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mercoledì 21 febbraio 2018

Digiuno e preghiera per la Pace nel mondo

Accogliamo l'invito di Papa Francesco a vivere una giornata di preghiera e digiuno per la Pace oggi tanto minacciata nel mondo . In particolare, oltre ad offrirla per le popolazioni del Congo e del Sud Sudan come ci ha chiesto il Papa, preghiamo per la popolazione della Siria stremata dal conflitto, che entra nel suo ottavo tragico anno.


" Dinanzi al tragico protrarsi di situazioni di conflitto in diverse parti del mondo, invito tutti i fedeli ad una speciale Giornata di preghiera e digiuno per la pace il 23 febbraio prossimo, venerdì della Prima Settimana di Quaresima".
""Il nostro Padre celeste ascolta sempre i suoi figli che gridano a Lui nel dolore e nell’angoscia, «risana i cuori affranti e fascia le loro ferite» (Sal 147,3).
Rivolgo un accorato appello perché anche noi ascoltiamo questo grido e, ciascuno nella propria coscienza, davanti a Dio, ci domandiamo: “Che cosa posso fare io per la pace?”. Sicuramente possiamo pregare; ma non solo: ognuno può dire concretamente “no” alla violenza per quanto dipende da lui o da lei. Perché le vittorie ottenute con la violenza sono false vittorie; mentre lavorare per la pace fa bene a tutti!".

Qui alcuni strumenti per la Preghiera per la Pace :
http://oraprosiria.blogspot.it/p/blog-page_2.html

venerdì 16 febbraio 2018

Il Papa e la Comunione con la Chiesa sofferente in Siria

Papa Francesco, vicino con il cuore e la preghiera alle comunità cristiane sofferenti in Medioriente, ha rivolto parole di incoraggiamento ai membri del Sinodo Greco Melkita, ricevuti in Vaticano.

Beatitudine, cari Fratelli nell’Episcopato,
Vi ringrazio per la vostra visita. La felice occasione è data dalla manifestazione pubblica della Comunione Ecclesiastica, che avrà luogo domani mattina durante la Celebrazione eucaristica e che ho già avuto modo di accordare a Vostra Beatitudine nella Lettera del 22 giugno scorso, dopo la Sua elezione a Patriarca, Pater et Caput, da parte del Sinodo dei Vescovi.
Allora, come oggi, caro Fratello, Le assicuro la mia costante vicinanza nella preghiera: che il Signore Risorto Le sia vicino e La accompagni nella missione affidataLe. È una preghiera che non può essere dissociata da quella per l’amata Siria e per tutto il Medio Oriente, regione nella quale la vostra Chiesa è profondamente radicata e svolge un prezioso servizio per il bene del Popolo di Dio. Una presenza, la vostra, che non si limita al Medio Oriente, ma si estende, ormai da molti anni, a quei Paesi nei quali tanti fedeli greco-melkiti si sono trasferiti in cerca di una vita migliore. Anche a questi fedeli in diaspora e ai loro Pastori vanno la mia preghiera e il mio affettuoso ricordo. 
In questo difficile periodo storico tante comunità cristiane in Medio Oriente sono chiamate a vivere la fede nel Signore Gesù in mezzo a molte prove. Auspico vivamente che, con la loro testimonianza di vita, i Vescovi e i sacerdoti greco-melkiti possano incoraggiare i fedeli a rimanere nella terra dove la Provvidenza divina ha voluto che nascessero. Nella menzionata Lettera di giugno ricordavo che «mai come in questi momenti i Pastori sono chiamati a manifestare, davanti al popolo di Dio che soffre, comunione, unità, vicinanza, solidarietà, trasparenza e testimonianza». Vi invito fraternamente a proseguire su questa strada. Come sapete, ho indetto, per il 23 di questo mese, una giornata di preghiera e digiuno per la pace. In quella occasione non mancherò di ricordare, in maniera speciale, la Siria, colpita in questi ultimi anni da sofferenze indicibili.

Giungete pellegrini a Roma, presso la tomba dell’Apostolo Pietro, a conclusione della vostra ultima Assise sinodale, che si è svolta in Libano nei primi giorni del mese. Si tratta sempre di un momento fondamentale, di cammino comune, durante il quale Patriarca e Vescovi sono chiamati a prendere decisioni importanti per il bene dei fedeli, anche attraverso l’elezione dei nuovi Vescovi, di Pastori che siano testimoni del Risorto. Pastori che, come fece il Signore con i suoi discepoli, rianimino i cuori dei fedeli, stando loro vicini, consolandoli, scendendo verso di loro e verso i loro bisogni; Pastori che, al tempo stesso, li accompagnino verso l’alto, a “cercare le cose di lassù, dov’è Cristo, non quelle della terra” (cfr Col 3,1-2). Abbiamo tanto bisogno di Pastori che abbraccino la vita con l’ampiezza del cuore di Dio, senza adagiarsi nelle soddisfazioni terrene, senza accontentarsi di mandare avanti quello che già c’è, ma puntando sempre in alto; Pastori portatori dell’Alto, liberi dalla tentazione di mantenersi “a bassa quota”, svincolati dalle misure ristrette di una vita tiepida e abitudinaria; Pastori poveri, non attaccati al denaro e al lusso, in mezzo a un popolo povero che soffre; annunciatori coerenti della speranza pasquale, in perenne cammino con i fratelli e le sorelle. Mentre sarò lieto di accordare l’Assenso Pontificio ai Vescovi da voi eletti, vorrei poter toccare con mano la grandezza di questi orizzonti.
Beatitudine, Eccellenze, rinnovo di cuore la mia gratitudine per la vostra fraterna visita. Quando farete ritorno alle vostre Sedi e incontrerete i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i fedeli, ricordate loro che sono nel cuore e nella preghiera del Papa. La Tutta Santa Madre di Dio, Regina della pace, vi custodisca e vi protegga. E mentre ho la gioia di dare a voi e alle vostre comunità la mia Benedizione, vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie.

Riportiamo di seguito le brevi parole che il Santo Padre ha rivolto nel corso della Messa e la traduzione in lingua italiana delle parole di ringraziamento del Patriarca al Papa:

Parole del Santo Padre
Questa Messa con il nostro fratello, patriarca Youssef, farà la apostolica communio: lui è padre di una Chiesa, di una Chiesa antichissima e viene ad abbracciare Pietro, a dire “io sono in comunione con Pietro”. Questo è quello che significa la cerimonia di oggi: l’abbraccio del padre di una Chiesa con Pietro. Una Chiesa ricca, con la propria teologia dentro la teologia cattolica, con la propria liturgia meravigliosa e con un popolo, in questo momento gran parte di questo popolo è crocifisso, come Gesù. Offriamo questa Messa per il popolo, per il popolo che soffre, per i cristiani perseguitati in Medio Oriente, che danno la vita, danno i beni, le proprietà perché sono cacciati via. E offriamo anche la Messa per il ministero del nostro fratello Youssef.

Ringraziamento del Patriarca al Santo Padre
Santità,
Vorrei ringraziarLa per questa bella Messa di comunione, a nome di tutto il Sinodo della nostra Chiesa greco-melkita cattolica. Personalmente, sono veramente commosso dalla Sua carità fraterna, dai gesti di fraternità, di solidarietà che ha dimostrato alla nostra Chiesa, nel corso di questa Messa. Le promettiamo di tenerLa sempre nei nostri cuori, nel cuore di noi tutti, clero e fedeli, e ricorderemo sempre questo evento, questi istanti storici, questo momento che non riesco a descrivere per quanto è bello: questa fraternità, questa comunione che lega tutti i discepoli di Cristo. Grazie, Santità.

martedì 13 febbraio 2018

Mons. Abou Khazen, “Gesù sta patendo sulla croce per tutta la popolazione della Siria"


La drammatica testimonianza del vicario apostolico di Aleppo, mons. Georges Abou Khazen.  È un Paese lacerato quello che fra un mese entrerà nel suo ottavo anno di guerra.


S.I.R.  12 febbraio 2018

“Siamo entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli”. Era l’agosto del 2014, quando Papa Francesco, durante il suo viaggio apostolico in Corea del Sud, pronunciava queste parole. Parole quanto mai attuali se riferite a quanto sta avvenendo in questi giorni in Siria dove si registra una escalation del conflitto dopo lo scontro tra Iran e Israele che hanno visto abbattuti rispettivamente un drone iraniano e un caccia F-16 con la Stella di David. E sebbene la guerra sia stata dichiarata conclusa dal presidente Assad e dal suo primo alleato, il presidente russo Putin, sul tavolo verde siriano le potenze regionali e internazionali continuano a giocare le loro carte: turchi, israeliani, curdi, russi, americani, iraniani, hezbollah libanesi, sauditi, i resti di Daesh e le milizie di al-Nusra. Si combatte nell’enclave curda di Afrin, a Idlib nel nord-ovest del Paese, teatro di un’offensiva governativa contro i ribelli, a Deir ez-Zor.

Bombe anche a Damasco dove fonti locali parlano di colpi di mortaio che hanno centrato il patriarcato siro ortodosso, causando morti e feriti. L’Onu ha aperto un’inchiesta relativa all’uso di bombe al cloro da parte dell’esercito regolare. Accusa respinta da Damasco. E nel risiko siriano affondano anche le tenui speranze di negoziati legate all’ultima conferenza di pace di Sochi, di fine gennaio, nella quale è stato chiesto rispetto per l’integrità territoriale del Paese e ribadito che solo il popolo siriano dovrebbe decidere la forma del proprio governo. Nella stessa conferenza è stata approvata la creazione di una commissione costituzionale con una lista di 150 partecipanti, due terzi in rappresentanza del governo siriano, un terzo dell’opposizione.
“Qui è di nuovo l’inferno. Piovono bombe e la povera popolazione siriana non smette mai di soffrire. Perché tutto questo? Quando finirà?”.
È un fiume in piena mons. Georges Abou Khazen, francescano della Custodia di Terra Santa e vicario apostolico di Aleppo. Al telefono, dalla città martire siriana, denuncia: “Ogni volta che rinasce un briciolo di speranza ecco che questo viene sepolto di nuovo dalle bombe. Ogni volta che si compiono timidi passi in avanti per la ripresa di negoziati, ecco che ci ricacciano indietro. Perché?”. Non ci sono risposte certe, l’unica, dice, “è continuare a sperare”. Ciò che sta accadendo nel Ghouta orientale, a Damasco, Idlib e Afrin è una tragedia immane. Qui secondo l’Unicef sono stati uccisi, nel solo mese di gennaio, 60 bambini e molti altri sono stati feriti durante i combattimenti in corso.

“Siamo addolorati – prosegue mons. Abou Khazen - La gente soffre e si chiede cosa accadrà. Ci sono migliaia di famiglie, donne, anziani intrappolate dalle bombe delle parti in lotta. Sono queste persone la parte più debole della popolazione. Ma soprattutto ci sono migliaia di bambini malnutriti, abbandonati, orfani, che vagano soli, che hanno bisogno di ogni forma di assistenza materiale e morale”.

Piccoli che diventano preda delle fazioni armate in lotta: “In alcune zone, soprattutto quelle sotto controllo dello Stato Islamico (Daesh) e di Al Nusra – spiega il religioso francescano – i più piccoli vengono arruolati, addestrati alla guerra e mandati a combattere”.
 Ma l’emergenza non finisce qui. “Urgono aiuti di ogni genere. In tante zone del Paese manca il lavoro, migliaia di famiglie hanno necessità di rimettere in piedi la propria abitazione per avere di nuovo un tetto sulla testa. Come Chiesa stiamo cercando di aiutare quante più persone possibile ma i bisogni sono enormi. Non abbandonateci”, dice con voce accorata il vescovo.

La tragedia siriana non conosce fine. Daesh? “Sembra essere stato sconfitto ma non è così – risponde mons. Abou Khazen – 
Daesh è il cavallo di Troia per le potenze coinvolte nella guerra.

Serve loro per spostare il conflitto da un punto all’altro della Siria, a seconda delle convenienze.

Ma non c’è solo Daesh, nel campo di battaglia siriano. Ci sono Al Nusra e tanti altri gruppi affiliati teleguidati da tutte le potenze, regionali e internazionali, coinvolte in questo conflitto per procura. Li assoldano, li addestrano e li armano: questo è il maggiore ostacolo al dialogo tra le parti siriane”.

Mai come oggi le sorti della Siria sono nelle mani di Usa, Arabia Saudita, Israele, Russia, Iran, Turchia:
“Si stanno dividendo le vesti del nostro Paese. 
Abbiamo paura di una spartizione della Siria.
È giusto che per interessi economici e politici un intero popolo debba soffrire così?”. 

“Gesù sta patendo sulla croce per tutta la popolazione della Siria, senza distinzione di etnia e fede. Siamo un corpo solo. La guerra – ricorda il vicario – ha allontanato i siriani dalle loro terre e case, metà della popolazione è profuga, centinaia di migliaia di morti, milioni di feriti, almeno diecimila rapiti, spariti nel nulla e dei quali non si conosce la sorte. Cosa altro vogliono da noi queste potenze?”.



È un Paese lacerato quello che fra un mese entrerà nel suo ottavo anno di guerra.
Il pensiero del vicario apostolico va ai più giovani: “Quelli che hanno potuto, hanno lasciato il Paese.
Che generazioni future avremo se non verranno formate alla giustizia, al diritto e alla pace? Cosa ne sarà di loro? E cosa sarà della società che verrà? La speranza non deve abbandonarci perché abbiamo la certezza che il nostro destino non è nelle mani di un uomo o di una superpotenza. Il nostro destino è nelle mani di Dio, Padre provvidente.

In Lui, e solo in Lui, poniamo la nostra salvezza”.

venerdì 9 febbraio 2018

Le bombe Usa sui soldati siriani, ecco perché


di Fulvio Scaglione

Nella notte tra il 7 e l’8 febbraio la prima vera battaglia diretta tra le forze della coalizione internazionale capitanata dagli Usa e l’esercito regolare siriano ha complicato le cose, perché ha portato a fronteggiarsi due grandi forze militari su un terreno in cui, a dispetto di tutte le precauzioni (i quartieri generali americano e russo sono rimasti in contatto durante tutto lo scontro), le operazioni possono anche sfuggire al controllo dei comandi. Da un altro punto di vista, però, le ha chiarite e semplificate, perché le ha riportate alla loro origine.
Fin dall’inizio, ormai sette anni fa, le intromissioni nella guerra civile siriana da parte dei gruppi terroristici finanziati dai Paesi del Golfo Persico (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar in prima fila) con la tacita approvazione degli Usa e di gran parte dei Paesi dell’Occidente, avevano come scopo lo smembramento territoriale della Siria e la sottrazione al controllo di Damasco delle maggiori risorse naturali del Paese. Grazie (o a causa) all’intervento militare russo del 2015, al sostegno dell’Iran e all’accordo politico che Russia e Turchia hanno in seguito raggiunto, il primo obiettivo è stato mancato.
Così per gli oppositori internazionali di Bashar al-Assad, Vladimir Putin e Alì Khamenei, è diventato così fondamentale perseguire almeno il secondo obiettivo, soprattutto ora che siriani, russi e iraniani fanno lo sforzo decisivo per riconquistare tutta la Siria. Altrimenti la sconfitta sarebbe totale e politicamente devastante.
Per questo gli americani sono intervenuti con inattesa durezza, uccidendo con i bombardamenti aerei almeno un centinaio di soldati, quando le colonne siriane hanno cominciato a spingersi verso Est, contro le milizie dei curdi e delle Forze democratiche siriane, nell’area dove più importanti sono i giacimenti petroliferi.
Non è complicato dimostrare che questo sia il piano. Basta osservare quanto sia diverso il comportamento degli americani rispetto agli stessi alleati (i curdi, soprattutto) in un’altra area della Siria, quel cantone di Afrin dove l’esercito turco, per ordine di Recep Tayyip Erdoğan, ha preso a martellare le milizie che pure avevano bravamente combattuto l’Isis. Lì, gli alleati americani lasciano fare e si sono accontentati di invitare i turchi a «usare moderazione». Ma Afrin non è di alcun interesse strategico per gli americani, che in Turchia sono già saldamente insediati nella base aerea Nato di Incirlik e da lì possono controllare sia il Sud della Turchia sia il Nord della Siria. Ben diversa l’importanza strategica del cuore del cosiddetto Siraq, fino a pochi mesi fa occupato dall’Isis e posto perfettamente a cavallo tra la Siria di Assad e l’Iraq dei governi di fedele osservanza filo-iraniana.

Gen. Bertolini*: "Gli Stati Uniti per i loro interessi difendono ancora una volta i terroristi"


Generale, che giudizio dà di questo attacco americano inaspettato contro Assad?  Lo ritengo sbagliato. In Siria oggi non ci sono solo due parti che si combattono. Ci sono i terroristi, i siriani governativi che combattono i terroristi, poi c'è una terza parte che sostiene la Free Syrian Army dove però da tempo sono confluiti personaggi che hanno operato nell'area di al Qaeda e che sono contro Assad. Questa parte, sostenuta dagli Usa, controlla una zona particolare vicino al confine con la Giordania, dove c'è anche una base americana che consente di collegare Baghdad a Damasco.
In sostanza, gli americani sostengono i terroristi, è così?  Gli americani quando devono scegliere tra Assad e i terroristi non scelgono Assad, e questo lo fanno gli americani e anche gli israeliani.
Che proprio pochi giorni fa hanno bombardato depositi di armi che si dicono chimiche vicino a Damasco.   Gli israeliani è dall'inizio della guerra che intervengono contro i siriani colpendoli a Damasco. Il loro progetto è ampliare l'area a ridosso delle alture del Golan per avere una zona in territorio siriano sgombra da Hezbollah e siriani. E' una guerra sporca.
Sembrava che Trump avesse una politica verso la Siria diversa da quella di Obama che ha sempre sostenuto i terroristi, invece non è così.   Io speravo non finisse così ma in un certo senso me lo aspettavo.
Perché?  La politica estera americana non cambia con chi è al governo, ricordiamo che la guerra in Kosovo è stata iniziata da un democratico, Bill Clinton, che ha fatto bombardare il legittimo governo serbo per sottrargli il Kosovo. L'America ha una sua politica imperiale che non guarda in faccia nessuno, guarda solo agli interessi dei suoi alleati. Trump sicuramente si presentava con un programma diverso, aveva detto che non era Assad il suo problema, sembrava che potesse rimanere al governo. In realtà l'establishment americano ha la capacità di imporre anche alla politica la continuità imperialista e Trump non ha bisogno di altri nemici da aggiungere a quanti ne ha già.
L'attacco americano può essere stato dettato anche dalla presenza russa in Siria?  La presenza russa in Siria è tale perché richiesta dal governo a differenza degli americani che non li ha chiamati nessuno. Gli Usa non vogliono la presenza di Putin nel Mediterraneo, quando hanno potuto fare qualcosa per impedirlo lo hanno fatto.
Ad esempio?  Quando Erdogan abbatté l'aereo russo lo fece perché obbediva agli americani. Sono sempre stati estremamente attenti a fare di tutto per impedire ai russi di riguadagnare la posizione nel Mediterraneo che avevano in passato. Lo fanno in Siria dove per i russi è fondamentale avere il controllo di alcuni porti e lo fanno in Ucraina dove c'è la sede della flotta in Crimea. Teatri lontani ma in realtà l'aspetto del contrasto russo-americano li rende connessi.
*generale Marco Bertolini, ex comandante del Coi, con all'attivo missioni dal Libano ai Balcani all'Afghanistan