre incombenze,
Il 25 agosto i russi hanno risposto allarmati al Consigliere per la sicurezza Usa. Il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov, ha dichiarato che il gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham (al Qaeda) sta “preparando un’altra provocazione attraverso l’uso di armi chimiche contro la popolazione civile della provincia di Idlib da attribuirsi alle forze governative siriane”.  E ha specificato che sono stati portati “otto barili di cloro” nel villaggio di Jisr al-Shughur per “mettere in scena” l’attacco.  Inoltre ha specificato che ad aiutare i miliziani jihadisti sarebbe “la compagnia militare britannica Oliva”, che avrebbe inviato in loco personale addestrato allo scopo.

Di navi da guerra e allarmi

A seguito delle accuse incrociate per la Siria, e per il mondo, è scattato l’allarme rosso. Un incrociatore Usa armato di missili tomahawk si sta dirigendo verso la Siria.  Mossa alla quale i russi hanno risposto inviando precipitosamente al largo delle coste siriane una vera e propria flotta, mentre Damasco ha diramato l’allerta generale.   Ciò avviene mentre Teheran e Damasco siglano un accordo di cooperazione militare, che ha come conseguenza diretta che le milizie iraniane dislocate in Siria vi resteranno.  Uno sviluppo del tutto indigesto a Tel Aviv, stante che da tempo Israele chiede il ritiro di tali milizie dal Paese confinante.
Insomma, improvvisamente la Siria è tornata nel mirino dell’Occidente. Cosa inattesa anche perché a metà agosto Trump aveva tagliato i fondi ai ribelli siriani, cosa che sembrava confermare le sue dichiarazioni sul disimpegno Usa dalla regione.  Tutto ribaltato? Vedremo se l’allarme, che è reale, resterà tale o è preludio a una tempesta settembrina.   Da notare che Idlib è controllata da milizie legate ad al Qaeda, alle quali si sono sottomesse le bande minori presenti nell’area.
Sono quelli delle Torri gemelle e di altre stragi consumate in terre d’Occidente. E l’Occidente si appresta a difenderli “dall’aggressore siriano”.

Siria: piano B

Se qualcosa non vi quadra potete stare tranquilli: non è uno scherzo di cattivo gusto. È la follia neocon, che fa il paio con quella dei sanguinari terroristi che controllano Idlib.
Ciò avviene mentre si appresta, come scritto, la battaglia finale per Idlib, inevitabile dal momento che ad oggi la Turchia ha respinto ogni tentativo di risoluzione diplomatica della crisi.  A quanto pare quanti hanno elaborato il regime-change siriano non si rassegnano.
Fallito il piano A resta il piano B: fare della Siria una nazione preda di una destabilizzazione permanente, ché tale sarebbe il destino del Paese se una regione restasse sotto il controllo del Terrore.  E pur di non far evaporare anche questa seconda opzione sono pronti a rischiare una possibile escalation Usa-Russia, perché tale è la sfida lanciata da Bolton, che piuttosto che a Damasco, come avrebbe dovuto, si è rivolto al suo omologo moscovita.
Vedremo gli sviluppi. Oggi registriamo che l’Agenzia stampa ufficiale turca, Anadolu, non cita minimamente la criticità che pure interessa non poco Ankara. Segno che, nel segreto, fervono trattative. Speriamo.