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Aleppo,
21 settembre 2020. (Foto di Pierre le Corf) |
di Maria Antonietta
Carta
Damasco,
26 settembre 2020. Pierre le Corf, un umanitario francese che da
molti anni condivide la vita e i patimenti della popolazione siriana,
scrive: ‘’La vita qui si svolge tra guerra e sanzioni economiche,
crimine contro l’umanità. Se riuscite a sopportare ciò senza che
il vostro cuore tremi, proseguite per la vostra strada; altrimenti,
considerate chi paga il prezzo di questa partita mortale su grande
scala contro un Paese e la sua gente e tenete il cuore aperto’’.
Latakia,
18 settembre 2020. Rami Makhoul scrive:
‘’Che sapore ha la vita se non resta più spazio per
la speranza? Tutto il popolo siriano è sotto la soglia di povertà e
la nostra esistenza è diventata un inferno insopportabile? Questo
non è veritiero del tutto. Non rispecchia puntualmente la realtà
dei fatti.
In
Siria oggi, esiste uno strato della popolazione che è riuscita, in
breve tempo, a creare enormi ricchezze con la forza, con l'influenza
e con il potere del denaro: corrotti, opportunisti, ladri e
trafficanti della crisi. Essi sono riusciti a raddoppiare il loro
denaro. Il meno che si possa dire è che sono percorsi illegali. Ma
la domanda più importante che si pone è: Quale soluzione per
affrontare questa condizione anomala e difficile che stiamo vivendo?
Emigrare può essere la soluzione?
Un
buon numero di Siriani ha bussato alle porte dell'emigrazione. Hanno
chiesto asilo in Paesi lontani. Estranei. Alcuni di loro sono
riusciti a ottenerlo, ma la stragrande maggioranza non ha acquistato
un'identità alternativa a quella originaria.
Sono
ancora disponibili opportunità di lavoro all'estero, soprattutto in
Libano, Iraq o Paesi del Golfo? Purtroppo,
le opportunità sono diventate quasi inesistenti a causa delle
battute d'arresto subite dalle economie di questi Paesi come effetto
collaterale della pandemia, che ha provocato un crollo clamoroso dei
sistemi economici tradizionali.
Ci
sono altre soluzioni a cui ricorrere oltre a emigrare e lavorare
all'estero? Purtroppo,
non ci resta che cercare di rimanere in vita e affrontare le grinfie
della fame... oppure rassegnarci e morire sconfitti. La sofferenza è
indescrivibile. Enorme quasi per tutti. Molti di noi si rimproverano
per non aver ceduto alla scelta di partire nel momento in cui le
condizioni per l’emigrazione erano favorevoli, ma nessuno merita di
essere biasimato per aver scelto di vivere nel proprio Paese come
alternativa naturale all’emigrazione. Il senso di appartenenza alla
patria è non soltanto istintivo, ma anche ragionevole per ogni
essere umano ovunque si trovi.
Smettete
di incolpare voi stessi per avere voluto aggrapparvi alla
vostra identità ed essere rimasti fedeli alla memoria e ai vostri
cari. E per avere rinunciato all’esodo nonostante l'amplitudine
delle sofferenze e le difficoltà immani.
Si
sa che niente dura per sempre, che tutto muta e che nella nostra
terra natale c’è davvero qualcosa per cui resistere e vivere.
Stiamo tutti in attesa della liberazione affinché la nostra
esistenza migliori, ma anche per ritrovare il diritto di fare i conti
con i corrotti e i negligenti. Insomma, perché la ruota della vita
torni a girare normalmente. Questa nostra vita che perde gusto e
colore, se non concediamo spazio alla speranza del rinnovamento e del
ritorno ai bei vecchi tempi. A come eravamo.’’
Rami,
che è stato per molto tempo il dentista della nostra famiglia ed era
un ragazzino quando arrivai in Siria nel 1978, alla vigilia del primo
embargo contro il Paese, ha vissuto 40 anni di sanzioni. Quasi la sua
vita intera. La madre, Nawal, era una donna gentile e sensibile, ma
aveva anche una grande forza d’animo. Però nel 2011, quando per le
strade di Latakia si cominciarono a udire voci che gridavano: i
cristiani a Beirut e gli Alawiti nelle tombe, lei ormai vecchia e
fragile si spaventò molto perché è cristiana. Eppure, ha
resistito. Madre e figlio hanno resistito con quella tempra morale
che ammiro e mi commuove nei Siriani che da quasi dieci anni stanno
subendo una persecuzione efferata soltanto perché resistono.
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Latakia, 24 settembre 2020. Taxi in attesa da un benzinaio. (Foto di اللاذقية الآن) |
Latakia,
23 settembre 2020. Lilly Martin Sahiounie, Statunitense sposata
con un Siriano, che ha sofferto questi lunghi anni di guerra a
Latakia, scrive: ‘’In Siria stiamo vivendo una grave carenza di
benzina perché le forze armate statunitensi hanno confiscato tutto
il petrolio dei due più grandi pozzi petroliferi. Attendiamo
dall’estero l’arrivo di due petroliere, ma c'è la possibilità
che siano bloccate prima di giungere in porto. Nel frattempo, anziani e
malati che hanno bisogno di un mezzo di trasporto per andare dal
medico o per altri motivi urgenti, sono quelli che soffrono
maggiormente. Un'altra sanzione degli Stati Uniti che rende la vita
in Siria un amaro cammino che a molti sembra senza speranza. La cosa
triste è che la Siria è così bella e piena di persone adorabili:
cordiali e generose. Perché il governo americano dovrebbe pensare
che far soffrire i Siriani sia una buona cosa? Riponiamo la fede in
Dio e speriamo in giorni migliori senza truppe americane di
occupazione che rubano il petrolio.’’
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Latakia,
24 settembre 2020, Code di auto, in
attesa di poter raggiungere un distributore, ai
lati della lunga via 8 Marzo e che proseguono nelle
vie circostanti. (Foto Milagros de la Fuente) |
Latakia,
25 settembre 2020. Milagros de la Fuente, spagnola da oltre
quaranta anni in Siria e anche lei vittima di questa guerra maligna.
Ieri, mi ha inviato foto e cronaca delle code, lunghe perlomeno
cinque chilometri, che da giorni ingorgano le vie della città in
attesa di qualche litro di carburante. Il che significa migliaia di
tassisti e camionisti fermi, lunghi spostamenti a piedi per recarsi a
scuola e al lavoro, vecchi e ammalati che non possono andare dal
medico…
Poi al telefono mi ha detto: "Non puoi immaginare quanto
costi un chilogrammo di carne di agnello: venti mila lire‘’ (più
di un terzo di uno stipendio medio mensile). E siccome, nonostante
una quotidianità a ostacoli per l’endemica mancanza di
elettricità, di acqua, gas, 44 gradi all’ombra senza poter usare
uno straccio di ventilatore e tante altre difficoltà riesce ancora a
conservare la sua bella ironia, ha aggiunto: ‘’ Se non ci uccideranno le bombe moriremo tutti
vegetariani! Anzi no, moriremo tutti per digiuno. Ricordi quanto
costavano a ottobre prima della guerra i pomodori per la salsa?’’ 20, 30 lire, le ho
detto. ‘’ Ecco, oggi costano 600 lire al chilo. Non smetteranno
di farci la guerra prima di sterminarci tutti‘’. Ridiamo, come
siamo sempre solite fare quando non ci va di farci schiacciare dalla
vita, ma la sua voce è stanca e io provo una tristezza infinita.
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Latakia,
22 ottobre 2019. Rimasto senza lavoro, per sopravvivere va
alla ricerca e vende interruttori e fili elettrici vecchi. Una delle innumerevoli
vittime della ‘’guerra umanitaria’’ che commina sanzioni mentre
saccheggia le ricchezze della Siria. (Foto, M.A.Carta) |
Quaranta
anni di sanzioni per assoggettare la Siria
Torno
ancora sul tema delle sanzioni, perché mi è impossibile non
continuare a denunciare questa subdola arma di distruzione di massa
che trova il suo compimento più atroce nelle rinnovate sanzioni
europee contro una popolazione ormai allo stremo e sul cinicamente
denominato ‘’Caesar Syria Civilian Protection Act’’: un vero
e proprio strumento genocidiale che, se non sarà sospeso, sottoporrà
al supplizio un intero popolo civile e valoroso.
Durante
il mio viaggio a Latakia dell’autunno scorso, ho potuto constatare
ancora una volta quanto i Siriani siano provati e straziati da questa
persecuzione spietata e senza tregua che dura da oltre quarant’anni.
Sì, perché la persecuzione economica contro la Siria non è
iniziata con la guerra che attualmente la sta devastando.
Quando
vi giunsi per la prima volta nel 1978, in un bel giorno di fine
estate, la Siria era un cantiere in piena attività: si costruivano
edifici residenziali (in parte destinati a militari reduci della
guerra del 1973 o alle famiglie di chi in guerra era morto), scuole anche nei villaggi più sperduti, ospedali e Università. Poi, di
repente, nel 1979 arrivò l’embargo, decretato dagli Stati Uniti e
messo in pratica da tutti i suoi ‘’alleati’’ per punire la
Siria che stava dalla parte dell’Iran, Paese aggredito, nella
guerra con l’Iraq, Paese aggressore. Fu così che cominciai a
imparare quali terribili conseguenze genera l’impiego delle
sanzioni: un ricatto ignobile con gli stessi effetti deleteri
dell’assedio medievale. L’embargo significò allora traffici
commerciali bloccati anche per le enormi quantità di derrate di ogni
genere che attraverso le vie terrestri e marittime giungevano a
Latakia o ad Aleppo, destinate non soltanto al mercato locale ma a
vari Paesi mediorientali. La prima conseguenza fu l’improvvisa
perdita del lavoro per centinaia di migliaia di persone: impiegati,
marittimi, portuali, camionisti, commercianti, artigiani, che prima
conducevano un’esistenza dignitosa. Quindi fame, mancanza di tutti
i prodotti essenziali di importazione dall’aspirina ai farmaci
salvavita (non esistevano ancora fabbriche farmaceutiche locali), ai
macchinari di ogni genere, al ferro per l’edilizia etc. etc. E ci
fu una crescita aberrante della corruzione e del malaffare.
Aumentarono povertà e privazioni contemporaneamente alla ricchezza
scandalosa di affaristi senza scrupoli, autoctoni e internazionali in
perfetta combutta, che si trasformarono purtroppo in imprescindibili
procacciatori di tutti i beni indispensabili. Proprio come accade
oggi. Perché quando a un intero Paese con scarsa autosufficienza di
alcune materie prime e di industrie si impedisce l’attività
commerciale lecita esso diventa ostaggio e vittima dell’illegalità.
E' difficile immaginare il numero di mutilati o morti per la mancanza di antibiotici, ma persino di
sostitutivi del latte materno o di glucosio! o a causa di tante altre
privazioni. Io, che ho vissuto in
Siria per oltre trent’anni, so. I miei ricordi, indelebili e
tremendi, sugli effetti nefasti delle sanzioni sono così tanti che
servirebbero ore e ore per rievocarli tutti. Ho visto troppi
sventurati patirne le conseguenze, perciò al solo sentirle
menzionare provo sempre un dolore profondo. E rabbia, perché le
sanzioni sono uno strumento irragionevole, spregevole, disumano.
Anche
quelle dal 2006 fino al 2012 causarono danni molto gravi. La
Siria attraversava una difficile crisi a causa di una lunga siccità
e per un conseguente aumento del proletariato urbano. Inoltre, doveva
affrontare un aggiuntivo costo economico e sociale dovuto alle
centinaia di migliaia di rifugiati iracheni, dopo la seconda guerra
del Golfo, e di quelli libanesi in seguito alla seconda guerra
israelo-libanese del 2006; perché è da sempre accogliente: con gli
Armeni perseguitati dai Turchi, con i Palestinesi, con i vicini
Libanesi, persino con gli Italiani durante la Seconda guerra mondiale
e con tanti altri.
Il
motivo pretestuoso fu: dare una risposta alla "minaccia inusuale
e straordinaria del governo siriano agli interessi economici, di
sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti’’
(sic!). Sinceramente: vi sembra davvero credibile che un Paese più
piccolo dell’Italia e con poco più di venti milioni di abitanti
potesse costituire una così terribile minaccia per la prima potenza
mondiale? Di certo, posso dire che dopo aver demolito l’Iraq si
apprestavano a ripetere gli stessi crimini scellerati. Insomma,
sanzioni propedeutiche all’inizio del caos in Siria. Ancora di più,
molto di più, sono ferali oggi che questo infelice popolo è stanco,
anzi stremato e dilaniato da un conflitto brutale che dura da oltre
nove anni. Il costo della vita diventa proibitivo anche per chi prima
era benestante, perché l’economia di un intero Paese è
condannata. Una condanna iniqua contro vecchi, bambini, malati,
mutilati, uomini e donne incolpevoli, con la giustificazione
paradossale di ‘’misure umanitarie’’.
Maria Antonietta Carta