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mercoledì 16 dicembre 2020

Natale in Siria. Card. Zenari: “La povertà in cui è nato Gesù è la stessa in cui versano oggi i bambini siriani”.

 

Le comunità cristiane della Siria si preparano a vivere il Natale.

Le testimonianze del nunzio apostolico, card. Mario Zenari, e dei parroci delle zone dove si combatte ancora, padre Antonio Ayvazian, parroco armeno di Qamishli, nel nord Est siriano (al confine turco) e di padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco latino del villaggio cristiano di Knaye (Idlib)

La povertà in cui è nato il Signore, a Betlemme, è la stessa in cui oggi versano tante famiglie, con i loro bambini, nella Siria in guerra da 10 anni”.

A 10 giorni dal Natale, è il card. Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, a descrivere le condizioni dei bambini siriani e delle loro famiglie. Un pensiero continuo, quello del nunzio, per i piccoli della Siria, accompagnato da un impegno strenuo sul terreno. “Il Papa – dice al Sir – mi ha donato questa fascia color porpora che è lunga e larga quanto è lunga e larga la Siria. Questa missione è un privilegio datomi da Dio: condividere le sorti della popolazione siriana martoriata”.

Damasco.

Sarà anche questo un Natale di povertà, al freddo, come nella grotta di Betlemme” afferma il cardinale che da tempo denuncia l’emergenza umanitaria in Siria che coinvolge circa 12 milioni di persone tra rifugiati fuori i confini siriani e sfollati interni. “Sono famiglie che vivono come possono, tante sotto le tende, lontano dalle loro case, alcune anche a cielo aperto. Mancano stufe e chi le ha non può accenderle per mancanza di gasolio. Spesso mi capita di vedere nelle strade file interminabili di gente in attesa di comprare del pane a prezzo agevolato dal Governo”. A Damasco e in altre zone della Siria non cadono più razzi e mortai ma è scoppiata, spiega, “la bomba della povertà”. Il nunzio cita dati Onu: “l’83% della popolazione vive sotto la soglia della povertà e questo uccide la speranza. C’è bisogno di pane, di latte, di gasolio, di medicine”. Il pensiero va ancora alla “sofferenza dei più piccoli che vedono tornare a casa i loro genitori solo con un po’ di pane spesso di scarsa qualità per la mancanza di farine adatte”. Anche la solidarietà paga il suo tributo alla guerra.

Rivela il nunzio: “Giorni fa un ecclesiastico è andato ad inaugurare un panificio a 30 km a nord di Damasco, donato da un Paese europeo. Il forno non funziona già più perché manca il gasolio”.

Alla povertà si è aggiunta la pandemia del Covid-19. “Non abbiamo dati ufficiali dei contagi, i tamponi sono molto pochi. Probabilmente fino ad ora il virus è stato contenuto anche grazie al fatto che la Siria è un Paese chiuso, dove non arriva nessuno”. Con il progetto “Ospedali Aperti”, portato avanti con la fondazione Avsi, in tre nosocomi cattolici, due a Damasco e uno ad Aleppo, “abbiamo cominciato a prestare cure domiciliari. Nell’ospedale italiano a Damasco le nove suore sono state contagiate e una è deceduta – afferma il card. Zenari -. Il sistema sanitario siriano è ridotto ai minimi termini a causa della guerra. Reperire dispositivi di protezione è difficile così come educare la popolazione a idonei comportamenti igienici. Molte famiglie vivono in case senza servizi. I rifugiati vivono in campi dove non c’è distanziamento.

La priorità in Siria oggi non è tanto la mascherina quanto il pane”.

Che questo Natale scaldi il cuore di tanti nel mondo, che nonostante la pandemia, possano davvero ricordarsi della Siria. Impariamo dalla nostra sofferenza per aiutare chi ne ha una più grande”.

Qamishli.

Le parole del nunzio sono raccolte da padre Antonio Ayvazian, parroco armeno di Qamishli, nel nord Est siriano e da padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco latino di Knaye, uno dei tre villaggi cristiani della Valle dell’Oronte (gli altri sono Yacoubieh e Gidaideh, tutti a circa 50 km da Idlib).

Si tratta di due aree ad alta tensione. “Qui nel nord Est ci sono 13 villaggi cristiani armeni sperduti nelle montagne. fa molto freddo ed è urgente trovare il carburante per le stufe” dice al Sir padre Ayvazian che punta l’indice contro “l’embargo e le sanzioni internazionali che stanno distruggendo la Siria e provocando l’esodo dei cristiani nel silenzio dell’Occidente. Solo la nunziatura apostolica ci è vicina”.

La speranza adesso è riposta nell’aiuto inviato da Papa Francesco a tutte le diocesi siriane, 60 mila euro ciascuna.

Le comunità cristiane si sono tirate su le maniche contro il Covid. “Insieme ai capi religiosi della nostra regione – dichiara il parroco armeno – ci siamo dotati di bombole di ossigeno e di presidi di protezione per 100 persone”. Ma la vera emergenza sono le famiglie: “sta arrivando il Natale e il senso di abbandono e di solitudine è ancora più grande. Le famiglie non hanno possibilità di fare l’albero e il presepe perché il loro primo pensiero e trovare il pane per i loro figli. Basterebbe un po’ di cibo per donare un po’ di festa a queste famiglie. Con uno stipendio mensile di pochi dollari non si riesce a comprare più nulla. La gente è disperata – denuncia padre Ayvazian – ci sono tantissime giovani donne che sono arrivate a vendere la propria verginità per avere di che vivere”. “A Natale non ci saranno il presepe e l’albero. Ci resta il dono più grande: la nostra fede cui ci aggrappiamo per continuare a sperare”.

Idlib. 

Da Knaye, nel nord-ovest della Siria, padre Hanna Jallouf racconta la vita dei pochi cristiani locali ora che si avvicina il Natale. I problemi di ieri – la guerra, la povertà, i ribelli jihadisti di Tahrir al-Sham, ex Fronte al-Nusra, legato ad al-Qaeda e alleato della Turchia – e quelli di oggi, come la pandemia, segnano giornate sempre più dure.

Da circa un mese – rivela il francescano – i miliziani che governano qui hanno imposto l’uso della lira turca. I prezzi sono quadruplicati e la gente è disperata. Non sappiamo come fare per aiutare le famiglie”. La tensione è altissima: “ci sono regolamenti di conti tra i leader delle fazioni islamiste. Coloro che sono contro Tahrir al-Sham vengono eliminati” dice il francescano. Nessuno entra e nessuno esce dall’area controllata dai ribelli.

Ci sono tanti sfollati e rifugiati. Qualcuno prova a rientrare ma i miliziani non lo permettono. Sono 11 mesi che le strade sono chiuse”.

Mancano 10 giorni al Natale e la comunità cristiana si prepara. Proibite dai jihadisti decorazioni esterne e luminarie, tolte le croci dalle chiese, e imposto il divieto di indossare il saio a padre Hanna e al suo confratello, padre Louai Bsharat, alle circa 300 famiglie cristiane della zona non resta che festeggiare dentro la chiesa e in casa.

Il 4 dicembre scorso – racconta padre Jallouf – abbiamo celebrato santa Barbara, che per noi è come il Carnevale, con le maschere. Abbiamo organizzato una mostra con prodotti dei nostri ragazzi creati con materiali di scarto come vecchie lampadine. Oggetti natalizi che i ragazzi hanno poi portato a casa in segno di festa. Abbiamo realizzato anche delle croci per abbellire alberi e presepi in casa. Quest’anno non abbiamo mandato i nostri ragazzi, una quarantina in tutto, nelle scuole dei jihadisti così abbiamo potuto anche cantare e fare teatro. Sono piuttosto felici. Grazie a loro possiamo dire di avere un futuro qui”.  Già sono pronte altre iniziative: “il 15 dicembre cominciamo la novena di Natale, il 23 distribuiremo piccoli doni ai bambini. Il 24 e il 25 dopo la messa ci scambieremo gli auguri con qualche confetto”.

Festeggiare il Natale è segno di speranza e di gioia per tutti. La Provvidenza non ci abbandona: quando non ho più nulla da dare dico al Signore, questo è il tuo gregge, chi deve pensarci? Ecco allora che arriva sempre un aiuto”.

https://www.agensir.it/mondo/2020/12/14/natale-in-siria-card-zenari-nunzio-la-poverta-in-cui-e-nato-gesu-e-la-stessa-in-cui-versano-oggi-i-bambini-siriani-testimonianze-da-idlib-e-qamishli/

lunedì 14 dicembre 2020

Lo splendore della carità: premio ai Maristi di Aleppo

      

Il 5 dicembre 2020 si è celebrata la giornata internazionale del volontariato. FOCSIV (la federazione delle associazioni cristiane italiane di solidarietà internazionale) ha assegnato al dottor Nabil Antaki il premio annuale volontario internazionale, in riconoscimento della missione dei Maristi Blu ad Aleppo.


Ricorre proprio in questi giorni l'anniversario della liberazione di Aleppo , avvenuta nel dicembre 2016 . “La città di Aleppo finalmente sta per essere completamente liberata e unificata dopo quattro lunghi anni di divisione e di morte seminata da diversi gruppi armati siriani e non”, fu la testimonianza a ZENIT di mons. Georges Abou Khazen, vicario apostolico di Aleppo per i cattolici di rito latino.

 Nel libro da poco edito da Hamattan  Lettere da AleppoTestimonianze dalla Siria in guerra, di Nabil Antaki e Georges Sabé troverete le cronache sugli anni tremendi di una città divisa e sotto assedio e della sua sventurata popolazione. 

Sono gli scritti in cui i Maristi Blu aggiornano amici, estimatori e donatori stranieri sull’evolversi della situazione ad Aleppo e sulle numerose attività di sostegno svolte dalla loro associazione in favore degli sfollati e dei più indigenti. 

Se avete intenzione di regalare un libro per le prossime feste,
scegliete 
Lettere da Aleppo.

Si può ottenere il libro dall'Harmattan
Editrice L’HARMATTAN ITALIA srl
via Degli Artisti 15 - 10124 Torino
tel. e fax: 011.817.13.88 - cell. 348.3989.198 . harmattan.italia@gmail.com
oppure contattando le vostre librerie e i siti di fiducia

domenica 6 dicembre 2020

Siria, il decimo Natale senza pace

Nella dimenticata Siria da dieci anni di terrorismo, di guerra e ora di fame a causa delle sanzioni imposte dagli Usa. 

L’articolo si riferisce alla zona dove prima della guerra vivevano 1200 famiglie cristiane, mentre ora ne sono rimaste solo 300: la cancellazione della presenza cristiana in Siria è uno degli obiettivi degli amici degli Usa nel Vicino Oriente. 

Maurizio Blondet , 5 dicembre 2020

Idlib, noi prigionieri nella roccaforte dell’Isis 

Si parla poco oggi della Siria, siamo lontano dai riflettori. Direi che siamo messi ai margini. Per chi come noi vive nella provincia di ldlib, la situazione è ormai la stessa da tempo: tutte le strade sono completamente chiuse, non si passa né verso la parte controllata dalle forze siriane né verso la Turchia. Siamo come naufraghi su un’isola. 
Da una parte è un male, dall’altra è un bene. È un male, perché non abbiamo letteralmente più nulla. La vita è carissima e la gente è alla fame: per vivere una famiglia avrebbe bisogno almeno di 600 dollari al mese, ma un capofamiglia arriva a guadagnarne appena 30. Così è aumentata la criminalità: moltissimi rubano per necessità e per fame. L’unica possibilità di sussistenza è legata al lavoro agricolo, ma le campagne sono insicure perché vengono bombardate o si rischiano incursioni da parte delle milizie islamiche che controllano la regione. Tutto si compra e si vende al mercato nero.
La tregua decisa da turchi e russi lo scorso 5 marzo, per favorire il ritorno degli sfollati, tiene, anche se ogni giorno ci sono violazioni, sia da parte dei combattenti jihadisti che non vogliono la pace e che boicottano la riapertura della vicina autostrada M4, sia da parte delle forze governative e russe.

Oggi nella provincia di Idlib resta a malapena un milione persone, molto meno della metà dei suoi abitanti, perché 2 milioni sono fuggiti in Turchia. Chi è rimasto vive giorno per giorno, senza pensare al futuro, perché il futuro è un’ipotesi.
Resta forte la presenza dei ribelli jihadisti anti-Assad, che, cacciati dalle altre zone del Paese riconquistate dall’esercito regolare, si sono rifugiati qui. Chi di loro lascia il territorio lo fa per andare a combattere da mercenario, ad esempio in Libia o nello Yemen, o per ingrossare le fila dei combattenti islamici nelle regioni russe del Caucaso. Altri ancora entrano in una sorta di milizia che lo Stato islamico sta formando con le risorse fornite da Qatar e Turchia. Il territorio continua a essere pattugliato dai combattenti che arrivano quando meno te lo aspetti. Non hanno basi riconoscibili, per paura di essere bombardati dall’aviazione russa. Hanno scavato rifugi sotterranei o si servono di grotte per celare la loro presenza e i loro arsenali.
Nessuno in realtà sa dove siano! 

L’aspetto sanitario, paradossalmente, è quello meno preoccupante rispetto al resto della Siria. La chiusura totale della provincia di ldlib, il blocco delle strade, ha impedito finora il propagarsi del Covid-19, se non in qualche sporadico caso subito isolato.Non abbiamo smesso di celebrare, le chiese sono aperte… Non abbiamo chiusa neanche una porta.

l cristiani della valle dell’Oronte, nelle nostre residue comunità cristiane, vivono quasi solamente degli aiuti esterni. Cerchiamo di provvedere ai più poveri soprattutto con aiuti alimentari che acquistiamo attraverso le donazioni che arrivano dalla Custodia e dai benefattori. La vera sfida oggi è tenere unite le famiglie, custodire chi è rimasto e garantire la trasmissione della fede in un contesto fortemente islamizzato.

Nei villaggi della valle dell’Oronte sono rimaste circa 300 famiglie cristiane, con una trentina di ragazzi in età scolare. La dimensione della tragedia sta tutta in questi numeri: prima della guerra la comunità cristiana delle nostre tre parrocchie contava oltre 1.200 nuclei familiari.

fra Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa in Siria

martedì 1 dicembre 2020

Merry Christmas, Syria!

Celebrazione dell'illuminazione dell'albero di Natale in Siria per iniziare l'Avvento: AlHawash, nella Valle dei Cristiani


di Janice Kortkamp

I tempi sono più che duri lì, per molti versi più difficili che mai. I prezzi per il cibo e altri beni essenziali come il carburante per il riscaldamento, per la bombola di cucina e per le auto sono incredibilmente alti per la maggior parte delle persone. L'elettricità è scarsa e sporadica. L'inverno può essere molto freddo.

La guerra e le sanzioni hanno contribuito a un atteggiamento "prendi quello che puoi, non restituire nulla" tra funzionari corrotti, criminali, mafie del mercato nero e contrabbandieri, che ti fanno sopravvivere alla miseria giorno per giorno.

Donald Trump non ha ritirato le truppe - c'è stato una info circa 50 partenze, ma secondo diverse fonti in realtà sono arrivati più veicoli e più personale in questo fine settimana. Le truppe statunitensi sono impegnate a rubare il petrolio siriano, i cui proventi vanno a sponsorizzare, armare e addestrare altri mercenari per continuare la guerra nel nord-est e nel sud.

Biden promette di aumentare le pressioni statunitensi contro la Siria, mascherando il tentativo di cambio di regime per procura terrorista degli Stati Uniti con la propagandata illusione dell'era Obama di "aiutare i siriani". A sua volta, la Turchia continua a sponsorizzare e armare gruppi terroristici a Idlib mantenendo il suo esercito sulle terre siriane con la sua occupazione illegale.

Israele continua a fare attacchi illegali contro la Siria - molte centinaia ormai nel corso degli anni - affermando di colpire "l'Iran", sebbene di solito uccida soldati siriani e non di rado dei civili. L'Iran ha aiutato la Siria a combattere l'ISIS e al Qaeda mentre Israele aiuta i mostri e quello di Israele è l'unico governo con cui l'ISIS si è mai scusato. Nell'inveire e delirare contro le truppe iraniane – che stanno in Siria legalmente al 100% - mentre Israele si acquatta sul Golan siriano contro le molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite e il diritto internazionale, il regime israeliano non manca mai di rivelare la sua ipocrisia psicotica.

Le sanzioni e le pressioni politiche hanno reso molto più difficile anche affrontare la situazione COVID19. Per molte persone lì, dopo essere sopravvissute alle bombe, essere sempre nei mirini dei terroristi, aver avuto campi e fattorie in fiamme e aver subìto le sanzioni progettate per farle morire di fame uccidendo la loro economia, la ricostruzione e la ripresa, il Virus è semplicemente un altro modo per morire.

Eppure le persone continuano - devono farlo. E il Natale, che è una delle feste più popolari in Siria, continua.

Per quelli di noi in tutto il mondo che hanno assistito alla loro sofferenza e sostenuto la loro causa, è questo spirito di VITA che abbiamo visto lì - dalle persone normali di tutte le religioni e gruppi - che ci ispira a non arrenderci mai e poi mai.

Possa il "pace in terra, agli uomini di buona volontà" non essere solo uno slogan di auguri, ma un grido di battaglia per tutte le persone di onestà, integrità e compassione - un grido unificato per porre fine a queste terribili guerre e alle bugie usate per promuoverle.

Merry Christmas Syria

Buon Natale, amata Siria!