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giovedì 17 aprile 2014

Ogni giorno i cristiani del Medio oriente si interrogano se restare o emigrare: ricordiamoli nel Venerdì Santo

Il card. Sandri: cristiani del Medio Oriente in gravi difficoltà, aiutiamoli a non fuggire



In occasione dell’annuale Colletta per la Terra Santa, la Congregazione per le Chiese Orientali ha indirizzato in questo tempo di Quaresima una lettera ai vescovi di tutto il mondo. Il documento — firmato dal cardinale prefetto Leonardo Sandri e dall’arcivescovo segretario Cyril Vasil’— raccomanda il sostegno della Chiesa universale ai cristiani d’oriente, che portano la responsabilità di custodire i luoghi delle origini della nostra fede e ancor più di essere essi stessi i testimoni viventi di quelle origini. Il giorno scelto dai Pontefici per l’importante iniziativa di fraternità è il Venerdì Santo. Le singole  diocesi potranno trovare altri momenti consoni ad esprimere la possibile sollecitudine verso  la Chiesa latina e le altre Chiese cattoliche orientali operanti nella Terra della Redenzione. È un dovere di gratitudine a Cristo e alla Chiesa collaborare perché la celebrazione dei misteri della salvezza sia garantita là dove ebbe inizio l’annunzio del Vangelo.   

LETTERA DEL PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER LE CHIESE ORIENTALI


La Quaresima, quale cammino con Cristo verso la croce e la risurrezione, risveglia la fratellanza con quanti vivono nei luoghi santi. Là gli apostoli hanno ascoltato per primi la voce del Signore Gesù, ne hanno condiviso per grazia il mistero, e poi lo hanno annunciato e testimoniato. Attorno a essi sono fiorite le prime comunità cristiane, cominciando da Gerusalemme.

L’unità in Cristo redentore ci spinge a promuovere anche quest’anno l’importante iniziativa della Collecta pro Terra Sancta, adempiendo al debito della Chiesa universale verso quella Chiesa madre. Papa Francesco lo ha ribadito ricevendo i patriarchi, gli arcivescovi maggiori, i padri cardinali e i vescovi nella sessione plenaria della Congregazione per le Chiese orientali: «Il mio pensiero si rivolge in modo speciale alla terra benedetta in cui Cristo è vissuto, morto e risorto. In essa — l’ho avvertito anche oggi dalla voce dei Patriarchi presenti — la luce della fede non si è spenta, anzi risplende vivace. È “la luce dell’Oriente” che “ha illuminato la Chiesa universale, sin da quando è apparso su di noi un sole che sorge (Lc 1, 78), Gesù Cristo, nostro Signore” (Lett. ap. Orientale Lumen, 1). Ogni cattolico ha perciò un debito di riconoscenza verso le Chiese che vivono in quella regione. Da esse possiamo, fra l’altro, imparare la fatica dell’esercizio quotidiano di spirito ecumenico e dialogo interreligioso. Il contesto geografico, storico e culturale in cui esse vivono da secoli, infatti, le ha rese interlocutori naturali di numerose altre confessioni cristiane e di altre religioni» (21 novembre 2013).

Ancora oggi la colletta è la fonte principale per il sostentamento della loro vita e delle loro opere, secondo la volontà sollecita dei sommi Pontefici, i quali, specie nell’imminenza del Venerdì santo, hanno sempre esortato a gesti di autentica carità fraterna.
Ogni giorno i cristiani in varie regioni del Medio oriente si interrogano se restare o emigrare: vivono nell’insicurezza o subiscono violenza per il solo fatto di professare la loro e nostra fede. Ogni giorno ci sono fratelli e sorelle che resistono, scegliendo di restare là dove Dio ha compiuto in Cristo il disegno della universale riconciliazione. Da quella terra sono partiti coloro che, sulla parola di Cristo, hanno portato l’Evangelo ai quattro angoli del mondo. È là che la Chiesa ritrova sempre, con le sue radici, la “grande speranza” che porta il nome di Gesù, ma la situazione attuale è veramente delicata: basti pensare al conflitto tra Israele e Palestina, all’evoluzione che investe l’Egitto, alla tragedia della Siria. 

Nel Venerdì santo vorremo elevare al Crocifisso il grido della pace per Gerusalemme e perché il mondo, cominciando dalla terra di Gesù, divenga la città della pace. Ai discepoli di Cristo si chiede di operare per la pace ricordando che «le guerre costituiscono — tra l’altro — il rifiuto pratico a impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete economiche e sociali che la comunità internazionale si è data» (Papa Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2014). Sono parole che assumono un significato preciso e chiaro in relazione all’odierna Colletta pro Terra Santa. La situazione di pesante incertezza sociale, e addirittura di guerra, si è aggravata, colpendo a ogni livello il fragile equilibrio dell’intera area e riversando sul Libano e sulla Giordania profughi e rifugiati che moltiplicano a dismisura campi di accoglienza sempre meno adeguati. Si rimane sconvolti per il numero di rapimenti e omicidi di cristiani in Siria e altrove, per la distruzione di chiese, case e scuole. Ciò non fa che alimentare l’esodo dei cristiani e la dispersione di famiglie e comunità. 

Tanti fratelli e sorelle nella fede stanno scrivendo una pagina della storia con “l’ecumenismo del sangue”, che li affratella, e noi vogliamo essere al loro fianco con ogni sollecitudine.
Le comunità cattoliche di Terra Santa, quella latina della diocesi patriarcale di Gerusalemme, come della Custodia francescana e delle altre circoscrizioni, e quelle greco-melchita, copta, maronita, sira, caldea, armena, con le famiglie religiose e organismi di ogni genere, grazie alla colletta del Venerdì santo, riceveranno il sostegno per essere vicine ai poveri e ai sofferenti senza distinzione di credo o di etnia. Le parrocchie manterranno aperte le porte a ogni bisogno; così le scuole, ove cristiani e musulmani insieme preparano un futuro di rispetto e collaborazione; gli ospedali e ambulatori, gli ospizi e i centri di ritrovo continueranno a offrire la loro assistenza, affinché nello smarrimento di questi nostri giorni, la carità ecclesiale faccia risuonare la parola di Gesù: «Coraggio... non temete» (Mc 6, 50). 

Così accompagneremo fin da ora Papa Francesco, che si appresta a farsi pellegrino di unità e pace in Terra Santa: una visita tanto attesa, desiderata e necessaria. Essa confermi nella fede i cristiani, li renda ancora e sempre più capaci di misericordia, di perdono e di amore. 

A lei, ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli, che si adoperano per la buona riuscita della colletta, ho la gioia di trasmettere la viva riconoscenza del Santo Padre Francesco, col grazie della Congregazione per le Chiese orientali. E invoco copiose benedizioni divine, mentre porgo il più fraterno saluto nel Signore Gesù.

Suo dev.mo
Card. Leonardo Sandri,
Prefetto
Cyril Vasil’, S.I.,
Arcivescovo Segretario

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/03/07/0168/00352.html#LETTERA%20DEL%20PREFETTO%20DELLA%20CONGREGAZIONE%20PER%20LE%20CHIESE%20ORIENTALI

Tra i profughi aumenta il numero dei cristiani


Agenzia Fides 14/4/2014

Amman  - Tra i profughi siriani rifugiati in Giordania i cristiani “sono in continuo aumento e si preparano a vivere una Pasqua segnata per loro dallo sconforto e dalla stanchezza spirituale”.
Lo riferisce all'Agenzia Fides Wael Suleiman, direttore di Caritas Giordania. “Avevamo pensato di far celebrare delle liturgie per i rifugiati siriani di fede cattolica” spiega Suleiman, “ma ci siamo accorti che non c'era tra loro la disposizione d'animo adeguata. Preferiscono partecipare alle celebrazioni nelle parrocchie della Giordania, in mezzo ai fedeli di qui. Sono stanchi, rassegnati, e non sono interessati a celebrazioni e liturgie riservate a loro, che li richiamerebbero alla loro condizione di sfollati e alle sofferenze che hanno vissuto. Attendono con speranza, questo sì, l'arrivo in Giordania di Papa Francesco. Nel programma della visita papale è previsto che il Papa incontri alcuni di loro a Betania, oltre il Giordano, vicino al luogo del battesimo di Gesù”.

Il direttore di Caritas Giordania conferma a Fides il progressivo aumento dei cristiani nella moltitudine di rifugiati siriani oggi presenti nel Regno Hascemita: “Non è come all'inizio, quando nelle prime ondate di profughi non c'erano cristiani. Adesso” spiega Suleiman “sono sicuramente più di 20mila. Un numero esiguo rispetto alla massa di un milione e 300mila profughi siriani che secondo i dati del governo di Amman sono ospitati in Giordania. Ma si può prevedere che difficilmente i cristiani fuggiti torneranno in Siria alla fine della guerra. Questo vuol dire che in alcune città, come Homs o Aleppo, tanti quartieri cristiani rimarranno vuoti dei loro abitanti di un tempo”.



Quel che resta dei cristiani d'Oriente


Nei paesi arabi sono sempre di meno, spinti all'esodo da crescenti ostilità. Una mappa aggiornata di quanti sono e chi sono, tre mesi prima del viaggio del papa in Terra Santa

di Sandro Magister

   leggi qui:
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350714

martedì 15 aprile 2014

La settimana di Passione è iniziata in Siria...

R.I.P. Sinar Ghaith Mtanios
Stamattina la morte è passata a Bab Tuma di nuovo, ma questa volta è entrata dentro il cortile della scuola. Più di 60 feriti ed un bimbo salito al cielo. Una bimba ha perso le due gambe.





Razzo sulla scuola armena cattolica: un bambino ucciso, 61 feriti

Agenzia Fides 15/4/2014

 Un bambino morto, 61 feriti tra bambini, genitori e professori. E' questo l'esito tragico del razzo caduto stamattina sulla scuola armeno-cattolica di Damasco, nel quartiere storico di Bab Tuma, nella città vecchia, dove sono concentrate molte chiese e scuole cristiane. 



“Stamane, intorno alle 7,30” spiega all'Agenzia Fides padre George Bahi, sacerdote armeno cattolico dell'esarcato patriarcale di Damasco “un missile è caduto sulla folla di bambini, genitori e professori che attendevano l'apertura della scuola. Un bambino è morto e 61 tra bambini e adulti sono rimasti feriti. I soccorsi sono arrivati presto e i feriti sono stati portati in tre ospedali della zona. Con il Vescovo Joseph Arnaouti stiamo facendo il giro dei reparti ospedalieri per assistere e confortare anche i genitori, i parenti e gli amici dei feriti, tutti sconvolti per quello che è accaduto”.

http://www.fides.org/it/news/55029-ASIA_SIRIA_Razzo_sulla_scuola_armena_cattolica_un_bambino_ucciso_61_feriti#.U00b5kaKDwo


 Maalula liberata, ma chiese devastate e icone profanate


Agenzia Fides 15/4/2014

Maalula  - Dopo la riconquista del villaggio cristiano di Maalula – 55 chilometri a nord est di Damasco - da parte dell'esercito governativo siriano, le immagini e le descrizioni diffuse dalle fonti governative e anche dalle agenzie giornalistiche internazionali documentano la devastazione subita dai luoghi di culto cristiani durante i 4 mesi in cui la città è rimasta sotto l'occupazione delle milizie ribelli. 

In particolare, danni gravi sono stati subiti dal santuario greco-melchita di Mar Sarkis, dove la chiesa appare devastata, il pavimento è cosparso di oggetti religiosi, immagini e libri sacri danneggiati, sono scomparse le icone conservate nella sacrestia e non ci sono più né le campane né la croce che sormontava la cupola del convento greco-melchita. Il santuario, fondato alla fine del V secolo, è dedicato ai santi Sergio e Bacco, militari romani martirizzati per la loro fede sotto l'Imperatore Galerio. (250-311 d.C.). 




Sull’altura che sovrasta il santuario c'è l' Hotel Safir, un albergo che dominava il villaggio e che era stato scelto come quartier generale dalle milizie ribelli. 
Prima di venire travolto dalla guerra civile, nel villaggio rupestre di Maalula - che oggi appare disabitato - vivevano 5mila siriani, in grande maggioranza cristiani (greco-cattolici e greco-ortodossi). La riconquista di Sarkha, Maalula e Jibbeh è il risultato dell'offensiva con cui l'esercito siriano governativo ha ripreso il controllo quasi integrale della regione del Qalamun, dove passa anche la via strategica con cui i ribelli facevano giungere armi alle loro roccaforti nei dintorni di Damasco. 


In tale offensiva i reparti militari siriani vengono supportati dalle milizie sciite libanesi di Hezbollah. Proprio tre operatori della rete televisiva di Hezbollah al-Manar TV sono stati uccisi da raffiche sparate da cecchini mentre stavano documentando la riconquista di Maalula. 


http://www.fides.org/it/news/55024-ASIA_SIRIA_A_Maalula_chiese_devastate_e_icone_profanate#.U00cIvl_uXs


Uomini armati affiliati ad estremisti hanno devastato la tomba di un santo sacerdote nella chiesa di Qara nel Qalamoun : hanno scavato la sua tomba , frugato tra le reliquie del suo corpo , distrutta la sua urna .

domenica 13 aprile 2014

Primavere arabe, teocrazia e democrazia, laicità e libertà...: grandissima intervista al Patriarca maronita Bechara Raï. Appello per il Libano

I Cristiani d'Oriente non sono "una minoranza", siamo cittadini originari in una terra che è pienamente la nostra.


Vi invitiamo a leggere per intero l'ampia, ricchissima intervista (in francese) di Isabelle Dillmann
  della 'Revue des Deux Mondes' al Patriarca libanese - a questo link : http://www.oeuvre-orient.fr/2014/04/04/entretien-sur-les-chretiens-dorient/

  Traduciamo e pubblichiamo solamente alcuni dei passaggi inerenti la situazione siriana.



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Ecco perché abbiamo bisogno di stabilità. Non si può parlare di progetto di sopravvivenza quando la guerra distrugge tutto. "Primum vivere deinde philosophari." Dobbiamo prima vivere e poi filosofare. La sfida è di rimanere, trovare modi per vivere in solidarietà, per mantenere sul posto una popolazione moderata che  spesso non ha scelta tra l'esilio o scivolare nel fondamentalismo. Questo è ciò che minaccia la pace nel mondo.

Revue des Deux Mondes - Quale paese, quali governi mette in causa?
Bechara Boutros Rai:  Io ho detto - e io sono responsabile delle mie parole - che alcuni paesi dell' Occidente e dell'Oriente, compresi alcuni paesi arabi e potenze regionali che non mi permetterò di nominare, supportano con armi, denaro e sostegno politico dei gruppi ribelli e milizie islamiste venute da tutto il mondo. Alcuni paesi pagano questi mercenari stranieri, sia dal Maghreb, dall'Azerbaigian e l'Afghanistan. Si trovano combattenti ceceni, libici, yemeniti o europei  radicalizzati per distruggere, terrorizzare e uccidere. Possiamo ancora parlare di guerra civile in Siria con tante interferenze internazionali?
Un ambasciatore di uno stato "pro-opposizione", ha ammesso davanti a me che "purtroppo" alcuni stati occidentali, compreso il suo, sostengono e finanziano questi gruppi fondamentalisti in Siria. Si tratta di una ingerenza esterna che fomenta la guerra a tutti i costi, prendendo il pretesto di instaurare la democrazia! Se delle riforme sono indispensabili  in Siria come in altri paesi arabi, queste non si possono fare dall'esterno o col terrore. Noi non siamo stolti. Non si tratta in questo caso nè di volontà democratica nè di sostegno alle riforme sociali e politiche di cui il mondo arabo avrebbe grande bisogno, ma di interessi finanziari ed economici con un commercio di armi appetitoso e di mire geopolitiche sulla regione . La Siria è diventata il teatro di un conflitto armato al quale prendono parte degli stati esteri per il proprio interesse. Non abbiamo bisogno di questo. Permettetemi di essere chiaro.

Revue des Deux Mondes - All'inizio del conflitto in Siria, nel settembre 2011, voi avevate optato per una posizione di mezzo, siccome i maroniti sono divisi in due fazioni - pro-e anti-siriane. Voi invitavate alle riforme attraverso il dialogo, suggerendo di "dare il tempo al presidente siriano" ...
Bechara Boutros Rai: Ciò che mi preoccupa non è la divisione dei cristiani, è la divisione dei musulmani dei due rami opposti dell'Islam, sunniti e sciiti, e le sue ripercussioni regionali e internazionali. La grande domanda è: "Come riconciliarli e tagliare corto questo aumento fondamentalista?".  I maroniti sono divisi in due campi:. Pro-Assad e anti-Assad. Da un lato, i sunnito-cristiani che vogliono un cambio di regime in Siria, e dall'altro i sciito-cristiani che ritengono che l'asse Teheran-Damasco-Hezbollah fornisce maggiori garanzie di sopravvivenza ai  cristiani orientali che non un'alleanza con l'Occidente. Ma su tutti gli affari nazionali, i cristiani sono d'accordo tra di loro.

Revue des Deux Mondes - Siete stato frainteso o voi sostenete il regime di Bashar al-Assad?
Bechara Boutros Rai:  No, certo che non supporto il regime di Bashar al-Assad. Questa non è la funzione di un patriarca, sostenere questo o quel regime, contrariamente da quanto immaginato da chi costruisce questo. Io sono contro la guerra, contro la violenza, contro la tirannia e dittatura. Ma mi rifiuto di passare di male in peggio. Un capo di Stato occidentale mi ha detto rispetto a questo: "Non bisogna sacrificare la democrazia in nome della stabilità."
Voglio approfittare di questa conversazione per cercare di illuminare l'Occidente su ciò che non capisce dell'Oriente. Lei mi ha posto questa domanda come se fosse cosa ovvia. Ma l'Occidente non riesce a capire nè ad ammettere che i cristiani hanno sempre rispettato le autorità locali in carica. Paradossalmente, è finora la migliore garanzia di sopravvivenza.

Revue des Deux Mondes - Il mio amico lo storico Samir Kassir, assassinato nel giugno 2005, ha parlato di un doppio sentimento di persecuzione e di odio di sé che hanno gli arabi. Egli credeva anche che la democrazia nel mondo arabo sarebbe passata dalla "primavera araba" a Damasco. Cosa ne pensa lei delle rivoluzioni arabe?
Bechara Boutros Rai:  Abbiamo accolto con favore le proteste popolari della "Primavera araba" in Tunisia, Egitto, Siria. Ma cosa è successo tutto ad un tratto? Come un gioco di prestigio "magico", o meglio tragico, questi eventi popolari sono scomparsi. Movimenti fondamentalisti hanno preso il sopravvento e si è verificata la guerra civile. Questa è la situazione in Egitto e in Siria oggi, per non parlare della Libia!
Questi giovani, qualunque sia la loro religione, vogliono la pace e vogliono riforme eque e attese. Hanno avuto il coraggio di scendere in piazza e non vogliono consegnarsi consenzienti nelle mani retrograde dei fondamentalisti. Complimenti alla pressione della società civile egiziana che dice no all'instaurazione di una società islamica!
La "primavera araba" è ben altro da questa diversione grossolana  di una democrazia-trappola che ha cercato di stornare ciò che era acquisito come in Tunisia. Stiamo assistendo allo stesso fenomeno in Siria. Che i mass media trasmettano le bugie non significa che si possa nascondere la verità. Ciò che si auspica è una rivoluzione dell'uomo e della stima che egli deve avere per se stesso. E mi rivolgo a quelli dell' ombra, a quelli che provocano terrore collettivo, e sostengono  gruppi  estremisti per destabilizzare un po' di più il mondo arabo su tale scala snaturando le speranze della gente.

Revue des Deux Mondes - Lei crede, come Walid Jumblatt il leader druso, che il mondo arabo sta morendo e affonderà?
Bechara Boutros Rai:  No, questa non è la fine del mondo arabo o la morte di un popolo. Questo è una fortissima crisi storica della stessa portata della fine dell'impero ottomano e della divisione della regione che ne seguì  più di un secolo fa. Abbiamo bisogno di una riflessione unitaria all'interno. Io non sono un utopista, ma l'ultima parola non potrà mai essere la disperazione. Questa è una crisi molto grave che assomiglia a quella di un organismo vivente che cade gravemente malato. Fino a quando non è morto, egli può tornare in buona salute. Noi, cristiani e musulmani, ci siamo ammalati. Dobbiamo riprenderci.
Ricordate, nella sua esortazione alle nazioni, Papa Francesco ha chiesto al mondo di "rinunciare all'odio fratricida, alla menzogna, alla proliferazione e al commercio illegale di armi." Egli ha sollevato la questione di un'economia mafiosa.
Chiedo regolarmente, senza mai ricevere una risposta, agli ambasciatori dei paesi che sostengono i gruppi estremisti di rivedere la loro politica. Che dire del mercato delle armi? Per quale scopo così tanti soldi spesi, tanto supporto logistico per sostenere queste milizie? Tante città sistematicamente distrutte, tanta sofferenza, tanti rifugiati nel mondo ... Chi ha  interesse nel voler tornare al sogno del grande califfato internazionale? Ci ritroveremo questi "sponsor di guerra" che in seguito presenteranno la fattura per la ricostruzione? Ancora nessuna risposta. Non mi ricordo chi ha detto con una triste ironia che Dio ha creato il mondo, ma che l'economia lo gestisce.

http://www.oeuvre-orient.fr/2014/04/04/entretien-sur-les-chretiens-dorient/

Il card. Raï all'Onu: il fondamentalismo islamico, minaccia per la pace




dal sito Radio Vaticana

Il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca d'Antiochia dei Maroniti, ha tenuto nella sede Onu di Ginevra, una conferenza sul tema dei cristiani, la pace e il futuro in Medio Oriente. 
Tre i punti toccati: la presenza dei cristiani nel mondo arabo, una ricchezza di tradizioni e iniziative sociali nei vari Paesi che ha promosso valori morali e umani, in una costante testimonianza di ricerca di convivialità tra le differenze. In secondo luogo la destabilizzazione attuale del Medio Oriente, dovuta ai tanti colpi di Stato, alle lotte ideologico-religiose, al trionfo di rivoluzioni come quella di Khomeini in Iran, alla deviazione fondamentalista che ha pressoché annullato i frutti iniziali della "primavera araba" e le ingerenze di Paesi occidentali che mantengono vivi i conflitti. Infine, il porporato si è soffermato sulle prospettive di futuro per la Siria, facendo suoi, da un lato, i richiami di Papa Francesco ad una soluzione politica, fatta di dialogo e di negoziazioni e, dall'altro, gli interventi di mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Ufficio Onu di Ginevra, che più volte ha ribadito analoghe vie di risoluzione del conflitto, nel rispetto reciproco, liberando fede e politica da strumentalizzazioni reciproche. 
Il milione e mezzo di rifugiati in Libano, vittime del conflitto siriano, non possono più attendere una soluzione al dramma che stanno vivendo. Il patriarca, al termine del suo intervento, ha ribadito che persistono numerosi elementi in comune e complementari tra cristiani e musulmani, vissuti da più di un millennio tra le due culture che costituiscono una base solida per il futuro. 
A margine della conferenza Gabriele Beltrami ha rivolto al cardinale Béchara Boutros Raï alcune domande a partire dalle parole di Papa Francesco all'udienza generale relative all’uccisione del padre gesuita Frans van der Lugt lunedì scorso in Siria.

R. - Ci rincresce molto l'assassinio del padre che conosciamo molto bene dal Libano. Penso che sia stato ammazzato da fondamentalisti i quali, perseguitano i cristiani dichiaratamente e anche i musulmani. Ogni fondamentalismo commette atrocità, violenza, terrorismo, morte, assassinio, lo fa a nome della religione, quindi danneggia la religione stessa. Certo questo non rappresenta l'Islam. L'Islam è un'altra cosa, ha i suoi valori. I moderati, che sono la maggioranza, dovrebbero condannare tutto ciò. Purtroppo non condannano apertamente e noi insistiamo affinché questa posizione sia presa chiaramente. Spesso non lo fanno perché hanno paura di essere perseguitati. Questo noi lo sappiamo e lo rispettiamo. Però voglio dire alla comunità internazionale e all'opinione pubblica che la maggioranza dei musulmani sono moderati. Mi dispiace che una scelta politica sta fomentando e promuovendo il fondamentalismo. Prendiamo il caso dell'Egitto: i Fratelli musulmani sono stati aiutati finanziariamente da grandi potenze per ottenere il potere. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che questa scelta politica vuole fomentare i conflitti dentro l'Islam stesso, ma anche vuole mostrare, per il bene di qualcuno, che è impossibile la convivenza tra gli uomini e, socialmente, tra le diverse civiltà. Bene, vogliamo salutare il popolo egiziano che ha potuto fare questa rivolta, la stessa cosa in Siria. Mi dispiace molto, perchè la gente voleva le riforme: erano delle manifestazioni giuste e vere. Sono state soppiantate da questi gruppi fondamentalisti. Sia Paesi dell'Oriente che Paesi dell'Occidente volevano sempre mandare armi ai ribelli: ma a chi andavano? Ai fondamentalisti, ai mercenari. Vuol dire che c'è una scelta politica latente che vuole destabilizzare le società. Bisogna non solo che i moderati musulmani denuncino apertamente, ma bisogna anche che la comunità internazionale si renda conto che non può continuare a promuovere e sostenere e consolidare e fortificare i gruppi fondamentalisti, perché questi non sono un pericolo solo per la regione, per i cristiani: sono un pericolo per la pace mondiale. Quando uscissero fuori questi gruppi fondamentalisti che non promuovono che il terrorismo, chi li potrà domare? Bisogna che la comunità internazionale prenda coscienza e che dia ascolto al Santo Padre Francesco.

D. - In una recente intervista ha messo chiaramente in discussione che si possa ancora parlare di guerra civile in Siria dopo le tante ingerenze internazionali che, secondo lei, alimentano solo le ostilità. La sua è una denuncia forte: che reazioni ha ottenuto fino ad oggi?

R. - Quelli che non vogliono la pace e non vogliono soluzioni politiche rifiutano questo discorso. E io l'ho sperimentato personalmente già all'inizio della guerra in Siria, perché sono cosciente e lo dico dichiaratamente, pubblicamente: quando io facevo appello ad una soluzione pacifica e politica in Siria, allora dicevano che sostenevo il regime. Poi mi sono consolato perché fin dalla sua elezione, Papa Francesco non ha cessato mai di richiamare alla soluzione politica. Chi non vuole la pace, non accetta il tuo discorso; chi vuole la guerra non accetta il discorso per la pace; chi vuole l'oppressione non accetta il discorso della giustizia; chi vuole inimicizie non accetta il discorso della fratellanza. Però questo non vuol dire che dobbiamo tacere: dobbiamo sempre dire la verità, richiamare alla giustizia, all'amore - perché siamo tutti uomini - e anche alla libertà. Questi sono i quattro pilastri della pace di Papa Giovanni XXIII: verità, giustizia, libertà e amore. Se questi pilastri non esistono, allora la pace non può esistere. Ecco la voce profetica della Chiesa.

D. - Sembra che in Medio Oriente la ricerca di pace stabile e di riforme eque attese da tempo si sia arrestata o quantomeno rallentata. Lei parla di "fortissima crisi storica della stessa portata della fine dell'Impero ottomano e della divisione della regione che ne seguì più di un secolo fa": quali le piste per una risoluzione?

R. - All'origine di tutto quello che sta avvenendo nel Medio Oriente, ci sono il conflitto israelo-palestinese e israelo-arabo. Sono due conflitti. Quello israelo-palestinese riguarda il territorio palestinese: gente cacciata dalla terra, la propria terra, che vive miseramente nei campi. Quello israelo-arabo riguarda Israele che occupa Paesi arabi - Libano, Siria, Palestina - e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non vengono applicate. Bene: né i palestinesi hanno diritto di ritornare, né hanno diritto di formare il loro Stato, né l'esercito israeliano applica le risoluzioni per lasciare i territori occupati: vuol dire che non vogliono la pace. E da questo conflitto nascono, si alimentano, come da un fuoco, gli altri conflitti del Medio Oriente. Sono riusciti a creare il conflitto tra i musulmani, hanno cercato di farlo tra cristiani e musulmani, ovunque, specialmente in Libano, con la guerra del Libano: non sono riusciti perché la cultura libanese della convivialità ha prevalso. Sono riusciti a creare questo grande conflitto tra sunniti e sciiti, tra moderati e fondamentalisti e integralisti, il conflitto in Egitto tra moderati e fratelli musulmani che sono piuttosto integralisti. In Irak hanno acceso il conflitto sunniti-sciiti. Tutti i giorni si ammazzano a vicenda. In Siria la lotta non è tra siriani sunniti e sciiti, lì non ci sono sciiti: si tratta di una lotta di Paesi sunniti capeggiati dall'Arabia Saudita e Paesi sciiti capeggiati dall'Iran. Questi Stati fanno la guerra in Siria attraverso l'opposizione, da una parte, e attraverso i gruppi fondamentalisti e mercenari che vengono da diversi Paesi occidentali e orientali. Questa è la grande tragedia: se la comunità internazionale vuole veramente la pace nel Medio Oriente, deve cominciare a risolvere il conflitto israeliano-palestinese e israeliano-arabo.

D. - Il Libano ha accolto un milione e mezzo di profughi siriani, un terzo della popolazione libanese: qual è oggi la situazione e le prospettive per loro?

R. - Il Libano, differentemente da altri Paesi, non ha potuto chiudere le porte, non ha potuto mai dire basta, perché in Libano c'è una parola che dice: "Le mani che hanno conosciuto i chiodi, inchiodate dai chiodi, solo loro sanno toccare le ferite". Noi abbiamo sperimentato e noi sempre abbiamo detto, io ed altri: "Fossimo noi al loro posto! Fossero le nostre famiglie!". Quindi noi non possiamo chiudere la porta alla gente innocente. Questo non vuol dire che il Libano deve assumere da solo questo peso. Non si tratta solo di un grande peso economico-sociale - perché non hanno nulla per vivere, per vestirsi, per mangiare, per le scuole – ma anche niente sicurezza, perché entrano le armi. A lungo andare questo minaccia l'identità del Libano, la fisionomia sociale e la cultura libanesi e minaccia specialmente la sicurezza del Libano perché queste persone verranno strumentalizzate politicamente: è gente oppressa, gente ferita quindi può vendersi a tutte le correnti. Una volta il Beato Giovanni Paolo II disse all'Onu che non basta denunciare i fondamentalisti e integralisti, bisogna vedere perché esistono, dove stanno le cause perché se c'è oppressione e ingiustizia nel mondo ecco che nascono questi gruppi fondamentalisti. Bisogna aiutare i profughi, certo, ma bisogna anche salvare il Libano. Noi chiediamo oggi che siano stabiliti campi all'interno della Siria, dove hanno molto spazio di sicurezza sotto il controllo dello Stato, e se per caso fosse difficile far passare gli aiuti attraverso le frontiere siriane - dato che il regime ha paura che entrino anche i mercenari - noi proponiamo che siano sulla "no man's land", cioè tra le due frontiere. Però adesso lo stesso problema è che vivono in mezzo ai villaggi: non abbiamo spazio in Libano. Il Libano ci sono montagne e valli e qualche pianura.
Quindi faccio un appello alla comunità internazionale: non bisogna sacrificare un Paese che è democratico, un Paese dove c'è la convivialità tra musulmani e cristiani organizzata dalla Costituzione. Volete democrazia? Nel Medio Oriente la porta il Libano! Volete diritti umani e fondamentali? Li porta il Libano! Volete le libertà, tutte le libertà pubbliche? E' il Libano a portarle! Volete convivialità di religioni, culture? E' il Libano ... ! Per favore, non sacrificate il Libano perché con senso umanitario riceve gente disperata. Spero che questo appello arrivi a delle coscienze e a delle buone volontà per non creare un altro problema ancora: noi non vogliamo rinunciare a questa nostra cultura cristiana, però, per favore, che il mondo aiuti questo Paese di cui ha detto Giovanni Paolo II che è un messaggio e modello per l'Oriente e l'Occidente, per dire che è possibile vivere insieme essendo diversi.

venerdì 11 aprile 2014

Siria, dove la pietà è un grido


Damasco, 10 aprile 2014


In questi giorni  sono caduti tanti colpi di mortaio sulle nostre zone cristiane, al-Kassa, Jaramana, Bab Touma…, abbiamo avuto tanti morti...

Oggi sono caduti a Jaramana piu di 45 colpi. E’ morto per una scheggia di mortaio pure un giovane uomo cristiano lasciando un bimbo.  Si chiama George Abo Samra.

Ero a pochi metri dal primo colpo, dove ero andato a fare la spesa. Mentre la gente era nascosta all'angolo dell'ospedale francese è caduto  il secondo colpo proprio dove la gente si era radunata, causando la morte di altre due persone .

Sono  corso subito alla scuola dove c’è mio figlio Micheal , il piccolo. Ho visto la paura negli occhi dei genitori. Ho visto bimbi con un volto sconvolto. Mio figlio mi ha detto che ha visto dalla finestra della classe una colonna di fumo. Insomma sono caduti in pochi minuti 4 colpi di mortaio nella zona di al-Kassa all'ora di punta. Colpiscono  mentre la gente sta facendo le spese e i genitori stanno andando a prendere i loro figli dalle scuole. Sono rientrato alle ore 13:15 e squilla il telefono e mi dicono che un colpo di mortaio ha colpito il palazzo dove ho la casa mia a Jaramana causando danni alla mia cisterna d'acqua e creando un buco nel soffitto della casa del mio vicino.

Ma quali sono le fonti di Avvenire???
Mentre ti scrivo queste parole ho sentito passare sopra di me due colpi di mortaio. Non so dove andranno a finire.  Ma la gente qua è proprio stanca di Jobar e Mileha da dove i ribelli lanciano contro di noi centinaia di colpi. 

Le scuole a Jaramana sono chiuse per più di una settimana, dopo che erano stati ammazzati 4 bambini, e  pure qua al Kassa le scuole domani chiudono che sono state aperte solamente due giorni (mercoledi e giovedi).

E la settimana scorsa hanno colpito pure sulla Patriarcale Melkita...

E allora diciamo:  Fino a quando l'esercito deve rimanere cosi di fronte a quello che fanno i gruppi armati di Jobar? Fino a quando dobbiamo resistere?

 Chiediamo all'esercito siriano di farli finire!

Samaan



Siria: Cristiani come animali



 MARCO TOSATTI

L’arcivescovo metropolitano della Chiesa apostolica ortodossa di  Antiochia Antonio Chedraui Tannous, ha affermato oggi che i cristiani di Siria sono ammazzati come se si trattasse di animali, nel momento in cui la comunità internazionale “si è tappata gli occhi e non vuole sentire”.  
L’arcivescovo parlava a José Gálvez Krüger direttore dell’Enciclopedia Cattolica, che fa parte del gruppo ACI. E denuncia che “senza dubbio la chiesa ortodossa antiochena vive un martirio interminabile: sequestro dei due arcivescovi e di alcuni sacerdoti, mattanza di sacerdoti e fedeli innocenti che non hanno niente a che edere con ciò che sta accadendo. Persecuzioni, distruzione di chiese, assassini. E la cosa peggiore e più barbare e che si uccidono i cristiani come si ammazzano gli animali, e tutto questo, nel nome di Dio”. E continua il prelato: “Mi chiedo: che cosa ha a vedere questo con la lotta per la democrazia o la libertà in Siria? I criminali, nella loro maggioranza, sono stranieri, che vengono dall’Arabia Saudita, dalla Turchia, dalla Cecenia e da altri Paesi”. Se i ribelli lottassero per la democrazia “sarebbero stati siriani, e non mercenari stranieri”.  
“Se l’occidente con in testa gli Stati Uniti e altri Paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia non fossero intervenuti mandando denaro e armi, non saremmo al punto in cui siamo in Medio Oriente; e le Nazioni Unite, che ricevono ordini dagli Stati Uniti, non si interessano dei diritti umani e ancor meno di quelli dei cristiani in Medio Oriente”. Obama, secondo il vescovo ha sviluppato una politica ancora più aggressiva e peggiore di quella di Bush nella zona.  

http://www.lastampa.it/Page/Id/2.0.589627549


Homs : 25 morti tutti civili e 107 feriti per un'autobomba in quartiere abitativo,
seguita da una seconda quando si era radunata la gente per i soccorsi...


Armeni siriani di Kessab deportati in territorio turco

Agenzia Fides 10/4/2014
Alcuni anziani di Kessab, la città nord-orientale siriana a maggioranza armena assalita nelle scorse settimane da milizie armate anti-Assad, sono stati trasferiti dagli stessi miliziani in territorio turco, senza essere stati informati prima della loro destinazione. É quanto emerge da fonti armene consultate dall'Agenzia Fides.
Nei giorni scorsi la stampa turca aveva dato risalto alla notizia che almeno 18 armeni fuggiti da Kessab dopo l'assalto dei ribelli avevano trovato asilo in alcuni villaggi turchi come Yayladagı e Vakif. La notizia era stata riportata con enfasi, mentre si avvicina il centenario del genocidio subito dagli armeni nella Turchia ottomana. Le indagini condotte da alcuni media armeni hanno rivelato dettagli eloquenti sul modo in cui è avvenuto il trasferimento degli armeni siriani in territorio turco. Secondo le testimonianze di alcune donne anziane accolte nel villaggio turco di Vakif, gli uomini armati che hanno assalito le loro case parlavano in turco e hanno scelto di trasferire in territorio turco i pochi anziani rimasti a Kessab dopo che la quasi totalità della popolazione armena della città era fuggita verso la zona costiera di Latakia, all'arrivo delle milizia anti-Assad. Il trasferimento forzoso in Turchia è avvenuto in condizioni proibitive per gli anziani armeni, che erano stati tenuti all'oscuro della reale destinazione. 



Nel 1915 si è consumato uno dei più efferati genocidi dello scorso secolo. In un impero ottomano ormai agonizzante e percorso da ventate di nazionalismo, di cui era interprete l'organizzazione conosciuta come “giovani turchi”, si scatenò la caccia agli esponenti della piccola, ma radicata minoranza armena. Gli Armeni sono cristiani, anzi furono una delle prime nazioni a diventare interamente cristiane, e per questo la loro vita non fu mai facile all'interno di un impero che innalzava la bandiera dell'Islam militante. Ma quello che avvenne nel 1915 superò per orrore ogni precedente persecuzione. Decine di migliaia di persone furono strappate dalle loro case e brutalmente massacrate sul posto o avviate, in lunghe colonne, verso le zone più inospitali dell'Anatolia dove vennero letteralmente lasciate morire di fame e di stenti. I villaggi armeni vennero distrutti e le chiese profanate e trasformate in moschee o locali pubblici. 
Molti Armeni fuggirono dalla Turchia per non essere vittime dei pogrom e trovarono rifugio e protezione nelle nazioni vicine tra cui Siria e Libano che, pur essendo formalmente parte dell'Impero Ottomano, non solo non si associarono ai massacri, ma anzi nascosero e protessero i fuggitivi. Fu così che in Siria e Libano nacquero grosse comunità armene e sopravvissero quelle più antiche che vi risiedevano già da molti secoli. Una di queste ultime vive (forse  meglio dire viveva fino al 21 marzo di quest'anno) nella piccola città di Kessab al confine tra Siria e Turchia ed a pochi chilometri dall'importante porto siriano di Latakia. Seimila persone, per oltre due terzi Armeni, che abitavano in sei piccole frazioni in una zona montuosa fino a pochi giorni fa risparmiata dalla guerra. IL 21 marzo però dal confine turco sono arrivate gli integralisti islamici dell'ISIL e del fronte Al Nusra che hanno prima bombardato e poi attaccato Kessab, costringendo l'intera popolazione a fuggire ed a cercare rifugio nella vicina Latakia. Fatto assolutamente nuovo, l'esercito turco, che presidia il confine a pochi chilometri da Kessab, non solo ha lasciato passare le bande armate, ma addirittura, secondo molti testimoni oculari, le ha appoggiate con l'artiglieria ed i blindati ed ha lanciato missili contro gli aerei siriani, uno dei quali è stato abbattuto. L'intenzione dei guerriglieri è sicuramente quella di minacciare Latakia per distogliere forze siriane dalla battaglia in corso nel Qalamoun. I Turchi invece sembrano cercare un casus belli per poter attaccare la Siria, come parrebbero confermare le intercettazioni dei discorsi tra esponenti del regime di Erdogan resi pubblici probabilmente da ambienti militari turchi ostili alla linea del premier. Non è sicuramente un caso per che, per dare il via a questa loro nuova linea, i Turchi abbiano scelto di attaccare un villaggio armeno, colpendo così oltre che la Siria, anche i loro tradizionali nemici. Probabilmente Erdogan contava sul fatto che la Russia -impegnata sul fronte ucraino- non si sarebbe esposta più di tanto in difesa dell'alleato siriano. Così ovviamente non è stato perchè immediatamente tre navi russe alla fonda nel porto di Tartous hanno fatto rotta verso quello di Latakia. Una presenza simbolica, ma sufficiente a far capire ad Ankara che la strada intrapresa avrebbe potuto portare a conseguenze pericolose. Vedremo gli sviluppi.

mercoledì 9 aprile 2014

Erdogan freme per attaccare la Siria

Foto da Repubblica , articolo http://www.repubblica.it/esteri/2014/04/09/news/hersh_non_fu_la_siria_a_usare_le_armi_chimiche-83106851





da Piccole Note, 9 aprile 2014
di Renato Piccolo

Pare che a Erdogan manchi solo un pretesto. Che il premier turco sia pronto a tutto pur di rovesciare il governo siriano di Bashar al Assad non è una novità. Negli ultimi tempi, però, sembra che i preparativi per un intervento militare della Turchia in Siria abbiano fatto un salto di qualità.

Il 30 marzo scorso, la sera stessa della sua impressionante vittoria nelle elezioni amministrative (col 44% dei consensi), Recep Tayyip Erdogan ha annunciato alla folla festante sotto la sede del suo partito che «oggi la Siria è in guerra contro di noi». Da Damasco, inutile dirlo, non è arrivata nessuna dichiarazione ufficiale di guerra. Al contrario, il governo di Assad non ha reagito all’abbattimento di un suo Mig da parte dell’aviazione turca. Era il 23 marzo, e secondo Ankara il caccia siriano aveva sconfinato di un chilometro all’interno dello spazio aereo turco. Una circostanza che Damasco nega categoricamente, forte anche del fatto che il jet è precipitato sul suolo siriano. Se c’è stato sconfinamento, ammettono anche gli osservatori turchi, non dev’essere durato più di qualche decina di secondi. Piuttosto è chiaro che Erdogan vuole tenere alta la tensione ai confini meridionali, fino a «mettere in piedi una crisi».


Un ruolo turco nell’attacco chimico di Damasco?
Questa strategia si sarebbe ormai consolidata da diversi mesi. Lo sostiene Seymour Hersh – tra le più autorevoli firme del giornalismo investigativo americano, dai tempi del Vietnam a oggi – in una lunga inchiesta apparsa il 4 aprile sulla London Review of Books. Grazie alle confidenze di un ex agente dei servizi di intelligence americani, Hersh è andato a scavare nella vicenda dell’attacco chimico dell’agosto 2013 a Ghouta, periferia di Damasco.

Secondo il giornalista, già nei giorni immediatamente successivi all’attentato l’intelligence britannica sarebbe entrata in possesso di un campione dell’agente nervino utilizzato a Ghouta: «Il campione non combaciava con le scorte note nell’arsenale chimico siriano». A partire da quella e da altre prove, spiega l’ex spia a Hersh, «ora sappiamo che l’attacco è stato un’operazione sotto copertura organizzata da quelli di Erdogan per spingere Obama oltre la sua “linea rossa”», cioè per spingerlo ad attaccare la Siria. «I vertici del nostro esercito sono stati informati dalla Dia (il servizio segreto militare) e da altre agenzie che il sarin è arrivato dallaTurchia, e che può esserci arrivato solo grazie al sostegno della Turchia».

Perché allora il governo americano non ha reso pubbliche queste informazioni? – chiede Hersh. «Da quando l’attacco alla Siria è stato annullato – risponde la fonte – la Casa Bianca non ha prodotto nessun documento sul coinvolgimento siriano nell’attacco col sarin. Ma visto che abbiamo dato la colpa ad Assad, ora non possiamo rimangiarci la parola e accusare Erdogan».


A caccia del casus belli
Sulla vicenda dell’attacco chimico a Damasco è stato scritto molto, a favore e contro la tesi della colpevolezza di Assad. Ma anche al di là dell’inchiesta di Hersh, ci sono prove in abbondanza sul fatto che il governo turco stia provando a legittimare un attacco alla Siria.

È una strategia che si è resa manifesta da almeno un anno. L’11 maggio 2013 due autobombe fecero 52 morti a Reyhanli, cittadina turca nella provincia dell’Hatay, al confine con la Siria. Erdogan annunciò di avere le prove che il mandante della strage era il governo siriano. Il 27 marzo scorso, però, l’ambasciatore turco all’Osce Tacan Ildem ha ammesso che dietroquell’attentato c’erano dei terroristi di al Qaeda, non il governo di Damasco.

Nel maggio del 2013 la Turchia non aveva ancora riconosciuto pubblicamente il pericolo per la stabilità regionale rappresentato da alcune delle forze anti-Assad. La situazione oggi è cambiata e anzi ad Ankara c’è chi pensa di giustificare un intervento militare proprio col pretesto del contenimento degli jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (organizzazione nota con l’acronimo inglese Isis).

Lo stesso giorno in cui l’ambasciatore Ildem rievocava l’attentato di Reyhanli, su YouTube appariva la registrazione di una telefonata tra il premier Erdogan, Hakan Fidan, il potentissimo capo dei servizi segreti turchi (Mit), e Feridun Sinirlioglu, un sottosegretario al ministero degli esteri. L’autenticità del nastro non è stata messa in discussione dal governo, che al contrario, per evitarne la diffusione, ha bloccato per diverse ore l’accesso al sito.

Nel corso della telefonata Sinirlioglu spiega che «un’operazione contro l’Isis ha la legittimità internazionale. Diremo che è al Qaeda. Nessuno contesta lo schema su al Qaeda. E quando si tratta della tomba dello scià Solimano è una questione di difesa del territorio nazionale». La tomba cui fa riferimento il politico è un sacrario posto in territorio siriano, a una trentina di chilometri dalla frontiera, ma appartenente alla Turchia e difeso da una piccola pattuglia di soldati di Ankara: si tratta infatti della tomba di un avo del fondatore dell’impero ottomano.
Già alcune settimane fa il leader dell’opposizione turca, Kemal Kilicdaroglu, aveva accusato il governo di voler usare la tomba di Solimano come casus belli. La conferma arriva dalla voce di Hakan Fidan: «Se proprio ci deve essere una giustificazione (all’attacco) – dice il capo del Mit nella telefonata con Erdogan – mando quattro uomini dall’altro lato (del confine). Gli faccio sparare otto missili in un campo deserto. Non è un problema. La giustificazione può essere costruita».


Le resistenze
A guastare i piani di Fidan è arrivata la fuga di notizie a mezzo YouTube. E l’attacco è stato rinviato ancora, come era accaduto nel settembre del 2013, quando l’accordo tra l’amministrazione Usa e Vladimir Putin (e le preghiere della Chiesa) avevano fermato l’intervento occidentale contro Assad. In molti, in Turchia, hanno attribuito la diffusione della telefonata ai seguaci di Fetullah Gülen, il filosofo e finanziere già alleato di Erdogan, oggi suo principale oppositore. E il presidente della repubblica Abdullah Gül, considerato un alleato di Gülen, non ha nascosto le sue remore sul modo il cui il premier sta gestendo la vicenda siriana.


Ad agosto Erdogan punta a sostituire Gül alla presidenza della repubblica. Gül (che alcuni mesi fa aveva pubblicamente parlato della necessità di una pacificazione dell’area) potrebbe prendere il posto del primo ministro, ma solo dopo essersi fatto eleggere in parlamento (e potrebbero volerci alcuni mesi). Sarà una fase di transizione complicata, che Erdogan potrà gestire insieme a Gül o contro di lui. Anche da questo potrebbero dipendere le sorti della guerra in Siria.

http://www.piccolenote.it/18181/erdogan-freme-per-attaccare-la-siria


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Chiesta la libertà di informazione in Turchia

Il governo Erdogan ha oscurato tutti i principali social network, considerati veicoli di informazione contraria al potere

Pare che a Erdogan manchi solo un pretesto. Che il premier turco sia pronto a tutto pur di rovesciare il governo siriano di Bashar al Assad non è una novità. Negli ultimi tempi, però, sembra che i preparativi per un intervento militare della Turchia in Siria abbiano fatto un salto di qualità.
Il 30 marzo scorso, la sera stessa della sua impressionante vittoria nelle elezioni amministrative (col 44% dei consensi), Recep Tayyip Erdogan ha annunciato alla folla festante sotto la sede del suo partito che «oggi la Siria è in guerra contro di noi». Da Damasco, inutile dirlo, non è arrivata nessuna dichiarazione ufficiale di guerra. Al contrario, il governo di Assad non ha reagito all’abbattimento di un suo Mig da parte dell’aviazione turca. Era il 23 marzo, e secondo Ankara il caccia siriano aveva sconfinato di un chilometro all’interno dello spazio aereo turco. Una circostanza che Damasco nega categoricamente, forte anche del fatto che il jet è precipitato sul suolo siriano. Se c’è stato sconfinamento, ammettono anche gli osservatori turchi, non dev’essere durato più di qualche decina di secondi. Piuttosto è chiaro che Erdogan vuole tenere alta la tensione ai confini meridionali, fino a «mettere in piedi una crisi».

Un ruolo turco nell’attacco chimico di Damasco?
Questa strategia si sarebbe ormai consolidata da diversi mesi. Lo sostiene Seymour Hersh – tra le più autorevoli firme del giornalismo investigativo americano, dai tempi del Vietnam a oggi – in una lunga inchiesta apparsa il 4 aprile sulla London Review of Books. Grazie alle confidenze di un ex agente dei servizi di intelligence americani, Hersh è andato a scavare nella vicenda dell’attacco chimico dell’agosto 2013 a Ghouta, periferia di Damasco.
Secondo il giornalista, già nei giorni immediatamente successivi all’attentato l’intelligence britannica sarebbe entrata in possesso di un campione dell’agente nervino utilizzato a Ghouta: «Il campione non combaciava con le scorte note nell’arsenale chimico siriano». A partire da quella e da altre prove, spiega l’ex spia a Hersh, «ora sappiamo che l’attacco è stato un’operazione sotto copertura organizzata da quelli di Erdogan per spingere Obama oltre la sua “linea rossa”», cioè per spingerlo ad attaccare la Siria. «I vertici del nostro esercito sono stati informati dalla Dia (il servizio segreto militare) e da altre agenzie che il sarin è arrivato dalla Turchia, e che può esserci arrivato solo grazie al sostegno della Turchia».
Perché allora il governo americano non ha reso pubbliche queste informazioni? – chiede Hersh. «Da quando l’attacco alla Siria è stato annullato – risponde la fonte – la Casa Bianca non ha prodotto nessun documento sul coinvolgimento siriano nell’attacco col sarin. Ma visto che abbiamo dato la colpa ad Assad, ora non possiamo rimangiarci la parola e accusare Erdogan».

A caccia del casus belli
Sulla vicenda dell’attacco chimico a Damasco è stato scritto molto, a favore e contro la tesi della colpevolezza di Assad. Ma anche al di là dell’inchiesta di Hersh, ci sono prove in abbondanza sul fatto che il governo turco stia provando a legittimare un attacco alla Siria.
È una strategia che si è resa manifesta da almeno un anno. L’11 maggio 2013 due autobombe fecero 52 morti a Reyhanli, cittadina turca nella provincia dell’Hatay, al confine con la Siria. Erdogan annunciò di avere le prove che il mandante della strage era il governo siriano. Il 27 marzo scorso, però, l’ambasciatore turco all’Osce Tacan Ildem ha ammesso che dietro quell’attentato c’erano dei terroristi di al Qaeda, non il governo di Damasco.
Nel maggio del 2013 la Turchia non aveva ancora riconosciuto pubblicamente il pericolo per la stabilità regionale rappresentato da alcune delle forze anti-Assad. La situazione oggi è cambiata e anzi ad Ankara c’è chi pensa di giustificare un intervento militare proprio col pretesto del contenimento degli jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (organizzazione nota con l’acronimo inglese Isis).
Lo stesso giorno in cui l’ambasciatore Ildem rievocava l’attentato di Reyhanli, su YouTube appariva la registrazione di una telefonata tra il premier Erdogan, Hakan Fidan, il potentissimo capo dei servizi segreti turchi (Mit), e Feridun Sinirlioglu, un sottosegretario al ministero degli esteri. L’autenticità del nastro non è stata messa in discussione dal governo, che al contrario, per evitarne la diffusione, ha bloccato per diverse ore l’accesso al sito.
Nel corso della telefonata Sinirlioglu spiega che «un’operazione contro l’Isis ha la legittimità internazionale. Diremo che è al Qaeda. Nessuno contesta lo schema su al Qaeda. E quando si tratta della tomba dello scià Solimano è una questione di difesa del territorio nazionale». La tomba cui fa riferimento il politico è un sacrario posto in territorio siriano, a una trentina di chilometri dalla frontiera, ma appartenente alla Turchia e difeso da una piccola pattuglia di soldati di Ankara: si tratta infatti della tomba di un avo del fondatore dell’impero ottomano.
Già alcune settimane fa il leader dell’opposizione turca, Kemal Kilicdaroglu, aveva accusato il governo di voler usare la tomba di Solimano come casus belli. La conferma arriva dalla voce di Hakan Fidan: «Se proprio ci deve essere una giustificazione (all’attacco) – dice il capo del Mit nella telefonata con Erdogan – mando quattro uomini dall’altro lato (del confine). Gli faccio sparare otto missili in un campo deserto. Non è un problema. La giustificazione può essere costruita».

Le resistenze
A guastare i piani di Fidan è arrivata la fuga di notizie a mezzo YouTube. E l’attacco è stato rinviato ancora, come era accaduto nel settembre del 2013, quando l’accordo tra l’amministrazione Usa e Vladimir Putin (e le preghiere della Chiesa) avevano fermato l’intervento occidentale contro Assad. In molti, in Turchia, hanno attribuito la diffusione della telefonata ai seguaci di Fetullah Gülen, il filosofo e finanziere già alleato di Erdogan, oggi suo principale oppositore. E il presidente della repubblica Abdullah Gül, considerato un alleato di Gülen, non ha nascosto le sue remore sul modo il cui il premier sta gestendo la vicenda siriana.
Ad agosto Erdogan punta a sostituire Gül alla presidenza della repubblica. Gül (che alcuni mesi fa aveva pubblicamente parlato della necessità di una pacificazione dell’area) potrebbe prendere il posto del primo ministro, ma solo dopo essersi fatto eleggere in parlamento (e potrebbero volerci alcuni mesi). Sarà una fase di transizione complicata, che Erdogan potrà gestire insieme a Gül o contro di lui. Anche da questo potrebbero dipendere le sorti della guerra in Siria.

Il dolore per il martirio di Padre Frans Van der Lught nelle parole del Papa e del Patriarca Laham

Oggi, 9 aprile, il Papa, al termine dell’udienza generale:


Lunedì scorso, ad Homs, in Siria, è stato assassinato il Rev.do P. Frans van der Lugt, un mio confratello gesuita olandese di 75 anni, arrivato in Siria circa 50 anni fa, che ha sempre fatto del bene a tutti, con gratuità e amore, e perciò era amato e stimato da cristiani e musulmani.
La sua brutale uccisione mi ha riempito di profondo dolore e mi ha fatto pensare ancora a tanta gente che soffre e muore in quel martoriato Paese, la mia amata Siria, già da troppo tempo preda di un sanguinoso conflitto, che continua a mietere morte e distruzione. Penso anche alle numerose persone rapite, cristiani e musulmani, siriani e di altri Paesi, tra le quali ci sono Vescovi e Sacerdoti. Chiediamo al Signore che possano presto tornare ai loro cari e alle loro famiglie e comunità.
Di cuore vi invito tutti ad unirvi alla mia preghiera per la pace in Siria e nella regione, e lancio un accorato appello ai responsabili siriani e alla comunità internazionale: per favore, tacciano le armi, si metta fine alla violenza! Non più guerra! Non più distruzione! Si rispetti il diritto umanitario, si abbia cura della popolazione bisognosa di assistenza umanitaria e si giunga alla desiderata pace attraverso il dialogo e la riconciliazione. 
Alla nostra Madre, Maria Regina della pace, che ci dia questo dono per la Siria, preghiamo tutti insieme ...  Ave Maria ...


Comunicato del Patriarcato Melkita greco cattolico di condanna per il martirio di Padre Frans Van der Lught


Padre Francis riposa nel giardino della sua casa di Homs

Con cuore triste abbiamo appreso la notizia del martirio di nostro fratello Padre Frans Van der Lught. Era un padre per i poveri, misericordioso per i bisognosi sfollati e feriti, per i forestieri, e perfino per i criminali, partendo dalle sue convinzioni cristiane della fede.Questo è ciò in cui si è distinto dall'inizio della sanguinosa crisi siriana ed ecco che la mano del tradimento, del crimine e della barbarie lo elimina, consegnandogli la corona del martirio della fede, del suo amore, generosità e sacrificio.E ci chiediamo: fino a quando i paesi del mondo rifiuteranno di capire la realtà della situazione siriana, inneggiando alla democrazia, alle riforme e alla libertà e tanti altri slogan vuoti ed ingannevoli? fino a quando non si metterà il mondo, in una volontà e una voce sola, lavorando per fermare la guerra dichiarata sulla Siria, sul presidente, sul governo, sull'esercito, sulla popolazione, sulle istituzioni, conventi, chiese, moschee edifici religiosi cristiani e mussulmani, uomini, donne, bambini e anziani ...?A nome del patriarcato Melkita greco cattolico, essendo presidente del consiglio dei capi delle chiese cattoliche in Siria: condanniamo questo crimine barbaro, e porgiamo le nostre condoglianze ai Padri gesuiti in Siria e Libano, nella regione e in tutto il mondo, e al nostro Papa gesuita. Eleviamo le nostre preghiere per la pace dell'anima di questo prete martire, servo di Cristo, e dei figli di questa patria Siria e soprattutto dei figli della città ferita di Homs.E con le preghiere della Chiesa preghiamo: o Signore Cristo fa che l'anima del tuo servo nostro fratello Padre Frans riposi con i santi dove non c'è dolore, nè tristezza, nè lamento, ma una vita senza fine.Resti in pace 
Gregorios Lahham Patriarca dei Melkiti greco cattolici 
Damasco, 6 aprile:
Colpi di mortaio sul Patriarcato melchita.

lunedì 7 aprile 2014

R.I.P., padre Franz

Padre Francis assassinato da uomini armati all'interno 
del monastero gesuita in Homs



Padre Franz viveva nella zona di Homs controllata dai ribelli; gli era stata proposta 
l'evacuazione con gli altri civili, ma non aveva voluto lasciare il monastero gesuita, 
la piccola comunità di cristiani rimasti  e il patrimonio cristiano secolare da lui custoditi. 

http://www.papaboys.org/siria-assassinato-il-gesuita-van-der-lugt/




http://it.radiovaticana.va/news/2014/04/07/siria,_ucciso_padre_gesuita_a_homs._padre_lombardi:_dove_il_popolo/it1-788561

venerdì 4 aprile 2014

«1400 anni di islam non ci hanno potuto strappare dalle nostre terre e dalle nostre chiese, mentre oggi la politica occidentale ci ha disperso ai quattro angoli della terra.»

Le guerre in Iraq, Libia e Afghanistan hanno peggiorato la condizione dei popoli, in particolare le minoranze. Le politiche fallimentari promosse dall'Occidente. 
Cresce il fondamentalismo, la Primavera araba svuotata dagli estremismi. 
Il ruolo delle autorità musulmane nella tutela di diritti e libertà religiosa. 
La presenza dei cristiani in Medio oriente è fondamentale per i musulmani.



 Il Medio Oriente si sta svuotando dei cristiani. Ciò avviene a causa di fondamentalismi regionali, di impaccio delle autorità locali, di inerzia della comunità internazionale e dell'Occidente. La fuga dei cristiani causerà impoverimento sociale, economico e culturale alla regione e instabilità per il mondo intero. 
E' l'appello accorato che Mar Louis Raphael I Sako ha lanciato nei giorni scorsi in un seminario promosso dall'università cattolica di Lione, in Francia, sulla "Vocazione dei cristiani d'Oriente". Il Patriarca caldeo invita a "non considerare" i cristiani come una "minoranza, ma come cittadini a tutti gli effetti"
Nel suo lungo intervento Sua Beatitudine illustra la situazione generale dei cristiani in Medio oriente, sottolineando l'importanza della loro presenza, spiegando il ruolo delle autorità musulmane e delle Chiese orientali. Egli invita a esercitare pressioni sui governi perché siano riconosciuti e garantiti pari diritti, rilanciando ancora una volta la richiesta di fermare l'esodo dalle loro terre di origine. 
Ecco, di seguito, l'intervento integrale di Mar Sako (Corsivi e grassetti sono dell'originale. Traduzione a cura di AsiaNews).

Asia News,  03/04/2014 

di Mar Louis Raphael I Sako

I cambi di regime che hanno avuto luogo in diversi Paesi hanno aperto un abisso al loro interno; gli interventi in Afghanistan, in Iraq, in Libia non hanno affatto contribuito a risolvere il problema dei loro popoli ma, al contrario, hanno determinato situazioni caotiche e conflitti che non permettono affatto di immaginare un avvenire migliore, in particolare per i cristiani! Le divisioni confessionali divengono sempre più marcate e forti, soprattutto fra sciiti e sunniti. Diversi partiti politici di carattere settario si stanno organizzando e tutto viene a essere suddiviso in base alla confessione religiosa. Credo che in Iraq il cammino finirà con una divisione del Paese, perché il terreno è già preparato tanto dal punto di vista psicologico, quanto sotto il profilo geografico. La pulizia [etnico-religiosa] dei quartieri e delle città tra sunniti e sciiti va proprio in questa direzione.

1 - Situazione generale dei cristiani in Medio oriente
Fino a 50 anni fa i cristiani del Medio oriente rappresentavano il 20% del totale della popolazione. Oggi si parla di un misero 3%. Quando le potenze coloniali hanno dato vita a queste nazioni, non lo hanno fatto partendo da basi storiche, geografiche o etniche: in questo modo non vi è stata né omogeneità, né un vero progetto di cittadinanza in cui tutti possono essere integrati. L'accordo Sykes-Picot del 1916 non ha tenuto in considerazione l'emergenza delle frontiere di Paesi come il Libano, la Giordania, la Siria, l'Iraq e altri ancora. Le decisioni sono state prese in funzione degli interessi delle grandi potenze, e questo ha aperto la via a conflitti confessionali, religiosi, etnici con i quali abbiamo a che fare ancora oggi. Non vi è pace tra israeliani e palestinesi; il Libano è stato frantumato e resta sempre sotto la minaccia della guerra civile; la Siria è sul punto di crollare, con nove milioni di persone che hanno abbandonato le loro abitazioni, l'Iraq è devastato, l'Egitto esploso. Milioni di cristiani d'Oriente, rifugiati, fuggono da una regione all'altra.

Oggi si parla sempre più di un piano che intende dar vita a un nuovo Medio oriente. Per noi è fonte di preoccupazione e di paura. 1400 anni di islam non ci hanno potuto strappare dalle nostre terre e dalle nostre chiese, mentre oggi la politica occidentale ci ha disperso ai quattro angoli della terra.

I cristiani sono sempre più vittime: il loro esodo dai Paesi del Medio oriente è inarrestabile. Attualmente, secondo le stime sono - in tutto - tra i 10 e i 12 milioni su una popolazione complessiva di 550 milioni di abitanti, pari al 3% circa. La pressione esercitata contro i cristiani e le minoranze religiose in Medio oriente è aumentata nel corso degli ultimi decenni, alle volte in modo sommesso e, in altri momenti, in modo aperto, pubblico. Le discriminazioni, ingiustizie, sequestri, emarginazioni, intimidazioni in molte parti del mondo arabo-islamico danno loro l'impressione di essere destinati all'estinzione.

Tutto questo deriva dall'instabilità della maggior parte di questi Paesi e dalla crescita dell'islamismo radicale, sotto il manto di ciò che è conosciuto con il nome di "islam politico"; quanto alla "Primavera araba", essa è stata esautorata dagli estremismi. Il progetto "politico" dell'islam è di far rinascere il califfato tanto a Damasco quanto in Iraq! Il loro modo di pensare e di fare guerra è un ritorno al Medio Evo! I cristiani sono ammessi a restarvi come cittadini di seconda classe!

L'invasione americana dell'Iraq ha portato alla morte di un vescovo [mons. Paulos Faraj Rahho, morto nelle mani dei sequestratori nel marzo 2008, ndr], sei sacerdoti assieme a più di mille fedeli, 66 chiese sotto attacco e 200 casi di rapimento. Circa la metà dei cristiani irakeni, che in precedenza erano un milione e mezzo, hanno lasciato il Paese per il timore di violenze e la persecuzione religiosa, soprattutto dopo il massacro che ha avuto luogo a Baghdad nel 2010, nella chiesa di Nostra Signora del Perpetuo soccorso e l'attacco agli studenti cristiani di Qaraqosh, diretti all'università.
L'appropriazione dei beni appartenenti ai cristiani, considerati come privi di diritti perché non musulmani, le lettere di minaccia ricevute dai cristiani, così come da membri di altre minoranze non musulmane, spingono i cristiani a sentirsi come cittadini di serie B. Dunque, la domanda è questa: questi uomini e queste donne che hanno un passato grande e illustre alle spalle, sono destinati a scomparire dalla Mesopotamia e dalla terra dei loro avi?

In Siria, i cristiani sono esposti agli attacchi dei ribelli islamisti. Questi ultimi hanno spazzato via Maaloula, una storica città cristiana in cui gli abitanti parlano l'aramaico, la lingua di Gesù. Due vescovi, numerosi preti, dodici religiose sono stati rapiti e liberati di recente: 1200 cristiani sono stati uccisi, il 30% delle chiese sono state distrutte e 600mila cristiani hanno lasciato il Paese e quelli che sono rimasti vivono nell'inquietudine e nella paura!
Il pastore presbiteriano ed ex presidente del Consiglio delle Chiese del Medio oriente Riad Jarjour ha dichiarato: "Se la situazione continua in questo modo, verrà un momento in cui non ci saranno più cristiani in Siria".

I Copti in Egitto hanno subito i peggiori attacchi. I kamikaze musulmani hanno assassinato almeno 85 fedeli nella Chiesa di Tutti i Santi e un centinaio di chiese sono state oggetto di attacchi.
Il Libano è l'unico Paese della regione in cui i cristiani hanno ancora un peso politico e una certa libertà di azione, anche se il loro potere è parzialmente in declino a partire dall'accordo di Taëf, che rimane in bilico!

In poche parole, tutti i cristiani pensano all'emigrazione, almeno per un periodo di tempo determinato.


2 - L'importanza della presenza cristiana in Medio oriente
Il cristianesimo affonda le sue radici nel Medio oriente. In Palestina, Siria, Libano, Iraq ed Egitto i cristiani sono stati maggioranza ben prima dell'ingresso dell'islam. Erano ben organizzati e hanno contribuito alla costruzione della civiltà arabo-islamica accanto ai loro fratelli musulmani, ecco perché la loro presenza nel mondo arabo e musulmano è essenziale, anche per il solo stesso fatto della diversa religione, della loro apertura e delle loro competenze. In generale, i cristiani costituiscono una élite!
I cristiani non sono una minoranza e devono ricoprire a pieno titolo un posto e un ruolo nella vita pubblica, perché il venir meno di questo ruolo marcherebbe la fine della loro presenza. Il presidente libanese Michel Sleiman, inaugurando il primo Congresso generale dei cristiani d'Oriente, che si è tenuto a Raboué (Libano) il 28 e 29 ottobre 2013, ha affermato in proposito: "L'avvenire dei cristiani dipenderà dalla loro capacità di rafforzare la logica della moderazione, dell'apertura e del dialogo al loro interno, così come i loro sforzi per costruire uno Stato forte e inclusivo, che apre la via alla partecipazione di tutte le componenti della società nella vita politica e nell'amministrazione pubblica, senza tener conto del peso demografico delle comunità. Il ripiegamento verso se stessi e l'isolamento, così come il ricorso alla protezione militare straniera, diventa pericoloso".
Infine, Habib Ephram nel corso del medesimo congresso ha lanciato un appello commovente finalizzato a preservare l'identità dei cristiani d'Oriente nel rispetto della storia, del diritto e dell'umanità stessa.

C'è da sperare che questa lunga tradizione storica possa aiutare i cristiani della Siria e altri a preservare il loro ricco patrimonio e a continuare a offrire il loro prezioso contributo alle diverse culture esistenti.
I cristiani del Medio oriente possono giocare oggigiorno un ruolo essenziale nel dialogo tra l'Occidente e l'islam, possono essere un ponte che avvicina e unisce. Per questo l'Occidente è chiamato a mantenerli nei luoghi di origine. Robert Fisk in un articolo pubblicato sul quotidiano britannico "The Indipendent" descrive il fenomeno dell'emigrazione dei cristiani del Medio oriente, equiparandolo a un colpo per la civiltà arabo-islamica, e a una tragedia all'interno di un Paese considerato come un simbolo di pluralismo e coesistenza.