di Rodolfo Casadei
Martedì nelle pagine degli esteri dei principali giornali si leggeva la notizia dell’attacco aereo israeliano contro la base aerea siriana di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, in funzione anti-turca: Tel Aviv vuole impedire che si rafforzi la presenza militare di Ankara in Siria. Un’altra notizia è scivolata via con pochi commenti: domenica scorsa per la prima volta da quando gli islamisti di Ahmed al-Sharaa hanno preso il potere in Siria (8 dicembre 2024) un volo civile proveniente da Mosca è atterrato all’aeroporto internazionale di Damasco. L’aereo appartiene alla compagnia nazionale siriana Syrian Airlines e l’agenzia di stampa statale Sana ha segnalato con un asciutto comunicato che l’evento «segna la ripresa dei servizi aerei della compagnia tra Siria e Russia».
In realtà la notizia è molto curiosa, quasi sensazionale, quando si considera che appena cinque giorni prima, l’11 agosto, la Quarta Corte penale di Damasco aveva pronunciato otto condanne a morte, di cui sette in contumacia, a carico di maggiorenti del deposto regime: di questi almeno due, l’ex presidente Bashar al-Assad e suo fratello Maher al-Assad, già comandante della Quarta divisione corazzata, sono rifugiati politici in Russia…
Le condanne a morte degli esponenti del vecchio regime, legato a filo doppio con Mosca, non disturbano il processo di distensione fra gli ex ribelli siriani e la potenza che a partire dalla fine del 2015 più si batté al fianco degli Assad per arrestare la loro avanzata, perché entrambi i soggetti hanno interesse a non aprire un nuovo fronte di crisi.
Al-Sharaa ha problemi di controllo del territorio: gli israeliani vanno e vengono nel governatorato di Quneitra e bombardano quello dell’Idlib, l’Isis è ancora attiva nel nord-est del paese e ha compiuto attentati a Damasco attraverso la sua consociata Saraya Ansar al-Sunna, milizie druse filo-israeliane controllano aree del governatorato di Sweida; inoltre il nuovo uomo forte siriano deve gestire 5 mila combattenti jihadisti stranieri che gli si potrebbero rivoltare contro e gli ex ribelli siriani integrati alle forze di sicurezza che non appartenevano alla sua formazione, Hayat Tahrir al-Sham (Hts).
Vladimir Putin non può permettersi di distrarre forze dal teatro ucraino per difendere le due basi che conserva in Siria – il porto di Tartus e l’aeroporto militare di Hmeimim nel governatorato di Latakia, dove attualmente sono presenti meno di mille militari russi – nel caso che il governo siriano decidesse di cacciare i vecchi amici di Assad dal paese. Così il 9 agosto scorso Damasco e Mosca hanno raggiunto un accordo sul futuro delle due basi. Secondo il protocollo d’intesa firmato, la Siria assumerà il controllo delle infrastrutture civili dell’aeroporto di Hmeimim mentre le strutture militari verranno trasformate in centri congiunti di addestramento di truppe russe e siriane. Stessa soluzione per il porto di Tartus: la Russia restituisce le infrastrutture civili al governo siriano, mentre quelle militari verranno gestite congiuntamente; la gestione del quarto molo commerciale del porto di Tartus, insieme ai relativi magazzini e impianti, passa sotto il controllo esclusivo dell’Amministrazione generale dei Porti e delle Dogane della Siria.
Come scrive l’agenzia di stampa Sana, «per quanto riguarda le basi e le strutture militari, le parti hanno concordato di rivederne le funzioni in modo che vengano trasformate da basi militari in centri congiunti di addestramento e formazione, nell’ambito di nuovi accordi che garantiscano interessi reciproci».
Damasco ha già provveduto ad annullare la concessione per 49 anni della gestione delle infrastrutture civili del porto di Tartus a Stroytransgaz, un’impresa russa controllata da un oligarca molto vicino a Putin, e a concludere un contratto col colosso emiratino DP World, che garantisce un investimento da 800 milioni di dollari.
Ma in altri settori economici la Siria non sembra volersi affatto emancipare dalla dipendenza dalla Russia, almeno per ora. Le forniture di petrolio russe continuano a essere cruciali per il paese: Mosca ha fornito mediamente 46 mila barili al giorno di petrolio a Damasco per tutto il 2025, e nel primo trimestre del 2026 la quota è salita a 60 mila barili, pari a quasi la metà di tutto il fabbisogno siriano. La rete elettrica nazionale e le tre dighe sul fiume Eufrate che la alimentano sono state costruite con specifiche tecniche prima sovietiche e poi russe, e hanno bisogno dell’expertise russa per essere riabilitate. La Russia resta la principale fornitrice di cereali alla Siria e conserva una concessione per 50 anni per lo sfruttamento delle miniere di fosfati a Palmyra che Damasco non ha nessuna intenzione di annullare, perché rappresenta una fonte sicura di valuta pregiata.
Il ruolo russo è stato ridimensionato nel settore della stampa di carta moneta: la compagnia di stato russa Goznak non sarà più la sola incaricata di stampare le banconote delle lire siriane, ma altre due società straniere riceveranno commesse. Al momento non è dato sapere quali siano queste società, anche se alcuni alludono all’austriaca OeBS come una di esse.
La ragione forse più importante per la quale al-Sharaa ha evitato una politica di rottura con Mosca, responsabile di grandi perdite fra le file dei ribelli negli anni della guerra civile e oggi rifugio dei principali esponenti del decaduto regime, è la dipendenza della Siria dalle forniture militari russe.
Come scriveva nel luglio scorso The Syrian Observer, «la Russia ha fornito il 70 per cento delle principali armi convenzionali della Siria nel decennio che ha preceduto la guerra civile, lasciando il paese dipendente dai russi per i pezzi di ricambio, l’assistenza tecnica, la formazione e l’addestramento per mantenere operativi carri armati, artiglieria e difese aeree. Passare a nuovi fornitori per la difesa costerebbe miliardi di dollari e anni di nuovo addestramento, costi che la Siria attualmente non è in grado di sostenere. Benché Damasco abbia esplorato una possibile cooperazione col presidente ucraino Volodymyr Zelensky in materia di tecnologie anti-droni, la manutenzione delle armi pesanti resta legata ai sistemi russi».
Per parte sua Putin non ha praticato alcun ostruzionismo nei confronti delle nuove autorità dopo la caduta di Assad e la sua fuga in Russia, dove è stato accolto. Nel novembre dell’anno scorso ha votato in Consiglio di Sicurezza l’abrogazione delle sanzioni che colpivano personalmente al-Sharaa e il suo ministro degli Interni Anas Khattab (risoluzione 2799), e nel febbraio di quest’anno ha votato anche la rimozione di Hts dalla lista delle organizzazioni terroriste, decisa all’unanimità dal Comitato del Consiglio di sicurezza per le sanzioni contro Isis e al-Qaeda.
Putin e al-Sharaa si sono già incontrati di persona due volte, e nella seconda occasione (28 gennaio di quest’anno) il presidente russo ha affermato che «molto è stato fatto per ripristinare le nostre relazioni interstatali» e ha elogiato le nuove autorità di Damasco per i loro sforzi volti a «ripristinare l’integrità territoriale della Siria». Per Mosca conservare la possibilità di appoggiarsi alle basi di Tartus e Hmeimim è fondamentale per la propria proiezione nel Mediterraneo e in Africa e per evitare che la Siria passi interamente sotto l’influenza della Turchia, cioè della Nato.
Un altro motivo, per quanto secondario, dei buoni rapporti che i russi cercano di avere col governo islamista di Damasco è quello di far restare in Siria centinaia di combattenti jihadisti di nazionalità russa (quasi tutti ceceni e daghestani) che là si sono trasferiti negli anni della guerra civile.
https://www.tempi.it/putin-al-sharaa-nemici-amici/
S'infiamma lo scontro tra Turchia e Israele
PICCOLE NOTE- 22 agosto 2026
L’attacco israeliano di alcuni giorni fa all’aeroporto militare di Abu al-Duhur, in Siria, inasprisce lo scontro tra Tel Aviv e Ankara che si protrae da tempo a motivo dal sostegno verbale di quest’ultima ad Hamas (e in genere alla causa palestinese) anche perché nata nell’alveo della Fratellanza musulmana, di cui il presidente Recep Erdogan si ritiene nume tutelare.
Non è la prima volta che l’IDF fa incursioni nello Stato confinante dopo la caduta di Assad, che anzi si sono intensificate negli ultimi tempi soprattutto nelle regioni meridionali, occupate da Israele, e nelle zone circostanti. Ma stavolta era diverso, dal momento che il target delle bombe non era Damasco, ma Ankara.
Infatti, secondo la ricostruzione israeliana, la base era stata appena visitata da una delegazione dell’esercito turco in vista di una sua ristrutturazione che permettesse di stanziare in loco le proprie forze armate. Uno sviluppo che Tel Aviv ritiene inaccettabile perché minaccerebbe la propria sicurezza, da cui l’aggressione preventiva per far capire ad Ankara che i suoi niet non sono solo verbali.
Così, infatti, nella rivendicazione pubblica di Netanyahu: Israele aveva inviato un messaggio “in termini generali” contro la presenza militare turca nell’aeroporto vicino ad Aleppo. “A quanto pare l’hanno ignorato, così ci siamo assicurati che lo capissero più chiaramente”. La Turchia ha negato che la visita della delegazione turca fosse parte di un progetto per stanziare le proprie forze armate in Siria, che anzi tale prospettiva non sarebbe neanche all’orizzonte.
Ma a tema non è tanto la veridicità o meno della ricostruzione israeliana, quanto il reale scopo dell’attacco, cioè il messaggio indirizzato a Erdogan, entrato ancor più nel mirino di Netanyahu da quando ha avuto un ruolo chiave nel far fallire l’attacco israelo-americano all’Iran del 28 febbraio, vanificando la pressione volta a ingaggiare i curdi nella jihad anti-Teheran (lo ha riferito, tra gli altri, anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi).
Il sultano turco negli ultimi tempi si sta muovendo con certa sagacia riuscendo a mettere a segno successi politici significativi. In particolare, un vero e proprio capolavoro politico: lui che era stato il peggior nemico dei curdi, con i quali per anni ha ingaggiato uno scontro sanguinoso, è riuscito nell’impossibile riuscendo a rappacificarsi con essi.
Un processo lungo e tormentato che ha visto protagonista il leader del PKK (partito dei lavoratori del Kurdistan) Abdullah Ocalan, da decenni ristretto nelle carceri turche, che a febbraio del 2025 aveva lanciato un appello al suo movimento perché disarmasse. Non era la prima volta che Ocalan tentava questa mossa, evidentemente concordata con le autorità di Ankara in un’ottica di riconciliazione, dal momento che si era prodotto in un analogo appello già nel lontano 2013 con scarso successo. Troppo presto e troppe ancora le divergenze tra le autorità turche e i curdi.
Inoltre, mutato era il quadro mediorientale a causa dell’imperversare di Israele, del genocidio di Gaza, della stralunata politica estera americana. Da qui la svolta reale: dopo altri appelli di Ocalan e ulteriori trattative più o meno segrete tra le parti, il 10 agosto il Parlamento curdo, su sollecitazione di Erdogan, ha approvato una legge che decreta l’amnistia generale per i militanti del PKK (in realtà, non è una vera e propria amnistia, ma è per intendersi).
Quando, nel marzo del 2025, scrivevamo di questo processo di pace, lo collegavamo a quanto stava accadendo in Siria, dove il governo di Damasco aveva intrapreso un negoziato con le fazioni curde sostenute dagli Stati Uniti perché si integrassero nel corpus statale, mettendo armi e miliziani al servizio dell’esercito e ponendo fine all’indipendenza de facto delle regioni da essi amministrate. Un processo lento quest’ultimo che si è concluso ufficialmente in questi giorni e che è stato evidentemente una conseguenza diretta del voto del parlamento turco.
La tempistica dell’attacco dell’IDF, avvenuto in costanza di questa svolta, segnala il nervosismo di Tel Aviv per un processo che vanifica, o quantomeno rende meno probabile, il sogno di fare della Siria uno Stato fallito, abitato da una destabilizzazione permanente e facile preda del proprio espansionismo.
Tale sviluppo, peraltro, lega in maniera temporaneamente irrevocabile Damasco alla Turchia, rafforzando ulteriormente Erdogan e il suo progetto neo-ottomano e minando la prospettiva israeliana di ergersi a dominus incontrastato del Medio oriente.
Uno sviluppo, peraltro, che rafforza indirettamente anche la cosiddetta Nato sunnita, la recente alleanza siglata da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che impensierisce non poco Tel Aviv perché alternativa agli Accordi di Abramo.
Non sappiamo se la visita della delegazione turca in Siria servisse anche a sollecitare l’ingresso di Damasco in tale alleanza, ma la prospettiva è a tema, dal momento che il ministro degli Esteri siriano Asaad Hassan Al-Shaibani, in un intervento in cui ha definito Anakara un partner chiave per la ricostruzione del suo Paese, ha dichiarato che Damasco non ha ancora deciso se aderire o meno all’alleanza.
In risposta indiretta all’attacco in Siria, la Turchia ha emesso un nuovo mandato di arresto contro Netanyahu per genocidio e per il sequestro dell’equipaggio della flottilla diretta a Gaza. Nel mandato, anche tal Afek Moskovitch, ignoto anche ai media israeliani. Probabile che si tratti di un messaggio in codice diretto a Netanyahu (io so cose…). La Turchia si rafforza, Israele si innervosisce. Altra carne al fuoco nel malmostoso Medio oriente, che ieri, tra le altre e più drammatiche vicende, ha visto l’attacco di un drone a un mercantile turco che navigava nel Mar Nero verso Novorossiysk: nessuna vittima, ma l’equipaggio ha dovuto abbandonare la nave al suo destino.
https://www.piccolenote.it/mondo/sinfiamma-lo-scontro-tra-turchia-e-israele






