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venerdì 31 luglio 2015

Petizione per la ripresa delle relazioni diplomatiche con la Siria e abolire Embargo e Sanzioni sul popolo siriano

A questo link è possibile firmare la petizione proposta dal Coordinamento per la Pace in Siria:

https://www.change.org/p/presidente-della-repubblica-italiana-sergio-mattarella-presidente-del-consiglio-dei-ministri-matteo-renzi-ripresa-delle-relazioni-diplomatiche-con-la-siria-e-abolire-embargo-e-sanzioni-sul-popolo-siriano


Per favorire il processo di pace , per dare speranza al popolo siriano, per tutte le ragioni umanitarie che le Monache Trappiste hanno testimoniato,  Ora pro Siria aderisce e invita i lettori a sottoscrivere la petizione: 

Ripresa delle relazioni diplomatiche con la Siria. Abolire Embargo e Sanzioni sul popolo siriano

LETTERA INVIATA A
Presidente della Repubblica Italiana  Sergio Mattarella
Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi

Coordinamento Nazionale per la Pace in Siria
http://www.siriapax.org/?p=15478   




SOS dai Cristiani di Mhardeh


20.000 cristiani della cittadina di Mhardeh a 20 km da Hama sono minacciati dagli jihadisti 

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"L'Is è uno strumento nelle mani delle grandi potenze, da loro sono stati creati, armati e sostenuti. Invece di combatterli sul terreno comprano da loro il petrolio e i reperti archeologici rubati “ , dichiara il Vescovo latino di Aleppo


di MARCO TOSATTI
In un’interessante intervista a Tg2000 il vicario apostolico di Aleppo dei latini, mons. Georges Abou Khazen, ha espresso dubbi sulla reale volontà della Turchia – e degli Stati Uniti – di voler combattere l’Isis. 

Intanto l’organizzazione “Siriapax” ha lanciato una petizione al Presidente della Repubblica, Mattarella, e al Parlamento affinché vengano ristabiliti i rapporti con Damasco, e tolte le sanzioni contro il popolo siriano.

La gente teme che i turchi vogliano combattere i curdi sotto la scusa dell’Isis”. Lo ha detto il vicario apostolico di Aleppo dei latini, mons. Georges Abou Khazen, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, commentando le operazioni militari che la Turchia sta eseguendo contro l’Isis in Siria e contro i curdi del Pkk in Iraq. “Se è una lotta contro l’Isis va bene - ha aggiunto mons. Khazen - ma se è una scusa della Turchia per creare una zona indipendente dalla Siria, allora diventa un po’ pericoloso. Se è una scusa per combattere i curdi e aumentare la confusione e la violenza, allora non è un segnale positivo. Sappiamo bene che la Turchia ha permesso all’Isis di entrare, di armarsi e avere il loro addestramento”. 

Mons. Khazen ribadisce che “tutti noi siamo contro la civiltà della morte e della distruzione” ma “anche molti musulmani moderati che sono contro l’Isis si arruolano per combattere questa peste. A me dispiace che le luci si siano accese su qualche cristiano che si è alleato con i curdi contro l’Isis. Questo fa aumentare l’odio contro i cristiani. E’ naturale che in una guerra le persone si difendano. Ci sono persone che sono obbligate a fare il servizio militare”.  

E’ naturale che qualcuno si difenda – ha concluso il vicario di Aleppo - ci sono cittadini a cui si dice ‘invece di andare a fare la leva a Damasco, restate nei vostri paesi e difendeteli’”. 
“L’Isis è uno strumento nelle mani delle grandi potenze, da loro sono stati creati, armati e sostenuti. Invece di combatterli sul terreno comprano da loro il petrolio e i reperti archeologici rubati in queste terre”. Ha detto ancora mons. Georges Abou Khazen.  

Sappiamo bene chi sta comprando queste cose dall’Isis – ha aggiunto mons. Khazen - Non bisogna dare agli uomini dell’Isis le armi e non li devono addestrare. Nei paesi limitrofi della Siria, tra cui anche la Turchia, ci sono dei veri e propri campi d’addestramento”. “Gli uomini dell’Isis - ha aggiunto il vicario di Aleppo - hanno preso le zone dove c’è il petrolio, l’hanno cominciato a vendere a 10 dollari al barile e adesso a 30 dollari. E chi sta comprando petrolio e reperti archeologici? Sicuro non sono i somali o quelli della Mauritania”.  

Mons. Khazen ha inoltre sottolineato che “con l’Isis non trafficano solo le compagnie occidentali. E chi ci rimette la vita è questa povera gente. Noi in Siria abbiamo 23 gruppi religiosi-etnici diversi che costituivano un bel mosaico. E adesso cosa stanno diventando? E ci parlano di diritti dell’uomo”.  

mercoledì 29 luglio 2015

Turchia: bersaglio ISIS, curdi o Assad?


di G. Gaiani
La Bussola Quotidiana

Dopo anni di connivenze e aperte complicità con i movimenti jihadisti che combattono il regime siriano, il presidente turco Recep Tayyp, Erdogan scende in campo nel conflitto contro lo Stato Islamico, ma lo fa con l’ambiguità che caratterizza non solo la politica di Ankara ma ormai l’intera operazione condotta dalla Coalizione internazionale. 
Scattato il 24 luglio, l’intervento militare turco ha preso il via dopo la recrudescenza degli scontri con i miliziani curdi del Partito curdo dei Lavoratori (Pkk) che ha ridato vita a un conflitto interrottosi nel 2011 con una tregua in atto da 2 anni ma che in 30 anni ha provocato la morte di 40 mila turchi. I raid hanno preso il via soprattutto dopo la strage di Suruc dove un kamikaze ha ucciso 32 persone ferendone decine nel villaggio turco a pochi chilometri dal conflitto siriano.

L’attentato è stato attribuito allo Stato Islamico che però non sembrava avere molti interessi a colpire Ankara. Durante l’assedio degli uomini del Califfo alla città curda di Kobane vennero diffuse foto che mostravano guardie di frontiera curde e miliziani dell’Isis che fraternizzavano ed è noto che molte munizioni e armi sono giunte allo Stato Islamico (e ad altri movimenti jihadisti dalla Turchia) così come negli ospedali turchi sono stati curati molti combattenti del Califfato. La svolta di Ankara, sostenuta da Washington anche nel recente incontro tra Obama ed Erdogan, non sembra in realtà fornire un significativo supporto alla Coalizione contro l’Isis ed è abbinata a un giro di vite sulla sicurezza interna che ha già provocato oltre 600 arresti di esponenti di movimenti jihadisti, curdi, di sinistra, ma anche del Partito Democratico dei popoli (Hdp), filo curdo, che aveva avuto una buona affermazione alle ultime elezioni contribuendo a far perdere al partito di Erdogan, Akp, la maggioranza assoluta dei seggi.

Non è un caso che gli F-16 turchi decollati dalla base di Dyrbakir abbiano effettuato nelle prime 48 ore solo 9 incursioni contro 4 check-point dell’Isis nella zono di Kilis mentre contro le roccaforti irachene del Pkk e i loro alleati siriani delle milizie popolari curdi (Ypg), braccio armato del Partito Democratico Curdo siriano (Pdy), sono state effettuate una trentina di incursioni. Il governo turco ha smentito di aver colpito postazioni curde in territorio siriano negando che Ypg e Pdy siano bersagli dei velivoli e dell’artiglieria turca, ma ieri mattina erano stati denunciati bombardamenti contro postazioni curde a Zor Maghar, nella provincia di Aleppo. Il governo di Ankara ha riferito di aver avviato un'indagine, per appurare se nell'offensiva contro lo Stato Islamico siano state colpite anche postazioni curde in Siria. «Le operazioni militari in corso sono tese a neutralizzare l'imminente minaccia alla sicurezza nazionale della Turchia e continuano ad avere come obiettivo lo Stato Islamico in Siria e il Pkk in Iraq», ha annunciato la fonte. Difficile però credere che i turchi non conoscano gli schieramenti militari dei gruppi armati presenti ai loro confini e inoltre la decisione di attivare una no fly-zone profonda 50 chilometri e lunga 90 in territorio siriano tra Marea e Jarabulus tradisce la volontà di Ankara di liberarsi dell’Isis ai suoi confini, ma anche di impedire ai curdi siriani di estendere l’area sotto il loro controllo lunga la frontiera.

La guerra allo Stato Islamico ha consentito ai curdi di Iraq e Siria di istituire un’area sotto il loro controllo e contigua territorialmente che si estende dal nord della Siria al nord dell’Iraq. Il presupposto ideale, specie in caso di sfaldamento dell’Iraq, per istituire l’agognato Stato curdo. Un’opzione inaccettabile da Ankara perché rivitalizzerebbe l’autonomismo dei curdi turchi. Non è forse un caso che l’intervento turco si verifichi dopo i vasti successi conseguiti dai curdi contro l’Isis. L’Ypg ieri ha liberato la cittadina di Sarrin, dopo tre settimane di scontri violentissimi. Sarrin si trova sull’autostrada tra Raqqa e Aleppo nel nord della Siria (e non lontano dal confine turco), contribuendo a isolare Raqqa, la capitale del Califfato da cui le avanguardie curde distano meno di 80 chilometri. 

Ankara sembra voler puntare a cacciare l’Isis dai confini, contenere i curdi e indebolire ulteriormente Bashar Assad con una no fly-zone aperta ai cacciabombardieri turchi e della Coalizione, ma da cui sono banditi i jet di Damasco (pena l’abbattimento) . Il tutto con il sostegno di Washington ma senza uno straccio di risoluzione dell’Onu che autorizzi la palese violazione del diritto internazionale e della sovranità siriana. Probabile (come sostiene il quotidiano turco Hurryet) che Washington abbia barattato il via libera all’utilizzo della base aerea di Incirlik (e di altre tre basi in caso di necessità) con il sostegno all’istituzione della no fly-zone, ma il supporto degli Usa non può sostituire l’avvallo dell’Onu anche se Erdogan ha invocato l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite sul diritto all’autodifesa.

Certo, agli Stati Uniti l’ambiguo intervento militare turco consente di limitare la partecipazione al conflitto continuando a perseguire con successo la destabilizzazione della regione mediorientale accentuando caos e conflitti interni. Il paradosso di una Coalizione che conduce una guerra così blanda al Califfato da sembrare finta si aggiunge all’ambiguità delle monarchie sunnite (il cui impegno limitato è imposto dalla necessità di non favorire i governi sciiti di Iraq e Siria e di non irritare le loro opinioni pubbliche, sunnite e simpatizzanti per l’Isis) e di una Turchia che muove guerra all’Isis, ma al tempo stesso a curdi e governativi siriani, nemici giurati dello Stato Islamico.

Per lo Stato Islamico l’intervento turco rappresenta un’ulteriore complicazione e l’ennesimo atto di ostilità proveniente da Paesi che avevano contribuito alla nascita e al consolidamento del Califfato ma non possono venire messi in secondo piano gli aspetti di politica interna che possono avere indotto Erdogan all’azione. Lo Stato d’emergenza consentirà agli apparati giudiziari, militari e di polizia di sbarazzarsi di tanti oppositori interni  rovesciando lo stato di debolezza del governo e del partito Apk emerso dopo le ultime elezioni. Erdogan ha detto che la campagna militare durerà circa tre o quattro mesi: un periodo forse sufficiente a rovesciare gli equilibri e a mettere sotto scacco quanto resta della democrazia turca anche se questo significa riaprire il conflitto con il Pkk e rischiare la guerra civile. Per alimentare il clima di emergenza e di Stato d’assedio il governo ha annunciato che costruirà un muro prefabbricato con fossati, telecamere a infrarossi e sensori lungo gli oltre 600 chilometri il confine siriano al costo di oltre 1,5 miliardi di euro.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-erdogan-bombarda-lisis-ma-lobiettivo-e-la-siria-13373.htm




Piccole Note, 25 luglio 15

«Finora Ankara era stata di fatto uno sponsor del Califfato: attraverso la Turchia l’Is riceveva armi e medicine, e riusciva al tempo stesso a esportare il suo petrolio». Così Daniel Pipes, presidente del Middle East Forum e una delle menti più lucide dei neocon Usa, intervistato da Arturo Zampiglione per la Repubblica del 24 luglio. Pipes dice qualcosa che sapevano tutti (e ai suoi ricordi andrebbe aggiunto anche altro, come il fatto che il territorio turco era luogo di reclutamento dei miliziani e via dicendo). Insomma uno sponsor del terrorismo internazionale, come spiega Pipes, che ha agito impunemente e liberamente per anni, nella piena consapevolezza dei Paesi Nato.
Ma questo è il passato. In questi giorni la Turchia ha cambiato strategia e ha dichiarato guerra all’Isis. A dimostrazione che fa sul serio, l’inizio di azioni militari in territorio siriano e l’arresto di alcuni terroristi in patria. Oltre a ciò ha concesso agli americani l’uso della base aerea di Incirlik, finora negata, che Washington considera strategica per un’efficace azione di contrasto al Califfato.
Molti analisti hanno individuato la genesi di questo cambio di strategia nell’attentato di Suruc, nel quale una kamikaze dell’Isis si è fatta esplodere uccidendo una trentina di giovani curdi che stavano organizzando una missione tesa alla ricostruzione di Kobane, la città siriana al confine turco simbolo della resistenza al Califfato. L’attentato ha creato un clima teso in Turchia: al governo è stata rimproverata l’acquiescenza verso i terroristi islamici e ha riaperto la frattura con i curdi, il cui successo elettorale nelle recenti elezioni (il loro partito ha tolto all’Akp, partito islamico al potere, la maggioranza assoluta) ha mandato all’aria i piani di Tayyp Erdogan di ridisegnare la Costituzione.
In realtà è più probabile che alla base di questo cambiamento di strategia di Ankara ci sia altro, ovvero l’accordo sul nucleare iraniano tra Usa e Iran, che sta determinando un terremoto geopolitico in tutto il Medio Oriente. Un accordo che ha rafforzato Assad, da sempre legato a Teheran, e ha aperto nuove possibilità di dialogo in vista di un accordo globale sulla Siria. Una prospettiva che potrebbe aver determinato la nuova assertività turca: ridimensionata, la speranza di un cambio di regime a Damasco per via terroristica, Ankara si riposiziona con una strategia che sviluppa due direttrici: da una parte potrebbe consentirgli di entrare finalmente con le sue truppe in territorio siriano (idea da tempo in cantiere) per prendere il controllo di un’area di confine che comprende la (ex) ricca città di Aleppo; dall’altra di entrare con forza nella partita negoziale che potrebbe aprirsi sul destino di Damasco.
Una strategia che conserva quindi tante ambiguità, anzi le moltiplica. Tra queste anche quella che vede innescarsi un confronto più serrato con i curdi, gettando alle ortiche il simulacro della trattativa con il Pkk, il partito dei lavoratori curdi, del recente passato. Il successo del partito curdo alle ultime elezioni e la prospettiva della nascita di uno Stato curdo ai suoi confini per Erdogan e i suoi sono un incubo. Anche per questo i bombardieri di Ankara hanno colpito obiettivi curdi in Iraq e Siria, nonostante questi siano stati finora gli unici veri oppositori, insieme al governo di Damasco, dell’Isis (la coalizione internazionale anti-Isis messa su dagli Stati Uniti finora ha fatto pochino, per usare un eufemismo).

lunedì 27 luglio 2015

Jean-Clement Jeanbart da Aleppo: Bâtir pour rester, nasce il movimento 'Costruire per restare'

Discorso di monsignor Jeanbart di Aleppo, il 13 luglio 2015, all'inaugurazione del movimento "Costruire per restare"


Costruire per restare : non è una fraternità spirituale di devozione.
Non è una società di volontariato.
Non è un partito politico, questo movimento non ha alcuno scopo politico.
Non è una intrapresa commerciale.
Non è un salone letterario, né un club familiare.
'Costruire per restare' è un movimento sociale, che ha per scopo quello di riunire tutti coloro che hanno voluto restare sulla terra della patria e perseverare attivamente in vista di una vita dignitosa per essi stessi e per altri loro compatrioti.
La sola condizione per aderirvi è di avere la ferma e seria volontà di agire e di essere convinti dell'importanza del nostro radicamento in questo caro paese, patria dei nostri antenati e dei nostri avi, alla fonte delle religioni e delle civilizzazioni.
È una decisione molto difficile quella che ho preso. Il giorno in cui ho deciso di lanciare questo movimento ho esitato a lungo, ma le circostanze critiche che la Siria attraversa e il numero sempre crescente di quelli che aspirano ad emigrare, mi hanno costretto a fare questo passo.
Alcuni dicono : cos'è dunque successo a questo arcivescovo che vuole sfidare il destino e affrontare questa terribile tempesta con tanta ostinazione e andando controcorrente ?
Sì, io so tutto ciò che si dice, o che potrà essere detto, così come non ignoro di essere di fronte a un'enorme sfida, ma io so allo stesso tempo che la nostra esistenza nella nostra amata Siria e la nostra perseveranza sulla sua terra generosa è una questione cara ai nostri cuori, così come è anche un sacro dovere :
-è un dovere patriottico e sociale
-è un dovere patrimoniale e familiare
-è un'eredità culturale e patrimoniale inestimabile che ci è stata affidata, e che ci terrà alti tra gli uomini di lettere e di saggezza
-è infine un dovere religioso per eccellenza, una chiamata divina alla testimonianza cristiana.
È proprio quest'ultimo dovere che mi spinge ad impegnarmi e a lavorare, perché la nostra esistenza in Siria è un omaggio di fedeltà a Cristo, agli apostoli e a San Paolo apostolo delle nazioni, che ha visto la luce della fede sulla nostra terra. È una testimonianza di fedeltà ai nostri antenati e ai milioni di martiri che si sono sacrificati perché noi vivessimo, che hanno versato il loro sangue puro e prezioso su questa terra santa per la fedeltà al Cristo Salvatore.
Sono queste le ragioni che mi hanno spinto ad ostinarmi, a pormi con fermezza per difendere la nostra esistenza in questo magnifico paese che ha nutrito noi cristiani fin dalla nascita della Chiesa e fino a questo giorno. Di fronte a questa realtà e tenendo conto di tutte queste considerazioni, io mi sono trovato deciso ad andare avanti per compiere questo sacro dovere, qualunque ne sia il prezzo.
-È un dovere di riconoscenza verso un paese tanto caro, in cui io sono nato
-E' un dovere di considerazione e di gratitudine verso i nostri padri e i nostri avi che hanno sacrificato tanto perché noi restassimo
-È un dovere di amore verso i nostri compatrioti che, se se ne andassero perderebbero questa patria, senza trovare nulla di equivalente, né in accoglienza non è in ricchezza
-È un dovere di riconoscenza verso Cristo che ha voluto che la sua Chiesa nascesse in Siria. Essa vi si è radicata e si è sviluppata, per 2000 anni, generosamente irrigata dal sangue di milioni di martiri che hanno reso sacro il suo suolo.
27 luglio: memoria di san Simeone stilita - Aleppo

Essa è sopravvissuta fino ai nostri giorni sana e fortificata dai baluardi dei suoi valori evangelici, costruiti dalle centinaia di migliaia di santi che hanno benedetto il suo popolo ed insegnato alle sue generazioni le virtù dell'onestà, dell'amore e i valori della lealtà e della generosità.


E se io voglio essere leale verso quest'eredità che Dio ci ha affidato e che è la Chiesa nel nostro paese, io devo fare l'impossibile perché essa continui e fruttifichi là dove Dio ha voluto che essa fosse radicata, sul suolo benedetto della Siria.
Che il suo divino potere la protegga e che la benevolenza e la protezione della nostra tenera madre, la Vergine Maria, ci aiutino ad andare avanti tranquilli e fiduciosi finchè dura la nostra vita.

(trad . OpS)

Vedi anche:
http://www.zenit.org/fr/articles/syrie-si-vous-nous-voulez-du-bien-aidez-nous-a-rester-chez-nous

http://www.churchinneed.org/site/PageServer?pagename=Archbisop_Jeanbart_Syria



venerdì 24 luglio 2015

Lettura della 'Laudato si': il 'bene comune' in Medio Oriente


lettera di Padre Daniel


Il nostro Papa è il primo Papa con il nome “Francesco”. Dopo tre anni, lo stile unico francescano - gesuita si evidenzia ancor più chiaramente nella sua enciclica
“Laudato si” del 24 maggio 2015. E' la prima enciclica sull'ecologia integrale e contro una società consumistica materialistica, che corrode la dignità dell'uomo. E’ vero che i suoi predecessori hanno già ampiamente trattato temi connessi alla dottrina sociale della Chiesa: il bene comune, la destinazione universale dei beni della terra, la solidarietà, la sussidiarietà e la cura per i poveri.
Sì, il mondo è la nostra casa comune. Come famiglia umana abbiamo la stessa origine, condividiamo la stessa vita e lo stesso futuro. Tutto è dato all’uomo come un puro dono per vivere e da godere. L'uomo è chiamato ad essere il direttore d'orchestra e a lodare e onorare il Creatore per la sinfonia della creazione. Non possiamo elevarci al livello di creatori, proprietari o "dominatori". E' nostro dovere l'essere buoni amministratori. 
E quello che facciamo ha un impatto sulla vita degli altri. I popoli più poveri, che hanno una voglia di vivere, vivranno, e l’Occidente ricco con la sua superiorità tecnica e militare continuerà di estinguersi. Politica, tecnologia ed economia senza etica, sono un attentato alla dignità umana. Risolvere la povertà nel mondo e allo stesso tempo continuare a sostenere le organizzazioni internazionali nei loro vari programmi di limitazione delle nascite e di riduzione della popolazione mondiale, non è solo non-efficiente, ma anche contro la dignità dell'uomo (n. 50). Ogni lotta per l'ambiente o per l'equilibrio naturale è una ipocrisia finché le nostre leggi sull'aborto resteranno in vigore (n. 120). Natura e vita devono essere protetti, ma la vita umana deve essere custodita e i più vulnerabili messi al primo posto
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Sui tre temi principali di questa enciclica, voglio proporre qualche considerazione personale e tutto questo nel contesto dalla nostra situazione in Medio Oriente. I tre temi sono: l'unità, il dono e la vulnerabilità.

L’unità
Tutto è collegato a tutto. La vita di ogni essere umano è correlata a quella di altre persone, alla natura, all'universo e in modo finale con il cielo, con Dio. E con una società in cui tutti vivono bene, e questo non è solo fondato su una economia prospera e su una politica sana, ma tale società è soprattutto fondata su valori umani sani, che alla fine porteranno frutti solo se tutto è fondato su valori cristiani. Un uomo non può essere veramente felice quando il suo prossimo si trova in difficoltà. Un paese non può tutelare i suoi interessi in modo dignitoso senza riconoscere la sovranità degli altri paesi e senza aiutarli. Una democrazia occidentale, che ora si presenta con eccessi dittatoriali cattivi, non ha il diritto in modo arbitrario e arrogante di imporre questo tipo di democrazia: in tal modo esporterà il suo caos. Il disprezzo per i poveri nel proprio paese porta all’ oppressione delle nazioni più povere. Il sovra-consumismo e la cultura dell'usa e getta del ricco Occidente sono problemi più grandi della povertà nel Sud . Mentre la crescita economica in molte zone è stagnante, l'industria delle armi invece, e il traffico della droga, la pornografia e la prostituzione in Occidente vivono una crescita esplosiva. E’ proprio quello che causa il massacro di tanti popoli e la destabilizzazione di tanti paesi. Quello che serve al dominio occidentale, diventa 'legale' e quello che ostacola il dominio occidentale viene condannato come "contro le regole internazionali".

Il dono
La vita è il dono più prezioso e gratuito per tutti. E tutto è dono. Il Concilio Vaticano II ha applicato questo sulla dottrina del matrimonio. Il matrimonio è un dono e un bambino è un dono. Il dono reciproco e libero tra i coniugi è il cuore della loro unione matrimoniale. Questo non è stato ( neanche oggi ) notato da molti teologi occidentali e quindi questi teologi non sono riusciti a comprendere che cosa significa in realtà la contraccezione artificiale nel matrimonio. Paolo VI invece l’aveva capito e metteva nella sua enciclica “Humanae Vitae” (1968) giustamente che la contraccezione artificiale impedisce questo dono reciproco di se stesso e quindi non è accettabile. Ma il successo commerciale doveva e poteva continuare con l'appoggio dei teologi. Per mezzo secolo, la cultura occidentale contraccettiva ha contagiato quasi tutto il mondo e ha eliminato la responsabilità personale dell'uomo in molte aree. Questo è drammatico perché la responsabilità è al centro della vita umana. Oggi, il ripristino di una ecologia "umana" integrale è urgentissimo.

L’aria
L'aria, l’acqua, la terra e la sua fertilità appartengono ai doni più preziosi della creazione per l'intera famiglia umana. La natura e la terra ci offrono abbastanza per soddisfare ampiamente i bisogni fondamentali di tutti, cioè : cibo, vestiti, un tetto sopra la testa e l'istruzione primaria. Ci sono cibo, attrezzature, conoscenze e tecnologie sufficienti a disposizione per permettere a tutti di vivere come in un modesto albergo a 3 stelle. Tuttavia, la terra fornisce abbastanza per soddisfare i capricci eccentrici e l'avidità di un piccolo gruppo. Affinché pochi potessero vivere in un hotel a 5 stelle, tanti altri sono costretti a condurre un’ esistenza da schiavo. Non è anormale che ci sia una differenza tra gli individui e tra i popoli. La ricompensa per un uomo con molta responsabilità può essere più grande di quella di un operaio, ma quest’uomo deve rendersi conto che la sua festa può solo continuare grazie al lavoro del semplice operaio. Se un occidentale richiede un stipendio di 50 volte maggiore di un abitante del Mali, allora quest’occidentale è un ladro malvagio. Quando nei paesi Africani, con grandi ricchezze naturali, vivono con una popolazione poverissima, sono poi i ricchi paesi occidentali che provocano guerre solo per poter rubare le ricchezze africane. E quando il popolo palestinese riceve quattro volte meno acqua e per questo deve pagare cinque volte di più del suo occupante sionista, allora questo implica un'ingiustizia terribile.

Vulnerabilità.
Ogni cosa ha il suo ritmo che va rispettato, altrimenti l'equilibrio è rotto. Nell'uomo c’è una unità di corpo e di mente, che lo incita al lavoro fisico e mentale. C'è una alternanza di giorno e notte. Nell’anno ci sono le stagioni, ognuna con le sue caratteristiche uniche. Tutto ha le sue proprie regole. Con una sega da legno non si può segare il ferro e con pezzi di ferro non si può accendere la stufa. I requisiti generali per godersi la vita e la natura sono: la semplicità, l'umiltà, la sobrietà, la solidarietà, l'ammirazione, la gratitudine e la quiete. 
Il grande economista inglese E. F. Schumacher, che mezzo secolo fa ha lanciato una svolta economica approfondita sotto lo slogan "small is beautiful", avrebbe interpretato questa Enciclica di Francesco indubbiamente come una protesta legittima contro la società consumistica e contro l'illusione che tutto deve diventare sempre più grande, più alto e più veloce. Nel frattempo, riceviamo già i frutti amari di questo delirio di onnipotenza, sotto forma di terrore e di caos, causando masse di persone in fuga, gente che muore di fame o di miseria. In tutte le città occidentali, civili innocenti vengono quotidianamente derubati, accoltellati o uccisi. Perché? Lo stesso Occidente sta strangolando il popolo siriano, che  già ha sofferto e soffre ancora pesantemente, con sanzioni politiche, economiche, finanziarie e tecniche. Perché? La causa delle immense deforestazioni che disturba a fondo l’equilibrio e causa deserti, alla fine non trova le sue origine nelle macchine, ma nel cuore dell'uomo, che a sua volta è diventato un deserto. In effetti, in una ecologia globale, la preoccupazione o la cura per l'ambiente è necessariamente collegata alla giustizia sociale e questa esige in primo luogo una conversione/svolta del cuore. 
In altre parole, una pre-occupazione/cura ambientale globale consiste solo nella ricerca di essere un vero cristiano.

P. Daniel
(traduzione dal fiammingo di A. Wilking)

mercoledì 22 luglio 2015

Ancora nessuna notizia di padre Antoine Boutros, rapito una settimana fa


Terrasanta.net | 20 luglio 2015


Si trepida da giorni, in Siria, per il rapimento di un altro sacerdote cattolico, di cui non si hanno notizie da ormai una settimana: si tratta di padre Antoine Boutros, scomparso insieme a un laico, di nome Said Al-Abdun, mentre in auto si recavano da Shahba verso la città di Sama Hinadat, dove il sacerdote cattolico di rito melchita avrebbe dovuto celebrare la messa domenicale il 12 luglio.

Inizialmente la scomparsa dei due uomini era stata trattata con molta cautela, ma nei giorni scorsi l'arcivescovo melchita di Bosra e Hauran, mons. Nicolas Antiba, ha rotto gli indugi e confermato all'agenzia Fides che si pensa a un rapimento da parte di una banda di uomini armati dei quali è ignota l'appartenenza.

Nel clima di anarchia che vige in varie zone anche del sud della Siria le azioni di criminali comuni si assommano a quelle delle milizie armate che militano nella composita galassia dell'insurrezione antigovernativa.

Padre Boutros, analogamente ad altri esponenti del clero diocesano, è molto impegnato sul fronte dell'assistenza umanitaria alla popolazione più colpita dal conflitto in corso in territorio siriano. Il gestire le risorse finanziarie, più o meno grandi, destinate alla solidarietà, espone religiosi e sacerdoti anche al rischio di estorsioni.
Padre Boutros ha 50 anni e, come molti membri del clero cattolico melchita, è sposato. Oltre alla moglie, a casa lo attende, in ansia, una figlia.


Lo scorso 4 luglio, nel villaggio di Yacoubieh (provincia di Idlib, distretto di Jisr al-Chougour) era stato rapito padre Dhiya Azziz, francescano nella Custodia di Terra Santa (vedi Fides 7/7/2015). In un primo momento il sequestro era stato attribuito al gruppo jihadista Jabhat al-Nusra, ma poi quella fazione aveva negato ogni coinvolgimento nel rapimento del frate, caduto invece vittima di uno dei tanti gruppi di miliziani che infestano la regione e realizzano rapimenti per ottenere riscatti. La vicenda di padre Dhiya si è conclusa positivamente con la sua liberazione, avvenuta lo scorso 10 luglio. 
 (Agenzia Fides 16/7/2015).

lunedì 20 luglio 2015

Aleppo muore di sete: un appello urgente

acqua siria
Piccole Note, 20 luglio

Dal 26 giu­gno Alep­po è senza acqua cor­ren­te. Un dram­ma che va ad ag­giun­ger­si al tor­men­to quo­ti­dia­no fatto di bom­bar­da­men­ti con­ti­nui e scon­tri a fuoco. 
Una sic­ci­tà che non è un ac­ci­den­te na­tu­ra­le della guer­ra, bensì vi ap­par­tie­ne: 
a chiu­de­re le con­dut­tu­re idri­che ai quar­tie­ri an­co­ra sotto il con­trol­lo del go­ver­no di Da­ma­sco sono stati i mi­li­zia­ni di al Nusra, rei­te­ran­do un cri­mi­ne già per­pe­tra­to in pas­sa­to. Non è la prima volta, in­fat­ti, che gli ji­ha­di­sti ri­cor­ro­no a que­sto me­to­do bel­li­co, un’ar­ma di de­va­sta­zio­ne di massa che col­pi­sce in­di­scri­mi­na­ta­men­te tutta la po­po­la­zio­ne di Alep­po.

Da gior­ni i ci­vi­li sono co­stret­ti a file este­nuan­ti pres­so i pochi pozzi an­co­ra in uso, chi con qual­che latta, chi con bi­do­ni, chi con qual­che raf­faz­zo­na­ta bot­ti­glia di pla­sti­ca. A di­stri­bui­re loro l’ac­qua sono i fra­tel­li Ma­ri­sti e la par­roc­chia ar­me­no-cat­to­li­ca della San­tis­si­ma Tri­ni­tà, gra­zie ai pochi pozzi an­co­ra fun­zio­nan­ti. 
In que­sti gior­ni sem­bra­va che qual­co­sa si fosse sbloc­ca­to, dopo un ac­cor­do tra Da­ma­sco e ji­ha­di­sti. Ma era solo pro­pa­gan­da: l’Os­ser­va­to­rio per i di­rit­ti umani in Siria (sem­pre pron­to a de­nun­cia­re ma­le­fat­te – vere o pre­sun­te – del re­gi­me e al­quan­to re­ti­cen­te sui cri­mi­ni com­piu­ti dal­l’al­tra parte) ha an­nun­cia­to il ri­tor­no del­l’ac­qua per il 18 lu­glio, vero, ma in se­ra­ta tutto è tor­na­to come prima, peg­gio di prima.
Nota  a mar­gi­ne. I Ma­ri­sti hanno de­nun­cia­to pub­bli­ca­men­te l’en­ne­si­mo cri­mi­ne com­piu­to con­tro la po­po­la­zio­ne ci­vi­le e hanno in­di­ca­to una ne­ces­si­tà ur­gen­te. Serve ga­so­lio per far fun­zio­na­re il pozzo della chie­sa della San­tis­si­ma Tri­ni­tà e so­prat­tut­to per ac­qui­sta­re due fur­go­ni-ci­ster­ne (e il ga­so­lio ne­ces­sa­rio) per poter por­ta­re l’ac­qua alle per­so­ne che non pos­so­no spo­star­si per ri­for­nir­si: an­zia­ni, fa­mi­glie lon­ta­ne, am­ma­la­ti. L’ap­pel­lo dei Ma­ri­sti è stato ri­lan­cia­to dall’as­so­cia­zio­ne Aiu­tia­mo la Siria! Onlus (Aiu­las) che sta rac­co­glien­do fondi per com­pra­re tali fur­go­ni.
Chiun­que vo­glia con­tri­bui­re, può farlo in­vian­do una do­na­zio­ne al conto indicato qui, sotto alla descrizione del Progetto :
foto R. Casadei
Il racconto di Samaan Daoud :

Aleppo muore di sete, le parrocchie continuano a essere “fari di speranza”


mercoledì 15 luglio 2015

Intervista al Patriarca siro-ortodosso Aphrem II: "Ci sono forze che alimentano Daesh con armi e denaro, perché serve utilizzarlo nella 'guerra a pezzi'”

«All’Occidente chiedo solo: smettetela di armare i nostri carnefici»



VaticanInsider , 29 giugno 2015
di GIANNI VALENTE

«Quando guardiamo i martiri, vediamo che la Chiesa non è soltanto una, santa, cattolica e apostolica. Nel suo cammino nella storia, la Chiesa è anche sofferente». 
Per Moran Mor Ignatius Aphrem II, Patriarca di Antiochia dei siro-ortodossi, nel martirio si rivela un tratto essenziale della natura della Chiesa. Una connotazione che si potrebbe aggiungere a quelle confessate nel Credo, e che accompagna sempre coloro che vivono nelle vicende del mondo a imitazione di Cristo, come suoi discepoli. Un tratto distintivo che adesso riaffiora con nettezza in tante vicende dei cristiani e delle Chiese del Medio Oriente.
Anche in questi giorni il Patriarca Aphrem – che lo scorso 19 giugno aveva incontrato a Roma Papa Francesco – si è trovato coinvolto nelle nuove tribolazioni che affliggono il suo popolo. L’ultima sua missione pastorale, appena conclusa, l’ha compiuta a Qamishli, la sua città natale, dove è andato a trovare le migliaia di nuovi profughi cristiani fuggiti davanti all’offensiva compiuta dai jihadisti dello Stato Islamico contro il vicino centro urbano di Hassakè, nella provincia siriana nord-orientale di Jazira.
Santità, quale è la connotazione propria del martirio cristiano?
«Gesù ha sofferto senza motivo, gratuitamente. A noi, che seguiamo Lui, può accadere lo stesso. E quando accade, i cristiani non organizzano rivendicazioni per protestare “contro” il martirio. Anche perché Gesù ha promesso che non ci lascia soli, non ci fa mancare il soccorso della sua grazia, come testimoniano i racconti dei primi martiri e anche dei martiri di oggi, che vanno incontro al martirio con il volto lieto e la pace nel cuore. Lo ha detto Cristo stesso: beati voi, quando vi perseguiteranno a causa mia. I martiri non sono persone sconfitte, non sono discriminati che devono emanciparsi dalla discriminazione. Il martirio è un mistero di amore gratuito».
Eppure tanti continuano a parlare del martirio come un’anomalia da cancellare, o un fenomeno sociale da denunciare, contro cui mobilitarsi e alzare la voce. 
«Il martirio non è un sacrificio offerto a Dio, come quelli che si offrivano agli dèi pagani. I martiri cristiani non cercano il martirio per dimostrare la loro fede. E non spargono volontariamente il proprio sangue per acquistare il favore di Dio, o acquisire qualche altro guadagno, fosse pure quello del Paradiso. Per questo la cosa più blasfema è quella di definire come “martiri” i kamikaze suicidi».
In Occidente molti ripetono che bisogna fare qualcosa per i cristiani del Medio Oriente. Serve un intervento armato?
«All’Occidente, per difendere i cristiani e tutti gli altri, non chiediamo interventi militari. Ma che piuttosto la smettano di armare e appoggiare i gruppi terroristi che stanno distruggendo i nostri Paesi e massacrando i nostri popoli. Se vogliono aiutare, sostengano i governi locali a cui servono eserciti e forze sufficienti per mantenere la sicurezza e difendere i rispettivi popoli da chi li attacca. Occorre rafforzare le istituzioni statali e renderle stabili. E invece, vediamo che in tanti modi si fomenta dall'esterno la loro dissoluzione forzata.
Prima del suo viaggio recente in Europa, Lei con i vescovi della Chiesa siro-ortodossa avete incontrato il Presidente Assad. Cosa vi ha detto?
«Il presidente Assad ci ha esortato a fare il possibile affinché i cristiani non vadano via dalla Siria. “So che soffrite” ha detto “ma per favore non lasciate questa terra, che è la vostra terra da millenni, da prima che arrivasse l’Islam”. Ci ha detto che serviranno anche i cristiani, quando si tratterà di ricostruire il Paese devastato».
Assad vi ha chiesto di portare qualche messaggio al Papa?
«Ci ha detto di chiedere che il Papa e la Santa Sede, con la sua diplomazia e la sua rete di rapporti, aiutino i governi a comprendere quello che sta davvero accadendo in Siria. Li aiutino a prendere atto di come stanno davvero le cose».
Alcuni circoli occidentali accusano i cristiani d’Oriente di essere sottomessi ai regimi autoritari.
«Noi non siamo sottomessi ad Assad e ai cosiddetti governi autoritari. Noi, semplicemente, riconosciamo i governi legittimi. I cittadini siriani in larga maggioranza appoggiano il governo di Assad, e lo hanno sempre appoggiato. Noi riconosciamo i legittimi governanti, e preghiamo per loro, come ci insegna a fare anche il Nuovo Testamento. 
E poi vediamo che dall’altra parte non c’è una opposizione democratica, ma solo gruppi estremisti. Soprattutto, vediamo che questi gruppi negli ultimi anni usano una ideologia venuta da fuori, portata da predicatori dell’odio venuti e sostenuti dall’Arabia Saudita, dal Qatar o dall’Egitto. Sono gruppi che ricevono armi anche attraverso la Turchia, come abbiamo visto anche dai media».
Ma cosa è davvero lo Stato Islamico? È il vero volto dell’Islam, o un’entità artificiale utilizzata per giochi di potere?
«Lo Stato Islamico (Daesh) non è certo l’Islam che abbiamo conosciuto e con cui abbiamo convissuto per centinaia di anni. Ci sono forze che lo alimentano con armi e denaro, perché serve utilizzarlo in quella che Papa Francesco ha definito la “guerra a pezzi”. Ma tutto questo si serve anche di un’ideologia religiosa aberrante che dice di richiamarsi al Corano. E può farlo perché nell’islam non esiste una struttura d’autorità che abbia la forza di fornire un’interpretazione autentica del Corano e sconfessare con autorevolezza questi predicatori di odio. Ogni predicatore può dare la sua interpretazione letterale anche dei singoli versetti che appaiono giustificare la violenza, e in base a questo emanare le fatwa senza essere smentito da qualche autorità superiore».
Lei ha citato la Turchia. Le autorità turche premono per far tornare sul proprio territorio la sede del Patriarcato siro-ortodosso, che per alcuni secoli era stata collocata vicino a Mardin. Cosa farete?
«Il nostro Patriarcato porta il titolo di Antiochia. E quando è sorto, Antiochia faceva parte della Siria. Era la capitale della Siria di allora. Le nostre antiche chiese in Turchia hanno per noi un grande valore storico, ma stiamo e resteremo a Damasco, che è la capitale della Siria di oggi. È una nostra scelta libera, e nessuna pressione di governi o parti politiche ce la farà cambiare. Abbiamo dato il nome alla terra che ancora oggi si chiama Siria. E non ce ne andremo».
Le sofferenze vissute insieme dai cristiani in Medio Oriente quali effetti hanno nei rapporti ecumenici tra le diverse Chiese e comunità?
«Quelli che uccidono i cristiani non fanno distinzioni tra cattolici, ortodossi o protestanti. Lo ripete sempre anche Papa Francesco, quando parla dell’ecumenismo del sangue. Questo non lascia le cose come stanno. Vivere insieme in queste situazioni ha l'effetto di avvicinarci, di farci scoprire la sorgente della nostra unità. I pastori si ritrovano come fratelli nella stessa fede, e possono prendere insieme decisioni importanti. Per esempio, sarà importante arrivare a decidere una data comune per celebrare la Pasqua. E davanti alle tribolazioni del popolo di Dio, che soffriamo insieme, i contrasti sulle questioni di potere ecclesiastico si rivelano come cose irrilevanti».
Cosa manca per vivere la piena comunione sacramentale?
«Dobbiamo confessare insieme la stessa fede e chiarire prima i punti dottrinali e teologici dove ancora risultano esserci delle differenze. Ma devo dire che su questo punto noi cristiani siri siamo già avanti, perché già c’è l'accordo sull'ospitalità reciproca tra siri ortodossi e siri cattolici. Quando un fedele non ha modo di partecipare alla liturgia e ricevere i sacramenti presso la propria Chiesa, può partecipare alla liturgia nei luoghi di culto dell'altra Chiesa. E può avvicinarsi anche all'eucaristia».


Lei ha preso parte da poco a un convegno promosso a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio sul Sayfo, il Genocidio dei cristiani siriaci compiuto dai Giovani Turchi nello stesso tempo in cui avvenne il Genocidio armeno. Perché tenete così tanto a ricordare quelle vicende dolorose?
«A Qamishli, quando ero bambino, la sera andavo spesso in chiesa un’ora prima della preghiera. Mi sedevo tra gli anziani e ascoltavo le loro storie. Molti di loro erano sopravvissuti al Sayfo. Parlavano di famiglie lacerate, di bambini strappati ai genitori e affidati ai musulmani. Vedevo che, per loro, parlare di quelle vicende tremende era anche un modo per liberarsi da quel male che pesava sui loro cuori. Ma per tanto tempo non è stato possibile parlare pubblicamente di questo. Negli ultimi anni, quando le Chiese hanno iniziato a commemorare pubblicamente quei tragici eventi, tante persone hanno potuto sentire storie che erano sepolte nella memoria familiare come un tabù, qualcosa che non si doveva neanche nominare. E per loro è stata una specie di liberazione. 
Come Chiese, quando parliamo del Sayfo, non abbiamo altro scopo che favorire questa riconciliazione interiore. E i nostri amici turchi dovranno prima o poi capirlo: far memoria di quei fatti non è per noi un pretesto per andare contro di loro, ma può aiutare anche loro a comprendere il loro passato e riconciliarsi con esso». 

mercoledì 8 luglio 2015

Emergenza Siria: un centro estivo porta la gioia nel cuore di Aleppo martoriata


In questi giorni abbiamo cominciato il Campo estivo per i bambini e i ragazzi di Aleppo. Siamo partiti che erano in 50 e adesso, in pochissimo tempo, siamo già arrivati a 120 presenze!” dice p. Ibrahim, frate della Custodia di Terra Santa e parroco di Aleppo.
Un’iniziativa coraggiosa, che porta la festa e la gioia tra le macerie di una città sotto assedio dal 2012. Il motto scelto per il campo sono le parole di San Paolo “Gioite nel Signore sempre, vi dico, rallegratevi, rallegratevi, rallegratevi”.
All’inizio c’è stata qualche difficoltà, come racconta sempre p. Ibrahim: “I genitori all’inizio erano molto impauriti alla sola idea di lasciar uscire i figli da casa e non avevano quindi il coraggio di venire da noi a registrarli. Abbiamo così telefonato a tutte le famiglie per convincerli. Il giorno dell’inaugurazione è stato un grande giorno di festa, con canti e balli, cioccolatini, dolci e anche un clown! I genitori erano commossi e pieni di stupore, forse ancor più dei loro bambini”.
Partiti con i bambini tra i sei e i dieci anni, i frati del convento di S. Francesco hanno dovuto ben presto allargare le iscrizioni e accogliere anche i più piccoli, fino ai tre anni.
E grazie alla Provvidenza e allo Spirito che soffia impetuosamente” continua p. Ibrahim “sono in aumento anche i volontari che ci aiutano nelle attività; e tra di loro, inaspettatamente, ci sono tante le mamme che si sono lasciate coinvolgere senza riserve”.
Così per quattro giorni alla settimana, i bambini di Aleppo hanno un posto dove andare a giocare, inontrarsi in un ambiente accogliente, esprimere i loro talenti. E sono previsti anche corsi di cucina, così a turno i più grandi preparano il pranzo, e poi si mangia tutti insieme.
Continua entusiasta il parroco francescano: “Qui da noi Internet non funziona un granché, così i bambini e i loro genitori vengono sottratti alla calamità dei “rapporti virtuali”, dovendosi necessariamente aprire al mondo delle relazioni umane “reali”. Questo fatto li rende più sani sotto tutti i punti di vista: umano, psicologico, intellettuale e spirituale. I genitori a gran voce ci hanno richiesto che il Campo estivo fosse aperto tutti i giorni della settimana, ma noi abbiamo risposto che è assolutamente necessario che i bambini abbiano del tempo da trascorrere a casa con loro. Non vogliamo sottrarli alla famiglia sostituendoci ad essa, ma ci preme cooperare con le famiglie alla loro crescita umana”.
Fra i bambini più piccoli, molti sono denutriti, così tra un’attività e l’altra al campo estivo si cerca di dare loro del latte “…ma anche cioccolatini e dolci, per farli felici”.
Conclude poi p. Ibrahim: “La ragione vera, la più profonda,  per cui facciamo  questo Campo estivo è perché desideriamo che, attraverso tutto quello che si propone, le persone possano percepire i segni, anche minimi, della delicatezza della Carità cristiana. Carità che passa anche attraverso un po’ di latte oppure dei  cioccolatini; che a volte sta nel prendersi cura di un bisogno particolare o nell’offrire un piccolo giocattolo. È in tal modo che la sofferenza viene purificata, gli occhi delle persone cominciano a vedere e il cuore a sperimentare la presenza del Divino nella quotidianità, Divino che si esprime nell’abbraccio amorevole della Chiesa. Noi desideriamo che si rafforzi, nell’esperienza, la percezione del volto di Cristo presente, il volto tenero di Dio rivolto al popolo sofferente”.

Per donare ora in favore dell’Emergenza in Siria, clicca qui:

http://www.proterrasancta.org/it/emergenza-siria-un-centro-estivo-porta-la-gioia-nel-cuore-di-aleppo/



«Nella palude della guerra, ogni giorno assisto a tanti miracoli»


Intervista a padre Ibrahim Sabbagh, che guida una parrocchia nella città siriana: «È facile eliminarci fisicamente, ma nessuno ci riesce. Questo dimostra che Cristo è presente»


TEMPI, 3 luglio 2015

«Io come parroco assisto a tanti miracoli ogni giorno. Dio non ci fa mai mancare la sua tenerezza». Padre Ibrahim Sabbagh non parla metaforicamente e la prova di quello che dice sta nel fatto che non ha paura di morire. Il frate francescano vive ad Aleppo, dove ha accettato di recarsi nel 2014 in piena guerra per guidare una parrocchia. La situazione della seconda città più importante della Siria è così grave che il cardinaleAngelo Scola l’ha definita la «Sarajevo del XXI secolo». Ogni giorno nella parte della città dove vivono i cristiani, sotto il controllo del governo, divisa da quella in mano ai ribelli, cadono bombe e razzi. Nel numero di Tempi in edicola settimana scorsa è presente un ampio servizio sulla “Sarajevo del XXI secolo”, con testimonianze dalla città martoriata. Di seguito, riportiamo la testimonianza di padre Ibrahim, per il quale la morte è diventata un’esperienza quotidiana, «regna il terrore», eppure «ci sono fiori che nascono e crescono sulla palude della guerra».

Perché ad Aleppo regna il terrore?  Noi sappiamo che la città di Aleppo è circondata, ma queste bombe, questi regali di morte che cadono dal cielo, sono il male peggiore perché non fanno differenza fra un bambino, un anziano, un soldato, un uomo armato o non armato. Quindi regna il terrore.

Perché subite questi attacchi?  Il 15 giugno abbiamo subito un attacco molto pesante, con decine di morti e centinaia di feriti, perché l’inviato dell’Onu, Staffan De Mistura, ha incontrato il presidente Assad. Di solito i bombardamenti si fanno più forti durante queste visite, perché alcuni gruppi ribelli non vogliono la pace e manifestano così questa mancanza di volontà. Siamo in una fase molto difficile, ci aspettiamo il peggio.

I cristiani hanno paura?Sì, sono spaventati, come le altre minoranze. Non vi potete immaginare i casi di terrore che dobbiamo trattare ogni giorno. Due settimane fa una bomba è caduta vicino ad una farmacia, uccidendo il farmacista, un uomo di 45 anni. La mattina dopo è venuta da me una donna: passava davanti alla farmacia quando è caduta la bomba, ma è sopravvissuta. Mi ha detto che non riesce più a dormire, è sfinita ma deve lo stesso alzarsi per andare al lavoro. Sono cose piccole ma quotidiane e diventano sempre più pesanti per chi soffre questa tortura da quasi cinque anni.

Perché è tornato in Siria? Che cosa può fare un sacerdote in mezzo alla guerra?  Noi pastori cerchiamo di consolare la nostra gente con la parola, l’assistenza spirituale e anche quella materiale, per quanto possiamo. Cerchiamo di alleggerire un po’ la croce a queste persone, anche se non possiamo portarla via. Cerchiamo in ogni modo di manifestare la presenza del Buon pastore, della tenerezza di Dio, perché la gente ne ha bisogno. Noi abbiamo anche organizzato un oratorio per i bambini, che ora sono più di 120 e vengono quattro volte la settimana; abbiamo preparato al matrimonio nove coppie che si stanno sposando in chiesa con grande coraggio e vogliono iniziare un cammino di nuove famiglie nonostante tutte le difficoltà che ci sono. Aiutiamo anche i poveri, i senza tetto, i bisognosi.

Dio però non sembra molto tenero con voi.  Per il futuro non si vede una via d’uscita, non sappiamo come finiremo, eppure siamo pieni di speranza che questo mondo cristiano, che qui ha già sofferto tante persecuzioni, riuscirà a veder passare anche questa crisi attuale, anche queste ondate di jihadisti e a resistere, rimanendo qua per testimoniare la presenza di Cristo.

Tanti scappano.  Alcuni dall’Occidente pensano e ci consigliano di organizzare un’emigrazione comune. Noi, come chiesa locale, siamo contrari perché è il Signore che ha voluto piantare la nostra presenza, questo albero di ulivo, qui in Oriente, in Siria. Noi oggi non possiamo sradicare questo albero e piantarlo in un altro pianeta o in un altro continente, come se fosse la stessa cosa. Non ci sentiamo di avere questo diritto. Sicuramente ci sono casi eccezionali, ma è Dio che ci ha voluti qua, a Lui spetta la decisione di farci andare via.

Lei spera ancora in una risoluzione positiva del conflitto?Io dico sempre alla mia gente: noi vinceremo questa guerra, questa crisi con la preghiera, prima di tutto, e con la nostra carità e con la comunione fra di noi.

Le cose però, anche ad Aleppo, non si stanno mettendo molto bene.  Guardando con gli occhi del corpo, il futuro è molto nebuloso, ma allo stesso tempo siamo pieni di fede e di speranza e con gli occhi della fede riusciamo a vedere una via d’uscita. Io come parroco assisto a tanti miracoli ogni giorno. Quando sono caduti molti missili e bombe alla metà di aprile, tante abitazioni ed edifici sono andati distrutti o semi-distrutti: noi ci aspettavamo centinaia di morti in tutta la zona cristiana, ma il numero dei morti è stato di 12 e pochi feriti. Per me questo è stato un miracolo: ci si aspetta sempre il peggio ogni giorno, ma ogni giorno arriva sempre il minimo di quel peggio che ci aspettavamo. Questo è già un grande miracolo e non è il solo.

Cioè?  Io assisto anche fra me e me a tanti miracoli: ogni volto che penso o prego per qualcuno che ha bisogno di cibo, ma non abbiamo niente da dargli, subito arriva qualcuno a dirmi: è arrivato del cibo da distribuire alla gente. Quando penso o prego per una famiglia che ha bisogno di pagare l’affitto, o per una donna che deve partorire e deve coprire delle spese, subito arriva qualche dono della provvidenza per colmare questo bisogno specifico. Ecco perché non smettiamo di ringraziare il Signore: nonostante il male a cui assistiamo ogni giorno e che vediamo con i nostri occhi, non ci manca questa presenza tenera del Signore.

Aleppo un tempo era un modello di convivenza religiosa. E oggi?
La situazione è molto buona. Qui, come è sempre stato anche in passato, ci incontriamo tutti insieme, anche con i sunniti, parliamo di tutto e collaboriamo per il bene del paese. Le nostre associazioni aiutano anche i musulmani, per rispondere ai loro bisogni. Non è qualcosa di cui ci vantiamo, per noi è un dovere perché è parte dell’insegnamento di Gesù. Stiamo davvero eccellendo e progrediamo nella collaborazione tra noi e con le altre confessioni.

A sentirla parlare, quasi non sembra che Aleppo sia sconvolta dalla guerra.  Ci sono due fiori che stanno nascendo e crescendo forti sulla palude della guerra. Il primo è questo: grazie alla sofferenza, ad Aleppo la nostra comunità cristiana è più fraterna, anche con gli altri riti e i musulmani. Il nostro è il vero ecumenismo, semplice, pratico che si costruisce ogni giorno nel trasmettere la presenza del Signore nel campo della carità e nel vivere insieme in una società compatta e unita. L’ecumenismo intellettuale, invece, degli studi, dei libri, dei convegni è destinato al fallimento.

E il secondo fiore?  Guardando al futuro, vedo che questa pianta del cristianesimo, che riflette la presenza di Dio nella storia e in Siria, è molto debole, piccola e delicata, ma tutte queste tempeste non riescono a devastarla. Questo è il più grande miracolo al quale assisto. Mi accorgo cioè di quanto sia facile eliminarci fisicamente, ma vedo che nessuna forza riesce a calpestare, soffocare, devastare questa piccola pianta: questo dimostra che Cristo è presente e provvede.

http://www.tempi.it/aleppo-palude-guerra-ogni-giorno-assisto-a-tanti-miracoli#.VZdhE_ntmko


SE VOI CI VOLETE BENE, AIUTATECI A RESTARE A CASA NOSTRA

Nuovo appello di Mgr Jeanbart, Arcivescovo greco melkita di Aleppo, mentre la città è sottoposta ad attacchi di eccezionale intensità
« Bâtir et Rester »
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Se si vuole un bene per noi, si preghi con noi perchè questa guerra finisca.
Se ci volete bene, rivendicate la pace per il nostro paese.
Se ci volete bene, aiutateci a sostenere i cristiani che hanno deciso di rimanere per il perdurare della presenza cristiana nel Paese.
Se ci volete bene, aiutateci a sostenerli nella loro lotta contro il fallimento e nel loro impegno per "Costruire e Restare."

Aleppo , 2 luglio 2015.
Metropolita Jean Clement JEANBART

Arcivescovo di Aleppo

Leggi qui l'appello:   http://www.oeuvre-orient.fr/2015/07/04/si-vous-nous-voulez-du-bien-aidez-nous-a-rester-chez-nous/