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lunedì 1 settembre 2014

"Se crollasse la Siria, per il Medio Oriente sarebbe una catastrofe"


























Giornata di preghiera per la Pace in Siria 
7 settembre 2014
a Roma
celebrazione liturgica in rito greco bizantino 

presieduta da Mons. Mtanoius Haddad 
Procuratore del Patriarca Greco Melkita Cattolico

presso la Basilica di Santa Maria in Cosmedin
Piazza Bocca della Verità , Roma, Ore 10.30


1 settembre: memoria di san Simeone stilita. Preghiamo perchè per la sua intercessione la Pace e la sicurezza tornino in Aleppo e in Siria



Intervista al Vicario Apostolico di Aleppo, mons. George Abu Khazen, in cui esprime i suoi timori per la situazione nel martoriato paese e spiega perché oggi sia fondamentale salvare lo Stato Siria



Roma, (Zenit.org)
 di  Naman Tarcha


ZENIT lo aveva già intervistato alcuni giorni fa in occasione di un incontro durante il Meeting di Rimini, al quale aveva partecipato insieme al suo predecessore Giuseppe Nazzaro. Tuttavia il Vicario Apostolico di Aleppo, George Abu Khazen, vescovo dei Latini in Siria, ha ancora tanto e tanto da dire. Non potrebbe essere altrimenti considerando che la sua opera si svolge nella città più antica del mondo ancora abitata, e oggi, purtroppo, la più pericolosa. Mite, con il sorriso abituale dei frati minori, ma forte e determinato come le montagne del Libano dove è nato e cresciuto, il presule ha partecipato al Meeting con grande entusiasmo, offrendo una toccante testimonianza durante l'incontro tenuto dal Coordinamento Nazionale per la Pace in Siria. Nei suoi occhi c'è un misto di nostalgia e commozione. Tutti lo cercano, e lui si presta umilmente a interviste e conferenze, cosciente della grande responsabilità verso il suo popolo. "Prima di partire da Aleppo tutti mi dicevano: porta nostri saluti e racconta al mondo ciò che succede a noi!"

Quale è la situazione della popolazione civile oggi in Siria?
Dipende dalla zona, la situazione varia da un posto all’altro, in alcune zone la gente vive in sicurezza lontana dagli scontri, realisticamente tranquilla, anche se tutti i siriani sono stati colpiti, sia personalmente, sia per la presenza di un altissimo numero di sfollati. Le zone degli scontri sono invece molto più pericolose, distrutte e danneggiate. Ad esempio ad Aleppo manca tutto: acqua, corrente, combustibili, aumento spropositato del costo della vita, sommati ad una totale disoccupazione. Gli unici che riescono oggi ad arrangiarsi sono gli impiegati statali e i pensionati, mentre tutti gli altri vivono di aiuti e sussidi. Immaginate un padre di famiglia che arriva alla sera senza poter comprare la cena ai suoi figli! Ovviamente tutto ciò unito alle minacce quotidiane di razzi e colpi di mortaio, a case distrutte e una lista quotidiana di vittime. Tutti i giorni contiamo decine di vittime civili perfino nei quartieri cristiani.

Dopo quattro anni l’Occidente si è accorto che le minacce ai cristiani del Medio Oriente sono una realtà? Ma quale è la vera minaccia?
Mi domando se davvero l'Occidente è preoccupato per le minacce ai cristiani in Medio Oriente. E' un punto interrogativo. Il pericolo più grande è l’espansione dell’estremismo: l'esempio più eclatante è il cosiddetto Stato Islamico, che rappresenta oggi un vero pericolo non solo per i cristiani, ma per tutte le minoranze etnico religiose, oltre all’Islam moderato. I cristiani di Aleppo ad esempio vivono quotidianamente con il timore e la paura, perché l’IS è a soli 20km di distanza dal centro della città. Se mai l’Is dovesse arrivare ad Aleppo, una città già di per sè molto complessa, non ci sarà scampo e sarà una distruzione totale.

L’Occidente teme più per la sorte dei cristiani o per i propri interessi?
Per me l’Occidente di sicuro non è preoccupato per i siriani cristiani, perché in quattro anni quando erano davvero in pericolo nessuno ha mosso un dito. Anzi, ci accusavano di essere schierati, di stravolgere le realtà, di dire il falso, e che sbagliavamo in tutto. Se si sono mossi oggi è per altri motivi. In Occidente si mobilitano tutti per salvare un animale minacciato di estinzione e proteggere il suo habitat, mentre intere popolazioni etniche e religiose vengono sradicate dalle loro terre d’origine dove vivono da secoli, e nessuno apre bocca.

Quale è la situazione dei villaggi cristiani nella provincia di Idlib?
A Ghassaniyeh la presenza dei cristiani è stata cancellata totalmente, non sappiamo nulla delle chiese e dei conventi, se sono stati distrutti, bruciati o saccheggiati. Nelle altre tre Kunayeh, Yakibiyeh e Jidayde è rimasto un piccolo nucleo di famiglie cristiane: circa 700 persone con due frati, che servono i loro parrocchiani spiritualmente e socialmente. Le parrocchie cattoliche e quelle ortodosse sono rimaste invece senza nessuno. Quando sono entrati i jihadisti dello Stato Islamico, avevano ordinato nei villaggi di togliere tutti i simboli cristiani, croci, statue e immagini sacre, dentro e fuori le chiese e le abitazioni, obbligando le donne a coprirsi. Oggi invece sono sotto altri gruppi armati ma con il pericolo continuo dei saccheggi.

L'Occidente ha ignorato a lungo i timori della Chiesa in Siria. Essa, però, è divenuta oggi un punto di riferimento per tutti?
La Chiesa in Siria non è schierata politicamente, ha sempre adottato una posizione obiettiva perché raccontava la verità e la realtà dei fatti, anzi tanti l’hanno accusata ingiustamente di essere di parte. Il suo obiettivo era salvaguardare il Paese e i suoi cittadini, in particolare i cristiani, perché aveva una chiara visione di come sarebbero andate le cose. Ed eccoci oggi, vediamo cosa accade. Era una posizione profetica piuttosto che una posizione schierata. La Chiesa in Siria è attualmente molto vicina ai cittadini, sia cristiani che non: nessun vescovo ha lasciato la sua gente, nessun parroco ha abbandonato la propria parrocchia, le nostre possibilità sono limitate ma offriamo soccorso ed aiuto concreto. Ospitiamo tutti i siriani sfollati senza distinzione: cristiani, cattolici, ortodossi, e musulmani. Il popolo siriano, abituato alla convivenza pacifica, oggi è coeso più di prima, e ha riscoperto in questi momenti difficili il vero volto della solidarietà, della carità e dell’accoglienza dell’altro, e forse questo è un segno in un mondo marchiato dall’individualismo e dal razzismo.

Perché oggi è fondamentale salvare la Siria?
Se crollasse lo Stato siriano, con tutto ciò che rappresenta  - e non parlo di un governo, ma dello Stato Siria - sarebbe una vera catastrofe che devasterebbe tutto il Medio Oriente. Dobbiamo salvare la Siria, come Istituzione, come idea, con i suoi principi di convivenza, dialogo, moderazione e diversità, ed è questo ciò che tanti purtroppo non vogliono.
La nostra speranza è forte come la nostra fede. Il mio destino, quello di questa comunità e di questo Paese, non è nelle mani di un singolo, né di una forze regionale, né di una potenza mondiale, ma nelle mani di Dio, e questo destino lo riprenderemo per ritornare ad essere testimonianza vivente per gli altri, in tutto il Medio Oriente.

http://www.zenit.org/it/articles/se-crollasse-la-siria-per-il-medio-oriente-sarebbe-una-catastrofe

giovedì 21 agosto 2014

Alziamo al Cielo la nostra voce: 7 settembre per la Siria



Cari amici,


mancano soltanto pochi giorni per la commemorazione del primo anniversario di quella fatidica e storica giornata di preghiera mondiale indetta dal nostro Padre Francesco.

Quel giorno memorabile è servito certamente a scongiurare una guerra di invasione che poteva rivelarsi una catastrofe mondiale. Vi erano parecchi interessi in gioco,  non tutti avrebbero accettato di far tacere le proprie armi permettendo di fare scempio di quello che restava ancora in piedi nella nostra amata terra siriana: patria del cristianesimo nascente in cui si radicò e si sviluppò e da qui poi si propagò nel mondo intero.

La preghiera voluta dal Padre di tutti, alla quale aderirono uomini e donne di ogni religione, evitò la guerra. L'effetto immediato di quell'accorato appello al Padre celeste ed alla Beata Vergine Maria, probabilmente ci ha illusi. Difatti, sempre meno i mass media ci parlano della tragedia del popolo siriano, specialmente dei nostri fratelli di fede, e delle città costrette a vivere sotto assedio, di popolazioni che per mesi non hanno acqua, non hanno energia elettrica, perchè i nemici di ogni civiltà e diritto umano hanno interrotto le erogazioni, hanno fatto saltare le condotte, l'acqua è inquinata, molta gente è finita in ormai fatiscenti ospedali che, costretti a subire un embargo, non dispongono più di materiale sanitario. 
Immaginate voi una città di oltre tre milioni di abitanti come Aleppo, come è stata ridotta. Ai mass media tutto questo non dice più nulla. Si danno le notizie che fanno scalpore al momento, poi anche quelle si lasciano cadere nel silenzio. 
Noi non possiamo restare muti, diventando così conniventi, dinanzi a quanto laggiù sta accadendo. 
Ci si era illusi, dopo quella giornata di preghiera, che tutto fosse finito. Invece, quel grido non ha fatto altro che far aumentare l'odio vendicativo contro tutti coloro che aspiravano ed aspirano ad una pace e ad una condivisione umana e civile. 
Invece no! le bande armate nere hanno iniziato a mettere in pratica ciò che hanno sempre minacciato di fare: tutti devono seguire il loro credo infarcito di rivendicazioni fanatiche, di astio e odio contro tutto e tutti. Da qui, genocidi, massacri di inermi, soprattutto di donne e bambini. 
Dinanzi a questa recrudescenza inaudita di odio, soprattutto contro gli innocenti e gli inermi soltanto perchè non sono del loro stesso credo, ho dovuto ricredermi. Questa volta non sono più i belligeranti che si fanno schermo degli innocenti, abbiamo a che fare con gente che al posto del cuore porta un masso di granito. Non si fermano neppure dinanzi alle cose più sacre, tutto ammantato come volontà di Dio clemente e misericordioso, come essi lo invocano iniziando qualsiasi azione.

 Cari amici, il 7 settembre si avvicina e forse neppure ce ne stiamo rendendo conto. Invece non possiamo far cadere nell'oblio questa data, storica per noi figli di Dio che vogliamo realmente che la Misericordia del Padre celeste getti uno sguardo su tutti coloro che stanno soffrendo nello spirito e nel corpo. 
Che Dio Padre abbia misericordia di quanti sono stati uccisi a causa del Vangelo o, semplicemente, perchè non condividevano e non condividono lo stesso credo dei loro persecutori.
Alziamo al Cielo la nostra voce perchè dia forza e coraggio a quanti ancora si trovano nel pericolo di perdere la vita, i beni materiali, la loro terra ... 
Alziamo al Cielo la nostra voce perchè il Padre di misericordia e di bontà getti uno sguardo su coloro che, in suo nome, si sono dichiarati carnefici dei propri fratelli ed abbia pietà anche di loro, perchè "non sanno quello che fanno".

Uniamo i nostri sforzi a quelli di quel gruppo di persone di buona volontà che si propongono la creazione di un movimento per la pace in Siria e che non vogliono che la giornata del 7 settembre di quest'anno 2014 passi sotto silenzio, affinchè il seme gettato dal Padre Francesco l'anno scorso, allora accolto con entusiasmo ed amore, provochi quest'anno lo stesso entusiasmo dandoci i frutti che noi tutti ci auguriamo: Amore, Pace e Fratellanza nel Signore Gesù e nella Vergine Maria. 
Siano Loro a benedirci tutti senza alcuna distinzione.  

Padre Giuseppe Nazzaro ofm, Vicario Apostolico emerito di Aleppo 



“Sconfitta anche la preghiera?" No, rinnoviamo il gesto di pace del 7 settembre scorso


QUI IL MATERIALE E LA PROPOSTA DI PREGHIERA DEL 7 SETTEMBRE

http://oraprosiria.blogspot.it/p/blog-page_2.html

http://www.undicesimaora.net/BLOG/Coordinamento%20Nazionale%20per%20la%20Pace%20in%20Siria.pdf

martedì 19 agosto 2014

L'intervista papale: Iraq, Kurdistan (e magari Siria)


Piccole Note, 19 agosto  '14

Al ritorno da Seoul papa Francesco ha risposto ai giornalisti che lo hanno accompagnato nel corso della sua visita apostolica. Interpellato sulla crisi che sta devastando l’Iraq e su un possibile intervento armato esterno, ha risposto: «In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, posso dire soltanto che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo fermare, non dico bombardare, fare la guerra: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito, ma dobbiamo avere memoria pure di quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista. Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stata l’idea delle Nazioni unite e là si deve discutere e dire: “C’è l’aggressore ingiusto? sembra di sì. Come lo fermiamo?”. Soltanto quello, niente di più».

Parole che appaiono scontate quelle del Papa, ma che scontate non sono affatto. In effetti l’unico grande assente di questo conflitto finora sono state le Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno iniziato a bombardare in ausilio alle forze curde che hanno ripreso la grande diga di Mosul, sito strategico che controlla il più grande bacino idrico del Paese. L’Europa ha deciso di inviare armi ai curdi. Ma tutto avviene nei confini di decisioni prese in ambito occidentale. In casi meno eclatanti l’Onu si era riunito, aveva deliberato, inviato forze di interposizione. Ma ad oggi restano solo le doglianze del segretario generale e di altri funzionari per gli eccidi e le tragiche malversazioni che accompagnano l’avanzata delle forze del Califfato. Eppure è chiaro che questa crisi non può risolversi con l’invio di armi ai peshmerga curdi o con la creazione di un governo più inclusivo a Bagdad, dopo la “destituzione volontaria” del premier Al Maliki (al quale si rimproverava una gestione settaria del Paese, causa di malcontento tra i sunniti).

L’IS non è un mostro autoctono, ma ha legami internazionali che lo collegano ai vari gruppi jihadisti e alle monarchie del Golfo, oltre ad altri legami più o meno inconfessabili. Un mostro globale quindi che come tale va affrontato. E la sede Onu sarebbe la più opportuna. Ma in quella sede potrebbero essere avanzate proposte per fermare, la parola che ha usato il Papa, i finanziamenti che, cospicui, affluiscono dai Paesi del Golfo (o da altrove) nelle casse dei terroristi.
Inoltre potrebbero essere emanate sanzioni vincolanti contro chi acquista le risorse energetiche che i miliziani in camicia nera hanno depredato e vendono sottobanco. Tanti interessi in ballo, un problema per tanti e potenti.

All’Onu inoltre l’Occidente, che si sta mobilitando in maniera disconnessa per intervenire in una tragedia di cui porta enormi responsabilità (guerra del Golfo), sarebbe costretto a coordinarsi con altri Stati che forse hanno più possibilità di agire con efficacia, ma che considera se non nemici, quantomeno non validi interlocutori, vedi Siria e Iran. Infine sarebbe costretto a dialogare con Putin, riaprendo al presidente russo quelle porte che sta tentando in tutti i modi di chiudergli in faccia. Così l’Onu non viene convocato e, come altre volte, l’Occidente si muove da gendarme del mondo, magari cercando, e trovando, indispensabili sinergie occulte con Teheran e Damasco che hanno il limite di essere momentanee e sono abitate inevitabilmente dall’ambiguità e dalla diffidenza reciproca.

Il passato insegna, come accenna Francesco, che troppo spesso i gendarmi si sono alla fine dimostrati ladri: di vite innocenti, di futuro, di risorse altrui. Certo la tragedia va fermata e può anche essere un passo necessario in questo momento fornire armamenti ai curdi. Ma è una misura che non risolve, anzi può creare ulteriori problemi. Il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmaier, come riporta l’Osservatore romano di ieri, ha affermato che «uno Stato curdo indipendente destabilizzerebbe ancora di più la regione e contribuirebbe alla nascita di nuovi conflitti». 
Se ha lanciato questo monito è perché alcuni ambiti, non solo curdi, stanno accarezzando l’idea di profittare di questa tragedia per dare vita a tale Stato, lacerando definitivamente l’Iraq e piantando nel cuore del Medio Oriente un elemento di criticità ulteriore. L’offensiva curda contro l’Is, accompagnata dal sostegno dell’Occidente, non farà che rafforzare questo progetto. Così che l’apparente vittoria contro i sanguinari teatranti del Califfato, semmai ci sarà e come avverrà, sarebbe foriera di nuovi lutti e tragedie.

«Diventa sempre più evidente che la soluzione delle crisi del Medio Oriente potrà essere solo globale», concludeva Roberto Toscano sulla Stampa di ieri la sua analisi sul conflitto iracheno. Conclusione che facciamo nostra.



Papa Francesco: “La Preghiera per la Pace non è stata un fallimento”




Al ritorno da Seoul papa Francesco ha risposto ai giornalisti che lo hanno accompagnato nel corso della sua visita apostolica. Interpellato sulla crisi che sta devastando l’Iraq e su un possibile intervento armato esterno, ha risposto: «In questi casi, dove c’è un’aggressione ingiusta, posso dire soltanto che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo fermare, non dico bombardare, fare la guerra: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito, ma dobbiamo avere memoria pure di quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista. Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la seconda guerra mondiale c’è stata l’dea delle Nazioni unite e là si deve discutere e dire: “C’è l’aggressore ingiusto? sembra di sì. Come lo fermiamo?”. Soltanto quello, niente di più».
Parole che appaiono scontate quelle del Papa, ma che scontate non sono affatto. In effetti l’unico grande assente di questo conflitto finora sono state le Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno iniziato a bombardare in ausilio alle forze curde che hanno ripreso la grande diga di Mosul, sito strategico che controlla il più grande bacino idrico del Paese. L’Europa ha deciso di inviare armi ai curdi. Ma tutto avviene nei confini di decisioni prese in ambito occidentale. In casi meno eclatanti l’Onu si era riunito, aveva deliberato, inviato forze di interposizione. Ma ad oggi restano solo le doglianze del segretario generale e di altri funzionari per gli eccidi e le tragiche malversazioni che accompagnano l’avanzata delle forze del Califfato. Eppure è chiaro che questa crisi non può risolversi con l’invio di armi ai peshmerga curdi o con la creazione di un governo più inclusivo a Bagdad, dopo la “destituzione volontaria” del premier Al Maliki (al quale si rimproverava una gestione settaria del Paese, causa di malcontento tra i sunniti).
L’Is non è un mostro autoctono, ma ha legami internazionali che lo collegano ai vari gruppi jihadisti e alle monarchie del Golfo, oltre ad altri legami più o meno inconfessabili. Un mostro globale quindi che come tale va affrontato. E la sede Onu sarebbe la più opportuna. Ma in quella sede potrebbero essere avanzate proposte per fermare, la parola che ha usato il Papa, i finanziamenti che, cospicui, affluiscono dai Paesi del Golfo (o da altrove) nelle casse dei terroristi. Inoltre potrebbero essere emanate sanzioni vincolanti contro chi acquista le risorse energetiche che i miliziani in camicia nera hanno depredato e vendono sottobanco. Tanti interessi in ballo, un problema per tanti e potenti.
All’Onu inoltre l’Occidente, che si sta mobilitando in maniera disconnessa per intervenire in una tragedia di cui porta enormi responsabilità (guerra del Golfo), sarebbe costretto a coordinarsi con altri Stati che forse hanno più possibilità di agire con efficacia, ma che considera se non nemici, quantomeno non validi interlocutori, vedi Siria e Iran. Infine sarebbe costretto a dialogare con Putin, riaprendo al presidente russo quelle porte che sta tentando in tutti i modi di chiudergli in faccia. Così l’Onu non viene convocato e, come altre volte, l’Occidente si muove da gendarme del mondo, magari cercando, e trovando, indispensabili sinergie occulte con Teheran e Damasco che hanno il limite di essere momentanee e sono abitate inevitabilmente dall’ambiguità e dalla diffidenza reciproca.
Il passato insegna, come accenna Francesco, che troppo spesso i gendarmi si sono alla fine dimostrati ladri: di vite innocenti, di futuro, di risorse altrui. Certo la tragedia va fermata e può anche essere un passo necessario in questo momento fornire armamenti ai curdi. Ma è una misura che non risolve, anzi può creare ulteriori problemi. Il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmaier, come riporta l’Osservatore romano di ieri, ha affermato che «uno Stato curdo indipendente destabilizzerebbe ancora di più la regione e contribuirebbe alla nascita di nuovi conflitti». Se ha lanciato questo monito è perché alcuni ambiti, non solo curdi, stanno accarezzando l’idea di profittare di questa tragedia per dare vita a tale Stato, lacerando definitivamente l’Iraq e piantando nel cuore del Medio Oriente un elemento di criticità ulteriore. L’offensiva curda contro l’Is, accompagnata dal sostegno dell’Occidente, non farà che rafforzare questo progetto. Così che l’apparente vittoria contro i sanguinari teatranti del Califfato, semmai ci sarà e come avverrà, sarebbe foriera di nuovi lutti e tragedie.
«Diventa sempre più evidente che la soluzione delle crisi del Medio Oriente potrà essere solo globale», concludeva Roberto Toscano sulla Stampa di ieri la sua analisi sul conflitto iracheno. Conclusione che facciamo nostra.

domenica 17 agosto 2014

I Patriarchi d’Oriente: “l’estremismo religioso costituisce una grave minaccia per la regione e per il mondo”




COMUNICATO – Il 7 agosto 2014, nel cuore di un Oriente a ferro e fuoco, i Patriarchi d’Oriente hanno pubblicato un comunicato di condanna per le guerre e le violenze che devastano la regione, in modo particolare per ogni persecuzione di innocenti e di cristiani. Il fondamentalismo religioso, e coloro che lo alimentano finanziando i suoi movimenti armati, colpendo l’equilibrio e la stabilità della regione, è denunciato senza giri di parole. I Patriarchi lanciano un appello urgente alla comunità internazionale.

Patriarcato Latino di Gerusalemme, 12 agosto 2014

Comunicato delle loro Beatitudini i Patriarchi d’Oriente
Sull’invito fraterno di Sua Beatitudine il Cardinale Bishara Butros Al Raï, Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente per i Maroniti, le loro Beatitudini, i Patriarchi delle Chiese Orientali si sono riuniti presso il Patriarcato di Dymane, il 7 agosto 2014. Erano presenti:
Il Catholicos Aram Kshishian I , Catholicos di Beit Kilika per gli Armeni Ortodossi; il Patriarca Grégorios Lahham III, Patriarca di Antiochia e d’Oriente, d’Alessandria e di Gerusalemme per i Greci Melchiti Cattolici; il Patriarca Yuhanna Al Yazajee X, Patriarca di Antiochia e d’Oriente per i Greci Ortodossi ; il Patriarca Mar Aghnatios Yousef Younan III, Patriarca di Antiochia per i Siriaci ; il Patriarca Mar Aghnatios Afram II, Patriarca di Antiochia et di Oriente per i Siriaci Ortodossi ; il Patriarca Narcis Bedros XIX, Catholicos et Patriarca di Kilika per gli Armeni Cattolici ; il rappresentante del Patriarca Louis Raphaël Sakko I, Patriarca di Babele per i Caldei, il vescovo Shlimon Wardouni, Vicario Patriarcale.
Essi dichiarano di essere atterriti dagli incidenti dannosi senza precedenti e che si verificano nella regione a causa dei conflitti e delle guerre fratricide in Iraq e in Siria, per mano del fondamentalismo religioso che logora il tessuto sociale e la sua unità nei nostri paesi, con la comparsa di organizzazioni fondamentaliste e dei “Tafkiri” (1) che distruggono, uccidono, disperdono, violano la sacralità delle chiese, bruciano il suo patrimonio e i suoi manoscritti e, anche con mercenari stranieri al loro fianco, aggrediscono i cittadini e la loro dignità.
I Patriarchi sono addolorati dalle tragedie dei loro fratelli Palestinesi a Gaza in seguito al bombardamento aleatorio e disumano di Israele che colpisce innocenti, violando così tutte le regole del diritto. Sono anche profondamente addolorati per i fatti di Arsal in Libano, dove terroristi stranieri hanno attaccato l’esercito libanese e le forze di sicurezza interna, causando la morte di molti soldati e membri della sicurezza e prendendone molti in ostaggio. Essi hanno inoltre assediato gli abitanti della città e li hanno utilizzati come scudo umano.
Dopo avere considerato questi avvenimenti terribili sotto tutti gli aspetti, e avere riflettuto sui pericoli che minacciano tutti gli abitanti della regione senza eccezione, avvenimenti che rivestono un abito di settarismo e appartenenza confessionale che mai si è vista nella storia, dopo avere esaminato gli eventuali effetti che questi conflitti potrebbero avere sui popoli della regione, ivi compresi i cristiani loro figli, che vivono in mezzo a questi turbamenti, nella fiducia sul ruolo dello stato per garantire la protezione delle persone e delle loro proprietà, poiché la situazione è giunta al punto in cui le persone sono costrette ad abbandonare la terra dei loro padri e dei loro antenati, ingiustamente e senza ragione plausibile, al termine del loro incontro hanno pubblicato il seguente comunicato:
I. L’espulsione dei cristiani di Mossul e della valle di Ninive.
1. Espellere tutti i cristiani dalla città di Mossul, e ora da tutte le città che si trovano nella valle di Ninive, non può essere considerato come un semplice incidente che si iscrive nelle cronache delle guerre e dei conflitti, o come una emigrazione volontaria a causa della paura di chi cerca rifugio provvisorio e sicuro per sfuggire alla morte: questo è il risultato di una decisione da parte dell’Is (Stato Islamico) e di altri gruppi jihadisti che hanno forzato le persone ad abbandonare la loro terra solo a causa della loro appartenenza religiosa, cosa che contraddice le leggi internazionali. Questa decisione iniqua presa a nome dell’Islam, è una nuova calamità che si abbatte sulla regione araba e musulmana e sull’insieme dei suoi abitanti. Dopo averli cacciati, hanno portato via tutto ciò che a loro apparteneva. Di tratta di un gesto vergognoso e razzista che i popoli rigettano e che la comunità internazionale condanna totalmente.
2. Riguardo questa dolorosa calamità, essa attacca dei nobili dati di fatto religiosi, culturali e umani che hanno formato lungo i secoli un ricco patrimonio di convivenza tra cristiani e musulmani. Noi condanniamo e rifiutiamo vigorosamente l’espulsione dei nostri figli cristiani dalla cara città di Mossul, dalle città e dai villaggi della valle di Ninive, che era un esempio di coesistenza islamo-cristiana, allo stesso modo di altre antiche città arabe. Diamo l’allarme domandando a tutti di appoggiare questa condanna che viene anche da musulmani che condividono con noi la stessa sorte. Da qui possano nascere iniziative per mettere fine a questa situazione deviante rispetto alle regole di vita normali dell’Islam. È riprovevole che la posizione musulmana, araba e internazionale resti debole, timida e insufficiente, che non consideri il pericolo di questo fenomeno le cui conseguenze saranno drammatiche per la diversità demografica e storica dei popoli di questa regione. 
Alcuni paesi europei invitano i cristiani a emigrare rendendo la situazione ancora più pericolosa e questo col pretesto di proteggerli dal terrorismo e dagli omicidi. Noi condanniamo e rifiutiamo vigorosamente queste iniziative perché siamo attaccati alla nostra missione in questo caro Medio Oriente. La comunità internazionale, con la mediazione del Consiglio di Sicurezza, deve prendere una decisione categorica per obbligare a restituire questa terra al suo popolo, con tutti i mezzi possibili e il più velocemente possibile. Non domandiamo protezione, ma abbiamo un diritto e riteniamo che sia dovere degli organismi internazionali mantenere la loro credibilità e impedire ogni cambio demografico brutale, per noi come per le altre religioni.
Ci rivolgiamo di nuovo a tutti i regimi e ai paesi che sostengono, armano o finanziano direttamente o indirettamente delle organizzazioni terroriste di fermarsi subito, perché l’estremismo religioso, da qualsiasi parte arrivi, danneggia chi lo sostiene e segna negativamente chi non gli resiste. Il trasferimento forzato dei cristiani dalle loro case, il furto dei loro beni, l’uccisione di civili non armati e gli attacchi contro le minoranze religiose , le chiese e i luoghi di culto a Mossul, Sadad, Ma’alula, Kassab e altre città è certamente un crimine contro l’umanità e una violazione dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario. Il procuratore della Corte penale internazionale, deve aprire una inchiesta per mettere fine a tutto ciò, restituire i cittadini ai loro focolari e farli rientrare in possesso dei loro beni e dei loro diritti.
II. Il conflitto in Siria
3. Gli avvenimenti sanguinosi in Siria sono diventati una guerra assurda che conduce solamente a più distruzione, omicidi e esili.
I Patriarchi condannano questi fatti ed esigono dalle parti in causa e dagli Stati che le sostengono fornendo loro denaro e armi, di mettere fine a questa guerra, di trovare delle soluzioni politiche per giungere a una pace giusta, globale e duratura, oltre che consentire il ritorno dei Siriani esuli nelle loro case e nelle loro terre, facendoli uscire dalla miseria nella quale si trovano, innocenti, liberandoli da ogni abuso politico,  confessionale o terrorista.
4. Dopo oltre un anno e te mesi, aspettiamo con speranza il ritorno dei nostri fratelli i due vescovi rapiti il 22 aprile 2013: Boulos Yazigi  e Youhanna Ibrahim, e continuiamo a insistere sul fatto che la reazione della comunità internazionale non è sufficiente. Certamente ringraziamo tutta la solidarietà e le condanne, ma nello stesso tempo, siamo sorpresi dalla indifferenza che circonda questo problema. Di conseguenza chiediamo al mondo intero, all’Oriente e all’Occidente, di tradurre in atti le loro parole perché si ottenga la liberazione immediata dei due vescovi rapiti.
III. Gli avvenimenti di Gaza
5. Gli avvenimenti di Gaza affliggono i Patriarchi. I cittadini palestinesi pagano un prezzo caro, con le loro vite, le loro case e le loro istituzioni, a causa di un bombardamento israeliano disumano. I Patriarchi chiedono la fine di questa aggressione, il ritiro delle forze israeliane da Gaza, la fine dell’assedio della Striscia e dei suoi abitanti, la liberazione dei prigionieri e la fine dei combattimenti che hanno ucciso oramai circa duemila palestinesi.
Questo costituisce un crimine contro l’umanità. I Patriarchi si appellano al diritto internazionale per risolvere il problema palestinese. Approvano uno Stato per i palestinesi con capitale Gerusalemme, secondo il principio di due Stati, il ritorno dei rifugiati palestinesi sulle loro terre e il ritiro di Israele dai territori arabi occupati in Palestina, in Siria e in Libano.
IV. I fatti di Arsal
6. Quanto ai fatti di Arsal in Libano, essi hanno rattristato i Patriarchi nel più profondo delle loro anime, a causa degli attacchi di gruppi terroristi stranieri che hanno sfruttato la situazione della città e dei campi profughi Siriani per organizzare una azione terrorista su grande scala . I Patriarchi ringraziano la Provvidenza che ha protetto questa cara patria e per il fatto che le forze armate libanesi hanno potuto far fronte a questi attacchi e lavorare, progressivamente, per aiutare i civili a uscire da questa situazione difficile, malgrado le perdite subite. I Patriarchi esprimono il loro sostegno totale alle forze armate e alle forze di sicurezza libanesi, pregano per la loro protezione e il loro successo. Inoltre, elogiano la posizione unitaria libanese che sostiene l’esercito e non tollera i terroristi e i gruppi estremisti. Si veda al riguardo la dichiarazione del Presidente del Consiglio dei Ministri, tre giorni fa.
V. L’esperienza della coesistenza
7. La storia di questa regione ha conosciuto periodi di caos e di violenza il cui prezzo è stato pagato da nazioni che non avevano altro desiderio che quello di vivere nella dignità e in una cittadinanza sincera. Questi periodi sono stati spesso il risultato di azioni di capi tirannici i cui cuori non conoscevano né Cristianesimo né Islam. Ma noi abbiamo messo da parte questo passato doloroso. Abbiamo lavorato per purificare la memoria da questi avvenimenti passati. Abbiamo inoltre aperto una pagina nuova di cooperazione, basata sul rispetto reciproco e il riconoscimento degli altissimi valori spirituali rispettati da entrambe le religioni.Questo ci ha spinto, cristiani e musulmani, a collaborare per stabilire una migliore cooperazione tra i fedeli delle due religioni.
Sono iniziati così i dialoghi fra cristiani e musulmani, in vista di una collaborazione reciproca per contribuire a superare gli inconvenienti del passato e costruire un nuovo avvenire sulla base della verità, della giustizia e dell’amore tra tutti.
Accetteremo, dunque, che questo progresso nelle relazioni tra Cristianesimo e Islam, sia esposto al rischio di una regressione che minaccia, con la scomparsa di tutte le cose positive, di farci arretrare a epoche ormai lontane?
VI. Il flagello dell’estremismo religioso e il dovere del contrattacco
8. Gli osservatori degli avvenimenti presenti, vedono nell’estremismo religioso una malattia che minaccia il Medio Oriente, con tutte le sue componenti, e prevedono che dovrà passare ancora del tempo prima che la regione possa guarire da questa malattia.
Sono numerose le vittime a causa delle sue ripercussioni. È dunque imperativo che, cristiani e musulmani, ci uniamo insieme per evitare complicazioni e per risparmiare la nostra regione e i nostri figli da questi orrori, questo otterremo sensibilizzando le coscienze, invitando ad aderire a ciò che vi è di autentico ed essenziale nella religione e di non sfruttarla per conseguire interessi personali o collettivi. Ci rivolgiamo agli Stati e ai media locali e internazionali, perché prendano coscienza della gravità del tema che riempie gli schermi e le reti sociali e perché possano, in seguito, esercitare la autorità morale che rivestono, per ergersi come dighe di difesa e mettere in evidenza i punti di incontro e di coesione, lasciando a Dio Onnipotente il giudizio dei cuori.
9. Lo spirito di responsabilità deve prevalere in tutti i contesti arabi e internazionali, per limitare questo estremismo aggressore che fa del male alla strada percorsa tra Cristianesimo e Islam, sia nella regione che nel resto del mondo, e mettere fine alle sue conseguenze drammatiche. Se qualcuno, di nascosto, finanzia questi estremismi e spende denaro per diffondere la corruzione sulla terra, è necessario scoprire questi organismi perché ne rendano conto davanti all’opinione pubblica mondiale e agli operatori di bene di tutto il mondo. L’unico modo per fare ciò è che gli arabi e i musulmani ritrovino uno spirito di unità e scoprano i vantaggi della diversità che è una caratteristica del nostro Oriente. È altrettanto necessario accettarsi reciprocamente e vivere insieme sulle basi del rispetto, dell’uguaglianza e della cittadinanza, tra tutti e in tutti i paesi. Essendo dei cercatori di unità coi nostri fratelli musulmani, rivolgiamo a tutti il nostro appello dal fondo del cuore, alla ricerca di un futuro comune che ci unisca oggi e domani, come è stato ieri, e ci doni frutti abbondanti. Ci rivolgiamo anche alle autorità musulmane, sunnite e sciite, perché pronuncino delle “fatwa”ufficiali e chiare che interdicano gli attacchi ai cristiani, alle altre persone innocenti e ai loro beni.
Parimenti ci rivolgiamo ai parlamenti dei paesi arabi e musulmani perché emettano delle leggi che esortino a questa apertura e rigettino chiaramente tutte le forme di esclusione e di rigetto dell’altro, rendendo così le persone responsabili davanti alla legge per le loro violazioni. Ci volgiamo anche a tutte le Chiese sorelle del mondo, perché siano solidali con le nostre richieste e le nostre preghiere per proteggere il messaggio salvifico di Cristo in Medio Oriente, oggi rovinato da una ondata massiccia di persecuzioni.
VII. La solidarietà coi nostri figli e fratelli
10. Sulla base di questa fiducia e di questi principi, dichiariamo la nostra solidarietà più totale ai nostri fratelli esiliati dalle loro case e dalle loro terre. Faremo tutti gli sforzi possibili perché possano ritrovare il loro focolare con onore e dignità, in un clima di riconciliazione e di fraternità ritrovata tra tutti i popoli di tutte le nazioni dei loro paesi di origine. Così, troveranno l’unità del loro paese e con questa una vita degna per tutti.
Lanciamo un appello alla comunità internazionale perché non abbandoni le sue responsabilità di fronte alla dolorosa situazione politica, umana e sociale, subita dai popoli dell’Oriente, e perchè non declassi la causa del nostro popolo, ferito nella sua dignità, nei suoi diritti e nella sua stessa esistenza a un caso puramente umanitario che attira la compassione e la carità, assicurando la sistemazione agli esiliati fuori dalla loro terra e dalla cultura del paese di origine, che costituiscono uno dei tesori più preziosi. Chiediamo anche ai vari paesi di smetterla di trattare questa diversità culturale con la logica della minoranza, come se la presenza umana non fosse altro che un raggruppamento di individui, dimenticando il contributo che ciascuno può apportare secondo i talenti e le capacità che Dio Onnipotente gli ha donato.
Per questo vogliamo cercare tutti mezzi utili a perorare questa causa davanti a tutti i più alti organi internazionali, cominciando dalla Lega Araba fino al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e alla Corte penale internazionale delle Nazioni Unite, sperando che tutti siano alla altezza della responsabilità civica che a loro compete, e che si innalzino al di sopra degli angusti interessi politici che tentano coloro che li coltivano ogni volta che tradiscono la loro coscienza e i valori della giustizia e del diritto che derivano dalla volontà del cielo.
11. La cosa più urgente resta l’aiuto da dare ai nostri figli esuli e in grande difficoltà a causa di questi attacchi. Invitiamo le istituzioni internazionali e le organizzazioni a soccorrere i loro bisogni di base e ad assicurare il necessario per una vita decorosa, al fine di favorire la loro missione di restare nel paese dei nostri padri e dei nostri nonni. Potranno così, passato il pericolo, tornare nelle loro case e ritrovare la convivenza che vi conducono da secoli.
VIII. Le domande
12. alla fine di questo comunicato-appello, i Patriarchi delle Chiese Orientali dichiarano che:
 Innanzitutto: i cristiani dei paesi del Medio-Oriente patiscono una grave persecuzione. Sono espulsi dalle loro case e dai loro beni sequestrati dai fondamentalisti e “takfiri”(1) nel silenzio di tutto il mondo. Si tratta di una vergogna per l’umanità. Come se la nostra epoca tornasse a ciò che era prima di ogni legge e coesistenza umana.
Seconda cosa: gli elementi religiosi e i valori legati alla fede, o di natura umanitaria, culturale ed etica sono tutti minacciati, in modo molto pericoloso.
Terza cosa: l’estremismo terrorista e “takfiri” in nome della religione è una grave minaccia per la regione e per il mondo.
13. Ecco perché i Patriarchi esigono:
Primo: che tutti capi religiosi prendano posizione comune, chiara e forte contro questa persecuzione e questa minaccia.
Secondo: la Lega Araba, la Conferenza dei cooperazione islamica, il Consiglio di sicurezza dell’ONU, la Corte penale internazionale e la comunità internazionale agiscano immediatamente con una azione di soccorso efficace e forte.
Terzo: che tutti gli Stati e le parti che finanziano, direttamente o indirettamente, con denaro o armi, dei gruppi fondamentalisti, terroristi e “takfiri”, per fini politi o economici, cessino immediatamente questo finanziamento e questo sostegno.
14. I patriarchi esprimono il loro sostegno ai loro figli cristiani espulsi dalle loro case e dalle loro terre con la forza e il disprezzo, assicurano di essere con loro nella preghiera e che fanno di tutto perchè possano trovare un luogo sicuro, prima di tornare nelle loro case e proprietà coi loro diritti restituiti.
Chiedono anche ai figli delle loro chiese disseminate nei cinque continenti di essere solidali coi loro fratelli dei paesi di questo Oriente nella sofferenza, e di aiutarli materialmente, spiritualmente e moralmente, perché possano mantenere nel loro paese una speranza solida, perché possano proseguire con la loro missione, annunciando il Vangelo di fraternità giustizia e pace che il Cristo ha loro affidato. Lui, il Redentore dell’uomo e il Salvatore del mondo, ripete loro in questi momenti difficili: “Non temere piccolo gregge… Avrete tribolazioni nel mondo, ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo”. (Lc 12,32; Giov 16,33).
Conclusione
15. Preghiamo insieme per il riposo delle anime di coloro che sono stati uccisi durante questi avvenimenti tragici, per la consolazione dei loro famigliari e per la guarigione dei feriti. Preghiamo anche perché regnino la sicurezza e la pace nel mondo e in particolare nei nostri cari paesi, supplicando Dio di ispirare i responsabili e gli uomini di buona volontà, perché contribuiscano a metter fine a questi tempi oscuri e ingiusti della nostra storia, e perché il nostro mondo tormentato ritrovi la vita e la stabilità.
(1) I takfiri (dal termine arabo   تكفيريripreso dal Takfir wal Hijra [arabo: تكفير والهجرة,] Anatema ed Esilio, sono un gruppo fondato nel 1971) si tratta di estremisti islamisti adepti di una ideologia violenta. Il termine “takfiri” significa letteralmente “scomunica”. I takfiris considerano i musulmani che non condividono il loro punto di vista come apostati, dunque oggetto legittimo dei loro attacchi.

giovedì 14 agosto 2014

"N" come Nazareno, segno di vittoria; con Maria nella vita che non tramonta


"Mentre ci prepariamo alla giornata di preghiera (15 agosto) perché torni la pace – o meglio sarebbe dire perché il Signore Gesù Cristo faccia un miracolo, per il quale umanamente parlando non si intravedono possibilità, neanche minime – vorrei che per tutta la Diocesi fosse vero quello che il Papa Francesco ha più volte richiamato, ossia che non sia soltanto un “dire” preghiere, ma sia un pregare con la totalità della vita e dell’intelligenza del cuore. Sia, soprattutto, una richiesta di perdono a Lui poiché la nostra vita di cristiani occidentali è gravemente colpevole nel senso della responsabilità nei confronti di quanto sta accadendo."
       Vescovo Luigi Negri 




La Conferenza episcopale italiana ha indetto per il 15 agosto una Giornata di preghiera per i cristiani perseguitati nel mondo: 
anche OraproSiria aderisce! 
Che la Vergine Maria accompagni e consoli  coloro che hanno perso tutto per non rinnegare Cristo.




La Dormizione di Maria nei testi liturgici delle tradizioni siriache 


di MANUEL NIN

La festa della Pasqua della Madre di Dio, il giorno 15 agosto, la sua morte e la sua piena glorificazione sono celebrate nelle Chiese orientali con grande solennità; festa preceduta anche da un periodo quaresimale di preparazione come avviene per la Pasqua di Cristo. Vogliamo in queste righe soffermarci, a modo di testimonianza, di comunione e di preghiera con e per i nostri fratelli cristiani in Iraq e nel prossimo Oriente, sui testi liturgici delle due tradizioni siriache, quella occidentale e quella orientale, testi che verranno cantati e pregati in questa festa, ma allo stesso tempo testi che in tante chiese in Iraq e nel prossimo Oriente non verranno più cantati né pregati. 
Si tratta di testi liturgici in cui viene sottolineata ripetutamente la gioia di tutta la creazione nell’accorrere alla celebrazione del transito di Maria; testi che mettono in evidenza la presenza, in questa celebrazione gloriosa e festiva, degli angeli, degli apostoli, di tutta la Chiesa; testi infine che ripetutamente invocano Maria come colei che intercede per il popolo.

 Diamo semplicemente la traduzione di alcuni brani appartenenti alla tradizione siro-occidentale per prima e a quella siroorientale in secondo luogo. Testi la cui attribuzione ai grandi padri di queste Chiese, Efrem, Giacomo, Isacco, ci porta alla comunione con tutti i cristiani che per duemila anni hanno invocato il Signore nella lingua con cui ci insegnò a invocare Dio come Padre. Della tradizione siro-occidentale diamo la traduzione di alcuni testi del vespro della festa. La liturgia di questo giorno sottolinea in modo speciale la dimensione ecclesiale della festa nella presenza attorno a Maria di tutte le schiere degli angeli e degli uomini: «Facci degni, o Cristo Dio, di celebrare con animo puro e corpo senza peccato, assieme alle schiere degli angeli e ai cori degli uomini giusti e degli apostoli, questo giorno festivo di tua Madre benedetta. Conservaci per le sue preghiere e per le sue suppliche, liberaci da ogni male nel corpo e nell’anima. Nel giorno del transito della Vergine, gli apostoli ne celebrano la liturgia sacra; le schiere degli esseri di fuoco e di spirito, con le anime dei giusti, dispongono la processione verso la sua sepoltura, e onorano il giorno del transito della vergine Maria, figlia di Davide, la Madre che ha generato Dio. La pace sia con te, figlia di Davide, vergine piena di grazia, santa e piena di bellezza. Angeli e uomini sono stupiti e meravigliati per il tuo transito da questo mondo verso il tuo Figlio». E ancora nel vespro della festa uno dei testi di una bellezza e profondità teologica unica nel suo genere. «Lode a te, Cristo Dio nostro, grande e allo stesso tempo velato, che sei disceso per abitare nel grembo della vergine Madre tua ignara di nozze. Tu ti sei fatto simile a noi eccetto il peccato; e noi, tuoi servitori sulla terra, nella memoria di tua Madre ci accingiamo a lodarla: “Tu sei la sposa perfetta e la Madre pura e ignara di nozze, sorgente di benefici. Tu sei il lievito della vita mescolato alle tre misure di frumento, il Cristo. Tu sei il vanto dei cristiani. Nel giorno del tuo transito tu hai riempito il mondo di meraviglia; le schiere degli angeli sono accorsi per onorarti e unirsi agli apostoli, radunati per onorare la tua morte e seppellire il tuo bellissimo corpo. Essi ti videro distesa sul letto e avvolta di gloria ineffabile, aperti i cieli e gli eserciti degli esseri luminosi volavano e scendevano per onorarti”. O giorno grande e felice in cui la Madre è andata a raggiungere il suo Unigenito. Pietro, il capo degli apostoli, porta il letto funebre, e Gabriele, il capo degli angeli, canta: “Benvenuta sei, o Madre benedetta e sposa pura! Lode a te, dimora dello Spirito Santo e camera nuziale del Re celeste, vigna fertile che diede il grappolo della gioia, il cui vino ubriaca tutta la creazione. Benvenuta sei, vergine piena di grazia, rosa desiderabile e giglio pieno di profumo, figlia benedetta che hai liberato Adamo tuo padre dalla schiavitù del peccato. Benvenuta sei, mensa benedetta, che hai offerto il pane della vita alle anime che erano morte per il peccato, pane che diventa cibo spirituale per la vita nuova”». 
Della tradizione siro-orientale diamo alcuni brani della liturgia: «Beata te, o vergine, fidanzata ma non conosciuta da uomo. Beata te, che hai un Figlio, ma la tua verginità non è stata conosciuta da uomo. Beata te, mare senza pari, il tuo fidanzato è il tuo Figlio prediletto. Beata te, o terra nella quale fu formato il Signore di Adamo e nella carne vi abitò. Beata te, albero prodigioso che porti il frutto pieno di meraviglia. Beata te, roveto straordinario, non consumato dalla fiamma. Beata te, scettro del figlio di Aronne, che germogliò le mandorle senza essere stata piantata; nel tuo grembo lui si è fatto uomo. Per il corpo puro che aveva portato il Figlio di Dio era giunto il momento di bere il calice che Adamo aveva riempito per i suoi figli. Il Signore ordinò agli angeli del cielo di rendere onore al corpo di sua Madre. Essi la scortarono con solennità e onore, come era stato loro comandato. Gloria a Colui che ha esaltato il giorno della sua assunzione». Ambedue le tradizioni invocano Maria come colei che intercede presso Cristo, il suo Figlio. 
Invocazioni che facciamo nostre in questo giorno di festa, in comunione coi nostri fratelli iracheni e nel prossimo Oriente, che canteranno nella loro liturgia questi testi benedetti, o che forse potranno soltanto viverli nella liturgia di testimonianza martoriale delle loro vite: «Cristo, Dio nostro, che accetti le domande dei peccatori e ascolti i pianti di coloro che sono afflitti, che rendi onore alla memoria dell’assunzione di tua Madre, la Vergine pura, accogli ora il profumo della nostra preghiera, perdona le nostre colpe e rimetti i nostri peccati per la sua intercessione. Nella tua immensa misericordia, accetta in nome della tua Chiesa le offerte e i doni che ti offrono i suoi figli fedeli in onore di tua Madre, regina degli angeli e dei santi». «O Cristo, nostro Salvatore, rendici oggi degni della tua clemenza, per gioire e godere con Maria nella vita che non tramonta».

© Osservatore Romano - 13 agosto 2014


http://www.orientecristiano.it/notizie/spiritualita/la-dormizione-di-maria-nei-testi-liturgici-delle-tradizioni-siriache.html

lunedì 11 agosto 2014

Dinanzi alla violenza in nome di Allah: la grande domanda che l’Islam ha dinanzi a sé alla quale solo gli islamici possono rispondere



Centro culturale Gli scritti (10/8/2014)
 di Giovanni Amico

Il ripetersi di fatti inauditi di violenza in nome di Allah mostra a chiunque sia in buonafede che il problema è costitutivo per l’Islam odierno. Non è sufficiente affermare che sono solo minoranze islamiche che compiono atti efferati: si ammetta pure che solo il 35% dei musulmani sia d’accordo con azioni violente[1], ne consegue che per il restante 65% non sarà sufficiente affermare che ciò non è conforme alla fede islamica, ma si tratterà piuttosto di generare un movimento di opinione che contrasti efficacemente la minoranza violenta [2].

Non spetta a chi non è musulmano risolvere questo problema: dall’esterno si può dare una mano, ma non risolvere i dilemmi interni dell’Islam. Farsi carico della risposta sarebbe dare corpo a quel senso di vittimismo che impedisce ad ognuno, ed in questo caso agli islamici, di prendere su di sé la responsabilità del proprio destino [3].

Il problema, a nostro avviso, è semplice e si può porre in questi termini, per aiutare i musulmani ad affrontarlo. Maometto ha combattuto ben 27 campagne militari ed ha ucciso, Maometto ha decretato lo sterminio di intere tribù nella penisola arabica, la guerra santa è stata fin dall’inizio una guerra di conquista militare per l’espansione dell’Islam che ha portato in pochissimi decenni gli arabi alla conquista del medio oriente, del Nord africa, di parte dell’Europa (Andalusia, Sicilia, Puglia, Garigliano, Saint-Tropez, ecc. ecc.), della penisola anatolica fino alle porte di Costantinopoli (per non parlare dell’avanzata delle armate turche che si sostituirono a quelle arabe a partire dal 1077): l’enunciazione di questi fatti non è un offesa all’Islam, anzi qualsiasi musulmano sarà d’accordo con queste evidenze storiche.

Il problema è piuttosto che i musulmani violenti si richiamano a queste origini dell’Islam. Chiedendo ai loro confratelli di convertirsi al vero Islam hanno gioco facile nel ricordare loro che questa è la storia primitiva  della diffusione islamica.

Agli altri musulmani spetta, allora, di mostrare che questi fatti originari erano dovuti ad eventi contingenti e non solo essenziali al vero Islam. Spetta loro mostrare che si può essere islamici e chiedere scusa, come hanno fatto altre religioni come il cristianesimo, degli eventi violenti della propria storia passata.
Se tali fatti originari non hanno più valore per l’oggi, allora sarà possibile rifiutare gli atti violenti odierni dell’Islam. Per proporre un Islam che oggi rinneghi la violenza contro le minoranze, permetta la conversione di un islamico al cristianesimo, si schieri a favore di una vera libertà religiosa, è necessaria una lettura critica della storia islamica.

Altrimenti i violenti avranno vita facile, poiché accuseranno gli islamici moderati di aver abbandonato la fede e di essersi lasciati corrompere dai costumi occidentali. In termini tecnici è in questione un’ermeneutica delle origini, una capacità di lettura critica della nascita e dei primi secoli dell’Islam, che mostri che alcuni eventi violenti originari non siano avvenuti per volontà divina, bensì siano dipesi da scelte contingenti ed opinabili dei primi musulmani.

A noi che non siamo musulmani non è possibile rispondere se può darsi un Islam che rinneghi la violenza delle sue origini, contestualizzandola e ritenendola inessenziale. Non possiamo noi rispondere come si caratterizzerebbe un Islam che accettasse che le scelte di fede sono pienamente libere, che accettasse cioè che come un cristiano può divenire musulmano, così un musulmano può divenire cristiano senza che nessuno eserciti violenza se la sua coscienza lo spinge a questo passo. Non possiamo noi rispondere alla domanda se può esistere un Islam che in uno Stato a maggioranza musulmana conceda ad altre religioni o allo stesso ateismo di predicare liberamente le proprie opinioni.

Però è non solo un nostro diritto, ma anche un nostro dovere porre ai musulmani queste domande, proprio perché vogliamo essere loro amici e non amici di facciata, bensì amici leali e sinceri, liberi come è libero ogni vero amico.
Dalle risposte a queste domande dipende molto della storia futura del mondo e dell’Islam stesso.

Ci piace sottolineare che queste riflessioni non sono suscitate dalla paura di una possibile affermazione planetaria dell’Islam, anzi. La nostra presa di posizione è dettata dalla paura opposta: se la maggioranza silenziosa dell’Islam non si affretterà ad affrontare queste questioni  è pensabile piuttosto una scomparsa dell’Islam a livello mondiale. O l’Islam, infatti, sarà capace di mostrare a se stesso che è in grado di maturare una visione serena della modernità, altrimenti crollerà d’improvviso. E crollerà tragicamente dopo aver ingoiato nella sua violenza un numero enorme di musulmani – è evidente agli occhi di chiunque che le vittime musulmane dell’odierna crisi che l’Islam sta attraversando sono in numero infinitamente maggiore delle morti che le minoranze violente islamiche infliggono ai non musulmani.

Fra l’altro numerosi paesi islamici sono possessori di enormi ricchezze: ma per convertire questi beni in scelte educative che si preoccupino della formazione di ragazzi e ragazze islamiche che sappiano guardare in maniera critica alle origini dell’Islam, in vista di una visione dell’Islam adeguata al XXI secolo, serve che per primi i governanti scelgano una visione chiara dell’Islam che intendono proporre.


[1] È inutile nascondersi dietro ad un dito: le minoranze islamiche favorevoli alla violenza non sono l’1% o il 5% della popolazione, ma siamo in presenza di percentuali molto più alte, sebbene alcune statistiche dell’anno in corso comincino a registrare un calo, sebbene ancora contenuto, di tali percentuali.
[2] La totale assenza di manifestazioni contro gli atti efferati compiuti in nome dell’Islam in molti paesi a maggioranza islamica e l’insignificanza di manifestazioni negli altri parla con evidenza dello stato di empasse in cui si trovano i musulmani. Ma ciò che è, a nostra avviso, ben più significativo è la mancanza di una chiara scelta educativa nei confronti delle nuove generazioni – di questo si parlerà oltre.
[3] A nostro avviso, grave è la responsabilità dei media occidentali che sposano e incoraggiano il vittimismo di alcune correnti di opinione musulmane e non le invitano ad una seria assunzione di responsabilità, a partire dalle potenzialità enormi che esse hanno ad esempio a livello economico.

http://www.gliscritti.it/blog/entry/2632

Cristiani in fuga, il futuro dei cristiani in Iraq

RaiNews24, 10 agosto 2014

vedi video: 


Sinjar, nord Iraq: la croce della chiesa viene sostituita con la bandiera nera ISIS

Nel campo dei cristiani stremati

I racconti, la paura e l’ira: una giornata con le migliaia di persone sfuggite all’offensiva dei guerriglieri islamici nella piana di Ninive. «È un massacro, dateci le armi»



Il Corriere , 10 agosto 2014
di Lorenzo Cremonesi

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«L’emergenza riguarda oltre 100.000 cristiani scappati di fronte all’avanzata dei radicali sunniti da Mosul verso l’enclave curda. Ma il dramma non è solo delle persone. E’ l’antica cultura della nostra convivenza con i musulmani che viene cancellata. Il meccanismo della coesistenza pacifica si è inceppato. Siamo di fronte a un Medio Oriente diverso da quello che avevamo sempre conosciuto», esclama allarmato Warda. Le sue parole sono un campanello di allarme. Occorre ascoltare bene i racconti della sua gente per comprenderlo. Da lontano, è difficile distinguere la valenza dei crimini che si stanno consumando nella piana di Mosul. Qui ora c’è una Chiesa molto diversa da quella che ai tempi di Saddam Hussein porgeva «l’altra guancia». C’è un disperato grido di guerra. Una richiesta di aiuto alla cristianità perché si mobiliti in difesa della fede. Tutti plaudono ai raid aerei Usa. «Per fortuna sono arrivati loro. Devono sterminare i criminali del Califfato. Speriamo che li ricaccino verso la Siria, a morire nel deserto», dicono i responsabili della Chiesa e i loro fedeli con parole sempre eguali. «Ma perché le bombe americane non sono arrivate prima? E voi europei cosa aspettate?».
«Le nostre sofferenze di oggi sono il preludio di quelle che subirete anche voi europei e cristiani occidentali nel prossimo futuro», dice il 47enne Amel Nona, l’arcivescovo caldeo di Mosul fuggito ad Erbil. Il messaggio è inequivocabile: l’unico modo per fermare l’esodo cristiano dai luoghi che ne videro le origini in epoca pre-islamica è rispondere alla violenza con la violenza, alla forza con la forza. Nona è un uomo ferito, addolorato, ma non rassegnato. «Ho perso la mia diocesi. Il luogo fisico del mio apostolato è stato occupato dai radicali islamici che ci vogliono convertiti o morti. Ma la mia comunità è ancora viva». E’ ben contento di incontrare la stampa occidentale. 
«Per favore, cercate di capirci - esclama -. I vostri principi liberali e democratici qui non valgono nulla. Occorre che ripensiate alla nostra realtà in Medio Oriente perché state accogliendo nei vostri Paesi un numero sempre crescente di musulmani. Anche voi siete a rischio. Dovete prendere decisioni forti e coraggiose, a costo di contraddire i vostri principi. Voi pensate che gli uomini sono tutti uguali - continua l’arcivescovo Amel Nona - Ma non è vero. L’Islam non dice che gli uomini sono tutti uguali. I vostri valori non sono i loro valori. Se non lo capite in tempo, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra».  

   leggi qui l'articolo completo:
http://www.corriere.it/esteri/14_agosto_10/nel-campo-cristiani-stremati-990dca94-2058-11e4-b059-d16041d23e13.shtml

Lettera d'addio : a voi, che pensavamo ci avreste protetti... 

dello scrittore iracheno cristiano Majed Aziza alla sua città, Mosul


Espulsi lasciamo la nostra città Mossul, umiliati dai detentori del nuovo islam. La lasciamo per la prima volta nella storia. E, partendo, ringraziamo i nostri vicini, vicini che pensavamo ci avrebbero protetto come lo facevano un tempo e che si sarebbero ribellati contro la furia di questi criminali del XXI° secolo dicendo loro che noi siamo gli autentici figli di questa città e che ne siamo i fondatori. Ci facciamo coraggio dicendoci che possiamo contare su di loro, fratelli valorosi che mostreranno di che pasta sono fatti (lett. “di che legno si scaldano”).
Ma ci hanno abbandonato, lasciandoci trascinare fuori dalla città, verso l’ignoto. Hanno chiuso gli occhi, mentre lasciavamo dietro di noi la nostra storia, le tombe dei nostri antenati, le nostre case, il nostro patrimonio e tutto ciò che è caro al nostro cuore. Ci hanno abbandonato, mentre dicevamo addio ai nostri quartieri, alla moschea di Giona (che conteneva anche la tomba di questo profeta e che, per questo motivo, è stata distrutta dagli jihadisti dello stato islamico in Iraq e nel Levante (ISIS). Addio anche all’arcivescovado, alla chiesa di Maskinta e a quella d’Ain Kibrit… Addio a tutti voi! Non ci saremo più per le vostre feste e cerimonie, matrimoni e funerali. 

La fine dei millenni passati insieme
Addio ai nostri parenti seppelliti a Mossul. Li lasciamo, cacciati dalla nostra città. Ci perdonino se non possiamo andare sulle loro tombe in occasione delle feste religiose. Addio ai resti mortali di mio nonno Elias, del mio zio paterno – padre Mikhail –, ai miei zii materni Ibrahim et Mikhail Haddad che mi hanno trasmesso la passione del giornalismo, addio al mio zio paterno Estefan Aziza, il primo martire della famiglia, addio al convento di San Giorgio, addio ai ponti della mia città, alle sue mura e ai suoi terreni di gioco, alla sua università e al suo centro culturale. 

Perdonateci, vecchi amici, fratelli e nobili figli della nostra città. Perdonate le nostre mancanze. Se possiamo aver mancato ai nostri doveri nei vostri confronti ciò non toglie che abbiamo vissuto insieme centinaia, anzi migliaia di anni, costruendo Mossul con il sudore della nostra fronte. 

E oggi, ci guardate da lontano, mentre siamo scacciati, umiliati agli occhi di tutti. Gli assassini del Daech (acronimo arabo di ISIS) ci hanno cacciato dalle nostre case e dalle nostre città. Addio a tutti voi. E grazie. Lasciamo, sotto costrizione, una terra che abbiamo nutrito con il nostro sangue.

Traduzione di Don Pierre Laurent Cabantous



http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=35829

venerdì 8 agosto 2014

Rapimento di due ragazze italiane in Siria: alcuni interrogativi


“Agli eroi del Battaglione dei Martiri. Grazie dell’ospitalità e se Dio vuole vedremo la città di Idlib libera quando torneremo” è questa la traduzione del cartello tenuto in mano di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli . 
  • Liwa Shuhada al-Islam è un gruppo ribelle islamista il cui nome significa “La Brigata dell’Islam”.
    La Brigata inneggiata dalle due ragazze lombarde è considerata dagli esperti di terrorismo internazionale una sigla vicina al Fronte al Nusra, braccio di al Qaeda in Siria, di chiara matrice jihadista.

Rapite due ragazze in Siria, nel villaggio di  Abzemo, nei pressi di Aleppo. 

Sono Vanessa Marzullo e Greta Ramelli. Si tratta di due volontarie dell’organizzazione assistenziale sanitaria Horryaty, da tempo vicina ai cosiddetti ribelli siriani. Le giovani sono state prelevate da un gruppo armato ancora non identificato, come accade spesso in questi casi, dove gli ostaggi passano di mano in mano per evitarne la localizzazione. Sfugge al sequestro il giornalista del Foglio Daniele Raineri, che si trovava con loro.

Il Coordinamento nazionale per la pace in Siria ha redatto un comunicato nel quale esprime la sua vicinanza alle famiglie delle due ragazze rapite e ne auspica il rilascio a breve.
E ripercorre la vicenda ponendo alcuni interrogativi:
«Le due ragazze sono entrate in Siria dalla Turchia senza un regolare visto, attraverso un confine presidiato da gruppi armati e da bande criminali. Entrate nel Paese, si sono recate in una delle zone più pericolose della Siria, in un’area controllata da gruppi jihadisti, responsabili di numerose atrocità e crimini contro l’umanità. Si apprende, inoltre, che le due ragazze fossero “protette” da uomini del Fronte islamico, fazione radicale attiva nell’area.
Perché le due ragazze si accompagnavano a questo gruppo armato? Come sono entrate in Siria e da chi sono state accompagnate dai combattenti?»

Particolare alquanto inquietante è che le ragazze sembra siano state rapite «nella casa del “capo del Consiglio rivoluzionario” locale», come riporta il quotidiano giordano Assabeel.

Insomma la vicenda è poco chiara: un progetto umanitario che si sviluppa sotto l’ala protettrice di una fazione terroristica affiliata ad Al Qaeda, le cui azioni verso la popolazione civile siriana sono tutt’altro che umanitarie. Forse le due ragazze sono entrate in un gioco più grande di loro.

Ma al di là, dei contorni del sequestro, si spera che le ragazze possano presto essere riconsegnate agli affetti della famiglia.
Resta il dubbio che questo potrà avvenire solo dietro pagamento di un riscatto, come in casi analoghi del passato. Un ulteriore finanziamento al terrorismo che costerà altro sangue innocente, stavolta siriano che non vale meno di quello italiano.
Anche per questo sarebbe opportuno che le missioni umanitarie siano svolte da organismi affidabili e soprattutto si evitino commistioni pericolose che, tra l’altro, le rendono strumentalizzabili a vari livelli.

A Vanessa e a Greta, per quanto valgono i nostri voti, un felice ritorno a casa.

http://www.piccolenote.it/19995/rapite-due-ragazze-italiane-in-siria

Rapite due ragazze in Siria, nel villaggio di Abzemo, nei pressi di Aleppo. Sono Vanessa Marzullo e Greta Ramelli. Si tratta di due volontarie dell’organizzazione assistenziale sanitaria Horriatry, da tempo vicina ai cosiddetti ribelli siriani. Le giovani sono state prelevate da un gruppo armato ancora non identificato, come accade spesso in questi casi, dove gli ostaggi passano di mano in mano per evitarne la localizzazione. Sfugge al sequestro il giornalista del Foglio Daniele Raineri, che si trovava con loro.
Il Coordinamento nazionale per la pace in Siria ha redatto un comunicato nel quale esprime la sua vicinanza alle famiglie delle due ragazze rapite e ne auspica il rilascio a breve.
E ripercorre la vicenda ponendo alcuni interrogativi: «Le due ragazze sono entrate in Siria dalla Turchia senza un regolare visto, attraverso un confine presidiato da gruppi armati e da bande criminali. Entrate nel Paese, si sono recate in una delle zone più pericolose della Siria, in un’aria controllata da gruppi jihadisti, responsabili di numerose atrocità e crimini contro l’umanità. Si apprende, inoltre, che le due ragazze fossero “protette” da uomini del Fronte islamico, fazione radicale attiva nell’area.
Perché le due ragazze si accompagnavano a questo gruppo armato? Come sono entrate in Siria e da chi sono state accompagnate dai combattenti?»
Particolare alquanto inquietante è che le ragazze sembra siano state rapite «nella casa del “capo del Consiglio rivoluzionario” locale», come riporta il quotidiano giordano Assabeel.
Insomma la vicenda è poco chiara: un progetto umanitario che si sviluppa sotto l’ala protettrice di una fazione terroristica affiliata ad Al Qaeda, le cui azioni verso la popolazione civile siriana sono tutt’altro che umanitarie. Forse le due ragazze sono entrate in un gioco più grande di loro.
Ma al di là, dei contorni del sequestro, si spera che le ragazze possano presto essere riconsegnate agli affetti della famiglia.
Resta il dubbio che questo potrà avvenire solo dietro pagamento di un riscatto, come in casi analoghi del passato. Un ulteriore finanziamento al terrorismo che costerà altro sangue innocente, stavolta siriano che non vale meno di quello italiano.
Anche per questo sarebbe opportuno che le missioni umanitarie siano svolte da organismi affidabili e soprattutto si evitino commistioni pericolose che, tra l’altro, le rendono strumentalizzabili a vari livelli.
A Vanessa e a Greta, per quanto valgono i nostri voti, un felice ritorno a casa.