Traduci

domenica 12 aprile 2026

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace


Saluto del Santo Padre prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro

Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!

Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.

Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.

Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.

Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.


Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà. 

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio. 

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini! 

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace! 

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231). 

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita! 

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2026/documents/20260411-rosario-pace.html

giovedì 9 aprile 2026

Sempre meno cristiani nel Medio Oriente

Nella nuova guerra che scuote l'intero Medio Oriente tornano discorsi già sentiti oltre un secolo fa: si vuole ridisegnare il volto della regione, pacificarla una volta per tutte. Slogan simili circolavano anche nel 1916. Da allora ad oggi un solo dato è certo: la diminuzione costante della presenza cristiana nell'area.

 di Fulvio Scaglione

La tregua di due settimane nella guerra di Usa-Israele contro l’Iran somiglia molto al piano di pace trumpiano per Gaza: non risolve il problema ma almeno ferma, o rallenta, il conflitto e la conta delle vittime che, come sempre nelle guerre contemporanee riguarda più i civili che i militari (si veda il caso del Libano l’8 aprile: oltre 250 morti in una sola giornata di bombardamenti israeliani).

Al di là delle bombe, dei morti, delle abitazioni e delle fabbriche distrutte, delle università e degli ospedali ridotti in macerie, colpisce l’eterna ripetizione di certi discorsi. Nelle scorse settimane, quando sentivamo il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump annunciare l’intenzione di ridisegnare il Medio Oriente e definire questa guerra come l’ultima guerra, quella definitiva, quella che avrebbe eliminato ogni minaccia alla pace, avevamo la sensazione di vivere nel 1916, quando l’Occidente cominciò a usare gli stessi argomenti. Forse per una convinzione basata sul pregiudizio razziale e sull’ignoranza, forse solo per dare una patina di “nobiltà” ai propositi tipici dell’imperialismo di quell’epoca.

Era, quello, l’anno in cui tra Regno Unito e Francia fu stipulato il Trattato Sykes-Picot, dal nome dei due diplomatici che lo firmarono. Le potenze che rappresentavano, impegnate nella Prima guerra mondiale come alleate e avendo quindi entrambe come nemico l’Impero ottomano (che controllava gran parte del Medio Oriente), decisero (appunto) di ridisegnare il Medio Oriente e renderlo, a modo loro, stabile e pacifico. Se lo spartirono – mezzo a me, mezzo a te – tracciando confini con la matita sulle carte geografiche, senza tener conto di culture, popoli, lingue, geografie. Aprendo così le porte a una stagione di guerre e conflitti che, come vediamo, è ancora ben lungi dal concludersi.

In questi 110 anni sono successe tante cose in Medio Oriente e tutte sono andate in quella direzione: interventi esterni interessati che hanno finito per aumentare le divisioni e la conflittualità. Con una ricaduta devastante sulla presenza cristiana: in quell’epoca i cristiani formavano circa il 20 per cento della popolazione totale del Medio Oriente con picchi del 24 per cento e del 27 per cento nel Levante e in Mesopotamia. Nel censimento del 1914, i cristiani risultavano essere il 16-17 per cento della popolazione dell’Impero ottomano. Oggi i cristiani in Medio Oriente sono appena tra il 4 e il 6 per cento della popolazione. Il dato, tra l’altro, contribuisce a spiegare l’aumento della conflittualità nella regione: la drastica riduzione di una presenza di solito disarmata e impegnata nel dialogo con ogni altra componente etnico-religiosa ha privato la regione di un ammortizzatore prezioso.

Ed è straordinario che certi Paesi occidentali, che in qualche momento delle loro guerre (anche in questa contro l’Iran) osano addirittura brandire l’arma della fede, non abbiano alcuna cura per un tratto così importante della regione che dicono di voler “sistemare” e “pacificare”.

https://www.terrasanta.net/2026/04/sempre-meno-cristiani-nel-medio-oriente-che-muta/

sabato 4 aprile 2026

Augurio pasquale dal vescovo di Aleppo mons. Jallouf

al-Masiq qam! Haqqan qam! Il Signore è risorto! E' veramente risorto!

In un contesto di fragile sicurezza e di crescenti tensioni, i cristiani in Siria stanno vivendo una Pasqua diversa quest'anno, oscurata da sentimenti di ansia. Nonostante sia trascorso più di un anno dal cambio di potere, non si sono registrati miglioramenti tangibili nella vita quotidiana, mentre gli attacchi contro le minoranze e l'assenza di sicurezza e giustizia continuano a pesare pesantemente sulla popolazione. 

In questo contesto, il vescovo Hanna Jallouf conferma che le celebrazioni sono sobrie e limitate all'interno delle chiese, poiché il senso di insicurezza persiste. 
Nonostante tutto ciò, la Pasqua rimane un segno inestinguibile di speranza, e i leader religiosi invitano all'unità e alla fermezza nella fede di fronte alle difficoltà. 

Il vescovo Jallouf sottolinea che questo non è un tempo di divisione, ma piuttosto un invito ad aggrapparsi a Cristo risorto, aggiungendo un messaggio di consolazione ai fedeli: "Non abbiate paura, perché il Signore ha vinto la morte ed è in grado di donarci la vita; perché ci ha illuminati e nella Sua Risurrezione viviamo nella speranza e vediamo un futuro migliore per tutti".

sabato 28 marzo 2026

Attacco a Suqaylabiyah: gli alawiti, i drusi, i curdi e ora i cristiani.


da Insideover - Fulvio Scaglione

La sera di venerdì 27 marzo, Suqaylabiyah, città a maggioranza greco-ortodossa nella valle dell’Oronte, è stata presa d’assalto da uomini armati arrivati in moto.

I residenti sono stati minacciati di morte, negozi, chiese, macchine sono stati danneggiati, e molti commercianti hanno dovuto chiudere le loro attività.

Alcuni aggressori hanno tentato di irrompere nelle abitazioni, il tutto sotto gli occhi delle forze di sicurezza, che secondo i testimoni non sono intervenute per fermare o arrestare i responsabili.

Gli alawiti. I drusi. I curdi. Adesso i cristiani. Quello che americani ed europei considerano un tentativo di restaurare l’unità territoriale della Siria sotto il potere del nuovo Governo somiglia sempre più, nella Siria dove i musulmani sunniti sono il 75% della popolazione, a un progetto di repressione delle minoranze nel segno dell’islamismo.

Il caso degli alawiti è stato il più drammatico. Nel marzo dell’anno scorso, dopo un agguato a una pattuglia governativa, le milizie di Hayat Tahrir al-Sham (Comitato per la liberazione del Levante, HTS), il gruppo islamista comandato da Abu Muhammad al-Joulani, ovvero da Ahmed al-Sharaa prima che diventasse presidente della Siria, erano calate sulla provincia di Latakia e avevano fatto strage di almeno 1.500 persone, quasi tutte civili, molte donne e bambini. Un pogrom etnico-religioso in piena regola, a cui Al-Sharaa reagì da un lato dicendo che le passate crudeltà del regime di Bashar al-Assad (alawita) rendevano comprensibile la voglie di vendetta e annunciando una commissione d’inchiesta sulle stragi di cui, peraltro, nessuno ha più sentito parlare. Ma quello attuale dei cristiani, se possibile, è ancor più emblematico.

I fatti. Siamo a Suqaylabiyah uno dei grossi centri nella valle dell’Oronte, nel governatorato di Hama che conta circa 250 mila abitanti. Un’area a prevalenza musulmana sunnita con un’eccezione, appunto Suqaylabiyah, che ha una popolazione a maggioranza cristiana, in particolare greco-ortodossa. In un negozio di vini e liquori, come quasi sempre accade in Medio Oriente gestito da cristiani, si accende una disputa. Difficile non pensare a una provocazione: perché dei musulmani avrebbero dovuto entrare nel negozio, visto che tutte le bevande inebrianti sono esplicitamente vietate dalla loro religione?

Comunque sia, il tam tam si mette immediatamente in azione e dai villaggi del circondario arrivano molti altri musulmani che attaccano i negozi dei cristiani, distruggono ciò che possono e, di passaggio, abbattono una statua della Madonna che si trovava in una piazza. A notte fonda gli assalitori si ritirano. Il mattino dopo, a Damasco e altrove, puntualmente spuntano manifestazioni e piccoli cortei per chiedere la messa al bando della vendita di alcolici. Un provvedimento che, se fosse deciso, colpirebbe i cristiani in due modi: da un lato, togliendo a molti di loro un lavoro e una fonte di sopravvivenza; dall’altro cancellando uno dei più evidenti (anche se, ovviamente, non il più importante) segni della “diversità” della comunità cristiana.

I segnali da non sottovalutare
È ovvio che i cristiani di Siria vivano ore di apprensione. Prima dei fatti di Suqaylaibiyah non c’era stata alcuna discriminazione “ufficiale” nei loro confronti. Ma nel giugno del 2025 ci sono stati i 30 morti nella chiesa di Sant’Elia a Damasco, dove un terrorista ha aperto il fuoco sui fedeli che assistevano alla messa e poi si è fatto esplodere. Alla vigilia di Natale, proprio a Suqaylabiyah, alcuni uomini armati hanno dato fuoco all’albero di Natale alzato nella piazza centrale. E adesso l’assalto alle botteghe dei cristiani. I segnali sono comunque inquietanti.

Sull’analisi della situazione le opinioni divergono. Molti tendono a pensare che il presidente Al-Sharaa, molto semplicemente, non abbia il pieno controllo delle milizie che pure ha guidato alla conquista del potere in Siria. Dopo anni di lotta armata dal nido d’aquila della provincia di Idlib, i diversi comandanti si sono ritagliati porzioni di potere personale a cui non vogliono rinunciare e che vogliono continuare a esercitare senza troppo badare alle direttive, peraltro assai blande, del Governo centrale. Da cui le spedizioni punitive contro l’etnia cui appartenevano gli Assad, gli assalti alla comunità drusa del Sud, i tentativi di espansione nelle aree cristiane (Suqaylabiyah non è l’unico caso, anche la famosa Maaloula, per fare un altro esempio, è sotto pressione dei musulmani che cercano di trasferirvisi in massa) e così in via.

È una tesi non assurda, che però si scontra con una serie di fatti concreti. Intanto Al-Sharaa, quand’era “solo” il capo delle formazioni islamiste che, appoggiate dalla Turchia, combattevano le truppe siriane, ha mostrato una grande capacità nella tattica e nel marketing politico, cambiando di volta in volta (almeno quattro) la denominazione e l’atteggiamento del suo gruppo in relazione al mutamento della situazione sul campo. Cosa che non gli ha impedito di reprimere con violenza le proteste che anche nel feudo di Idlib si erano più volte sollevate. E ha confermato questa capacità di agire su un doppio binario anche una volta diventato presidente, fintamente a interim, della Siria.

Al Sharaa-Al Joulani, il doppio volto del potere
Preso il potere, e dovendo accreditare soprattutto all’estero un’immagine di moderato, Al-Sharaa ha avuto una grande intuizione. Ha riservato agli uomini usciti da HTS le funzioni relative alla Difesa, alla Sicurezza e alla politica estera ha affidato al Governo di salvezza nazionale (GSN) l’amministrazione delle questioni tecniche e non politiche, a loro volta gestite da tecnocrati e burocrati locali, con il duplice effetto di indebolire il dissenso interno e di offrire una chance al ritorno di quella classe di professionisti di alto livello che negli anni sono fuggiti in massa (si calcola almeno un terzo di ingegneri, professori, tecnici di ogni sorta, artigiani specializzati, imprenditori) dalla Siria devastata. Una struttura decentralizzata ma largamente burocratica che somiglia, peraltro, a quella dei tempi di Assad o a quella attuale di Egitto e Iraq. 

venerdì 27 marzo 2026

Messaggio di Pasqua 2026 dei Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme

 

Messaggio di Pasqua dalla Custodia di Terra Santa

«Benedetto sia Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti...»
1 Pietro 1:3

Nelle settimane che precedono la commemorazione di quest'anno della morte e resurrezione di Cristo, una nuova e devastante guerra regionale ha nuovamente gettato nel caos la Terra Santa e l'intero Medio Oriente. Ogni giorno che passa porta con sé un'escalation sempre più violenta: un ciclo implacabile di morte, distruzione e orribile sofferenza che ora si ripercuote in tutto il mondo, causando crescenti difficoltà economiche. Dal fumo nero di questa devastazione in continua espansione, una profonda oscurità ha avvolto la nostra regione, soffocante come l'aria all'interno della tomba sigillata di Cristo crocifisso. La speranza stessa sembra averci abbandonato.

Eppure, come insegna la Scrittura e rivela la nostra fede, la desolazione della tomba non fu la fine della storia. La morte non ebbe l'ultima parola. Per la potenza di Dio, Cristo risorse vittorioso dalla tomba, spezzando i legami del peccato e della morte. Come scrisse l'apostolo Paolo: «Cristo infatti è risorto dai morti, primizia di coloro che si sono addormentati» (1 Corinzi 15:20). Di conseguenza, a coloro che guardano con fede al Signore risorto, Dio concede «una nuova nascita a una speranza viva» (1 Pietro 1:3).

Pertanto, in questi tempi catastrofici, noi, Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme, affermiamo queste parole potenti e incoraggianti alle nostre comunità e ai cristiani di tutto il mondo come cuore del nostro Messaggio di Pasqua. Infatti, «come Cristo è stato risuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita» (Romani 6,4b).

Nel rispetto di questa profonda verità, esortiamo i fedeli e tutti coloro che sono di buona volontà a lavorare e pregare incessantemente per il sollievo delle innumerevoli moltitudini in tutto il Medio Oriente e oltre, che soffrono gravemente per le devastazioni di questa guerra. Allo stesso modo, li esortiamo a intercedere e
a promuovere una fine immediata dello spargimento di sangue e affinché la giustizia e la pace prevalgano finalmente in tutta la nostra regione dilaniata dalla guerra, a cominciare da Gerusalemme e estendendosi a Gaza, al Libano e a tutta la Terra Santa; agli Stati del Golfo e a Teheran; e fino ai confini della terra.

Infine, in questo senso, ricordiamo ancora una volta le parole di San Paolo che, in mezzo alle sue innumerevoli prove, scrisse: «Siamo tribolati in ogni modo, ma non schiacciati; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; abbattuti, ma non distrutti, portando sempre nel  nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Corinzi 4,8-10).

Con la stessa profonda fede nel potere trasformatore della Risurrezione di Cristo, in mezzo alle nostre sofferenze, scambiamoci quell'antico saluto pasquale che continua a risuonare nell'eternità: “Cristo è risorto! (Al Maseeh Qam! Christos Anesti! Christos haryav i merelotz! Pekhrestos aftonf! Christ est Ressuscité! Cristo è risorto! Christus resurrexit! Meshiha qam! Christos t'ensah em' muhtan! Christus ist auferstanden!) È veramente risorto! Alleluia!”

I Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme

lunedì 23 marzo 2026

Annullate le celebrazioni al S Sepolcro: ma nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola.


Da Padre Pierbattista Pizzaballa , 23 marzo 2026
 

Carissimi fratelli e sorelle,

il Signore vi dia pace!

A causa della guerra, quest’anno non ci è stato possibile vivere il tradizionale cammino quaresimale a Gerusalemme, con le solenni celebrazioni al Santo Sepolcro e nei Luoghi Santi della Passione. Se abbiamo potuto pregare e prepararci personalmente, abbiamo sentito la mancanza del cammino comunitario verso la Pasqua. Ora ci troviamo a interrogarci sulle celebrazioni della Settimana Santa, cuore pulsante della nostra fede, a Gerusalemme e presso il Santo Sepolcro.

Le restrizioni imposte dal conflitto e gli eventi degli ultimi giorni non lasciano presagire un miglioramento imminente. In costante dialogo con le autorità competenti, insieme alle altre Chiese cristiane, stiamo valutando come sia possibile, nelle forme da concordare, celebrare il mistero centrale della nostra salvezza nel cuore delle nostre Chiese. La situazione rimane in continua evoluzione e non è possibile fornire indicazioni definitive per i giorni a venire; saremo pertanto costretti a un coordinamento giorno per giorno.

È già chiaro, tuttavia, che non potranno svolgersi celebrazioni ordinarie aperte a tutti. Alla luce di ciò, comunico quanto segue:

  • La tradizionale processione della Domenica delle Palme, che dal Monte degli Ulivi sale a Gerusalemme, è cancellata. Sarà sostituita da un momento di preghiera per la città di Gerusalemme, in un luogo da definire.
  • La Messa crismale è rinviata a data da destinarsi, non appena la situazione lo consentirà, possibilmente entro il tempo pasquale. Il Dicastero per il Culto Divino ha già concesso il necessario assenso.

Le chiese della diocesi restano aperte. Parroci e sacerdoti, nelle forme e con le modalità possibili, faranno il possibile per favorire la preghiera e la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni pasquali.

Alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. È una ferita che si aggiunge a tante altre inferte dal conflitto. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Se non possiamo riunirci come vorremmo, non rinunciamo alla preghiera.

Questo è il momento di ricordare l’invito di Gesù ai suoi discepoli: “pregare sempre, senza stancarsi mai” (Lc 18,1).

Desideriamo quindi supplire a queste limitazioni con momenti di preghiera in famiglia e nelle nostre comunità religiose. So che già ovunque si prega, e mi consola vedere l’impegno per mantenere viva la tensione spirituale. Tuttavia, sento il bisogno di proporre una giornata particolare in cui, pur rimanendo ciascuno nei propri luoghi, ci si senta idealmente uniti nella preghiera per trovare conforto.

Desideriamo la pace, innanzitutto per i nostri cuori turbati. Solo la preghiera può donarla.

Vi invito pertanto a unirvi in preghiera sabato prossimo, 28 marzo, recitando il Rosario per implorare il dono della pace e della serenità, specialmente per quanti soffrono a causa del conflitto. Lo faremo con cuore umile, certi che la nostra preghiera, anche se fisicamente distanti, è capace di attingere alla forza dell’amore di Dio, che ci unisce in spirito di speranza e di fiducia.

In allegato troverete un formulario per la preghiera del rosario, preparata da padre Francesco Patton.

La Pasqua, che celebriamo nel segno della passione, morte e risurrezione di Cristo, ci ricorda che nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola. Il sepolcro vuoto è il sigillo della vittoria della vita sull’odio, della misericordia sul peccato. Lasciamo che questa certezza illumini i nostri passi e sostenga la nostra speranza.

Vi abbraccio tutti in Cristo e vi invio la mia benedizione.

+Pierbattista Card. Pizzaballa
Patriarca di Gerusalemme dei Latini


26-03-28-rosario-per-la-pace-2
PDF (www.lpj.org)

domenica 15 marzo 2026

Notizie dal Monastero Fons Pacis in Siria

Nostra Signora Fonte della Pace

ci accompagna nel nostro cammino,

nel 21° anniversario del nostro arrivo in Siria 

L’immagine della Vergine che ci accompagna nella preghiera nella nostra piccola chiesa, non ha la pretesa di essere una “icona” classica, ma come tutte le icone è nata dalla preghiera e vuole condurre alla preghiera.

È un’immagine nata dal nostro cammino e dalla nostra vita: le sembianze di Maria e del Bambino sono quelle di una giovane madre sirianaÈ il volto di tutte le mamme siriane… e dei loro bambini.

Il supporto su cui è dipinta la Vergine è una lastra di pietra grezza, basaltica, grigio-azzurra, la stessa roccia che compone il nostro terreno e con la quale molte case, soprattutto antiche, sono costruite. Lei, Maria, è lì, solida, incarnata in questa terra, in questa storia.

Allo stesso tempo, la grana ruvida, grezza della superficie fa gioco con la luce cangiante del giorno, e soprattutto al tramonto la luce fa vibrare i colori e l’oro del fondo rendendoli vivi.

Il suo nome, il suo “titolo”, è Nostra Signora Fonte della Pace, è nato da subito, prima ancora che iniziassero questi devastanti anni di guerra, è nato dalla coscienza che Maria si trova al crocevia di popoli e religioni, arrivando là dove nessun’altro arriva, legame fra popoli e culture diverse, perché attraverso il suo “sì” è legame tra l’uomo e Dio. Lei è Fonte a cui tutti possono accostarsi, e bere. Fonte della Pace, Pace maiuscola non per amore della ridondanza, ma perché la Pace che lei dona non è semplicemente assenza di conflitti, un rispettoso convivere e collaborare.

La Pace che lei porta è il Cristo, non altro, senza compromessi.

E se è madre aperta a tutti, è però Madre di tutti proprio in virtù della generazione del Figlio, e dell’essere stata donata dal Figlio stesso, sulla Croce, come Madre per tutti gli uomini.

Maria è seduta, sul trono regale: Maria Regina, quindi Maria Assunta in cielo, già nella pienezza del compimento della sua vicenda umana. E il trono su cui siede- il solo punto di rosso dell’immagine, vivo, forte, fondante –altro non è se non l’amore del Padre, il suo cuore su cui si appoggia, stabile, ogni cosa creata.

In grembo, in piedi, il Figlio: la veste di Gesù è verde, verde come la creazione perfetta, così come è uscita dalle mani e dalla benevolenza del Padre. Il Padre vuole la vita, ed ha chiamato dal nulla all’esistenza tutte le cose per mezzo del Figlio. Per questo il colore che descrive l’esuberanza della vita è il verde.

Maria è l’apice di questa creazione perfetta: questo fiume di vita, portato dal Figlio, riveste la Madre – la tunica verde-e da lei sgorga e si diffonde in tutte le direzioni sulla terra, come acqua abbondante che lava e risana.

E questo fiume della vita vera ed eterna è la Pace di Dio.

Maria è anche rivestita di una sopravveste bianca, che è il colore predominante.

Il bianco è il colore dell’umiltà, che è la caratteristica fondamentale della verginità, che si compie nell’assenso illimitato di Maria alla volontà del Padre, all’accoglienza del Figlio, all’opera dello Spirito Santo in lei.

L’umiltà con cui l’uomo risponde a Dio, ritorna da Dio all’uomo come veste dell’abbondante misericordia che tutto ricopre con la sua grazia.

Nell’immagine, anche il capo di Maria è velato di bianco: ed è sul velo bianco che si posa la corona, segno della predilezione divina che ha accompagnato Maria nella sua vita, passo dopo passo, fino al trono della gloria.

Ma, ancora, sulle spalle di Maria un manto blu, segno del mistero di Dio, della vita Trinitaria che genera nel suo grembo tutta l’economia della salvezza. E se il manto da una parte lascia vedere l’opera della grazia, dall’altra non può essere completamente aperto se non nel compimento del tempo : il manto blu torna a coprire il grembo di Maria, là dove il Cristo che viene nel mondo poggia i suoi piedi, ha la sua origine..

In corrispondenza del cuore di Maria e di Gesù, lo Spirito Santo: nella Bibbia, il cuore è il centro dell’uomo, è la persona stessa. Lo Spirito è lo Sposo di Maria, colui che stende su di lei la sua ombra luminosa. La colomba argentata è sostenuta dalla mano del Figlio, a sua volta sostenuta dalla mano della Madre. Lo Spirito sta dispiegando le ali, segno della sua azione originante, sia nella Incarnazione, che nell’opera tutta della storia del creato : lo Spirito si libra verso la creazione in attesa.

Il suo colore è l’argento: come per il rosso del Padre, l’argento si trova solo qui. Al centro di ogni cosa, al centro degli altri colori, questa luce vivida richiama in controcanto l’oro che tutto avvolge. Non è bianco, non è oro, è la luce, la grazia propria dello Spirito.

E, a lato, la mano destra della Vergine, posata con dolcezza sul ginocchio, ma aperta a tutti, rivolta verso chi guarda: mano che invita, dolcemente, a venire, a farsi avanti, all’incontro col Figlio… con la vera Vita.


Dio solo conosce il cuore dell'uomo e può darci pace.

   Carissimi,

sappiamo che la prima domanda è: “come state?”... Stiamo bene! Risentiamo direttamente degli effetti di questa guerra, anche se i prezzi cominciano già a salire... Ma la tristezza è grande, e l’inquietudine ancora di più. Fino a che punto si arriverà? Per la Siria, ciò che sarà determinante saranno soprattutto i movimenti di terra, l’eventuale invasione del Libano da parte dell’esercito Siriano a sostegno di Israele e contro Hezbollah, e quindi combattimenti tra Sciiti e Sunniti lungo il confine Siria Libano...


L’entrata in gioco delle truppe irachene Sciite, che sono state colpite in questi giorni, l’avanzata di Israele nel sud della Siria e nel Libano. Sempre più siamo convinte che la preghiera è la nostra arma più forte, perchè Dio, che solo conosce il cuore dell’uomo, possa aprire le porte chiuse e abbattere l’orgoglio delle nazioni. Intanto, il volo del nostro cappellano dalla Polonia è stato cancellato, e non sappiamo quando potrà arrivare. A Pasqua però ci sarà con noi un sacerdote gesuita che è in Aleppo, e così potremo vivere pienamente la liturgia della Settimana Santa. 


Noi, come dicevamo, stiamo bene.  Dopo un inverno passato senza un solo raffreddore, il caldo forte e primaverile di febbraio, seguito da un’altra ondata invernale di neve (sulle montagne del Libano di fronte a noi) e vento freddo, ci ha portato una bella influenza comunitaria, molto sonora perchè a colpi scoppiettanti di tosse...Non ci mancano però arance e vitamine del nostro frutteto.


Sr Mariangela ha affrontato un piccolo intervento, uno “stent”(chissà come si dice in italiano..) Per allargare un po’ un’arteria del cuore un po’ affaticata. Tutto è andato bene e ringraziamo Dio di poter avere la possibilità di curarci con tutto ciò che è necessario.


La primavera è scoppiata con tutto il giallo oro dei prati, i cieli azzurri, e i tramonti infuocati. L’abside della Chiesa avanza, e in questi giorni è un segno di stabilità e di speranza, in una situazione che è molto incerta, preoccupante, e non solo per questa guerra. Lentamente, ma inequivocabilmente, il paese sta andando verso una progressiva islamizzazione. E questo scoraggia tutte le minoranze.


Nel mese di febbraio, ci è successa una cosa triste: un giorno siamo andate al cimitero, e abbiamo visto che le due croci provvisorie dipinte sulle pietre erano sparite. Un nostro vicino che pascola le sue mucche nel campo vicino, ci ha detto che erano stati dei ragazzini. E sarebbe intervenuto lui. 

Il giorno dopo, si è presentato un ragazzino del villaggio sunnita vicino a noi, sugli otto anni, insieme al padre e al nonno, dicendo di essere stato lui, scusandosi ecc. Noi non abbiamo voluto ingrandire la cosa, si trattava di un ragazzino, anzi abbiamo cercato di farlo ragionare con calma, soprattutto perché capissero gli adulti che erano con lui che non abbiamo paura, che la Croce la portiamo dentro e non la possono distruggere.

La cosa che fa pensare però è che se il bambino ha fatto un gesto del genere, vuol dire che come minimo in casa, o a scuola, o comunque nel suo ambiente, ha sentito da qualche parte che le croci vanno distrutte, che i cristiani sono blasfemi.

 Ciò che preoccupa è questa mentalità, che cresce. E comunque non siamo spaventate, solo speriamo che le cose in qualche modo cambino, che ritorni la Siria aperta e composita che abbiamo conosciuto. 


Anzi, abbiamo pensato che fosse ora di rinnovare anche la nostra Croce di Fondazione, perché dopo tanti anni il legno era irrimediabilmente consumato, nonostante la manutenzione. Così in questo nostro 21° anniversario abbiamo innalzato una nuova Croce di pietra bianca, regalo degli scalpellini di Hama che stanno lavorando insieme ai nostri operai alla realizzazione della chiesa. 


Sì, questo 14 marzo è l’anniversario del nostro arrivo ad Aleppo, 21 anni fa, ed la festa di Nostra Signora fonte della Pace. Così abbiamo pensato di condividervi la spiegazione della nostra “icona”, che non è classica ma che amiamo molto perché ci accompagna nel cammino..


Ringraziate con noi il Signore per tutto quanto ci ha donato di vivere in questi anni.

Il Signore è fedele per sempre ! Buon cammino verso la Pasqua..


M. Marta Fagnani e le Sorelle Trappiste dalla Siria




Aiuta a costruire un luogo di Pace in terra di Siria!

DONA ORA

­

Sta nascendo il nuovo Monastero,segno di una Presenza che continua a portare speranza.

Aiuta a completare quest'opera! 

 

IBAN:VA49001000000050567001

CODICE BIC: IOPRVAVX 

Intestato a: Monastero Beata Maria Fons Pacis