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giovedì 7 giugno 2018

Aleppo. Nuovi inizi a partire dalla fede e dalla speranza

Fr. Ibrahim Alsabagh ha presentato in Italia il libro “Viene il mattino”, racconti di chi assiste personalmente al nuovo inizio di una delle città più antiche del mondo distrutta dalla guerra.

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Nuovi inizi a partire dalla fede e dalla speranza. Dal 2011 la Siria è stata messa in ginocchio dalla guerra e dalle tante morti, anche di civili. Nonostante questo, si possono vedere i primi passi di una nuova storia. È quanto Fr. Ibrahim Alsabagh ha raccontato della città di Aleppo nel libro “Viene il mattino”. Con il cessare delle ostilità nel 2016, il religioso ha visto nascere un nuovo inizio.
“Con questo contatto quotidiano, con questo respiro unico nella sofferenza, ci uniamo sempre con la carità di una madre a dare risposta alle necessità primarie della gente. Comprendere la necessità e rispondere immediatamente, senza indugi, a queste necessità”.

Fr. Ibrahim è francescano e vive ad Aleppo dal 2014. È nato in Siria, in un’epoca in cui il paese era noto per la convivenza tra le religioni. Di ritorno al suo paese, ha visto i suoi conterranei perdere tutto. Come parroco ad Aleppo ha visto la città distrutta dai missili e Fra Ibrahim ha raccontato che per molto tempo la gente non credeva che i bombardamenti ad Aleppo sarebbero mai finiti e, senza sapere da dove cominciare a ricostruire la città, la popolazione ha avuto e ha tuttora bisogno di un grande aiuto. 
“É inutile parlare di ricostruzione di case, di economia, di lavoro, senza parlare di un nuovo inizio nel cuore della gente e senza pensare a come guarire il cuore. Solo un cuore guarito e libero, come ha detto Papa Francesco, può sentirsi responsabile e potrà dare il meglio di sé. Per questo dobbiamo iniziare sempre dal cuore, dalla sua conversione, dalla guarigione di tanti cuori, per parlare di una vera ricostruzione della società e dell’intero paese”.

Aleppo è una delle città più antiche al mundo. Dopo anni di guerra, quel che resta di essa sono edifici distrutti, imprese e scuole chiuse. Migliaia di abitanti hanno già lasciato la città e chi è rimasto deve affrontare la difficoltà di mantenere la propria famiglia. Fr. Ibrahim ha evidenziato che, in mezzo a questa lotta, per parlare di speranza bisogna realizzare qualcosa di concreto. È così che i francescani, insieme con altre istituzioni della Chiesa, operano in questo processo di ricostruzione. Ci sono segnali tangibili che Aleppo ha un futuro.
“Ci sarà sempre speranza. La speranza è il punto fermo, soprattutto per noi cristiani. A nessuno è permesso disperarsi. A nessuno è permesso, anche in una realtà molto dura e difficile, non conservare la fede nella possibilità che il futuro possa essere molto migliore”.

Una situazione che sta a cuore anche a Papa Francesco. Il parroco di Aleppo ha incontrato il Papa e ha raccontato che il Pontefice prega sempre per la pace nel paese. Innumerevoli volte nel corso del suo pontificato ha chiesto ai fedeli di tutto il mondo di pregare per la fine del conflitto in Siria, oltre che invocare una negoziazione pacifica da parte della comunità internazionale. L’amore del Santo Padre per la popolazione del Medio Oriente ha incentivato ancor più Fr. Ibrahim a tornare e partecipare a questo processo di rinascita.

“Con te cresco”. Il nuovo centro estivo di Aleppo

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“Con te cresco.” È questo lo slogan scelto quest’ anno dalla parrocchia San Francesco D’Assisi di Aleppo per il centro estivo. Per due mesi quasi 350 giovani potranno partecipare a diversi corsi: dal canto, allo sport, a lavoratori artistici e linguistici.

S.E. Mons. GEORGE ABU KHAZEN ,Vicario Apostolico di Aleppo: 
“Con te cresco.” Con Cristo cresciamo e cresciamo tutti insieme, perché non possiamo crescere in Cristo se non cresciamo insieme. Cresciamo insieme se cresciamo nella pace, nell’ accettare l’altro e se possiamo vivere i nostri valori umani e cristiani.
Un tema che “nasce dal desiderio comune sia dei genitori sia della Chiesa che i nostri bambini crescano, dal punto di vista umano e da quello spirituale, come Gesù nella casa di Nazareth, “in età, sapienza e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini”. 

MIKE HALLAQ, Dir. Esecutivo campo estivo:
"Il nostro obbiettivo è quello di far crescere i ragazzi, non solo quello di portarli qui e farli giocare. Certo vogliamo che giochino, siano felici, ma allo stesso tempo che possano fare qualcosa che li migliori.  Un progetto che quest’anno si è esteso anche alle altre parrocchie di altri riti della città: un impegno a far crescere questi bambini come discepoli di Cristo. Mettere al centro il bene di ciascuno e metterlo nelle condizioni di sviluppare le proprie capacità è uno degli obbiettivi primari di questo campo". 

ROULA MISTRIH, Responsabile campo estivo:
"Vogliamo che questo centro estivo sia per loro un “oasi felice”, una risorsa di gioia nelle loro vite. Mi auguro che possano migliorare la loro relazione con Gesù e allo stesso tempo accrescere i loro talenti e praticarli.
Un centro estivo che porta gioia, speranza e pace nel cuore di Aleppo 
Voglio migliorare nel disegno
Voglio migliorare nel nuoto
Voglio migliorare nella musica"

lunedì 4 giugno 2018

In che modo l'Occidente usa i rifugiati come arma contro la Siria e la regione?


del Generale Amine Mohamed Htaite - Professore universitario e ricercatore strategico – Beirut
Traduzione: Gb.P.
L'approccio all'argomento dei rifugiati siriani è uno dei più sensibili e delicati per la sua natura e il suo aspetto primario di questione umanitaria il cui oggetto è la sofferenza di popolazioni costrette a lasciare le loro case per sfuggire agli orrori della guerra, come in tutte le guerre e come molti popoli, incluso il popolo libanese. Alcune popolazioni sono diventate sfollate internamente al proprio Paese e alcune, non trovando rifugio nel loro Paese, sono state costrette all'emigrazione. L'emigrazione forzata dei popoli dalla terra è ciò che molti Siriani attualmente stanno vivendo sia all'interno che all'esterno della loro patria.
Tuttavia, l'aspetto umanitario evocato dal massiccio spostamento del popolo siriano durante i sette anni di conflitto ha lentamente ceduto il passo all'aspetto politico legato, in un modo o nell'altro, agli obiettivi primari di coloro che hanno guidato la guerra mondiale contro la Siria. Prendiamo atto con sgomento che coloro che sostengono di preoccuparsi degli sfollati e dei rifugiati, invece di adoperarsi per spegnere il conflitto e riportare a casa i rifugiati, non fanno che alimentare il fuoco. Infatti, dopo il fallimento dei suoi progetti in Siria, l'Occidente, che versa lacrime di coccodrillo sul destino dei rifugiati e la loro sicurezza, si fissa sulla strategia del prolungamento del conflitto e impedisce in tutti i modi il ritorno dei rifugiati nonostante il fatto che l'85% dei territori liberati dall'Esercito Arabo Siriano (SAA) siano sicuri e le aree controllate e stabilizzate dallo Stato siriano siano in grado di ospitare quattro milioni di rifugiati. Il governo siriano ha fatto valere le sue capacità di sicurezza e logistiche di ospitare e prendersi cura di questi rifugiati come aveva già fatto con successo per quattro milioni di sfollati interni ai quali aveva fornito riparo e opportunità di lavoro.
Questo comportamento occidentale, contrario ad ogni logica, basato sul principio dello spostamento e dell'insediamento al di fuori della Siria, ci pone di fronte alla verità nascosta dietro la maschera dell'umanitario. La verità è che lo spostamento forzato stesso è, fin dall'inizio, parte del piano di aggressione. Altrimenti, come si spiegano le tende nei campi della Turchia per migliaia di rifugiati quando non veniva sparato un solo colpo sui suoi confini? Come spiegare la prontezza delle Nazioni Unite nello stabilire un regime speciale per i rifugiati siriani, suggerendo che questa situazione sarebbe durata molto a lungo? Secondo le dichiarazioni di alcuni funzionari di questa organizzazione, si prevedeva addirittura che "la maggior parte delle popolazioni sfollate non tornerà in Siria e che sarà stabilita altrove".
Per quanto riguarda l'Europa, che presta particolare attenzione alla questione, si può presumere che si stia assicurando che i rifugiati siano sistemati proprio nei luoghi in cui già si trovano in Turchia, in Libano e in Giordania, per timore del loro afflusso nel continente, che potrebbe compromettere la sua sicurezza e stabilità. Questa argomentazione o semplificazione del problema è una giustificazione, certamente meritoria per alcuni aspetti, ma non convincente. In che modo un rifugiato siriano che torna a casa e riprende una vita normale, come è avvenuto con i siriani di Beit Jinn che hanno scelto volontariamente e dignitosamente di tornare alle proprie case, potrebbero danneggiare l'Europa?
Vediamo in questo irrazionale comportamento occidentale solo la tendenza a continuare l'aggressione e il rifiuto di ammettere il fallimento dei suoi progetti in terra siriana. L'Occidente considera i rifugiati come un'arma usata contro la Siria in primo luogo e contro la regione più in generale, per raggiungere obiettivi sotto l'apparenza dell'aspetto umanitario della questione. I più importanti tra questi obiettivi sono:
1) Impedire alla Siria di investire nelle sue vittorie sul terreno: il controllo di oltre l'85% delle aree popolate, il ritorno alla vita normale, la ripresa dell'attività quotidiana, sono la prova materiale della sconfitta degli aggressori.
2) Mantenere alcuni dei Siriani sotto il controllo occidentale e alla sua mercé, per reclutarli contro il loro Paese: l'Occidente, incapace di fornire unità militari per perpetrare la sua aggressione e occupazione della Siria, e per paura delle immancabili perdite contro la Resistenza che se ne occuperà dopo aver completato la liberazione e la pulizia delle aree centrali e intermedie, vuole addestrare unità di combattimento siriane all'estero, sotto il suo comando, che alleggerirebbero il peso di perdite umane e materiali, soprattutto perché i paesi del Golfo sono obbligati a finanziarne i costi.
3) Servire la strategia del prolungamento del conflitto su cui gli Stati Uniti si appoggiano dopo la loro sconfitta in Siria: questo elemento è chiaramente e pubblicamente dichiarato e riconosciuto dagli Stati Uniti e dai suoi agenti occidentali, ritenendo che la fine del conflitto in Siria rappresenti una sconfitta strategica importante che potrebbe ridurre drasticamente la loro influenza in Medio Oriente e persino sloggiarli.
4) Causare un cambiamento demografico in tutti i paesi della regione che aprirebbe la strada a uno spostamento delle frontiere e alla revisione dei confini voluta da Israele: e noi ricordiamo qui la strategia degli Stati Uniti del "caos costruttivo" adottata per ridisegnare un nuovo Medio Oriente basato sulla creazione di stati etnici, comunitaristi, confessionali, settari e razziali; stati deboli che potrebbero essere creati solo attraverso una riconfigurazione demografica derivante dapprima da massicci spostamenti forzati e dalla successiva pianificata implementazione. Ed è proprio su questo punto che la questione dei profughi è un pericolo per la Siria, che diventa anche un pericolo per il Libano e la Giordania. Per quanto riguarda la Turchia, è chiaro che fa parte del piano occidentale che le dà l'opportunità di spostare i suoi confini annettendo territorio siriano; è la sua attuale ambizione per Afrin e sono le sue aspirazioni per l'area di Aleppo da Tell Rifaat a Manbij fino a Jarablus. È per questo motivo che l'Occidente insiste nel collegare la questione dei rifugiati alla soluzione globale. I più accorti comprenderanno questo aspetto.
Per tutti questi motivi, riteniamo che la soluzione del problema degli sfollati vada al di là dei soli interessi siriani e comprenda l'intera regione, in particolare il Libano. Questo problema di spostamento e reinsediamento rappresenta un pericolo per l'unità della Siria, ma anche per l'unità e la sicurezza dei Paesi vicini. Pertanto, il grido che il Libano ha levato contro la dichiarazione di Bruxelles, emanata dall'Unione Europea e dalle Nazioni Unite, è un atto difensivo che deve essere seguito e deve unire i Libanesi nel suo rifiuto. Nessuno ha il diritto di rimanere in silenzio perché il silenzio è inaccettabile ed è un segno di tacita approvazione e persino di tradimento contro il Libano.
Riteniamo inoltre che il coordinamento siriano-libanese per risolvere il problema dei rifugiati sia un dovere nazionale che incide direttamente sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano. Qualsiasi individuo o entità o stato che rifiuti questo coordinamento, ostacoli qualsiasi soluzione e impedisca il ritorno dei rifugiati siriani nella loro terra natia, è semplicemente un nemico del Libano. Infine, affermiamo che la risoluzione del problema dei rifugiati, non solo in Libano ma negli altri Paesi ospitanti, e il loro rimpatrio nel loro Paese, è una parte essenziale della battaglia difensiva condotta dal campo dalla Resistenza contro l'aggressione americano-sionista sostenuta dai Paesi arabi della regione. Qualsiasi indulgenza su questo argomento è solo un servizio reso a facilitare l'aggressione contro la regione.
https://reseauinternational.net/comment-loccident-utilise-t-il-les-refugies-comme-arme-contre-la-syrie-et-la-region/

giovedì 31 maggio 2018

Washington non riesce a sconfiggere Assad, così punirà il suo popolo


Una coalizione di menagramo sta trattenendo gli aiuti finché non sia caduto il regime di Assad. Così sarà la normale popolazione siriana a soffrire.

Di GEOFFREY ARONSON •  maggio 2018
Traduzione: Gb.P.
Le bombe continuano a cadere sulla Siria nella costernazione di tutti gli interessati. Il presidente siriano Bashar al-Assad mette in guardia su un conflitto sul suolo siriano che coinvolgerà Israele, l'Iran e la Russia. "Le cose", dice, "potrebbero andare fuori controllo".
L'intensificarsi nei giorni recenti della violenza tra Iran e Israele è una chiara prova della reiterazione del messaggio "Assad deve andarsene" nella miserevole situazione della Siria.
Si potrebbe pensare che, dopo aver perso la guerra per il regime-change in Siria, Washington avrebbe intrapreso una revisione approfondita delle valutazioni errate e di una miriade di altri problemi che hanno prodotto la debacle in atto. Si sarebbe potuto pensare che almeno avrebbe cercato di elaborare una politica post-bellica per la Siria che la ripagasse dell'incredibile danno arrecato a quel Paese e ai suoi cittadini così a lungo provati.
Invece, gli Stati Uniti stanno replicando la loro campagna fallita contro Assad, mobilitando una coalizione internazionale per negare a lui e, cosa più importante, al popolo siriano gli strumenti per ricostruire. Le armi di questa battaglia non sono gli F-15 o i mortai, ma la negazione degli aiuti alla ricostruzione, i finanziamenti internazionali per la riabilitazione delle infrastrutture della Siria pubbliche e private e un reiterato regime di pesanti sanzioni, intese a sabotare la capacità della Siria di Assad e del suo decimato settore privato di riemergere dalle ceneri. Inoltre, c'è stato uno sforzo fragile anche se costoso, per creare, con il sostegno degli "amici della Siria" di Washington, qualcosa di diverso nelle regioni orientali del Paese al momento al di fuori del controllo del regime.
Questa politica meschina, che in effetti era stata annunciata quando il presidente Trump aveva detto a marzo che avrebbe messo "in sospensione" i 200 milioni di dollari di finanziamento per la ripresa in Siria, si basa sugli stessi presupposti che ci hanno animato da quando Assad è stato dichiarato persona non grata. E non ha più probabilità di successo rispetto ai nostri tentativi di cambio di regime.
Tuttavia, nel mondo di oggi niente ha più successo di un fallimento. L'amministrazione Trump sta cercando di costruire un consenso tra gli Stati Uniti e i suoi alleati in favore del proseguimento della guerra e del cambio di regime con altri mezzi, cioè, opponendosi al ritorno dei profughi dai campi in Giordania, Libano e Turchia, e ostacolando la capacità del regime, i suoi sostenitori e i Siriani in generale per risorgere dalle macerie.
"La ricostruzione e il sostegno internazionale per la sua attuazione sarebbero un dividendo di pace, molto potente, ma lo sarà solo una volta che una transizione politica credibile e inclusiva sarà in atto", ha spiegato il capo della politica estera dell'UE Federica Mogherini, il 5 aprile durante una conferenza stampa.
Non importa che gli alleati degli Stati Uniti nella regione, in particolare il Libano, dove uno su quattro dei residenti è siriano, così come la Giordania, si lamentino del massiccio onere per l'accoglienza ai rifugiati. Queste nazioni sono ansiose, mentre le armi oltre il confine restano relativamente in silenzio, di rimpatriare i Siriani che hanno accolto.
Il primo ministro libanese Saad Hariri, nel suo intervento a Bruxelles, ha avvertito che la continua opposizione al rimpatrio creerà una diaspora siriana permanente e destabilizzante in Libano, non diversamente dai Palestinesi che vi hanno vissuto in un limbo dal 1948. "Il Libano è diventato un unico campo profughi ", si è lamentato Hariri.
Questa settimana il presidente del Libano Michael Aoun ha chiesto aiuto all'Egitto, all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti per assicurare il ritorno dei rifugiati siriani nel loro paese, "per mettere fine alle loro sofferenze da una parte e, dall'altra, per porre fine alle ripercussioni sociali, economiche ed educative, e in termini di sicurezza in Libano, dovute a questo spostamento".
Anche la Turchia sta incoraggiando il ritorno di un'avanguardia di 3,5 milioni di rifugiati in aree lungo il confine ora sotto il suo controllo. "Risolveremo la questione Afrin, la questione Idlib, e vogliamo che i nostri fratelli e sorelle rifugiati ritornino nel loro Paese", ha spiegato il presidente Recep Tayyip Erdogan all'inizio di quest'anno.
Il messaggio di Bruxelles non è stato incoraggiante. L'aiuto umanitario sarà disponibile, ma sarà probabilmente inadeguato finché gli USA e i suoi amici europei giocheranno a fare i guastafeste. Come il segretario agli esteri britannico Boris Johnson ha dichiarato: "Se vogliamo procedere con la ricostruzione della Siria, ci deve essere una transizione dal regime di Assad".
Gli Stati Uniti sono un grande donatore di "assistenza umanitaria" ai Siriani sia all'interno che all'esterno del loro Paese, nelle aree sotto il regime e sotto il controllo dell'opposizione. La maggior parte della gente dimentica o non sa che gli Stati Uniti stanno conducendo attacchi aerei in Siria da anni. A settembre del 2017, ad esempio, gli Stati Uniti avevano lanciato 32.801 bombe sulla Siria, rispetto alle 30.743 nel 2016, aggiungendo così altre distruzioni alle infrastrutture siriane da quando è scoppiata la guerra civile nel 2011.
Tale "benevolenza umanitaria" fornisce pane quotidiano agli sfollati interni ad Aleppo e al campo di Zaatari in Giordania, ma esclude il sostegno alla ricostruzione della rete elettrica siriana, alla ricostruzione di strutture pubbliche e all'importazione di attrezzature agricole per sostenere la ripresa economica. La politica degli Stati Uniti mira a garantire che milioni di siriani non muoiano di fame, ma rifiuta il sostegno agli sforzi per consentire loro di nutrirsi da sè. Come questa "leva" si traduca nella cacciata di Assad è un enigma. Per orientarsi, basta guardare alla Striscia di Gaza, dove gli sfortunati abitanti sono stati sottoposti a una "dieta" supportata dagli Stati Uniti da quando Hamas ha assunto il potere più di un decennio fa.
C'è un insolito grado di unanimità a Washington rispetto a quello che di solito è un divisivo spartiacque politico, a sostegno di queste politiche sfortunate. La debacle della recente politica americana in Siria è sempre stata un affare bipartisan. Gonfiare il petto di fronte ad Assad è diventato uno dei pochi casi su cui regna il consenso politico. Pochi davvero vogliono mettersi dalla parte sbagliata degli angeli riconoscendo la forza di resistenza di Assad. Molti di meno sono disposti a suggerire che il riconoscimento di questa realtà deve essere la base per un nuovo sguardo della politica statunitense.
Invece, Washington applaude il passaggio della "No Assistence for Assad Act", che è la versione del Congresso di mettere "uno stop" sui fondi per il recupero della popolazione siriana. Nelle osservazioni precedenti l'approvazione del provvedimento, il membro del Congresso Ed Royce ha spiegato:
Rappresentanti della Siria, dell'Iran e della Russia si stanno attivando verso tutta la comunità internazionale provando a raccogliere fondi per la ricostruzione. Non li troveranno qui!
Sarebbe irragionevole che i fondi del governo USA venissero utilizzati per la stabilizzazione o la ricostruzione nelle aree sotto il controllo del regime illegittimo di Assad e dei suoi alleati. Non appoggeremo la costruzione di infrastrutture a beneficio di Hezbollah, delle Guardie rivoluzionarie iraniane o delle milizie straniere reclutate e pagate dal regime iraniano.
Se - o quando - arriverà il giorno in cui il governo siriano non sarà più guidato da Bashar al-Assad e dai suoi alleati, allora gli Stati Uniti potranno guardare ancora una volta alla prospettiva dell'assistenza. Abbiamo un interesse a vedere un giorno una Siria stabile, sicura e non ostile.
Ma fino ad allora, chiedo che i membri si uniscano a noi per assicurarsi che nessun finanziamento americano sia nelle mani di Assad e dei suoi sodali.
Vi sono, tuttavia, altri "amici della Siria" - in particolare Russia, Cina, Iran, la maggior parte dei vicini della Siria e decine di nazioni minori - che hanno una visione diversa dei vantaggi della ricostruzione e delle opportunità economiche e di sviluppo che fornirà.
Secondo Wajih Bizri, presidente della Camera di Commercio Internazionale del Libano, i Libanesi stanno collaborando con le controparti siriane nel settore del turismo e in progetti commerciali. "Chiunque sia interessato ad andare in Siria non può aspettarsi che qualcuno arrivi e gli dica che tutto è assolutamente sicuro al 100% in Siria", dice Bizri. "Sarà troppo tardi allora."
Gli investimenti sono ben avviati nel porto libanese di Tripoli, a soli 28 chilometri dal confine siriano, per espandere la sua capacità di far fronte al previsto aumento delle importazioni per la Siria. Le aziende cinesi sono in primo piano in questo sforzo.
"Penso che sia tempo di concentrare tutti gli sforzi sullo sviluppo e la ricostruzione della Siria, e penso che la Cina svolgerà un ruolo più importante in questo processo fornendo più aiuti al popolo siriano e al governo siriano", ha osservato Qi Qianjin, ambasciatore della Cina in Siria, a febbraio.
La stessa Russia ha riconosciuto il compito "colossale" di finanziare la ricostruzione della Siria, stimata in 250 miliardi di dollari. Senza la partecipazione occidentale, la riabilitazione sarà più lenta e più costosa, ma il treno ha ormai lasciato la stazione. Può essere rallentato, con grandi costi umanitari, ma non può essere fermato.
Geoffrey Aronson è presidente e co-fondatore di The Mortons Group e uno studioso non residente, presso il Middle East Institute.

lunedì 28 maggio 2018

L'UE ha rinnovato le sue sanzioni economiche sulla Siria per il settimo anno consecutivo

«La speranza non si uccide solo con il fucile, ma anche con le sanzioni»

in questo documento si spiega nel dettaglio in cosa consistono le sanzioni UE alla Siria

Riprendiamo la
testimonianza delle Monache Trappiste siriane circa l'impatto delle sanzioni sulla popolazione:


"Si sa benissimo che queste misure non colpiscono affatto chi è al potere. Le sanzioni colpiscono la gente, ed in modo durissimo… Niente materie prime per lavorare, niente medicinali, anche per le malattie gravi. Tutto carissimo, i prezzi degli alimenti sono arrivati a dieci volte tanto... Senza lavoro, in un paese in guerra, dilaga la violenza, la delinquenza, il contrabbando, la corruzione, la speculazione, l’insicurezza. Questi, sono i frutti delle sanzioni..
La gente non ne può più. “Benissimo, è proprio questo che si vuole con le sanzioni: esasperare la gente perché faccia pressione sul governo”.
Benissimo?? E CHI lo vuole ? .. OTTO anni di sofferenza della gente, anni di vita tirata con i denti… Provate a immaginare quanti sono OTTO anni per un bambino in crescita? Quanto importanti?
E’ possibile pensare di usare anni di sofferenza della gente per ottenere un risultato politico, strategico? mascherandolo poi come il bene vero della gente stessa? No, non è proprio possibile. E se non sappiamo trovare altri strumenti, allora siamo veramente  indegni di chiamarci paesi democratici.. (cioè, paesi che dovrebbero avere a cuore le sorti del popolo !!!!)  
E poi si continuano a mandare soldi, aiuti.. E di questo, va detto con sincerità, qui tutti sono davvero grati, perché l’Occidente sa essere, è davvero molto generoso. Voi stessi che leggete, sì, tante volte avete aperto il cuore. 
Ma non è assurdo ? non sarebbe meglio creare lavoro, creare opportunità ? Fermare le speculazioni che aumentano a dismisura i costi ? Far ripartire la vita, ed investire in progetti? "
Al link di seguito il comunicato UE che informa che le sanzioni dal maggio 2018 sono rinnovate fino al 1 giugno 2019: