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martedì 22 novembre 2022

Una Nuova Luce: un film sulla Madonna di Soufaniyah, nel 40° anniversario delle apparizioni



Per comprendere il contenuto del documentario, tutto in lingua araba, il nostro amico Samaan Daoud qui ne riassume il contenuto, composto da varie interviste che testimoniano la storia meravigliosa di questa apparizione mariana ancora poco conosciuta in Occidente, di cui sul nostro sito avevamo già riportato molte notizie.


L'inizio è situato al Giovedì Santo del 2014,17 aprile: nella casa si svolge la preghiera e Mirna cade in estasi, durante l' estasi profetizza alcune parole: “la causa è uno solo. Le ferite che sono state versate su questa terra di Siria sono le stesse ferite nel mio corpo e la causa è uno, Ma vi assicuro che il suo destino sarà come quello di Giuda”.

In seguito la scena porta al 30 maggio 2014 nella chiesa di Saida in Libano. Mirna domanda: perché Dio ha scelto Damasco? Io non lo so ma quello che so di certo è che dal primo istante ho detto “ Signore prendi la mia volontà e fa' che la mia vita sia tutta nella tua volontà “.

È iniziata una piccola storia ma ora la causa è grande ed è L'UNITA'.

Tutto ebbe inizio quando Mirna al Akhras si sposò nel 1982 con un ortodosso di nome Nicholas, sei mesi dopo, la piccola icona di Kazan che Nicholas le aveva portato in dono da un viaggio cominciò ad emanare olio,

Appare padre Zahlaoui il padre spirituale e custode del segreto di Soufaniyeh e dice: “con l'emanazione dell'olio Rukia è guarito. E da allora le guarigioni continuano, sia tra cristiani e tra musulmani”. 

Il famoso cantante Wadi Al Safi era devoto di Soufaniyeh e cantò un inno da lui composto: “ le pietre della casa si sono rallegrate quando l'olio è uscito, rimani con noi a Madonna, rimani a pregare con noi “.

Il  marito Nicolas testimonia la guarigione di sua sorella e benché egli non volesse credere per non avere complicazioni nella sua vita, dovette arrendersi quando vide la guarigione di un bambino mussulmano che era entrato in casa con i bastoni e ne uscì con i suoi piedi. 

Il 15 dicembre 1982 durante la Quaresima orientale, Mirna preparava l'inno Akathistos e sentì la forza di una mano che la spingeva a salire verso i piani superiori della casa. Erano le 11,30 di sera e fu colpita da una grande luce come in pieno giorno e vide la figura di più di una signora, ebbe paura ed iniziò a urlare,

Si susseguirono dal 1982 al 1983 cinque apparizioni sul tetto della casa, padre Zahlawi affermò: “questa è la prima volta che la Madonna appare nella storia dell'Oriente e parla in lingua araba. Figli miei, ricordatevi del Signore, perché il Signore è con noi e voi sapete tutto e non sapete niente”. 

Dopo quel periodo iniziarono le estasi di Mirna che così racconta: “mentre pregavo sentivo che non potevo tenermi in piedi e cadevo”, i presenti la portavano a distendersi sul letto e Mirna durante le estasi perdeva coscienza e dal viso e dalle mani usciva dell'olio, Sono state registrate 36 estasi, la più corta durò cinque minuti, la più lunga un'ora e mezza, a cui assistettero diversi medici di ogni provenienza anche laici contrari alla religione che facevano prove per accertare che Mirna perdesse veramente tutti i sensi e quindi testimoniavano ciò a cui assistevano. 

Durante le estasi, Mirna riceve un messaggio vede una fortissima luce, e la voce del Signore che dice: “Io sono l'inizio e la fine”. Quando accade che la la data della Pasqua ortodossa e cattolica coincidono ( accadde sei volte) Mirna vede Gesù.

La sesta volta (2004) era presente una psicologa che vide apparire un taglio sul fianco di Mirna, ed erano presenti anche otto medici, Gesù le dà un messaggio da trasmettere,

L'essenza di Soufanieh e il messaggio da trasmettere a tutti si può riassumere con “pregare per l'unità della Chiesa “ e “preservare questo Oriente con la sua diversità”.


Nel video appaiono testimonianze di vari cantanti, poeti, medici e si riportano anche le spiegazioni che vengono ipotizzate da alcuni scettici : 1 che si tratti di una truffa, 2 qualcosa sia nascosto sotto la pelle, 3 che siano tutti complici.

Ma nessuno nella famiglia volle mai qualcosa del genere: Mirna non volle mai essere protagonista, ubbidì sempre alla chiesa con totale umiltà.

L'unità della Chiesa si è manifestata a Soufanieh ed anche l'unità della Siria.


venerdì 18 novembre 2022

L'attacco terroristico a Istanbul può provocare invasioni e deportazioni turche

 

Di Steven Sahiounie, giornalista e commentatore politico


Il 13 novembre, un'esplosione ha squarciato via Istiklal, un'affollata area pedonale nel quartiere Beyoglu di Istanbul. L'esplosione ha ucciso sei persone e ne ha ferite 81 intorno alle 16:30 ora locale. Tra i morti c'erano Arzu Ozsoy e sua figlia di 15 anni Yagmur Ucar, una bambina di nove anni e suo padre, e una coppia di sposi. Tutti erano cittadini turchi.

Successivamente, i politici hanno visitato il sito in cui sono state esposte 1.200 bandiere turche insieme a fiori commemorativi per le vittime. Il 15 novembre, il ministro della Sanità Fahrettin Koca  ha dichiarato che 58 dei feriti sono stati dimessi dopo essere stati curati, mentre 17 erano ancora in ospedale, con altri sei in terapia intensiva.


Il sospetto

Secondo l'agenzia di stampa statale Anadolu, il sospetto autore è una donna siriana Ahlam Albasir, che dopo essere stata arrestata dalla polizia aveva confessato l'attentato e di aver agito per conto del gruppo terroristico del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).  Il sito afferma che sia stata addestrata dal PKK e dalla sua affiliata siriana, le Unità di difesa del popolo (YPG), e che sia entrata illegalmente in Turchia da Afrin, in Siria.

La polizia ha condotto un raid nel sobborgo di Istanbul di Kucukcekmerce all'inizio del 14 novembre, perquisendo 21 indirizzi, e prendendo in custodia almeno 46 persone nel corso delle indagini sull'attacco.

La polizia ha rilasciato il 16 novembre un filmato di sicurezza di una donna che indossava un velo, pantaloni mimetici, uno zaino e portava un sacchetto di plastica che attraversava piazza Taksim mentre si recava sul luogo dell'esplosione. In un altro filmato di sicurezza, la stessa donna si siede su una panchina alle 15:30, lascia lo zaino alle 16:11, si allontana verso piazza Taksim e quando si verifica l'esplosione fugge dalla scena.

Il ministro dell'Interno turco Suleiman Soylu  ha affermato che la polizia ha un telefono/audiocassetta che indica che il PKK aveva ordinato la sua uccisione per impedirne la cattura.

Tuttavia, il 14 novembre, il PKK e le forze democratiche siriane (SDF), composte principalmente da combattenti delle YPG, hanno negato la responsabilità dell'attacco.

"La sospettata dell' attacco terroristico a Istanbul sarebbe fuggita in Grecia oggi se non fosse stata catturata", ha detto Soylu il 14 novembre. Si riferiva al campo di addestramento del PKK a Lavrio, nel sud-est dell'Attica, in Grecia. Il campo di Lavrio è nato come campo profughi curdi, ma si è evoluto in un campo autonomo dove persino la polizia e le autorità greche hanno paura di entrare.

Le domande abbondano sul fatto che il sospetto catturato sia la stessa donna nel video. Per attuare l'attacco mortale, la polizia ha trovato il sospettato giusto? Gli attacchi terroristici in Turchia provengono dal PKK da decenni, ma esiste la possibilità di altri gruppi come Al Qaeda e Stato islamico (IS).

Curdi

Dal 2015 al 2017 il PKK e l'IS hanno effettuato attacchi in tutta la Turchia. Uno di questi attacchi si è verificato anche nella stessa via Istiklal nel marzo 2016, effettuato da un attentatore suicida dell'ISIS che ha ucciso quattro persone.

Mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea, Washington si è alleata con l'YPG contro l'IS nel conflitto in Siria. Il gruppo combattente più agguerrito delle SDF è l'YPG, cioè i miliziani partner dell'esercito statunitense, e di cui si servono ancora nel nord-est della Siria, dove gli Stati Uniti mantengono diverse basi di occupazione militare illegali [per depredare la Siria delle sue risorse petrolifere* NdT]

Il presidente turco Erdogan e il presidente degli Stati Uniti Trump, e ora il presidente Biden, sono da tempo fortemente in disaccordo sul sostegno e l'alleanza dati dagli Stati Uniti ai separatisti curdi in Siria, amministrati dall'ideologia comunista fondata da Abdullah Ocalan, il leader imprigionato del PKK. 

Il PKK ha effettuato attacchi terroristici in Turchia negli ultimi tre decenni e ha ucciso più di 40.000 persone. L'YPG in Siria è direttamente collegato al PKK.  Il governo siriano ha il controllo della maggior parte della Siria, ad eccezione dell'enclave di Al Qaeda a Idlib e della regione nord-orientale sotto l'occupazione delle SDF e delle YPG.

La Turchia ha condotto tre invasioni nel nord della Siria contro le YPG. Erdogan ha da tempo minacciato un'altra incursione in Siria per perseguire obiettivi curdi, e il recente attacco a Istanbul potrebbe portare alla decisione di effettuare un nuovo attacco in Siria. L'esercito siriano non può attaccare la Turchia per il timore di dar adito all'articolo 5 della NATO.  Inoltre, i russi stanno tentando di mantenere la pace nella regione nord-orientale della Siria mentre negoziano con la Turchia su interessi condivisi.

Rifugiati siriani

I rifugiati siriani in Turchia temono la risposta del governo turco all'esplosione. Dal momento che si sostiene che il principale sospettato sia siriano, cosa succederà ai siriani rifugiati che sono rispettosi della legge all'interno della Turchia?

I partiti politici turchi sostengono le critiche dei cittadini turchi che ritengono che la recessione economica sia da biasimare a causa dei rifugiati siriani. I siriani sentono di non essere più i benvenuti poiché la violenza e il razzismo contro i rifugiati sono diventati sempre più comuni.

ISIS

Quando Trump ha chiesto aiuto a Erdogan nella lotta contro l'IS, gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali hanno notato che la Turchia non era disponibile. Trump ha commentato pubblicamente che tutti sono contro l'IS, ma la Turchia non ha condiviso quell'entusiasmo.

Elezioni turche

"Questo attacco, se seguito da altri, potrebbe far oscillare l'elettorato a destra e consolidarsi attorno al candidato che focalizza la sicurezza", ha detto ad Al Jazeera Soner Cagaptay, membro anziano del Washington Institute .

Cagaptay ha detto: "Questo è quello che è successo l'ultima volta che la Turchia ha subito una serie di attacchi terroristici nel 2015". Un'ondata di attentati e altri attacchi è iniziata a livello nazionale quando si è istituito un cessate il fuoco tra Ankara e il PKK a metà del 2015, prima delle elezioni di quell'anno.

Le elezioni turche sono fissate per giugno 2023; i sondaggi suggeriscono che Erdogan potrebbe perdere  dopo due decenni al potere. L'opposizione di Erdogan ha dichiarato che deporterà i rifugiati siriani se sarà eletta. Erdogan ha mantenuto questa promessa per ottenere il sostegno calante degli elettori prima delle elezioni. 

Le politiche fallimentari di Erdogan

La politica estera turca nei confronti della Siria è stata ordinata dal presidente degli Stati Uniti Obama prima dell'attacco alla Siria del marzo 2011 per ottenere il "cambio di regime". Erdogan e il suo partito AKP sono allineati con l'organizzazione globale dei Fratelli Musulmani, che si trova sulla stessa piattaforma politica di Al Qaeda e IS. Questa è l'ideologia politica nota come Islam radicale, a cui il presidente francese Macron ha dichiarato guerra.

All'epoca in cui gli Stati Uniti ordinarono il sostegno turco ai terroristi contro la Siria, le esportazioni turche in Siria eguagliavano tutte le esportazioni turche combinate a livello globale. La Siria in seguito ha vietato tutti gli affari con la Turchia e questo ha dato inizio alla discesa dell'economia turca. Ora è al suo punto più basso, con iperinflazione e svalutazione della valuta.

Dopo aver sostenuto i terroristi internazionali che attraversavano la Turchia per portare gli 'stivali sul terreno' in Siria, Trump ha interrotto nel 2017 i programmi della CIA e del Pentagono avviati da Obama per sostenere i terroristi che lottano per il 'cambio di regime' siriano. 

Di recente, Erdogan e i suoi alti funzionari hanno espresso pubblicamente le loro aperture verso Damasco e la loro volontà di ricucire le relazioni interrotte con il presidente siriano Bashar al-Assad.

La Siria è diventata un problema di sicurezza nazionale per la Turchia perché Erdogan ha sostenuto i terroristi islamici radicali che sono riusciti a creare il caos all'interno della Siria, il che ha spinto i curdi a sfruttare il vuoto di sicurezza per stabilire un'amministrazione comunista nella regione nord-orientale, che è tornata al punto di partenza per perseguitare Erdogan.

Il presidente Assad aveva da tempo detto di fare attenzione quando si dà da mangiare a un mostro perché in seguito può girarsi per morderti.

https://www.mideastdiscourse.com/2022/11/18/istanbul-terror-attack-may-prompt-turkish-invasion-and-deportations/

giovedì 27 ottobre 2022

"Uno dei modi per sentirci vivi è quello di trovare rifugio nella musica"

 La testimonianza dell'arpista siriana Rahaf Chikhani

“L’arpa è un po’ come la mia Siria. Uno strumento che ha le sue radici antiche nella mia regione e che poi si è sviluppata grazie all’incrocio e all’incontro di tante culture e di tanta gente. Forse è per questo che nelle sue note, nella sua eleganza io ci rivedo il mio Paese, con tutte le sue sonorità e colori, da quelli più tenui a quelli più brillanti”. Rahaf Chikhani è una musicista siriana, laureata in arpa al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma e oggi prima arpa dell’Orchestra nazionale siriana. Forte il suo legame con lo strumento, nato sin da bambina, da quando cioè, a Damasco, “studiavo il pianoforte al conservatorio. E proprio vicino la mia aula c’era quella di arpa. Ogni volta che la porta di quella aula si apriva entravo per vedere. E ogni volta pensavo che sarebbe stato affascinante suonare insieme ad altri strumenti quindi fare parte di un’orchestra. L’arpa, più del pianoforte, mi offriva questa opportunità”. Per Rahaf si consuma così il passaggio dai tasti del pianoforte alle corde dell’arpa. Una passione battezzata dalla sua insegnante russa che, al tempo, insegnava a Damasco.

Nemmeno la guerra. Una passione che nemmeno la guerra, scoppiata nel 2011 e non ancora terminata, riesce a spegnere.

“Anni difficili – dice la musicista – ma il popolo siriano dimostra sempre una grande voglia di continuare a vivere nonostante i pericoli, le lacrime e il grande dolore. Uno dei modi per sentirci vivi è proprio quello di trovare rifugio nella musica e, più in generale, nella cultura”.

“La gente, anche negli anni più bui, continuava ad andare ai concerti, tra i quali quelli dell’orchestra sinfonica nazionale siriana. Questa partecipazione ha spinto l’orchestra a non mollare mai”. E anche i bambini, studenti di musica, non hanno mollato. Ricorda Rahaf: “nel 2013-2014 tenevo lezioni di arpa ai bambini di 9 anni, studenti alla scuola statale di musica, alla luce del cellulare. Venivano sempre a lezione nonostante il pericolo dei mortai che cadevano ovunque su Damasco”. A soffrire non erano solo studenti e musicisti ma anche gli strumenti musicali molti dei quali colpiti, e in parte danneggiati, dai razzi e dalle bombe cadute vicino al conservatorio. Messi per questo al sicuro dalla violenza della guerra, in attesa di poter essere restaurati e riconsegnati alla musica. Diventa questo il sogno di Rahaf che dal 2014 al 2018 si muove e studia tra la Siria, la Polonia, dove suona con la “Filharmonia Krakowska” e l’“Opera Krakowska”, e l’Italia. Al Conservatorio di Santa Cecilia frequenta con successo un biennio specialistico di arpa. Anni di studio durante i quali l’arpista siriana coltiva il suo sogno di far suonare di nuovo le arpe di Damasco e di fondare un corso di arpa proprio nella capitale siriana. A Roma il sogno comincia a diventare realtà: “la mia insegnante, Isabella Mori, una vita dedicata a sostenere gli allievi di arpa per svilupparne il talento, mi fece il nome di Pietro Morbidelli, un arpaiolo di Sarsina (Forlì-Cesena), che nei suoi oltre 46 anni di attività ha lavorato a stretto contatto con i più noti arpisti internazionali”.

Ed è proprio Morbidelli, “avvertito dalla Mori”, che il giorno prima della laurea chiama Rahaf per dirle che sarebbe stato felice di sostenere il corso di arpa dotandola di uno strumento da lui stesso costruito e offrendo la sua disponibilità per riparare quelli custoditi a Damasco. “Un regalo inaspettato per me e soprattutto per la Siria” afferma l’arpista che, sotto la guida esperta dell’arpaiolo romagnolo, collabora a restaurare i preziosi strumenti che tornano a vedere la luce a luglio dello scorso anno. A Damasco, per 10 giorni, Rahaf e Morbidelli, con diversi studenti e professori del Conservatorio, smontano pezzo per pezzo ogni arpa riparandone i danni e collaudandone il suono.

Il sogno si avvera. Il sogno si realizza del tutto l'1 febbraio, a Sarsina, con la consegna dell’arpa da parte di Morbidelli a Rahaf che l’ha suonata all’interno del museo archeologico della città plautina.

“È stato un concerto per la pace – afferma la musicista – e un modo per rimarcare che il desiderio dei siriani è vivere nell’armonia e non nel buio della guerra. E la musica è armonia. Dare alle nuove generazioni la possibilità di studiare, crescere nella cultura anche musicale, credo sia il modo migliore di costruire un futuro di pace, non solo in Siria”.

Ma c’è un nuovo sogno che sta nascendo. Rahaf lo dice sottovoce: “mi piacerebbe comporre una melodia per la Siria, ricca di note e di suoni consonanti e dissonanti. Per dare una vera immagine della Siria bisogna, infatti, rispecchiarne la diversità e la ricchezza. Armonie e contrasti che messi insieme creano l’emozione di una civiltà unica che il mondo non può perdere a causa della guerra e del terrorismo”.

 testo di Daniele Rocchi 

sabato 22 ottobre 2022

Giornata Missionaria Mondiale: testimonianza dalla Siria occupata dai jihadisti


Padre Jallouf (Idlib): “L’esito della guerra nelle mani di Russia e Turchia”

di Davide Rocchi, SIR 

Seppur sparita dai radar dell'informazione, la guerra in Siria, scoppiata nel 2011, continua a fare morti. Di questi giorni la notizia di scontri tra milizie ribelli nella zona di Idlib per il controllo dell'area, unica rimasta in mano agli oppositori jihadisti del regime del presidente Assad. Nella zona vive una piccola comunità cristiana, con due frati della Custodia di Terra Santa, padre Hanna Jallouf e padre Luai Bsharat. Il Sir ha raccolto la testimonianza di padre Hanna.

“Da qui sono passati tutti i gruppi di ribelli e terroristi, Isis, al-Nusra oggi Hayat Tahrir al-Sham. Viviamo così dal 2011 quando ha avuto inizio la guerra”. A parlare al Sir è il francescano Hanna Jallouf, parroco di Knaye, uno dei tre villaggi cristiani della Valle dell’Oronte (gli altri due sono Yacoubieh e Gidaideh) distante solo 50 km. da Idlib, capoluogo dell’omonimo Governatorato, ultimo bastione nelle mani dei ribelli che combattono contro il regime del presidente siriano Bashar al Assad.

Non pare sorpreso, il religioso, davanti alla notizia che l’esercito turco, nelle ultime ore, ha dispiegato mezzi e uomini nel nord-ovest della Siria, dopo un accordo raggiunto tra Ankara e la coalizione di milizie qaediste – guidate da Hay’at Tahrir ash Sham (Hts) – che nei giorni scorsi avevano conquistato gran parte del distretto di Afrin allontanando le fazioni più vicine alla Turchia, in particolare il Fronte di Liberazione Nazionale (Faylaq Al-Sham). Duri combattimenti che avevano provocato decine di morti tra due milizie che pure avevano combattuto insieme contro l’esercito regolare siriano. L’area è interessata da più di due anni da una tregua russo-turca per la spartizione del nord-ovest della Siria in due zone di influenza: una russo-governativa siriana a sud e una turca più a nord.

“Non è una sofferenza nuova”. “Non è una sofferenza nuova” dice padre Hanna che, con il confratello, padre Luai Bsharat, tengono unita la piccola comunità cristiana locale – poco più di 1.100 ‘anime’, tra latini, armeno-ortodossi e greco-ortodossi – intorno ai conventi di san Giuseppe e di Nostra Signora di Fatima. I due, infatti, sono gli unici religiosi rimasti nella zona, perché ricorda il frate, “quando è scoppiata la guerra tutti i preti e i sacerdoti che c’erano sono andati via o fuggiti. Molte chiese e luoghi di culto armeni e greco ortodossi sono stati distrutti o bruciati. Tra questi il nostro convento di Ghassanie”. Padre Hanna nel 2014 fu anche rapito dai qaedisti, insieme a 16 parrocchiani e rilasciato dopo qualche giorno. Ma ora non serve rivangare il passato, perché, rimarca, “la guerra e le sanzioni hanno prodotto, non solo morti e distruzione, ma anche tantissima povertà. I bisogni di oggi sono impellenti, manca praticamente tutto, acqua corrente, elettricità, medicine, i prezzi sono altissimi, ma dobbiamo continuare a vivere”. “La popolazione tira avanti come può – racconta il frate – si cerca di risparmiare sui costi dell’energia. Un barile di 200 litri di gasolio necessario a mandare avanti un generatore elettrico arriva anche a 250 dollari, un’enormità per le tasche dei siriani. Così molti cercano di recuperare le vecchie stufe a legna, più economiche, che permettono di cucinare e di scaldarsi al tempo stesso”.

“Un qualcosa del genere – aggiunge il religioso – dovrà farlo anche l’Europa ora che i costi di gas e di energia elettrica, saliti vertiginosamente a causa dell’invasione russa dell’Ucraina, stanno facendo lievitare le bollette. Potrebbe essere l’occasione per riscoprire stili di vita più essenziali e sobri”.

“Noi viviamo in guerra dal 2011 e queste scelte sono diventate la nostra quotidianità” sottolinea padre Hanna che pure non manca di evidenziare un qualche segnale positivo “almeno per noi cristiani che viviamo qui nella valle dell’Oronte”. E spiega: “Gli scontri dei giorni scorsi tra fazioni ribelli hanno provocato l’allontanamento di jihadisti che avevano preso di mira noi cristiani, rubando nelle nostre case, requisendo i terreni, con vessazioni di ogni tipo. Ora la situazione appare più tranquilla e questo ha spinto, nell’ultimo periodo, sette famiglie cristiane a rientrare in uno dei nostri villaggi, Gidaideh. Erano sfollate ad Aleppo e Latakia. Abbiamo parlato con i capi del posto e siamo riusciti ad ottenere indietro le loro case e i loro terreni. I rapporti con l’autorità locale sono impostati al massimo rispetto e dialogando riusciamo ad avere qualche margine di movimento”.

I problemi di sempre. Ciò non toglie che i problemi di sempre, per i cristiani, restano e sono quelli noti: celebrare i riti solo dentro la chiesa, i luoghi di culto non devono avere all’esterno croci, campane, statue e immagini sacre e anche padre Hanna e padre Luai non possono vestire il saio fuori dal convento. Se con le autorità qualcosa sembra muoversi lo stesso non si può dire per i rapporti con i musulmani locali: “in molti permane ancora una certa mentalità tipica dell’Isis che vede i cristiani come infedeli. C’è stato un imam – ricorda padre Hanna – che era solito, nei suoi sermoni in moschea, rivolgere parole di odio verso i cristiani fomentando i fedeli presenti. Abbiamo fatto le nostre rimostranze e l’autorità locale lo ha rimosso. Ora va meglio. Non c’è più chi ti sputa in faccia, chi ti calunnia e ti odia. La convivenza passa attraverso il rispetto e la conoscenza che costruiamo ogni giorno. È il senso della nostra presenza qui in questo lembo di terra”, dove la vita scorre in mezzo a tante difficoltà.

Le sorti della guerra. “In parrocchia non manca l’impegno pastorale. Abbiamo anche organizzato dei corsi scolastici per i nostri 21 alunni, di tutte le fasce di età, che riuniamo nel convento e anche nelle case delle maestre. Non vanno nelle scuole locali. Così li prepariamo e, a fine corso, quando devono sostenere gli esami, li portiamo a Latakia e Hama, cercando di aggirare il blocco che sbarra le strade da e per Idlib. Chi vuole uscire clandestinamente è costretto a pagare. Ma i nostri alunni sono ben preparati e ottengono ottimi risultati. Vale la pena fare questi sacrifici. Abbiamo tre ragazze che oggi studiano all’università a Latakia”. Gli aiuti non mancano, arrivano dalla Custodia di Terra Santa e dalla ong “Ats Pro Terra Sancta” e permettono a padre Hanna di aiutare i suoi cristiani. “Stiamo dando un futuro a questi giovani e le loro famiglie sono felici” dice con orgoglio. Sul futuro della Siria, invece, padre Hanna è molto più realista:

“le sorti della guerra e il controllo del territorio non sono più nelle mani dei ribelli oppositori di Assad e dell’esercito siriano, ma di Turchia, Russia, Iran e Usa. Sono loro a decidere.

E poco importa se la gente muore di fame per la povertà, se non può uscire dalla regione, se non riesce a curarsi e a vivere con dignità. Ma noi continuiamo a sperare”.