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giovedì 14 marzo 2024

Il 15 marzo la Siria entra nel suo 14° anno di guerra: intervista al nunzio Zenari


di Daniele Rocchi- SIR

“Il prossimo 15 marzo la Siria entrerà nel suo 14° anno di guerra. Punto e a capo. Che altro dire: è una guerra interna, non contro altri Stati, ma che deve fare i conti con altri Paesi che vi si sono inseriti. Oggi in territorio siriano si muovono 5 eserciti stranieri, tra i più potenti al mondo, alle volte in collisione tra loro e ciascuno con il proprio interesse da difendere. Che cosa dobbiamo aspettarci, allora? Lo ripeto sempre: bisogna smettere. Tutto il resto, poi, verrà da sé”.

A parlare al Sir è il card. Mario Zenari, dal 2009 nunzio apostolico in Siria, dopo essere stato in Sri Lanka e Costa d’Avorio, Paesi anch’essi segnati da guerre civili. E dipinge un quadro realistico della situazione lo stesso riportato, ad inizio febbraio, da Martin Griffiths, Sottosegretario generale Onu per gli Affari umanitari e coordinatore degli aiuti d’emergenza: “La situazione in Siria è peggiorata – afferma il nunzio – 16,7 milioni di persone necessitano ora di assistenza umanitaria. Parliamo di quasi tre quarti della popolazione, il numero più alto di persone bisognose dall’inizio della crisi. Un aumento del 9% rispetto all’anno precedente. La povertà la vediamo e la tocchiamo con mano ogni giorno. La gente fa fatica a mangiare. Non parliamo poi del campo sanitario: la popolazione non ha medicine. Tutto questo spinge la gente ad emigrare. Statistiche delle Nazioni Unite dicono che ogni giorno lasciano la Siria circa 500 persone. Chi emigra non sono gli anziani ma i giovani e le persone più formate come ingegneri e medici per esempio”. Sarà un caso, rivela il cardinale, “ma la lingua più studiata oggi in Siria è il tedesco, specie tra gli studenti di medicina, perché ancora prima della laurea, chi conosce il tedesco ha la possibilità di trovare lavoro in Germania. La fuga dei cervelli è un’altra bomba che sta colpendo la Siria”.

“La coperta si fa ogni giorno più corta. I cinque pani e i due pesci anziché moltiplicarsi diminuiscono anche per i riflessi della guerra a Gaza”.

Quali conseguenze sta avendo in Siria il conflitto di Gaza?
È un incendio divampato alle porte della Siria che provoca raid aerei israeliani. Mai come in questi ultimi tempi abbiamo visto così tanti attacchi aerei, anche in pieno giorno contro obiettivi militari. Neanche durante gli anni di guerra avevamo i mortai che cadevano qui nel centro della Siria. Prima accadeva di notte, ora anche di giorno e vicino alle ambasciate al centro di Damasco. Sul fronte militare la situazione è complicata. Il Governo non vuole scottarsi le dita con questo incendio anche perché non ha la forza di tenere a bada questi 5 eserciti stranieri che operano sul suo territorio.


A proposito di sanità, lei ha promosso, sei anni fa, il progetto ‘Ospedali aperti’ per offrire cure a siriani poveri e malati. Il progetto è gestito sul terreno dall’ong italiana Avsi che coordina le cure nell’Ospedale Italiano e in quello Francese a Damasco, e nell’Ospedale St. Louis ad Aleppo. Quali sono i risultati raggiunti fino ad oggi?
Oltre ai tre ospedali cattolici, il progetto si è ampliato con 5 ambulatori dove i malati possono ricevere cure adeguate ad alcune patologie comuni non gravi. Sono dispensari molto utili alla popolazione e prevediamo di aprirne altri. Gli ultimi dati riferiti al febbraio scorso parlano di circa 141mila malati poveri assistiti in questi sei anni. Appartengono tutti a diverse etnie, fedi e denominazioni. Nelle nostre strutture non facciamo nessuna distinzione. Il settore sanitario in Siria è tra i più colpiti, tantissima gente è malata. Abbiamo attivato anche le parrocchie per assistere i malati più anziani. Un fatto comprensibile visto che tanti giovani sono partiti lasciando i loro anziani qui.

 A maggio, a Bruxelles, è prevista l’ottava Conferenza sul futuro della Siria. Cosa ci si può attendere, visto che la comunità internazionale in questi anni non ha fatto molto per sviluppare un serio processo negoziale?

La crisi siriana non si risolve con le elemosine. Occorre la soluzione politica che è stata dimenticata. Quella di Bruxelles è una conferenza di Paesi donatori. Si parla di miliardi, 4, 5, una volta si è arrivati anche a 7. Ringraziamo tutta la comunità internazionale per questo aiuto, e tutti i benefattori che si ricordano della Siria e contribuiscono anche ai progetti delle Chiese. Siamo riconoscenti, ma così non si va da nessuna parte. Ripeto la coperta è sempre più corta: moltiplicare gli aiuti umanitari non basta, serve sbloccare il processo politico in conformità con la Risoluzione Onu 2254 (2015) del Consiglio di Sicurezza che chiede di ‘soddisfare le legittime aspirazioni del popolo siriano, ripristinare la sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale del Paese e creare le condizioni necessarie per il ritorno volontario dei rifugiati in sicurezza e dignità’.

Ha senso parlare di ricostruzione in un quadro come questo che sta descrivendo?

Non sto dipingendo un quadro nero ma realistico, che conta oltre mezzo milione di civili morti, tra questi 29mila sono bambini. Circa la metà della popolazione prebellica rimane sfollata all’interno o all’esterno della Siria. Per la ricostruzione è tutto bloccato. Immagini una macedonia dove dentro ci può stare di tutto, anche frutti ammalorati o avvelenati come la corruzione che imperversa, le sanzioni internazionali, i conflitti sparsi nella regione. Aggiungiamoci anche l’oblio, della Siria non parla più nessuno. Il terremoto del 6 febbraio dell’anno scorso aveva risvegliato un po’ di attenzione ma è stato un fuoco di paglia. Ripeto: non bisogna disperare ma questa è la realtà. 

In questa situazione come vive la comunità cristiana?
Le difficoltà non vengono tanto dai casi di persecuzione in ‘odium fidei’ subite durante l’occupazione dello Stato Islamico quanto dal fatto che in questo tipo di conflitti le minoranze sono l’anello più debole della catena. Basti pensare che i 2/3 dei cristiani sono emigrati. Questo esodo sta arrecando gravi danni alla società siriana che viene così a perdere una tradizione millenaria nel campo delle scuole, della sanità, della formazione. Tuttavia abbiamo ancora tre parrocchie nella Valle dell’Oronte (Governatorato di Idlib) controllata dai ribelli islamisti di Hayat Tahrir al-Sham (ex Al Nusra). Come Nunziatura cerchiamo di dare tutto quello che possiamo e coordinare per spartire al meglio questi 5 pani e due pesci. Come si possono sfamare 17 milioni di persone? L’11 marzo ha preso il via il Ramadan e tutta la gente qui, cristiani e non cristiani da 14 anni vivono una ‘Quaresima’ forzata, a causa della mancanza di cibo, medicine, beni primari. La gente ormai non spera più, non ha fiducia. Quando poi muoiono i bambini muore anche la speranza nel futuro.

Non vede una luce di speranza?
L’anno prossimo, nel 2025, celebreremo il Giubileo, che ha per tema “Pellegrini di speranza”. Voglio sperare che la Chiesa viva in comunione anche con tanta gente che non ha più speranza. Non lasciamo morire la speranza e quando il 15 marzo la Siria entrerà nel suo 14° anno di guerra facciamo che possa vedere una luce alla fine del tunnel. Non dimentichiamo la Siria.

https://www.agensir.it/mondo/2024/03/12/guerra-in-siria-card-zenari-nunzio-la-crisi-siriana-non-si-risolve-con-le-elemosine-serve-soluzione-politica-che-e-stata-dimenticata/

lunedì 11 marzo 2024

Intervista a Jean Francois Thiry ad Aleppo

Associazione Pro Terra Sancta

 “La situazione è difficile. Noi non risolviamo i problemi della Siria, ma stiamo accanto alle persone. E questo è un importante segno di speranza per tutti”. 

Jean Francois Thiry vive ad Aleppo da alcuni mesi per coordinare i progetti di Pro Terra Sancta. In occasione dell’anniversario della guerra che ha devastato la Siria, lo abbiamo intervistato per comprendere la situazione attuale in questa nazione spesso trascurata dai media.

Jean Francois, rispetto alla crisi umanitaria, c’è stata una ripresa nell’arco degli ultimi mesi da quando sei lì, o la situazione è peggiorata?

In questi mesi ho incontrato una sola persona che desidera rimanere qui e contribuire al suo paese. Si tratta di un individuo impegnato nell’ambito educativo che ha deciso di non abbandonare la sua terra. Tutti gli altri parlano solo di fuggire e lamentano il peggioramento delle condizioni economiche. Non credo di poter fornire segnali positivi. È vero che si notano alcune attività commerciali riaperte, ma ciò è dovuto principalmente agli sforzi delle chiese locali che si adoperano per sostenere i cristiani. Tuttavia, la situazione macroeconomica è tragicamente precaria, con l’aumento dei prezzi del gas e la mancanza dei servizi essenziali. Risulta estremamente difficile individuare segni di ripresa.

Qual è l’importanza del lavoro delle chiese se manca la speranza?

Prima di tutto, il ruolo della Chiesa consiste nel rimanere al fianco della popolazione, soprattutto dei cristiani locali, fornendo loro supporto e non abbandonandoli, soprattutto gli anziani che non possono lasciare il Paese. In secondo luogo, il lavoro delle chiese favorisce la coesione tra le varie comunità religiose. Sebbene si parli di un’ottima intesa tra cristiani e musulmani, bisogna comprendere che ci sono ancora profonde divisioni e risentimenti legati alla storia e alla guerra. Perciò, il nostro impegno rappresenta un gesto di carità che spezza il ciclo dell’odio e del male. Lavoriamo con entrambe le comunità, sia cristiane che musulmane, per promuovere l’apertura e la collaborazione reciproca.

Il lavoro di Pro Terra Sancta è un segno di speranza?

I nostri sforzi si concentrano su due fronti: da un lato, sosteniamo la sopravvivenza dei cristiani ad Aleppo, fornendo loro supporto materiale e riparando danni alle abitazioni. Dall’altro, promuoviamo l’interazione e la solidarietà tra le comunità cristiane e musulmane, cercando di superare le barriere culturali e di comprendere reciprocamente le difficoltà che ognuna affronta. È importante mostrare ai cristiani la situazione delle famiglie musulmane, anch’esse gravemente colpite dalla guerra. Questo ci aiuta a consolidare il senso di fratellanza e solidarietà tra le diverse fedi.

Qual è la percezione della popolazione riguardo a questa guerra interminabile?

Attualmente, molti ritengono che la guerra sia terminata, ma in realtà le sanzioni economiche impediscono la pace effettiva. Inoltre, vi è una diffusa corruzione interna che ostacola la ricostruzione e il progresso del Paese. La Siria è frammentata, con diverse aree sotto il controllo del governo di Assad, dei curdi o dei turchi. Questa situazione contribuisce ad alimentare l’instabilità e l’incertezza.

Cosa ti ha spinto ad andare lì e com’è vivere ad Aleppo?

Nel 2017 ho visitato Damasco e ho incontrato i cristiani siriani, rimanendo colpito dalla loro fede incondizionata. Ho visto persone disposte a sacrificare la propria vita per la loro fede. Da allora, ho nutrito il desiderio di fare qualcosa per sostenere questa comunità. Vivere ad Aleppo è un’esperienza intensa e impegnativa. Mi concentro sull’essere presente e condividere la vita con la popolazione locale. Nonostante le difficoltà, sono stato accolto con affetto e gratitudine, il che mi spinge a continuare il mio lavoro con rinnovato impegno e speranza. Sento una grossa responsabilità anche perché ci sono tante persone che donano per la Siria e vorrei che il loro aiuto arrivi e vada veramente a rispondere ai bisogni che ci sono. Sono veramente molto grato, perché penso che in Europa cominciamo a capire l’importanza che ci sia la comunità cristiana qui, proprio dove san Paolo si è convertito.

Un appello ad aiutare chi piange e chi muore per la follia della guerra

Lettera del Dicastero per le Chiese Orientali ai vescovi di tutto il mondo

L'annuale Colletta per la Terra Santa

Osservatore Romano,  8 marzo 2024

«Grazie a nome di chi piange e di chi muore per la follia della guerra. Grazie soprattutto a nome di chi ha perso i suoi bambini o li vede orribilmente mutilati. Aiutateci ad aiutarli!». Lo scrivono il cardinale Claudio Gugerotti e padre Michel Jalakh — dell’ordine antoniano maronita, proprio oggi nominato arcivescovo —, rispettivamente prefetto e segretario del Dicastero per le Chiese orientali, nella lettera inviata ai vescovi di tutto il mondo in occasione dell’annuale colletta del Venerdì santo per la Terra Santa. Eccone il testo.

«E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme». Come avremmo voluto che le parole del salmo 122 fossero la descrizione di ciò che accade ai nostri giorni! E invece tanti pellegrini restano lontani dalla città dei loro sogni, mentre gli abitanti della Terra Santa continuano a soffrire e a morire. In tutto il mondo risuona il rombo delle armi portatrici di morte. E non si vede tregua, anche se Dio ci ha assicurato che «Ogni calzatura di soldato nella mischia e ogni mantello macchiato di sangue sarà bruciato, sarà esca del fuoco». Questa è la profezia di Isaia (9, 4). Abbiamo visto e vediamo uomini in armi spargere sangue e uccidere la vita stessa. Eppure nel versetto successivo Isaia annunciava che «un bimbo ci è stato donato... il Principe della pace». Per noi Cristiani quel bimbo è Gesù, il Cristo, il Dio fatto uomo, il Dio con noi.

Papa Francesco non ha mai cessato di manifestare la propria vicinanza a tutti coloro che sono stati coinvolti nel conflitto in Terra Santa e di gridare, agli uomini e alle donne di buona volontà, la propria esortazione a operare per la pace e a rispettare la sacralità di ogni persona umana. Anche di recente così si è espresso: «Sono vicino a tutti coloro che soffrono, Palestinesi e Israeliani. Li abbraccio in questo momento buio. E prego tanto per loro. Le armi si fermino, non porteranno mai la pace, e il conflitto non si allarghi! Basta! Basta, fratelli, basta!» (Angelus, 12 novembre 2023).

Il pellegrinaggio a Gerusalemme ha una storia antica quanto il cristianesimo, e non solo per i Cattolici. Questo è reso ancora oggi possibile dall’opera generosa dei Francescani della Custodia di Terra Santa e dalle Chiese Orientali ivi presenti. Essi mantengono e animano i santuari, segni della memoria dei passi e delle azioni di Gesù, testimoni materiali di un Dio che assunse la materia per salvare noi, fango animato dal soffio dello Spirito. Per la loro dedizione in quei luoghi si continua a pregare incessantemente per il mondo intero.

Fin dalle sue origini la Chiesa ha coltivato ininterrottamente e con passione la solidarietà con la Chiesa di Gerusalemme. In epoca tardo-medievale e moderna, più volte i Sommi Pontefici intervennero per promuovere e regolamentare la colletta a favore del Luoghi Santi. L’ultima volta fu riformata dal santo Papa Paolo VI nel 1974 attraverso l'Esortazione Apostolica Nobis in Animo. Anche Papa Francesco ha spesso sottolineato l’importanza di questo gesto ecclesiale.

Cari fratelli e sorelle, non si tratta di una pia tradizione per pochi. Ovunque nella Chiesa Cattolica si fa obbligo ai fedeli di offrire il loro aiuto nella cosiddetta Colletta Pontificia per la Terra Santa che si raccoglie il Venerdì Santo o, per alcune aree, in un altro giorno dell’anno. Lo faremo anche quest’anno, sperando in una vostra particolare generosità.

E sapete perché? Perché, oltre alla custodia dei Luoghi Santi che hanno visto Gesù, ci sono, ancora viventi e operanti pur fra mille tragedie e difficoltà spesso causate dall’egoismo dei grandi della terra, i cristiani della Terra Santa. Molti nella storia sono morti martiri per non veder recise le radici della loro antichissima cristianità. Le loro Chiese sono parte integrante della storia e della cultura d’Oriente.

Ma oggi molti di loro non ce la fanno più e abbandonano i luoghi dove i loro padri e le loro madri hanno pregato e testimoniato il Vangelo. Lasciano tutto e fuggono perché non vedono speranza. E lupi rapaci si dividono le loro spoglie.

I cristiani di Iraq, Siria, Libano e di tante altre terre si rivolgono a noi e ci chiedono: «Aiutateci a diffondere ancora in Oriente il buon profumo di Cristo» (2 Cor 2, 15).

Io mi rivolgo a voi perché il loro grido non resti inascoltato e il Santo Padre possa sostenere le Chiese locali a trovare nuove vie, occasioni di abitazione, di lavoro, di formazione scolastica e professionale, perché rimangano e non si perdano nel mondo sconosciuto di un Occidente, così diverso dal loro sentire e dal loro modo di testimoniare la fede. Se partiranno, se a Gerusalemme e in Palestina lasceranno i loro piccoli commerci destinati ai pellegrini che non vi si recano più, l’Oriente perderà parte della sua anima, forse per sempre.

Fate che sentano il cuore solidale della Chiesa!

Alle Chiese locali, ai Francescani, ai tanti volontari della carità, veri figli della pace, testimoni del Principe della pace, esprimo il grazie di Papa Francesco, come pure a tutti voi, per la vostra preghiera e il vostro contributo per la Terra Santa e per tutti coloro che vi abitano.

Il Signore vi benedica e vi ricompensi. Grazie anche a ciascuno dei Vescovi che terranno a cuore questa santa iniziativa.

Grazie a nome di chi piange e di chi muore per la follia della guerra. Grazie soprattutto a nome di chi ha perso i suoi bambini o li vede orribilmente mutilati. Aiutateci ad aiutarli!

Il Signore vi benedica di una larga benedizione e consolazione.



Per mantenere un legame con i cristiani del Medio Oriente 

 Iniziativa voluta dai Pontefici

La “Colletta per la Terra Santa” nasce dalla volontà dei Pontefici di mantenere forte il legame tra tutti i Cristiani del mondo e i Luoghi Santi. È la fonte principale per il sostentamento della vita che si svolge intorno ai Luoghi Santi e lo strumento che la Chiesa si è data per mettersi a fianco delle comunità ecclesiali del Medio Oriente. Nei tempi più recenti, Papa Paolo vi, attraverso l’Esortazione apostolica Nobis in Animo (25 marzo 1974), diede una spinta decisiva in favore della Terra Santa, da Lui visitata nello storico pellegrinaggio del 1964. 

La Custodia Francescana attraverso la Colletta può sostenere e portare avanti l’importante missione a cui è chiamata: custodire i Luoghi Santi, le pietre della memoria, e favorire la presenza cristiana, le pietre vive di Terra Santa, attraverso tante attività di solidarietà, come ad esempio il mantenimento delle strutture pastorali, educative, assistenziali, sanitarie e sociali. 

I territori che beneficiano sotto diverse forme di un sostegno proveniente dalla Colletta sono: Gerusalemme, Palestina, Israele, Giordania, Cipro, Siria, Libano, Egitto, Etiopia, Eritrea, Turchia, Iran e Iraq.

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In Siria la situazione è molto più grave, vista la condizione precaria in cui versava il Paese già prima del terremoto. Il Dicastero, in collaborazione con la nunziatura apostolica in Siria, ha fatto un appello per sostenere la popolazione colpita dal terremoto. Il Comitato di Emergenza della Chiesa in Siria ha preparato un progetto a sostegno delle famiglie in difficoltà per affrontare l’inverno nel miglior modo possibile. Le regioni che ne beneficeranno sono quelle di Aleppo e Lattakia. I beneficiari totali del progetto sono circa 7.000 persone e il budget totale è di un milione di  us$  per una durata di 9-12 mesi. Il Dicastero, su richiesta del rappresentante pontificio in Siria, ha finora trasferito seicentomila us$ a questo scopo.  

Lo scoppio della guerra in Gaza, dopo gli avvenimenti del 7 ottobre scorso, ha paralizzato la Terra Santa. La mancanza di pellegrini e turisti ha messo in difficoltà migliaia di famiglie. Il Dicastero sta seguendo lo sviluppo della situazione, dimostrando la propria vicinanza attraverso la delegazione apostolica a Gerusalemme, il Patriarcato Latino e la Custodia di Terra Santa. Il Santo Padre ha l’intenzione di realizzare un progetto con finalità umanitarie in Gaza o Cisgiordania che possa aiutare la popolazione a riprendere una vita più dignitosa e che possa creare opportunità di lavoro, a guerra finita. Questo progetto potrebbe essere realizzato con le offerte dei fedeli di tutto il mondo che partecipano alla Colletta per la Terra Santa. 

COME DONARE: 

https://www.collettavenerdisanto.it/sostienici/

https://www.proterrasancta.org/it/come-sostenerci/#offline

giovedì 7 marzo 2024

Sulla via della Croce

 

OSSERVATORE ROMANO 

di padre Francesco Patton


La strada che a Gerusalemme sale dal Santuario della Flagellazione fino al Santo Sepolcro è chiamata la Via Dolorosa. È la strada che il Signore Gesù ha percorso dal luogo in cui è stato condannato a morte fino al luogo in cui è stato crocifisso, è morto, fu sepolto ed è risorto. Noi percorriamo questa stessa strada ogni venerdì dell’anno, ma in modo particolarmente solenne nei venerdì di Quaresima. Lo facciamo in mezzo al disinteresse dei passanti e alle grida dei venditori, passando in mezzo alle pattuglie che presidiano le vie della Città Vecchia e sfiorando chi forse nasconde, pronto a colpire, un coltello tra le pieghe della veste; fra lo strepito degli altoparlanti e gli sputi di chi crede di render gloria a Dio disprezzando i suoi simili: proprio come nell’unico Venerdì Santo della storia dell’umanità e di questa città. 

Qualche pio pellegrino si irrita per questo, qualcun altro si lamenta che è impossibile provare devozione. Eppure, questa è la Via Crucis più autentica e realistica che possiamo sperimentare: seguire Gesù Cristo non nel silenzio asettico di una chiesa ma in mezzo al rumore della vita quotidiana, non circondati da gente devota ma da persone che hanno ormai perso per strada la nozione del Dio misericordioso e fedele. Per me non c’è Via Crucis più bella e più autentica di questa, che mi educa a seguire le orme di Cristo nella vita di tutti i giorni, in mezzo alle distrazioni e alla confusione, tra l’indifferenza e il disprezzo, perché così è la vita di ogni cristiano gettato in questo mondo come testimone della luce che brilla nelle tenebre e dell’amore che prevale sul male.

Questa Via Crucis rumorosa e confusionaria è la metafora della vita cristiana e vorrei davvero riuscire in ogni occasione e ogni giorno a portare la mia croce e seguire Gesù Cristo sulla strada che sale fino al Calvario, e discende fino all’abisso della morte, per vedere spalancarsi, ma soltanto alla fine, le porte del Paradiso. 


Negli incontri fatti in questi anni con i giovani cristiani della Terra Santa è quasi sempre emersa una domanda: «Perché, anziché andarcene via, dovremmo rimanere qui in questa terra dove sembra che per noi non ci sia alcun futuro?». Mentre i pellegrini pensano che sia una grazia il poter venire in Terra Santa e il potersi fermare a lungo, magari per tutta la vita, per molti cristiani che ci vivono l’essere nati in Terra Santa sembra quasi una condanna, perché devono spesso sopportare una doppia discriminazione: quella di essere palestinesi e quella di essere cristiani. 

Negli ultimi cinquant’anni le comunità cristiane del Medio Oriente (i cui membri sono i discendenti delle prime comunità cristiane, quelle dalle quali anche noi abbiamo ricevuto il dono del Vangelo) hanno visto ridursi progressivamente il numero dei loro membri a causa di guerre che hanno condannato molti a lasciare il proprio paese per cercare un futuro altrove: è successo in Palestina, poi in Libano, in Iraq, in Siria, in Egitto e ora di nuovo in Israele e in Palestina.

Anche in questo caso, come nell’ora della condanna di Gesù, c’è chi se ne lava le mani. Non il povero Pilato trovatosi un giorno costretto a prendere una decisione e a emettere un giudizio che era al di là delle sue capacità. Oggi Pilato non è un individuo, ma un soggetto collettivo che ha il volto degli organismi internazionali paralizzati nella loro stessa struttura, dei potentati economici anonimi eppure capaci di condannare all’estinzione intere popolazioni in nome del profitto, di un sistema comunicativo che di nuovo si chiede con cinismo «Cos’è la verità?», senza però cercare la risposta a questa domanda decisiva.

Eppure anche oggi trovarsi al posto di Gesù nel subire un’ingiusta condanna non è una fatalità o una maledizione, è la chiamata a seguire le sue orme, a prolungare nella storia la sua testimonianza alla Verità, per la salvezza del mondo.

sabato 2 marzo 2024

I Patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme rilasciano una dichiarazione sui recenti attacchi contro la folla radunata per ricevere aiuti umanitari

 

Patriarcato Latino di Gerusalemme, 1 marzo 2024

Nelle prime ore del mattino di giovedì 29 febbraio, secondo testimonianze oculari, le forze israeliane nel sud-ovest della città di Gaza hanno aperto il fuoco su folle di civili che cercavano di ricevere sacchi di farina per sfamare le loro famiglie affamate. La carneficina che ne è seguita ha causato la morte di più di cento gazawi e altre centinaia di feriti gravi. I medici presenti sul posto e gli ospedali ricoveranti hanno riferito che la maggior parte di loro è stata uccisa o ferita da colpi di arma da fuoco, mentre alcuni sono stati vittime dopo essere stati calpestati dalla folla in preda al panico o colpiti dai camion dei soccorsi che fuggivano dalla orribile scena. 

Sebbene i portavoce del governo abbiano inizialmente cercato di negare il coinvolgimento dei soldati in questo incidente, il Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano non solo ha elogiato i combattenti dell'IDF per aver agito in modo "eccellente", ma ha anche tentato di incolpare le vittime della loro stessa fine, accusandole di aver cercato di fare del male a soldati pesantemente armati. Ha poi attaccato la consegna di aiuti umanitari a Gaza, sostenendo che dovrebbe cessare. 

Questo desiderio dichiarato è già diventato una dura realtà per il mezzo milione di persone rimaste a Gaza Città, dove le consegne di aiuti si sono quasi fermate a causa delle pesanti restrizioni all'ingresso e della mancanza di scorta di sicurezza per i convogli.

I funzionari umanitari hanno avvertito così spesso della carestia indotta dall'assedio nel nord di Gaza che i governi stranieri di buona volontà sono stati costretti come ultima risorsa a condurre lanci aerei umanitari. Tuttavia, questi offrono solo una minima parte del soccorso necessario per una popolazione civile residua superiore a quella di Tel Aviv, la seconda più grande città di Israele. 

All'indomani degli orribili eventi di ieri e del loro crudele contesto, Noi, i Patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme, condanniamo questo attacco sconsiderato contro civili innocenti e chiediamo che le parti in guerra raggiungano un cessate il fuoco immediato e prolungato che consenta la rapida distribuzione dei soccorsi in tutta la Striscia di Gaza e l'attuazione di un rilascio negoziato di coloro che sono detenuti come prigionieri e prigioniere. 

Nell'esprimere queste suppliche a nome di tutti gli innocenti che soffrono a causa della guerra, noi trasmettiamo le nostre speciali preghiere di sostegno alle comunità cristiane di Gaza sotto la nostra cura pastorale. Tra queste, gli oltre 800 cristiani che si sono rifugiati nelle chiese di San Porfirio e della Sacra Famiglia a Gaza City da quasi cinque mesi. Allo stesso modo estendiamo le stesse espressioni di solidarietà all'intrepido personale e ai volontari dell'Ospedale Ahli, gestito dagli anglicani, e ai pazienti che servono. 

Nel lanciare questo appello, la nostra speranza finale è che la fine delle ostilità, il rilascio dei prigionieri e la cura degli oppressi aprano un orizzonte per serie discussioni diplomatiche che portino finalmente a una soluzione giusta e duratura qui nella terra in cui nostro Signore Gesù Cristo ha preso per primo la sua croce in nostro favore. Possa Dio concedere a tutti noi la sua grazia mentre cerchiamo di realizzare questa visione pasquale piena di speranza.

I Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme

https://lpj.org/en/news/hoc-statement-on-the-recent-attack-on-crowds-gathering-to-receive