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sabato 22 agosto 2026

Siria sballottata tra Putin , Al-Sharaa e Erdogan


TEMPI,  21 agosto 2026

di Rodolfo Casadei

Martedì nelle pagine degli esteri dei principali giornali si leggeva la notizia dell’attacco aereo israeliano contro la base aerea siriana di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, in funzione anti-turca: Tel Aviv vuole impedire che si rafforzi la presenza militare di Ankara in Siria. Un’altra notizia è scivolata via con pochi commenti: domenica scorsa per la prima volta da quando gli islamisti di Ahmed al-Sharaa hanno preso il potere in Siria (8 dicembre 2024) un volo civile proveniente da Mosca è atterrato all’aeroporto internazionale di Damasco. L’aereo appartiene alla compagnia nazionale siriana Syrian Airlines e l’agenzia di stampa statale Sana ha segnalato con un asciutto comunicato che l’evento «segna la ripresa dei servizi aerei della compagnia tra Siria e Russia».

In realtà la notizia è molto curiosa, quasi sensazionale, quando si considera che appena cinque giorni prima, l’11 agosto, la Quarta Corte penale di Damasco aveva pronunciato otto condanne a morte, di cui sette in contumacia, a carico di maggiorenti del deposto regime: di questi almeno due, l’ex presidente Bashar al-Assad e suo fratello Maher al-Assad, già comandante della Quarta divisione corazzata, sono rifugiati politici in Russia…

Le condanne a morte degli esponenti del vecchio regime, legato a filo doppio con Mosca, non disturbano il processo di distensione fra gli ex ribelli siriani e la potenza che a partire dalla fine del 2015 più si batté al fianco degli Assad per arrestare la loro avanzata, perché entrambi i soggetti hanno interesse a non aprire un nuovo fronte di crisi.

Al-Sharaa ha problemi di controllo del territorio: gli israeliani vanno e vengono nel governatorato di Quneitra e bombardano quello dell’Idlib, l’Isis è ancora attiva nel nord-est del paese e ha compiuto attentati a Damasco attraverso la sua consociata Saraya Ansar al-Sunna, milizie druse filo-israeliane controllano aree del governatorato di Sweida; inoltre il nuovo uomo forte siriano deve gestire 5 mila combattenti jihadisti stranieri che gli si potrebbero rivoltare contro e gli ex ribelli siriani integrati alle forze di sicurezza che non appartenevano alla sua formazione, Hayat Tahrir al-Sham (Hts).

Vladimir Putin non può permettersi di distrarre forze dal teatro ucraino per difendere le due basi che conserva in Siria – il porto di Tartus e l’aeroporto militare di Hmeimim nel governatorato di Latakia, dove attualmente sono presenti meno di mille militari russi – nel caso che il governo siriano decidesse di cacciare i vecchi amici di Assad dal paese. Così il 9 agosto scorso Damasco e Mosca hanno raggiunto un accordo sul futuro delle due basi. Secondo il protocollo d’intesa firmato, la Siria assumerà il controllo delle infrastrutture civili dell’aeroporto di Hmeimim mentre le strutture militari verranno trasformate in centri congiunti di addestramento di truppe russe e siriane. Stessa soluzione per il porto di Tartus: la Russia restituisce le infrastrutture civili al governo siriano, mentre quelle militari verranno gestite congiuntamente; la gestione del quarto molo commerciale del porto di Tartus, insieme ai relativi magazzini e impianti, passa sotto il controllo esclusivo dell’Amministrazione generale dei Porti e delle Dogane della Siria.

Come scrive l’agenzia di stampa Sana, «per quanto riguarda le basi e le strutture militari, le parti hanno concordato di rivederne le funzioni in modo che vengano trasformate da basi militari in centri congiunti di addestramento e formazione, nell’ambito di nuovi accordi che garantiscano interessi reciproci».

Damasco ha già provveduto ad annullare la concessione per 49 anni della gestione delle infrastrutture civili del porto di Tartus a Stroytransgaz, un’impresa russa controllata da un oligarca molto vicino a Putin, e a concludere un contratto col colosso emiratino DP World, che garantisce un investimento da 800 milioni di dollari.

Ma in altri settori economici la Siria non sembra volersi affatto emancipare dalla dipendenza dalla Russia, almeno per ora. Le forniture di petrolio russe continuano a essere cruciali per il paese: Mosca ha fornito mediamente 46 mila barili al giorno di petrolio a Damasco per tutto il 2025, e nel primo trimestre del 2026 la quota è salita a 60 mila barili, pari a quasi la metà di tutto il fabbisogno siriano. La rete elettrica nazionale e le tre dighe sul fiume Eufrate che la alimentano sono state costruite con specifiche tecniche prima sovietiche e poi russe, e hanno bisogno dell’expertise russa per essere riabilitate. La Russia resta la principale fornitrice di cereali alla Siria e conserva una concessione per 50 anni per lo sfruttamento delle miniere di fosfati a Palmyra che Damasco non ha nessuna intenzione di annullare, perché rappresenta una fonte sicura di valuta pregiata.

Il ruolo russo è stato ridimensionato nel settore della stampa di carta moneta: la compagnia di stato russa Goznak non sarà più la sola incaricata di stampare le banconote delle lire siriane, ma altre due società straniere riceveranno commesse. Al momento non è dato sapere quali siano queste società, anche se alcuni alludono all’austriaca OeBS come una di esse.

La ragione forse più importante per la quale al-Sharaa ha evitato una politica di rottura con Mosca, responsabile di grandi perdite fra le file dei ribelli negli anni della guerra civile e oggi rifugio dei principali esponenti del decaduto regime, è la dipendenza della Siria dalle forniture militari russe.

Come scriveva nel luglio scorso The Syrian Observer,  «la Russia ha fornito il 70 per cento delle principali armi convenzionali della Siria nel decennio che ha preceduto la guerra civile, lasciando il paese dipendente dai russi per i pezzi di ricambio, l’assistenza tecnica, la formazione e l’addestramento per mantenere operativi carri armati, artiglieria e difese aeree. Passare a nuovi fornitori per la difesa costerebbe miliardi di dollari e anni di nuovo addestramento, costi che la Siria attualmente non è in grado di sostenere. Benché Damasco abbia esplorato una possibile cooperazione col presidente ucraino Volodymyr Zelensky in materia di tecnologie anti-droni, la manutenzione delle armi pesanti resta legata ai sistemi russi».

Per parte sua Putin non ha praticato alcun ostruzionismo nei confronti delle nuove autorità dopo la caduta di Assad e la sua fuga in Russia, dove è stato accolto. Nel novembre dell’anno scorso ha votato in Consiglio di Sicurezza l’abrogazione delle sanzioni che colpivano personalmente al-Sharaa e il suo ministro degli Interni Anas Khattab (risoluzione 2799), e nel febbraio di quest’anno ha votato anche la rimozione di Hts dalla lista delle organizzazioni terroriste, decisa all’unanimità dal Comitato del Consiglio di sicurezza per le sanzioni contro Isis e al-Qaeda.

Putin e al-Sharaa si sono già incontrati di persona due volte, e nella seconda occasione (28 gennaio di quest’anno) il presidente russo ha affermato che «molto è stato fatto per ripristinare le nostre relazioni interstatali» e ha elogiato le nuove autorità di Damasco per i loro sforzi volti a «ripristinare l’integrità territoriale della Siria». Per Mosca conservare la possibilità di appoggiarsi alle basi di Tartus e Hmeimim è fondamentale per la propria proiezione nel Mediterraneo e in Africa e per evitare che la Siria passi interamente sotto l’influenza della Turchia, cioè della Nato.

Un altro motivo, per quanto secondario, dei buoni rapporti che i russi cercano di avere col governo islamista di Damasco è quello di far restare in Siria centinaia di combattenti jihadisti di nazionalità russa (quasi tutti ceceni e daghestani) che là si sono trasferiti negli anni della guerra civile.

https://www.tempi.it/putin-al-sharaa-nemici-amici/ 

S'infiamma lo scontro tra Turchia e Israele


PICCOLE NOTE- 22 agosto 2026

L’attacco israeliano di alcuni giorni fa all’aeroporto militare di Abu al-Duhur, in Siria, inasprisce lo scontro tra Tel Aviv e Ankara che si protrae da tempo a motivo dal sostegno verbale di quest’ultima ad Hamas (e in genere alla causa palestinese) anche perché nata nell’alveo della Fratellanza musulmana, di cui il presidente Recep Erdogan si ritiene nume tutelare.

Non è la prima volta che l’IDF fa incursioni nello Stato confinante dopo la caduta di Assad, che anzi si sono intensificate negli ultimi tempi soprattutto nelle regioni meridionali, occupate da Israele, e nelle zone circostanti. Ma stavolta era diverso, dal momento che il target delle bombe non era Damasco, ma Ankara.

Infatti, secondo la ricostruzione israeliana, la base era stata appena visitata da una delegazione dell’esercito turco in vista di una sua ristrutturazione che permettesse di stanziare in loco le proprie forze armate. Uno sviluppo che Tel Aviv ritiene inaccettabile perché minaccerebbe la propria sicurezza, da cui l’aggressione preventiva per far capire ad Ankara che i suoi niet non sono solo verbali.

Così, infatti, nella rivendicazione pubblica di Netanyahu: Israele aveva inviato un messaggio “in termini generali” contro la presenza militare turca nell’aeroporto vicino ad Aleppo. “A quanto pare l’hanno ignorato, così ci siamo assicurati che lo capissero più chiaramente”. La Turchia ha negato che la visita della delegazione turca fosse parte di un progetto per stanziare le proprie forze armate in Siria, che anzi tale prospettiva non sarebbe neanche all’orizzonte.

Ma a tema non è tanto la veridicità o meno della ricostruzione israeliana, quanto il reale scopo dell’attacco, cioè il messaggio indirizzato a Erdogan, entrato ancor più nel mirino di Netanyahu da quando ha avuto un ruolo chiave nel far fallire l’attacco israelo-americano all’Iran del 28 febbraio, vanificando la pressione volta a ingaggiare i curdi nella jihad anti-Teheran (lo ha riferito, tra gli altri, anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi).

Il sultano turco negli ultimi tempi si sta muovendo con certa sagacia riuscendo a mettere a segno successi politici significativi. In particolare, un vero e proprio capolavoro politico: lui che era stato il peggior nemico dei curdi, con i quali per anni ha ingaggiato uno scontro sanguinoso, è riuscito nell’impossibile riuscendo a rappacificarsi con essi.

Un processo lungo e tormentato che ha visto protagonista il leader del PKK (partito dei lavoratori del Kurdistan) Abdullah Ocalan, da decenni ristretto nelle carceri turche, che a febbraio del 2025 aveva lanciato un appello al suo movimento perché disarmasse.  Non era la prima volta che Ocalan tentava questa mossa, evidentemente concordata con le autorità di Ankara in un’ottica di riconciliazione, dal momento che si era prodotto in un analogo appello già nel lontano 2013 con scarso successo. Troppo presto e troppe ancora le divergenze tra le autorità turche e i curdi.

Stavolta, però, era diverso. Tanta acqua era passata sotto i ponti, ma erano soprattutto le circostanze a essere radicalmente mutate. Erdogan aveva un disperato bisogno di questa riconciliazione per puntellare la sua più fragile posizione politica, mentre per i curdi si aprivano prospettive reali di far valere le proprie istanze, a lungo ignorate.

Inoltre, mutato era il quadro mediorientale a causa dell’imperversare di Israele, del genocidio di Gaza, della stralunata politica estera americana. Da qui la svolta reale: dopo altri appelli di Ocalan e ulteriori trattative più o meno segrete tra le parti, il 10 agosto il Parlamento curdo, su sollecitazione di Erdogan, ha approvato una legge che decreta l’amnistia generale per i militanti del PKK (in realtà, non è una vera e propria amnistia, ma è per intendersi).

Quando, nel marzo del 2025, scrivevamo di questo processo di pace, lo collegavamo a quanto stava accadendo in Siria, dove il governo di Damasco aveva intrapreso un negoziato con le fazioni curde sostenute dagli Stati Uniti perché si integrassero nel corpus statale, mettendo armi e miliziani al servizio dell’esercito e ponendo fine all’indipendenza de facto delle regioni da essi amministrate.  Un processo lento quest’ultimo che si è concluso ufficialmente in questi giorni e che è stato evidentemente una conseguenza diretta del voto del parlamento turco.

La tempistica dell’attacco dell’IDF, avvenuto in costanza di questa svolta, segnala il nervosismo di Tel Aviv per un processo che vanifica, o quantomeno rende meno probabile, il sogno di fare della Siria uno Stato fallito, abitato da una destabilizzazione permanente e facile preda del proprio espansionismo.

Tale sviluppo, peraltro, lega in maniera temporaneamente irrevocabile Damasco alla Turchia, rafforzando ulteriormente Erdogan e il suo progetto neo-ottomano e minando la prospettiva israeliana di ergersi a dominus incontrastato del Medio oriente.

Uno sviluppo, peraltro, che rafforza indirettamente anche la cosiddetta Nato sunnita, la recente alleanza siglata da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che impensierisce non poco Tel Aviv perché alternativa agli Accordi di Abramo.

Non sappiamo se la visita della delegazione turca in Siria servisse anche a sollecitare l’ingresso di Damasco in tale alleanza, ma la prospettiva è a tema, dal momento che il ministro degli Esteri siriano Asaad Hassan Al-Shaibani, in un intervento in cui ha definito Anakara un partner chiave per la ricostruzione del suo Paese, ha dichiarato che Damasco non ha ancora deciso se aderire o meno all’alleanza.

In risposta indiretta all’attacco in Siria, la Turchia ha emesso un nuovo mandato di arresto contro Netanyahu per genocidio e per il sequestro dell’equipaggio della flottilla diretta a Gaza. Nel mandato, anche tal Afek Moskovitch, ignoto anche ai media israeliani. Probabile che si tratti di un messaggio in codice diretto a Netanyahu (io so cose…).  La Turchia si rafforza, Israele si innervosisce. Altra carne al fuoco nel malmostoso Medio oriente, che ieri, tra le altre e più drammatiche vicende, ha visto l’attacco di un drone a un mercantile turco che navigava nel Mar Nero verso Novorossiysk: nessuna vittima, ma l’equipaggio ha dovuto abbandonare la nave al suo destino.

https://www.piccolenote.it/mondo/sinfiamma-lo-scontro-tra-turchia-e-israele

venerdì 14 agosto 2026

Beata Vergine Maria REGINA DI PALESTINA

di Pina Baglioni

Tra i rami sottili e i petali rosa delle bouganville che si arrampicano sui muri di pietra si erge, a Deir Rafat, il santuario di Maria Regina di Palestina; sulla sommità dell’edificio, issata sopra una base che sovrasta l’insegna Reginae Palaestinae, svetta la statua di Maria. Alta nel cielo azzurro, Maria ha il capo circondato da una corona di stelle e il braccio destro leggermente sollevato, il palmo della mano rivolto verso il basso in un gesto di protezione e di accoglienza; la mano sinistra si posa con delicatezza a fermare il velo che le copre le spalle.


Si trova nella valle della Soreq, a ovest di Gerusalemme. La valle, racchiusa tra il mare e i monti di Giudea, deve il suo nome al fiume che la attraversa: alcuni riconducono l’etimologia di “soreq” al significato di “inutile, vuoto”, legato all’infelice amore di Sansone e Dalila che qui nacque e crebbe, altri alla “vite speciale” che popolava i vigneti della regione. Tra memorie bibliche e paesaggi luminosi è qui che nel 1927 l’allora Patriarca di Gerusalemme, mons. Barlassina, fondò il santuario della Regina di Palestina, toponimo che allora identificava tutta la Terra Santa.
Da quel momento in poi il santuario è diventato la meta di un pellegrinaggio che si svolge ogni anno in occasione della festa dedicata a Maria Regina di Palestina, il 25 ottobre. Molti pellegrini partono dalle parrocchie vicine e da Gerusalemme, ma ce ne sono altri che vengono da più lontano, fin dalla regione della Galilea; altri, prima della guerra, anche dai territori palestinesi molti fedeli partivano alla volta del santuario della Madonna cinta di stelle.


A Roma, nel palazzo della Rovere, è stata posta per volontà del cardinale O’Brien un’icona che raffigura Maria Regina di Palestina, per dare corpo al legame che corre tra la capitale italiana e la Terra Santa: fino a Roma arriva lo sguardo dolce di Maria, la speranza di una protezione che ponga fine alle guerre. L’icona, dipinta dalle suore del monastero israeliano di Bet Gemal, raffigura Maria con la città di Gerusalemme tra le braccia, che dunque abbraccia simbolicamente tutti coloro che la abitano: cristiani, ebrei e musulmani: tutti sono accolti nel suo grembo, suggellando un forte e rivoluzionario messaggio di pace.
Papa Francesco ebbe a commentare così l’icona nel palazzo della Rovere: «Maria ci guarda in modo tale che uno si sente accolto nel suo grembo»; oltre al simbolismo dell’abbraccio è anche lo sguardo ad accogliere, lo stesso sguardo dolce che a Deir Rafat la statua di Maria posa sulla Palestina intera.
Oggi la Terra Santa è in guerra: la Palestina sanguina, e ricordare oggi la festa di Maria Regina di Palestina assume un significato ancor più profondo. Quando Barlassina le diede questo titolo, “Palestina” era tutta la Terra Santa, una terra «che più d’ogni altra regione appartiene» alla Vergine, sulla quale il Patriarca nella sua preghiera le chiede di «rivolgere uno sguardo pietoso»:

Noi Ti supplichiamo di rivolgere uno sguardo pietoso sulla Palestina,
che più di ogni altra regione Ti appartiene.
Ricorda che qui appunto Tu fosti costituita
tenera Madre nostra e dispensatrice delle grazie;
veglia dunque con speciale protezione sulla Tua Patria terrena.


È forte, oggi, leggere queste parole e pensare alle macerie, al dolore, che non lasciano tregua. Tutta la dolcezza raccontata dagli occhi e dalle braccia della Regina di Palestina di Deir Rafat e di quella di Roma stride dolorosamente con le immagini che i nostri occhi, oggi, vedono provenire dalla Terra Santa. Forse, però, la tragedia odierna ha bisogno più che mai di questa dolcezza: di uno sguardo che abbracci la situazione per intero, nella sua storia complessa, senza fermarsi pigramente su facili semplificazioni. I nostri occhi devono essere come quelli della statua sopra il santuario: larghi, acuti e buoni.

martedì 4 agosto 2026

6 anni dopo la strage del porto di Beirut- un documentario

Il 4 agosto 2020 rimane una data traumatica per tutti i libanesi, e a sei anni di distanza poco si è fatto per accertare le responsabilità della più potente e devastante esplosione non nucleare. Un documentario ne ricostruisce la storia, per non smettere di cercare la verità.

Terrasanta.net - 4 agosto 2026

235 morti; oltre 7.000 feriti; interi quartieri distrutti; migliaia di vite sconvolte. Sei anni dopo, a Beirut il dolore è ancora vivo e le famiglie delle vittime attendono ancora giustizia. «Raccontare la storia di questa doppia esplosione è estremamente difficile, tanto è complessa e politica, intrisa di voci, manipolazioni e interessi contrastanti – scrive Rima Abduk Malak, direttrice del quotidiano in lingua francese L’Orient-Le Jour –. Ma proprio perché è così delicata e importante che il giornale ha sentito il dovere di analizzare ciò che ha portato a questa tragedia, di cercare di separare i fatti dalla finzione, di raccogliere tutti i pezzi di un puzzle che rimane incompleto».

È così stato realizzato, dopo mesi di lavoro, il documentario 4 agosto 2020: Anatomia di una catastrofe annunciata (70 minuti, in francese con sottotitoli in inglese e diretto da Lucile Wassermann, disponibile integralmente e gratuitamente su Youtube ) e che ha avuto in questi giorni un’eco internazionale.

Il 4 agosto 2020, 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio polverizzarono il porto di Beirut, uccidendo persone e devastando un terzo della capitale libanese.

Di fronte a un’inchiesta giudiziaria e a indagini a lungo ostacolate da interferenze politiche, è stata organizzata una  contro-inchiesta. Si sono attivati giornalisti, ricercatori, familiari delle vittime, semplici cittadini interessati alla verità, rompendo il silenzio. Il documentario raccoglie gli esiti delle indagini, dipanando gli intrecci di una vicenda complessa che abbraccia sette anni. Il viaggio della nave Rhosus, una transazione opaca e società di comodo, la deviazione verso il Libano dove non era destinata, i successivi avvertimenti sulla pericolosità del prodotto che trasportava, ignorati dalle autorità libanesi, fino all’esplosione del 4 agosto di sei anni fa.

Il documentario esamina anche le diverse teorie emerse dopo la tragedia, tra cui possibili coinvolgimenti di Israele, Hezbollah o del regime siriano di Bashar al-Assad, e mette in fila gli elementi finora accertati o esclusi. Non solo L’Orient-Le Jour come espressione della stampa libera investigativa, ma anche Human Rights Watch, Occrp (Progetto di investigazione sulla corruzione e il crimine organizzato – organizzazione giornalistica non-profit), il network televisivo indipendente al-Jadeed e il sito di informazione Orient XXI, tutti in vario modo hanno rivelato come le autorità, ai massimi livelli di governo, abbiano ignorato gli avvertimenti sulla sicurezza nazionale e il pericolo rappresentato da questo arsenale esplosivo. Tra inefficienze amministrative, scandali politici e reti di influenza, il documentario presenta le premesse di quella catastrofe annunciata. (f.p.)


  Articoli precedenti sul nostro blog:

3 anni dalla tragica strage al porto di Beirut




mercoledì 29 luglio 2026

Lettere da Aleppo n° 52– Maristi Blu


 Aleppo, 20 luglio 2026

traduzione di Giorgio Banaudi

TENEBRE E SPERANZA

Cari  amici,

È con molto ritardo e una certa riluttanza che vi scrivo questa Lettera da Aleppo n. 52. All'entusiasmo che, dal 2012, ci spingeva a scrivere le nostre lettere per condividere con voi le nostre notizie è ormai subentrata una certa stanchezza: la stanchezza di dover parlare ancora una volta delle stesse sofferenze, di ripetere la stessa angoscia di fronte al futuro e di lamentarsi ancora dell'incertezza dell'avvenire.

La nostra regione è in ebollizione da diversi mesi a causa della guerra condotta dagli israelo-americani contro l'Iran; una guerra che ha destabilizzato diversi paesi della regione e ha danneggiato l'economia mondiale; una guerra in cui gli americani sono stati trascinati e dalla quale non sanno più come uscirne. Come al solito, è il povero e caro Libano a pagarne le conseguenze, con l'occupazione del sud del paese, la distruzione sistematica dei villaggi e più di un milione di sfollati.

La Siria non è stata direttamente colpita dal conflitto. Al contrario, ha visto il ritorno dal Libano di numerosi rifugiati siriani in fuga dalla guerra tra Israele-Hezbollah. Del resto, col cambio di regime del dicembre 2024, più di un milione e mezzo di siriani, rifugiati in Turchia, in Libano e in Giordania, sono rientrati in Siria.

Delegazioni straniere continuano ad arrivare in Siria per saggiare il polso del nuovo regime e ottenere la loro parte della «torta» per la ricostruzione, il giorno in cui questa verrà avviata. Fino ad ora, le decine di promesse di investimento e i numerosi protocolli d'intesa non sono stati attuati. Le sanzioni, revocate solo in parte, continuano a impedire la ricostruzione del paese e il miglioramento dell'economia. Quanto al ministro degli Affari Esteri, questi trascorre il suo tempo visitando altri paesi per ottenere sostegni che, per il momento, restano del tutto teorici.

La situazione militare interna è stata segnata, negli ultimi mesi, dal ritorno sotto il controllo dello stato delle vaste e ricche regioni che erano sotto il controllo delle milizie curde. Abbandonate dagli americani che le avevano create e sostenute per circa dieci anni, queste milizie, che sognavano uno stato curdo su una parte della Siria a cui non avevano diritto, hanno infine deciso di applicare l'accordo firmato con il governo siriano, in cambio di alcuni diritti, del tutto normali, concessi alla popolazione curda di Siria. La regione di Sweida, invece, abitata da una maggioranza drusa e sostenuta dagli israeliani, continua a considerarsi separata.

Sul fronte interno, il parlamento, chiamato da noi assemblea del popolo, è stato finalmente costituito: 140 deputati «eletti» dalle assemblee locali e 70 nominati dal presidente ad interim. È dominato dalla corrente islamista. I rappresentanti dei gruppi armati salafiti, ex ribelli, costituiscono un terzo dell'assemblea; altri 40 sono Fratelli Musulmani e il resto è stato scelto per garantire una rappresentanza equa delle regioni e delle minoranze etniche e religiose. Non vi è alcun membro dell'opposizione democratica e laica al regime di Assad, pur composta da persone competenti, integre e democratiche. I cristiani sono rappresentati da soli 6 deputati, di cui tre donne, e quattro sono stati nominati dal presidente per garantire una «certa» rappresentanza equa dei cristiani. Il compito di questa assemblea, cassa di risonanza del regime, oltre al voto delle leggi ordinarie, è quello di votare rapidamente una legge sui partiti politici (sciolti 63 anni fa dal partito Baath) e di redigere una nuova costituzione del paese entro la fine del periodo di transizione di 5 anni iniziato 19 mesi fa. Quale regime decreterà questa costituzione? Con molta apprensione, lo sapremo tra 3 anni.

L'islamizzazione del paese prosegue silenziosamente. Nessuna decisione governativa in tal senso, per non perdere credibilità presso i governi occidentali che continuano a ripetere al regime che deve rispettare le minoranze religiose. Ma vi sono decisioni locali ben chiare, prese dai prefetti delle diverse regioni: destituzione di giudici indipendenti o cristiani, imposizione del velo in alcuni luoghi, divieto dell'alcol in altri, costruzione di moschee nei campus universitari...

Ogni giorno vengono arrestate persone legate al vecchio regime (quelle che non sono riuscite a fuggire all'estero) che hanno praticato la tortura, l'estorsione di fondi, crimini di massa ecc., e la «giustizia transizionale» ha iniziato a processare gli arrestati con processi pubblici. Sebbene molti imputati non siano certo degli angeli, non si può che deplorare lo svolgimento dei processi che seguiamo attraverso i video diffusi dalle autorità. D'altra parte, si processano solo gli imputati di una parte; eppure anche le persone dell'altra parte hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l'umanità. È vero che è il racconto del vincitore a prevalere, e chi vince ha sempre ragione.

Tre fatti positivi vanno riconosciuti al nuovo regime: la fornitura di corrente elettrica per almeno 16 ore al giorno, e spesso 24 ore nei fine settimana (rispetto alle 4 ore al giorno di prima); l'informatizzazione dell'amministrazione: anagrafe, ufficio passaporti, direzione dei trasporti ecc., dove è possibile ottenere gli appuntamenti necessari per via elettronica senza dover perdere ore in code interminabili; la lotta alla corruzione nell'amministrazione, dove non è più necessario dare «bustarelle» per sbrigare anche la minima pratica.

La situazione economica resta disastrosa. I prezzi dei beni di prima necessità continuano ad aumentare; gli affitti sono triplicati in un anno e mezzo. Sebbene gli stipendi siano stati aumentati due volte del 200%, la maggior parte delle famiglie non riesce ad arrivare a fine mese. L'inflazione è talmente alta che, per evitare di dover portare con sé un grosso fascio di banconote per pagare, il governo ha emesso nuove banconote che tolgono due zeri a quelle vecchie.

I cristiani di Siria continuano a sognare di emigrare. «Non sentiamo più che questa è casa nostra», dicono, anche se le loro famiglie vivono in Siria da sempre. Il nostro numero non smette di diminuire. L'altro ieri è stata celebrata una messa in occasione della partenza definitiva da Aleppo delle Suore Francescane Missionarie di Maria, dopo una presenza di oltre cento anni. Poiché il numero delle religiose è molto diminuito negli ultimi decenni, come per la maggior parte delle Congregazioni religiose, esse hanno deciso di concentrare il loro personale e la loro missione su Damasco e Hassaké, chiudendo Aleppo. Circola voce che anche i Gesuiti stiano valutando di riunire le loro forze a Homs e di venire ad Aleppo solo per missioni puntuali.

Ma, fortunatamente, in controtendenza vi sono anche alcuni segnali di speranza; come, ad esempio, gli abitanti dei 4 villaggi cristiani della provincia di Idlib, costretti all'esodo dai ribelli durante la guerra, che stanno tornando a casa poco alla volta. Un'altra ragione di speranza è il sostegno delle associazioni cattoliche internazionali ai cristiani di Siria. Molto recentemente, una delegazione di 10 persone dell'Œuvre d'Orient, guidata dal nuovo direttore Mons. de Woillemont, ha percorso la Siria per incontrare i cristiani, esprimere la propria solidarietà e offrire il proprio sostegno. Li abbiamo accolti da noi, Maristi, e abbiamo avuto uno scambio breve ma produttivo.

In questo contesto turbato e incerto, noi, i Maristi Blu, continuiamo «a vivere la solidarietà con i più poveri per alleviare le sofferenze, sviluppare l'Umano e seminare la Speranza».

Abbiamo appena celebrato i 40 anni della nostra azione solidale, iniziata nel 1986 con il nome di Orecchio di Dio e poi, dal 2012, con il nome di Maristi Blu. I nostri 170 volontari hanno partecipato a diverse attività simboliche e preparate per questa celebrazione, aperta da una messa di ringraziamento venerdì 26 giugno, per ringraziare il Signore di averci sempre accompagnati. Anche nei momenti più difficili, la Provvidenza non ci ha mai dimenticato.

I nostri progetti proseguono, come sempre, con lo stesso ardore e lo stesso impegno solidale.

I 120 bambini del progetto «Voglio imparare» hanno terminato l'anno scolastico e proseguono in estate con attività più che altro ricreative. Lo stesso vale per i 650 beneficiari del nostro progetto SEEDS di sostegno psicosociale.

Il M.I.T. prosegue i suoi laboratori di formazione per adulti; siamo giunti al 162° laboratorio di 3 giorni, senza contare le 54 formazioni di 56 ore ciascuna per insegnare ai giovani come avviare un proprio microprogetto.

Il progetto «sostegno scolastico» continua ad aiutare alunni e studenti nel loro percorso scolastico e universitario. E il progetto «taglio e cucito» prosegue l'insegnamento del cucito a ragazze e donne in 4 gruppi contemporaneamente.

150 famiglie ricevono aiuto per pagare l'affitto della loro abitazione e quasi 200 persone beneficiano ogni mese del nostro programma medico. Più di 1700 bambini ricevono la loro razione mensile di latte grazie al nostro progetto «Goccia di latte».

L’iniziativa «Pane Condiviso» è molto apprezzato dai 250 anziani ultraottantenni, che vivono da soli senza nessuno che li assista, e che ricevono ogni giorno a mezzogiorno un pasto caldo consegnato a domicilio dai nostri 29 volontari. 

Più di 400 «microprogetti» hanno beneficiato del nostro sostegno finanziario e del nostro accompagnamento. Siamo giunti al 5° gruppo di 20 persone che imparano un mestiere facendo l'apprendista presso un datore di lavoro per 2 anni, nell'ambito del nostro programma di «Formazione Professionale». Vogliamo che i giovani abbiano un impiego o una professione che garantisca loro di guadagnarsi da vivere con piena dignità, senza dover pensare di emigrare o di «mendicare» aiuto dalle diverse associazioni caritative.

Tre gruppi di trenta donne ciascuno partecipano per 3 mesi al nostro programma «Sviluppo della Donna». Ne escono trasformate e realizzate.

Infine, last but not least, Heartmade è un programma meraviglioso che crea abiti unici per donne a partire da scampoli di tessuto. Unendo il rispetto per l'ambiente attraverso il riciclo e la promozione delle donne che lavorano nel laboratorio, Heartmade è davvero un progetto «fatto con il cuore».


Per concludere, vorrei citare un passo della magnifica enciclica di Leone XIV, «Magnifica Humanitas»: Una lettura attenta della storia lo conferma. Anche nelle notti più buie, il Signore suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione. La memoria dei santi e dei giusti, dei costruttori di pace spesso dimenticati mostra che la grazia non elimina il conflitto con un gesto magico, ma genera una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene. I cristiani vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle: conoscono la luce e sanno che le tenebre non l’hanno accolta e non possono vincerla (cfr Gv 1,5). Per questo, essi servono il bene anche dove sembra avere l’ultima parola il dolore, sostenuti da una speranza teologale che dona alla realtà un orizzonte e una direzione.

Aleppo, 20 luglio 2026

Dr. Nabil Antaki

sabato 25 luglio 2026

Arcivescovo siriano: "Al momento sconsiglierei di tornare in Siria"

L'arcivescovo siro-cattolico di Homs, Jacques Mourad, ha illustrato in una conferenza stampa a Vienna la disastrosa situazione economica e di sicurezza, criticando la comunità internazionale e il governo siriano.

Vienna, 22 luglio 2026 (Kathpress)

L'arcivescovo siriano Jacques Mourad parla di una situazione economica e di sicurezza ancora disastrosa e di una catastrofe sociale e umanitaria nella sua patria. Ritiene responsabili sia il nuovo governo, salito al potere alla fine del 2024, sia la comunità internazionale. Nessuno di loro si preoccupa del benessere del popolo siriano, ha dichiarato l'arcivescovo a Kathpress e ad altri media viennesi. Allo stesso tempo, l'arcivescovo di Homs ha sottolineato, in risposta a una domanda, che non consiglierebbe a coloro che sono fuggiti dalla Siria di tornare in patria, vista la situazione attuale.
Jacques Mourad (58) è l'arcivescovo siro-cattolico di Homs e uno dei rappresentanti più importanti delle chiese in Siria. È diventato noto a livello internazionale dopo essere stato rapito dall'ISIS. Dopo diversi mesi di prigionia, Mourad, membro dell'ordine religioso di Mar Musa, è riuscito a fuggire.

L'arcivescovo ha ricordato vividamente la caduta del dittatore Bashar al-Assad e il conseguente cambio di potere in Siria. Nel caso di Homs, si trattava dell'8 dicembre 2024. "Tutti hanno festeggiato questo incredibile evento. Credevamo di aver finalmente raggiunto la libertà e quella notte ho finalmente dormito di nuovo profondamente e serenamente". Poco più di due mesi dopo, a Homs scoppiarono i primi scontri armati e gli attacchi delle milizie islamiste contro gli alawiti. "In quel momento ho capito che non avevamo ancora la libertà. Quel giorno, la mia lotta per la libertà è ricominciata".

L'arcivescovo ha criticato aspramente la comunità internazionale. Ha menzionato in particolare gli Stati Uniti e Israele, ma anche l'Unione Europea, affermando che tutti sembravano non avere alcun interesse per la stabilità in Medio Oriente. Questo, ha aggiunto, stava avendo conseguenze devastanti per il numero di cristiani rimasti in Siria. Dei due milioni di cristiani che un tempo vivevano lì, l'arcivescovo stima, con stima ottimistica, che oggi ne rimangano solo dai 300.000 ai 350.000. Ha poi aggiunto: "Se questa situazione continua, il cristianesimo si estinguerà in questa regione".

La Siria è un paese estremamente pericoloso. "Solo pochi giorni fa, abbiamo assistito all'ennesimo omicidio di una madre e dei suoi due figli. E ci sono molti altri episodi simili". Il governo è incapace o non disposto a frenare la dilagante violenza nel paese. Armi e gruppi sunniti violenti sono onnipresenti. Gli atti di vendetta sono diretti principalmente contro alawiti e drusi, accusati di collaborare con il regime di Assad. Le milizie, ovviamente, sanno che questa accusa generalizzata è falsa. Tuttavia, serve come comodo pretesto per colpire le minoranze religiose, che gli islamisti accusano di essersi allontanate dalla vera fede musulmana. "Questi estremisti odiano gli alawiti e i drusi ancora più dei cristiani", ha affermato l'arcivescovo Mourad.

Sebbene i cristiani siano attualmente un bersaglio meno frequente per gli islamisti, l'arcivescovo ritiene che la libertà religiosa nel paese sia in una situazione precaria. La Siria, un tempo in gran parte laica, è sempre più dominata dall'Islam. La diversità della società, inclusa quella religiosa, non ha alcun valore per il nuovo governo, anche se a volte presenta un'immagine moderata a livello internazionale. L'arcivescovo ha sottolineato le sue osservazioni facendo riferimento alla composizione del nuovo parlamento siriano. "Perché ci sono solo sei cristiani e solo cinque donne nel nuovo parlamento siriano?", ha chiesto. La maggioranza dei parlamentari è composta da fondamentalisti islamici, molti dei quali provengono dalla roccaforte islamista di Idlib.

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L'economia siriana è in rovina, l'assistenza medica è catastrofica e sempre più persone non possono più permettersi nemmeno i generi alimentari di base o gli affitti esorbitanti, ha riferito l'arcivescovo Mourad. Ha fatto appello alla comunità internazionale affinché prenda finalmente sul serio progetti concreti di pace e ricostruzione. Ha espresso il desiderio di investimenti, in particolare nell'istruzione e nelle scuole, poiché ciò è cruciale per il futuro del Paese. Altrettanto importanti, tuttavia, sono i posti di lavoro per la popolazione.

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"Vi taglieremo la testa".

L'arcivescovo di Homs si trovava a Vienna martedì per una breve visita e ha parlato con i media locali della situazione nella sua patria. Mourad è diventato noto a livello internazionale nel 2015, quando dei terroristi lo hanno rapito dal suo monastero di Mar Elian, in Siria, e lo hanno tenuto in ostaggio per diversi mesi. Anche Papa Francesco è intervenuto per ottenere la sua liberazione.

Ogni giorno pregava per i suoi rapitori, ha ricordato Mourad in un'intervista a Vienna. "Convertiti all'Islam o ti taglieremo la testa", gli avevano detto i rapitori. La sua fede e la Vergine Maria lo hanno sostenuto in quel periodo difficile, ha affermato l'arcivescovo: "Ogni volta che provavo questa paura, recitavo il Rosario, e la paura svaniva trasformandosi in coraggio". Mourad ha raccontato la sua esperienza nel libro "Un monaco in cattività". In esso descrive, tra le altre cose, la visita di un comandante islamista che gli parlò della sua fede. Al quinto mese di prigionia, il monaco riuscì a fuggire con l'aiuto di un musulmano che, insieme ad altri musulmani, organizzò la fuga di decine di ostaggi dell'ISIS. Coloro che lo aiutarono nella fuga furono poi uccisi dai militanti dell'ISIS.

Focus sui giovani:
martedì l'arcivescovo Mourad ha visitato anche la fondazione "Pro Oriente" a Vienna. Nel corso di una conversazione con Clemens Koja, presidente di "Pro Oriente", e Viola Raheb, direttrice del programma, l'Arcivescovo ha sottolineato che i siriani che hanno lasciato il loro Paese negli ultimi anni sono stati costretti a farlo. Nessuno abbandona la propria patria volontariamente; le persone desiderano rimanere in Siria, ma per molti una vita dignitosa e sicura è impossibile. Oltre alla devastante situazione della sicurezza, l'Arcivescovo ha citato la mancanza di prospettive economiche come una delle principali cause dell'esodo. I giovani, in particolare, hanno bisogno di lavorare per costruirsi una vita.

In questo contesto, l'Arcivescovo ha accolto con favore l'iniziativa di "Pro Oriente" di organizzare workshop per giovani in Medio Oriente, che mira a dare ai giovani gli strumenti necessari in diversi modi. Mourad ha osservato che alcuni giovani cristiani della sua arcidiocesi hanno già partecipato a tali workshop. La discussione ha toccato anche la possibilità di organizzare un workshop per giovani a Homs in futuro.
Homs è una città in cui convivono persone di diverse religioni ed etnie. L'Arcivescovo Mourad ha sottolineato l'importanza di agire come costruttore di ponti e di promuovere il rispetto reciproco e la riconciliazione. Non è un caso che sia anche membro della comunità monastica di Mar Musa, che vede proprio questa come la sua missione primaria in Siria.

L'arcivescovo Mourad è convinto che "servano più spazi di incontro al di là dei confini confessionali e religiosi, affinché si possa raggiungere nuovamente la convivenza". Per il vescovo, comprendere le persone sul campo, ascoltarle e lavorare insieme a loro per il futuro è fondamentale per la missione cristiana in Siria oggi. È essenziale sviluppare visioni condivise di un futuro migliore non solo attraverso le parole, ma anche attraverso l'arte, la cultura e la creatività.

Ha sottolineato che la missione della Chiesa oggi va oltre la predicazione, sollecitando invece iniziative concrete che promuovano il dialogo, la cultura, l'istruzione e la creatività come fondamenti per la ricostruzione della società siriana. Per Mourad, il futuro della Siria dipende non solo dalla fine della violenza, ma anche dal ripristino della fiducia tra la sua popolazione. «La missione cristiana oggi», ha affermato, «è ascoltare le persone, camminare al loro fianco e lavorare insieme per costruire un futuro degno di tutti i siriani».

Comunità di Mar Musa 
Jacques Mourad, nato ad Aleppo, ha pronunciato i voti nel 1993 presso la comunità monastica siriana di Deir Mar Musa el-Habashi (Monastero di San Mosè l'Abissino), di cui è stato co-fondatore. Mourad è stato anche ordinato sacerdote nel 1993. Il Monastero di Mar Musa si trova sulle pendici orientali dei Monti Qalamoun, a circa 80 chilometri a nord di Damasco. Fu fondato negli anni '80 da Paolo Dall'Oglio e appartiene alla Chiesa cattolica siriaca dagli anni '90. Il sacerdote italiano Dall'Oglio è scomparso nella Siria orientale nell'estate del 2013 mentre tentava di liberare degli ostaggi tenuti prigionieri dal gruppo terroristico ISIS. Da allora non si hanno più sue notizie.

La comunità di Mar Musa, tra le altre cose, ha riattivato il Monastero di Mar Elian (Sant'Elia) a Qaryatayn, vicino a Homs, con padre Mourad che ha svolto un ruolo particolarmente importante. Dal 2000 al 2015, ha guidato il monastero di Mar Elian. Dopo il suo rapimento, ha soggiornato nei monasteri affiliati di Cori (Italia) e Sulaymanyah (Iraq). Nel 2020 è tornato al suo monastero di Mar Elian in Siria, diventandone Priore. Il monastero, gravemente danneggiato dall'ISIS, è stato ricostruito in collaborazione con i musulmani.

Nel gennaio 2023, Papa Francesco ha confermato l'elezione di Jacques Mourad ad Arcivescovo di Homs da parte del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Cattolica Siriaca. Mourad è stato consacrato vescovo all'inizio di marzo 2023.

La Chiesa Cattolica Siriaca ha avuto origine nel XVII secolo dalla Chiesa Ortodossa Siriaca di Antiochia. Attualmente conta circa 150.000-200.000 fedeli in tutto il mondo, principalmente in Libano, Siria, Iraq e Stati Uniti. Il patriarcato ha sede a Beirut dal 1920. L'attuale capo della Chiesa è il Patriarca Ignazio Giuseppe III Younan.

 https://www.kathpress.at/goto/meldung/2598685/syrischer-erzbischof-wuerde-von-rueckkehr-nach-syrien-derzeit-abraten

mercoledì 22 luglio 2026

Pizzaballa: "Imparare a guardarsi come esseri umani per reimmaginare la pace"

Il patriarca di Gerusalemme dei Latini intervenuto a Firenze per “Re-Imagine peace”, evento che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e dove s'incontra la musica degli artisti israeliani, palestinesi, italiani. Il nucleo centrale dell’intervento del cardinale ha affrontato la necessità di decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto

 da Vatican News

Si è svolto domenica 12 luglio, a Firenze “Re-Imagine peace”, un evento che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e dove la musica degli artisti israeliani, palestinesi, italiani e le loro testimonianze hanno contribuito a far riflettere i presenti sulle ferite della Terra Santa. In particolare le parole del patriarca di Gerusalemme dei latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, hanno indicato una via per superare le divisioni dei nostri giorni.  «Dobbiamo usare anche un po’ di immaginazione e uscire dai nostri confini», ha esordito Pizzaballa durante il concerto conclusivo del festival, ringraziando gli artisti per aver creato un’occasione d’incontro capace di stimolare il superamento dei vecchi schemi geopolitici. Per il patriarca, la fine delle ostilità non coincide automaticamente con una pace autentica: la pace richiede uno sforzo creativo che porti a guardare l’altro al di fuori delle etichette e richiede «la capacità di vedere nell’altro non un nemico, non una minaccia, non una categoria, ma una persona».

La necessità della condivisione del dolore

Il nucleo centrale dell’intervento del cardinale ha affrontato la necessità di decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto. Di fronte alla tendenza a schierarsi in modo acritico, il cardinale ha indicato la sola via necessaria che è quella dell’ascolto profondo e del riconoscimento della sofferenza altrui. «L’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo disposizione... Ascoltare non significa essere d'accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro», ha affermato, sottolineando come accogliere il vissuto e il dolore altrui non significhi rinnegare le proprie radici, ma ammettere la legittimità della sofferenza dell’altro. 

E questa condivisione del dolore è veramente necessaria alla drammatica realtà della Terra Santa. Pizzaballa ha ricordato le sofferenze di entrambe le parti, ricordando che «esiste il dolore delle famiglie israeliane» colpite dal terrore e, allo stesso modo, «esiste il dolore delle famiglie palestinesi» che affrontano distruzione e precarietà e secondo il porporato, non è ammissibile stabilire una gerarchia della sofferenza e «il dolore non dovrebbe mai essere una competizione». Ogni genitore che soffre per un figlio o ogni bimbo spaventato evidenzia che la dignità umana non ha confini e non c'è un dolore minore di un altro, e questo è stato anche il senso del festival “Re-Imagine peace”.


Il cardinale Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ricevuto il 29 giugno, a Bergamo, il premio Limes per il Dialogo e la Pace. Il racconto della sua ultima visita nella Striscia, il 22 e il 23 giugno scorsi: "Si viaggia su strade fortuite, in mezzo alle tende, alle fognature. E qui vive la gente. Un aspetto che le immagini non rendono sono gli odori. E una delle piaghe più presenti in questo momento sono i topi, che mordono. Soprattutto i bambini. La descrizione di Gaza ridotta a un cumulo di macerie, dei bambini che giocano tra le fogne e vengono morsi dai topi, così come delle aggressioni dei coloni in Cisgiordania, non impedisce però a Pizzaballa di riflettere sull’importanza del dialogo. Una necessità ancor più forte oggi, perché «il 7 ottobre è molto presente nell'animo ebraico e israeliano. Da quel giorno sono cadute le ultime remore». Il cardinale riconosce che oggi Israele «è un insieme di cose» dove «c’è di tutto ma dove, devo dire con dolore, i più duri sono i militari religiosi. Con loro è molto difficile avere un rapporto chiaro e sereno. Le componenti più estreme della popolazione ebraica non sono ancora una maggioranza, ma hanno una crescita di consenso e stanno diventando sempre più rilevanti sul piano politico, con conseguenze però divisive sulla stessa società israeliana».

Il patriarca ha affermato che per avviare un reale processo di riconciliazione e applicare la morale del perdonare l’altro, occorre una notevole fortezza interiore che permetta di abbandonare le narrazioni di comodo della propria comunità. La vera sfida non consiste nel fare scelte su chi meriti la nostra solidarietà, ma nell’ampliare lo sguardo. «Come posso allargare la mia compassione perché nessuno resti escluso?», ha domandato il cardinale, ribadendo che la convivenza in Terra Santa e nel mondo si fonda sulla valorizzazione di ogni individuo, indipendentemente dalla nazionalità o dal credo, poiché nessuna identità culturale o spirituale deve trasformarsi in una prigione. In quest’ottica, Pizzaballa ha rivolto una critica severa a chi usa la fede come pretesto per la violenza e questo rappresenta il tradimento più profondo del messaggio di Dio, definendolo «il peccato più grave». I leader religiosi hanno invece il compito di «guarire» i cuori delle persone per unire le comunità, perché dietro le statistiche e i simboli nazionali vi sono esseri umani che hanno diritto a un domani.

Una sfida per il domani: la speranza come compito  

Pur ribadendo di non possedere formule politiche o diplomatiche pronte all’uso, il patriarca ha elencato poi alcuni principi fondamentali su cui ricostruire le relazioni comunitarie: la sacralità dell’esistenza — perché la vita è sacra —, il rifiuto della violenza come destino inevitabile per le nazioni e l’idea che la sicurezza di un popolo non possa fondarsi sulla rovina dell’altro. La speranza cessa così di essere un sentimento passivo e diventa un impegno attivo: «La speranza anche quando sembra fragile, resta una responsabilità». Nei momenti bui, è dovere delle comunità promuovere il dialogo e la fiducia reciproca anziché alimentare il sospetto, per realizzare ciò che appare impossibile. 

L’auspicio finale del patriarca è che palestinesi e israeliani imparino a considerarsi anzitutto come persone, capaci di ascoltare prima di emettere giudizi e di «riconoscere il dolore senza trasformarlo in odio...c’è qualcosa di profondamente umano, di continuare a credere che il domani possa essere migliore di oggi. In questo momento storico in cui tante voci alimentano la paura, noi scegliamo di alimentare la fiducia. Dove cresce il sospetto scegliamo il dialogo, dove prevale la disumanizzazione, scegliamo il riconoscimento reciproco. Non sarà semplice, non sarà immediato, ma tutte le grandi trasformazioni della storia sono iniziate quando qualcuno ha osato immaginare ciò che sembrava impossibile. Vorrei  — ha concluso Pizzaballa — lasciarvi un augurio: che impariamo a guardarci non come rappresentanti di una causa ma come esseri umani... se riusciremo a fare questo avremo già reimmaginato la pace, poiché proprio in questo sforzo si pongono le basi per una vera stabilità in Medio Oriente, e in particolare in Terra Santa».


https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2026-07/pizzaballa-medio-oriente-guerra-israele-hamas-gaza-iran-pace-usa.html