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Cari amici, Natale è passato in un attimo.. con un dono grande, la presenza di Don Ambrogio Pisoni con noi, per celebrare la nascita del Signore. Don Ambrogio è rimasto ad Azer dal 23 di dicembre al 28, e ci ha portato un bel carico di libri, regalo sempre molto desiderato. E (non ultimi nell’apprezzamento) sono arrivati con lui anche i viveri di conforto: panettone, dolcetti, polenta, grana e tanto altro; persino un cotechino che ha sfidato le frontiere siriane! Grazie a Silvio per questo apprezzato kit di sopravvivenza! Abbiamo avuto a Natale, come è ormai uso da qualche anno, anche la visita di “BaBa Noël”, come dicono qui, anzi...di tanti Babbi Natale. Le ragazze e i ragazzi più grandi degli scout addobbano il trattore (il nostro, che prestiamo per l’occasione) e, vestiti da babbo natale, vanno in giro alla vigilia distribuendo i regali che i genitori hanno comprato. E…per i bambini che avevano poco o niente, sono stati utilissimi i giochi che ci aveva portato Raffaella...Noi abbiamo ricevuto una bella candela a forma di Madonnina col bambino, che ovviamente non osiamo bruciare! Veloci veloci, siamo già nell’anno nuovo. Noi stiamo bene; grazie perchè chiedete sempre di noi e vi preoccupate della situazione. In effetti, non si capisce molto dove si sta andando. E dopo gli avvenimenti recenti (gli Stati Uniti che decidono, dopo averli usati per dieci anni, di non avere più bisogno dei Curdi, e che è venuto il momento di fare un favore alla Turchia ribaltando tutto così, in pochi giorni), ancora meno si riescono a fare previsioni per ciò che riguarda le altre minoranze, come per la nostra zona prevalentemente alauita. L’impressione è che ora si possa accendere lo scontro contro gli Sciti di Iraq e Libano, combattendo indirettamente anche contro l’Iran. Ovviamente se si aggiunge il panorama delle nuove spartizioni del mondo, le cose si complicano e avremmo bisogno di sapere questa terra siriana, in che trattativa è stata inclusa. Il primo impegno, quello possibile nel nostro piccolo, è sostenere la speranza. Cosa non facile, perché ci si appiccica addosso lo sconforto che sentiamo attorno a noi, e perchè in effetti non si hanno molte risposte da dare o soluzioni. Anche noi sentiamo di dover vivere un vero combattimento spirituale, per sperare contro ogni speranza ragionevole. La gente parla solo di andarsene, ancora, e sempre di più. Oltre all’insicurezza generale, uno dei motivi è la mancanza di un buon livello di istruzione nelle scuole, almeno nella nostra zona. Stiamo pensando a come promuovere qualcosa nel campo della formazione, dello studio. Qualche idea c’è, anche se ovviamente con l’aiuto di qualche amico o associazione, perchè non è la nostra chiamata specifica... Però è un fatto che la nostra presenza sia un sostegno, e così possiamo almeno fare da catalizzatore a qualche iniziativa utile per la nostra gente. Vediamo se riusciamo a pensare a qualcosa di fattibile. Voi intanto pregate, perchè la gente non si scoraggi troppo e perché ci possa essere qualche miglioramento concreto nella situazione. Siamo un sostegno? Moralmente, forse sì. Un giorno eravamo a fare la spesa nel villaggio vicino, ci si avvicina un uomo che non conosciamo, sui trent’anni (eravamo nel pulmino, pronte a ripartire) e dal finestrino aperto ci regala due cioccolatini. Lo guardo con aria interrogativa, e ci dice: «Ieri ho sognato che arrivavano le bande al villaggio, e ci attaccavano. Allora siamo venuti a rifugiarci da voi. Volevo ringraziarvi!» Gli abbiamo risposto che speriamo non accada mai, ma che certamente se dovesse succedere qualcosa che vengano al monastero! Poi non so cosa potremmo fare, in realtà, ma non è questo che importa.. Anche i lavori al cantiere hanno subito, per un po’ di tempo, questo clima di sospensione. Con i nostri operai sul posto in realtà abbiamo fatto molte cose, sempre per i drenaggi, il taglio della pietra, ecc. Ma sembrava impossibile far venire dei progettisti per l’impianto elettrico, idraulico, per valutare le possibilità tra riscaldamento classico e nuove tecnologie. Insomma, una gran voglia di iniziare gli impianti e una gran fatica a smuovere le cose. Ma proprio in questi giorni abbiamo trovato una compagnia di Damasco che sembra attiva e competente, e soprattutto che non è paralizzata dalla situazione...Stanno studiando il progetto e fra poco verranno per presentarci le loro soluzioni. Chi non è si è mai fermato è l’orto, la campagna...In questi giorni abbiamo raccolto tanti fagioli borlotti da seccare, abbiamo spremute di agrumi buonissimi, patate dolci che non finiscono più, e ..fragole. Buonissime, anche a Natale, anche adesso.... Per il futuro immediato - alla fine di gennaio - ci attende un incontro di tre giorni con tutti i sacerdoti e religiosi di Siria, con il Nunzio che termina, dopo tanti anni, il suo servizio in Siria, ed altri vescovi presenti. Parteciperemo in due, e vi racconteremo. Ma soprattutto attendiamo per Pasqua due visite attesissime: il nostro Padre Generale, Dom Bernardus, che dovrebbe riuscire a venire proprio per il Triduo. E un cappellano! Sì, attendiamo per la Settimana Santa anche lui, Don Dario, un sacerdote polacco che è stato tanti anni in Italia come Fidei Donum e che si è offerto di venire a farci da cappellano. Un bel regalo, soprattutto in questo tempo. Vi lasciamo con qualche pensiero che Marita, qualche tempo fa, ha scritto a Mariangela, e che Mariangela ci ha condiviso: ci sembra un “pan di via” prezioso per i tempi che stiamo vivendo. “Ricordati che al centro dei tumulti, di ogni storia, grande o piccola che sia, c’è Lui. Lui che si erge al centro, laddove maggiore è la confusione, il pericolo, l’orrore, la paura, la morte. Lui al centro; sia per gli elementi scatenati che per gli uomini, rimpiccioliti dall’impotenza. Lui al centro, sia per chi cerca ancora di governare la barca, sia per chi si aggrappa al sartiame inutile, sia per chi si afferra ostinatamente al bordo della piccola imbarcazione. O per chi, rassegnato, sta lasciandosi andare, scivolare, sull’impiantito. Lui al centro per chi si abbraccia, per la vita e per la morte, a qualcosa che non è Lui, e che pure non sa resistere al fatto di sbilanciarsi, pur di guardare Lui. Ma Lui è al centro soprattutto per chi è capace di stringersi, per la vita e per la morte, a Lui. Solo a Lui. Perchè allora sentirà non solo l’innalzarsi e l’inabissarsi della sua barchetta sulle onde in tempesta, ma anche il permanere, lo scorrere della vita di Dio in Lui. Ricordati, Lui che può tutto è con te, nella tua barca, per dare un senso al tuo vivere, al tuo lottare. Sempre. Senza stancarsi mai, nè delle onde, nè di te. Perchè è qui per te.” sr. Marita Le sorelle di Fons Pacis
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sabato 24 gennaio 2026
Al centro... c'é Lui: notizie dalle Sorelle trappiste della Siria
venerdì 23 gennaio 2026
Un libro su Gaza: l’orrore negli occhi
«L’ho visto con i miei occhi». «Era una scena da fine del mondo». Ecco le frasi più ricorrenti e che forse meglio caratterizzano questo libro e ne condensano l’essenza. Il titolo, sia detto subito, è preso da uno degli avvisi che l’esercito israeliano diffondeva tra la popolazione della Striscia di Gaza, tramite volantini o messaggi telefonici che preannunciavano imminenti bombardamenti, nell’ottobre 2023: «Abitanti di Gaza, la vostra presenza è un pericolo per le vostre vite».
Il testo è frutto di un lungo e paziente lavoro di ascolto in prima persona, iniziato dall’autrice nel 2024. Samar Yazbek – intellettuale dissidente e giornalista siriana fuggita dal suo Paese nel 2011 – incontra centinaia di gazesi sopravvissuti alla guerra, domanda cosa sia successo a loro e ai famigliari dopo il 7 ottobre 2023 e ne registra le testimonianze. Lo fa a Doha, in Qatar, presso un centro nel quale ricevono cure mediche e assistenza. In queste pagine terribili e dolorose, edite in italiano da Sellerio, seleziona e restituisce ventisette vicende di vita, o meglio di vita intrecciata alla morte. «Ogni volta che mi veniva amputato un pezzo della gamba, l’infezione si diffondeva di più (…). Mi sono visto morire da vivo, ho capito come si decompone il corpo umano quando moriamo», sono le parole di Ahmad Abu Radwan, trent’anni, da Jabalia.
I protagonisti sono uomini, donne e ragazzini. Hanno dai tredici ai sessantacinque anni e, in media, un buon livello di istruzione. Sono tutti civili.
«L’ho visto con i miei occhi». Bambini e adulti scaraventati via, a metri di distanza, da un’esplosione. Due settimane di assedio all’ospedale al-Shifa di Gaza City da parte dei carri armati e dall’artiglieria israeliana, quindi l’irruzione nei reparti. La fame e la sete dei pazienti bloccati all’interno, la penuria di medicine. Poi l’assedio e il bombardamento dell’ospedale Indonesiano di Beit Lahiya, nel nord della Striscia. Intere famiglie spazzate via dalle bombe. Le pile di cadaveri e di resti umani abbandonati lungo le strade.
«L’ho visto con i miei occhi». Una bambina in piedi che tiene in braccio la sorellina più piccola «guardando il suo cranio spaccato».
Un bambino di dieci anni che all’ospedale Nasser, a Khan Yunis, insiste per aiutare il personale a raccogliere brandelli di corpi. «Si è imposto dicendo che non se ne sarebbe andato finché non avessero accettato. Nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere un bambino raccogliere i resti di altri bambini. Ho visto tantissime cose, e quelle scene continuano a perseguitarmi ancora oggi», ricorda Ibrahim Qudaih, ventun anni, studente di Infermieristica.
Un nuovo lessico di guerra accompagna l’intera lettura. Si parla di «cinture di fuoco» e di sofisticati droni «quadricotteri», in grado, tra le altre cose, di entrare nelle case, impartire ordini, acquisire l’impronta dell’iride…
Il linguaggio a volte non basta («Neppure tutte le parole del mondo potranno mai esprimere le sciagure che abbiamo vissuto; la paura ci avvolgeva come una spessa coperta nera», è lo sfogo di Jihan al-Bakri, trent’anni). Viene così talvolta sostituito da una, altrettanto significativa, richiesta di silenzio.
Eppure, nell’orrore che pervade ogni singola testimonianza, si fanno spazio spiragli di luce e umanità. Il clima di solidarietà e sostegno reciproco che ritorna più volte tra le famiglie e le persone colpite. Il valore terapeutico del racconto e della scrittura. L’importanza di nominare, uno per uno, quanti non ci sono più, per dare loro dignità. L’amore per la propria terra e il desiderio di farvi ritorno, nonostante tutto. Il ruolo positivo giocato dalle donne («Non è vero che le donne sono state solo vittime; hanno lavorato fianco a fianco con gli uomini nel prestare soccorso ai feriti, nella cura e nell’assistenza infermieristica», puntualizza l’autrice nell’Introduzione).
In definitiva, questo libro è un documento crudo, a tratti tremendo, eppure necessario. Una testimonianza dall’interno del male dilagato a Gaza, da leggere e da conoscere.
Samar Yazbek
La vostra presenza è un pericolo per le vostre vite
Voci da Gaza
Sellerio, 2025 - pp. 272 – 16,00 euro
Testimonianze simili sono raccontate dal sito PICCOLENOTE in due impressionanti articoli a cui rimandiamo i lettori , perchè , nel clamore di quanto avviene altrove nel mondo, la tragedia di Gaza non sia silenziata :
Gaza. L'inferno visto da vicino
martedì 20 gennaio 2026
L'esercito siriano avanza nel nord-est per mettere fine all'amministrazione curda
Le forze governative siriane hanno intensificato l’offensiva nelle aree amministrate dalle milizie a guida curda. L’avanzata è stata accompagnata dal sostegno di tribù arabe locali, dai droni turchi, e dal silenzio assenso di Washington, mentre i colloqui tra Damasco e i curdi sono falliti. Si teme una nuova destabilizzazione legata alla fuga di combattenti dello Stato islamico dalle carceri finora gestite dall’amministrazione autonoma.
Dopo aver preso il controllo di tre quartieri a maggioranza curda nella città di Aleppo nel fine settimana, le forze governative siriane hanno proseguito l'avanzata verso il nord-est della Siria, nell’area conosciuta come Rojava, dal 2015 amministrata dalle Forze democratiche siriane (SDF) a guida curda.
Ieri pomeriggio, dopo cinque ore di colloqui, è fallito un tentativo di risoluzione diplomatica tra Ahmed al-Sharaa, l'attuale presidente siriano (non eletto), e Mazloum Abdi, il comandante delle SDF. L’avanzata dell’esercito siriano è stata resa possibile da diversi elementi, tra cui l'mpiego di droni turchi e il contributo delle tribù arabe locali, gruppi clanici in maggioranza musulmani sunniti che vivevano sotto il controllo del SDF nel governatorato di Deir Ezzor e nella città di Raqqa. Scontenti dopo anni di amministrazione curda, hanno interpretato nell’avanzata delle forze governative come una “liberazione”.
I video circolati online in queste ore mostrano giovani arabi festeggiare tirando giù dai muri i manifesti di Abdullah Öcalan, fondatore del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), e le statue dedicate alla memoria dei combattenti delle Unità di protezione popolare (YPG) caduti in battaglia contro i miliziani dello Stato islalamico. Per la Turchia (insieme al Qatar principale sponsor dell’attuale governo), le YPG e le gemelle unità femminili delle YPJ confluite nelle SDF sono gruppi terroristici da eliminare. Nei giorni scorsi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha elogiato l’offensiva dell’esercito siriano.
Ma gli attuali stravolgimenti sono stati resi possibili anche dal cambio di bandiera degli Stati Uniti, che dopo aver per anni sostenuto militarmente le SDF nella lotta contro lo Stato islamico, hanno ridimensionato il loro sostegno puntando su Ahmed al-Sharaa, passato tra le fila di al-Qaeda prima di diventare leader di Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo armato che ha guidato l’offensiva contro il regime sanguinario di Bashar al-Assad mettendovi fine l’8 dicembre 2024. Su al-Sharaa, che prima di diventare presidente si faceva chiamare Abu Muhammad al-Jolani, pendeva una taglia da 10 milioni di dollari.
Nell’incontro di ieri tra Abdi e l’ex jihadista era presente anche Tom Barrack, ambasciatore statunitense in Turchia e inviato speciale per la Siria. In base a quanto riferito da Rohilat Efrin, comandante generale delle YPJ, Barrack ha mostrato una “posizione debole”, rimangiandosi la promessa secondo cui i curdi sarebbero stati in grado di mantenere una qualche forma di autogoverno. Damasco, consapevole dell'impegno statunitense su più fronti in questo periodo, non ha esitato a presentare ulteriori richieste, intimando alle SDF il ritiro immediato da Hasake e Kobane, la consegna di tutte le armi e l’arruolamento individuale nell’esercito siriano, non in battaglioni come inizialmente concordato. Efrin ha descritto la situazione come un tentativo di imporre una “resa totale” e mettere fine a 13 anni di autogoverno curdo.
Già l’anno scorso il governo di Damasco e l’amministrazione curda avevano tentato di trovare un accordo diplomatico per integrare le YPG e le YPJ nell’esercito siriano e anche nei giorni scorsi Sharaa aveva annunciato un cessate il fuoco concordato con le SDF, affermando che l’insegnamento del curdo sarebbe stato tutelato e il Nowruz sarebbe stato considerato festa nazionale. L’amministrazione curda chiedeva però maggiori garanzie rispetto una forma di autonomia governativa e maggiori tutele in termini di sicurezza.
Infatti, se da una parte le popolazioni arabe osteggiavano l’amministrazione delle SDF (che secondo alcuni non aveva niente a che vedere con un governo democratico e paritario, come sostenuto invece dai movimenti curdi), dall’altra parte la popolazione curda teme le fazioni confluite nell’esercito siriano, che nell’ultimo anno si sono macchiate di violenze contro le minoranze degli alawiti e dei drusi e di crimini contro l’umanità nei confronti dei curdi anche dopo la caduta del regime di Assad. Anche fonti locali contrarie al controllo delle SDF dicono di essere terrorizzate dalla possibilità che l’esercito siriano entri nelle loro zone.
Non sono preoccupazioni prive di fondamento: in queste ore un ministro siriano ha esortato le moschee di tutto il Paese a celebrare “le conquiste e le vittorie” ottenute da Damasco nella Siria orientale. Mentre Sharaa ha nominato come nuovo governatore della provincia di Raqqa Abdulrahman Salameh, suo parente, ex vice governatore di Aleppo ed emiro jihadista.
È motivo di preoccupazione anche la fuga di centinaia di combattenti dello Stato islamico dalle carceri che erano in mano alle SDF. Gli Stati Uniti, terminata la guerra all’ISIS, avevano affidato all’autogoverno del Rojava la gestione delle prigioni in cui sono detenuti circa 9mila jihadisti perlopiù di origine straniera. Per anni i curdi avevano chiesto alla comunità internazionale di risolvere la situazione, dando inizio a procedimenti giudiziari oppure inserendo gli ex combattenti in programmi di deradicalizzazione. Con l’eccezione di alcuni Paesi, come l’Iraq, che hanno rimpatriato diversi concittadini, quasi nulla è stato fatto da altre nazioni.
Centinaia (o forse migliaia) di questi miliziani sono stati liberati nelle ultime ore. Le SDF hanno dichiarato di aver perso il controllo della prigione di Shaddadi, a sud della città di Hasake, dopo aver risposto a un attacco da parte delle forze governative contro il carcere che ha causato decine di morti e feriti. La coalizione anti-ISIS, distante solo pochi chilometri, non è intervenuta nonostante ripetuti appelli, hanno aggiunto.
Nella serata di ieri l’esercito siriano ha confermato la fuga di 120 prigionieri, affermando di averne ricatturati 81, e ha poi riferito di aver imposto un coprifuoco. Secondo le forze curde, invece, dal carcere sono fuggite 1.500 persone. Alcuni osservatori accusano i curdi di utilizzare la carta della fuoriuscita di terroristi per ottenere sostegno militare dall'esterno. Nel frattempo scontri armati sono scoppiati anche presso la prigione di al-Aqtan, a Raqqa, mentre altre due strutture detentive della città sono state liberate dalla popolazione locale. Le forze curde hanno dichiarato di aver abbandonato anche il campo di al-Hol, che ospita soprattutto mogli e figli di combattenti jihadisti.
Il testo dell’accordo firmato tra le SDF e Damasco nei giorni scorsi prevede che l’amministrazione delle prigioni passi al governo siriano, che assumerà la “piena responsabilità legale e di sicurezza” di queste strutture. Inutile dire che le forze curde non si fidano a causa dei legami tra i detenuti e le milizie un tempo jihadiste che sostengono l’attuale governo.
sabato 17 gennaio 2026
PAPA LEONE XIV: DAL DISCORSO AL CORPO DIPLOMATICO CONTENUTI DI GRANDE RILEVANZA
Come ogni anno il Papa ha riflettuto ampiamente davanti al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede sulla situazione con cui ci confrontiamo nella società (riproduciamo più sotto alcuni tra i molti passaggi significativi), richiamando poi una geografia capillare del dolore che caratterizza la quotidianità in tanti Paesi (in gran parte trascurati o ignorati dai media internazionali).
Leone XIV già aveva incontrato per la prima volta gli ambasciatori poco dopo la sua elezione, il 16 maggio 2025 (sala Clementina), richiamando le tre parole-chiave dell’azione diplomatica della Santa Sede: pace, giustizia, verità. Questa volta ha incentrato la sua riflessione partendo dal De Civitate Dei di Sant’Agostino, opera ispirata “dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C.” per mano dei Visigoti di Alarico: tre giorni di saccheggi che demolirono il mito dell’invincibilità del ‘caput mundi’ e indebolirono gravemente l’Impero Romano d’Occidente.
Alcune analogie con l’oggi:
La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista. Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca.
La debolezza del multilateralismo, la guerra è tornata di moda:
Nel nostro tempo preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé “nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”, ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile.
Il diritto umanitario internazionale gravemente violato:
Vorrei richiamare particolarmente l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. Il diritto umanitario, oltre a garantire, nelle piaghe della guerra, un minimo di umanità, è un impegno che gli Stati hanno preso. Esso deve sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti, al fine di mitigare gli effetti devastanti della guerra, anche in un’ottica di ricostruzione. Non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale. La Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale.
L’ONU sia più efficiente e meno ideologica:
In questa prospettiva, le Nazioni Unite hanno mediato conflitti, promosso lo sviluppo ed aiutato gli Stati nella protezione di diritti umani e libertà fondamentali. In un mondo attraversato da sfide complesse come le tensioni geopolitiche, le disuguaglianze e le crisi climatiche l’organizzazione dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale per favorire il dialogo e il sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto. Si rendono pertanto necessari sforzi affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli.
Dialogo e parole utilizzate:
Lo scopo del multilateralismo è, dunque, offrire un luogo perché le persone possano incontrarsi e parlare, sul modello dell’antico foro romano o della piazza medievale. Tuttavia, per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile (…) Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare.
Libertà d’espressione declinante in un Occidente sempre più orwelliano nel linguaggio, con l’esclusione di chi non si adegua:
Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano.
L’obiezione di coscienza, atto di fedeltà a sé stessi, viene sempre più messa in discussione anche in Stati che si dichiarano democratici:
Da questa deriva ne conseguono, purtroppo, altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari. L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale.
Libertà religiosa sempre minacciata:
Non si può (…) tralasciare che la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale e nel 2025 si è aggravato a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso. Tutti questi dati mostrano, purtroppo, come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un “privilegio” o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale.
Discriminazione dei cristiani anche in Europa o nelle Americhe:
Non va (…) trascurata una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia.
Aborto, utero in affitto, eutanasia:
La vita (…) è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio. È alla luce di questa visione profonda della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile che si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita. In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita.
Allo stesso modo, vi è la maternità surrogata, che, trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia.
Simili considerazioni possono essere estese ai malati e alle persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere. È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia.
La piaga della droga:
Analoga riflessione può essere riferita ai molti giovani costretti ad affrontare numerose difficoltà, tra le quali vi sono le tossicodipendenze. Occorre uno sforzo congiunto di tutti per debellare questa piaga dell’umanità e il narcotraffico che la alimenta, al fine di evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga. Insieme a tale sforzo non dovranno mancare adeguate politiche di recupero dalle dipendenze e maggiori investimenti nella promozione umana, nell’istruzione e nella creazione di opportunità di lavoro.
Oggi nel mondo un corto circuito dei diritti umani:
Alla luce di tali sfide, occorre ribadire con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla.
Le considerazioni che ho presentato inducono a pensare che nell’attuale contesto si stia verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità.
giovedì 8 gennaio 2026
Un appello drammatico da Aleppo
Da dicembre 2024, la situazione si è deteriorata tra le forze curde e l'esercito del governo. Momenti di calma seguiti da tensioni. Il 10 marzo 2025 è stato firmato a Damasco un accordo tra il governo siriano e i responsabili dell'autorità curda. Oltre alla situazione dei due quartieri di Aleppo, questo accordo ha istituito un processo per normalizzare le relazioni tra le due parti nella regione settentrionale della Siria, anch'essa controllata dalle forze curde. L'accordo prevedeva un piano da attuare entro il 31 dicembre 2025. Purtroppo non si è avverato.
Scuole e università, nel pieno della stagione degli esami semestrali, sono chiuse a tempo indeterminato. La vita è paralizzata. Un vero coprifuoco immerge la città nel silenzio e nella paura... Una notte buia invade i cuori degli abitanti.
È un orrore, come se 14 anni di guerra, sanzioni e terremoti non fossero sufficienti. Come se questa città fosse maledetta. Come se le strade di Aleppo fossero assetate di sangue... Come se l'orrore si moltiplicasse senza fine. Perché Aleppo e i suoi abitanti devono subire un tale destino? Fino a quando? Quando si avvererà l'orizzonte della pace? Non abbiamo più forza di resistenza o di resilienza. Abbiamo paura e ci chiediamo: fino a quando?
Condivido con voi queste parole di un giovane medico marista che, dall'ospedale universitario dove è tirocinante, mi trasmette i suoi sentimenti: «Nel cuore dell'ospedale universitario di Aleppo... facce terrorizzate... personale preoccupato, chiedendosi se la strada è percorribile per tornare a casa... Pazienti esausti, senza medicine o soldi... Un esodo e uno sradicamento che segnano il cammino dell'arrivo, un freddo glaciale stringe ciò che rimane dei battiti di un cuore stanco... E continuiamo a dire: c'è speranza... »
Vi scrivo queste parole per denunciare le guerre, i loro autori, i loro istigatori. Ho bisogno di voi per denunciare: Basta, basta, Kafa... I nostri nervi non ce la fanno più. Siamo traumatizzati e angosciati. Preghiamo, invochiamo Dio, Allah... Dacci la TUA PACE.
17h26 di giovedì 8 gennaio 2026
MARISTA
Following is the text of the message of Custos of the Holy Land, Fr. Francesco Ielpo on the latest developments in the conflict in Syria dated January 7, 2025:
Dear brothers,
May the Lord grant you His peace,
I would like to reach out to you with these few lines to inform you of the grave situation that has arisen again in Syria, particularly in the city of Aleppo, and to invite you to intense and persevering prayer for our communities and the affected population.
Yesterday afternoon, the situation in Aleppo deteriorated again. Since then, a full-blown battle has erupted between government forces and the Kurds, with clashes that continued intensely until late into the night. Since dawn this morning, despite moments of apparent calm, mortar fire and gunfire have continued to be heard in various areas of the city.
Many families have had to abandon their homes; some have found temporary refuge at our Terra Santa college. The streets are largely deserted, and there is a profound sense of demoralization and fear among the people. For security reasons, some pastoral activities, such as a meeting with young people, had to be canceled. Eucharistic celebrations, however, were guaranteed yesterday and this morning, with a discreet but faithful presence of Christians, a sign of a faith tested but not broken.
Faced with this latest trial affecting a people already severely scarred by years of war and instability, we feel an even stronger duty of fraternal solidarity and common prayer. I ask you to remember in a special way in your celebrations, in personal and community prayer, our friars, the Christian families, and the entire population of Aleppo and Syria, invoking the gift of peace, protection, and consolation.
United in prayer, we can also get through this difficult night, entrusting everything to the Lord, the Prince of Peace, who never abandons his people.
I thank you for your closeness and I greet you fraternally, assuring you of my remembrance in prayer.
May the Lord bless you and keep you.




