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sabato 13 febbraio 2021

"Quanto è facile e veloce distruggere una nazione. E quanto è più difficile ricostruirla. Che ferita terribile e profonda!"

 

di mons. Samir Nassar, arcivescovo maronita di Damasco 

Sembra che la guerra siriana sia il dramma più crudele cui ha assistito il mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale. 

Quando si è registrato un calo delle violenze legate al conflitto, al tempo stesso si è insinuata una guerra economica ancora più dura, che ha messo in ginocchio ogni residua speranza di ripresa per il popolo che, al contrario, ha visto raddoppiate le proprie sofferenze. 

Quello di oggi resta uno scenario dominato dal caos: 

1 - Le vittime: almeno 950mila, che hanno gettato altrettante famiglie nel dolore, nel lutto e nella precarietà. 

2 - Oltre 200mila persone disperse, e fra queste vi sono due vescovi e quattro sacerdoti di cui non si sa più nulla da tempo. Un incubo per i loro familiari e per gli amici, che non sanno cosa sia successo ai loro cari.

3 - Almeno 13mila sfollati interni provenienti da diverse aree vivono nella più completa miseria, incertezza e disperazione. 

4 - Sono 95mila i siriani con mani, piedi o gambe amputate o paralizzate. Essi rappresentano un grave problema che lo Stato non è in grado di affrontare e le cui conseguenze sono durissime sia a livello medico che psicologico. 

5 - In base alle ultime stime sono 2,5 milioni gli edifici distrutti, danneggiati, rasi al suolo o inagibili per la guerra. Le rovine giacciono dappertutto rendendo diverse aree città fantasma, che sono diventati nel tempo campi per profughi o senzatetto. 

6 - Ad una crisi generalizzata si sommano anche i blocchi e le sanzioni internazionali, che limitano anche quei pochi aiuti, risorse o finanziamenti che possono arrivare dall’esterno. Ricordiamo anche il crollo della moneta locale, la lira siriana, l’inflazione galoppante che si vanno ad aggiungere alla pandemia di nuovo coronavirus in un mix dagli effetti devastanti e che ben inquadrano la situazione attuale della nazione. 

Del resto, come è facile e rapido distruggere un Paese fino alle sue fondamenta, così è altrettanto difficile, arduo e lento provare a ricostruirlo.

Di fronte a queste scene di desolazione, la Chiesa in Siria - sebbene minoranza nel Paese - non ha voluto restare solo una spettatrice silenziosa ma ha voluto lanciare un Sinodo del rinnovamento e contribuito a portare la luce dello Spirito (Santo) in molti modi diversi. Da qui la testimonianza diretta e attiva nella promozione di opere di carità nel campo della sanità, dell’istruzione, un programma pastorale dedicato ai giovani, la mediazione familiare e un aiuto per i nuclei in maggiore difficoltà, non solo a livello economico. A questi si aggiungono anche l’attenzione per le persone più fragili, il sostegno a quanti sono stati colpiti dalla guerra in modo materiale o umano, sconvolti da quella che è stata una vera e propria frantumazione del Paese. In questo senso, le serate dedicate all’adorazione del Santissimo Sacramento sono state uno degli appuntamenti più sentiti nel tentativo di capire l’essenza del messaggio (cristiano) in questo orizzonte di devastazione.

Quanto è facile e veloce distruggere una nazione. E quanto è più difficile ricostruirla. Che ferita terribile e profonda!

“Maestro, non t'importa che moriamo?” (Marco 4, 35)

Anche se il mondo ha dimenticato la Siria, il Signore veglia sulla nazione e il suo popolo e non lascerà affondare e sparire nel nulla la sua barca. 

FONTE :  AsiaNews

lunedì 8 febbraio 2021

Cronaca dalla Comunità delle Trappiste della Siria

La Comunità con il suo Vescovo Mons. Abou Khazen Vicario Apostolico dei latini

 Carissimi amici, 

uno degli eventi più importanti del 2020 è stato certamente l’esplosione al porto di Beirut in agosto, evento colossale e quasi apocalittico che ha scosso tutto il Medio Oriente e ha impressionato il mondo. Si è letto che si è trattata dell’esplosione più grande della storia dopo quelle dell’atomica in Giappone. Noi qui, pur essendo vicine al confine col Libano, non abbiamo percepito nulla, ma ci hanno detto che in quasi tutto il Libano si sentito il fragore e anche la terra tremare. Pur nella tragedia della distruzione si può davvero credere che la Vergine di Harissa, Regina del Libano, e san Charbel, dalla montagna che sta a ridosso della città e guarda il mare, hanno protetto Beirut, perché se il mare non avesse assorbito il 50% della potenza dell’urto, tutta Beirut sarebbe stata rasa al suolo.

Difficile per tutti immedesimarsi con lo stato di miseria e morte che la “bomba” ha lasciato dietro di sé. E che desiderio grande di poter offrire un contributo, un aiuto! Commuoventi le immagini degli sciami di giovani che si sono riversati nella zona devastata per scavare e ripulire con le loro mani, provenienti da tutto il Libano e oltre. 

E noi? Cosa possiamo fare? Questa è la domanda che emerge sempre di fronte all’incredibile susseguirsi delle difficoltà in cui versano questi popoli.  La risposta affiora nel cuore, nella notte, di fronte al nostro Tabernacolo, davanti al quale ci è sempre dolcissimo sostare in preghiera per portare al Signore il dolore dei fratelli nel mondo. Sembra niente, come il seme. È niente. Eppure è la nostra parte, è il nostro tutto, che il Signore può accogliere e moltiplicare come vuole. La povertà (dovuta alla svalutazione e alle sanzioni) e la paura per la diffusione del contagio da Covid 19, già assillavano sia la Siria che il Libano in questi ultimi mesi, e non era immaginabile pensare che le disgrazie non fossero ancora finite. Come faranno questi Paesi a rialzarsi ora? Come faranno soprattutto se viene meno la speranza?

SPERANZA è la parola che ricorre più spesso nelle nostre preghiere. Un bene di prima necessità da queste parti, dove si sente dire “É meglio andarsene!”. Qui in Siria, come anche in Libano, dove addirittura i governanti, prima di dimettersi, consigliavano alla popolazione la fuga. Come se non bastasse si viene addirittura a sapere che tra le case distrutte di Beirut giravano ricconi che offrono soldi alla gente che ha perso tutto, per acquistare le case distrutte. Con niente le comprano, con gli aiuti le ricostruiscono e avranno così fatto un affare d’oro mentre i proprietari fuggono dalla loro terra verso l’ignoto. Sì, non si finisce mai di meravigliarsi di come ci sia tanta gente che approfitta delle disgrazie altrui, accanto invece a chi sa vivere una solidarietà che supera l’inventiva umana.

Quale sarà la possibilità di ripresa del Libano? Quali forze esterne influiranno sulla sua economia, sul suo governo? Non è facile rispondere a queste domande nemmeno ora che sono passati molti mesi e ancora non sembra si sia raggiunta una stabilità di governo. Non saremo certo noi dalla Siria a poter rispondere dato che nemmeno noi sappiamo come si risolleverà il nostro Paese, martoriato su tutti i fronti. 

Ora c’è soprattutto da capire come usciremo dal contagio virale che si sta diffondendo assai rapidamente e come la gente affronterà l’inverno, con scarsità di gasolio oltre che di corrente elettrica. Nell’autunno c'erano stati anche centinaia di focolai di incendi, in tutta la zona fertile della Siria, la fascia che costeggia il Mediterraneo, che hanno portato via grano, olivi e agrumi, le fonti di sostentamento della popolazione.

Possiamo comunque con speranza concludere raccontando un avvenimento significativo che ha segnato la vita delle Chiese di Siria: il giorno della solennità dell’Assunzione di Maria Vergine al cielo, assai cara alle Chiese d’Oriente, su iniziativa del Vescovo Maronita di Aleppo e col coinvolgimento dei Vescovi delle altre Chiese e dei loro fedeli, si è svolto un momento importante di preghiera comune e pubblica per implorare dalla Madonna l’aiuto nella pandemia. Celebrazione della Santa Messa e poi processione per le vie della città, nei quartieri più distrutti di Aleppo, con il Santissimo e l’Icona della Vergine.  La cosa bella è che anche i fratelli musulmani hanno accettato di partecipare ed era presente il Mufti di Aleppo.

Che Dio benedica e conservi la disposizione del cuore dei cristiani e del nostro popolo verso la pace e la convivenza pacifica.

Un carissimo saluto,

     dal Monastero Nostra Signora Fonte della Pace – Azer- Siria

sabato 30 gennaio 2021

Dieci anni dopo ... Non parlarmi più di gelsomino!

 

Di Michel Raimbaud

   traduzione Gb.P.  OraproSiria

A un decennio dagli eventi della cosiddetta "primavera araba" che hanno sconvolto diversi paesi del Maghreb, del Medio Oriente e della penisola arabica, l'ex diplomatico e saggista francese Michel Raimbaud ci dà la sua opinione sulle sue conseguenze.


Quando nel cuore dell'inverno 2010-2011 compaiono a Tunisi e poi al Cairo le prime "rivoluzioni arabe" che frettolosamente battezziamo "primavere", esse godono di un favorevole pregiudizio, foriere di libertà e rinnovamento. Rapidamente, destituiscono "tiranni" inestirpabili e fanno una forte impressione: la loro vittoria è inevitabile e l'epidemia sembra destinata a conquistare tutti i paesi arabi.

Tutti ? Non proprio. Gli Stati colpiti - Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria e dal gennaio 2011 Algeria e Mauritania - hanno in comune l'essere repubbliche, moderni, sensibili al nazionalismo arabo, governi con una laicità tollerante e ciò fa porre una domanda: "Perché noi e non loro? ". Lo dirà il futuro, i "loro" sottintende i re, i reucci o gli emiri che sfuggono miracolosamente alla primavera e sembrano promessi a un'estate eterna ben condizionata: l'Arabia di Salman e Ben Salman, gli Emirati di Zayed e Ben Zayed, il Qatar dalla famiglia Al Thani, ecc. Mettiamoci pure il Marocco e la Giordania ed ecco tutte le monarchie, dall'Atlantico al Golfo, al riparo per predicare la "rivoluzione" ... In bocca a uno sceicco wahhabita o ad un emiro, la parola "rivoluzione" sembra buffa ma basta darle il suo significato etimologico (movimento astronomico che riporta al punto di partenza) per scoprire che ben si addice a un movimento guidato da fondamentalisti con l'appoggio dell'Occidente per rompere la retorica del movimento nazionale arabo: cosa che gli esperti delle "nostre grandi democrazie" auto strombazzate rifiuteranno di ammettere.

In compenso, nei paesi arabi e altrove, molti avranno capito ben presto che cosa queste primavere invernali non erano, cioè rivoluzioni "spontanee, pacifiche e popolari". Nonostante le promesse di un domani felice fioriscano, non ci vorrà molto per disilludersi: nel vuoto creato dalla liberazione dei "tiranni", è il disordine che si insedierà piuttosto che la democrazia che ci si aspettava. Lo stupore lascerà il posto alla disillusione, al "caos creativo" dei neoconservatori e alla barbarie degli estremisti che fanno un brutto servizio alla dolce musica delle promesse.

Il caso a volte fa le cose bene, la notizia di dicembre 2020 - gennaio 2021 ha registrato in prima pagina uno spettacolare flashback della "rivoluzione" tunisina, la prima della saga lanciata il 10 dicembre 2010 quando il giovane Bouazizi si dà fuoco per protestare contro la corruzione e la violenza della polizia. Dopo il disordine iniziale legato alla "liberazione" da Ben Ali, la patria di Bourguiba, patria del nazionalismo arabo, aveva conosciuto elezioni e fasi di stabilizzazione, anche progressi nella democratizzazione con il partito Nahda di Ghannouchi o suo malgrado, prima di degenerare in una guerriglia civile tra Fratelli Musulmani e riformisti laici. Dieci anni dopo, il caos prende il sopravvento. I progressi verranno sepolti?

In Egitto, la "primavera del papiro" non ha mantenuto le promesse dei suoi profeti. A parte lo "sfratto" del vecchio Mubarak, il suo processo e la morte in prigione, il successo (temporaneo) dei Fratelli Musulmani e la presidenza rustica di Mohammad Morsi, hanno prodotto una democrazia problematica e un potere autoritario sotto forte pressione. Il generale al-Sisi non sembra avere il controllo delle sue scelte. In un paese diviso dal prestigio offuscato, è combattuto tra le vestigia del nasserismo e la disperata ricerca di finanziamenti da parte dell'Arabia e dei ricchi emirati: l'Egitto ha superato il traguardo dei 100 milioni di abitanti e si sta sgretolando sotto i debiti, i problemi, le minacce (Etiopia, Sudan e acque del Nilo). Lo slogan "nessuna guerra in Medio Oriente senza l'Egitto" è di attualità, ma non si temono più i "Faraoni" del Cairo ...

Al termine di dieci anni di guerra contro aggressori a più facce (paesi atlantici, Israele, forze islamiste, Turchia, Qatar e Arabia in testa, terroristi da Daesh ad Al Qaida), la Siria si trova in una situazione tragica, pagando per la sua fermezza sui princìpi, la sua fedeltà alle alleanze e il carico simbolico che porta: non avrà avuto la primizia di una chiamata al Jihad? L'America ed i suoi alleati respingono "l'impensabile vittoria di Bashar al-Assad" e la loro "impensabile sconfitta". A causa delle sanzioni, delle misure punitive dell'Occidente, dell'occupazione americana o degli intrighi turchi, dei furti e dei saccheggi, la Siria non può essere ricostruita. La "strategia del caos" ha fatto il suo lavoro. È giunto il momento delle guerre invisibili e infinite sostenute da Obama. Tuttavia, il futuro del mondo arabo dipende da qualche parte, e in gran parte, dalla forza del suo "cuore pulsante". Con tutto il rispetto per chi finge di averla seppellita, anche evitando di menzionare il suo nome, la Siria è indispensabile al punto di cristallizzare le ossessioni : nessuna pace senza di essa in Medio Oriente.

Passato attraverso la Rivoluzione dei Cedri nel 2005, dopo aver sopportato la primavera autunnale del 2019, le tragedie del 2020 e il caos del 2021, il Libano avrà avuto la sua rivoluzione. Sanzionato, affamato, asfissiato, minacciato dai suoi "amici", condivide volente o nolente il destino del Paese fratello che è la Siria. Un terzo della sua popolazione è composto da rifugiati siriani e palestinesi. Sta cambiando il suo destino, dopo cento anni di "solitudine" nel Grande Libano dei francesi?

In Palestina è la "primavera" perpetua. "Transazione del secolo", tradimenti tra amici e Covid oblige, la questione palestinese sembra abbandonata, tranne che per la Siria che paga a caro prezzo il suo attaccamento alla "sacra causa". Martirizzati, rinchiusi a vita, umiliati e vittime dell'etnocidio, i palestinesi sapranno scegliere i propri alleati senza tradire chi non li ha traditi? Tra inglese e francese, fate attenzione ai falsi amici, ma a volte costoro parlano turco o arabo. Il Re del Marocco, Comandante dei Fedeli e discendente del Profeta, Presidente del Comitato al-Quds, si è appena normalizzato con Israele, consegnando l'Ordine di Maometto a Donald Trump. È il quarto ad entrare nel campo dei liquidatori, dopo gli ineffabili Emirati Arabi Uniti, il Bahrain sopravvissuto a una primavera straordinaria e l'ex Sudan. Quest'ultimo ha messo al fresco Omar al-Bashir, ma ha anche rinnegato i suoi principi, compreso quello dei "tre no a Israele". Fa amicizia con lo zio Sam e muore d'amore per Israele, ma i due non hanno amici, soprattutto non tra gli arabi.

L'Iraq non ha avuto bisogno di una "primavera araba" per scoprire cosa significassero "democratizzazione" in stile americano e pax americana. Il paese di Saddam, martirizzato per trent'anni e semispartito in tre entità, lotta per liberarsi dall'abbraccio degli Stati Uniti, di cui i suoi leader sono tuttavia l'emanazione. Per i neoconservatori di Washington e Tel Aviv è servito come test della "strategia del caos", e sta pagando per questo.

Invasa illegalmente dalla NATO nel marzo 2011 in nome della "Responsibility to Protect", la Libia ha pagato un prezzo pesante alle ambizioni occidentali. Gheddafi vi morì in un episodio di cui Hillary Clinton, l'arpìa del Potomac, ha esultato indecentemente. Sul fronte della democratizzazione, la Jamahiriya, i cui indici di sviluppo erano esemplari, aveva ereditato dall'estate del 2011 un caos che aveva suscitato l'ammirazione di Juppé. Dietro le rovine libiche e le macerie del Grande Fiume, ricordi dei bombardamenti umanitari della coalizione arabo-occidentale, giacevano le casse che l'Asse del Bene aveva alleggerito di centinaia di miliardi di dollari dalla Jamahiriya, non persi per tutti. Il sogno di Gheddafi - un'Africa con una sua moneta indipendente dall'euro e dal dollaro - è stato rubato. Chi amava troppo la Libia può gioire: ora ce ne sono diverse, da due a cinque a seconda degli episodi.

Potremmo appesantire il bilancio parlando della tenace Algeria, dello Yemen martirizzato dai Sauditi e dall'Occidente, dell'Iran, ecc ...: le "primavere" sono state la peggior catastrofe che gli arabi potessero conoscere. Eppure, benchè intrappolati tra l'Impero americano e il blocco eurasiatico russo-cinese, il mutato contesto geopolitico sta lavorando a loro favore.

Se non hanno nulla da aspettarsi dagli Stati Uniti, che, da Obama a Biden passando per Trump, vedono il mondo arabo solo con gli occhi di Israele e con il profumo di petrolio, farebbero bene a scommettere sul ritorno della Russia come riferimento politico e l'arrivo della Cina attraverso le Vie della Seta. Sta a loro scegliere tra le guerre senza fine offerte loro dalla "potenza indispensabile" o la via di rinascita che l'alternativa strategica aprirebbe loro. Niente è ancora giocato del tutto.

Michel Raimbaud

https://francais.rt.com/opinions/83279-printemps-arabes-dix-ans-apres-ne-me-parlez-plus-de-jasmin-michel-raimbaud

venerdì 22 gennaio 2021

OraproSiria si unisce all'appello internazionale per porre fine alla punizione collettiva dei civili siriani

Patriarchi, esponenti delle Chiese del Medio Oriente e più di 90 personalità in tutto il mondo oggi hanno chiesto al presidente degli Stati Uniti Joe Biden di revocare le sanzioni economiche che stanno causando gravi danni alla popolazione civile della Siria, come richiama il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla coercizione unilaterale, Prof. Alena Douhan.

I firmatari della Lettera Aperta hanno affermato che "questa forma di punizione collettiva della popolazione civile sta portando la Siria verso una catastrofe umanitaria senza precedenti". Tra i firmatari ci sono membri di parlamento, attivisti per i diritti umani, leader cristiani, non solo della Siria, operatori umanitari, ex diplomatici e militari.

Appelli identici vengono inviati oggi dai firmatari di questa Lettera Aperta ai governi di altri paesi, tra cui Regno Unito, Francia, Germania e Svizzera. Tutti questi Stati hanno aderito alla campagna di sanzioni condotta dagli Stati Uniti contro la Siria, anche se non autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Chiediamo di aderire e rilanciare l'appello, per mettere fine alla sofferenza di un popolo innocente.

Al Presidente, 21 gennaio 2021

Washington, DC 

Signor Presidente,

le porgiamo le nostre congratulazioni per il suo insediamento come 46° presidente degli Stati Uniti.

Non vogliamo tardare a contattarla per una risposta urgente alla grave crisi umanitaria in Siria. Il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulle Misure Coercitive Unilaterali, la professoressa Alena Douhan, ha fatto appello alla fine di dicembre affinché gli Stati Uniti eliminino la complessa rete di sanzioni economiche che danneggiano gravemente il popolo siriano.

Il Relatore Speciale ha dichiarato che queste sanzioni statunitensi "violano i diritti umani del popolo siriano" e "esacerbano la già terribile situazione umanitaria in Siria, specialmente nel corso della pandemia di COVID-19", bloccando gli aiuti, il commercio e gli investimenti necessari al sistema sanitario e all'economia della Siria.

Le conclusioni del Relatore Speciale riflettono un crescente consenso nelle comunità degli aiuti umanitari e dei diritti umani sul fatto che questa forma di punizione collettiva della popolazione civile sta portando la Siria dentro una catastrofe umanitaria senza precedenti.

Dieci anni fa, la Siria era un granaio per la regione. Oggi è sull'orlo non solo della fame, ma della morte per carestia, secondo il Programma Alimentare Mondiale (PAM). Lo scorso giugno, il direttore del PAM, l'ex governatore David Beasley, ha avvertito che la metà dei siriani andava a letto affamata, e che il paese era sull'orlo della "fame di massa". Nel frattempo, la pandemia di COVID-19 imperversa nel paese, non frenata da un sistema sanitario in gran parte distrutto da dieci anni di guerra.

Milioni di siriani in difficoltà andranno a letto affamati e infreddoliti stasera. Le misure coercitive unilaterali imposte dagli Stati Uniti peggiorano la situazione economica del popolo siriano.

La esortiamo, signor Presidente, ad aiutare i siriani ad alleviare una crisi umanitaria che minaccia di innescare una nuova ondata di instabilità in Medio Oriente e non solo, attuando le raccomandazioni del Relatore Speciale delle Nazioni Unite.

Crediamo che i legittimi interessi nazionali degli Stati Uniti possano essere perseguiti senza punire collettivamente il popolo siriano con sanzioni economiche.

Rispettosamente

(seguono le firme)

https://csi-suisse.ch/app/uploads/sites/3/2021/01/2021-01-21-Lettre-au-president-americain-Joe-Biden.pdf

Monsieur le Président de la République

Paris, le 21 janvier 2021

Monsieur le Président de la République,

le professeur Alena Douhan, rapporteur spéciale des Nations unies sur les mesures coercitives unilatérales, a appelé fin décembre 2020 les États-Unis à lever leur maillage complexe de sanctions économiques qui portent un lourd préjudice au peuple syrien.

La rapporteur spéciale a déclaré que les sanctions imposées par les États-Unis « constituent des violations des droits de l’homme à l’encontre du peuple syrien » et « exacerbent la situation humanitaire déjà affreuse que connait la Syrie, particulièrement dans le contexte de la pandémie du Covid-19 », puisqu’elles bloquent l’aide, le commerce et les investissements nécessaires au fonctionnement du système de santé et de l’économie de la Syrie ».

Les conclusions de la rapporteur spéciale reflètent un consensus croissant au sein de la communauté de l’aide humanitaire et de la communauté des droits humains, où l’on estime que cette forme de punition collective de la population civile est en train de mener la Syrie vers une catastrophe humanitaire sans précédent.

Il y a dix ans, la Syrie était un grenier à blé pour la région. Elle est aujourd’hui en passe de connaître non seulement la faim, mais la famine, selon le Programme alimentaire mondial (PAM). En juin dernier, le directeur du PAM, l’ancien gouverneur David Beasley, lançait un cri d’alarme en disant que la moitié des Syriens devaient aller se coucher avec la faim et que le pays était au bord d’une « famine de masse ». Pendant ce temps, la pandémie du Covid-19 fait rage dans tout le pays, incontrôlable suite à la ruine d’un système de santé largement détruit au fil de dix ans de guerre.

Des millions de Syriens très durement affectés iront se coucher ce soir en ayant faim et froid. Les sanctions coercitives unilatérales imposées par les États-Unis rendent encore pire la détresse économique du peuple syrien.

Nous vous conjurons, Monsieur le Président, d’aider les Syriens à alléger une crise humanitaire qui menace d’entraîner une nouvelle vague d’instabilité au Moyen-Orient et au-delà, en apportant votre soutien à la rapporteur spéciale des Nations unies et en vous assurant que les sanctions économiques appliquées en France et en Europe ne violent pas les droits humains du peuple syrien et n’aggravent pas la situation humanitaire déjà désastreuse en Syrie.

Nous pensons que les intérêts nationaux légitimes de la France et de l’Europe peuvent être défendus sans punir collectivement le peuple syrien au moyen de sanctions économiques.

Veuillez agréer, Monsieur le Président de la République, l’expression de notre très haute considération.

Professeur Michael Abs, secrétaire général, Conseil des Églises du Moyen Orient

 Sa Béatitude, Joseph Absi, primat de l’Église grecque-catholique melkite, Patriarche d’Antioche et de tout l’Orient, d’Alexandrie et de Jérusalem

Abdelmadjid Ait Saadi, président, Activités culturelles internationales,

Alger Baron (John) Alderdice, ancien président de l’Assemblée d’Irlande du Nord

Baron (David) Alton de Liverpool, KCSG, KCMCO

Dr Nabil Antaki, les Maristes Bleus, Alep

Sa Sainteté, Mor Ignatius Aphrem II, patriarche syriaque orthodoxe d’Antioche et de tout l’Orient

Mgr Joseph Arnaoutian, Évêque arménien catholique de Damas

Dr Andrew Ashdown, Humanitarian Aid Relief Trust, (HART), Londres

Mgr Antoine Audo, SJ, Évêque catholique chaldéen de Syrie

Karine Bailly, présidente, Solidarité Chrétiens d’Orient

Gérard Bapt, ancien député, Assemblée Nationale, République française

Professeur Adel Ben Yousseff, Université de Nice Sophia-Antipolis

Benjamin Blanchard, directeur général, SOS Chrétiens d’Orient, Paris

Ivana Borsotto, présidente, Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario

José Bustani, ancien ambassadeur et ancien directeur, Organization for the Prohibition of Chemical Weapons

Mgr (George) Lord Carey, ancien archevêque de Canterbury

Dr Anas Chebib, président, Collectif pour la Syrie & France-Near East Association

Dr Selma Cherif, vice-présidente de l’ATLMST-SIDA, Tunisie

Norbert Clasen, publiciste, Allemagne

Mgr Christopher Cocksworth, Évêque de Coventry

Pierre le Corf, travailleur humanitaire,

Alep Baron (Patrick) Cormack of Enville

Baroness (Caroline) Cox of Queensbury, fondatrice, Humanitarian Aid and Relief Trust (HART)

Pierre Cuipers, sénateur, République française

General Francis Richard Baron Dannatt, GCB, CBC, MC, DL

Dr Maher Daoud, président, Association médicale franco-syrienne

Didier Destremau, ancien ambassadeur de France, président de l’Association d’Amitié France-Syrie

Brig. Général (ret) Grégoire Diamantidis, armée de l’Air française

Jorge M. Dias Ferreira, principal représentant de New Humanity auprès des Nations unies

Dr John Eibner, président international, Christian Solidarity International (CSI)

François Ernenwein, président, Confrontations (Association d’intellectuels chrétiens),France

Dr Vilmos Fischl, secrétaire général, Conseil Œcuménique des Églises de Hongrie

Revd. Fr. Peter Fuchs, directeur, CSI-Allemagne

Revd. Hans-Martin Gloël, Église Évangélique d’Allemagne (EKD)

Dr Joy Gordon, Ignacio Ellacuria, S.J. professeur d’éthique sociale, Loyola University-Chicago

Angélique Gourlay, présidente, CSI-France

Mezri Haddad, ancien Ambassadeur, Tunisie

Dr Salem El-Hamid, président, Société germano-syrienne

Professeur Franz Hamburger, Johannes Gutenberg-University, Mainz

Mgr Gregor Maria Hanke, OSB, Évêque, diocèse d’Eichstätt

Revd. Ernst Herbert, Comité œcuménique pour la liberté de religion, Allemagne

Fr. Ziad Hillal,

SJ Hellmut Hoffmann, ancien ambassadeur, République Fédérale d’Allemagne

Jacques Hogard, officier de la Légion d’Honneur et président d’EPEE, Paris

Major Général John Taylor Holmes, DSO, OBE, MC.

Mgr Vitus Huonder, ancien évêque de Chur, Suisse

Dr Erica Hunter, Senior Lecturer, SOAS, Université de Londres

Lord (Raymond) Hylton of Hylton, ARICS, DL

Mgr Jean-Clement Jeanbart, archevêque de l’Église grecque catholique melkite d’Alep

Professor Emérite Edmond Jouve, Université de Paris (Frank)

Baron Judd, ancien ministre for Overseas Development

Christianne Kammerman, ancienne sénatrice, République française

Mohamed Karboul, ancien ambassadeur, Tunisie

Sabine Kebir, weltnetz.tv, Berlin

Ridha Kechrid, ancien ministre de la Santé et ancien ambassadeur, Tunisie

Makram Khoury-Machool, directeur, European Center for the Study of Extremism, Cambridge

Fr. Benedict Kiely, fondateur, Nasorean.org

Mgr Fülöp Kocsis, archevêque, diocèse grec-catholique de Hajdudorog

Paul Kurt, président, International Society of Oriental Christians (IGOC)

Professeur Joshua Landis, University of Oklahoma

Mgr Michael Langrish, ancien évêque d’Exeter

Hervé Legrand, OP, vice-président, Confrontations (Association d’intellectuels chrétiens français)

Professeur Karl Lehner, médecin, Rosenheim

Daniel Lillis, JP KHS MA FRSA, directeur, Lillis International Government Relations Consultancy, London

Ricardo Loy Madera, secrétaire général, Manos Unidas, Madrid

Ahmed Manai, président, Institut tunisien des Relations internationales

Mouna Mansour, présidente, Cœurs sans Frontières

Thierry Mariani, membre du Parlement européen

Philippe Marini, maire de Compiègne et ancien sénateur

Kenneth Charles McDonald, président, Marist International Solidarity Foundation (FMSI)

Charles de Meyer, président, SOS Chrétiens d’Orient

Clemens Count von Mirbach-Harff, secrétaire général, Malteser International

Rt. Revd. Michael Nazir-Ali, ancien évêque de Rochester, président, Oxford Centre for Training and Research Development (OXTRAD)

Revd. Ibrahim Nseir, Église presbytérienne, Alep

Peter Oborne, journaliste et diffuseur, Londres

Clara Pardo, présidente de Manos Unidas, Madrid

Françoise Parmentier, présidente, Actenscène, Paris

Revd. Albert Pataky, président, Église pentecôtiste de Hongrie

Mario Alexis Portella, J.D., J.C.D., chancelier, Archidiocèse de Florence

Revd. Fr. Timothy Radcliffe, OP, ancien maître de l’Ordre des prêcheurs

Michel Raimbaud, ancien ambassadeur, France

Général David John Baron Ramsbotham, GCB, CBE

Col. François Richard, président fondateur, CPP, Ar-Bed Conseil

Dr Antoine Salloum, président, Soins Pour Tous, Paris

Mgr Athanasius Schneider, évêque auxiliaire d’Astana

Revd. Professeur Michael Schneider, SJ, St. Georgen-College, Frankfurt am Main

Professeur Hans Otto Seitschek, Université Ludwig-Maximilians, Munich

Revd. Haroutune Selimian, président, Église évangélique arménienne de Syrie

Mgr András Veres, évêque de Győr, président de la Conférence des évêques de Hongrie

Professeur Michel Veuthey, professeur associé de droit international, Université de Webster, Genève

Dr Audrey Wells, Hon Research Associate, Royal Hollow College, University of London

Admiral Alan William Baron West of Spithead, GCB, DSC, PC

Mgr (Rowan) Lord Williams, ancien archevêque de Canterbury

Jean-Pierre Vial, ancien sénateur, France

Sa Béatitude, Ignatius Youssef III Younan, patriarche syriaque catholique d’Antioche et de tout l’Orient