Traduci

sabato 12 settembre 2026

Da Fairuz ai canti di maledizione: quale Siria alla Fiera di Damasco?

La kermesse tenutasi nei giorni scorsi con 1000 espositori da 60 Paesi è stata una vetrina per la Siria di oggi. Ma proprio per questo una serie di video fatti circolare in rete hanno sollevato molte domande sullo spazio per le minoranze e sulla disponibilità a immaginare una società che vada oltre il potere e la vendetta.
 

di Sofya Naama  AsiaNews 

La Fiera internazionale di Damasco non è mai stata solo uno spazio di stand commerciali e accordi economici. Nella memoria collettiva siriana è sempre stata una finestra sul mondo. Dal suo palcoscenico, negli Sessanta e Settanta, la grande cantante araba Fairuz cantava: “Damasco, che cos’è la gloria? Sei tu la gloria che non tramonta”. Questo ricordo contrasta nettamente con alcune scene della 63ª edizione della Fiera, svoltasi dal 26 agosto al 4 settembre scorsi. Presentata come la prova del rilancio economico della Siria, secondo i comunicati ufficiali ha riunito circa 1000 imprese e organizzazioni provenienti da quasi 60 Paesi. Cifre da non ignorare, ma che da sole non bastano a decretarne il successo. La Fiera internazionale è infatti anche una vetrina: racconta il modo in cui un Paese vede sé stesso e desidera essere visto. Ed è proprio sotto questo profilo che l’ultima edizione ha sollevato interrogativi inquietanti.


Dai canti dedicati alla città ai canti di vendetta

In un video circolato ampiamente sui social, un gruppo di uomini si esibisce su un palco recante il logo del ministero della Cultura siriano. Cantano versi che maledicono le anime di Hafez al-Assad e di suo figlio Bashar, mentre parte del pubblico applaude. L’esibizione è stata diffusa come parte di un programma di canti rivoluzionari eseguiti dal gruppo Sayhat Hurriya, “Grido di libertà”.

I siriani non hanno bisogno che qualcuno ricordi loro i crimini attribuiti ai governi degli Assad, né le sofferenze dei detenuti, degli sfollati, delle famiglie delle persone uccise o scomparse. Dopo decenni in cui persino una lieve critica al presidente poteva avere conseguenze devastanti, la rabbia nei confronti del vecchio regime non è né sorprendente né illegittima. 

Ma la questione riguarda il ruolo che un ministero della Cultura dovrebbe svolgere nel dare forma a tale espressione. Esiste una differenza sostanziale tra un’arte che documenta la repressione, restituisce voce alle vittime e affronta un passato violento, e uno spettacolo che si regge su maledizioni, insulti e minacce formulate in termini generici contro i presunti residui del vecchio regime.

Il termine comunemente utilizzato per definirli, fulul, non distingue tra chi ha commesso crimini, un ex dipendente pubblico, un comune cittadino che in passato si è adattato all’autorità e chi, semplicemente, non sostiene i nuovi governanti del Paese. Quando un’istituzione culturale mette il proprio palcoscenico al servizio della retorica della vendetta, non contribuisce necessariamente all’accertamento delle responsabilità. Rischia invece di trasformare la cultura in uno strumento di mobilitazione politica. Riduce nuovamente il Paese ai suoi governanti, limitandosi a invertire i segni. Tra il culto di un leader e la maledizione di quello precedente, l’arte perde la capacità di immaginare una società che vada oltre il potere e la vendetta.


Quando lo sport diventa una lezione religiosa

Un secondo video proveniente dalla Fiera mostrava alcuni giovani impegnati in esercizi fisici e acrobatici, mentre un oratore sosteneva che l’allenamento costante non fosse sufficiente: senza la fede e l’affidamento a Dio, l’atleta non avrebbe potuto avere successo. Le immagini hanno alimentato il dibattito sul motivo per cui un’esibizione presentata come sportiva fosse stata trasformata in una lezione religiosa. Per molti atleti la fede rappresenta un’autentica fonte di forza, e ciascuno ha il diritto di raccontarne l’importanza nella propria vita. Ma il messaggio assume un significato diverso quando è un’istituzione pubblica a presentare il successo sportivo come dipendente dalla fede religiosa. Lasciare intendere che chi non crede, o concepisce la fede in modo diverso, non possa riuscire neppure nell’attività fisica significa trasformare uno spazio comune in una verifica indiretta di conformità religiosa.


Anche le immagini della preghiera collettiva alla Fiera hanno suscitato un acceso dibattito. Nel materiale diffuso, uomini e donne apparivano collocati in settori completamente separati. Tutte le donne visibili indossavano il velo, mentre nella sezione maschile prevalevano religiosi e figure dall’abbigliamento chiaramente riconducibile alla sfera confessionale.

L’abbigliamento non consente di stabilire l’appartenenza religiosa di una persona, così come una fotografia non può dimostrare che al di fuori dell’inquadratura non fossero presenti membri delle minoranze. Ma le immagini pubbliche producono significati. In quelle scene specifiche, la pluralità religiosa e sociale della Siria non era visibile; dominava un solo modello di identità pubblica.


Il problema non è la preghiera, né il velo o l’abito religioso. Mettere a disposizione uno spazio di preghiera all’interno di una grande esposizione è del tutto ragionevole, e la libertà di culto costituisce un diritto fondamentale. Ma la preoccupazione nasce dall’effetto cumulativo: la preghiera collettiva, i canti religiosi, la predicazione inserita in uno spettacolo sportivo e un programma pubblico i cui elementi più visibili sembravano esprimersi tutti nel medesimo registro ideologico.

L’esclusione non comincia necessariamente con una legge che impedisce l’ingresso a un determinato luogo. Può iniziare quando cambia la sua natura, quando le sue attività si rivolgono ripetutamente a un’unica componente della società, quando lo stesso tipo di oratori ne occupa i palcoscenici e gli stessi volti ne definiscono l’immagine pubblica. Non è necessario dire esplicitamente ai cittadini che non appartengono a quel luogo. Può essere l’atmosfera stessa a trasmettere il messaggio.


Il peso dell’espressione “regime alawita”

Questa trasformazione culturale coincide con il persistente utilizzo dell’espressione “regime alawita” per indicare il precedente governo. È vero che la famiglia Assad si è affidata in larga misura a reti familiari e di sicurezza nelle quali gli alawiti occupavano posizioni di rilievo. Tuttavia, le sue strutture politiche, militari e di intelligence comprendevano anche figure di primo piano provenienti da altre comunità. Il principio che definiva il sistema era la fedeltà alla famiglia al potere e alle sue reti clientelari, non la rappresentanza degli alawiti in quanto comunità religiosa.

Ridurre l’intero regime precedente a una confessione cancella la distinzione tra i responsabili dei crimini e i cittadini comuni. Trasforma la responsabilità politica e penale in una colpa collettiva attribuita dalla nascita. Il rischio aumenta quando a questa definizione si associa un uso elastico della parola fulul. Se chi detiene il potere può ridefinire il termine secondo le proprie necessità politiche immediate, qualunque dissidente può prima o poi essere incluso in quella categoria.

Un’autentica giustizia di transizione non ha bisogno di canti di maledizione. Ha bisogno di prove, fascicoli, indagini indipendenti e processi equi. Soprattutto, richiede una distinzione precisa tra responsabili, vittime, testimoni e cittadini che hanno vissuto sotto un sistema autoritario senza diventare responsabili dei suoi crimini.


Le minoranze tra violenza fisica e rimozione simbolica

I timori espressi dalle comunità minoritarie non sono astratti. La regione costiera siriana ha assistito a estese violenze che hanno coinvolto civili alawiti, mentre a Suwayda si sono verificati abusi mortali ai danni delle comunità druse e beduine, con il coinvolgimento di diversi attori armati. Un’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violenze avvenute a Suwayda nel luglio 2025 ha riferito che più di 1.700 persone sono state uccise e circa 200mila costrette a lasciare le proprie case. Secondo l’inchiesta, gli atti compiuti dalle forze governative, dai combattenti tribali e dai gruppi armati drusi potrebbero configurare crimini di guerra o crimini contro l’umanità.

Le minoranze siriane - alawiti, cristiani, drusi, ismailiti, sciiti e curdi - non si trovano tutte nelle stesse condizioni. I rischi variano a seconda della comunità, del luogo e delle circostanze individuali. Ma ciò che le accomuna è la necessità di uno Stato che non trasformi l’identità religiosa o etnica nel fondamento dei diritti, del sospetto o della punizione.

La sicurezza non consiste soltanto nell’assenza di omicidi e rapimenti. Significa anche che una donna senza velo possa entrare in un’istituzione pubblica senza sentirsi in contrasto con il modello sociale che essa sembra privilegiare. Significa che un cristiano, un alawita, un druso o un musulmano laico possa salire su un palcoscenico culturale senza nascondere la propria identità o mettere in scena una dichiarazione di fedeltà. Significa inoltre che i cittadini religiosi possano praticare liberamente il proprio culto senza che la loro fede venga appropriata e trasformata in teatro politico.


Un nuovo governo o un nuovo linguaggio della lealtà?

Per decenni, lo Stato baathista ha governato attraverso rituali familiari: i ritratti del leader, le manifestazioni obbligatorie, le dimostrazioni di fedeltà nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro. Molti non credevano a ciò che dicevano. Recitavano quanto ritenevano che le autorità volessero vedere. Il pericolo, oggi, è che questo meccanismo sopravviva, limitandosi a cambiare contenuto.

Il ritratto del leader può essere sostituito da un aspetto religioso ritenuto preferibile. Le lodi al presidente possono lasciare il posto alle maledizioni pubbliche rivolte al suo predecessore. La manifestazione obbligatoria del partito può essere sostituita da un evento nel quale la partecipazione viene misurata in base alla conformità a un’identità approvata.

La Fiera internazionale di Damasco non si può ridurre esclusivamente ai suoi video più controversi. È possibile che abbia ospitato conferenze e iniziative serie, che hanno ricevuto minore attenzione. Ma la responsabilità istituzionale comprende anche il dovere di impedire che un’unica corrente ideologica finisca per oscurare ogni altro aspetto della manifestazione.


Il ministero della Cultura avrebbe potuto utilizzare la Fiera per presentare la musica, il teatro, la letteratura e il patrimonio delle diverse regioni della Siria. Soprattutto, avrebbe potuto recuperare ciò che Fairuz rappresentava un tempo: un’arte che non chiedeva agli ascoltatori a quale confessione appartenessero e non esigeva una dichiarazione di fedeltà politica prima di consentire loro di entrare in sala.

Il successo del nuovo ordine siriano non sarà misurato soltanto dalla caduta delle statue di Assad o dal numero delle imprese presenti a una fiera. Sarà misurato dalla capacità del Paese di creare uno spazio civico condiviso nel quale tutti i siriani possano riconoscersi.


https://www.asianews.it/it/medio-oriente/siria/da-fairuz-ai-canti-di-maledizione-quale-siria-alla-fiera-di-damasco

sabato 5 settembre 2026

Oriente in festa: la colonna di San Simeone Stilita restaurata ad Aleppo

 

Aleppo, 2 settembre 2026 

La colonna sulla quale San Simeone Stilita visse in ascetico isolamento è stata restaurata ad Aleppo, in Siria, in concomitanza con la sua festa e l'inizio del nuovo anno liturgico. La ricostruzione ha concluso una settimana di eventi intitolata "Luce da Aleppo", organizzata dall'Arcidiocesi di Aleppo e Dipendenze.

Il 1° settembre, giorno della festa del santo, l'Arcidiocesi ha accompagnato centinaia di pellegrini all'antico Monastero-Cattedrale di San Simeone nella regione del Monte Simeone, con il tema "Sulle orme di San Simeone", come riporta l' Arcidiocesi antiochena del Nord America .

Le celebrazioni, tenutesi sotto il patrocinio di Sua Eminenza il Metropolita Efrem (Maalouli), a capo dell'Arcidiocesi, hanno incluso il restauro della colonna dove il santo del V secolo praticava l'ascetismo e la penitenza. La struttura aveva subito danni a causa di terremoti e distruzioni nel corso dei secoli. Gli organizzatori affermano che la sua ricostruzione rappresenta una testimonianza di resurrezione spirituale e di rinnovata speranza.

Prima della ricostruzione, gli operai hanno ripulito e restaurato le rovine del sito, che avevano svolto un ruolo importante nella diffusione del cristianesimo ortodosso e nell'insegnamento delle pratiche ascetiche che San Simeone aveva trasmesso ai suoi seguaci.

Sua Grazia il Vescovo Paolo di Tarso, che si prende cura dei cristiani ortodossi nella storica Antiochia, originario della Turchia meridionale, ha partecipato alla funzione di preghiera serale insieme ad altri leader cristiani locali. 

Il metropolita Efrem ha ringraziato tutti coloro che hanno organizzato, sostenuto e partecipato alle celebrazioni, e ha chiesto le preghiere e l'intercessione di San Simeone Stilita.

https://www.antiochian.org/regulararticle/2923  


N.B 2013I terroristi dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante che occupavano una parte della città di Aleppo hanno preso di mira per la prima volta la storica cattedrale di San Simeone lo Stilita, distruggendo le reliquie del santo e rubando tutto ciò che di prezioso si trova al suo interno con ogni mezzo.... 

https://oraprosiria.blogspot.com/2013/11/prosegue-nellindifferenza-del-mondo-la.html


venerdì 4 settembre 2026

In Libano, è stato inaugurato un monastero di clausura, sulle orme di Tibhirine


 AsiaNews, 2 settembre 2026

Un vero e proprio “miracolo”. Quello del “ritorno di Dio” in una regione che soffre per la sua lontananza dalla capitale e per la desertificazione spirituale del mondo. È con questi occhi che in Libano comunità cristiana di  Rayak - vicino a Zahle, nel governatorato della Bekaa - ha vissuto lo scorso 11 agosto, festa di Santa Chiesa, l'inaugurazione ufficiale di un nuovo monastero della Clarisse, le suore di clausura francescane. Un gruppo di loro ha scelto di lasciare il proprio monastero italiano di Montone in Umbria per vivere la propria vocazione contemplativa in una terra martoriata come il Libano.

A presiedere la cerimonia è stato mons. César Essayan, vicario patriarcale dei latini in Libano che ha voluto questa presenza e ha guidato la giornata di festa assieme a un popolo accorso in massa in questa cittadina a maggioranza cristiana in un'area dove la popolazione sciita è in continua crescita, anche a causa della guerra. “Non l’ho detto nella mia omelia, ma le suore l’hanno annotato: la gente parla di un miracolo - racconta ad AsiaNews, il vescovo latino del Libano -. È bellissimo! Ma non è un miracolo come gli altri. Il fatto che delle suore italiane abbiano lasciato il loro monastero, che lo abbiano addirittura venduto, per venire a stabilirsi in un posto sperduto del Libano, significa che il Signore si è finalmente ricordato di loro”.

Questa emozione ha commosso anche suor Gloria, che parla a nome del gruppo: “Mentre tutto muore - racconta ad AsiaNews la religiosa 43enne di origine italiana - mentre la gente, non ha più speranza, mentre i giovani vogliono solo lasciare un Paese che sembra senza futuro, noi - esclama - ci compriamo una casa!”. L’insediamento delle cinque monache (Damiana, Gloria, Celina, Maria Lucia) provenienti dal monastero italiano, e di Maria Grazia, una suora appartenente a un monastero di Città del Messico, è ancora in corso: ci vorranno ancora alcuni mesi per completare le formalità di sgombero e sistemazione dell’edificio - attualmente occupato da alcune famiglie di sfollati - e di un terreno adiacente, che dovrà garantire alla comunità l'autosufficienza. Ma la storia del nuovo monastero ormai è iniziata.

"Rayak ci ha scelto"

Noto per essere stata un’importante stazione ferroviaria che serviva in particolare Damasco e Aleppo, da dove i viaggiatori si imbarcavano sul leggendario Orient Express, e nota anche per la sua base aerea militare, l’agglomerato urbano di Rayak è stato per un certo tempo molto prospero. Il cambiamento epocale e la chiusura da parte della Francia di una grande fabbrica hanno contribuito in larga misura al suo declino. Oggi ospita cristiani, per lo più greco-cattolici, oltre a una popolazione sciita in progressiva crescita, continuamente alimentata da numerose famiglie sfollate a causa della guerra.

Questo cambiamento demografico si è ripercosso sulla composizione della municipalità sul piano demografico. Tuttavia, il comune rimane per tradizione una sorta di microcosmo del Libano, con minoranze maronite, ortodosse e armene, ciascuna con la propria chiesa. Il centro urbano più vicino è Zahle (capoluogo della Bekaa, distante una dozzina di chilometri). Dell’epoca del mandato francese rimane una curiosità: è una delle poche località del Libano dove si gioca ancora a belote, un popolare gioco di carte composto da quattro persone divise in due coppie.


Tutta la Bekaa ha esultato alla notizia della fondazione, con la cerimonia ufficiale che si è tenuta l’11 agosto scorso. Secondo suor Gloria, sono stati necessari sei viaggi esplorativi prima che la scelta ricadesse su Rayak. Alla fine, la località ha incontrato la preferenza delle religiose grazie alla popolazione del suo “quartiere cristiano”, che si è data da fare per trovare l’edificio e i terreni necessari al progetto. “Non sapevamo nemmeno che Rayak esistesse” commenta ad AsiaNews suor Gloria. “Sono stati i suoi abitanti che, avendo saputo che delle suore volevano stabilirsi nei dintorni, sono venuti a cercarci! Questo gesto - prosegue - ci è sembrato un chiaro segno da parte del Signore. Poi è arrivato lo studio (faticoso) dell’arabo!”. 

La fondazione è il frutto di un percorso di discernimento durato circa dieci anni, precisa ancora. Il primo impulso è venuto dal Libano. La fondazione di questo monastero rispondeva al desiderio della Chiesa locale di vedere le Clarisse - che attualmente hanno già un monastero a Yarzé, area residenziale alla periferia di Beirut - stabilirsi anche in un ambiente meno agiato, dove essere segno anche per le vocazioni.

Sulle orme dei trappisti di Tibhirine

Per le stesse Clarisse, a prescindere dal Libano, è stata la donazione totale dei Trappisti di Tibhirine - la comunità algerina i cui membri sono stati rapiti e uccisi durante la guerra civile (1994) e poi proclamati martiri da papa Francesco - a suscitare il desiderio di una donazione totale. “Questa storia - ammette suore Gloria - ci ha profondamente commosse, soprattutto perché era un’intera comunità, e non una sola persona, a salire sull’altare”. L’invito all'inserimento in ambito rurale in Libano, un ambiente che inizialmente le aveva lasciate titubanti, è stato accettato dopo la nomina nel 2021 di un amico della comunità, il cardinale di origine belga Dominique Mathieu ad arcivescovo di Teheran-Ispahan, in Iran. “Ben consapevole della difficoltà, ha accettato per fede”, commenta suor Gloria. “Il suo ‘sì’, il suo coraggio e la sua fiducia nel Signore ci hanno profondamente interpellate e ci siamo dette: ‘E noi?’. Da quel momento - sottolinea - abbiamo preso seriamente in considerazione la possibilità di venire qui e, dopo aver pregato a lungo, abbiamo deciso di lanciarci in questa avventura”.

La dimensione islamo-cristiana della fondazione è evidente. Tanto più che la Bekaa porta ancora l’impronta delle violenze che, durante gli anni della guerra civile libanese e della dittatura siriana, sono costate la vita, a 10 anni di distanza l’una dall’altra, a due sacerdoti: il gesuita Nicolas Kluiters - brutalmente assassinato nel 1985 nei pressi del villaggio cristiano di Barqa, e la cui causa di beatificazione è attualmente all’esame - e il postulante Ghassibé Keyrouz, che p. Kluiters aveva preso sotto la sua ala protettrice, ucciso nel pieno dell’ondata funesta delle stragi confessionali del 1975, mentre si recava a Nabha per festeggiare il Natale in famiglia.

In ogni caso le suore sanno che se gli echi della guerra civile si allontanano, quelli della guerra tout court sono assai presenti coi bombardamenti che li accompagnano, le distruzioni e le loro conseguenze economiche e sociali: numerose famiglie rifugiate da un sud del Libano messo a soqquadro; esodo silenzioso verso la città o l’estero dei giovani laureati di ogni provenienza; esodo - talvolta ingiustificato - dell’alta e media borghesia cristiana, in fuga dalla situazione delle zone rurali “invase” verso agglomerati urbani confessionalmente omogenei.

Perdono, chiave della pace

Nonostante tutto “nel mosaico delle comunità cristiane che vivono alla periferia del Paese, la fondazione di un convento è un grande segno di speranza”, assicura la storica Névine Hage-Chahine, che vive a Zahlé. “È una scintilla, una fiamma fragile - prosegue - che trema nella notte, ma pur sempre una fiamma. Questa fiamma accenderà il fuoco della preghiera. Una signora mi diceva: ‘Ma si rende conto, non potremo stare con loro!’. Eppure è proprio lì: l’essenziale - prosegue, citando un celebre racconto dell’aviatore e scrittore Antoine de Saint-Exupéry - è invisibile agli occhi”. Certo, a parte per fare la spesa, la popolazione di Rayak non vedrà le “sue” suore che hanno scelto la clausura. Niente “sobhiyé” con le Clarisse. Niente mattinate di chiacchiere davanti a un caffè. Tuttavia, tendendo l’orecchio, potrà sentire i loro canti ed, eventualmente, aiutarle nei giorni di neve e di grande freddo. Queste sono vocazioni".

Come tante ragazze italiane, suor Gloria racconta di aver frequentato l’università, di essere uscita con gli amici e di aver conosciuto l’amore umano… Ma a 24 anni, al termine di un percorso interiore di cui solo Dio conosce il segreto, dice di aver finalmente trovato la sua “casa” dietro la clausura, in un’offerta radicale a Cristo che lei stessa un giorno aveva giudicato “esagerata”.

“Che cosa le dice del mondo, suor Gloria, il Signore della storia? Le capita mai di essere preoccupata?” le chiediamo da ultimo, prima di salutarla. La sua risposta fa capire come le Clarisse non vivano al di fuori dell’attualità. Con lo sguardo rivolto alle parole del papa, la loro preghiera incessante è che la logica del perdono, al centro del Padre Nostro, prevalga sulla logica della forza. Che non si creda mai che la guerra sia inevitabile. E che fede e speranza in una soluzione pacifica dei conflitti siano sempre preservate. “Sì - conclude suor Gloria - a volte mi capita di essere preoccupata. Lo siamo tutte, ogni tanto… Ciò che mi preoccupa di più è che nessuno, tra coloro che decidono del destino del mondo, intraveda né annunci l’unica soluzione a tutti i conflitti, sia a quelli in corso sia a quelli che ne deriveranno: il perdono!”.


https://www.asianews.it/it/medio-oriente/libano/monastero-delle-clarisse-nella-bekaa-seme-di-pace-e-speranza

lunedì 31 agosto 2026

Dalle Sorelle siriane di FONS PACIS


 Grazie a Dio, tutto continua!

Azer, luglio/agosto 2026

Carissimi,

eccoci. In questa rovente estate, i giorni sono passati veloci e già ci ritroviamo ad agosto senza avervi fatto sapere più nulla. Innanzitutto, grazie per tutto quanto state facendo per aiutare i nostri operai. Grazie in particolare agli “amici del Meeting”, a chi ha finalizzato ricorrenze e anniversari a questo scopo, grazie a Fiorenza che sempre pensa a noi...sappiamo che la situazione non è facile per nessuno, qui come li’, quindi ancora di più, GRAZIE.

Questa volta comincio col raccontarvi dei lavori. Che grazie a Dio continuano, nonostante tutto, e in particolare quello che vi racconterò fra poco. La pietra avanza bene, ed è una meraviglia. Bravi, bravi, bravi. I nostri operai sono veramente bravi.

E noi siamo un po’ divise tra la consapevolezza che è un lavoro duro (chi resterà dopo di loro, che avrà ancora il coraggio e la forza fisica di affrontare queste fatiche?) e l’orgoglio di vedere quanto sta uscendo dalle loro mani.

Gli archi cominciano a rincorrersi, nel chiostro, e in mezzo all’incertezza e all’instabilità che dominano in Siria, questo ritmo certo e sereno sembra una bella promessa. Tante persone vengono a vedere il cantiere, si stupiscono, si rallegrano, si interrogano sul senso. Proprio come noi. Del resto un monastero serve anche per questo, per farci pensare, per rimandarci delle domande.

Fra tutte le visite, anche quella del nuovo Nunzio, Mons. Luigi RobertoCona, con esperienza in Giordania, San Salvador. Un siciliano doc, che ha subito apprezzato la natura e...si è offerto di venire ad aiutarci a potare la vigna !

Siamo state molto contente di riceverlo, e veramente siamo grate della simpatia e del sostegno che ci ha dimostrato. Ha molto apprezzato la costruzione del monastero, e... ci ha incoraggiato a continuare non solo la parte abitativa per poterci trasferire, ma anche la chiesa, promettendoci aiuto. Beh, ottimo! Ma soprattutto ha fatto due cose importanti: ha sostenuto quelli che stanno lavorando al monastero, ringraziandoli per il loro lavoro e la fedeltà a questa opera. E poi ha visitato il villaggio, con molta semplicità e cordialità. Una cosa improvvisata, qualcuno ha gettato petali di rosa, gli scout hanno fatto il loro picchetto d’onore, e soprattutto in chiesa Mons Cona ha cominciato a dire quanto sentisse aria di casa, “ecco quel signore lì in quarta fila assomiglia proprio a mio padre...”. Si è conquistato tutti, promettendo di tornare presto. È importante perché la gente non è abituata a sentire i rappresentanti della Chiesa così vicini, così semplici.

Vi mettiamo qualche link a brevi video girati dagli operatori di AddAlsama, un canale promosso dai Francescani e diretto da giovani, fra cui un giovane di Azer, che copre un po’ tutti gli eventi delle varie chiese in Siria, e che si sta diffondendo molto come punto di collegamento far le varie comunità cristiane, e non solo. Da tanto ci chiedevano di girare qualcosa al monastero, per farlo conoscere, e questa è stata l’occasione. Cosi’ vi fate un giretto in drone..

Meno felice, per non dire fonte di grande tensione, è stata la vicenda occorsa a Charbel e a quattro altri ragazzi del villaggio che avevano fatto il servizio militare nell’epoca di Assad. È stata montata ,da una persona disonesta che vive in questa zona, una falsa accusa, prodotta nel tentativo di spaventare e ottenere denaro. Come sempre, ci sono uomini onesti e uomini disonesti da tutte le parti, in tutti i gruppi etnici o nazionali...Purtroppo, se da una parte è giusto indagare su crimini commessi nel passato, in questi tempi, a detta degli stessi giudici, le false accuse verso le parti più deboli della popolazione sono tante.

Potete immaginare cosa avrebbe significato, innanzitutto per Charbel, ma anche per noi, per il cantiere, per tante altre cose. Alla fine la verità ha mostrato la sua evidenza, tutto si è risolto; ma questo dice bene come ci si possa sentire indifesi e esposti senza ragione, e quindi tentati di partire e lasciarsi tutto dietro le spalle. Quindi grazie per tutte le preghiere che avete indirizzato a questa intenzione.. Forse non tutti ne eravate al corrente, era un po’ difficile scrivere una newsletter su questo, ma...siccome comunque pregate per noi, è stata una battaglia di tutti e adesso vi invito veramente a ringraziare con noi il Signore...

Dobbiamo anche ringraziare Charbel e gli altri perché nonostante tutta questa tensione hanno continuato a lavorare, a portare avanti tutto il possibile.., e così siamo veramente in dirittura d’arrivo per poter iniziare con gli impianti. Sappiamo già chi farà il VRF, il tipo di impianto a aria per riscaldamento/raffreddamento. Abbiamo già fatto gli appalti per gli idraulici, e per gli elettricisti. Aspettiamo i prezzi e...fra poco si dovrebbe iniziare ! Speriamo proprio di poter portare a termine circa la metà della struttura, per poterci finalmente trasferire a vivere lì. Molto dipenderà dai prezzi di mercato dei vari materiali, con tutto quanto sta accadendo a livello geopolitico.

Nella news di maggio-giugno avevamo dimenticato di parlarvi di qualche visita, che ci ha portato un po’ di sapore d’Italia. A maggio è venuto Don Ambrogio Pisoni, che accompagniamo con tutto il cuore nella sua prossima destinazione a Nazareth! E poi don Franco, amico di sempre, ci ha raggiunte in giugno, anche per portarci il contributo generoso della sua parrocchia di Napoli e di quella di Don Sandro, Porto Santo Stefano, per l’acquisto di un piccolo frantoio a freddo, collaborazione italo siriana.. Si’, perchè almeno per ora stiamo incrementando la vendita del nostro olio, che è molto apprezzato. Un cuoco di Homs che l’ha acquistato e con esso produce hommos, la tipica crema di ceci araba, ne sta vendendo molta di più proprio grazie al gusto particolare dell’olio. Che soddisfazione! (anche se il merito è di Dio, le olive buone le ha create Lui...ma insomma). Intanto, la prima stanza terminata al monastero nuovo è la stanza dell’olio, con tre bei fustoni di alluminio, pronti per la prossima frangitura che si annuncia abbondante..

È anche tempo di preparare un’altra spedizione di sapone e creme, anzi siamo anche un po’ in ritardo, e di tirare un po’ le somme di questi primi due anni: siamo veramente grate a Maria e Attilio, Stefano e Alberto...e naturalmente a tutti voi che i nostri prodotti li acquistate, li regalate, li fate conoscere. Grazie! C’è ancora tanto da fare, ma speriamo che il giro cresca ancora..

Qui, più in piccolo, siamo impegnate a partecipare ad una piccola “fiera” nella Valle dei Cristiani, per la festa dell’Assunta, e quindi a preparare tisane, erbe, sciroppi, succo di melograno, candele, lavoretti vari.

È meglio che niente, in attesa di poter veramente dare vita ad una attività continua, a cui la comunità possa lavorare regolarmente e insieme. Ed anche in attesa che la situazione economica della gente migliori un po’, e con essa anche il mercato interno.

Termino, e sulla situazione non aggiungo molto, se non il consiglio di andare a leggervi due articoli riportati da Oraprosiria.blog; lì potrete trovare sia gli interventi di Mons. Jacques Morad, vescovo Sirocattolico di Homs (e monaco di Mar Musa) che sta parlando molto chiaramente della situazione. Ed anche la lettera dei Maristi blu, di Aleppo, che vi faranno sentire altrettanto bene il clima di questa città, che vede diminuire drasticamente la presenza dei Cristiani, dove si sente pesantemente l’influenza Turca, come già vi raccontavamo..

Intanto, le nostre autostrade (quella in direzione Homs Tartous) da due tre mesi, a causa della chiusura di Hormuz, si sono riempite di autocisterne. Ogni giorno, letteralmente chilometri di autobotti in fila, dall’Iraq al porto di Banjas, per trasportare il petrolio destinato agli Stati Uniti. Ogni tanto, con questo caldo, qualche cisterna scoppia o si ribalta...con morti e feriti..

In questi giorni, ci sono grandi mobilitazioni sui confini con il Libano. Entrerà la Siria nel conflitto con Hezbollah? Oppure si preparano solo ad un eventuale sollevamento Sciita? Oppure? mah...Preghiamo, veramente la preghiera è la nostra vera pace..

   M. Marta Fagnani


Continua la campagna “ADOTTA UN OPERAIO“.

Puoi donare la cifra che vuoi. Il tuo aiuto permetterà di continuare a dare lavoro alle maestranze che, con grande maestria, costruiscono il nuovo monastero. Un aiuto e una speranza per le famiglie che restano nella amata Siria.




giovedì 27 agosto 2026

Il cardinale Pizzaballa risponde al Meeting di Rimini: Dobbiamo consegnare un passato redento alle nuove generazioni


Osservatore Romano, 27 agosto 2026

La Cisgiordania è ormai «una terra senza legge», la tensione tra coloni e popolazione palestinese è in continuo aumento, e quanto accade resta «senza nessun argine dal punto di vista della sicurezza e della legalità». E che «ci sia una situazione di aggressione continua da parte dei coloni è un fatto assodato». Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, parla nell’ultimo giorno del Meeting per l’amicizia fra i popoli a Rimini, incontrando prima i giornalisti e poi dialogando con un gruppo di giovani.  

«L’Occidente deve aiutare ad alzare un po’ lo sguardo, a creare delle prospettive, aiutare anche a calmare questa deriva continua con uno sforzo diplomatico sempre maggiore», sottolinea il porporato, indicando come la diplomazia, nonostante «tutta la sua debolezza», resti «l’unico modo per cercare di risolvere il conflitto che eviti l’uso delle armi, della violenza e della forza militare». Lo sguardo del patriarca si volge a Gaza, dove la situazione «si è deteriorata tantissimo» e resta «umanamente molto devastata», tuttavia resta «più stabile da un certo punto di vista, a livello politico si discute molto». Pizzaballa invita a non confondere la speranza con l’ottimismo o con l’attesa di una soluzione immediata: «Non dobbiamo confondere la speranza con “andrà tutto bene” o con una soluzione politica. La speranza è qualcos’altro». Nasce, spiega, “da dentro”, dagli incontri e dalle persone, «israeliani e palestinesi, ebrei, musulmani e cristiani» — proprio come avvenuto nei giorni del Meeting — che scelgono di mettersi in gioco «per fare qualcosa di bello, per aiutare, per sostenere, o anche semplicemente per rifiutare di deumanizzare l’altro». La soluzione dei due Stati, Israele e Palestina, ribadita dal Papa, afferma poi, «è l’unico modo di riconoscere agli israeliani e ai palestinesi il diritto di avere una casa nella loro terra». «Prima o poi il Papa verrà in Terra Santa — aggiunge — è questione di tempo. Penso che sia necessario preparare le condizioni per questa visita perché possa davvero portare frutto. Lavoreremo su questo insieme al Santo Padre ma credo che non si debba avere fretta e si debbano evitare anche gesti eclatanti che restano lì, ma deve essere inserita dentro un percorso significativo».

Nel dialogo con tre giovani, in conclusione di giornata, evento intitolato  Scrutando il cielo di Gerusalemme, il porporato risponde alle domande di una studentessa milanese, di un ragazzo statunitense e di un liceale di origini ucraine che vive a Rimini, formulate sugli spunti offerti dalla sua Lettera pastorale Tornarono a Gerusalemme con grande gioia, pubblicata nell’aprile scorso e indirizzata alla sua diocesi, dislocata su Israele, Palestina, Giordania, Cipro. Occorre impedire, dice rispondendo proprio al giovane dell’Ucraina, che la logica deumanizzante della guerra diventi «il tuo modo di pensare, di sopravvivere», poiché «la guerra ruba ai giovani gli anni più belli della loro vita, quando non toglie loro la vita stessa. È vero per l’Ucraina ma anche per il Medio Oriente. La guerra ha le sue dinamiche, ti abbrutiscono. L’altro viene esorcizzato, perchè se l’altro è umano e ti è vicino diventa difficile colpirlo» e «la dinamica della guerra non deve impossessarsi della coscienza».

Ciò che si rende necessario, sottolinea poi Pizzaballa, è «evitare di ridurre la pace a slogan e anche approcci ingenui a una realtà complessa» come quella del Medio Oriente e non solo. Perché la pace richiede azioni politiche che hanno le loro dinamiche. E tra l’altro la politica è fatta di equilibri, di interessi, relazioni di potere, ma il problema è quando si riduce a interessi di parte ed equilibri di forze, «e le conseguenze sono visibili», prosegue. Allora serve qualcuno che alzi la voce, «che ricordi qual è il bene comune», il quale «non deve essere disatteso e dimenticato». E in Medio Oriente il senso del bene comune si è perso, rimarca il patriarca, e sembra che a guidare le istituzioni sia ciò che è buono per sé, per la propria parte politica. E allora i leader religiosi devono ricordarlo, la politica è anche la società civile e in un momento come questo, in cui le istituzioni politiche mostrano debolezza e incapacità di lavorare per il bene comune, serve cambiare linguaggio.

Al cardinale Pizzaballa viene chiesto anche come si affronta il dolore in una realtà come quella del Medio Oriente, come rimanere saldi. La risposta è guardare la croce, «il luogo dove Gesù umanamente fallisce, ma che per noi è fonte di salvezza» e da dove scaturisce la risurrezione, con la premessa che il dolore nella regione mediorientale è quello delle relazioni spezzate e per la violenza cui si assiste, per le persone che non ci sono più, per l’inadeguatezza avvertita di fronte a diverse situazioni. «Perché non si può fare tutto», non si può arrivare dappertutto, non si può offrire aiuto come si vorrebbe. La preghiera, allora, è il luogo in cui consegnare la propria impotenza, indica il patriarca, e quando si cade, quando si pensa di non farcela più, si deve guardare a Cristo e «ricominciare». Nel dolore è importante non lasciare solo chi soffre, più di tante parole conta esserci.

Ma come mantenere viva la speranza? Nel contesto mediorientale, «così lacerato, carico di odio, rancore, fatiche» non è facile coltivarla e il porporato precisa pure che «non è una soluzione ai problemi», la quale, tra l’altro, non si vede ancora all’orizzonte. «Bisogna essere realisti perché la situazione è deteriorata» riconosce, precisando che la speranza «non è l’attesa di qualcosa che deve venire da fuori, nasce dall’interno del cuore, è figlia della fede, è la coscienza di non essere soli, è, nella fede, la presenza dell’incontro con Cristo nella popolazione, nei volti, nelle associazioni, nelle comunità che si mettono in gioco per fare qualcosa insieme». Come i ragazzi dell’Università pubblica di Gaza che il patriarca ha incontrato recentemente, pieni di vita e desiderio di vita — e «quello è fonte di speranza» — concordi nel ritenere che la violenza va rifiutata.

Tra gli interrogativi posti al cardinale Pizzaballa anche un quesito sul dialogo interreligioso. Si sviluppa se ciascuno non ha «paura di incontrare l’altro», quando, convinti del proprio credo, non ci si sente minacciati e ci si relaziona agli altri «senza pregiudizi». Il porporato chiarisce di preferire l’espressione «dialogo interreligioso» e non «dialogo tra le religioni», perché a parlarsi sono i credenti, partendo dalle proprie esperienze di fede, sono le comunità. Finora sono state le élite, a dialogare, di ebrei, cristiani e musulmani, osserva il patriarca, serve, invece, che il dialogo cresca tra la gente. «Dopo la guerra di Gaza non si può tornare come prima, ci sono state tante ferite e incomprensioni» fa notare, e allora occorrono «occasioni a livello di territorio», perché cresca il dialogo, «perché lì nasce e si crea qualcosa di bello e diverso». E per guardare l’altro positivamente è necessario incontrarsi, non categorizzare, incoraggia Pizzaballa. «Ciascuno in Terra Santa si sente vittima e la sola vittima e questo è un circolo vizioso; l’altro diventa un nemico. La prima violenza nasce dal cuore e dalle parole» evidenzia, inoltre, il cardinale, che invita a non categorizzare «ebrei, musulmani, palestinesi, credenti, non credenti», bisogna, invece incontrare le persone, con le loro storie, emozioni, relazioni, «e questo aiuta a non generalizzare». «Servono testimoni dentro le nostre comunità che permettano di superare i confini, che ci sono, ma che non devono essere impermeabili — sintetizza il porporato — servono persone che creino brecce», bisogna uscire dal circolo vizioso del sentirsi uniche e sole vittime e del vedere gli altri come carnefici.

Per capire e giudicare gli eventi oggi, di fronte alle molte polarizzazioni e alle fake news, Pizzaballa ritiene, poi, necessario «ascoltare più voci», anche perché spesso gli algoritmi fanno leggere solo ciò che interessa a ciascuno, e allora è importante ascoltare anche le voci «che non si condividono, saper giudicare il linguaggio degli altri», capire se è aggressivo e disumanizzante e quindi da non seguire; «ma è un lavoro da fare continuamente in Medio Oriente», dove «nulla è come appare e tutto è molto complicato».

Tra i temi della lettera pastorale del patriarca che vengono approfonditi durante il colloquio, ci si sofferma inoltre sulla «purificazione della memoria». Per il patriarca latino di Gerusalemme «non significa dimenticare il passato, ma non si deve permettere che questo fatto di dolore e di ingiustizie segni il futuro e le interpretazioni della storia». Ci sono narrazioni diverse in Medio Oriente, e possono anche non essere condivise, ma non si può negare la lettura dei fatti da parte degli altri, e si deve evitare, attraverso la lettura sbagliata della storia, di giustificare scelte di rancore per le generazioni future. «Dobbiamo consegnare un passato redento alle nuove generazioni — termina il cardinale — questo è necessario e decisivo, a tutti i livelli: nelle università, nelle scuole, nelle moschee, nelle chiese, nelle famiglie». Infine, di fronte all’indifferenza «serve la passione, che è contagiosa», e ci vogliono pure «la gioia, l’amicizia».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-08/quo-194/il-rancore-non-ha-futuro.html

mercoledì 26 agosto 2026

Mons Khairallah «La situazione in Libano è catastrofica»

«Israele non otterrà mai niente con la guerra. Deve accettare ai suoi confini un paese pluralista come il Libano. Nel nome di Dio, possiamo costruire insieme la pace»

di Leone Grotti, TEMPI

Monsignor Mounir Khairallah, vescovo maronita di Batroun, città portuale fondata dai Fenici e affacciata sul Mediterraneo, ha appena terminato di raccontare sul palco del Meeting la sua drammatica storia personale. Aveva appena 5 anni quando un uomo fece irruzione in casa e uccise i suoi genitori davanti ai suoi occhi. «Ricordo ancora che mia zia, monaca, prese me e i miei fratelli e ci fece pregare per l’assassino e perché Dio ci desse la forza di perdonare», racconta. Monsignor Khairallah l’ha fatto, ha perdonato. Ora, però, è tutto il paese che avrebbe bisogno della stessa forza per uscire da una spirale di violenza che non sembra avere fine.

«La situazione in Libano è catastrofica, da 51 anni non conosciamo altro che guerra. Siamo stanchi, ma continuiamo a lottare per la pace», dichiara in un’intervista a Tempi a margine dell’incontro nella fiera di Rimini, dove sono state offerte poche ma significative cifre sullo stato del paese: da quando la guerra tra Hezbollah e Israele è ricominciata in Libano, il 2 marzo, altre 4.348 persone sono state uccise (sono 8.915 in totale dall’8 ottobre 2023), 12.307 i feriti, più di 70 villaggi rasi al suolo da Israele nel sud del paese e più di 350 mila persone che restano sfollate, senza una casa.

«Il Libano è in mezzo a una galleria buia»

È come se il Libano, spiega il vescovo di Batroun, «fosse entrato in una lunga galleria, come quelle che avete in autostrada in Liguria, e si trovasse proprio in mezzo, dove è buio pesto. Ora non vediamo niente, abbiamo pagato tanto a livello sociale, economico, politico e umanitario. Ma sappiamo che l’uscita c’è e presto inizieremo a intravedere la luce in fondo al tunnel».

I sette round di colloqui a Roma tra Israele e Libano per definire allo stesso tempo il disarmo di Hezbollah e il ritiro di Israele dai 600 chilometri quadrati che occupa nel sud del Libano potrebbero rappresentare una prima avvisaglia di quella luce , che splenderà davvero solo quando finirà questa guerra che «il Libano non ha mai voluto».

Ma per monsignor Khairallah il problema è più profondo dell’attuale conflitto:

«Voglio dire una cosa che l’Occidente fatica a capire e che non vuole sentire. Il punto non è Hezbollah, perché prima c’erano i palestinesi e i siriani. Il problema è che il Libano nella sua essenza è l’opposto di Israele come Stato, che il movimento sionista vuole come un paese monocolore per un popolo, una religione e una cultura, a esclusione di tutti gli altri. E questo tipo di Israele non vuole alle sue porte uno Stato multiforme e pluralista come il Libano. Per questo il mio paese viene continuamente destabilizzato».

Ecco perché, continua il vescovo Khairallah, «io voglio dire una cosa sia ai miei fratelli ebrei, perché il popolo ebraico non è identificabile con il sionismo, che ai miei fratelli musulmani, che non possono essere sovrapposti agli estremisti: liberatevi dall’odio, liberatevi dal rancore, liberatevi dal desiderio di vendetta. Nel nome di Dio, costruiamo insieme la pace»

Nelle parole del vescovo maronita di Batroun riverberano quelle che Leone XIV ha consegnato al Meeting di Rimini: «Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia», ha detto il Santo Padre. Monsignor Khairallah sottoscrive: «Che cosa ha ottenuto Israele in 70 anni di guerra con i palestinesi? Che cosa ha ottenuto dal 7 ottobre attaccando un paese dopo l’altro? Niente. La sicurezza non si ottiene attraverso l’esercizio della forza».

Il Libano oggi si aggrappa a qualunque appiglio di pace, ma non si fida più di nessuno. «Stati Uniti e Israele pensano solo ai loro interessi. Se muovendo guerra a un paese come l’Iran provocano la morte di migliaia di persone e causano danni economici a tutto il mondo, se ne fregano. Sono ipocriti e i valori di Donald Trump non sono i nostri».

Quando parla di “valori”, il vescovo di Batroun non pensa a dei concetti astratti ma a delle persone ben precise. «Ci sono tanti individui che hanno sacrificato la propria vita per la pace: potrei citare padre Pierre al-Rahi, che ha perso la vita il 9 marzo scorso in un bombardamento israeliano mentre soccorreva dei suoi parrocchiani feriti nel villaggio libanese di Al-Qlayaa». Ma monsignor Khairallah ci tiene a fare un altro esempio: «Voglio ricordare anche l’ex premier israeliano Yitzhak Rabin, che nacque in Palestina nel 1922, a Gerusalemme, che aveva rispetto per il popolo palestinese e che capiva qual è il significato della terra per tutti. Lui voleva davvero la pace e fu ucciso dagli estremisti ebraici per questo».

Un altro esempio luminoso è quello dei cristiani che vivono in un pugno di villaggi nel sud del Libano e che nonostante la guerra tra Israele e Hezbollah hanno scelto di restare nella loro terra e nelle loro case. «La forza di questa gente nasce dalla fede», commenta il vescovo maronita.

«Dalla memoria collettiva e dalla coscienza della propria identità. La Terra Santa è benedetta per tutte le religioni monoteiste, c’è una cultura che ci riunisce tutti e questa consapevolezza ci dà la forza di continuare a lottare per la pace e la riconciliazione. In questo lavoro solo Dio ci aiuta e noi continueremo a lasciarci guidare da Lui».

https://www.tempi.it/la-situazione-in-libano-e-catastrofica/